“L’unica neutralità che accetterebbe Putin è lontano dall’Europa”

“Ben venga l’Ucraina neutrale come la Finlandia, ma dubito che le due parti in causa abbiano la stessa idea di ‘finlandizzazione’ – sostiene Ugo Tramballi, senior advisor di Ispi e giornalista del Sole 24 Ore –. Non credo la neutralità per la Russia sia la stessa dell’Occidente”.

“Neutrale” è un termine contendibile?

Temo di sì. La Finlandia ottenne lo status nel 1940 dopo tre mesi di “guerra d’inverno” con l’Urss. I russi vinsero, si presero l’11% del territorio finlandese, ma subirono perdite più pesanti di quelle di oggi. Dopo, Stalin e i suoi successori garantirono alla Finlandia di potersi determinare come paese democratico e, seppur neutrale, comunque legato all’occidente.

Non è lo stesso piano di Putin per l’Ucraina.

Credo che l’obiettivo di Putin sia proprio impedire che l’Ucraina diventi un paese occidentalizzato, libero e democratico. La Nato c’entra poco: l’ingresso dell’Ucraina è un’ipotesi assurda e accantonata da tempo. No, Putin vuole separare l’Ucraina dall’Europa. La vuole come la Bielorussia.

È possibile negoziare su queste posizioni?

Credo che il conflitto si possa chiudere decentemente solo se costerà il potere a Putin. Persino ai tempi dell’Urss c’era il Politburo, il centralismo democratico, una sorta di dibattito interno. Con Putin no: ha un potere assoluto, di cui non rende conto a nessun partito.

È tanto sacrilego interrogarsi sulle responsabilità occidentali?

Non lo è assolutamente. Responsabilità che iniziano negli anni 90, nel decennio di Eltsin, quando in Russia si intravedeva una democrazia in nuce, per quanto cleptocratica e confusa. Non fu incoraggiata. Un po’ come successe con la Repubblica di Weimar: nel 1919 Francia e Inghilterra imposero alla Germania una pace umiliante, spalancando le porte a Hitler. Riconoscerlo non significa giustificarlo, mi pare ovvio.

Così Kissinger suggerì la soluzione: “Ucraina come nuova Finlandia”

L’Occidente ha forse trascurato, sia nel 2014 che nelle ultime settimane, le ragioni della rigidità della Russia sull’Ucraina. È quanto emerge da una rilettura, otto anni dopo, dell’analisi scritta all’epoca dell’annessione della Crimea da Henry Kissinger sul Washington Post e dall’esistenza d’un documento del 1991 scovato da uno storico statunitense e ora riproposto da Der Spiegel. Anche se ovviamente nulla avalla o giustifica l’invasione decisa da Putin la scorsa settimana, che costituisce una palese violazione del diritto internazionale.

Del resto, Kissinger, nel 2014, dopo avere argomentato sui fondamenti storici della posizione di Putin, aveva concluso: “È incompatibile con le regole dell’ordine mondiale esistente che la Russia annetta la Crimea. Ma dovrebbe essere possibile mettere le relazioni della Crimea con l’Ucraina su una base meno ostica. La Russia riconoscerebbe la sovranità dell’Ucraina sulla Crimea. L’Ucraina dovrebbe rafforzare l’autonomia della Crimea nelle elezioni che si terranno alla presenza di osservatori internazionali”.

Nulla di tutto ciò è accaduto. E, anzi, otto anni dopo Putin non s’accontenta di riconoscere le autoproclamate repubbliche separatiste del Donbass, Donetsk e Lugansk, ma aggredisce tutta l’Ucraina, con l’obiettivo di un “cambio di regime” a Kiev. Kissinger, che ha 98 anni, oggi non commenta, ma non sarebbe certo condiscendente nei confronti del leader russo, ferme restando le considerazioni di allora.

Nel 2014, nel pieno della crisi innescata dalla sommossa di piazza Maidan, che aveva rovesciato Viktor Yanucovich, presidente ucraino democraticamente eletto, filorusso, l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale e segretario di Stato di Richard Nixon argomentava che l’Occidente doveva avere una più attenta valutazione delle esigenze di sicurezza manifestate da Mosca e soprattutto delle radici di quella “ossessione ucraina” espressa dal presidente Putin a tutti i suoi interlocutori Usa.

Kissinger è uomo da real politik. Oggi è meno presente sulla scena politica, ma resta una figura autorevole, seppur discussa. Nel 2014, scriveva: “L’Occidente deve capire che, per la Russia, l’Ucraina non può mai essere solo un Paese straniero. La storia russa è iniziata in quella che è stata chiamata Kievan-Rus. L’Ucraina ha fatto parte della Russia per secoli e le loro storie si sono intrecciate prima di allora. L’Ucraina dovrebbe essere libera di creare qualsiasi governo compatibile con la volontà espressa del suo popolo. I saggi leader ucraini opterebbero per una politica di riconciliazione tra le varie parti del Paese. A livello internazionale, dovrebbero perseguire un atteggiamento paragonabile a quello della Finlandia”.

E osservava: “Trattare l’Ucraina come parte di un confronto Est-Ovest affonderebbe per decenni qualsiasi prospettiva di portare la Russia e l’Occidente – in particolare la Russia e l’Europa – dentro un sistema internazionale cooperativo”.

Anche Der Spiegel spezza una lancia a favore delle richieste di Putin, ferma restando la condanna dell’invasione. Una delle tesi di Mosca, sempre respinta dall’Occidente, è che l’Alleanza atlantica si sia impegnata, alla caduta dell’Urss, a non espandersi a Est e che l’impegno sia stato disatteso.

Il settimanale tedesco scrive che una nota trovata nell’archivio nazionale britannico avallerebbe il punto di vista russo. In un incontro tra funzionari dei ministeri degli Esteri di Usa, Regno Unito, Francia e Germania – non ancora unificata – a Bonn il 6 marzo 1991, il rappresentante tedesco Jürgen Chroborg dichiarò: “Nelle trattative abbiamo chiarito che non estenderemo la Nato oltre l’Elba. Non possiamo quindi dare alla Polonia e agli altri l’ingresso nella Nato”. E il rappresentante Usa Raymond Seitz aggiunse: “Abbiamo chiarito all’Unione Sovietica che non trarremo vantaggio dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa dell’Est”. Di lì a una dozzina d’anni, tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia e i Paesi baltici sarebbero stati nella Nato.

Soldi da Mosca e lodi a Vladimir: la memoria corta dei russofobi

Nella psicosi di non apparire sufficientemente contro Vladimir Putin, i giornali italiani si sono appiattiti su una narrazione che rifiuta ogni analisi degli errori europei e americani. La demonizzazione di Mosca – di certo indifendibile sull’aggressione all’Ucraina – rischia così di cestinare anni di editoriali in cui gli stessi quotidiani sottolineavano la cecità della Nato sull’isolamento russo. Senza contare chi, come Repubblica, pubblicava un mensile finanziato dal Cremlino.

È forse questo il caso più eclatante delle contraddizioni mediatiche provocate dall’oblio auto-imposto, quello per cui oggi si fanno liste di proscrizione dei presunti putiniani. Dal 2010 fino al 2016, Repubblica è uscita in edicola con un supplemento mensile dal titolo Russia Oggi (a un certo punto trasformato in Russia Beyond), evidente richiamo a quel Russia Today oggi bandito da tutto l’Occidente per essere emanazione mediatica del governo di Mosca. D’altra parte era lo stesso giornale allora diretto da Ezio Mauro ad ammettere il legame tra il Cremlino e il suo supplemento: “Questo inserto – si poteva leggere in uno degli avvisi che accompagnavano la pubblicazione – è stato realizzato senza la partecipazione dei giornali e dei redattori di Repubblica. È finanziato dai proventi dell’attività pubblicitaria e dagli sponsor commerciali, così come da mezzi di enti russi”. Gli “enti russi” fanno riferimento a Rossiyskaya Gazeta, ovvero il quotidiano (a sua volta finanziato da Mosca) che curava la realizzazione dell’inserto. Stare dietro alle scatole cinesi – o alle matrioske, visto il contesto – può essere complicato, ma il senso è chiaro: per anni Repubblica ha fatto uscire in Italia una rivista megafono delle magnifiche sorti e progressive della Russia. È lì che si sono potuti leggere analisi del tipo: “Dialogo, impegno e pacifismo: i sentieri della democrazia”.

Quanto agli altri giornali, in molti scrivevano quello che oggi non si può più dire (ieri Dagospia ha riferito lo “sconcerto” dell’Università Luiss per le critiche alla Nato del “suo” Alessandro Orsina). Cinque anni fa, Antonio Armellini sul Corriere della Sera teorizzava: “Il nuovo ruolo della Nato e il dialogo con Putin – Non bisogna cedere al venticello da guerra fredda”. Si sosteneva che l’Ucraina avrebbe dovuto “costituire una zona di interposizione non conflittuale” perché “estendere verso Oriente la linea della Nato non serve”. In via Solferino anche Paolo Valentino ammoniva che “tanta paura dell’orso cattivo” fosse anche “il frutto di un pregiudizio”, mentre nel 2018 il giornale raccontava la “svolta di Putin”, pronto al “dialogo internazionale”.

Si arriva al Foglio, altro giornale che pur essendosi intestato la caccia al sovranista ha riconosciuto “la russofobia degli Stati Uniti” (15 aprile 2017) e più tardi, con il fondatore Giuliano Ferrara, ha sentenziato: “Nel mondo in cui la libertà è stata compressa seriamente, Putin giganteggia: oggi non lo si può disconoscere”. E se pure l’Unità criticava la politica dell’isolamento russo (“La tensione con la Russia va superata”), figurarsi cosa potevano dire i quotidiani di destra, in un momento storico in cui Matteo Salvini voleva scambiare “due Mattarella per mezzo Putin” e Silvio Berlusconi descriveva Putin come “un vero democratico, uno riflessivo, profondamente rispettoso degli altri, il leader numero 1 al mondo”.

Libero si complimentava col consueto bon ton (“Putin accoglie i bianchi vittime dei neri”), arrivando all’assioma: “Putin è più democratico della Merkel”. E figurarsi se potevano preoccupare le influenze russe in Italia. Anzi: “Magari Putin contribuisse a far vincere la Lega”. Notevole anche il cross over tra Libero e il Foglio, quando il giornale allora diretto da Pietro Senaldi intervistò Annalisa Chirico: “Putin non è un barbaro, aiutiamolo” (23 dicembre 2019).

Concetti ripetuti per anni allo sfinimento pure dal Giornale di berlusconiana famiglia (che oggi fischietta e intervista Marcello Pera in difesa della Nato), all’epoca guidato da Alessandro Sallusti. Nel 2015 Putin era “l’unico leader mondiale ad avere sempre una strategia chiara e il coraggio delle sfide solitarie”, mentre nel 2019 il Giornale spiegava “la grande occasione di Putin il pacificatore”. Sempre sul Giornale trovava spazio Marton Gyongyosi, uno dei leader del partito conservatore ungherese, ospitato per ribadire che “la Russia è l’unica che vuole difendere i nostri valori”. Nello stesso periodo – era il 2016 – Panorama (ancora nel gruppo Mondadori) scandiva parole definitive: “Odiando la Russia danneggiamo noi stessi”. Poi la memoria ha iniziato a fare difetto a tutti quanti.

Dietro quei sì i volti scuri dei 5S E Salvini non riesce a dire Putin

Il sì alle armi ha un prezzo che non si può nascondere. Lo raccontano le facce buie di certi 5Stelle, le urla come accuse degli ex grillini, il nervosismo fatto di rancore e imbarazzo di Matteo Salvini. Quello che all’ora di pranzo nell’Aula del Senato neanche riesce a scandire per intero quel nome e quel cognome che gli resteranno appiccicati come uno stigma, Vladimir Putin.

Secondo Salvini, che l’autocrate russo lo celebrava anche con le magliette, per l’attacco in Ucraina “vanno sanzionati politici e oligarchi”: ma niente nomi e cognomi. Non se la sente, il senatore che l’uomo della guerra riesce a citarlo solo così: “Non voglio sbandierare le foto con Putin di Renzi e Letta”. L’importante è che domenica aveva giurato: “Armi letali? Non in mio nome”. Mentre due giorni dopo a Palazzo Madama dice il contrario: “Presidente Draghi, lei ha il nostro totale mandato, dobbiamo essere fermi perché qui ci sono un aggressore e un aggredito”. E allora sì alla risoluzione da tutto il Carroccio, con un unico astenuto, il sardo Carlo Doria, che lo rivendica: “Non mi pare una buona cosa mandare armi ai civili”. È la via stretta della dissidenza dentro la maggioranza di quasi tutti: non esserci.

La scelta degli assenti ingiustificati, cioè non malati, impegnati in missione o altro. A Palazzo Madama otto forzisti, cinque grillini, un paio di Italia Viva. A dire un no dritto nell’area di governo c’è solo il 5Stelle Vito Petrocelli, il presidente della commissione Esteri, che con i russi ha sempre parlato apertamente. L’aveva promesso, quel voto contrario. Puntualmente arriva, e puntualmente in tanti, da Italia Viva a centristi vari fino al dem Andrea Marcucci, ne invocano le dimissioni da presidente. Giuseppe Conte, interpellato, lascia la palla alla capogruppo Mariolina Castellone. E la linea è difendere Petrocelli: “Non sono previste sanzioni, non era un voto di fiducia”. Lui farà di tutto per resistere, qualche collega sbuffa. Perché un no tra i grillini lo avrebbero detto volentieri in diversi. Ma non c’è più, il M5S equidistante in politica estera – ma sovente filo-russo – degli anni che furono. Ora i 5Stelle sono in qualche modo, ancora, al governo.

Non si può dire di no, anche se Gianluca Perilli si macera: “Tanti dei nostri mi chiameranno per discuterne, ma questa è una guerra”. Non si può fare diversamente, anche se Gianluca Ferrara in Aula sostiene: “Le armi non sono lo strumento per dirimere contese geopolitiche”. Parla anche di allargamento della Nato, tanto che Draghi gli risponderà. “Ma il tema non è neppure la risoluzione, è il decreto” afferma poi davanti a un caffè che sa di consolazione. Si avvicina un veterano, Andrea Cioffi: vestito di nero, e non pare un caso. Alle spalle ha un’esperienza in Afghanistan, nel 2003, per aiutare a realizzare un ospedale di Emergency. Riflette, Cioffi: “Quando ero lì mi sono spesso chiesto se fosse giusto usare un mitra per difendersi”. E comunque il passato recente tira per i piedi i grillini. Alla Camera provvede l’ex 5Stelle Raphael Raduzzi, ora in Alternativa c’è.

È il primo a parlare a Montecitorio, nel pomeriggio, e sono subito proteste e contestazioni, mentre il deputato urla al microfono: “Per l’ennesima volta questo governo si comporta in maniera illegale e illegittima fornendo armi all’Ucraina”. Gli ex di Alternativa hanno votato contro in tutte e due le Camere. Difficile farlo, mentre i parlamentari sui telefonini guardano i missili che abbattono palazzi come castelli di sabbia. Per Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) l’invio degli armamenti resta “un errore”. E poi, ricorda, “le armi italiane vengono usate contro l’Ucraina, e i governi Berlusconi e Renzi sono stati campioni di questo commercio”. Fratoianni ottiene il voto per parti separate della risoluzione, accorgimento che gli permette di votare contro solo alla parte relativa alle armi. In Senato non era stato possibile. Alla fine a Montecitorio dicono di no alla spedizione di armamenti in 25, compresi tre leghisti, e si astengono in 12, tra cui qualche 5Stelle e l’ex presidente della Camera Laura Boldrini. Fuori, una Roma avvolta dal gelo. Ma qualcuno ieri sera avrebbe sentito freddo ugualmente.

Armi: risoluzione in bianco che umilia Camera e Senato

Se fosse stato l’ennesimo decreto approvato d’urgenza scavalcando il Parlamento, forse nessuno se ne sarebbe accorto. Ma quando, nella notte tra lunedì e martedì, i capigruppo delle commissioni Esteri di Camera e Senato hanno ricevuto la risoluzione firmata dal dem Piero Fassino, in molti sono saltati sulla sedia. Non tanto per il merito del documento approvato ieri a larga maggioranza in Parlamento – l’invio di “strumenti e apparati militari”, cioè armi, all’Ucraina – quanto per il metodo: dopo il voto di ieri, da qui al 31 dicembre il governo avrà mani libere su armi e truppe da mandare in guerra e non dovrà più rispondere al Parlamento. Ché dopo la risoluzione, l’unico altro voto con cui le Camere potranno influenzare l’azione dell’esecutivo sarà la conversione del decreto approvato lunedì in Consiglio dei ministri con cui viene dichiarato un nuovo stato d’emergenza e autorizzato l’invio di 3.400 soldati al confine con l’Ucraina e di armi per 50 milioni. Poi più niente. Tutto sarà demandato ai decreti interministeriali scritti dai ministeri della Difesa, Esteri ed Economia che potranno decidere quali e quante armi mandare in Ucraina.

Una decisione, quella di approvare una cornice molto generica che dia potere assoluto al governo sulla guerra, che non è piaciuta all’asse Lega-M5S. Nella riunione di lunedì con il ministro per i rapporti col Parlamento Federico D’Incà, il primo a farsi sentire è stato Gianluca Ferrara, senatore del M5S, che ha manifestato tutti i suoi dubbi sull’invio di armi: “Siamo in guerra – si è sfogato Ferrara con i colleghi – e il Parlamento dovrebbe essere sempre coinvolto”. Subito dopo gli ha dato manforte il leghista Stefano Candiani che prima ha chiesto di motivare l’invio di armi solo “per legittima difesa” e poi che il Parlamento “voti di volta in volta l’autorizzazione a mandare missili e mitragliatrici”. Non solo. Perché è stata Loredana De Petris, capogruppo del Misto, a far notare un’altra sgrammaticatura istituzionale: “Il Parlamento è chiamato ad approvare una risoluzione dopo che il governo ha già deciso tutto con un decreto, così non va”. Ma non c’è stato niente da fare. Fassino si è impuntato: “Serve velocità, siamo in una crisi”. D’Incà invece ha provato a rassicurare i presenti spiegando che “il Parlamento convertirà il decreto” e che i decreti interministeriali “passeranno dalle commissioni competenti”. Per poi concedere un inciso ai partiti riottosi: nella risoluzione si legge che le armi vengano mandate “tenendo costantemente informato il Parlamento”. Un contentino o poco più perché il parere delle commissioni parlamentari sui decreti interministeriali non è vincolante e il governo potrà avere mano libera fino alla fine dello stato d’emergenza.

Così, alla fine, i partiti hanno dovuto incassare, pur storcendo la bocca. “Avremmo preferito che l’azione del governo fosse conseguente degli indirizzi del Parlamento” ha detto Candiani. La Lega pensa di presentare un emendamento al decreto per obbligare il governo a passare dalle Camere. Mentre De Petris ci va giù pesante: “Così il Parlamento viene mortificato – attacca – quella di oggi (ieri, ndr) è un’autorizzazione molto anomala”. Anche Giorgia Meloni, nel suo intervento a Montecitorio, ha posto il problema del Parlamento scavalcato: “La crisi non diventi il pretesto per calpestare la democrazia. È grottesca una nazione nella quale ci sono contemporaneamente due stati di emergenza”. Enrico Letta, lo yankee di Draghi, invece parla di “polemica inutile”.

“Reagiremo”: ora Draghi trascina l’Italia in guerra

“Non è vero che ci siamo rassegnati nel perseguire la pace. Vi ringrazio molto per il ruolo che alcuni di voi mi vogliono attribuire. Non credo che occorra cercare un ruolo, occorre cercare la pace e su questo potete contare che lo farò”. Nella replica alla Camera, le implicazioni e il senso dell’intervento di Mario Draghi diventano chiarissime. Su più piani. Se da una parte la guerra è un’evidenza, dall’altra il premier in qualche modo ammette che un ruolo in questa crisi fino ad ora non l’ha giocato. “Per cercare la pace si deve volere la pace, e chi ha più di 60 chilometri di carri armati e altri blindati alle porte di Kiev non vuole la pace in questo momento”, scandisce Draghi.

Davanti a un Parlamento vagamente schizofrenico, che da una parte lo applaude in continuazione e tributa ovazioni a Volodymyr Zelensky e al popolo ucraino, dall’altra lo attacca, sia negli interventi in Aula, sia nelle conversazioni in privato, Draghi si presenta per chiedere il voto su una risoluzione unitaria. Un sì all’invio di armi, prima di tutto, un sì al all’uso del carbone. Un sì a una politica dell’accoglienza molto più decisa. E un sì a una cessione di sovranità nei confronti dell’Unione europea. Ma l’intervento del premier ha anche l’obiettivo di avvertire che ci saranno conseguenze sulle vite di tutti. Perché con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia finisce l’illusione “che potessimo dare per scontate le conquiste di pace, sicurezza”. L’Italia “farà la sua parte” avverte il premier. “Forse Putin ci vedeva impotenti, divisi, inebriati dalla nostra ricchezza. Si è sbagliato, siamo stati e saremo pronti a reagire, a ribattere, per difendere i nostri valori”, dice vivacemente, ancora nella replica.

Si è preparato a lungo e con cura il premier. Dopo giornate caratterizzate da interventi poco incisivi e poca chiarezza nelle comunicazioni, Draghi doveva dare un’impressione di sicurezza e fermezza. Prima di tutto, nell’attribuire le responsabilità: “L’aggressione – premeditata e immotivata – della Russia verso un Paese vicino ci riporta indietro di oltre ottant’anni, all’annessione dell’Austria, all’occupazione della Cecoslovacchia e all’invasione della Polonia”. Il parallelo con il nazismo è esplicito. Mentre “il ricatto estremo del ricorso alle armi nucleari, ci impone una reazione rapida, ferma, unitaria”. E se ammette le difficoltà dell’Italia in caso di interruzioni nelle forniture di gas dalla Russia, Draghi assicura che il nostro paese ha ancora 2,5 miliardi di metri cubi di gas negli stoccaggi. C’è anche una pars construens nel suo intervento: il percorso verso la Difesa comune Ue, il lavoro in corso sulle nuove regole di bilancio in Europa, una politica nella gestione dei migranti fatta di condivisione della responsabilità (non a caso ringrazia Polonia e Ungheria per il lavoro che stanno facendo: un modo anche per inchiodarli). E poi annuncia: “Ho proposto di prendere ulteriori misure mirate contro gli oligarchi. L’ipotesi è quella di creare un registro internazionale pubblico di quelli con un patrimonio superiore ai 10 milioni di euro. Ho poi proposto di intensificare ulteriormente la pressione sulla Banca centrale russa e di chiedere alla Banca dei Regolamenti Internazionali, che ha sede in Svizzera, di partecipare alle sanzioni”.

Qualche difficoltà diplomatica si evince nella ricostruzione del mancato collegamento con l’Eliseo di martedì sera. “Sono stato invitato dal presidente Macron nel pomeriggio”, dice.

Eppure, l’impegno era nel comunicato di Palazzo Chigi della mattina. Attribuisce il mancato collegamento a problemi di connessione. Ma non risparmia una critica velata a Macron: nei tentativi di parlare con Putin “le sue dichiarazioni sono smentite da fonte russa”.

Il Parlamento alla fine gli dà l’unità che chiede: 224 sì al Senato, dai 459 ai 521 sì alla Camera, alle 12 mozioni in cui è stato frazionata la risoluzione.

E Draghi apre al registro dei conti offshore per i russi (e per gli altri?)

Sembra paradossale ma – se i governi occidentali avranno davvero coraggio – le sanzioni alla Russia possono essere un punto di svolta nella lotta ai paradisi fiscali e ai patrimoni nascosti al fisco. Ieri il premier Mario Draghi nel discorso alle Camere ha annunciato di aver “proposto ulteriori misure mirate contro gli oligarchi. L’ipotesi è creare un registro internazionale pubblico di quegli oligarchi con un patrimonio oltre i 10 milioni”.

La proposta è stata avanzata dagli economisti francesi Thomas Piketty e Gabriel Zucman (e raccontata ieri dal Fatto), colpire la Russia in un punto vulnerabile: la grande concentrazione della sua ricchezza. Il top 1% dei ricchi russi possiede infatti il 20% del Pil e un quinto della ricchezza delle famiglie è offshore (sale al 50% se si considera lo 0,01% più ricco). Parliamo di patrimoni immensi in case di lusso e quote societarie occultate grazie a società di comodo in Paesi come Gran Bretagna, Cipro, Irlanda, Lussemburgo etc. Invece di sanzioni massive che colpiscono tutta l’economia e soprattutto i più poveri, l’idea è di tassare al 20% (e congelare il resto) i patrimoni offshore dei russi oltre i 10 milioni: parliamo di 20mila persone su 110 milioni totali. Si eviterebbero sofferenze alla popolazione e questo gruppo di persone potrebbe effettuare una forte pressione sul Cremlino.

Per farlo, però, serve sapere chi sono i veri detentori delle ricchezze. Da anni la Commissione internazionale per la riforma della tassazione d’impresa (Icrict), di cui fanno parte Piketty e Zucman, ha proposto un registro patrimoniale globale. Uno strumento fondamentale ma finora ostacolato dai governi occidentali perché sarebbe una svolta anche nella lotta al riciclaggio e all’elusione fiscale dei ricchi occidentali. L’apertura di Draghi (l’Inghilterra pensa a un registro dei beni immobiliari) può aprire una nuova fase, ma serve coraggio di non limitarsi solo ai russi. I governi lo avranno?

Gas e controllo dei capitali per ora tengono a galla Putin

Le ultime sanzioni alla Russia hanno scosso i mercati. Superato l’approccio del 2014 con le sanzioni mirate su banche e oligarchi, si è attaccato il cuore della “fortezza russa”, il portafoglio di riserve valutarie e oro che a gennaio era arrivato a 640 miliardi di dollari, preparato con cura per resistere a un’escalation finanziaria. L’esclusione di 7 banche russe dal sistema Swift e soprattutto il congelamento delle riserve detenute nelle economie del G7 hanno avuto conseguenze rilevanti. Forse Putin sperava che le riserve in Ue fossero al sicuro, fatto sta che quello che è stato costruito per anni è stato reso inutilizzabile in poche ore.

Lunedì mattina le succursali europee della Sberbank, la prima banca russa, sono state messe in “risoluzione”, un fallimento pilotato. Il cambio del rublo ha perso subito oltre il 30%, chiudendo a -25%. La Borsa russa è stata chiusa e anche ieri non ha riaperto.

Questa tipologia di sanzioni non è nuova, ma quello che sorprende è la rapidità con cui ci si è arrivati e la dimensione delle risorse e delle controparti oggetto. Si è arrivati anche a superare uno dei cardini del sistema finanziario: la terzietà del sistema bancario svizzero. Nemmeno nella seconda guerra mondiale fu abbandonato e la banca centrale Svizzera e la banca dei regolamenti internazionali rimasero controparte della banca centrale del Reich tedesco eseguendone i trasferimenti di oro. Prima di capire se ci fosse una strada mirata per colpire Putin piuttosto che tutta l’economia, si è scelto di agire subito forte, forse sperando che il danno al Paese sarebbe stato tale da consentirne il rovesciamento.

La speranza è che si sia studiato anche un modo per evitare una transizione traumatica in un Paese che ha l’atomica. Se così fosse, l’aver escluso dalle sanzioni le esportazioni di petrolio e gas e di altre materie prime e beni alimentari potrebbe consentire di evitare il collasso finanziario dell’economia russa. Le risposte di Mosca, comunicate sempre lunedì, se non potranno evitare il forte colpo all’economia, dovrebbero però essere in grado di scongiurare il crollo incontrollato del rublo e mantenere una certa stabilità finanziaria interna. La Russia ha messo un grosso tappo alle fuoriuscite di valuta estera attraverso il controllo dei capitali: ha bloccato tutti i pagamenti in valuta dei russi verso l’esterno, sospendendo il pagamento dei 490 miliardi di dollari di debito estero; l’obbligo alle imprese esportatrici di convertire in rubli l’80% dei propri incassi le ha sostituite alla banca centrale nella difesa del rublo. Se a questo aggiungiamo che a Mosca è ancora consentito di ricevere capitali legati alle esportazioni di petrolio e materie prime, che contano quasi l’80% dell’export e le hanno garantito un surplus commerciale nel 2021 di 200 miliardi di dollari (e potrebbe essere di 50 miliardi nel primo trimestre 2022) non è fuori luogo ipotizzare che l’economia russa possa aver preso un brutto colpo, ma non collassi.

Diverso esito si avrebbe invece se fosse fosse applicato un completo blocco dei pagamenti, tagliando di fatto i petrodollari che permettono al Paese di importare i beni di cui ha necessità. Allora lo scenario venezuelano – niente beni importati e tracollo della moneta – sarebbe quello più probabile. Ma non siamo ancora a tanto.

Non sappiamo se l’esclusione del petrolio e altro dalle sanzioni sia legata ai rischi per l’economia europea di uno stop alle forniture russe, come ha fatto trapelare l’amministrazione Usa, o se non si voglia affondare completamente il colpo per paura di una crisi incontrollata. Certo è che le misure prese spingeranno ancora di più tutti quei Paesi, Cina in testa, che hanno criticato gli squilibri dei sistemi di pagamento attuali centrati sul dollaro, verso sistemi alternativi che possano sostituire l’impalcatura finanziaria attuale, dalla quale, come si è visto, si può essere cacciati in un fine settimana. Una spinta alla dedollarizzazione. Non sarà però una cosa semplice, non nel breve termine perché il sistema di pagamento è un’impalcatura fatta di convenzioni, strutture, rapporti di fiducia e garanzie che non possono essere superati senza danni enormi. Serviranno anni, ma la strada sembra ormai segnata. Uno scenario che potrebbe non far piacere agli Usa.

Il bitcoin decolla: tra Washington e Mosca è scontro sulle criptovalute

La guerra tra Russia e Ucraina si combatte anche con le criptovalute. Molti usano gli asset digitali per finanziare Kiev o sfuggire alle sanzioni contro Mosca. Gli Usa così hanno chiesto alle piattaforme di scambio di token di bloccare le transazioni riconducibili a clienti russi sanzionati.

Bitcoin al decollo. La principale criptovaluta mondiale, che al momento dell’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio era precipitata a 34.636,7 dollari, è decollata dopo le sanzioni contro Mosca. Ieri alle 14 ha segnato un massimo di 44.673 dollari, con un rialzo del 18,1% dalla mezzanotte di lunedì, per poi ritracciare a 43.400 dollari. Anche altre criptovalute come Ethereum sono aumentate. Il denaro fluisce nelle stablecoin, criptovalute ancorate a valute forti come dollaro, euro o yen. Da venerdì, le transazioni sulle stablecoin rappresentano oltre l’83% degli scambi.

Sul fronte russo, le transazioni in bitcoin dal rublo lunedì hanno raggiunto i 60 milioni di dollari, ai massimi da maggio. Lunedì gli scambi tra rublo e la stablecoin Tether hanno raggiunto i 29,4 milioni di dollari, il loro massimo di quest’anno e circa tre volte più di una settimana fa.

La posizione Usa. Lunedì l’amministrazione Biden ha chiesto alle piattaforme di criptovalute di collaborare per garantire che persone e società russe non usino le cripto per eludere le sanzioni. Casa Bianca e Tesoro Usa hanno chiesto aiuto ai maggiori exchange mondiali per bloccare le transazioni russe. La mossa sottolinea il ruolo degli asset digitali. Finora, gli Usa si sono limitati a “esortare” le piattaforme cripto a fermare i clienti inseriti nella lista delle sanzioni. La risposta degli exchange è stata tiepida. Binance, la maggiore al mondo con sede alle isole Cayman, ha affermato che non intende bloccare tutti gli utenti russi, ma ha preso misure per identificare i portafogli cripto di individui sanzionati. Anche Okx non intende bloccare tutti i portafogli russi. Jesse Powell, fondatore di Kraken, ha detto di non poter bloccare i clienti russi “senza un obbligo legale”. Ftx e Coinbase (quotata al Nasdaq, la Borsa tecnologica Usa) collaborano con gli Usa, ma su base selettiva.

“Non è possibile tagliare fuori i nodi russi dalla blockchain – afferma Lorenzo Zaccagnini, blockchain developer a Kaaja – perché la rete cripto è distribuita. Gli Usa possono chiedere agli exchange di congelare i capitali dei portafogli russi e interrompere la conversione tra cripto e valute a corso legale, ma bisogna identificare i portafogli attraverso il loro indirizzo Ip. Per riuscirci serve l’intelligence che profili gli indirizzi dei portafogli, li localizzi e li associ ad altre attività. Questo consentirebbe di bloccare grosse somme, ma non lo scambio fisico di portafogli ‘freddi’, cioè offline, e contanti”, conclude Zaccagnini. Così la guerra continua, anche sul fronte cripto.

Sanzioni, Russia messa all’angolo Rublo giù, bloccati navi e aerei

Nel sesto giorno di conflitto in Ucraina, le sanzioni internazionali si fanno sempre più pesanti e i mercati ne risentono. Intanto le maggiori imprese mondiali stanno chiudendo tutti i rapporti con Mosca.

Il fronte russo. Il rublo, dopo un tentativo di recupero nella mattinata, ieri è tornato a perdere quota nonostante i tentativi di difesa della Banca centrale russa: nel pomeriggio era scambiato a 107,72 sul dollaro. La Borsa di Mosca è rimasta chiusa per la seconda seduta consecutiva, ma i depositary receipt delle azioni russe quotati all’estero sono continuati ad affondare. Sberbank ha perso un altro 18% (da venerdì ha distrutto quasi l’80% del valore), Rosneft un ulteriore 35% e Gazprom il 30%. La Russia, undicesima economia mondiale, produttrice di un sesto di tutte le materie prime, sta venendo tagliata fuori dalle rotte dell’export.

materie prime. Ieri è continuato il rialzo del petrolio, con il greggio Usa Wti a 98,9 dollari (+3,3%) e il Brent europeo a 101,8 (+4%). Su di nuovo anche il gas, che ad Amsterdam ha segnato +13% a 111,3 euro al megawattora. L’oro ha raggiunto i 1.922 dollari l’oncia. In tensione anche i prodotti agricoli, con il mais salito del 2,8% e il frumento del 4,7%.

Le Borse. Piazze europee ancora sotto choc: Parigi -2,6%, Milano -2,4%, Francoforte -2,3% Londra -0,9%. In rosso tutti i settori, principalmente auto (-3,6% l’indice Stoxx di comparto), banche (-2,9%), utility (-2,7%) e turismo (-4,6%). Giù anche i rendimenti dei titoli di Stato, sull’ipotesi che la guerra costringerà le Banche centrali a rivedere le prospettive di rialzo dei tassi per contrastare l’inflazione. Lo spread tra Btp e Bund è rimasto a 153 punti, con il rendimento del Btp sceso all’1,56%.

L’energia. “Eni intende procedere alla cessione della propria quota nella partecipazione congiunta e paritaria con Gazprom nel gasdotto Blue Stream che collega la Russia alla Turchia”, ha dichiarato il gruppo italiano, precisando anche che “l’attuale presenza di Eni in Russia è marginale. Le joint venture con Rosneft, legate a licenze esplorative nell’Artico, sono già congelate da anni anche per le sanzioni del 2014”. Anche il gasdotto North Stream 2 tra Russia e Germania sotto il mar Baltico, seppur terminato, potrebbe restare inutilizzato. La società svizzera North Stream 2 Ag, controllata del gigante russo del gas Gazprom, ha interrotto i contratti dei dipendenti e secondo Reuters sta valutando una richiesta di insolvenza. Tra gli investitori nel progetto da oltre 10 miliardi ci sono Shell, E.on ed Engie.

Le aziende. Scatta la difficile ritirata dalla Russia delle imprese estere. I giganti dei trasporti marittimi Msc e Maersk ieri hanno sospeso il trasporto container da e per i porti russi. Le compagnie aeree stanno bloccando i voli est-ovest, dopo che la Ue e Mosca hanno emesso divieti d’ingresso nei loro rispettivi spazi aerei, pari al 20% del traffico globale. Le carte di credito Usa Visa e Mastercard hanno bloccato alcuni istituti russi dalla loro rete. L’austriaca Raiffeisen Bank International valuta la possibilità di lasciare la Russia, primo istituto europeo a tagliare i ponti con Mosca. Anche i produttori automotive Volvo, General Motors, Harley-Davidson e Jaguar Land Rover, hanno interrotto le esportazioni in Russia. La società finlandese di tlc Nokia si è unita alla svedese Ericsson e interromperà le consegne. Il gruppo dell’energia francese Total ha dichiarato che non finanzierà nuovi progetti in Russia, mentre Exxon Mobil ha iniziato a rimpatriare i dipendenti. La Paramount Pictures ha interrotto la distribuzione di film. La società madre di Facebook, Meta, limiterà l’accesso ai media statali russi Rt e Sputnik sulle sue piattaforme nella Ue, come pure YouTube, gestita da Google (Alphabet).