Berlusconi primi coccodrilli per il Caimano (ma sono bufale)

Corrono sul web e sulle chat private i primi coccodrilli per il Caimano. Per fortuna la notizia è fasulla: Silvio Berlusconi è ancora ricoverato al San Raffaele ma è in buone condizioni. La fake news della morte dell’ex premier è stata smentita dalle dichiarazioni in serie degli esponenti di Forza Italia (tra cui Licia Ronzulli: “Il presidente ha un po’ di febbre e male al piede, ma la situazione è sotto controllo. Berlusconi ci seppellirà”) e dalle rassicurazioni del suo medico Alberto Zangrillo: “Ogni giornata di lavoro al San Raffaele è molto impegnativa. TUTTI i miei pazienti stanno bene. Fatevene una ragione”. Gianni Letta, per tranquillizzare i giornalisti sulla salute di Berlusconi, ha fatto sentire a un cronista dell’Ansa la voce del fondatore di Forza Italia dall’altro lato del telefono. Letta infatti è stato raggiunto dall’Ansa per avere notizie sull’ex premier proprio mentre era in vivavoce con lui. Al telefono si è sentito l’ex presidente del Consiglio che salutava prima di terminare la conversazione. Letta ha tranquillizzato tutti: “Sta bene”. Berlusconi è al San Raffaele da quattro giorni: per l’ennesima volta è stato ricoverato in corrispondenza delle udienze del processo Ruby Ter. Potrebbe essere dimesso stamattina.

Gratteri: “Nessun ruolo nel summit all’autogrill”

“Non è vero che ho chiesto a Matteo Renzi di incontrare Marco Mancini. Sono disposto a depositare i miei tabulati telefonici delle settimane e mesi precedenti il 23 dicembre scorso. Non verrà trovata nessuna chiamata o messaggio a Renzi”. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, interpellato dal Fatto, smentisce seccamente la ricostruzione dell’incontro tra il leader di Italia Viva e l’agente Marco Mancini fornita ieri da Repubblica. Secondo il quotidiano, è stato Gratteri ad aver chiamato Renzi “pregandolo di incontrare Mancini che, evidentemente, in quella vigilia di Natale, comincia a sentire puzza di morto a Palazzo Chigi e ritiene utile un appoggio per la nomina anche da chi ha di aperto la crisi di governo mettendo in mora Conte”. Mancini, direttore di divisione al Dis (l’agenzia che coordina i due servizi per l’interno e gli esteri, Aisi e Aise), puntava a diventare vicedirettore di una delle tre agenzie di intelligence. L’incontro di cui si parla è quello — rivelato da Report — del 23 dicembre 2020 all’autogrill di Fiano Romano, dove un’insegnante vede — e filma — Matteo Renzi insieme a un uomo brizzolato, che poi si scoprirà essere Mancini.

Agente con alle spalle una brillante carriera nel Sismi (ora Aise) allora diretto da Nicolò Pollari, Mancini nel febbraio del 2013 è stato condannato in primo grado a 9 anni per il sequestro di persona dell’imam Abu Omar, rapito a Milano dalla Cia. La condanna è poi annullata dalla Cassazione, dopo una pronuncia della Corte costituzionale che interviene allargando i confini del segreto di Stato.

Mancini sperava di entrare nel giro di nomine dei vertici dei servizi segreti avviata da Giuseppe Conte nell’ultima fase del suo governo. Puntava a diventare vicedirettore del Dis, al fianco del direttore Gennaro Vecchione (ora rimosso dal presidente del Consiglio Mario Draghi). Per alcune settimane, lo 007 ha avuto buone possibilità, con il sostegno di Vecchione e con la non ostilità dei Cinquestelle. Consigliati anche dal magistrato antimafia Nicola Gratteri, che però puntualizza: soltanto nell’ambito di interlocuzioni e rapporti istituzionali.

Alla fine, però, Mancini resta fuori dalla tornata delle nomine di Conte. In quei mesi, Renzi aveva sollevato il problema della delega governativa ai servizi, che Conte aveva tenuto per sé (come permesso dalla legge che nel 2007 riforma le agenzie di sicurezza). Renzi insisteva perché la passasse a un sottosegretario. Proprio il 23 dicembre, l’ex premier lo ripete all’Aria che tira, su La7. Poi va a Rebibbia a visitare Denis Verdini (in quel momento detenuto). E infine incontra Mancini in autogrill. Fonti vicine a Renzi (che nel frattempo ha depositato una denuncia alla Procura di Roma chiedendo ai pm di acquisire le telecamere dell’autogrill, ma anche il filmato di quell’incontro) spiegano che quel giorno l’ex presidente aveva bucato l’appuntamento in Senato con Mancini e, partito per Firenze, lo aveva recuperato in extremis, grazie all’accordo tra la sua scorta e quella dell’agente del Dis. A Report Renzi spiega soltanto che Mancini gli avrebbe consegnato per Natale i Babbi di cioccolato, specialità romagnole, come romagnolo è Mancini.

Dopo Report, però, l’incontro è diventato un caso politico e istituzionale. Ora se ne sta occupando anche il Copasir, il comitato parlamentare che vigila sulle agenzie di sicurezza, che nei giorni scorsi ha proposto di passare la palla all’ufficio ispettivo del Dis, affinché apra un’indagine interna sui comportamenti di Mancini.

Gregoretti, il leghista salvo. Ora l’inchiesta finisce qui

Non ci sarà nessun processo per il sequestro dei 131 migranti trattenuti a bordo della nave della Guardia costiera Gregoretti, nell’agosto 2019. Il gup Nunzio Sarpietro del Tribunale di Catania ha deciso il “non luogo a procedere perché il fatto non sussiste” per l’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona per non aver concesso tempestivamente il place of safety (pos), ovvero il porto sicuro, lasciandola per cinque giorni in mare. La lettura della sentenza è stata accolta con delusione dagli avvocati di parte civile: un legale si è lasciato scappare un sarcastico “ottimo”, esternazione che non è piaciuta a Sarpietro: “I commenti li lasci da un’altra parte”. Visibilmente soddisfatto invece Salvini che rischiava una pena fino a 15 anni: “Questa giustizia dice che un ministro che ha difeso i confini dell’Italia ha fatto semplicemente il suo dovere. Sono contento e ribadisco che se e quando gli italiani torneranno a votare e ad attribuirmi responsabilità di governo, farò esattamente la stessa cosa”. Poi il riferimento al gup Sarpietro: “Questo giudice – ha detto l’ex ministro – ha approfondito, studiato, lavorato e si è preso le sue responsabilità. Altri probabilmente scelgono vie più comode”. Infine la stoccata del leader del Carroccio agli avversari, tra cui i pentastellati un tempo alleati: “Penso che l’Italia sia l’unico paese in Ue dove la sinistra manda a processo un ministro non per reati corruttivi, ma per scelte di governo. Spero che la sentenza sia utile al Pd e ai Cinque Stelle, le battaglie si vincono in Parlamento o in cabina elettorale, non in tribunale”.

La decisione di ieri mette d’accordo la linea del suo avvocato, la senatrice Giulia Bongiorno, e la Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, che aveva già chiesto per tre volte di archiviare l’accusa per il leader leghista. Secondo i magistrati etnei, i migranti a bordo della Gregoretti erano al sicuro, dovendosi considerare la nave stessa un pos transitorio, mentre i tempi dell’attesa a bordo prima dello sbarco furono dovuti alle trattative che l’Italia aveva instaurato con gli altri Paesi membri dell’Unione per il ricollocamento dei naufraghi.

Tutt’altra storia a Palermo dove Salvini è stato mandato a processo per il caso Open Arms che risale al mese successivo rispetto a quello di Nave Gregoretti. Ossia ad agosto inoltrato, sempre del 2019, quando ormai il leader leghista, consumata la svolta del Papeete, era certo di poter andare all’incasso elettorale forte anche dell’enorme consenso conquistato dalla sua posizione al Viminale sulla gestione degli sbarchi. E intenzionato per questo a metterci il carico anche a costo di smarcarsi dal governo gialloverde di cui egli stesso era parte: lo sbarco dei minori a bordo dell’ong spagnola avvenne solo dopo alcuni giorni, nonostante le insistenze dell’allora premier Giuseppe Conte (e pure le sollecitazioni del Tribunale dei minori di Palermo) che aveva ribadito a Salvini che rifiutarlo poteva configurare un’ipotesi di illegittimo respingimento. Ma non è tutto. Perché sull’intera gestione del caso Open Arms, Conte in una lettera aperta lo aveva anche accusato di sleale collaborazione dopo che quest’ultimo aveva firmato un nuovo divieto di ingresso nelle acque italiane (che i ministri della Difesa Elisabetta Trenta e delle Infrastrutture Danilo Toninelli si erano rifiutati di controfirmare) nonostante la rimozione del vincolo precedente da parte del Tar a cui aveva fatto ricorso l’ong. Alla fine, dopo che la nave era rimasta ferma per giorni davanti al porto di Lampedusa, i migranti vennero fatti sbarcare il 20 agosto e solo grazie all’intervento del pm di Agrigento Luigi Patronaggio che, dopo aver constatato le condizioni igienico-sanitarie a bordo ritenute critiche e l’esasperazione a bordo (alcuni uomini si erano lanciati in mare per disperazione), aveva disposto il sequestro dell’imbarcazione. Dopo un’odissea a bordo di una imbarcazione decisamente diversa rispetto alla nave Gregoretti della Guardia costiera. La prima udienza del processo Open Arms dove l’ex ministro dell’Interno è chiamato a rispondere di sequestro di persona e rifiuto di atti di ufficio, si terrà il prossimo 15 settembre.

Pure Salvini incontrò lo 007 Mancini durante la crisi Conte

Tra le frequentazioni politiche di Marco Mancini, sempre meno saldo nel suo incarico di caporeparto al Dis, dopo il polverone sollevato dall’incontro con Matteo Renzi, c’era anche Matteo Salvini. E adesso si spiega meglio l’immediata, convinta difesa che il leader della Lega ha offerto all’altro Matteo, messo sulla graticola da Report per il curioso rendez-vous sotto Natale con il dirigente dei Servizi: “Incontrare uomini dei Servizi segreti è assolutamente normale – aveva detto Salvini – anch’io ho incontrato, e continuerò a farlo, decine di uomini dei Servizi”. Anche Mancini, sì, dicono nella Lega. Anche a dicembre, lo stesso mese del colloquio Renzi-Mancini all’autogrill di Fiano Romano, mentre iniziava la crisi del governo Conte-2 e il capo di Italia Viva attaccava l’allora presidente del Consiglio anche per la sua decisione di mantenere la delega ai Servizi, senza affidarla a un sottosegretario. In quei giorni si discuteva anche della nomina dei vicedirettori dei Servizi: Mancini aspirava a un incarico che non avrà; probabilmente cercava – e magari ottenne – l’appoggio di Renzi. Ma si capisce fino a un certo punto l’urgenza di un incontro il 23 dicembre, antivigilia di Natale, in quella particolare location autostradale, durato 40 minuti secondo la professoressa che ha assistito.

Lo stesso Salvini ha confermato a Report, in un’intervista che andrà in onda lunedì, di aver incontrato Mancini “più volte, da ministro” e sulle prime dice di averlo visto “in ufficio, al ministero, non all’autogrill”. Quando però Walter Molino di Report gli dice di avere “una fonte che dice che invece lei lo avrebbe incontrato proprio in un autogrill”, Salvini sembra meno sicuro: “Non mi sembra di averlo incontrato in autogrill”. Poi, a domanda secca: “A mia memoria non l’ho incontrato in autogrill”. Insomma, potrebbe esserselo dimenticato. Una cosa è certa, la frequentazione tra i due ha radici antiche: “Mancini – racconta Salvini – l’ho incontrato ripetutamente, lo andai a visitare per la prima volta in carcere a San Vittore quando fu arrestato ed ero consigliere comunale”. Fu arrestato due volte a giugno e a dicembre del 2006, quando Salvini era consigliere a Milano, prima per il sequestro di Abu Omar e poi per lo spionaggio alla Telecom. Il suo vecchio amico Giuliano Tavaroli, che era alla Telecom, alla fine patteggiò, mentre Mancini ne uscì prosciolto, come per il rapimento dell’imam da parte della Cia, anche perché i governi confermarono il segreto di Stato sulle attività del Sismi di Nicolò Pollari di cui faceva parte, con ruoli di crescente rilievo fino all’incarico di capodivisione operazioni.

Mancini è ancora al Dis, il Dipartimento per le informazioni e la sicurezza che coordina le agenzie operative, Aisi e Aise. Si occupa dei finanziamenti, materia delicata su cui è entrato in conflitto con alcuni ex colleghi. Gennaro Vecchione, il capo del Dis nominato da Conte, martedì scorso l’ha difeso davanti al comitato parlamentare di controllo, il Copasir. Ma non sapeva granché dell’incontro con Renzi, definito “privato”. L’audizione, che non ha soddisfatto tutti i parlamentari, non deve aver favorito la sua permanenza al Dis, infatti Draghi l’ha rimosso appena 24 ore dopo sostituendolo con una diplomatica di lungo corso come Elisabetta Belloni, che lascia l’incarico di segretaria generale della Farnesina al capo di gabinetto di Luigi Di Maio, l’ambasciatore Ettore Francesco Sequi. Era una decisione già presa, dicono a Palazzo Chigi, la cui accelerazione risale a lunedì, dunque prima dell’audizione.

Ora bisognerà vedere se il Copasir vorrà sentire anche Salvini dopo aver chiesto al Dis un’indagine interna su Mancini, anche sulla base delle rivelazioni dell’ex emissaria del cardinale Angelo Becciu, Cecilia Marogna.

Sempre ai microfoni di Report , la donna sostiene che Tavaroli avrebbe cercato di usarla contro l’allora direttore dell’Aise, il generale Luciano Carta, ma l’ipotesi non è affatto accreditata in ambienti dell’intelligence. Anche Tavaroli nega tutto. I giorni di Mancini al Dis sembrano contati, peraltro lì si occupa dei fondi riservati ed è entrato già in contrasto. Intanto gli tolgono la scorta dell’Aisi, a Palazzo Chigi sono convinti che non sia necessaria. Ne elimineranno anche altre. Ed è ricominciata la guerra per bande nei Servizi e il Copasir è in stallo da tre mesi. Perché la presidenza dovrebbe andare all’opposizione, dunque ad Adolfo Urso di Fratelli d’Italia, ma il leghista Raffaele Volpi, vicino a Giancarlo Giorgetti, non la molla. A impuntarsi è stato proprio Salvini. Ora c’è il rischio che l’incontro tra i leader del centrodestra, previsto giovedì per sbloccare la situazione, non basti. Qualunque scelta sulla presidenza potrebbe essere letta come un favore o un dispetto a Salvini. E intanto il Comitato è azzoppato: due membri su dieci, Urso e il forzista Elio Vito, non partecipano. Giorgia Meloni attacca: “Così si piccona la democrazia, intervenga Mattarella”.

Professione pericolo

Le motivazioni della condanna di Chiara Appendino a 18 mesi per la disgrazia di piazza San Carlo confermano tre impressioni che avevamo avuto a caldo. 1) L’apprezzamento perché la sindaca non dice una parola contro il giudice (qualunque altro politico tirerebbe in ballo Palamara, che ormai si porta su tutto, e ora pure Amara). 2) Lo sconcerto per il fatto stesso che sia stata processata, e per giunta condannata per disastro, omicidio e lesioni colpose, pur avendo adottato tutte le misure di sicurezza in un evento organizzato – come sempre in questi casi – da una società ad hoc. 3) Il timore che, letta una simile sentenza, nessuno in Italia voglia più fare il sindaco o che, se qualcuno lo fa, proibisca qualunque evento di piazza, fosse anche una sagra di paese o una festa rionale. Quella sera del 3 giugno 2017, durante la proiezione in piazza di Juve-Real Madrid, una banda di rapinatori armati di spray al peperoncino scatenò un falso allarme bomba, un’ondata di panico e un fuggifuggi che provocò la morte di due donne e il ferimento di centinaia di tifosi, caduti o calpestati su un tappeto di vetri rotti (le bottiglie di birra che incredibilmente la polizia aveva lasciato vendere nella piazza transennata, dopo aver perquisito a uno a uno i tifosi). Il tipico evento imprevedibile, aggravato dalle colpe di chi gestiva l’ordine pubblico.

Invece il giudice fa di tutta l’erba un fascio: la sindaca fu “frettolosa, imprudente e negligente” (ma il transennamento e il filtraggio della piazza e la proiezione in un altro spazio, il Parco Dora, per alleggerire l’afflusso dicono l’opposto). Motivo? “È prevedibile che in un assembramento di migliaia di persone… possa accadere un qualunque avvenimento, naturalistico o antropico, atto a innescare una prima scintilla di panico”: “petardo, rissa, grido d’allarme per scherzo, infiltrazione di terroristi o squilibrati”. Siccome tutto ciò può accadere anche allo stadio, alle feste di quartiere, alle sagre patronali, ai concerti al palasport o all’aperto, nelle arene estive, nelle discoteche, se la sentenza diventasse definitiva nessun sindaco autorizzerebbe più nulla per non rischiare la galera. Quindi si spera che venga rivista in appello, assegnando a ciascun imputato le sue responsabilità personali, e non vaghe colpe “oggettive”. Nell’attesa, il M5S dovrebbe cogliere l’occasione dell’arrivo di Conte per metter mano al Codice etico. Giusto l’automatismo tra condanne e dimissioni per reati dolosi e gravi. Per il resto, l’ultima parola va a un collegio di probiviri: se i fatti non sono incompatibili con cariche pubbliche, niente dimissioni neppure in caso di condanna definitiva; se invece i fatti sono infamanti, fuori subito anche con un semplice avviso di garanzia.

I semiconduttori dimostrano scarso feeling con le automobili

Da un milione e mezzo a tre milioni di veicoli, a seconda di come andrà il secondo semestre dell’anno. Secondo gli analisti sarà questo il prezzo che l’automotive pagherà in termini di mancata produzione, a fine 2021, alla cosiddetta crisi dei semiconduttori che imperversa in ogni angolo del globo. Parliamo dei cari vecchi chip, che qualcuno solo di recente ha realizzato essere una parte fondamentale della sempre più sofisticata elettronica di bordo delle automobili, oltre che di pc, tablet e affini.

La pandemia ha rallentato gli approvvigionamenti, certo, ma molto hanno pesato anche le stime conservative, se non al ribasso, dei produttori sulla domanda (invece assai crescente) per quello in corso e per gli anni a venire. Di conseguenza, le catene di montaggio di tutto il mondo hanno rallentato, e in alcuni casi si sono proprio fermate.

Basta aspettare che passi la tempesta? E se sì, quanto? Una recente analisi di Standard and Poor’s ha affievolito le speranze per una soluzione entro fine anno. I colossi del settore, tra cui Intel, stimano che per il potenziamento delle fabbriche ci vorranno anche un paio d’anni. Tanti, ma paradossalmente il problema non è nemmeno questo. La questione vera sono le priorità: l’automotive assorbe solo il 10% della produzione mondiale ed è considerato un settore non strategico quanto quello dei computer, ad esempio. Il che significa passare automaticamente in fondo alla lista dei “rifornimenti”, quando la situazione si sbloccherà.

Agli automobilisti non piacciono le regole

Agli automobilisti italiani ed europei piace molto poco rispettare le regole. Almeno stando a quanto rilevato dall’undicesima edizione del “Barometro della guida responsabile” di Fondazione Vinci Autoroutes, che ha concentrato il suo studio sull’osservanza delle norme del Codice stradale e sanitarie.

Secondo l’indagine commissionata a Ipsos, il 75% degli europei (70% degli italiani) ammette di infrangere le prime e il 70% (66% dei rispondenti italiani) le seconde, introdotte per contenere il contagio da Covid-19.

La maggior parte dei trasgressori vìola la legge perché ritiene le norme non “sempre coerenti o adatte alle situazioni”: afferma ciò riguardo al Codice della strada il 52% e alle regole anti-Covid il 45% degli intervistati. Soprattutto, delle norme del Codice stradale il 29% ritiene che siano solo un pretesto per fare cassa (è anche il 38% degli italiani a pensarlo).

Alla guida, la norma meno rispettata (88%) è il limite di velocità, seguita dall’attraversamento di strade a semaforo rosso (62%), mentre il 51% ammette di non usare le frecce direzionali. La sosta in doppia fila? Un problema italiano (31%), ma anche europeo (28%). Infine, c’è anche un 3% degli automobilisti europei (2% di quelli italiani) che si mette al volante dopo aver assunto droghe.

Per il 54% del campione intervistato, la causa più diffusa di incidenti mortali stradali sarebbe, però, la disattenzione (è il 71% degli italiani a indicare questa risposta). Per quanto riguarda l’uso dello smartphone alla guida – l’11% ha dichiarato di aver rischiato un sinistro per questo motivo – il 53% dei conducenti europei afferma di utilizzare la connessione Bluetooth per telefonare, metodo considerato comunque causa di disattenzione.

C’è chi crede che guidare “trasformi” le persone: il 12% degli europei, infatti, si ritiene più irascibile, nervoso. Il 52% ammette di insultare gli altri conducenti nel traffico (sarebbe il 61% degli italiani a farlo) e, addirittura, l’84% sostiene di “aver provato paura” a causa dell’aggressività degli altri automobilisti.

McLaren 720s Spider, adesso l’auto “aliena” è arrivata sulla Terra

Con gli sportelli aperti come ali, la McLaren 720S Spider sembra un oggetto alieno appena arrivato sulla Terra. Il muso è cortissimo e l’abitacolo appare quasi appoggiato sulle ruote anteriori per far posto al V8 biturbo 4 litri, montato in posizione posteriore-centrale. La coda, rastremata, è caratterizzata da due led ricurvi sui quali si poggia l’ampia ala che in posizione di riposo è invisibile ma, appena le ragioni aerodinamiche lo richiedono, si alza rapidamente e inizia la sua “danza” alla ricerca della deportanza ideale a seconda dei frangenti di guida. E si posiziona quasi verticalmente durante le decelerazioni come fosse l’aerofreno di un aereo.

Alzando lo sportello con apertura a farfalla, si entra in un guscio di carbonio foderato di pelle scamosciata. La visibilità è totale, il lavoro fatto dai tecnici McLaren per l’ergonomia di guida è encomiabile. Con il tetto in cristallo, che si scurisce elettricamente con la pressione di un tasto, la sensazione è quella di essere circondati dal cupolino di un caccia militare, con il cielo a vista sopra la testa e la strada a pochi centimetri dalla seduta.

Premendo il tasto “Engine Start” il V8 prende vita con sonorità e vibrazioni inebrianti. Qui non ci sono sistemi ibridi, ma pura meccanica collegata a un avanzatissimo telaio di carbonio e alluminio. I 720 cavalli di potenza (da qui deriva il nome del modello) sono trasmessi alle ruote posteriori da un cambio doppia frizione a 7 rapporti. Le prestazioni? Fuori dal comune: lo 0-100 km/h è archiviato in 2,9 secondi e l’accelerazione prosegue, inarrestabile, fino alla velocità massima di 341 km/h.

Nonostante questi numeri, alle andature cittadine la fluidità dei comandi e la progressione di motore e cambio rendono la 720S Spider utilizzabile senza grosse difficoltà. Naturalmente, la musica cambia appena si preme con decisione sull’acceleratore. Con i selettori presenti in plancia, è inoltre possibile modificare indipendentemente le regolazioni di sospensioni e powertrain. Selezionando la modalità “Track” avviene una magia: la strumentazione si ripiega, scomparendo nella plancia, e vede la luce un sottile schermo Lcd che permette al guidatore di concentrarsi su pochissime informazioni: giri motore, velocità e marcia selezionata. A qualsiasi andatura, il bilanciamento della 720S Spider è eccellente, lo sterzo sembra connettere il pensiero del guidatore alle ruote anteriori e il limite di tenuta, più si forzano le andature, più sembra spostarsi in alto, diventando quasi irraggiungibile. Così come il prezzo: si parte da una base di 293 mila euro. Tuttavia, se ci si fa prendere la mano dagli optional il conto può superare agevolmente i 350 mila.

Il giallo? Che noia. Michel Bussi “Amo le storie one shot”

Michel Bussi ha pubblicato il suo primo romanzo a quarant’anni, dopo che da quindici scriveva nei ritagli di tempo dell’attività di geografo e professore universitario a Rouen, e spediva invano manoscritti alle case editrici parigine. Code Lupin, mash-up tra il ciclo di Arsenio Lupin e il Codice Da Vinci di Dan Brown, usciva nel 2006, dieci anni dopo l’autore era pubblicato in 35 lingue e con i suoi romanzi “suspense” (come ama definirli) era in vetta alle classifiche. Ancora nel 2021 è il terzo autore più venduto di Francia. Fino a poco tempo fa, però, c’era un libro che Bussi non aveva ancora scritto. Un thriller esoterico sul mito dell’Arca di Noè, che si chiude sull’Ararat, a migliaia di chilometri dall’ambientazione prediletta dei suoi romanzi, la Normandia (uno su tutti: Ninfee nere). Il romanzo si intitola Tutto ciò che è sulla terra morirà ed è uscito da poco.

Un thriller esoterico è in qualche modo un ritorno alle origini per lei?

In effetti è un’idea che avevo nel cassetto fin da giovane, e che ho anche cercato di sviluppare in molti modi diversi: dalle sceneggiature ai fumetti, ai film. La prima fonte di ispirazione è stato L’uomo che volle essere re di Rudyard Kipling.

Quanta dose di realtà c’è nella trama?

Negli anni ho accumulato una lunga bibliografia sull’Arca di Noè. Molto si basa su resoconti di esplorazioni sul monte Ararat realmente avvenute. Si può credere o meno a quello che dicono di aver trovato, ma il corpus di documenti su cui mi baso è reale. Poi mi sono divertito a prendere gli aspetti più misteriosi della documentazione e comporli a creare un universo di finzione originale.

Un ruolo importante lo giocano i rappresentanti delle religioni rivelate. Ma nessuno dei personaggi sembra davvero credente, non trova?

La storia ruota attorno a un segreto legato alla vita extraterrestre che, se rivelato, farebbe crollare le religioni monoteiste. Per questo ho inventato un organo totalmente immaginario come il Parlamento mondiale delle religioni e il suo presidente Viorel Hunor che cerca di evitare che il segreto venga portato alla luce. Non discuto l’esistenza di Dio né voglio presentare la religione come una macchinazione. Piuttosto, la trama riprende una costante storica, ovvero il fatto che i detentori dell’autorità hanno spesso sacrificato persone innocenti per preservare gli equilibri di potere, qualunque essi siano.

Perché non ha mai creato un personaggio ricorrente, magari un detective?

Avrei difficoltà. Prediligo le storie one shot, preferisco creare ogni volta da zero atmosfere e personaggi nuovi, che peraltro spesso muoiono alla fine del libro. In realtà, non sono un grande amante del giallo classico, con un ispettore, un delitto, una serie di potenziali colpevoli e un arresto conclusivo. Non che non ci abbia provato: ho cominciato un paio di romanzi partendo da un poliziotto incaricato di un’indagine, ma mi sono annoiato. Non è il mio modo di creare storie. Gli investigatori, per me, arrivano sempre molto dopo gli eventi.

Quindi non la affascina il razionalismo caratteristico del giallo…

Il codice del giallo è basato su una forma di razionalità piuttosto semplice. Penso che le mie storie in qualche modo facciano crollare questo castello razionalistico. Ma c’è dell’altro. Spesso i gialli sono un pretesto per affrontare temi di attualità, politici o sociali. Io cerco qualcosa che potremmo definire più “gratuito”, cioè concentrarmi sulla trama, sulla sua complessità e la sua originalità.

Il suo stile è cambiato nel tempo?

Se guardo Gravé dans le sable, il primo romanzo che ho scritto (poi riadattato e pubblicato nel 2014, ndr) non mi sembra di aver cambiato molto del mio modo di raccontare, di descrivere una scena o intrecciare un dialogo. Credo di applicare sempre la stessa intuizione: quando trovo la storia, trovo immediatamente anche il modo in cui farlo. Direi anzi che l’intuizione è il 90% del mio successo. Non ci sono ricette: uno scrittore ha successo quando la sua intuizione, cioè il modo in cui le storie si formano nella sua testa, incontra i desideri del pubblico.

A proposito, spesso è stato notato che molto del suo successo si deve al pubblico femminile…

La premessa da fare è che il pubblico delle lettrici è così ampio che qualunque scrittore ha un pubblico femminile a prescindere da ciò che scrive. Ciò detto, effettivamente i miei libri piacciono alle donne, probabilmente perché combinano la suspense con una dimensione più malinconica, a volte lirica, legata ai temi dell’infanzia, della maternità o della costruzione dell’identità. Temi che sono comunemente qualificati come femminili, anche se è una semplificazione. Però mi è capitato spesso di constatare che tra i miei lettori ci sono donne che non leggono volentieri altri tipi di polizieschi, come i noir. Da questo punto di vista, forse Tutto ciò che è sulla terra morirà è il mio romanzo meno adatto al pubblico femminile.

Palamara. Il pm Ielo sarà parte civile

Il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo sarà parte civile nel procedimento che vede coinvolti l’ex consigliere del Csm Luca Palamara e l’ex pm di Roma Stefano Rocco Fava. È quanto ha deciso il gup di Perugia Angela Avila che ha accolto la richiesta di Ielo. Il gup, nel corso dell’udienza preliminare, ha ammesso anche il ministero della Giustizia e l’associazione Cittadinanzattiva nei confronti dell’ex pm di Roma Fava, ora giudice civile a Latina, dell’ex presidente dell’Anm Palamara e dell’ex procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio. Nel procedimento compare come parte offesa anche l’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, attuale presidente del Tribunale Vaticano, che però non ha avanzato la richiesta di costituirsi nell’eventuale processo. Il gup ha rigettato, inoltre, la richiesta avanzata dalla difesa di Palamara di citare il Csm come parte offesa. In questo procedimento, Fuzio è accusato di rivelazione di segreto: secondo le accuse, “su istigazione” di Palamara gli avrebbe rivelato l’arrivo al Csm di un esposto presentato da Fava riguardante comportamenti “asseritamente scorretti” di Pignatone. Il pm Fava è invece accusato di accesso abusivo a un sistema informatico: la procura di Perugia gli contesta di essersi introdotto in un applicativo del Ministero della Giustizia acquisendo i verbali d’udienza e della sentenza di un procedimento “per ragioni estranee” a quelle per le quali aveva facoltà. Il suo obiettivo – per l’accusa – era di avviare una campagna mediatica ai danni di Pignatone e Ielo, anche con “l’ausilio” di Palamara.