La stazione di Leopoli è un girone dantesco: migliaia di persone, diventate sfollate in pochi giorni, si accalcano nella hall, sui binari, nei corridoi per provare a salire sui treni. Un intreccio di mani teso verso il passaggio che li porterà il più lontano possibile da questa guerra.
Non importa dove. Così molte persone in attesa sulle banchine davanti ai convogli fermi, alla domanda “Dove porta questo treno?” alzano le spalle e pronunciano nelle diverse lingue il nome dei paesi confinanti, Polonia, Slovacchia, Ungheria, paesi dove fino ad oggi regna la pace. La disperazione nel vedere la propria vita cambiare così velocemente, in una manciata di giorni, condiziona inevitabilmente le scelte successive.
Non ci sono solo ucraini, ma anche ghanesi, nigeriani, camerunesi e persone di altri paesi africani fra coloro che vogliono lasciare questo paese oramai sull’orlo del baratro. Tenendo stretta la mano del suo compagno, la giovane Fa’izah mi conferma che i loro amici neri tre giorni fa sono stati respinti alla frontiera con la Polonia. E guardandomi negli occhi mi urla “Siamo in guerra, perché non ci fanno andare via? Questo è razzismo!” Ricambio lo sguardo e annuisco e rispondendo da bianco e chiedendo scusa, confermo che si, è razzismo.
Il tempo stringe e la battaglia cresce giorno dopo giorno di intensità. Anche io cerco un treno, che mi porti in direzione ostinata e contraria, diretto verso Kiev.
Alle 19 la stazione è vuota: chi è riuscito è salito sul primo a disposizione mentre gli altri riproveranno domani. Dopo 7 ore d’attesa ingannata da un pasto volante, due treni cancellati, la speranza di arrivare a Kiev prima che tutti i collegamenti vengano decapitati è quasi scomparsa. E così proprio mentre stavo anche io per tornare in albergo, si ferma davanti a me il treno più nuovo del paese, una sorta di Frecciarossa in stile sovietico. Solo qualche settimana fa il treno espresso accoglieva innamorati imprenditori e pendolari che affollavano la carrozza ristorante fra risate e racconti. Oggi, vuoto, alla richiesta di un bicchiere di acqua calda, Juri, il maitre, mi guarda e quasi mortificato aggiunge la parola universale “Finish”. Non è rimasta nemmeno l’acqua calda per un tè.
Prima dell’alba l’arrivo ha il sapore della guerra. Prima di fermarsi, ancora a luci spente per non farsi vedere durante l’entrata in città, il responsabile viene da noi, svegliandoci e spronandoci a fare veloce, a essere rapidi a scendere nella speranza di non esser visti. Da chi poi, che non riuscirei a riconoscere mia figlia con questo buio. Sul binario nero, mi faccio luce con il telefonino per capire almeno la direzione da prendere. Intanto l’odore diventa più acre, nauseante. Davanti a me centinaia e centinaia di persone sdraiate a terra nell’attesa delle prime luci dell’alba e della fine del coprifuoco. Rimanere in casa è troppo pericoloso e non tutti hanno i bunker per i bombardamenti; la stazione rimane quindi l’unico posto sicuro della città assediata. Anche se in guerra, nulla è più sicuro, ma bombardare una stazione con migliaia di civili, sarebbe forse troppo anche per il sanguinario ex capo dei servizi segreti del KGB.
L’aria sembra si possa toccare da quanto è densa e la mascherina questa volta aiuta a respirare e a non sentire gli odori. La gente è nervosa, stressata e le urla spezzano il sonno dei più stanchi. I nervi sono a fior di pelle, e la paura affossa le giornate cadenzate delle sirena dei bombardamenti e dai falsi allarmi.
Alle prime luci del sole, le grandi vetrate fanno intravedere i fiocchi di neve spinti orizzontalmente dal vento. Il manto di neve rende tutto più morbido e allontana il ricordo della guerra, fino al suono della prima serena. Diversamente da Lviv, dove la gente corre ancora al primo allarme, nella città assediata le persone si sembrano essere abituate. Continuano la propria vita, fino a quando durerà, allo stesso ritmo.
Ad aspettarmi ci sono i militari armati di kalashnikov nuovi di pacca: salgo in macchina e chiedo di portarmi direttamente verso l’ospedale civile, per prendere informazioni e per vedere gli effetti della guerra sulla popolazione e visitare i sotterranei che accolgono i più deboli, il reparto di malattie infantili gravi.
A Kiev come in diverse città del paese, la vita scorre sotto terra, nei bunker o nelle cantine allestite a rifugio. A volte sono veri e propri scantinati che non resisterebbero certo a un bombardamento. Qui incontro bambini con malattie genetiche e gravi tumori causati dall’orrore degli adulti: certo non è una coincidenza che il posto più radioattivo al mondo, Chernobyl, disti a soli 130 Km dalla capitale. I tubi dell’aerazione, i materassi e i lenzuoli colorano il grande standone dalle pareti di cemento umido, incrostato e diventato marrone.
Questi letti improvvisati sono diventati il freddo giaciglio delle famiglie, oramai divise, dove le madri abbracciano i loro figli più sfortunati, mentre i padri sono fuori, in superficie, a lottare per cacciare l’invasore russo.