Vodka, spinelli, e altri dettagli: cosa non torna

Sulla sequenza dei fatti principali potrebbero sembrare a prima vista testimonianze fotocopia. Ma analizzate nel dettaglio, le quattro deposizioni presentano alcuni contrasti. Negli ultimi giorni La Verità ha pubblicato i verbali di Ciro Grillo e Vittorio Lauria. Oggi Il Fatto è in grado di incrociare queste dichiarazioni con quelle degli altri due indagati, Edoardo Capitta e Francesco Corsiglia.

1. La principale: nessuno degli indagati, a eccezione di Grillo (in risposta a una domanda) cita le foto oscene fatte accanto a Roberta, addormentata sul divano. Il 5 settembre 2019 la Procura non le ha ancora trovate e non contesta ancora una seconda accusa di violenza sessuale. C’è chi tra i ragazzi glissa e chi dà una versione minimizzante. “Per gioco le tiravamo delle mentine mentre dormiva – dice Capitta – lei si è svegliata e ci ha chiesto di smetterla”. Ciro Grillo: “Ero rimasto male che Silvia si fosse mostrata disponibile con me e poi ci avesse provato con il mio amico Francesco Corsiglia. Mentre mangiavano si era seduta sulle sue gambe e di lì a poco si sono appartati, mentre Roberta è andata a dormire in salotto. Ci siamo accorti che Silvia e Francesco facevano sesso e scherzosamente spostavamo la tenda per sbirciare e infastidirli. Per infastidire Roberta le lanciavamo caramelle”. Quanto a Silvia, Ciro dice di non aver dubbi sul suo consenso: “Siamo usciti per prendere le sigarette. Rientrati, nel patio, abbiamo preso una bottiglia di vodka allungata con limonata. Erano le 9 e Silvia ha dato qualche sorso. Abbiamo iniziato a parlare in maniera scherzosa del rapporto avuto con Corsiglia. Nel discorso lasciava intendere che era meglio un rapporto a tre piuttosto che con uno. Uno di noi, credo Capitta, le ha chiesto di andare a letto e Silvia ha accettato, lasciandoci stupiti”.

2. Il modo in cui i quattro deciderebbero di appartarsi è un altro snodo denso di contraddizioni. Capitta dice di non ricordare come sia andata. Lauria sostiene sia stata lei a invitarli. “Non avrei mai immaginato una cosa del genere, nulla lo faceva pensare – dice invece Grillo a proposito della denuncia – mi viene da pensare che tornata a casa si sia accorta di aver fatto qualcosa di più di quello che avrebbe dovuto fare o comunque di essersi pentita”. Grillo dice anche di aver “fumato una canna in casa” con gli amici, mentre “le ragazze non hanno fumato”.

3. E qui arriviamo a un’altra questione controversa (e determinante): Silvia era ubriaca? Per Corsiglia no: “Eravamo tutti consapevoli di quello che facevamo”. Capitta: “Come noi lei era alticcia, non ubriaca. Non biascicava e non barcollava. Io, Corsiglia e Lauria abbiamo bevuto due birre e fumato. In discoteca avevamo preso a 600 euro una bottiglia di champagne e una di vodka”.

4. Altra discrepanza: Grillo dice di essersi addormentato dopo il rapporto di gruppo, per Capitta, invece, ne avrebbe avuto un altro con Silvia.

5. Infine c’è la questione della trasmissione dei video e dei filmati, per Capitta “girati all’insaputa di Silvia”. Allo stato non ci sarebbero prove che ne dimostrano la diffusione, e una condotta passibile di revenge porn. Sebbene lo stesso Capitta ammetta di “aver forse diffuso una foto, dove la ragazza non si vede in volto”.

Gli amici di Ciro e i social di S.: “Mise like ai nostri post allegri”

Genova

Due verbali inediti consentono di fornire la ricostruzione complessiva della notte di Porto Cervo dal punto di vista dei ragazzi indagati, che si proclamano innocenti. È il 5 settembre 2019. Il primo a essere sentito dalla Procura di Tempio Pausania è Edoardo Capitta, convocato dai carabinieri mentre è “in gommone con gli amici”: “Mi ha chiamato un maresciallo, pensavo fosse per il baccano fatto la sera prima – premette – Sono rimasto estremamente sorpreso delle contestazioni. Non so darmene una spiegazione”. E a dimostrazione del fatto che per lui e gli altri amici sia un fulmine a ciel sereno la denuncia di Silvia (nome di fantasia di S.J., 20 anni), consegna ai pm un dossier di post e stories sui social network in cui la ragazza, dopo il presunto stupro di gruppo, sembra spensierata: “La mattina dopo, il 17 luglio, le avevamo detto di seguirci sul nostro gruppo Instagram (I mostri, ndr), che tuttora segue come follower. Lei ha messo anche un like a un video da me postato mentre scherzo con Francesco Corsiglia. Ieri ho constatato che il like è stato rimosso”.

Il secondo interrogatorio inedito è quello di Corsiglia, sentito lo stesso giorno. Il primo, intorno alle 6 del mattino, ad avere un rapporto con Silvia (secondo lui consenziente, secondo lei no), interrotto “dagli altri che ci disturbavano”, perché “Ciro era indispettito” che l’amico si fosse appartato con la ragazza. Gli altri – Capitta, Vittorio Lauria e Ciro Grillo – avrebbero poi avuto un rapporto di gruppo con la ragazza dopo le 9, mentre Corsiglia dormiva. Ora sono tutti indagati per violenza sessuale. “Sono stato svegliato da Ciro alle 7.15, mi hanno fatto cambiare stanza – ricorda Corsiglia – Quando mi sono svegliato lui mi ha detto testualmente: ‘Ce la siamo trombata tutti e tre’”. Quanto ai video, almeno due, di cui uno “girato da Ciro con il cellulare di Edoardo”: “Abbiamo deciso di farne una copia restringendo il campo in modo che non si vedesse Vittorio, perché lui era fidanzato. In tal modo avremmo potuto farlo vedere agli amici”.

Silvia racconta di una violenza brutale, aggravata dall’ubriachezza. Stupri in serie che sarebbero avvenuti dopo una serata al Billionaire, nella casa in cui Grillo e i suoi amici stavano passando le vacanze, mentre Roberta (R.B.), l’amica di Silvia, si era addormentata sul divano. Roberta trova l’amica quasi alle 13 sola sul letto, stravolta e disorientata, con segni di pianto. Silvia le confida: “Mi hanno stuprata tutti”. I quattro indagati, dal canto loro, danno un’interpretazione degli eventi molto diversa: “Non ci sono stati rifiuti – dice Capitta – Silvia ci disse che io e Vittorio eravamo i più simpatici, e che Ciro non le piaceva”. Corsiglia: “Con lei l’intesa era cominciata in taxi. Poi ho avuto l’impressione che non fosse soddisfatta della mia prestazione, avrebbe voluto durasse di più. Ero in imbarazzo. Tutti insieme mi avevano preso in giro per questo”. Due dei quattro ragazzi raccontano che quella serata è stata per loro il primo rapporto. Capitta descrive anche momenti di imbarazzo e disagio: “Non so come siamo finiti in camera da letto, lei ci disse che non aveva mai avuto un rapporto a quattro – racconta agli inquirenti – Io per pudore mi preoccupavo del fatto che ci fossero la finestra e le tende aperte e che qualche vicino ci potesse vedere, in particolare la mamma di Ciro, che alloggiava a fianco. Silvia aveva un comportamento attivo e ci faceva richieste”. Dopo il rapporto di gruppo, Capitta e Silvia si appartano da soli in un’altra camera: “Dopo pochi minuti decidevo di non proseguire, non mi piaceva la situazione. Le dicevo che volevo smettere e andare a dormire. Lei non diceva nulla. Io sono andato a dormire nell’altra camera. Lei e Ciro lì hanno avuto un ulteriore rapporto”.

Fra gli elementi più controversi di quella notte c’è un’uscita a caccia di sigarette, non menzionata da Silvia. Un viaggio fino “al bar degli artisti di Abbiadori”. In auto, tutti insieme, Silvia, Capitta, Grillo e Lauria: “Sul sedile dietro lei mi appoggiò la testa sulle gambe”, dice Capitta. Una parentesi tra i due presunti stupri, che per i difensori non si spiega. I carabinieri hanno interrogato il tabacchino sbagliato, errore di cui si sono accorti con due anni di ritardo. “Mi rendo conto della gravità delle accuse – dice Corsiglia – forse ci ha denunciato perché non l’abbiamo riaccompagnata”. Due giorni dopo i ragazzi vedono Silvia sola in un bar, ma non la salutano: “Per una questione di opportunità – dice Capitta – perché eravamo con la mamma di Ciro. Non ci samo più sentiti”.

Cairo nei guai: Blackstone vince l’arbitrato su via Solferino. Ora la causa per danni a NY

Pessime notizie per Urbano Cairo e la sua Rcs: il lodo arbitrale che lo vedeva opposto a Blackstone per la vendita nel 2013 della storica sede del Corriere della Sera in via Solferino, a Milano, si è concluso con la vittoria del fondo americano. Lo hanno confermato entrambe le fonti coinvolte, ieri sera, all’agenzia Radiocor. In sostanza, gli arbitri hanno stabilito che l’acquisto dell’immobile – il cui advisor peraltro fu Banca Intesa, ex azionista e principale creditore di Rcs – fu del tutto regolare. Blackstone non prese per il collo la società che edita il Corriere pagando meno del prezzo di mercato: in sostanza fece solo un ottimo affare spendendo per il palazzo 120 milioni di euro (invece dei 250 di una valutazione fatta nel 2010) e riaffittandolo alla stessa Rcs per 10,3 milioni all’anno, cioè a un tasso fuori mercato dell’8,5% sul prezzo di vendita (certo, resta da valutare la performance del management e dell’azionariato Rizzoli dell’epoca, a partire dall’ad Pietro Scott Jovane).

Adesso la situazione per Urbano Cairo potrebbe farsi brutta assai: non solo Rcs non avrà indietro il palazzo, né si vedrà restituire gli affitti e pagare i danni, ma lo scontro – a cui, si dice, il patron è stato convinto dal suo legale Sergio Erede dello studio Bonelli Erede – potrebbe costargli parecchio. Dopo la vittoria nell’arbitrato, infatti, ripartirà la causa per danni che Blackstone aveva presentato a New York: il fondo statunitense, quando il patron del Torino intentò la sua causa, stava infatti per vendere il palazzo di via Solferino ai tedeschi di Allianz per 250 milioni di euro (oltre il doppio del prezzo d’acquisto), vendita poi saltata proprio per via del contenzioso. La richiesta massima è enorme: 300 milioni alla società e 300 milioni a Cairo in persona. Per capirci su quale sia il pericolo per la società editrice e per l’intero gruppo Cairo basti dire che l’attuale capitalizzazione di Borsa di Rcs è di circa 400 milioni di euro, che la società nell’ultimo bilancio disponibile (2019) non aveva messo da parte fondi per il rischio e che Cairo ha ottenuto dal cda della sua azienda una manleva totale per questa causa.

La sconfitta rimette in discussione il ruolo dell’imprenditore cuneese nel Corriere: in freddo col creditore Intesa, la causa a Blackstone – e soprattutto la manleva – hanno fatto imbufalire i soci di minoranza (Tronchetti Provera, Della Valle). Il parvenu Urbano Cairo potrebbe essere costretto presto a uscire dal giornale della buona borghesia lombarda: curiosamente, dopo averlo risanato a colpi di tagli ai costi, come dimostrano anche i conti 2020, in utile nonostante il -18% dei ricavi totali.

“Martina morì per sfuggire a uno stupro”. Caso Rossi, le motivazioni delle condanne

La mattina di quel 3 agosto 2011, in un hotel di Palma di Maiorca, Martina Rossi “precipitò dal terrazzo della camera nel tentativo di sottrarsi a una aggressione sessuale perpetrata a suo danno dagli imputati”. È questo il passaggio chiave delle motivazioni della sentenza di Appello depositate dai giudici di Firenze che lo scorso 28 aprile hanno condannato a 3 anni i giovani Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi con l’accusa di tentata violenza sessuale. L’accusa di morte per conseguenza di altro reato si era prescritta nel 2019. Secondo i giudici della Corte di Appello di Firenze, quindi non fu un suicidio che, in base al quadro emerso durante il processo, è “incompatibile con le condizioni di una ragazza che, secondo la ricostruzione degli imputati, avrebbe deciso senza alcun motivo apparente di mettere fine alla propria vita”. Invece, si legge nella sentenza, Martina Rossi fu “aggredita da entrambi gli imputati”. Le motivazioni della sentenza sono state depositate dopo 15 giorni per dare la possibilità agli imputati di fare ricorso in Cassazione ed evitare la prescrizione che scatterà in autunno.

Draghi dal Papa per “benedire” il suo bonus figli

La dimensione del problema la dà Gian Carlo Blangiardo, presidente di Istat: “Nel 2020 in Italia sono nati 404 mila bambini e nel 2021 prevediamo un calo”. Per avere un’idea, il crollo è del 30 per cento in meno di 15 anni. Ma al di là del merito, la prima edizione degli Stati Generali della Natalità – organizzati a Roma dal Forum delle Associazioni Familiari – concede a Mario Draghi un’occasione d’oro per un incontro con Papa Francesco, intervenuto come lui al dibattito sulla famiglia e sulla questione demografica.

Secondo il Pontefice, la crisi dovuta al coronavirus deve diventare motivo di attenzione per le politiche familiari: “Durante le fasi di ricostruzione seguite alle guerre – ha detto Bergoglio – non c’è stata ripartenza senza un’esplosione di nascite”. In questo senso, Papa Francesco vede un segnale positivo nell’assegno unico universale appena approvato dopo un lungo iter parlamentare: “Finalmente in Italia si è deciso di trasformare in legge un assegno, definito unico e universale, per ogni figlio che nasce. Esprimo apprezzamento alle autorità e auspico che questo assegno venga incontro ai bisogni concreti delle famiglie e segni l’avvio di riforme sociali che mettano al centro i figli e le famiglie”. Anche perché troppe volte le donne sono ancora discriminate sul lavoro perché la potenziale gravidanza viene percepita dal superiore come un impiccio: “Penso con tristezza alle donne che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia”.

Per Draghi il confronto serve allora a incassare le parole del Papa e mettere il cappello sull’assegno universale: “Entrerà in vigore per i lavoratori autonomi e i disoccupati che oggi non hanno accesso agli assegni familiari. Nel 2022, la estenderemo a tutti gli altri lavoratori”. Un aiuto, giura il premier, strutturale: “Ci sarà anche negli anni a venire, è una di quelle misure epocali su cui non ci si ripensa l’anno dopo”.

“La De Girolamo ministro grazie ai reati commessi”

Nunzia De Girolamo divenne ministro grazie a un rafforzamento del proprio peso politico ottenuto commettendo reati. Lo sostiene il pm di Benevento, Assunta Tillo, nel ricorso in Appello che impugna l’assoluzione dell’ex parlamentare azzurra ora convertitasi alla carriera di conduttrice televisiva. Secondo l’ufficio della Procura guidata da Aldo Policastro, la ricerca del consenso politico è il “filo rosso” che unisce le imputazioni nel processo per la gestione dell’Asl sannita. Un filo “che lega tutte le condotte contestate, poste in essere sia per rafforzare sul territorio il Pdl, di cui l’onorevole De Girolamo faceva parte, sia per aumentare il peso politico della stessa in vista delle elezioni del 2013, all’esito delle quali veniva nominata ministro delle Politiche agricole e forestali nel governo Letta dal 28 aprile 2013 al 27 gennaio 2014”.

È uno dei passaggi più forti del ricorso di 95 pagine, il cui deposito era stato anticipato il 6 maggio sul Fatto Quotidiano. Nei giorni scorsi, sono iniziate le notifiche agli avvocati in vista della fissazione della prima udienza in Corte d’appello a Napoli. Si riparte, ma solo per due vicende qualificate come concussione, tentata concussione e turbativa d’asta. Si tratta delle pressioni sul dirigente del Provveditorato Asl Giovanni De Masi, ‘invitato’ a sospendere quattro bandi di gara e a dimettersi, e delle ingerenze nella riattribuzione del bar dell’ospedale Fatebenefratelli a una cugina dell’allora deputata. Tornano alla sbarra sei imputati su otto tra De Girolamo e gli ex vertici Asl, registrati di nascosto da uno di loro, Felice Pisapia. “La gestione dell’Asl – afferma il pm – doveva essere asservita e funzionale non al perseguimento del benessere della collettività ma al raggiungimento dello scopo utiliritaristico e personale dell’onorevole e del partito”. Per altri due imputati l’assoluzione è definitiva. E scompare, come da noi già scritto, l’accusa di associazione a delinquere.

Le firme anti-Speranza: un altro flop dei renziani

Sarà che Italia Viva di elettori non ne ha poi molti, vista la penuria negli ultimi sondaggi che danno il partito di Matteo Renzi anche sotto il 2%. Però un flop così nemmeno dalla “Bestiolina” social renziana se la aspettavano. In quattro giorni, infatti, la petizione lanciata lunedì da Matteo Renzi per chiedere una commissione d’inchiesta sul Covid in chiave anti-Speranza, sul modello di quella leghista, è stata un flop: solo 5.200 sottoscrizioni su un primo obiettivo minimo di 15 mila. Poche visto che per firmare, come tutte le petizioni online, bastano pochi clic: bisogna inserire il nome, il cognome, un indirizzo email valido e il gioco è fatto. Tant’è che, dopo l’annuncio di lunedì di Renzi, la petizione è quasi scomparsa dai social di Italia Viva e anche nella home page del sito bisogna scorrere molto in basso per trovare il link, quasi a volerla nascondere.

Eppure l’annuncio di Renzi era arrivato in pompa magna. E soprattutto con un riferimento politico diretto all’operato del ministro della Salute Roberto Speranza, dell’ex commissario all’emergenza Domenico Arcuri e anche dell’ex premier (nemico di vecchia data di Renzi) Massimo D’Alema. “C’è uno strano silenzio sulle tante cose che non tornano nella vicenda mascherine, ventilatori, banchi a rotelle – ha scritto lunedì Renzi nella sua enews – Vogliamo vedere chiaro su come sono stati spesi i soldi. Anche per questo lanciamo una raccolta firme perché il Senato approvi la commissione di inchiesta che chiediamo ormai da 14 mesi. Sono i soldi degli italiani, facciamo chiarezza? Firmate e fate girare se potete”. Nella presentazione della petizione, che ha come prime firmatarie le due parlamentari renziane Annamaria Parente e Lisa Noja, i toni sono ancora più duri: “Ora che l’Italia finalmente riparte è giusto che il Parlamento verifichi che cosa non ha funzionato – scrivono – Rinviare ancora significa voler insabbiare la verità. Per questo chiediamo al Senato di procedere velocemente”. Peccato che dopo ben 4 giorni il sostegno alla petizione sia davvero scarso.

La proposta della commissione d’inchiesta sulla pandemia di Italia Viva era stata depositata il 28 aprile – il giorno in cui era stata respinta la mozione di sfiducia di Fratelli d’Italia al ministro Speranza – per chiedere che la commissione indagasse sulla “tempestività” e “l’efficacia” delle misure anti-Covid prese dal governo, sulle risorse spese da Stato centrale e Regioni, sulle gare di appalto su mascherine e ventilatori, sulle misure prese sulla scuola (tra cui i famosi “banchi a rotelle”) e sulla strategia tenuta dagli organismi internazionali come l’Oms.

Una proposta che si aggiungeva a quella del centrodestra – Lega e Forza Italia – più decisa a mettere nel mirino il governo Conte-2 e il ministro Speranza con un riferimento specifico sul mancato aggiornamento del piano pandemico. Una commissione, però, che potrebbe diventare un boomerang per il centrodestra visto che sul tavolo degli imputati potrebbero finire proprio le regioni governate dalla Lega. E infatti la proposta è sparita dai radar.

La Corte dei conti blocca ReiThera: no agli 81 milioni per l’italo-svizzero

La Corte dei Conti non ha registrato il decreto per la produzione del vaccino italiano Reithera. Nella nota la Corte spiega tutti i passaggi del confronto con il ministero dello Sviluppo, durato oltre due mesi, per sostenere la produzione del vaccino Reithera presso lo stabilimento produttivo di Castel Romano. Il decreto prevedeva un finanziamento di 50 milioni su un totale di 80 milioni previsti dal decreto rilancio. Ma il confronto con l’ufficio di controllo della Corte ha portato alla richiesta di chiarimenti e i magistrati contabili, “ritenendo che le risposte fornite dall’Amministrazione non fossero idonee a superare le osservazioni formulate nel rilievo, ha deferito la questione all’esame del Collegio della Sezione centrale controllo di legittimità”. Il decreto è stato ricusato e l’atto non è stato quindi ammesso alla registrazione.

Il decreto prevedeva di mettere a disposizione per il finanziamento di 50 milioni di euro di cui 41 milioni di euro a fondo perduto e il resto come finanziamento a fondo agevolato (su un totale complessivo pari ad 81 milioni previsto dal Decreto rilancio).

Reithera, che nel progetto del vaccino ha investito 12 milioni propri, non commenta “in attesa di leggere il parere formale della Corte”. Adesso o il ministero, intenzionato ad andare avanti col piano, ripresenta un decreto emendato o il governo Draghi dovrà ricorrere alla registrazione con riserva assumendosene la responsabilità erariale. Fino ad allora la sperimentazione non potrà passare alla fase 3.

L’appalto milionario al “pranzo proibito” di politici e militari

Feste vietate, lettere anonime con memory card allegate recapitate in Consiglio regionale, leggi fabbrica-poltrone, fughe rocambolesche, inchieste della Procura di Cagliari e di quella militare di Roma e, novità, un appalto milionario. Più passano i giorni, più il pranzo alle Terme di Sardara – vietato perché avvenuto il 7 aprile, con l’isola in zona arancione e interrotto dalla Finanza – si fa misterioso. Tanto che molti tentano di spiegarsi perché 40 altissimi funzionari pubblici, sindaci, militari e, persino il braccio destro del presidente Christian Solinas, si siano ritrovati per la mangiata. Una tavolata politicamente trasversale, finita con un fuggi-fuggi dalle finestre all’arrivo dei militari. Avvisati da chi? Non si sa.

C’è chi vi ha visto un tavolo per spartirsi le nuove poltrone create dalla legge 107, “la legge poltronificio”, che crea in Regione 65 figure apicali per una spesa annua di 6 milioni. Altri vi hanno visto un ritrovo in odore di massoneria. Tutte spiegazioni plausibili ma difficili da provare. Come sta verificando la procuratrice Maria Alessandra Pelagatti che, col sostituto Giangiacomo Pilia, segue il fascicolo in prima persona. Fatto insolito che il capo della Procura si scomodi per con cinque indagati per peculato (utilizzo delle auto di servizio) e omissione di atti d’ufficio.

A oggi l’unica spiegazione ufficiale di quel pranzo – una trentina i partecipanti identificati, altri ancora misteriosi – è arrivata da uno dei tre soci dell’impianto termale, Gianni Corona, che ai pm ha detto di aver organizzato lui la festa. L’imprenditore 58enne – vicino al Pd, ma anche co-organizzatore della campagna elettorale di Solinas – alla Nuova Sardegna aveva dichiarato: “Mi assumo tutte le responsabilità. Dietro quel pranzo non c’era nessuna organizzazione, non si doveva discutere di chissà quale argomento, nessuna strategia. Erano solo amici che si incontrano”. E, in effetti lui e suo fratello Salvatore (anch’egli una storia tutta interna al Pd, anch’egli al pranzo), in quei giorni motivi per festeggiare ne avevano.

Un mese prima, infatti, la cooperativa per la quale aveva lavorato Salvatore Corona, la Coopservice (area coop rosse), si era aggiudicata l’appalto regionale da 38 milioni per il “Servizio di facility management e gestione integrata di servizi e attività da realizzarsi nelle aree del Parco Geominerario storico e ambientale della Sardegna”. Una storia, quella del Parco, fatta di fallimenti e inchieste che ha lasciato 380 lavoratori a piedi, già costati alla Regione 12 milioni di sussidi sociali.

Una vittoria tutt’altro che scontata, quella di Coopservice, piazzatasi solo terza. Tuttavia, l’11 ottobre 2020 la vincente Formula Ambiente veniva esclusa per alcune irregolarità, come pochi mesi dopo veniva estromessa anche la seconda, Ati-Infras. Morale: l’8 marzo 2021 Coopservice risultava vincitrice. Il punto di contatto con Sardara è che uno dei tre membri della commissione aggiudicatrice di quell’appalto fosse Umberto Oppus, dg dell’Assessorato degli enti locali, primo degli interrogati dai pm, perché partecipante al pranzo. Oppus è anche colui che aveva detto, subito dopo il passaggio in procura, che si sarebbe dimesso. Ma non l’ha mai fatto.

E a Sardara era presente (con sorella al seguito) anche Francesco Peddio, sindaco di Gadoni, comune ricadente nel territorio del Parco. Così come c’era Cristiano Erriu, già assessore regionale e attuale dg del Centro Servizi per le imprese (ramo Camera di Commercio), il quale probabilmente conoscerà Giovanni Pirisi, Segretario Generale della Camera di Commercio di Nuoro, che dell’appalto del Parco era stato il presidente di commissione.

Infine, a indire la gara era stata l’Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro, (Aspal), fino a pochi mesi fa diretta da Massimo Temussi, oggi Commissario straordinario dell’Azienda regionale della Salute. Cioè il capo del dg del Policlinico Universitario di Cagliari, Giorgio Sorrentino, della direttrice amministrativa Roberta Manuntza e di quella sanitaria Paola Racugno, tutti e tre dimissionari perché anche loro a Sardara.

L’Italia va in giallo (esclusa Aosta). Stop a quarantena per i voli Ue

La decrescita della curva epidemiologica è lenta ma continua”. Nessuna novità, dunque, nelle parole del presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, ma si può ben dire che sia una buona notizia. Da diverse settimane, infatti, tutti gli indicatori sono in decrescita lenta e costante. Il monitoraggio illustrato ieri è aggiornato al 12 maggio, dunque intercetta i contagi della seconda metà di aprile e – in parte – già quelli dal 26, giorno delle riaperture. Importante sarà dunque il monitoraggio del 21 maggio. Da lunedì, Valle d’Aosta esclusa, tutta l’Italia sarà in giallo: l’incidenza del contagio scende in tutte le Regioni (nessuna a rischio alto da tre settimane, Lombardia, Toscana, Calabria e Umbria a rischio moderato) e si attesta a 96 casi ogni 100 mila abitanti.

Cinquanta su 100 mila, la quota al di sotto della quale si può ritenere l’epidemia completamente tracciabile dunque sotto controllo, non è dietro l’angolo ma in tre regioni è già stata raggiunta: Friuli-Venezia Giulia (44), Molise (41) e Sardegna (41). Torna a scendere, dopo tre settimane di segno più, anche l’indice Rt (0,86, superiore a 1 solo in Umbria e Molise) che tuttavia sembra destinato a essere accantonato nella sua forma classica (calcolo sui sintomatici) per far spazio a quella più gradita alle Regione (calcolo sui ricoverati). E dagli ospedali arrivano notizie confortanti: i ricoveri ospedalieri da Covid sono in calo in tutta Italia, con un tasso di saturazione dei reparti ordinari del 24% rispetto al 29% della scorsa settimana. Bene anche le terapie intensive: si è passati dal 27% di saturazione della scorsa settimana, al 23% di oggi, con sole tre regioni che restano sopra la soglia critica del 30%.

Complice la vaccinazione delle fasce d’età più elevate, cala ancora l’età mediana dei pazienti: “L’età media alla diagnosi – precisa Brusaferro – è in lieve riduzione, da 41 a 40 anni, ogni settimana scendiamo di circa un anno. Sta crescendo la vaccinazione nella fascia tra 60 ai 69 anni, e gli over 80 raggiungono tassi di copertura elevati”. Numeri che incidono sul tasso di ospedalizzazione che è “quindi in decrescita”. Lieve calo dei casi, infine, anche nella fascia 0-9 anni.

Il bollettino del 14 maggio, intanto, indica 7.567 nuovi casi (tasso di positività al 2,5% sul totale dei tamponi effettuati, all’8,2% sul totale dei soggetti testati) e 182 morti. I ricoverati nei reparti ordinari sono 13.050 (-558 rispetto a giovedì), i posti letto occupati in terapia intensiva 1.860 (-33 rispetto alle 24 ore precedenti).

Decisiva dunque è la campagna vaccinale in corso, che – seppur tra non pochi intoppi – comincia a dare i primi segni tangibili. All’11 maggio 2021 (dati Agenas) la percentuale di copertura con almeno una dose di vaccino riguarda il 90,41% della popolazione over 80, il 73,28% della fascia 70-79, il 34,49 della fascia 50-59, il 13,46% della fascia 20-49, l’1,86% di quella 16-19 anni

Ieri sera risultavano somministrate 26.141.926 dosi in totale, 8.163.050 le persone totalmente vaccinate, pari al 13,78% della popolazione. La media della scorsa settimana si attesta sulle 457.000 dosi somministrate al giorno. Quota 500 mila è stata raggiunta poche volte.

Il ministro della Salute Speranza, intanto, ha firmato un’ordinanza che prevede l’ingresso dai Paesi dell’Unione europea e dell’area Shengen, oltre che da Gran Bretagna e Israele, con tampone negativo, superando il sistema di mini quarantena. Prorogate invece le misure restrittive relative al Brasile.

I segnali, dunque, sono generalmente positivi, ma secondo Silvio Brusaferro “le misure di mitigazione per accompagnare questa fase di transizione” vanno mantenute.

Coprifuoco compreso: “L’idea è di superarlo ma con progressività”, ricorda l’esperto durante la conferenza stampa, senza però dare una data precisa.

Prudenza che non piace a Matteo Salvini: “Mi aspetto – ha detto – che si torni al lavoro, alla libertà, alla riapertura, tutti i dati dicono che gli italiani meritano questo ritorno alla vita, al lavoro, senza restrizioni, superate dai vaccini e dalla realtà”. Se a prevalere sarà la linea Brusaferro o la linea Salvini, lo deciderà la Cabina di regia convocata lunedì.