“Li aiutiamo: presto può toccare a noi in Moldavia”

Appena oltre il confine, alcuni studenti hanno preparato un banchetto con panini e un samovar con tè bollente per accogliere i profughi ucraini. “Ci sembra il minimo visto quel che stanno patendo”, dice Andreji in perfetto inglese. “E siccome tra poco probabilmente toccherà a noi subire un’invasione russa, possiamo immaginare il bisogno che hanno di un gesto di solidarietà”, sottolinea Piotr. Parla in russo, non in moldavo, e spiega: “Non confonderti, essere russofoni non significa essere filo-Putin. È mostruoso quel che sta facendo agli ucraini e i miei genitori sono molto preoccupati che dalla base militare russa in Transnistria parta un’offensiva sul resto della Moldavia”.

Anche a Chisinau tanti temono che i russofili dell’enclave de facto russa da trent’anni, finanziata da Gazprom (la ricchissima società energetica statale russa) possano lanciare missili verso la capitale moldava. In Transnistria, la lingua è esclusivamente il russo e la moneta è il rublo e gli affari sono quasi tutti sporchi: hackeraggio informatico, riciclaggio di denaro, traffico di droga e armi. I moldavi che vivono in Transnistria sono l’equivalente a ovest, anche in termini di filo-putinismo, dei separatisti del Donbass. Dettaglio non da poco, poiché l’enclave separatista russa armata fino ai denti è al confine con l’Europa.

Nella piccola e povera Moldavia sono già arrivati 80.000 ucraini. Paese dell’ex Urss con un orientamento politico pro-Ue. Sebbene il conflitto sulla Transnistria sia considerato congelato, il territorio sulla riva sinistra del fiume Dnestr ospita militari russi che si aggirano nei bar di Tiraspol, il capoluogo, mentre nel villaggio di Cobasna si trova il più grande deposito di munizioni d’Europa orientale. “Le azioni di Putin hanno chiarito che l’annessione della Crimea era semplicemente la prima fase del progetto di ricreare la Novorossiya . Putin vuol collegare Donbass e Transnistria attraverso Kherson, Mykolaiv e Odessa”, spiega Dorina Balag, docente universitaria e politologa. “Se in Ucraina si instaurerà un regime fantoccio, l’effetto domino si farà sentire in Moldavia”.

Bunker Kiev, memorie dal sottosuolo

La stazione di Leopoli è un girone dantesco: migliaia di persone, diventate sfollate in pochi giorni, si accalcano nella hall, sui binari, nei corridoi per provare a salire sui treni. Un intreccio di mani teso verso il passaggio che li porterà il più lontano possibile da questa guerra.

Non importa dove. Così molte persone in attesa sulle banchine davanti ai convogli fermi, alla domanda “Dove porta questo treno?” alzano le spalle e pronunciano nelle diverse lingue il nome dei paesi confinanti, Polonia, Slovacchia, Ungheria, paesi dove fino ad oggi regna la pace. La disperazione nel vedere la propria vita cambiare così velocemente, in una manciata di giorni, condiziona inevitabilmente le scelte successive.

Non ci sono solo ucraini, ma anche ghanesi, nigeriani, camerunesi e persone di altri paesi africani fra coloro che vogliono lasciare questo paese oramai sull’orlo del baratro. Tenendo stretta la mano del suo compagno, la giovane Fa’izah mi conferma che i loro amici neri tre giorni fa sono stati respinti alla frontiera con la Polonia. E guardandomi negli occhi mi urla “Siamo in guerra, perché non ci fanno andare via? Questo è razzismo!” Ricambio lo sguardo e annuisco e rispondendo da bianco e chiedendo scusa, confermo che si, è razzismo.

Il tempo stringe e la battaglia cresce giorno dopo giorno di intensità. Anche io cerco un treno, che mi porti in direzione ostinata e contraria, diretto verso Kiev.

Alle 19 la stazione è vuota: chi è riuscito è salito sul primo a disposizione mentre gli altri riproveranno domani. Dopo 7 ore d’attesa ingannata da un pasto volante, due treni cancellati, la speranza di arrivare a Kiev prima che tutti i collegamenti vengano decapitati è quasi scomparsa. E così proprio mentre stavo anche io per tornare in albergo, si ferma davanti a me il treno più nuovo del paese, una sorta di Frecciarossa in stile sovietico. Solo qualche settimana fa il treno espresso accoglieva innamorati imprenditori e pendolari che affollavano la carrozza ristorante fra risate e racconti. Oggi, vuoto, alla richiesta di un bicchiere di acqua calda, Juri, il maitre, mi guarda e quasi mortificato aggiunge la parola universale “Finish”. Non è rimasta nemmeno l’acqua calda per un tè.

Prima dell’alba l’arrivo ha il sapore della guerra. Prima di fermarsi, ancora a luci spente per non farsi vedere durante l’entrata in città, il responsabile viene da noi, svegliandoci e spronandoci a fare veloce, a essere rapidi a scendere nella speranza di non esser visti. Da chi poi, che non riuscirei a riconoscere mia figlia con questo buio. Sul binario nero, mi faccio luce con il telefonino per capire almeno la direzione da prendere. Intanto l’odore diventa più acre, nauseante. Davanti a me centinaia e centinaia di persone sdraiate a terra nell’attesa delle prime luci dell’alba e della fine del coprifuoco. Rimanere in casa è troppo pericoloso e non tutti hanno i bunker per i bombardamenti; la stazione rimane quindi l’unico posto sicuro della città assediata. Anche se in guerra, nulla è più sicuro, ma bombardare una stazione con migliaia di civili, sarebbe forse troppo anche per il sanguinario ex capo dei servizi segreti del KGB.

L’aria sembra si possa toccare da quanto è densa e la mascherina questa volta aiuta a respirare e a non sentire gli odori. La gente è nervosa, stressata e le urla spezzano il sonno dei più stanchi. I nervi sono a fior di pelle, e la paura affossa le giornate cadenzate delle sirena dei bombardamenti e dai falsi allarmi.

Alle prime luci del sole, le grandi vetrate fanno intravedere i fiocchi di neve spinti orizzontalmente dal vento. Il manto di neve rende tutto più morbido e allontana il ricordo della guerra, fino al suono della prima serena. Diversamente da Lviv, dove la gente corre ancora al primo allarme, nella città assediata le persone si sembrano essere abituate. Continuano la propria vita, fino a quando durerà, allo stesso ritmo.

Ad aspettarmi ci sono i militari armati di kalashnikov nuovi di pacca: salgo in macchina e chiedo di portarmi direttamente verso l’ospedale civile, per prendere informazioni e per vedere gli effetti della guerra sulla popolazione e visitare i sotterranei che accolgono i più deboli, il reparto di malattie infantili gravi.

A Kiev come in diverse città del paese, la vita scorre sotto terra, nei bunker o nelle cantine allestite a rifugio. A volte sono veri e propri scantinati che non resisterebbero certo a un bombardamento. Qui incontro bambini con malattie genetiche e gravi tumori causati dall’orrore degli adulti: certo non è una coincidenza che il posto più radioattivo al mondo, Chernobyl, disti a soli 130 Km dalla capitale. I tubi dell’aerazione, i materassi e i lenzuoli colorano il grande standone dalle pareti di cemento umido, incrostato e diventato marrone.

Questi letti improvvisati sono diventati il freddo giaciglio delle famiglie, oramai divise, dove le madri abbracciano i loro figli più sfortunati, mentre i padri sono fuori, in superficie, a lottare per cacciare l’invasore russo.

“Un conflitto fratricida: neppure ai russi piace”

“Shock e strach, paura. Ecco cosa serpeggia tra i russi. Mosca teme la guerra ma non può dirlo ad alta voce”. I cittadini della Federazione “hanno paura della catastrofe, non solo quella ucraina o russa, ma del mondo” dice al telefono Mikhail Lobanov, 38 anni. È il giovane candidato che a settembre scorso ha trionfato alle urne con il Kprf, partito comunista della Federazione russa, ma che ha perso il suo seggio al Parlamento per la manipolazione del voto elettronico. Professore di matematica alla Mgu, Università statale di Mosca, ogni giorno entra in aula, ma “con gli studenti della guerra non ne parlo: non posso, me lo vieta la legge. Né io, né loro possiamo dirci cosa ne pensiamo: è stato zapreshenno, vietato dalle autorità, rischiamo l’arresto”.

Settemila cittadini sono stati arrestati per aver partecipato alle manifestazioni contro la guerra.

Vorrebbero scendere in piazza molte più persone, ma hanno paura delle conseguenze e rimangono chiusi in casa. In teoria ci potrebbe essere una massa imponente di contestatori, ma, dopo la repressione politica a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, la Russia è stata ripulita da oppositori, dissidenti e associazioni che oggi sarebbero state capaci di organizzare e strutturare una risposta, mobilitare le forze.

Come si sveglia ogni giorno la Russia?

In uno stato di irrealtà. Da settimane si aveva la sensazione che qualcosa stava per succedere, ma non questo, non la guerra totale. Molti russi non pensavano che Putin ne fosse capace, invece ci ha stupito e ha smentito perfino chi credeva di conoscerlo. Non siamo invece stupiti dal fatto che usi l’escalation come metodo per risolvere i problemi, sia dentro che oltre i confini del Paese. Quelli su scala globale, contro l’Ovest e la Nato sono iniziati almeno 15 anni fa.

L’inizio di questa guerra può coincidere con la fine del suo potere?

Non mi sembra sia l’unica variante, potrebbe semplicemente diminuire.

Come cambierà l’equilibrio interno della politica russa?

Le poche forze democratiche rimaste ancora qui dovrebbero consolidarsi adesso intorno al movimento pacifista che non concorda con questo crimine verso un popolo fratello. Il regime russo, di nuovo, non fa gli interessi della maggioranza, ma di pochi.

Anche gli oligarchi, sono stati colpiti dalle sanzioni e dal rublo che crolla.

Le persone non hanno davvero compreso le conseguenze delle sanzioni, al momento si interessano alle perdite sul terreno di guerra, ai giovani morti, di cui il Cremlino non dà alcuna notizia. I russi sono tornati a dibattere in cucina, all’interno delle case. Ma non all’aperto.

Succedeva in Urss, quando la dissidenza fioriva nel segreto degli spazi privati, lontano dalle orecchie delle autorità.

All’epoca ero un bambino e non ha senso paragonarci a quei tempi. La maggioranza dei russi, anche i più silenziosi, sono contro questo conflitto. Quelli a favore dell’operazione militare, invece sembrano essere tanti solo perché fanno rumore sui social. Una cosa credo sia certa: dopo questa guerra, la Russia non sarà più la stessa.

Strasburgo battezza la super-Europa Zelensky: noi dentro

Con la risoluzione “sull’aggressione russa contro l’Ucraina”, un ampio documento di ben 46 punti approvato con 637 voti a favore e solo 13 contrari (26 le astensioni), il Parlamento europeo apre all’adesione di Kiev all’Ue, dice sì all’invio di armi, si predispone, in sintonia con il Parlamento italiano di ieri, a un lento ingresso nella guerra russo-ucraina.

La risoluzione “invita le istituzioni dell’Unione ad adoperarsi per concedere all’Ucraina lo status di paese candidato all’adesione all’UE, in linea con l’articolo 49 del trattato sull’Unione europea”. Si tratta di un atto formale che non avrà immediate ricadute operative, ma manda a Mosca il messaggio che dietro l’Ucraina l’Europa non intende nascondersi.

È stato questo, del resto, il senso dell’intervento di Volodymyr Zelensky intervenuto in collegamento video: “Vogliamo essere membri a pari diritto dell’Ue e stiamo dimostrando a tutti che lo siamo. Dateci prova che siete con noi”.

L’intero testo della mozione, il dibattito in aula, le posizioni di tutti gruppi, compresa la Sinistra e i Conservatori, l’unanimità dimostrata vanno nella direzione di affermare un protagonismo forte dell’Europa. E stavolta forte non solo sul terreno privilegiato, quello economico, ma anche politico e militare. Il senso lo riassume l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea, Josep Borrell: “Questo è l’atto di nascita dell’Europa geopolitica”, anche se Borrell esprime la posizione di chi invita ad attendere per l’adesione completa dell’Ucraina, consapevole che il passo costituirebbe il contrario di una de-escalation con la Russia. Una posizione che in Italia rilancia ad esempio Carlo Calenda e che non si riscontra nel Pd, tra i più convinti di questa accelerazione europeista. Più netta, ad esempio, la posizione della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen e di quello del Consiglio, Charles Michel. “Questo è il momento della verità per l’Europa. Il modo in cui risponderemo oggi a ciò che la Russia sta facendo determinerà il futuro del sistema internazionale” dice in aula Von der Leyen, mentre Michel, sullo status di paese candidato Ue dell’Ucraina, spiega che il Consiglio “dovrà analizzare in maniera acritica la richiesta simbolica, politica, forte, e credo anche legittima, che è stata espressa”.

Super-Europa, insomma, come se la postura da potenza potesse di per sé costituire il viatico per un assetto pacifico e multipolare del mondo, che avrebbe bisogno, invece, di ripristinare la credibilità dell’Onu, compreso il suo dispositivo militare (l’Onu viene invece citata solo per l’applicazione di sanzioni e per deplorare il comportamento russo).

Non è un caso che la risoluzione ottenga un così ampio consenso, dalla estrema sinistra (la Left di Manon Aubry) fino ai Conservatori europei, gruppo di cui fa parte Giorgia Meloni. Del resto il bureau del Parlamento europeo, l’organo che riunisce la presidenza di Roberta Metsola e i 14 vicepresidenti, dopo la sostituzione di David Sassoli ha sostituito il 5 Stelle Massimo Castaldo con il lettone Roberts Zile, rappresentante proprio dei Conservatori.

La mozione riassume tutte le decisioni prese finora dai vertici europei e ne aggiunge delle altre. Oltre alla naturale condanna dell’aggressione russa e del riconoscimento delle repubbliche separatiste di Donetsk e di Lugansk (senza però fare riferimenti agli accordi di Minsk) plaude alla direttiva sulla “protezione temporanea” che consente di sveltire le pratiche per l’accoglienza dei rifugiati ucraini (con un’evidente distinzione rispetto a profughi e rifugiati che provengono invece dall’Africa o dall’Asia). Propone poi nuove sanzioni – e la Ue sta pensando a un quarto pacchetto, in discussione oggi all’Ecofin, che dovrebbe stilare una lista di banche russe da escludere dal sistema Swift – l’abbandono del North Stream 2 e una diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, un forte piano di aiuti finanziari, con lo stanziamento immediato di 1,2 miliardi tramite l’assistenza macro-finanziaria e un inquietante riferimento agli effetti della crisi sui Balcani, dove la Serbia ha scelto di non aderire alle sanzioni. Una espansione del conflitto è già sul tavolo.

Kiev e Kharkiv sotto i razzi Mosca colpisce obiettivi civili

In colonna come un serpente di ferro, un convoglio di carri armati russi, lungo oltre 60 chilometri, procede verso Kiev. Ieri il fumo ha avvolto la torre della televisione della capitale. Prima di avviare l’assalto con due missili grad che hanno causato almeno cinque morti, la Difesa militare russa ha avvisato i residenti della zona: “evacuate”. Un ordine che qualche ora dopo i russi hanno intimato a tutti i cittadini della capitale. La storia si ripete e torna la morte dove ci fu il massacro nazista Babij Jar. Esplosioni a Kiev, Chernihiv e Kharkiv, dove missili russi fanno saltare in aria il municipio: sotto le macerie dell’edificio sono stati estratti i cadaveri di venti vittime. Si muore soprattutto lungo la strada verso Kiev, nella base militare di Okhtyrka: con un attacco d’artiglieria i russi uccidono 70 ucraini in pochi minuti. I russi entrano a Kherson. A sud continua la battaglia del Mar d’Azov: i soldati di Mosca hanno bloccato l’accesso delle forze gialloblu, riferisce la Federazione senza essere smentita, mentre continua l’assedio per conquistare la strategica Mariupol. La città portuale rimane accerchiata da russi e milizie separatiste del Donbass.

L’Ucraina è sottoterra, da un lato all’altro del Paese. Si stipano scorte e rifornimenti nelle case, ma gli scaffali dei supermercati sono vuoti: sempre più pieni, invece, i “podval”, i seminterrati di palazzi, case, edifici, fino alle stazioni delle metro. A difendere gli ucraini ci sono la resistenza dei volontari, l’esercito schierato, ma soprattutto i bunker. “Biden, questo non è un film”. Al presidente Usa si rivolge da uno scantinato, mentre parla alla Cnn, anche il presidente Volodymyr Zelensky. I russi avrebbero nei mirini dei loro blindati perfino Santa Sofia, la cattedrale della capitale. (Nel nome della croce: proprio ieri, a Mosca, con una lettera aperta, un gruppo di preti ortodossi ha chiesto al presidente Putin di mettere fine all’“operazione speciale” contro il popolo fratello). Si sono aperte linee di contatto e scambio sulla frontiera del fuoco. Un ufficiale russo torna tra le truppe di Putin, cinque soldati ucraini vengono riconsegnati ai gialloblu: è avvenuto il primo scambio di prigionieri da quando, sette giorni fa, truppe e carri di Mosca sono entrati nel Paese ex sovietico. A confermare lo scambio di militari è stato Dmytro Zhyvytskyy, membro dell’amministrazione di Sumy, nord est ucraino, dove sono iniziati i saccheggi. Vittime ufficialmente confermate anche tra i russi: morti due paracadutisti della regione di Ulyanovsk, conferma il governatore della regione Aleksey Russkikh, e anche due soldati ceceni, accerta Grozny. Dalle fila dei kadyroviti, gli uomini di Kadyrov, sarebbe partito un plotone d’élite per assassinare il presidente: il tentativo, ha riferito la Rada, è stato sventato grazie a una soffiata dell’Fsb, servizi segreti russi, che questo conflitto non lo volevano. Il mondo dello sport, che ha escluso la Federazione da competizioni, piste e podi, perde il suo primo atleta nei combattimenti: muore sul campo il giovanissimo Yevhen Malyshev, membro della squadra nazionale ucraina di biathlon. Deceduto anche il primo straniero del conflitto: uno studente indiano vittima dei bombardamenti a Kharkiv.

I negoziati di due giorni fa al confine bielorusso non hanno interrotto gli attacchi, che si sono intensificati nelle ultime ore. Proprio dalla terra del presidente Lukashenko potrebbero arrivare nuove truppe in Ucraina: 300 carri armati, secondo fonti d’intelligence, sono pronti a penetrare la terra da cui già 700mila persone, dicono gli uffici delle Nazioni unite, sono scappate. Un secondo incontro tra russi e ucraini dovrebbe avvenire al confine tra Bielorussia e Polonia nei prossimi giorni, ma alle richieste riportate a Mosca e Kiev dalle rispettive delegazioni, al momento, non sono state date risposte da nessuna delle autorità dei due Stati.

Premi Paraculum

Ispirati dal “Si vis pacem, paraculum” di Mannelli, istituiamo un premio per i migliori esponenti della categoria. Classifica provvisoria del primo giorno.

Dragonball. “Negli ultimi decenni molti si erano illusi che la guerra non avrebbe più trovato spazio in Europa… È un attacco alla nostra concezione basata sulle regole e sui diritti. Non possiamo lasciare che in Europa si torni a un sistema dove i confini sono disegnati con la forza” (Draghi ieri in Senato). Quindi l’ex Jugoslavia e il Kosovo sono in Oceania.

“De” che? La risoluzione di maggioranza, votata anche da FdI, impegna il governo a inviare armi per la “legittima difesa” ucraina (e perché non provvede l’Ue, ma lascia che ogni governo mandi qualcosa, esponendo alle vendette russe i paesi che mandano di più e i loro concittadini in Russia e in Ucraina?). Poi però aggiunge soavemente che l’Italia “sostiene ogni iniziativa utile a una de-escalation militare” e “la disponibilità della Santa Sede a un’opera di mediazione”. Eh no, belli: se mandiamo armi non favoriamo la “de-escalation”, ma l’escalation. E la Santa Sede può mediare perché non entra in guerra con nessuno: noi invece entriamo in guerra con gli ucraini contro i russi, ma non osiamo chiamare le cose con il loro nome. Bravi i 13 senatori, incluso il presidente della commissione Esteri, Vito Petrocelli, che hanno votato contro la tragica barzelletta.

Letta continua. Tre giorni fa Letta jr. diceva ad Avvenire: “Per aiutare gli ucraini va rafforzato l’invio di materiale bellico non letale”. Tipo caschi, giubbotti antiproiettile, fionde, cerbottane, fuciletti a tappo, pistole ad aria compressa, scacciacani, lingue di Menelik. Ora inviamo missili terra-aria Stinger, missili anti-carro e anti-elicotteri Spike, mitra e mortai. Sarebbero “non letali” pure se piovessero su casa Letta?

Sambuca News. In due pregiati articoli di Vecchio e Folli, Repubblica stila le liste di proscrizione del “partito russo” in Italia e vi iscrive il Fatto, “No Vax”, “No Green pass”, 5Stelle, “Pino Cabras, analista finanziario contrario al Mes” (roba da fucilazione) e “il putiniano più illustre”. Chi è, B.? No, Egli ora è buono e non ha mai detto “Putin è un dono del Signore”. È Salvini. E quale quotidiano ospitava fino a pochi anni fa l’inserto Russia Oggi a cura della propaganda (e dei rubli) di Putin? Il Fatto? No, Repubblica, che comprensibilmente glissa.

Ed è subito Pera. “Disgraziati! Sciagurati!” strilla Marcello Pera sul Giornale di B. Ce l’ha con “l’Occidente arrendevole”. Quindi col suo capo B.? No, con “la signora Merkel, attaccata alla cannuccia del gas russo”. Ora però “bisogna mostrare i muscoli militari”. Prendiamolo subito in parola e paracadutiamolo su Kiev: comunque vada, sarà un trionfo.

Buona la prima: l’esordiente Karšaiová e il “Divorzio di velluto” di coppia. E di Stato

L’ungherese Agota Kristof ha sempre scritto in francese definendola lingua straniera e “nemica” perché, disse, uccideva quella materna. Eppure non poteva farne a meno. Anche Jana Karšaiová, 43 anni, natia di Bratislava, venuta in Italia nel 2002, ha scritto il suo esordio in narrativa, Divorzio di velluto (da poco in libreria con Feltrinelli), in un idioma che non è il suo e che però, dopo vent’anni di studio da autodidatta, sente come “casa”.

L’italiano è lingua d’elezione letteraria, lo slovacco è per “i momenti di raccoglimento, di solitudine”. Il risultato ha carisma da vendere. Belle le incursioni slovacche per raccontare tradizioni, piatti tipici, affettuosità; elogiabile la musicalità dello stile e la raffinatezza lessicale a dar corpo a stati d’animo ardui da imbrigliare in una continua oscillazione tra passato e presente.

Opera candidata da Gad Lerner al premio Strega, è descritta come una “vicenda d’Europa al femminile che la lingua italiana superbamente acquisita, e a tratti rivitalizzata, da Karšaiová rende intima, universale, sorprendente”.

La protagonista Katarína, 27enne del 1978, “aveva imparato a sopportare il dolore senza scomporsi”. È così sin da quando era bambina e la maestra di pianoforte, alla nota sbagliata, le colpiva con un righello il palmo della mano. “La mano schizzava in alto come un uccellino spaventato”. Così, quando per Natale lascia Praga per tornare a Bratislava, tenta di celare ai genitori, specie alla madre con cui ha un rapporto spinoso, la crisi col marito ceco Eugen, lui ricchissimo, lei proletaria, che la pianta lasciandole sul tavolo il suo piatto preferito, palacinky con la marmellata, e un biglietto stringato. Lei incassa in silenzio, come già accaduto in altri frangenti, dentro muore ma all’esterno non sanguina.

In quei giorni a Bratislava – scrigno in cui sono racchiusi ricordi e memorie tra infanzia e adolescenza e scenario in cui si ricongiunge con le amiche di sempre, ognuna coi propri strappi, di radici e sentimenti, tutte in eterno assestamento – va in scena una fase di mutamento che le donerà la capacità di star sola e accettare che “il buio che si portava dentro era solo buio, sotto scorreva la vita, per tutti, anche per lei”.

Mentre riannoda nascita e fine del legame con Eugen, Katarína ripercorre parallelamente anche un’altra drammatica separazione. Quella di una Cecoslovacchia comunista che nel 1978 – mentre la donna nasceva – era “appena matura e che dopo quindici anni sarebbe morta per veder sorgere dalle proprie ceneri due stati nuovi, una fenice moderna, gemella ma non troppo, un matrimonio di cui l’apice sarebbe stato il divorzio, battezzato di velluto”.

Venditti e De Gregori in tour: 50 anni di musica e leggende

Viaggio premio in Ungheria, 1972. La Federazione Giovanile Comunista di Budapest chiese a Nanni Loy di designare due giovanotti per scrivere la colonna sonora di un film. I prescelti furono De Gregori e Giorgio Lo Cascio: questi, fresco di fidanzamento, rifiutò. Il sostituto era Venditti. Non fecero carriera nella cinematografia d’Oltrecortina, ma nelle scorribande notturne pisciavano contro le carcasse dei tank dell’invasione sovietica del ’56. Ricorda Antonello: “Facevamo quattro concerti al giorno. Nelle fabbriche, le università, alla radio, in miniera. Lì diventavi forzatamente complice. Si gelava. Colazioni con uova e vodka”. De Gregori sospira: “Eravamo piccoli, per la prima volta in un paese socialista, c’era il Muro. Felici di quell’esperienza”. Fu l’unico tour di due dei “quattro ragazzi con la chitarra e il pianoforte sulla spalla” (gli altri erano Lo Cascio e Bassignano) che si erano annusati al Folkstudio. L’album in comproprietà, Theorius Campus, “perché il discografico non aveva soldi per farne due, così ci lanciò entrambi”, poi carriere “in parallelo”, con De Gregori a subire il sorpasso da Venditti, “che aveva scritto questo straordinario pezzo, molto orecchiabile, Roma Capoccia, e diventò famoso prima di me”, e poi una vita a punzecchiarsi. La velenosa leggenda di Piano Bar (che era invece dedicata a un tastierista dell’Hilton), la controstoccata in Francesco (spiega Venditti: “Cambiavo etichetta, era il mio addio, non avrei più potuto suonare con lui”; lo fulmina il sospettato: “Pensavo fosse per Guccini o Totti!”; “Il Pupone non era nato!”, ride il primo). Nel 2003 il duetto in Io e mio fratello, oggi la reunion strutturata. Un 45 giri da collezione, dove cantano insieme Generale e Ricordati di me, primo parto delle session di rodaggio del tour, con start il 18 giugno per il più volte rimandato concerto all’Olimpico, e da lì in giro chissà fino a quando tra date all’aperto e indoor, scalette flessibili, sorprese e una band unica, la “nazionale” dei loro musicisti. Venditti & De Gregori, con l’ordine dei nomi “stabilito in un pranzo di tre ore e mezza, innaffiato dal vino, in cui ci ripetevamo: “davvero vogliamo fare ‘sta cosa?’ Però”, nota Francesco, “la monetina l’ha tirata lui, non mi fido”. Promettono di fare ditta “senza litigare”, sottolinea Antonello, “perché ci lasceremmo subito. Neanche Dalla ha resistito a quest’uomo”. De Gregori, sferzante: “Evidentemente conosci retroscena che ignoro”. Celiano, ma non quando gli si chiede se siano previsti inediti (“È forse obbligatorio?”) o iniziative sulla guerra. Tuona De Gregori: “C’è un pezzo di Zalone, Maremoto a Porto Cervo: suggerisce che devi scriverne prima del disastro, altrimenti viene una cagata”. La spedizione è una diarchia: “Non siamo Coppi e Bartali, ma fratelli allattati dalla stessa Lupa”, vola Antonello. “Ma non figli della Lupa!”, chiosa il compare. Cinquant’anni dopo l’album, ecco i Theorius Campus. Un sodalizio di ferro. Come, dicono, “Sandra e Raimondo”, che rivorrebbero qui. O “Matthau e Lemmon”. La strana coppia.

“Semplicemente Lucio Dalla”: oggi su TvLoft ed Extra con Assante e Castaldo

Uno speciale per il 10° anniversario dalla scomparsa: “Semplicemente Lucio Dalla” – disponibile gratuitamente su tvloft.it e app TvLoft – sarà condotto da Ernesto Assante e Gino Castaldo, con la Stefano Di Battista Jazz Band Quartet che eseguirà i brani più popolari del cantautore. Su FQ Extra sarà disponibile una conversazione tra Castaldo, Assante e il nostro Stefano Mannucci.

 

Non credo in Dio… ma mi manca

“La consapevolezza della morte ha qualche legame con il fatto che sono uno scrittore? Forse”. In effetti, la morte è un’ossessione ricorrente nell’opera di Julian Barnes. Livelli di vita del 2013 è il testo nel quale l’autore britannico fa i conti con la ferita personale: la scomparsa della moglie Pat a causa di un tumore al cervello nel 2008. Proprio nello stesso anno esce Niente paura – una dissertazione sul “buco nero dell’abisso” – che i lettori italiani possono leggere a distanza di tre lustri, tradotto finalmente per Einaudi e in libreria da oggi.

Questa inversione cronologica non altera, semmai invera il suo memoir di vedovo. Si intuisce che il suo rovello sulla fine dell’esistenza non è mera speculazione intellettuale ma una ribattuta dal campo dei dolori privati. Persino quando scomoda la fede (“Non credo in Dio, però mi manca” recita l’incipit) è solo per dimostrare, anzitutto a se stesso, che a marcare la differenza “non è tanto il credere o il non credere, quanto l’aver paura o meno della morte”. Non ha nessuna pretesa di verità se è vero che, per fugare reprimende filosofiche o teologiche, puntualizza: “Forse dovrei avvertirvi che sezioni di questo libro vi sembreranno una sorta di bricolage amatoriale”.

Barnes affonda nel suo vissuto ma nega a queste pagine lo statuto di autobiografia. Per tutto il testo il fratello maggiore, professore di filosofia, è il comprimario dialettico con il quale di volta in volta validare o confutare memorie famigliari o teorizzazioni. I genitori sono il banco di prova col quale misurare la sua tanatofobia. Il padre, agnostico, che legge Saint-Simon nei giorni dell’agonia, è stato più amato della madre, atea minata dagli ictus, che però strappa il cuore quando gli fa il segno del pollice in giù sul letto di morte. Un’educazione antidogmatica in piena regola: “Non sono mai stato battezzato, non sono mai andato a catechismo. Non ho mai assistito a una normale messa in vita mia”.

L’ombra di Dio incombe tuttavia negli anni frequentati in un collegio di Oxford e gli instilla il timore di una punizione per le sue sessioni masturbatorie. Il “Dio è morto” di Nietzsche irrompe nella sua coscienza come un contravveleno: “Potevamo farci le seghe e godere più di prima”. Ma la celebre scommessa di Pascal mina di nuovo le certezze: “Se si crede e alla fine Dio esiste, allora si vince. Se si crede e alla fine Dio non esiste, si perde, ma di gran lunga meno di quanto si perderebbe se si scegliesse di non credere per poi scoprire, dopo la morte, che Dio invece esiste”. Per dirla attingendo dai taccuini di Wittgenstein: “Suvvia, credi! Male non fa”.

Barnes, 76 anni compiuti, annacqua oggi il suo ateismo non perché più saggio ma solo perché più consapevole della sua ignoranza: “Come facciamo a essere sicuri di saperne abbastanza da conoscere la verità? Cosa ci assicura che il nostro sapere sia così definitivo?”. Ecco allora l’autore trascinare il suo disincanto nei cimiteri e convertirlo in preghiera laica davanti alle lapidi degli scrittori più amati. Sul palco di Niente paura entrano in scena Jules Renard, Stendhal, Montaigne, Daudet, Zola, i fratelli Goncourt, Edith Wharton, Maugham ma anche i musicisti Sibelius, Stravinsky, Rossini e Ravel. “Questi artisti defunti”, scrive, “sono i compagni della mia vita quotidiana, ma sono anche i miei antenati. La mia vera famiglia”.

L’aneddotica è sempre sul filo di un sottile umorismo. Rabelais prima di spirare: “Vado a cercare un Grande Forse”. Bertrand Russell alla domanda su come si sarebbe giustificato se si fosse ritrovato di fronte al Dio sempre negato: “Non ci hai fornito prove sufficienti”. Ma il vero mattatore qui è Jules Renard. Dai suoi diari Barnes cita aforismi memorabili: “Non so se Dio esiste, ma per la sua reputazione sarebbe molto meglio se non esistesse” o “Sì, Dio esiste, ma non ne sa più di quanto ne sappiamo noi”.

Barnes, dinanzi al mistero, è consapevole che la vita è pregna di dolore, sofferenza e paura; la morte, al contrario ce ne libera. Ancora Renard: “Immaginate la vita senza la morte. Non passereste giorno senza il desiderio di uccidervi per la disperazione”. Barnes non si illude nemmeno che l’arte possa trascendere la morte, arreso all’evidenza che il pianeta è comunque destinato a estinguersi (“Come ogni scrittore avrà un ultimo lettore, ogni defunto avrà un ultimo visitatore”). Si domanda sornione: “Per uno scrittore è meglio morire prima di essere dimenticato, o essere dimenticato prima di morire?”. L’autore di Il senso di una fine è persuaso che non si possa gustare la vita senza la consapevolezza della nostra estinzione: “È la goccia di succo di limone, il pizzico di sale che ne esalta il sapore”. Del resto, lui è “un malinconico” che reputa la vita “un modo sopravvalutato di passare il tempo”.