Le porte girevoli nei talk: via i virologi, entrino i generali!

Domenica sera un anonimo poeta, tifoso romanista in fila ai tornelli dello stadio di La Spezia, interrogava cordialmente gli steward impegnati nel farraginoso controllo dei documenti: “Ahòòò, ancora che chiedete ’sto green pass??? Non ve l’hanno detto che adesso c’è la guerra?”. Saggezza popolare: una singola pennellata che spiega più di un editoriale.

La mutazione repentina e inesorabile delle priorità giornalistiche ai tempi dell’invasione dell’Ucraina ha prodotto un ricambio impressionante nei palinsesti televisivi. Il Covid c’è ancora ma non si vede più. Dopo due anni di dominio, i virologi non sono più frequentatori abituali degli studi tv. Rapidi come erano entrati, stanno uscendo dai talk show: ora tocca agli esperti militari.

Si è scritto e detto fin troppo della figura vagamente inquietante degli scienziati mediatici; un po’ professori, un po’ divulgatori da piccolo schermo, un po’ influencer e imprenditori di se stessi. Il racconto incontrollato e contraddittorio del Coronavirus nelle trasmissioni tv ha creato mostri: innanzitutto nel pubblico, che nella miriade di voci e personaggi in frequente contraddizione tra di loro, ha fatto sempre più fatica a distinguere le opinioni dai fatti e la scienza dall’intrattenimento, finendo per non fidarsi più di nessuno. Ma pure negli stessi uomini di scienza, che da Burioni in giù si sono lasciati vezzeggiare – chi più, chi meno – dall’improvvisa popolarità e hanno assaporato vantaggi e svantaggi degli eccessi di comunicazione: tra i primi ci sono senz’altro i gettoni per le partecipazioni televisive; è notizia degli ultimi giorni – ne ha scritto Viola Giannoli su Repubblica – che diversi degli scienziati ospiti seriali avevano iniziato ad affidarsi ad agenti e procuratori per contrattare le presenze e massimizzarne il profitto. Questo mercato che prometteva di essere a lungo munifico, si è prosciugato quasi da un giorno all’altro.

Arrivederci virologi, benvenuti analisti militari. Una nuova generazione di esperti già riempie i salotti con la naturalezza di chi ci è nato dentro o non aspettava altro. Il primo della lista è già fresco idolo delle maratone belliche di Mentana e sembra avere le caratteristiche – per capacità divulgative e per una certa autostima, chiamiamola propensione alle telecamere – per raccogliere il vuoto di carisma causato dalla scomparsa degli scienziati. Si chiama Dario Fabbri e su twitter si presenta così: “Analista geopolitico, saggista, divulgatore. Curatore di Scenari, mensile di approfondimento geopolitico di @DomaniGiornale”. Domenica, su La7, spiegava con gelida serenità che se l’Occidente appoggiasse l’introduzione di una no-fly zone sopra l’Ucraina vorrebbe dire “cacciarsi in una guerra nucleare”. E aggiungeva: “Per me possiamo farlo, eh”. Sottotesto: basta che siamo consapevoli che poi moriremo tutti. Per capire quanto siano intasate le agendine dei nuovi analisti, basta leggere i suoi tweet in questi giorni: “Appuntamento domani alle 12 su @RaiTre”, “Alle 16 sarò a @SkyTG24”, “E alle 17 ci vediamo alla Maratona Mentana (Speciale @TgLa7) @La7tv”. E così via.

In sostituzione della vecchia nazionale virologi (Bassetti-Burioni-Capua-Crisanti-Viola-Galli, eccetera, da leggere con l’intonazione di Nando Martellini), la squadra degli analisti militari già schiera una prima linea cospicua: oltre a Fabbri, imperversano Alberto Forchielli, Vincenzo Camporini, Andrea Margelletti, Leonardo Tricarico.

Il primo sarebbe in verità un imprenditore, ma con il talento della tuttologia. In questi giorni va in tv a parlare di guerra – domenica era da Massimo Giletti – a raccontare le ovvie preoccupazioni del settore: “Se il gas viene interrotto facciamo il segno della croce e riattiviamo il carbone”. Il personaggio buca lo schermo, a suo modo, infatti è già stato omaggiato con l’imitazione di Crozza (“L’Europa è come la voglia di pagare le tasse in Italia, non esissste”).

Margelletti, presidente del CeSI (Centro Studi Internazionali di Roma), è più sobrio, più serio e un po’ più grigio. Negli ultimi cinque giorni è ovunque: intervistato dalla Stampa e dal Messaggero, ha scritto sul Mattino, è stato convocato da Tagadà (La7), Rtl 102.5, Rai 2, Porta a Porta (Rai 1), 24Mattino (Radio24). Camporini, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare e della difesa, si divide tra gli studi televisivi e l’entusiasmante avventura in Azione, il partito di Carlo Calenda. Tricarico, pure lui ex militare, aviatore e capo di stato maggiore dell’Aeronautica, ha scandalizzato un po’ i conduttori delle trasmissioni – che però continuano a invitarlo – con le sue opinioni divergenti rispetto al pensiero comune, definendo un “fallo di reazione” l’invasione di Putin e accusando la Nato di “isteria antirussa”. E a proposito di posizioni eccentriche, si candida come esperto del conflitto in corso persino il senatore Tommaso Cerno, di sicuro mai banale, convocato domenica sera a Non è l’Arena a parlare di Ucraina solo perché, a quanto si apprende, parla il russo.

La prima sensazione è che si stia replicando lo stesso schema dell’abbuffata di virologia: si moltiplicano le opinioni, si gonfiano nuovi ego e in fondo si continua a capire poco o nulla di quello che succede davvero. Finiremo per rimpiangere il raggelante jingle “Sìsì vax” cantato da Crisanti, Bassetti e Pregliasco a Natale? Chissà. L’importante è che i nostri eroi non si arrendano. Per alcuni di loro è già iniziata un’immaginifica operazione riciclo. Su La Stampa di domenica l’immunologa Antonella Viola ha lanciato un ponte concettuale tra il Covid e la guerra, con una tesi affascinante (“Le epidemie possono modificare l’esito dei conflitti, possono essere una conseguenza o possono precederli”) e suggerendo in fondo che la mossa bellica di Putin sia una copertura della sua pessima gestione sanitaria. Altri, come Galli, Pregliasco e Cartabellotta, hanno iniziato a riempire i residui interventi pubblici con valutazioni geopolitiche. Mica li si può lasciare soli, adesso.

Dopo “Inventing”: Anna ancora in cella, martire da fiction

È il giugno 2018 quando Netflix e la casa di produzione ShondaLand, creatura a immagine e somiglianza della produttrice Shonda Rhimes, comprano i diritti della storia di Anna Sorokin dalla giornalista del New York Magazine, Jessica Pressler, che nell’inchiesta How Anna Delvey Tricked New York’s Party People (“Come Anna Delvey ha imbrogliato la bella gente di New York”), l’aveva raccontata per prima. Ed è una storia tuttora irresistibile: nata Sorokin e figlia di un ex camionista russo emigrato in Germania, Anna a vent’anni non ha niente se non un grande sogno: aprire una galleria d’arte a New York. Fake it until you make it, scandisce un detto che è la sostanza del sogno americano: fingi finché non diventa vero. Lei si inventa il personaggio di Anna Dewey, ereditiera tedesca con un fondo da 60 milioni di dollari e mai il portafoglio con sé: dal 2014 al 2017 per pagarsi le suite, gli abiti di lusso, il jet privato basta credere, e far credere, di essere ricca davvero, e la gente, comprese le banche, anticipano e prestano sulla fiducia. Finché i conti non pagati si sommano, le carte di credito che non funzionano mai destano sospetti, il grandioso, vorticoso carosello della finzione si inceppa.

 

8 capi d’accusa, pena detentiva da 4 a 12 anni

Viene arrestata il 3 ottobre 2017 e, il 25 aprile 2019, riconosciuta colpevole di otto capi d’accusa, tra cui tentato furto, appropriazione indebita e truffa, è condannata a una pena detentiva da 4 a 12 anni in una prigione di Stato.
C’è n’è abbastanza per nove romanzatissimi episodi su Netflix, specie se a firmarli è un genio della scrittura televisiva come la Rhimes, che da Grey’s Anatomy a How to get away with Murder a Bridgerton ha raccontato storie di donne naturalmente portate a superare a sinistra ogni morale convenzionale. E quindi la serie Inventing Anna, uscita l’11 febbraio, è il trionfo senza moralismi del personaggio Anna e del côté di narcisismo, consumismo, celebrazione del lusso e del denaro che è tutto attorno e di cui lei approfitta. Ma una storia così, naturalmente, non si esaurisce nemmeno dopo essere diventata spettacolo.

In una lettera pubblicata il 2 febbraio da Insider, la vera Anna racconta il seguito. Giocando con il titolo della serie, l’articolo si intitola Erasing Anna, (“Cancellare Anna”): perché lei, rilasciata con la condizionale nel febbraio 2021, dopo sei settimane è stata beccata ancora negli Usa benché le fosse scaduto il visto e ora è di nuovo in carcere. In cambio della propria storia, Anna Sorokin e della collaborazione con ShondaLand, ha ricevuto 320mila dollari, usati per saldare i debiti: ma chissà che Erasing Anna non finisca per diventare un episodio della serie, che sia lei a sceneggiarlo. Lo ha scritto nella cella di Orange County, nello Stato di New York, dove è rinchiusa dalla primavera del 2021 per aver violato la legge sull’immigrazione; resta in attesa della probabile deportazione in Germania e no, non ha accesso a Netflix e non ha visto la serie. Nello spirito del personaggio, la lettera è una lunga autoassoluzione: quando era in prigione per truffa “ho pagato tutti i miei debiti con le banche”.

 

“Il dipartimento immigrazione si accanisce”

Nelle sei settimane di libertà “ho realizzato più di quanto la maggior parte della gente faccia in due anni”. È rimasta oltre la scadenza del suo visto “per ragioni non intenzionali e in gran parte al di fuori del mio controllo”. Con in più una sentita condanna di certi inutilmente crudeli, dice lei, automatismi punitivi del sistema migratorio americano: “Ho già detto che sono l’unica donna arrestata dal Dipartimento Immigrazione in tutto il carcere? Dimmi che sono speciale senza dirmi che sono speciale”. Beh sì, è speciale: il giudice che ha valutato il suo status migratorio ha concluso che “anche se venisse rilasciata con l’obbligo di riferire regolarmente all’Immigration and Customs Enforcement, ha la capacità e l’inclinazione a commettere atti fraudolenti e disonesti”. Anna obietta che non può essere condannata di nuovo sulla base del reato che ha già scontato, e viene voglia di darle un set, una sceneggiatura, un regista e tirarla fuori da quella cella “deprimente, dove ho trascorso il mio compleanno con il Covid”, o almeno, in attesa del volo per la Germania, trattarla come la star che sa di essere quando scrive: “Effettivamente io, che di questa storia sono la narratrice meno affidabile, ho fatto scelte discutibili che probabilmente oggi non rifarei. Quelle scelte mi rendono per forza una minaccia permanente alla sicurezza pubblica? Il governo dice di sì. Ma rispetto a chi? Tutto è relativo”.

Da oggi non servirà più la quarantena dai paesi extra-Ue

Da oggi sarà più facile viaggiare: entra infatti in vigore l’ordinanza del ministero della Salute che prevede lo stop alla quarantena dai Paesi extra-Ue. Per l’ingresso in Italia sarà sufficiente una delle condizioni del Green pass base: certificato di vaccinazione, certificato di guarigione o test negativo. Solo in caso di mancata presentazione di una di queste certificazioni si applica la misura della quarantena, per cinque giorni, con l’obbligo di sottoporsi a un test molecolare o antigenico, effettuato per mezzo di tampone, alla fine di questo periodo.

“L’obbligo vaccinale per lavorare cancella le libertà costituzionali”

Il professor Giuliano Scarselli, ordinario di Procedura civile a Siena, in questi mesi ha scritto diversi articoli critici su legislazione d’emergenza anti-Covid e obbligo vaccinale.

Dopo numerosi rigetti, alcune sezioni del Tar Lazio hanno sospeso i provvedimenti che hanno privato della retribuzione, oltreché della possibilità di lavorare, agenti penitenziari e militari che non avevano ottemperato all’obbligo vaccinale. I giudici ritengono necessario un bilanciamento tra il principio costituzionale della tutela della salute e il diritto al sostentamento. Qual è il suo punto di vista?

Sono provvedimenti cautelari e non contengono una motivazione che possa far ritenere che poi nel merito i giudici decideranno in un senso o nell’altro. A mio parere, la violazione dell’obbligo vaccinale non può comportare la sospensione della retribuzione quando questa abbia natura alimentare. Siamo tutti figli di Cesare Beccaria, le punizioni devono essere proporzionate all’illecito. Un illecito amministrativo non può avere come conseguenza quella di mettere alla fame chi abbia commesso l’illecito e magari la sua famiglia. Né, più in generale, una violazione amministrativa può comportare la perdita di diritti della persona costituzionalmente garantiti. Solo in Italia si prevede l’obbligo vaccinale per andare a lavorare.

Non pensa che tenere a casa i non vaccinati con metà stipendio possa disincentivare le vaccinazioni o penalizzare i vaccinati?

Non pare logico nemmeno a me che i vaccinati vadano regolarmente al lavoro, mentre i non vaccinati possano stare a casa con metà stipendio, e ciò potrebbe comportare una disincentivazione alla vaccinazione. Tuttavia l’incongruenza dipende, a mio sommesso parere, dall’idea che il non vaccinato non possa andare a lavorare.

Lei ha espresso forti perplessità sulla sentenza del Consiglio di Stato del 20 ottobre 2021 n. 7045, che ha ritenuto legittimo l’obbligo vaccinale per il personale sanitario. Non era necessario almeno negli ospedali?

Non è corretto chiamare strumenti di persuasione quelli che invece sono strumenti di coercizione. Se a taluno dico che senza il vaccino non può lavorare, quella persona non l’ho persuasa a vaccinarsi, bensì l’ho costretta. E l’obbligo vaccinale è costituzionalmente legittimo non quando, come è stato affermato, i rischi sono inferiori ai benefici, ma quando la vaccinazione non comporta alcun rischio che non sia banale, ovvero solo quando “esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi sia assoggettato” (v. Corte cost. 22 giugno 1990 n. 307; Corte cost. 23 giugno 1994 n. 258; Corte cost. 18 gennaio 2018 n. 5). Questa condizione non mi sembra vi sia a fronte di questi vaccini, visto che hanno una autorizzazione condizionata e a fronte di decine di migliaia di eventi segnalati e centinaia di decessi non esiste un sistema di farmacovigilanza attiva. E il cosiddetto scudo penale di cui all’art. 3 del decreto legge 44/2021 ha previsto che nessuno, e non solo i medici, possa incorrere in responsabilità penale per morte o lesioni dei vaccinati quando l’uso dei vaccini sia conforme ai protocolli. Non si fanno indagini per fatti che non costituiscono reato.

Obbligo vaccinale, green pass e super green pass hanno aumentato le vaccinazioni, riducendo i casi gravi in un Paese che ha un sistema sanitario più fragile di altri. Non era un obiettivo legittimo?

Sì, ma si deve valutare se aveva o meno ragione Niccolò Machiavelli ad affermare che il fine giustifica i mezzi. Credo fosse necessario porre in essere prima gli strumenti non in grado di interferire con altri diritti, e solo dopo, e se del caso, quelli riduttivi di altri diritti costituzionali. Tra i primi, il rafforzamento delle strutture sanitarie, le cure, le gestes barrière (distanziamento, mascherine, areazione, ndr), mentre la sensazione è che si sia data precedenza ai secondi, quali le chiusure, i coprifuoco, gli obblighi vaccinali. Dubito che possano comprimersi diritti che la Costituzione qualifica “inviolabili”. L’esercizio delle libertà costituzionali non può essere subordinato a una autorizzazione governativa, altrimenti mutiamo quel rapporto tra cittadino e Stato, o tra libertà e autorità, che la nostra Costituzione ha indiscutibilmente posto.

Difesa, il Circolo ufficiali diventa night club per lo show di burlesque: direttore rimosso

Uno spettacolo di burlesque non fa male a nessuno, sembra che anni fa ce ne sia stato un altro nell’austera cornice del Circolo ufficiali, che ora non è più al ministero della Difesa ma poco più in là, sempre in via XX Settembre, nel cuore della Roma del potere, davanti a Palazzo Esercito. Stavolta però c’è il video che da domenica mattina circola sui telefonini dei militari. Mostra un’avvenente ballerina che balla e si sveste accanto al grande stemma che decora il palco: “Circolo Ufficiali delle Forze Armate d’Italia”, le stesse forze armate che sono in stato di allerta per la guerra in Ucraina. Era sabato scorso. In piena crisi internazionale. Spettacolo reclamizzato da giorni sul sito Difesa.it, nella sezione dello Stato maggiore: “Blues Lesque by Holly’s Good – Spettacolo di Burlesque e Musica Jazz”. La locandina ieri mattina era ancora lì, poi l’hanno tolta. Holly’s Good è una star internazionale del settore. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, al quale la legge assegna “l’alta vigilanza” sul Circolo “sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica”, aveva comprensibilmente altro da fare. Ha chiesto allo Stato maggiore, spiegano dal suo staff, di intervenire. Il capo di Stato maggiore, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ha trasferito il direttore-comandante del Circolo: “È stato rimosso e già sostituito, prima ancora che il video fosse diffuso sul web”, precisano dallo Stato maggiore. C’è un certo imbarazzo, si dicono “molto dispiaciuti”, un comunicato ha promesso “un’inchiesta interna” e “ provvedimenti disciplinari”. Vedremo se cambierà la programmazione, che venerdì 25 prevedeva una “Pizza e panuozzo” per la serie “All you can eat” e stasera una festa del martedì grasso.

Le spese del Circolo, è bene ricordarlo, sono a carico della Difesa e quindi del contribuente, assieme a una quota mensile minima (nell’ordine di 1,05 euro mensili, con trattenuta in busta paga) a carico di tutti gli ufficiali. C’è chi non vorrebbe pagarla, ma tant’è. Diversi sindacati militari hanno preso posizione. “In un momento così critico per la stabilità e sicurezza del mondo intero ci saremmo aspettati una maggiore attenzione e sobrietà”, scrive Itamil, suggerendo “una riflessione sull’anacronismo dell’esistenza di tali realtà dedicate esclusivamente a una sola categoria”, gli ufficiali appunto, e ricordando che il Circolo è “appannaggio principalmente del personale in pensione o di rappresentanza per i vertici”.

Ergastolo a ex marito e al sicario per l’omicidio di Ilenia Fabbri

Claudio Nanni fu il mandante dell’omicidio e PierLuigi Barbieri, reo confesso, il suo esecutore materiale. Lo ha stabilito la Corte di assise di Ravenna, che dopo tre ore e mezzo di camera di consiglio, ha condannato all’ergastolo i due uomini per l’omicidio di Ilenia Fabbri, ex moglie di Nanni, sgozzata a 46 anni il 6 febbraio 2021 nel suo appartamento di via Corbara a Faenza. “Le valutazioni che avevamo fatto come Procura hanno trovato conferma nel dispositivo della sentenza”, ha commentato procuratore Daniele Barberini.

Voto scambio, 5 assolti: “È cambiata la legge”

“Il fatto non sussiste” perché è cambiata la legge. Così i 5 imputati a processo in abbreviato a Milano in un capitolo dell’indagine “Krimisa” su un presunto voto di scambio, sono stati assolti. Tra loro l’ex sindaco di Lonate Pozzolo (Varese) Danilo Rivolta, e l’ex coordinatore regionale dei Cristiano Democratici Peppino Falvo. Il gup Tiziana Gueli ha ritenuto non punibile il fatto perché è stato commesso prima del 18 aprile 2014, data dell’entrata in vigore della modifica di legge sul voto di scambio, e ha assolto pure l’imprenditore Salvatore De Novara, imputato con la figlia Francesca, ai tempi assessore del comune, e Cataldo Casoppero, condannato a Busto Arsizio a 14 anni perché ritenuto affiliato alla “locale” Legnano-Lonate Pozzolo.

Mps, c’è il terzo filone di inchiesta a Milano

Terzo filone di inchiesta su Mps a Milano dopo quelle sulla contabilizzazione di derivati e crediti dubbi. Ad agosto 2018 Giuseppe Bivona, manager del fondo BlueBell azionista del Monte, aveva segnalato che nella semestrale al 30 giugno 2018, a suo avviso, la banca non aveva correttamente accantonato i fondi sui rischi legali nelle cause per la contabilizzazione dei derivati Alexandria e Santorini. Bivona chiedeva di accertare errori contabili su un potenziale impatto patrimoniale stimabile “tra 1,7 e 2,5 miliardi”. Il Gip Guido Salvini il 16 febbraio ha respinto la richiesta di archiviazione dei pm Baggio, Civardi e Clerici, che hanno indagato contro ignoti per manipolazione di mercato, e fissato la camera di consiglio al 5 aprile.

“Portò armi in Libia”: 9 anni a Giulio Lolli

Il Tribunale di Roma ha condannato a 9 anni Giulio Lolli, ex imprenditore 56enne estradato dalla Libia nel dicembre del 2019 e accusato di associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale e traffico di armi. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco aveva chiesto 8 anni. Per gli inquirenti, Lolli aveva un “ruolo direttivo” nel gruppo islamista Majlis ShuraThuwar Benghazi e aveva messo a disposizione due barche “destinandole al traffico di armi”. In particolare, secondo l’accusa, “raccoglieva e introduceva nello Stato, deteneva e cedeva a terzi armi da guerra destinate al rifornimento di unità combattenti della prima linea d’assalto”. Prima di essere estradato, era detenuto a Tripoli con l’accusa di terrorismo.

Infortuni lavoro, +47% a gennaio. Ma non è più colpa del Covid

Il 2022 è iniziato con un grande aumento degli infortuni sul lavoro e il motivo non è solo nella nuova esplosione di casi Covid in azienda registrata a gennaio. L’incremento si è verificato soprattutto negli incidenti che nulla hanno a che fare con i contagi da SarsCov2. A gennaio all’Inail sono stati denunciati ben 57.583 infortuni sul lavoro, in aumento del 47% rispetto a gennaio 2021 e del 23,9% rispetto a gennaio 2020 (quando i casi di Covid erano zero). I morti a gennaio sono stati 46, nessuno di questi è stato causato dal Covid; a gennaio 2021 erano stati 41, ma pesavano 13 decessi dovuti al virus. Vista la nuova ondata vissuta a fine 2021, il primo mese del 2022 segna il record di infezioni da Covid sul posto di lavoro, una cifra mai vista da quando è iniziata la campagna di vaccinazione: quasi 17 mila contagi, un numero mensile mai raggiunto nel corso di tutto il 2021 (a gennaio 2021 eravamo sotto i 15 mila).

Tuttavia, come detto, non è questo il fattore determinante: è dagli incidenti che non riguardano il Covid che dipende questa crescita esponenziale. Se consideriamo solo gli infortuni “violenti”, sottraendo quindi gli effetti del virus, gli episodi segnalati a gennaio 2022 sono ben 40.804, in aumento del 67% rispetto ai 24.522. Un numero che tra l’altro si avvicina molto ai 46 mila di gennaio 2020, mese in cui il Covid non era ancora arrivato, quindi non poteva ancora colpire i luoghi di lavoro, ma le attività economiche viaggiavano a pieno regime. Insomma, nonostante oggi si lavori ancora molto meno rispetto a due anni fa, gli incidenti nelle fabbriche e nei cantieri – al netto dell’emergenza sanitaria – sono solo un po’ meno frequenti. E i numeri crescono nonostante in autunno sia arrivato un decreto con nuove norme per la sicurezza: gli effetti, sperando ve ne siano, si potranno vedere solo quando saranno effettivamente potenziati i controlli.