La Rai di Letta e la riforma del Gattopardo

“Mi colpirebbe positivamente un governo che mettesse da subito in cantiere una riforma del settore televisivo”

(da Oggi è un altro giorno di Giovanni Floris – Rizzoli, 2013 – pag. 95)

Mette un brivido di esultanza e insieme di trepidazione l’appello presentato al Parlamento da 118 fra intellettuali, accademici e manager, per chiedere una “riforma strutturale” della Rai contro quella che viene definita “la fatalità della lottizzazione”. Esultanza, perché finalmente s’intravvede un movimento d’opinione a favore di un servizio pubblico affrancato dalla politica. Trepidazione, perché fra questi nomi figurano numerosi ex lottizzati di fatto e ciò non giova alla credibilità dell’iniziativa.

Giornalisti ed ex giornalisti della Rai; ex direttori generali, di rete e di testata; ex consiglieri di amministrazione e perfino un ex presidente come Antonio Baldassarre, nominato nel 2002 sotto il governo Berlusconi II. Già giudice costituzionale e presidente della Corte, l’esimio Baldassarre – al pari di molti altri firmatari dell’appello – non aveva speso in passato un grande impegno contro la lottizzazione endemica del servizio pubblico. E accettando l’investitura alla guida della Rai da parte del principale concorrente privato, non s’era mostrato particolarmente sensibile alla questione del conflitto d’interessi.

Ma tant’è. Il mondo gira e le persone cambiano o magari dimenticano. Accogliamo allora tutti questi pentiti nel club degli ex lottizzati, con lo stesso spirito del padre misericordioso nei confronti del figliol prodigo. Diamo pure il benvenuto agli ex consiglieri di amministrazione, lottizzati dalla Dc, dal Pci, dal Psi, da Forza Italia o da altri partiti, insieme a tanti rispettabili colleghi giornalisti guidati per l’occasione da Carlo Verna (presidente dell’Ordine nazionale) e da Beppe Giulietti (presidente della Federazione della Stampa) che provengono entrambi dalla radiotelevisione pubblica e sono entrambi impegnati da tempo sul fronte della riforma. Fra tutti, una citazione particolare merita Piero Badaloni, uscito dalla Rai per assumere la presidenza della Regione Lazio, come indipendente sostenuto dalle liste di centrosinistra, e poi rientrato in televisione come corrispondente dall’estero. È senz’altro un fatto positivo che oggi questo schieramento riformatore si allarghi, ma sarebbe stato meglio se qualcuno si fosse pronunciato ed esposto prima. Anche per loro “non è mai troppo tardi”.

Quanto ai contenuti dell’appello, nel merito c’è poco da dire. Sosteniamo da sempre che la Rai, oltre a essere affrancata dalla politica, dev’essere liberata anche dalla sudditanza alla pubblicità in cambio del canone d’abbonamento, senza decurtazioni a vantaggio della fiscalità generale. È chiaro a tutti poi che l’informazione radiotelevisiva deve “superare l’attuale pluralismo politico-burocratico”, come conferma una volta di più il caso di Anni 20, con il controverso servizio anti-Ue. Ed è altrettanto ovvio che al servizio pubblico spetta il compito di favorire la “coesione sociale”.

Resta il nodo fondamentale della governance. Cioè, in buona sostanza, di chi deve nominare il Consiglio di amministrazione e con quali criteri. Qui non esistono scappatoie: non può essere più il governo di turno, quale che sia, a insediare il presidente e l’amministratore delegato. L’ex premier Conte ha rilanciato l’idea di una Fondazione esterna. Attendiamo con ansia ora la proposta di Enrico Letta per un “cambiamento radicale”, sebbene il segretario del Pd non si associ alla richiesta del Movimento 5 Stelle che vuole “i partiti fuori dalla Rai”. Se non sarà così, tanto vale designare il Gattopardo commissario straordinario al vertice della radiotelevisione pubblica.

 

Per snellire i processi basta eliminare l’udienza preliminare

Il codice di procedura penale entrato in vigore nell’autunno 1989 si è rivelato pieno di difetti, che hanno contribuito a una impennata delle prescrizioni e portato a una durata patologica media dei processi di tale portata da minare la credibilità del sistema giustizia. Nel dibattito in corso sulle possibili revisioni, pochi hanno richiamato l’attenzione su una riforma a costo zero che consentirebbe di rimettere in moto la macchina processuale: l’abolizione dell’udienza preliminare. L’udienza preliminare è un’udienza prevista per i reati sanzionati con le pene più elevate. Per essi il pubblico ministero, quando ha concluso le indagini, deve chiedere a un giudice apposito che disponga il rinvio a giudizio. Il meccanismo sembra semplice ed efficace: filtrare i procedimenti in cui, per l’inconsistenza delle prove raccolte, si può ragionevolmente formulare la prognosi che il dibattimento si concluderebbe con un’assoluzione. Ma qualcosa non ha funzionato e l’udienza preliminare è diventata una delle principali cause della farraginosità del rito processuale, trasformandosi in un grado autonomo di giudizio, in cui il giudice che vaglia gli elementi di prova raccolti ha il potere di disporre ulteriori indagini e alla fine pronunzia o una sentenza di proscioglimento o un decreto che anticipa lo stigma della condanna. Ovviamente, anche quando il giudice si limita a valutare gli atti, c’è poi sempre la possibilità che un imputato non sia stato rintracciato o che le notifiche fatte a lui e al suo difensore siano irregolari e debbano essere rifatte, così come può accadere che ci siano legittimi motivi (di salute o impegni prevalenti) per chiedere il rinvio ad altra data. E così l’udienza preliminare può durare mesi e, in qualche caso, si prolunga di anni. Se è vero che l’udienza preliminare ha il vantaggio di evitare qualche prosecuzione del percorso processuale che potrebbe rivelarsi inutile e che rappresenta un momento di controllo sull’operato del pubblico ministero, è altrettanto vero che di fatto non ha assolto al suo ruolo di filtro e la sua celebrazione ha causato il danno di allungare i tempi in cui si possono celebrare a seguire il dibattimento e, eventualmente, il giudizio di appello e di cassazione, prolungando la sofferenza personale che viene inflitta all’imputato innocente e frustrando le aspettative delle vittime. Ma, anche a prescindere dalla inefficienza del meccanismo, rimane il fatto che gli imputati di alcuni reati passano attraverso quattro fasi (e quattro organi giudicanti) e gli altri attraverso tre fasi (e tre organi giudicanti), creando in questo modo una disparità di trattamento. È evidente che più dura un processo e più giudici sono chiamati a esprimersi, tanto maggiori sono alla fine le possibilità di giovarsi di successive modifiche legislative di favore, di amnistie e, prima della riforma Bonafede, di spuntare la prescrizione. E questo “privilegio” riguarda spesso gli imputati dei reati di maggiore allarme e peso sociale. I rimedi che vengono proposti si concentrano per la maggior parte nel potenziamento dei poteri di filtro del giudice dell’udienza preliminare. Non viene invece generalmente presa in considerazione la riforma di segno contrario, di eliminare la fase dell’udienza preliminare, demandando al tribunale la selezione, in fase pre-dibattimentale, dei procedimenti che meritano una trattazione prioritaria. I benefici sarebbero incommensurabili: un processo più veloce, che potrebbe essere celebrato subito davanti al giudice del dibattimento, e un risparmio di costi per lo Stato, che potrebbe impiegare per i giudizi una parte delle aule, delle dotazioni, dei giudici e del personale amministrativo oggi impegnati nelle udienze preliminari e spenderebbe anche meno per il patrocinio dei non abbienti.

 

Colle, cosa c’è dietro la campagna per il bis

Da che abbiamo memoria non è mai successo che si cominciasse a parlare dell’elezione del Presidente della Repubblica con così largo anticipo e con toni tanto ultimativi. Si tratta di una scadenza fisiologica, ancora lontana: i vaticini fallimentari che invocano preventivamente, a giornali unificati, il secondo mandato dell’attuale Capo dello Stato sono irricevibili. Tra l’altro Sergio Mattarella ha escluso più volte un prolungamento del suo impegno, l’ultima in febbraio ricordando Antonio Segni, favorevole a introdurre in Costituzione il principio della “non immediata rieleggibilità” del Presidente della Repubblica.

Come si ricorderà però c’è un precedente. Anche Giorgio Napolitano, nell’aprile 2013, aveva perentoriamente escluso un secondo mandato. E con che piglio: “La mia rielezione sarebbe una non soluzione perché ora ci vuole il coraggio di fare delle scelte, di guardare avanti, sarebbe sbagliato fare marcia indietro, sarebbe ai limiti del ridicolo”. Poche settimane più tardi si è capito che il ridicolo aveva conosciuto nuovi limiti. Bisogna riconoscere che Sergio Mattarella, a parte il doloroso scivolone sulla nomina a ministro negata a Paolo Savona, ha interpretato con rigore costituzionale il suo ruolo ed è immaginabile che dimostrerà maggior coerenza del predecessore. Nel 2013 lo strappo fu giustificato con la “situazione emergenziale”, l’ineludibilità della scelta, il contesto politico-parlamentare confuso e altre bugie spacciate in italiano più o meno forbito. Noi non abbiamo mai pensato che fosse una strada obbligata, anzi: si era solo al V scrutinio, ci sono stati presidenti eletti anche alla ventunesima votazione. Diremo di più: l’unico eletto al primo scrutinio è stato Francesco Cossiga (il presidente meno super partes della Repubblica). Non dimentichiamo che da quella inopportuna proroga, non per caso, è dipesa la disastrosa riforma costituzionale del governo Renzi. Adesso ci troviamo in una situazione ancora più surreale. E forse proprio a causa dell’irrituale passaggio del 2013 oggi non c’è nemmeno il pudore del riserbo, la finzione della mancanza di alternative. L’emergenza è sin da ora prevista, l’incapacità per le forze politiche di trovare una mediazione data per certa.

Quali sono le ragioni presenti della futura emergenza? Oggi, come ieri, sono da ricercare nel “contesto politico”: la proroga di Mattarella serve a lasciare Mario Draghi a Palazzo Chigi fino al 2023, tenendo così in caldo il Colle, senza terremotare l’attuale maggioranza delle larghissime intese. Il premier ha bisogno di più tempo, dicono, non riuscirà a completare il programma contenuto nel Pnrr entro febbraio dell’anno prossimo, cioè quando potrebbe dover traslocare da una presidenza all’altra. D’altra parte, il Recovery Plan impegna il bilancio dello Stato per sei anni: quindi, quale che sia la maggioranza futura, al Quirinale servirà un garante nei confronti dell’Ue e chi meglio dell’uomo che il piano lo ha messo a punto e ha governato la Bce? Che questa realpolitik sia o meno condivisibile qui non importa: importa capire come sia passata l’idea che la democrazia si può mettere in pausa e le regole non sono indispensabili, perfino quando si tratta dell’elezione di un organo di garanzia costituzionale quale è il Capo dello Stato. Ma come possiamo sapere ora – nel mezzo di una fase terribilmente piena di incognite e suscettibile di imprevedibili scossoni (sanitari, economici) – quale sarà la situazione all’inizio del nuovo anno?

I partiti, sempre più privi di personalità politica e schiavi dei sondaggi, sono ben felici di potersi nascondere dietro una scelta obbligata che li solleva dalle responsabilità. Ennesimo atto autolesionista: è stato così che la classe dirigente tecnocratica è arrivata a sostituirsi alla politica. Non aiuta un’opinione pubblica sempre meno consapevole e sempre più infantile che saluta Mario Draghi come santo, infallibile, il salvatore definitivo della povera patria. Pazienza se il suo governo è espressione di una maggioranza impossibile e onnivora (ingloba quasi tutto l’arco tutto costituzionale), era già il premier migliore della storia repubblicana prima di giurare. Il trasferimento diretto di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale sarebbe un fatto mai avvenuto, non privo di insidie su cui bisognerebbe aprire un dibattito, eppure da più parti si insinua che sia l’unico rimedio alla catastrofe: tutte le scorciatoie istituzionali sono benvenute, non importa che il salvifico trasloco svincoli progressivamente i processi decisionali (del governo e di un Parlamento sempre più fragile, che non ha votato il Pnrr) dal consenso dei cittadini. Di questi pretesi ultimatum non bisognerà fidarsi: la democrazia, se è davvero tale, trova sempre un’alternativa.

 

I programmi in televisione: da Pietro Maso su Rai3, alla messa e “Beautiful”

E per la serie “Chiudi gli occhi e apri la bocca”, eccovi i migliori programmi tv della settimana:

Rai 1, 21.25: Sotto copertura 2, fiction. Avvertito dell’irruzione della polizia in casa Ventriglia, Zagaria sfugge all’arresto imminente spegnendo la tv che trasmette la puntata.

Rai 2, 21.20: La risposta è nelle stelle, film-commedia. Luke propone alla sua compagna Sophie di ufficializzare la loro relazione presentandola alla propria collezione di soldatini.

Rai 1, 10.15: La Santa Messa, varietà. Vengono riproposti alcuni dei numeri di maggior successo: Gesù trasforma l’acqua in vino, Gesù moltiplica cani e porci, Gesù sega una donna in due.

La7, 20.35: Non è l’Arena, talk show. Massimo Giletti conduce una nuova puntata del suo programma di approfondimento culturale, dove approfitta dei break pubblicitari per correre in camerino a baciarsi appassionatamente allo specchio.

Rai 2, 21.05: FBI, telefilm. Un membro del Congresso viene ucciso sulla porta di casa con un proiettile alla testa: qualcuno gli ha appiccicato un proiettile sulla fronte con lo scotch. Poche ore dopo, un altro uomo viene ucciso con lo stesso modus operandi. Come può uccidere, un proiettile appiccicato sulla fronte con lo scotch? La squadra di O.A. è chiamata a indagare sul caso.

Rete 4, 16.55: La signora in giallo, telefilm. Angela Lansbury scopre uno sconvolgente segreto di famiglia: una prozia possedeva degli schiavi. Così decide di andare nel profondo sud a riprenderseli: sono suoi, e possono spicciarle casa.

Rai 1, 15.45. A Sua Immagine, informazione religiosa. Il programma, una collaborazione tra la Rai e la Conferenza Episcopale Italiana, è seguitissimo anche dagli atei per via delle brave conduttrici che si sono succedute negli anni, sempre strafighe (Arianna Ciampoli, Francesca Fialdini, Lorena Bianchetti): risultano perfette per le fantasie erotiche più peccaminose, dal threesome al bondage al sesso in confessionale con turpiloquio.

Rai 2, 7.40: Hawaii Five-0, telefilm. L’ex spia inglese Henry Langford torna alle Hawaii per mettersi sulle tracce di una piña colada, lontana parente della famiglia reale inglese, che è scomparsa misteriosamente.

Canale 5, 13.40: Beautiful, soap. Ridge sta per licenziare Sally perché è in fin di vita. Intanto, amareggiate, Hope e Steffy prendono a sforbiciarsi (no, questa è una mia fantasia).

Rete 4, 19.35: Tempesta d’amore, soap. Lucy, grande fan dello scrittore Joel Wauters, appena saputo della sua presenza in hotel studia un approccio per impressionarlo. Non sa che i pinguini lo terrorizzano.

Canale 5, 14.10: Una vita, soap. Felipe, benché malato, viene ricoverato in ospedale. Marcie gli fa visita e confessa di provare ancora qualcosa per lui: indifferenza.

Nove, 23.30: Pietro Maso – Io ho ucciso, documentario. Nel 1991, il ventenne Pietro Maso massacrò i genitori per appropriarsi del loro patrimonio in quanto orfano. Lui stesso ripercorre gli atroci avvenimenti, dimostrando che anche un assassino può andare in televisione, mentre io no. Vorrei fare un talk show come Satyricon, che fu cassato dalla Rai dopo l’editto bulgaro di Berlusconi. Credo proprio che non vi farei rimpiangere Fabiofazio. Ma quale tv sarebbe libera di fare Satyricon, oggi? Perché ciò non accade? Chiediamo lumi a Pietro Maso. A proposito: non sarebbe perfetto da Bianca Berlinguer, al posto di Corona? O di Bianca Berlinguer, già che ci siamo?

 

Mittal continua la guerra allo Stato Fondi bruciati, tempo ormai scaduto

La situazione la riassume una fonte governativa: “Ilva è esangue, lo Stato rischia di prenderne il controllo per decretarne la fine”. A poco più di un mese dall’ingresso della pubblica Invitalia, con 400 milioni di capitale per salire al 50%, lo stallo con ArcelorMittal, il colosso che detiene in affitto il gruppo da fine 2018, è totale. Il piano prevedeva la nascita di Acciaierie d’Italia e vedeva la controparte pubblica salire al 60% (altri 680 milioni) nel 2022, ma al momento sono stati solo bruciati soldi pubblici.

Ieri i sindacati in sciopero sono stati ricevuti da Giancarlo Giorgetti al ministero dello Sviluppo economico, mentre fuori gli operai arrivati da Taranto inscenavano una protesta. L’incontro, il terzo senza Mittal, non ha prodotto nessun risultato, deludendo i leader di Fim, Fiom, Uilm e Usb. Giorgetti ha assicurato che i fondi ci sono e così pure l’intenzione di “accelerare” la presa di controllo pubblica. Al momento, però, non ci sono date: tutto è appeso alla decisione, fra due settimane, del Consiglio di Stato sulla richiesta del sindaco di Taranto di spegnere l’area a caldo.

La situazione è drammatica. A meno di un mese dal suo ingresso, lo Stato ha deciso di accelerare e rinegoziare il contratto siglato tra Invitalia e Mittal. I primi 400 milioni sono stati in buona parte già bruciati in spesa corrente, stando alla denuncia dell’Usb confermata negli ambienti governativi. Oltre 100 sono andati ad acquistare quote di CO2 che l’azienda, pare, aveva venduto troppo presto subendo anche una multa di 20 milioni dalle autorità Ue. Poi ci sono gli arretrati dell’affitto: circa 180 milioni, di cui però, al momento, ne sarebbero stati saldati solo 30, circostanza che potrebbe indurre i commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria a emettere un decreto ingiuntivo. Mittal Italia ha debiti con i fornitori che, a quanto filtra, sarebbero assai elevati (30 milioni solo per i refrattari). Di questo passo i fondi Invitalia andranno solo a coprire gli ammanchi della gestione ordinaria.

Il 16 aprile l’ad Lucia Morselli, indicata dal colosso franco-indiano quasi due anni fa per fare la guerra al governo, ha tentato con un incredibile blitz di far approvare il bilancio 2020 al nuovo cda, compresi i tre membri indicati da Invitalia: il presidente designato Franco Bernabè, Carlo Mapelli e Stefano Cao. Bernabè ha bloccato la mossa, visto che il bilancio (con relative ingenti perdite attese) è responsabilità del consiglio uscente. Da allora i conti non sono stati approvati e il nuovo cda paritetico Stato-Mittal non si è ancora insediato.

Nel governo la convinzione è che Mittal debba uscire al più presto, e con lei Morselli, e Invitalia prendere subito il controllo. Il siderurgico procede con sbalzi produttivi elevati che mettono a serio rischio la tenuta degli impianti, che viaggiano a ritmo bassissimo: la proiezione è di 3 milioni di tonnellate di acciaio a fine anno, record negativo nella storia dell’Ilva. La famiglia Mittal ha ottenuto l’obiettivo di mettere in ginocchio il gruppo, garantedosi così di gestire il prezzo dell’acciaio in Italia in un momento in cui è schizzato alle stelle (la trimestrale del colosso è stata da record): la multinazionale non ha più nulla da pretendere e lascia ai suoi vertici per l’Italia una guerra di logoramento col governo a base di provocazioni (l’ultima è stata il licenziamento dell’operaio per un post sui social) mentre continuano a far calare la produzione. In ballo ci sono 680 milioni subito e oltre 2 miliardi di investimenti (a non dire degli oltre 3mila esuberi su 8mila operai). Ma potrebbe essere tardi.

Ilva, studio choc ai ministri: fino al 70% di morti in più

A Taranto si muore più che nel resto della Puglia. Soprattutto nei quartieri più vicini all’ex Ilva, secondo un nuovo studio, i livelli di mortalità hanno raggiunto livelli così alti da spingere il sindaco Rinaldo Melucci a scrivere a diversi ministri per chiedere l’immediata convocazione di un tavolo per un accordo di programma “che ponga definitivamente fine alla crisi ambientale e sanitaria del territorio tarantino, con l’obiettivo di giungere alla chiusura delle fonti inquinanti”.

In una lettera inviata lo scorso 7 maggio ai ministri della Salute (Roberto Speranza), della Transizione ecologica (Roberto Cingolani), dello Sviluppo (Giancarlo Giorgett) e al presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, Melucci ha infatti illustrato i risultati dello studio presentato lo scorso 30 aprile al convegno dell’Associazione Italiana di Epidemiologia da cui emerge ancora una volta come i quartieri “Tamburi”, Paolo VI” e “Città vecchia-Borgo”, quelli geograficamente più vicini alle ciminiere dello stabilimento siderurgico, “soffrono di eccessi di mortalità” sia rispetto ad altre zone della città che ad altre zone della Regione Puglia. Ed è in particolare dal confronto con i dati regionali che emerge come nel quartiere Paolo VI gli eccessi risultino addirittura “peggiorati” rispetto al passato per “quasi tutto il periodo di riferimento”. I numeri, secondo gli epidemiologi, avrebbero raggiunto soprattutto per gli uomini “un elevatissimo livello”.

Per il primo cittadino quei dati, che arrivano fino al 2020, sono “rilevanti e allarmanti” e necessitano di un intervento immediato e definitivo da parte dello Stato. Lo studio non ha mai citato le cause di morte o l’acciaieria ionica, ma ha chiaramente documentato come i tassi di mortalità aumentino man mano che ci si avvicina allo stabilimento. Il lavoro scientifico ha infatti diviso la città in due “cluster”. Il primo, definito “molto critico”, comprende i quartieri a nord di Taranto: Paolo VI, Tamburi e Città vecchia-Borgo, essendo quelli notoriamente più vicini e più esposti alle emissioni della zona industriale, presentano “livelli altissimi” di tassi di mortalità. Il secondo cluster, invece, comprende le zone più lontane dai camini dell’ex Ilva, ed è addirittura “esente da criticità” e “mostra persino controtendenza con un trend negativo per gli uomini”. Insomma se nel resto della città i tassi mortalità sembrano migliorare, nei quartieri più vicini alla fabbrica la situazione è in peggioramento rispetto al passato. “Il dato peggiore che emerge – si legge nel documento – è il netto aumento di mortalità negli uomini del quartiere Paolo VI, specialmente negli ultimi 2 anni, con eccessi significativi del 68 percento di mortalità”.

Lo studio è finito nella documentazione presentata nei giorni scorsi al Consiglio di Stato chiamato a decidere se confermare o meno la sentenza del Tar di Lecce che imponeva lo spegnimento entro 60 giorni degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento gestito oggi da “Acciaierie d’Italia”, la joint venture tra ArcelorMittal e Invitalia: i sei reparti, già sequestrati dalla magistratura penale nel 2012, sono oggi ritenuti dai giudici amministrativi la causa della “situazione di grave pericolo” vissuta dai cittadini. È da quei reparti, secondo il Tar, che si verificano fenomeni emissivi “in qualche modo fuori controllo e sempre più frequenti” causati forse dalla “vetustà degli impianti tecnologici di produzione”. La decisione del consiglio di Stato arriverà nelle prossime settimane, quasi in concomitanza con la sentenza del processo penale “ambiente svenduto” nato dal disastro ambientale e sanitario generato, secondo la procura ionica, dalle emissioni nocive avvenute fino al 2012. “Ancora una volta – ha commentato Melucci – occorre constatare che decisioni apicali per la vita del Paese siano rimesse ai giudici piuttosto che alla politica”. Il giudice Martino Rosati in una delle sentenze di condanna dell’Ilva scrisse che la “tendenza ad affidare esclusivamente al giudice penale la risposta statuale ai fenomeni di illegalità, e quindi gravare la sentenza penale di contenuti, funzioni e di aspettative che non le sono propri, non può e non deve essere condivisa”. Sono trascorsi ben 14 anni da allora, ma nulla sembra cambiato.

“Abbiamo veri paradisi fiscali nel mezzo dell’Ue: ora cambiare le regole”

L’eurodeputata francese Manon Aubry è salita alla ribalta qualche mese fa con un discorso in cui criticava la gestione dei vaccini Covid della Commissione Ue. Ora è impegnata nei negoziati sulla tassazione europea delle imprese, di cui ha parlato a un recente evento della Fondazione Feltrinelli.

Ieri lo scandalo Uber, nei giorni scorsi la Corte di giustizia Ue ha deciso che Amazon non deve restituire le tasse non pagate al Lussemburgo. Che ci rivelano queste storie?

Che serve la volontà politica per cambiare le cose. Abbiamo un paradiso fiscale nel mezzo dell’Ue che priva gli altri Paesi di risorse fiscali essenziali. Il caso Amazon è stato affrontato sul terreno del diritto della concorrenza: significa che non abbiamo politiche fiscali sufficienti per combattere l’elusione e i paradisi fiscali, perché nell’Unione abbiamo alcuni dei peggiori paradisi fiscali al mondo.

Paradisi con una loro forza politica..

Enorme. Secondo i criteri europei, Lussemburgo, Malta, Olanda e Irlanda sono paradisi fiscali, ma non appaiono sulla lista, perché questi criteri si applicano solo agli Stati extraeuropei. Questi Paesi hanno guidato una corsa verso il basso sulle tasse e stanno portando con loro il resto dell’Ue. Tutti ne pagheranno il prezzo.

Poi c’è la proposta del country by country report: in pratica i bilanci scomposti per Paese.

È una proposta essenziale per capire se le imprese pagano la loro giusta parte di tasse. Lavoro su questo tema da anni, da quando ero in Oxfam, che è in prima linea nella lotta per la trasparenza fiscale: sono più di 5 anni che il Parlamento europeo ha adottato queste posizioni, solo ora siamo in fase di negoziato col Consiglio (i governi, ndr). Ad esempio, in questa fase abbiamo saputo che la posizione della Francia era un copia-incolla della posizione della Medef, la Confindustria francese. È preoccupante.

Quali sono i tre motivi principali per cambiare il sistema fiscale?

Il primo è che è un sistema iniquo. Le aziende più grandi finiscono per pagare meno tasse delle più piccole. Il secondo è che viviamo in una crisi molto dura e le disuguaglianze crescono: ci serve uno Stato sociale più forte e a finanziarlo devono essere quelli che hanno beneficiato di più dalla crisi. Il terzo motivo è che le imprese che hanno fatto più soldi nella crisi, come Amazon, hanno in realtà ricevuto vantaggi dallo Stato sociale. Far pagare loro un po’ di tasse è solo una giusta restituzione. Anche in passato, ad esempio nelle guerre mondiali, si è tassato pesantemente chi ha fatto profitti dalle crisi. Ci sono molti Paesi che lo stanno facendo. Addirittura il Fmi lo raccomanda.

È realistica questa riforma a livello europeo?

È sempre meglio fare le cose insieme. Ma se ciò non fosse possibile, si potrebbe tentare con un gruppo ristretto di Paesi, come Francia, Spagna, Italia e Portogallo, o addirittura unilateralmente. L’Ue ha mostrato i suoi limiti e fallimenti nel riformare la governance economica: fare da soli o in gruppo non significa uscirne, ma dove l’Ue non va e dove sta fallendo.

Le riforme fiscali di Biden possono fornire un’ispirazione al cambiamento?

Biden sta invertendo la tendenza. Dagli anni 80 l’aliquota sui redditi d’impresa si è in media dimezzata in tutto il mondo. Oltre a dire che questo tempo ora deve finire, Biden è a favore di un’aliquota minima globale sul reddito d’impresa pari al 21%, mentre la maggior parte dei Paesi Ue difendono la soglia del 12,5%, quella vigente in Irlanda.

Per rendere questo tipo di tassazione più efficace dovremmo introdurre dei controlli sui capitali?

Dobbiamo poter controllare i flussi di capitali: non per vietarli, ma per tenerli sotto controllo. Per farlo bisogna modificare i trattati, ma ci sono anche molte altre ragioni per cambiarli, dalla governance economica agli aspetti ecologici. I trattati europei non sono adatti a fronteggiare l’emergenza sociale ed ecologica in cui viviamo.

“Uber regina dell’elusione”: miliardi di ricavi, zero tasse

Mentre sfrutta decine di migliaia di fattorini, grazie a una rete di 50 società di comodo olandesi nel 2019 a livello globale Uber ha dichiarato ai fini fiscali 4,5 miliardi di dollari di perdite operative. Con questo schema, rodato sin dalla primavera 2013, la multinazionale della gig economy è riuscita a eludere le tasse su 5,8 miliardi di risultato operativo. Lo sostiene uno studio del Centro di ricerca sulla responsabilità fiscale internazionale delle aziende (Cictar), una Ong australiana. Jason Ward, analista del Cictar, ha definito lo schema di Uber “la Champions League dell’elusione fiscale”. La multinazionale Usa non ha commentato.

La manovra si basa su una complessa rete di prestiti e transazioni sulla proprietà intellettuale del software di Uber che si snoda tra società localizzate nelle Bermuda e nei Paesi Bassi. La multinazionale ha trasferito i diritti di sfruttamento dei suoi brevetti attraverso un “prestito” di 16 miliardi di dollari da una delle sue controllate a Singapore, che possiede una delle società di comodo olandesi, ottenendo così una detrazione fiscale di 1 miliardo l’anno per i prossimi due decenni. Il Cictar ha anche scoperto che molte delle controllate olandesi di Uber non hanno presentato i bilanci. Secondo il rapporto, Uber ha pagato meno di un terzo della tassa del 6% che l’India impone alle multinazionali e anche in Australia è riuscita a ridurre il carico fiscale.

Non è la prima volta che i dettagli dello schema fiscale di Uber vengono a galla: il meccanismo era stato già descritto nel 2015 e nel 2019. Ma la multinazionale non è la sola a dribblare le tasse nazionali. Nei giorni scorsi la Corte di giustizia dell’Ue ha annullato la decisione della Commissione e dichiarato che il trattamento fiscale ricevuto nel 2020 dalla filiale lussemburghese di Amazon – dove vengono convogliati gli utili realizzati dal colosso dell’e-commerce in Italia, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Polonia e Gran Bretagna – non è incompatibile con le regole del mercato interno dell’Unione europea.

Grazie al Lussemburgo, Paese che come l’Olanda è molto generoso sul Fisco verso le multinazionali grazie ad accordi “su misura”, nel 2003 due divisioni locali di Amazon ottennero Granducato agevolazioni fiscali proprio sui diritti di proprietà intellettuale, usati per trasferire i profitti in Paesi che non prevedono tasse sugli utili. Nel 2017 la Commissione Ue aveva ritenuto che quell’accordo fosse un aiuto di Stato e aveva chiesto di recuperare 250 milioni di tasse non versate. Ma la Corte europea ritiene che le prove addotte da Bruxelles non siano sufficienti a dimostrare un “vantaggio selettivo a favore di una filiale lussemburghese di Amazon”.

Intanto alcuni Paesi, come gli Usa del presidente Joe Biden, vogliono introdurre una tassa minima globale sulle multinazionali per intercettare l’elusione fiscale che, secondo la ong Tax Justice Network, costa ai governi 427 miliardi di dollari l’anno.

“Noi non subiamo”. Letta adesso prova a uscire dall’angolo

Al tavolo della presidenza al Nazareno ci sono Enrico Letta, Peppe Provenzano, Debora Serracchiani. Gli altri interventi nella prima direzione della nuova era sono in streaming. Complice pure l’illuminazione fioca e il maglioncino blue molto bon-ton del segretario, l’atmosfera è straniante. Sono passati 2 mesi da quando è stato richiamato da Parigi come Salvatore della Patria e i nodi non solo sono tutti venuti al pettine, ma appaiono piuttosto indistricabili. Letta lo sa e nella sua relazione prova a uscire dall’angolo e a correggere il tiro. Due le questioni cruciali. La prima è il sostanziale fallimento della coalizione con i Cinque Stelle per le Amministrative. La seconda è la difficoltà a incidere nell’agenda del governo. Letta, dunque, derubrica il rapporto con il Movimento: “Possibili pezzi di strada insieme, ma il Pd ha l’ambizione di guidare il Paese”. Il segretario rimette il partito al centro, anche dopo aver capito che Giuseppe Conte, almeno per ora, non riesce a garantirgli la tenuta degli accordi con M5s. Poi parla del rapporto dei dem con il governo: “No a subire, sì a essere protagonisti”. Chiama in causa lo stesso premier: “Chiediamo a Draghi di dare una nuova chiara missione a questa maggioranza per i prossimi mesi”. Insomma, dopo il Pnnr e i vaccini, la richiesta è che il premier porti avanti e condivida un progetto politico. Tra gli scogli principali, la giustizia. Letta dice sì alle riforme della Cartabia e si spende per il superamento del “dualismo tra garantismo e impunitismo”.

Il segretario tenta di inserirsi in un dibattito che va avanti sottotraccia: Draghi arriverà così a fine legislatura o, una volta finita l’emergenza, qualcuno (Lega in testa) uscirà dalla maggioranza? Letta prova a chiarire che l’appoggio del Pd non è incondizionato. Finora a Palazzo Chigi non sono stati particolarmente dialoganti, neanche con il partito considerato perno del sistema. Ci prova sulla politica estera Letta a dettare l’agenda: “Chiediamo a Israele di fermarsi alla legittima difesa, l’escalation sarebbe buttare benzina sul fuoco e chiediamo all’Italia di farsi interprete affinché l’Ue sia protagonista e gli Usa facciano la loro parte, portando una voce di pace”. Draghi, sul tema, tace per tutto il giorno.

Nel Pd non è ancora tempo di processi espliciti. La posizione principale è l’attendismo: vedere come vanno le Amministrative, poi andare all’attacco. Però, ieri, i distinguo già si sentono tutti. Soprattutto sulla legge elettorale. Il proporzionale torna al centro dell’agenda, sia da parte di chi (come Base Riformista, la corrente di Luca Lotti e Lorenzo Guerini) è sempre stato scettico sull’alleanza con i Cinque Stelle, sia da parte di chi – come Goffredo Bettini – vuole salvarla, anche non imponendo scelte prima del voto, ma dopo. “Una legge elettorale proporzionale con correttivi maggioritaria è la migliore”, dice il coordinatore di Base Riformista, Alessandro Alfieri. Per Verducci dei Giovani Turchi di Matteo Orfini, “il proporzionale è la legge che spinge l’identità e il protagonismo delle forze politiche”. Se è per Bettini, invece, “il sistema proporzionale rispetto alla strategia in campo è più consono”. Letta sa che intervenire sul Rosatellum non sarà semplice, come è convinto che sia un errore fare un sistema elettorale secondo le esigenze del momento. Ma prende atto che a questo punto della storia sarebbe forse il modo per ribadire la centralità del Pd e “salvare” l’alleanza con i Cinque Stelle. A bombardare da fuori è Andrea Marcucci (decaduto da capogruppo, non fa più parte della direzione): “Nessuna donna del Pd candidata alle primarie. Purtroppo dalle parole, non siamo passati ai fatti”. È pronto a rendere la vita difficile in Senato al suo partito. L’ex segretario, Nicola Zingaretti, non partecipa. È agli Stati generali della natalità. Ma il modo in cui è stata gestita la partita di Roma, con la sua candidatura tramontata all’ultimo minuto, non gli è piaciuto. In quanto al (mancato) appoggio ai suoi segretari, il Pd non si smentisce mai.

Torino, aria di vendetta: il bis, il civico (e Brontolo)

Il dio della politica acceca coloro che vuole perdere (e, soprattutto, che vuole “far perdere”). Potrebbe essere questo, nelle urne d’autunno, un destino non improbabile per la città della Mole. Dove, dopo il no del Pd locale (e il veto pesante dei suoi antichi leader ex comunisti: Piero Fassino e Sergio Chiamparino) alla proposta della sindaca M5S Chiara Appendino per una coalizione con un programma e un nome condivisi, i dem sembrano avviarsi alla battaglia solitaria contro un rampante centrodestra guidato dall’imprenditore Paolo Damilano.

Saranno le primarie a scegliere, e in ritardo, il loro candidato: con quattro superstiti di quella pattuglia iniziale di personaggi minori del Pd ribattezzati “i sette nani”, in un ironico cortocircuito tra la favola di Biancaneve e la debolezza. Il favorito è anche il più divisivo: Stefano Lo Russo, professore del Politecnico, ex assessore della giunta Fassino spazzata via nel 2016, poi capogruppo dem e testa di cuoio nella guerriglia, condotta senza esclusione di colpi (“Lei, cara sindaca, è come il capitano Schettino…”), contro la giunta pentastellata.

Sino al punto di aver denunciato l’Appendino per il bilancio comunale, sottoposto a un espediente contabile per rimediare a un’altrettanto discutibile operazione finanziaria del passato, innescando così un processo che, in primo grado, è costato alla prima cittadina una condanna a sei mesi. L’interprete perfetto, dunque, per la character assassination dell’alleanza tra Pd e Cinquestelle, indicata dalla sindaca sin dal primo turno. Un’apertura all’inizio “fiancheggiata”, ma poi abbandonata anche da Enrico Letta, dopo lo scontro su Virginia Raggi a Roma. Lasciando così ai dem torinesi la piena libertà per una strategia elettorale rovesciata: quasi per una “freudiana vendetta” postuma sul M5S, prima ancora che per contrapporsi a Forza Italia, alla Lega e a quei Fratelli d’Italia i cui militanti battono le periferie della città per cavalcare il malcontento della pandemia. Con il Pd che agita il feticcio dei “Sì Tav” per strappare sempre di più nei confronti dei Cinquestelle e con Damilano che, sin dalle feste natalizie, ha cominciato invece a tappezzare Torino di manifesti sulla sua candidatura.

Da Roma, Giuseppe Conte ha cercato di interrompere questo itinerario livoroso, chiedendo al rettore del Politecnico, Guido Saracco, di tornare in campo come interprete di una coalizione Pd-M5S, dopo la sua prima rinuncia nel novembre scorso. Saracco era già stato coinvolto in una lunga trattativa tra Appendino e Chiamparino che oggi, invece, rinnega tutto. Ma può davvero accadere ancora? L’iter già avviato delle primarie Pd e lo scambio di accuse reciproche, con l’Appendino tacciata addirittura di un endorsement per Damilano, in realtà non sembrano lasciare spiragli. A fine maggio, come ha promesso a Conte, il rettore scioglierà la sua riserva: e quasi tutti, su entrambi i fronti, sostengono che spiegherà di non poter essere il candidato di un’alleanza nata morta.

Che cosa potrà fare a quel punto l’avvocato del popolo? Nella sua testa c’è uno schema che ricalca quello di Roma. Chiara Appendino di nuovo in lizza, come la Raggi: per segnare una continuità tra passato e futuro del Movimento, per rimettere in campo due candidate donna e per dare un avvertimento a Letta.

Su tutto questo, però, peserà la scelta finale della prima cittadina. Che, dopo la sentenza per un reato che riguarda la pubblica amministrazione e rispettando lo statuto dei Cinquestelle, si era autosospesa dal Movimento e aveva detto di non potersi più ricandidare. Una condizione poi aggravatasi nel gennaio scorso, quando è arrivata la seconda condanna a 18 mesi, nel processo per le vittime della tragedia del 2017 in piazza San Carlo. Se i verdetti diventassero definitivi (e oggi, comunque, in attesa degli appelli) la sindaca si troverebbe nella difficilissima situazione personale, prima che politica, di dover gestire una doppia condanna a 24 mesi complessivi di carcere. Il solo percorso possibile, per le regole del Movimento, dovrebbe poi essere quello, in ogni caso, di una riforma dello statuto.

Conte, assicurano da Roma, non le ha ancora chiesto ufficialmente quello che i fedelissimi dell’Appendino definiscono “un sacrificio”. Ma appena l’ex premier si farà vivo, per la sindaca si aprirà una parentesi di grandi tormenti. Quando, da una parte, sarà costretta ad ammettere che la mossa dell’ex premier avrebbe un’assoluta efficacia politica, in grado di aumentare il consenso dei Cinquestelle (anche se con scarse possibilità di arrivare al ballottaggio) mentre, dall’altra, dovrà fare i conti con la prospettiva di una campagna elettorale nella quale proprio le sue condanne verrebbero trasformate in un’arma contundente per attaccarla. Altrettanto gravosa, infine, sarà la necessità di confrontarsi con la sua famiglia e la vita privata: a cominciare dal marito, dalla prima figlia nata nel 2016 e dalla nuova gravidanza annunciata pochi giorni fa.

Deciderà di accettare, nonostante tutto, il “sacrificio”? Cederà al richiamo dell’orgoglio grillino? Conte si farà vivo presto, poi toccherà alla sindaca riflettere. Ieri, partecipando alla trasmissione Agorà, su Rai3, la prima cittadina ha pronunciato parole che potrebbero avere un qualche significato: “Per le mie questioni giudiziarie, ho deciso e detto mesi fa di non volermi ricandidare: altrimenti, credo che avrei scelto di continuare. Il mio auspicio è che, al di là di quelle che saranno le mie scelte, e al di là dei colori politici, quanto abbiamo fatto per Torino possa avere un seguito: cercherò di far sentire la mia voce”. Due passaggi, quello delle “scelte” e quello del “far sentire la mia voce”, che forse fanno già parte dei suoi ragionamenti. Poco dopo, infine, l’Appendino è stata ricevuta alla Farnesina da Luigi Di Maio che poi, su Facebook, l’ha salutata così: “In questi anni ha fatto molto bene e sono certo che continuerà a dare un grosso contributo alla città e a tutto il M5S”. Un altro segnale di un serrato corteggiamento per strapparle un sì? La risposta arriverà in fretta. Intanto, l’Appendino sembra avere già capito che a Torino, qualunque sia la sua scelta, sarà sempre più difficile far ripartire il dialogo con i dem e spostare i voti dell’elettorato Cinquestelle: soprattutto nel caso di un ballottaggio tra Lo Russo e Damilano. Con le urne di ottobre che si avvicinano e la prospettiva, per il Pd, di veder sparire i “sette nani”, l’attuale dirigenza torinese e i suoi vecchi precettori.