“Il carcere a vita per i mafiosi: abolirlo è disonorare Falcone”

C’era da fare la guardia alla bara di Giovanni Falcone. Lo chiamano picchetto d’onore, ed è stato quel giorno che Nino Di Matteo ha dovuto indossare la toga per la prima volta. “Dopo aver realizzato il sogno di vincere il concorso in magistratura, io ed altri giovani colleghi siamo stati subito proiettati nella dimensione della tragedia”, racconta il magistrato in un’intervista sul prossimo Fq Millennium. Consigliere togato del Csm, per 25 anni Di Matteo ha indagato sui legami oscuri tra Cosa nostra e pezzi dello Stato. Quasi una carriera intera passata sotto scorta, segnata dalle minacce di morte di Totò Riina, dal piano per ucciderlo che – secondo alcuni pentiti – era stato ordinato da Matteo Messina Denaro, dagli scontri con i più alti livelli istituzionali, all’epoca dell’indagine sulla Trattativa. Una carriera che comincia proprio nel day after dell’Attentatuni, quando gli uditori del Palazzo di giustizia di Palermo risposero alla richiesta di Paolo Borsellino: allestire la camera ardente per le vittime della strage di Capaci con, accanto a ogni bara, un magistrato in toga. Anche di notte, quando dal palazzo erano andati via tutti.

Di Matteo, cosa ricorda di quella notte?

Il pianto sincero di tanti semplici cittadini. Lontano dai riflettori, arrivavano persone normali. Passarono dalla camera ardente di Falcone, magari prima di cominciare un’altra giornata di lavoro all’alba. E più in generale ho un ricordo di stravolgimento, che non potrò mai dimenticare. Ancora ne parlo con qualcuno di quei colleghi che, come me, erano giovani a quel tempo: sono convinto che ci porteremo per sempre dentro quel profondo coinvolgimento emotivo. Le stragi rappresentano un punto di non ritorno.

Ventinove anni dopo quel punto di non ritorno, sappiamo di non sapere. Alcune delicate indagini, tra Firenze e Caltanissetta, sono ancora in corso, altre sono state archiviate: le sentenze dicono che non conosciamo tutta la verità sulle bombe del 1992 e 1993.

Non è il caso di desistere. Non corrisponde al vero dire che non sappiamo nulla. I risultati conseguiti con le indagini e i processi sulle stragi non sono irrilevanti: non era scontato arrivare comunque all’affermazione di responsabilità di decine di esecutori materiali mafiosi.

Da decenni, però, si indaga su presunti mandanti esterni, mai – fino a oggi – individuati oltre ogni ragionevole dubbio.

È vero, ma è anche vero che la probabile cointeressenza di ambienti estranei a Cosa Nostra nell’ideazione e nell’esecuzione di quelle stragi è stata delineata proprio grazie alle indagini e ai processi. Semmai bisogna stare attenti a non celebrare quei martiri solo in un certo modo.

Sarebbe?

Fare memoria non può essere solo un esercizio retorico di devozione per le vittime di quelle stragi. Deve significare anche stimolare la ricerca della verità, per colmare le lacune che ancora ci sono. Fare memoria significa ricordare un dato oggettivo.

Quale?

Oggi stanno cominciando a realizzarsi alcuni degli scopi che Cosa Nostra intendeva perseguire nel momento in cui concepì quell’azione di ricatto allo Stato portato avanti con bombe e attentati esplosivi in tutto il Paese.

A che cosa si riferisce?

È certo che Riina e gli altri si muovessero tra le altre cose per abolire l’ergastolo, che significa veramente il fine pena mai, cioè il carcere a vita. L’apertura di alcune sentenze della Consulta e della Cedu a una sostanziale abolizione dell’ergastolo ostativo va in questa direzione. E ne sono consapevoli pure i detenuti all’ergastolo che hanno compiuto quelle stragi proprio con quest’obiettivo: ora sanno che possono sperare di tornare liberi.

I giudici della Consulta, però, hanno dato al Parlamento un anno di tempo per riscrivere la legge sull’ergastolo ostativo.

Già da qualche anno, però, quel sistema di contrasto alla criminalità organizzata si sta progressivamente smantellando. È un fatto oggettivo, e sto parlando di quel sistema di norme – che passa anche dal 41 bis – concepito da Falcone e poi finalmente entrato a pieno regime con i provvedimenti successivi alle stragi del 1992. Per approvare le leggi inventate da Falcone si è dovuta attendere la strage di Capaci. È per questo motivo che per tutta la magistratura la memoria di quei fatti deve costituire un punto di inizio dal quale ripartire.

Tutti con “David”. In Italia s’inscena l’annullamento dei palestinesi

Che il conflitto israelo-palestinese non favorisca reazioni politiche composte lo sappiamo da tempo. Materia scivolosa, che già descrivere il conflitto come tra due parti in lotta nasconde la realtà di una delle due parti priva di statualità.

Nell’escalation di queste ore, però, la lucidità e la capacità di affrontare il problema seriamente sono state spazzate via da una corsa furibonda, e anche un po’ grottesca – partiti che si accompagnano regolarmente a formazioni neo-fasciste in piazza in mezzo al Ghetto di Roma – a ridurre la realtà a una sola immagine in controluce, come quella “notte in cui tutte le vacche sono nere”.

La foto del- l’intero quadro politico italiano ammucchiato sul palco nel quartiere ebraico di Roma è proprio una di quelle foto unilaterali che stravolgono la realtà. Ha dovuto segnalarlo l’ambasciatrice palestinese a Roma, Abeer Odeh – economista con master in business administration a Chicago, forti legami con il Vaticano, non certo una militante di Hamas – che si è detta “intristita nel veder diversi leader politici italiani mostrare la propria solidarietà a Israele senza spendere una parola sulla sue responsabilità per quello che sta accadendo in questi giorni in quell’area”. E quindi con gli occhi chiusi di fronte alle occupazioni coloniche della West Bank, agli sfratti di Sheikh Jarrah, a quei 2 milioni di palestinesi che vivono a Gaza in condizioni impensabili. A un conflitto quasi secolare di cui a sinistra ci si è occupati sempre tenendo insieme le varie ragioni.

La foto della manifestazione di Roma – con tutti i partiti tranne Sinistra italiana o Rifondazione comunista – cancella quelle ragioni, annulla la questione palestinese e la risolve nelle manovre spregiudicate, e omicide, di Hamas. In una bella intervista al manifesto la scrittrice palestinese Suad Amiry spiega che la vera resistenza è “la disobbedienza civile di Gerusalemme” che, come sempre, è oscurata e sovrastata dalle bombe e dai razzi. Nemmeno il Pd riesce a raccogliere questi appelli, con piccoli problemi tra la base e con un vuoto politico che, in fondo, costituisce anche una vergogna.

Arabi ed ebrei buoni vicini, l’opportunità odiata dagli oltranzisti

I nodi son venuti al pettine prima del previsto. La pace dei forti, calata dall’alto, benedetta da Trump e sottoscritta da Israele con le ricche petromonarchie sunnite del Golfo – per le quali la questione palestinese altro non era che un sacrificabile vessillo propagandistico – si rivela solo un’illusione. Israele passa bruscamente dalla pace dei forti alla guerra dentro i confini di casa. Non solo Hamas e Jihad Islamica che sparano razzi da Gaza ma, per la prima volta, lo spettro di una guerra civile interna con la minoranza araba. Fa paura a dirsi, ma il nuovo teatro del conflitto sono le cosiddette “città-miste”. Da Gerusalemme a Haifa, da Akko a Lod, come negli anni Trenta del secolo scorso rischiano di diventare invivibili i luoghi in cui i concittadini ebrei ed arabi vivono ancora gli uni accanto agli altri. Esasperate dal prolungato lockdown, bande giovanili radicalizzate dall’integralismo religioso quando non da opposte tifoserie calcistiche, danno luogo a scorrerie violente, devastazioni di luoghi di preghiera, attacchi ad automobilisti isolati. Il sionismo religioso, un tempo minoritario, che si accontentava di sovvenzioni e di esenzioni dal servizio militare, ora avanza pretese di esproprio su luoghi che dichiara sacri, o comunque già appartenuti agli ebrei. Gli arabi israeliani che tutto sommato, nonostante le discriminazioni, si consideravano più fortunati rispetto ai palestinesi dei territori occupati, ora si sentono minacciati fin nella proprietà delle loro abitazioni. L’ingresso alla Knesset di un’estrema destra apertamente razzista, che propugna l’espulsione forzata degli arabi, risveglia i fantasmi del 1948 e del 1967: l’incubo di diventare profughi. Nelle “città-miste” i social diffondono messaggi video di denigrazione della fede altrui e di esultanza per i lutti della parte avversa: “morte agli ebrei”, “morte agli arabi”, si grida per strada. Né la costante crescita economica degli ultimi anni, né i successi conseguiti nella lotta al Covid, né la firma degli accordi di Abramo hanno potuto scongiurare questa improvvisa, barbarica degenerazione medioevale. Certo, a cavalcare la rivolta palestinese sono organizzazioni aduse al terrorismo contro i civili innocenti, forgiate da un’ideologia reazionaria. Ma se riscuotono consenso è perché da decenni l’establishment israeliano calcola che per tenere a bada gli arabi non serva altro che il bastone, accompagnato semmai da un po’ di corruzione. I divieti di assembramento durante il Ramadan, gli espropri di case, gli scontri “cercati” sulla spianata delle moschee di Gerusalemme, hanno diffuso la convinzione che pur di restare al potere Netanyahu è disposto ad assecondare l’oltranzismo dei sionisti religiosi. Ma a questi ultimi lo status quo non basta: vogliono “ebraicizzare” tutta la capitale per farne la loro roccaforte, in contrapposizione alla “laica” Tel Aviv. Il coprifuoco imposto a Lod, l’antica Lydda, a pochi chilometri dall’aeroporto internazionale, è forse la novità più gravida di segnali inquietanti. Non a caso il presidente Rivlin ha accusato gli arabi di avervi inscenato un vero e proprio pogrom antiebraico. Si tratta dei discendenti dei pochi palestinesi rimasti a vivere a Lod dopo l’evacuazione forzata del luglio 1948. Ari Shavit, il giornalista che ha raccolto le testimonianze su quel tragico episodio, ne ha tratto una conclusione difficile: per quanto dispiaccia a noi liberali dal cuore tenero senza quella durezza Israele non sarebbe nato. Ora la nuova guerra rischia di replicare maledettamente il dramma di 73 anni fa.

Linciaggi nelle strade: morire per un razzo è il male minore

Oggi è Id Al Fitr, la festa dell’interruzione del digiuno del Ramadan, la seconda festività religiosa più importante dei musulmani, che celebra la gioia per la fine di un lungo periodo di digiuno. Domenica invece è Shavuot, la festa ebraica della mietitura in cui si celebra il dono della Torah al popolo ebraico. Sarà difficile festeggiare, temo.

Mi sono svegliata con la testa pesante e un sapore amaro in bocca. Questa notte le sirene a Tel Aviv hanno suonato all’una di notte e poi di nuovo alle due. Mi sono alzata, mezzo addormentata. Intorno a noi si sono accese le luci in tante case e i cani hanno iniziato ad abbaiare di paura. Nell’incontro con i vicini per le scale non abbiamo parlato di razzi, che comunque sono caduti (ma forse meno di ieri). Non abbiamo parlato dell’Idf che continua a bombardare Gaza. Abbiamo parlato delle immagini che tutti abbiamo visto nel pomeriggio e durante la sera. Dei pogrom di ragazzi ebrei contro arabi, di ragazzi arabi contro ebrei. Dell’orrore di ciò che sta succedendo qui, vicino a noi, tra di noi, tra arabi ed ebrei, tra israeliani di una religione e di un’altra. Dei giovani delinquenti, la feccia di entrambe le parti, usati senza scrupoli per le loro debolezze da politici che ora si chiedono come mai e perché e adesso basta e si stupiscono che la polizia non riesca a fermare l’orrore. Chi sono i genitori di quei ragazzi? Chi li ha cresciuti? Da dove nasce tutto quell’odio? Tutta questa rabbia? Abbiamo parlato con sgomento dei tentativi di linciaggio, dei saccheggi senza senso e senza ragione, del cumulo di macerie di quelli che erano un tempo il famoso ristorante di pesce di Uri Buri e il suo albergo Effendi a San Giovanni d’Acri, dove l’anno scorso avevo festeggiato il mio compleanno. Sono stati il giorno e la notte degli orrori. Credo che di questo e solo di questo si sia parlato in tutte le case mentre nel buio della notte ormai estiva si accendevano le luci e il sonno interrotto ci spingeva in modo quasi automatico a riaccendere la televisione per vedere cosa era successo e chi e dove era stato colpito.

E di nuovo abbiamo visto quei ragazzi, quelle immagini. Tutto ben documentato, come usa in tivù, per non farci perdere niente, tra una pubblicità e l’altra. Persino morire sotto un razzo mi è sembrato in quel momento un pericolo minore di quello provocato dalle guerre interne di questo Paese. Dall’anarchia. Dalla paura. Da allora preferisco tenere la radio accesa. E seguo i notiziari. Ora per ora, minuto per minuto.

Uno dei feriti del linciaggio è stato attaccato a colpi di bastone e pietre. È un insegnante che era sceso in città con altri insegnanti per vedere se tra i giovani rivoltosi ci fossero anche suoi studenti. Gli hanno praticamente spaccato la testa. Si è salvato per un pelo, dicono dall’ospedale. Era arabo o ebreo? Mi chiede un’amica. Non lo so e non mi importa, le rispondo. Era arabo. “È inaudito quello che sta succedendo” mi scrivono invece dall’Italia. “Vi invidiavamo per aver gestito così bene la campagna vaccinale. Ormai non usavate neanche più la mascherina e siete persino in possesso di una specie di passaporto sanitario. Un sogno, per noi che non ci siamo ancora lontanamente arrivati. Dietro l’angolo, invece, vi aspettava un’altra piaga”.

E che piaga. Che incubo.

Ma non abbiamo scelta. La disperazione non serve a nulla. E tanto meno il pessimismo. Dobbiamo cominciare a muoverci. Già si stanno formando i primi gruppi “misti” di israeliani che non si piegano davanti a questo orrore, in primis di insegnanti e presidi ebrei e musulmani, poi di sindaci, di capi spirituali. Per Whatsapp c’è persino chi si organizza per distribuire fiori nei punti nevralgici, negli ospedali. Nelle strade, negli incroci. Sono le 14. Ora stanno suonando di nuovo le sirene, per la prima volta di giorno, qui a Tel Aviv. Piu che un ululato questa volta mi sembra un urlo di dolore.

1.600 bombe su Israele. Quasi 100 morti a Gaza

Dopo la pioggia di razzi lanciati nella notte da Gaza contro alcuni sobborghi di Tel Aviv e le zone residenziali limitrofe, nella tarda mattinata e per buona parte della giornata di ieri le sirene hanno suonato di nuovo anche in altre aree di Israele. Il movimento islamista e antisionista Hamas che controlla con pugno di ferro la Striscia è riuscito a spedire ben 1600 razzi per dimostrare la propria capacità offensiva.

La Radio militare israeliana ha spiegato che di quelli diretti verso aree abitate ne è stato intercettato circa il 90% grazie al sistema di difesa anti missile Iron Dome, che non ha però impedito la morte di 7 israeliani, compreso un bambino di sei anni colpito a Sderot. L’emittente radiofonica ha quindi aggiunto che in base a una inchiesta la morte, durante il primo giorno di conflitto, di tre bambini in un parco giochi a Gaza è da attribuire ad un razzo della Jihad islamica ricaduto dentro il territorio della Striscia. Da Gaza ovviamente negano che sia andata in questo modo. Resta il fatto che la formazione jihadista è diventata una realtà anche nella Striscia dopo essere riuscita negli anni a penetrare il territorio e fare proseliti nonostante Hamas abbia cercato di contrastarla per non rischiare di perdere la leadership dell’estremismo islamico. In questa nuova guerra con Israele però, Hamas e Jihad islamica stanno facendo fronte comune per prepararsi a contrastare il probabile ingresso dell’esercito nella Striscia. Il ministero della Sanità di Gaza intanto ha riferito che il bilancio dei palestinesi uccisi è aumentato a 87, di cui 18 bambini e otto donne. I feriti sono finora 530. Intanto 16mila riservisti sono stati richiamati per essere disposti nelle città israeliane a maggioranza arabo-palestinese dove si sono verificate per la prima volta violente proteste. Tel Aviv valuta anche una possibile operazione via terra e ammassa truppe al confine. Sul fronte interno la polizia israeliana ha aperto diverse indagini per scoprire chi sono gli estremisti ebrei che hanno istigato i connazionali arabi-palestinesi. A quanto scrive il Jerusalem post, le indagini si focalizzano sull’incitamento all’odio circolato sui social. “Questa sera alle 20 dimostreremo agli arabi di Haifa che questa è una città ebrea”, si legge su uno dei post circolati in rete. La scorsa notte vi sono stati violenti scontri fra gruppi di arabi ed ebrei in varie città israeliane. Nel frattempo Abu Obeida, portavoce dell’ala militare di Hamas, le Brigate Ezzedin-al Qassam, ha annunciato di aver utilizzato nuovi razzi denominati ‘Ayash250’ che avrebbero una gittata di 250 chilometri. Per rispondere all’offensiva, l’esercito di Israele ha colpito oltre 600 obiettivi militari. La tensione è sempre altissima anche a Gerusalemme Est, cuore della nuova escalation. Quasi 100.000 fedeli si sono radunati sulla Spianata delle Moschee per la cerimonia di Id al-Fitr, la festa religiosa per la fine del Ramadan. L’agenzia palestinese Maan ha sottolineato che il massiccio raduno si è svolto “nonostante le severe restrizioni imposte dalle forze di occupazione israeliane”. L’aria che si respira in Israele è quella di un conflitto destinato a prolungarsi. Lo dimostra, tra l’altro, la decisione del Comando del Fronte Interno di chiudere per l’intera settimana le scuole del centro e del sud di Israele. Sono state limitate anche le aperture dei negozi che non hanno accesso diretto ai rifugi e gli assembramenti di persone. Mentre le bombe dell’aviazione militare continuano a cadere sulla Striscia, gli sfortunati abitanti dovranno sopportare anche la mancanza di elettricità. Sembra che da domenica le riserve di combustibile per far funzionare i generatori elettrici si esauriranno. Il rifornimento di combustibile avviene tramite il valico di Kerem Shalom, che ora è stato chiuso. Da ieri gli aeroporti principali israeliani hanno sospeso i voli.

Ormai il virologo si crede Totti-gol

Vedendo il professor Massimo Galli inveire come fosse posseduto dallo spirito di Vittorio Sgarbi (“Ma si vergogni!”), poi annunciare il ritiro dalle scene come fosse Totti (ma solo per 15 giorni, poi vediamo i dati); ascoltando il professor Bassetti valutare il ddl Zan (“Mi sembra una buona legge, anche se io sono di idee liberali”); intercettando l’analisi della professoressa Viola sull’intervento di Fedez (“Non mi è piaciuta la scena, ma non mi piace il concetto di censura”), vedendo poi Lilli Gruber complimentarsi per l’uscita del libro della immunologa, dal veltroniano titolo Danzare nella tempesta… dopo queste forti emozioni catodiche, d’improvviso, ho capito perché il coronavirus varia, l’ho capito meglio di quando il professor Burioni lo spiega alla lavagna. Il virus varia per sopravvivere. O varia, o sparisce.

Ma facciamo un passo indietro. Un anno fa, in un clima di tenebrosa ignoranza, apparvero in tv i primi virologi, infettivologi, eccetera. Clinici reali, non George Clooney con il camice bianco o il dottor House. Uno shock per il pubblico, che non vedeva uno scienziato vero dai tempi di Dulbecco a Sanremo. Da allora, i prof non se ne sono più andati; hanno continuato a fornire previsioni più o meno fosche sulla pandemia. Ma se i contenuti erano sempre quelli, nei toni qualcosa ha preso a variare, ogni giorno si facevano sempre meno uomini di scienza e sempre più uomini di spettacolo, opinionisti fatti e finiti. La metamorfosi è più tangibile man mano che la terza ondata va scemando; chi insiste nel non sottovalutare la variante nigeriana; chi non disdegna di dire la sua sui fatti del giorno; chi impugna la sciabola per difendere Ippocrate dalla politica. Tutte mosse funzionali al poter restare in tv sine die, magari anche dopo l’emergenza. I virologi variano per sopravvivere, esattamente come i virus. Tra un anno rischiamo di trovarli ancora lì. E chissà se si troverà un vaccino: la variante televisiva sembra più infettiva della nigeriana.

Semplici custodi dell’uguaglianza

Il mio rapporto con MicroMega ha radici lontane. Nella primavera del 1986, quando la rivista di cui siamo qui a parlare vede la luce, ero professore di Diritto costituzionale a Torino.

Ero giunto a Giurisprudenza dopo un “parcheggio” a Scienze politiche, in quanto considerato non del tutto “affidabile” da parte di una Facoltà diffidente, tanto più dopo la scossa del Sessantotto. È una vicenda accademica che credo ormai non interessi a nessuno. Ma la storia è la seguente. Uno dei maggiorenti della Facoltà mi convocò per dirmi che essendoci bisogno di un nuovo professore di Diritto costituzionale, sarebbe stata messa a bando una cattedra, ma a condizione ch’io non presentassi domanda: sembrava a loro ch’io non fossi adatto, che l’habitat a me più consono sarebbe stato Scienze politiche. Naturalmente, non avevo alcun diritto a essere chiamato da quella Facoltà, ma nessuno poteva privarmi del diritto di proporre la domanda, diritto che avrei esercitato.

Fu così che tutta l’operazione venne bloccata; la gloriosa cattedra torinese di Diritto costituzionale, istituita nel 1851 dal Piemonte liberale come risposta alla soppressione da parte di Napoleone III della cattedra parigina di Pellegrino Rossi, fu in qualche modo congelata con destinazioni varie, perfino al Diritto canonico. Una storia che, a raccontarla tutta, darebbe uno spaccato di quella che era l’Università di allora: tutto sommato con una sua grandezza nell’arbitrio sovrano che vi regnava e meno svilita da piccole manovre e corruzioni. Alla fine, quella storia si chiuse per la forza delle cose: la pressione del numero di studenti.

Fu in quegli anni che entrai in contatto con MicroMega. Non direttamente, ma per via familiare. Vivevo con quella che sarebbe diventata mia moglie. Mio suocero era un lettore sistematico della rivista e, essendosi assunto un compito educativo nei miei confronti, mi passava i numeri per indirizzarmi sulla retta via. Ed erano fitti di foglietti segna-pagina, atti a segnalarmi le cose che dovevo leggere prioritariamente, in maniera che non mi disperdessi, che andassi al sodo. Era un avvocato ed evidentemente pensava che solo studiando il diritto non ci si formasse una sufficiente coscienza civica. Era un personaggio particolare. I cinici d’oggi l’avrebbero definito una “anima bella” e lo era effettivamente, ma non nel senso classico ch’essi attribuiscono a questa espressione. Abitava a Savigliano, un paese della provincia di Cuneo. La piazza principale di questo piccolo centro è caratterizzata da un porticato con relative colonne. Ne affittò una per affiggervi ogni giorno la prima pagina dell’Unità, cui era abbonato. L’idea era che la lettura servisse a bene orientare gli spiriti. E con lo stesso obiettivo passava a me i numeri di MicroMega.

Di quegli anni ricordo in particolare due battaglie della rivista di Flores d’Arcais: quella a fianco del pool di Mani pulite e quella contro Berlusconi o, per meglio dire, a favore di una democrazia sana. In entrambi i casi mi trovai perfettamente in linea con le posizioni espresse sulle sue pagine.

Non so se col senno di poi sia il caso di dirlo, non so se c’è da vergognarsene, perché a distanza di tanti anni sembra un mondo finito, e oggi sembra obbligatorio dire che quelle posizioni erano tutte sbagliate. Che ci siano stati errori ed eccessi è ben possibile. Ma erano contraccolpi di situazioni intollerabili: azioni e reazioni, insomma; non c’è da stupirsi. Oggi, in tempi di “normalizzazioni”, il pendolo è andato dall’altra parte e sembra politicamente scorretto dire d’essere stati da quella parte. Mani pulite aveva acceso grandi speranze. Ricordo di aver partecipato e presieduto a una manifestazione pubblica a Torino, presso il salone della Gam, cui partecipò Gherardo Colombo, un combattente con quell’aria mite da miope che oggi s’è ancor di più accentuata. C’era una folla traboccante. Col senno di poi, dovrei dire che quell’evento, come altri di quell’epoca, era cosa non poco bizzarra, anomala, perché di fatto era diventata una manifestazione popolare sui temi della giustizia. In tempi normali, non ci sarebbero state ragioni per spiegarla e giustificarla. Ma non erano tempi normali. Ci può essere normalità in tempi anormali? Non era un “partito dei giudici”, ma certamente sui temi della giustizia s’era determinata una passione popolare. In tempi normali – ripeto – la giustizia dovrebbe procedere freddamente, mentre allora il clima era caldissimo. In ogni caso, uno sbocco politico vero e proprio non sarebbe stato possibile. Ci fu il tentativo di strumentalizzare quel movimento d’opinione: profferte politiche a esponenti del pool di Mani pulite; fondazione d’un partito detto “dei valori”. Ma, nell’insieme, la giustizia si tenne lontana da tentazioni “populiste” alla Perón. I populisti furono altri, sulla sponda opposta alla legalità. La separazione dei poteri, principio costituzionale fondamentale, fu salvaguardata almeno formalmente. Oggi non è più questione – mi pare – di temere lo strapotere dei giudici, semmai il contrario: l’abuso di influenze della politica sui giudici: ancora una questione di autonomia della magistratura. Quanto alla seconda battaglia, quella per una democrazia sana, credo di aver ripetuto più e più volte ciò che andava dicendo anche MicroMega in quegli anni e cioè che con Berlusconi si stava creando un regime. Una sensazione che poi ho riprovato all’epoca del “renzismo”, suo naturale reinterprete: se sull’onda del successo alle elezioni europee del 2014 la riforma costituzionale fosse andata in porto, a mio avviso si sarebbe creato un serio problema democratico. Dico regime non nel senso di Pinochet, naturalmente, ma un “regimetto” – come si disse – in cui tutto si sarebbe strutturato sulle cricche di potere, di quelli che più volte ho chiamato i “giri”, i quali sono vere e proprie strutture della “costituzione materiale” difficilmente contrastabili. Devo averlo scritto anche su MicroMega. Quando vedi qualcuno che assurge a qualche carica pubblica e non ti sai spiegare in base a quali meriti ciò sia avvenuto, la domanda da farsi è: a che giro appartiene? Una delle cose che fa impantanare la democrazia è proprio l’esistenza di queste cricche, che sono interconnesse tra loro, in cui ci sono interessi non limpidi, spesso ai limiti della legalità e anche oltre, nei quali si entra a condizione di patti di fedeltà con quelli che stanno più in alto. Il male oscuro della democrazia è qui. Per non dire poi, come sosteneva, proprio su MicroMega (n. 1/2002) in dialogo con Piercamillo Davigo, uno che se ne intendeva come Giuliano Ferrara, che in questo sistema malato se davvero vuoi fare carriera politica devi essere ricattabile, cioè non libero, affiliato.

(…) In conclusione, se mi fermo a chiedermi quale può essere la funzione, il ruolo di MicroMega nel mondo che ci troviamo di fronte, mi pare di poter dire come segue. Libertà e uguaglianza, libertà e giustizia sono grandissimi ideali ma, per rendersi concreti e suscitare passione e adesione, devono calarsi nelle pieghe della vita degli uomini e delle donne concrete. Non basta parlare di “esseri umani”, di “umanità”. Orbene, queste pieghe sono tante e lì si consumano le scandalose ingiustizie di una società che, come la nostra, non fa che proclamare grandi princìpi ma lascia crescere e occulta i drammi di tanti, anzi della maggioranza di coloro che sono progressivamente spinti ai margini della vita sociale. Qui c’è bisogno di attenzione: è la politica nella sua dimensione sociale.

Olio la pratica se mi dai gasolio

Medie da sognoqui a Criminopoli. Ogni 12 ore un nuovo indagato per corruzione. Ogni 3 ore un nuovo indagato per reati di mafia. Ed ecco il totale dall’inizio dell’anno: sono 278 i presunti corrotti mentre ammontano a ben 1.152 i nuovi accusati di appartenere a un’associazione di tipo mafioso o di averla favorita.

Questa settimana il premio mazzetta va a Leonardo Iaccarino, ex presidente del Consiglio comunale di Foggia, che s’è fatto corrompere insieme con un ex dipendente del Comune, per “influenzare” gli uffici del municipio per accelerare i tempi di una “istanza di liquidazione” avanzata da un’impresa e il “suo successivo pagamento”. Non solo soldi, per Iaccarino, ma anche la promessa di 2mila litri di gasolio agricolo. Per quanto simbolico, il premio sarà revocato se Iaccarino dovesse essere archiviato o assolto. Ah, dimenticavamo: lo Stato non cattura Matteo Messina Denaro da 10.207 giorni.

 

278 indagati per corruzione

1152 accusati di mafia

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Giustizia, qualcuno fermi la ministra Cartabia

Chissà se i naufraghi 5Stelle avranno il coraggio di difendere la riforma di Bonafede di cui la Cartabia intende fare coriandoli. “Via loro o via voi”, il titolo del suo editoriale che consiglia ai giallorosa di stringersi a coorte. Faranno (forse e chi dei tre partiti?) un po’ la voce grossa, avranno forse qualche contentino, ci sono e ci restano, punto. A Conte, si legge nella bella intervista di Padellaro, Lerner e Zanca, non avrebbe spaventato l’ipotesi di stare all’opposizione, se i 5S non avessero in larga misura sostenuto il nuovo governo dei “migliori”. E non toccare più palla dopo averla avuta in mano per ben due governi? Qualcuno diceva che il potere logora, anche a non averlo.

Franca Giordano

 

Il ministro Cartabia ha proposto come riforma della giustizia il divieto dell’appellabilità dei pm e togliere l’obbligatorietà dell’azione penale: questo è un vero crimine. Dobbiamo scendere in piazza prima che sia troppo tardi.

Alessandro Tesi

 

I processi in tv non vanno fatti a Davigo

Ho seguito la trasmissione Di Martedì. Mi ha colpito, nell’intervista a Davigo, il ritmo incalzante delle domande (da vero giornalista che non concede sconti a nessuno) e le puntuali ed esaurienti risposte dell’ex magistrato. La linearità delle risposte ha indotto l’intervistatore a reiterare alcune domande già ampiamente spiegate dall’“imputato”… A quando un’analoga intervista, con lo stesso piglio s’intende, allo “statista di Rignano”? Suggerirei alcune domande tipo: non si vergogna di aver fatto spendere ai contribuenti milioni di euro per un “aereo bidone”? Non si vergogna di osannare, per trenta denari, un principe saudita accusato di essere il mandante di un orrendo delitto? Non si vergogna di aver pronunciato la famosa frase “Letta stai sereno” per poi agire in modo completamente diverso? Si programmi anche un’intervista alla Meloni leader di “Fasci d’Italia” chiedendole, come prima domanda, se abiura il fascismo e, in questo caso, reiterando sempre la stessa domanda, fino a che non risponde puntualmente.

Enrico Valmassoi

 

Al M5S non conviene l’alleanza stretta col Pd

Sto esplodendo di gioia nell’apprendere che alle Amministrative i 5S non faranno alcun accordo com l’inaffidabile Pd. Insieme a loro i grillini non hanno futuro, e non è difficile capirlo. Loro giocano su due campi, con FI e col M5S. Quando le proposte le fanno loro, se i grillini dicono di no,si alleano con le destre e le fanno passare. Se le proposte le fanno i 5S e loro non sono d’accordo, non passano. Quindi, i grillini sono in balia di questi affaristi alleati che fanno il bello e cattivo tempo senza vergogna. La strategia migliore è lasciare il Pd ad allearsi col centrodestra con cui amoreggia in segreto da tanto tempo, cosi per il MSS si apre una prateria come nel 2018. Come si fa ad allearsi con gente che fa il doppio gioco?

Salvatore P.

 

In politica servono idee, non basta la propaganda

Ho lavorato oltre 40 anni nello Sport e quando si poneva un problema all’Azienda si doveva dare anche un’ipotesi di soluzione altrimenti era meglio stare zitti e ascoltare chi ne sapeva di più. Questo modo di fare dovrebbe essere nel bagaglio dei nostri politici che parlano spesso senza sapere cosa dicono, lungi dal dare ipotesi di soluzione ai problemi. Eppure questi ci fanno le leggi e regolano il nostro modo di vivere. Mi viene alla mente quanto diceva mio padre: “Recriminare, criticare e giudicare lo sanno far tutti, specialmente gli stupidi!”

Maurizio Bolzoni

 

L’apertura di Draghi ai flussi migratori

Parlando in tema di immigrazione durante il “question time” alla Camera, Draghi ha dichiarato: “Nessuno deve essere lasciato solo in acque territoriali italiane, il rispetto dei diritti umani è fondamentale e la priorità nel breve periodo è il contenimento della pressione migratoria nei mesi estivi”. Questa frase va intesa come un invito ai migranti ad arrivare con i loro mezzi nelle acque territoriali del nostro Paese, che da lì in poi non saranno più lasciati soli dal governo? In altre parole Draghi ha invitato tutti coloro che vogliono venire da noi a farlo pure?

Pietro Volpi

 

Ancora apprezzamenti dai lettori del “Fatto”

Caro Marco, ti voglio ringraziare per il lavoro che portate avanti ogni giorno. Apprezzo molto lo stile della vostra scrittura e la capacità di essere, nella serietà dei testi, umoristici. Hai giornalisti di grande qualità e hai ospitato anche posizioni diverse dalla linea del giornale, favorendo la dialettica delle idee. Non voglio stabilire una graduatoria ma trovo sempre gustosa e di alta qualità la scrittura di Massimo Fini. Ricorda, come molti di voi, lo stile di Indro Montanelli. Io, uomo di sinistra, ho sempre letto con piacere gli articoli di Montanelli. Montanelli era un giornalista e scrittore di destra, ricco di qualità, serietà, dignità e onestà intellettuale, che lo ha portato a scontrarsi con il suo editore Silvio Berlusconi. Abbiamo bisogno di una vera destra come di una vera sinistra per ricostruire la nostra Italia. Purtroppo sembra non ci sia in questo momento nulla all’orizzonte.

Enrico Cillari

Beata gioventù. Grazie Helen Mirren che ha ridato dignità a noi anziane

 

Cara Silvia Truzzi, se fosse vero quello che dicono certe stupide polemiche sul video di Zalone ed Helen Mirren, noi donne anziane avremmo dovuto sentirci offese o almeno intristirci, invece è successo esattamente il contrario. Almeno alle “vecchiette” che dedicano maggior attenzione a preservare il proprio cervello che il proprio corpo, senza per questo doversi arrendere al “disfacimento“. Fra i moltissimi danni che questa pandemia ha creato, non sono certamente da trascurare quelli psicologici, e a mio parere sono stati i bambini e i vecchi a soffrirne maggiormente. Da settantenne ho potuto constatare come gli anziani, le donne in particolare, siano passate improvvisamente dal “dovere di essere giovani” (un invito piuttosto perentorio del mercato) a quello, più tacito ma non per questo meno chiaro, di togliersi di torno il più possibile per favorire l’economia e la libertà dei giovani. Secondo me il video di Zalone non è stato importante solo per favorire la campagna vaccinale, la Mirren ci ha fatto comprendere quanto una donna anziana dotata di intelligenza e di autoironia possa riuscire persino a essere “affascinante”. Le vecchie che c’intristiscono e ci offendono veramente sono quelle che per poter gareggiare con le figlie, addirittura con le nipoti, rischiano di sembrare degli avatar mal riusciti di quello che erano un tempo. Non voglio demonizzare i “ritocchini”, ma non comprendo come si possa scegliere di diventare “altre”, se non addirittura brutte, pur di essere giovani. Grazie a quel video, dopo un anno veramente triste, io e le mie amiche abbiamo finalmente “giocato” scambiandoci messaggi tipo: “Diamoci da fare prima che vaccinino anche le sessantenni e le cinquantenni, ora o mai più”. Siamo tornate per un po’ spensierate come delle ragazzine, “giovani” senza doverci coprire di ridicolo.

Enza Ferro

 

Carissima Enza, oltre a Helen Mirren (l’ironia è sempre il miglior vaccino), dobbiamo ringraziare anche lei, per la sua bella lettera, intelligente e condivisibile. Non so dire se è la società dei consumi ad averci imposto l’eterna giovinezza, l’eterna appetibilità sessuale. Le molte donne che subiscono questo imperativo, condannandosi a una schiavitù volontaria di plastica e silicone, non mi paiono così felici: il tempo non si può ingannare a lungo, prima o poi chiede il conto. Per fortuna si vedono avanzare incoraggianti segni di ribellione al diktat della bellezza immutabile!

Silvia Truzzi