“Mi colpirebbe positivamente un governo che mettesse da subito in cantiere una riforma del settore televisivo”
(da Oggi è un altro giorno di Giovanni Floris – Rizzoli, 2013 – pag. 95)
Mette un brivido di esultanza e insieme di trepidazione l’appello presentato al Parlamento da 118 fra intellettuali, accademici e manager, per chiedere una “riforma strutturale” della Rai contro quella che viene definita “la fatalità della lottizzazione”. Esultanza, perché finalmente s’intravvede un movimento d’opinione a favore di un servizio pubblico affrancato dalla politica. Trepidazione, perché fra questi nomi figurano numerosi ex lottizzati di fatto e ciò non giova alla credibilità dell’iniziativa.
Giornalisti ed ex giornalisti della Rai; ex direttori generali, di rete e di testata; ex consiglieri di amministrazione e perfino un ex presidente come Antonio Baldassarre, nominato nel 2002 sotto il governo Berlusconi II. Già giudice costituzionale e presidente della Corte, l’esimio Baldassarre – al pari di molti altri firmatari dell’appello – non aveva speso in passato un grande impegno contro la lottizzazione endemica del servizio pubblico. E accettando l’investitura alla guida della Rai da parte del principale concorrente privato, non s’era mostrato particolarmente sensibile alla questione del conflitto d’interessi.
Ma tant’è. Il mondo gira e le persone cambiano o magari dimenticano. Accogliamo allora tutti questi pentiti nel club degli ex lottizzati, con lo stesso spirito del padre misericordioso nei confronti del figliol prodigo. Diamo pure il benvenuto agli ex consiglieri di amministrazione, lottizzati dalla Dc, dal Pci, dal Psi, da Forza Italia o da altri partiti, insieme a tanti rispettabili colleghi giornalisti guidati per l’occasione da Carlo Verna (presidente dell’Ordine nazionale) e da Beppe Giulietti (presidente della Federazione della Stampa) che provengono entrambi dalla radiotelevisione pubblica e sono entrambi impegnati da tempo sul fronte della riforma. Fra tutti, una citazione particolare merita Piero Badaloni, uscito dalla Rai per assumere la presidenza della Regione Lazio, come indipendente sostenuto dalle liste di centrosinistra, e poi rientrato in televisione come corrispondente dall’estero. È senz’altro un fatto positivo che oggi questo schieramento riformatore si allarghi, ma sarebbe stato meglio se qualcuno si fosse pronunciato ed esposto prima. Anche per loro “non è mai troppo tardi”.
Quanto ai contenuti dell’appello, nel merito c’è poco da dire. Sosteniamo da sempre che la Rai, oltre a essere affrancata dalla politica, dev’essere liberata anche dalla sudditanza alla pubblicità in cambio del canone d’abbonamento, senza decurtazioni a vantaggio della fiscalità generale. È chiaro a tutti poi che l’informazione radiotelevisiva deve “superare l’attuale pluralismo politico-burocratico”, come conferma una volta di più il caso di Anni 20, con il controverso servizio anti-Ue. Ed è altrettanto ovvio che al servizio pubblico spetta il compito di favorire la “coesione sociale”.
Resta il nodo fondamentale della governance. Cioè, in buona sostanza, di chi deve nominare il Consiglio di amministrazione e con quali criteri. Qui non esistono scappatoie: non può essere più il governo di turno, quale che sia, a insediare il presidente e l’amministratore delegato. L’ex premier Conte ha rilanciato l’idea di una Fondazione esterna. Attendiamo con ansia ora la proposta di Enrico Letta per un “cambiamento radicale”, sebbene il segretario del Pd non si associ alla richiesta del Movimento 5 Stelle che vuole “i partiti fuori dalla Rai”. Se non sarà così, tanto vale designare il Gattopardo commissario straordinario al vertice della radiotelevisione pubblica.