Renzi fake su Davigo: “I 5stelle sapevano che nei verbali su Ungheria c’era Conte”

La fiera dell’impunità e del vittimismo dura circa un’ora. A officiare ci sono Matteo Renzi, Luca Palamara e Alessandro Sallusti, riuniti alla Rizzoli della Galleria Vittorio Emanuele II, a Milano, per presentare il libro del direttore di libero e dell’ex magistrato (Lobby e Logge, Rizzoli). Per Renzi è un’occasione d’oro per proseguire la crociata contro i magistrati che indagano sulla fondazione Open e che hanno chiesto per lui e altri il rinvio a giudizio per concorso in finanziamento illecito. L’ex premier ammette di aver “sottovalutato il deep state” quando era a Palazzo Chigi, senza pensare alle conseguenze giudiziarie che avrebbe subito. Poi lancia l’intemerata contro l’ex consigliere del Csm, Piercamillo Davigo: “Davigo ha consegnato i verbali sulla Loggia Ungheria a Ermini, che li ha distrutti. Vi sembra normale? Anche perché in quello stesso periodo io stavo cercando di mandare a casa il ministro Bonafede e invece pezzi del Movimento erano a conoscenza di quei verbali e sapevano che dentro c’era il nome di Conte”. Certo, Renzi dice en passant che “non si sa se questi verbali siano attendibili oppure no”, anzi, “secondo me questa loggia non esiste”, ma non importa: “Mentre vado in Senato per la sfiducia a Bonafede, parte dei 5Stelle sa che Conte è citato”. In realtà dall’indagine di Brescia emerge che Davigo parlò sì dei verbali di Piero Amara a Nicola Morra, in quanto presidente della Commissione antimafia, ma sia Morra che Davigo, sentiti dai pm, hanno spiegato che l’unico aspetto del quale parlarono era della presenza in quei verbali di un consigliere del Csm. Il tenore dell’incontro in ogni modo è chiaro. Renzi cita Andreotti: “Forse c’è un motivo per cui in tribunale la scritta ‘La legge è uguale per tutti’ è rivolta solo agli imputati e non ai giudici”. L’ex premier difende i genitori (“Fino ai 65 anni erano una famiglia normalissima”) e se stesso (“non scappo dai processi, ma chiedo che le regole valgano anche per i pm”), definendo “una vergogna” anche la vicenda di Luca Morisi, il guru leghista indagato e poi archiviato per una vicenda di droga: “Hanno colpito lui per arrivare a Salvini”. Pure su Palamara, radiato dalla magistratura, c’è solo miele: “L’hanno fatto fuori per una cena. Chi ha accusato lui e Cosimo Ferri, poi ne ha approfittato per fare carriera. La corrente Magistratura democratica è drammaticamente letale per la magistratura”. E poi c’è Palamara che si auto-assolve: “Mi hanno cacciato, ma non è cambiato nulla”. Beatificazione per tutti i presenti.

Renoldi n.1 al Dap, pure Lega ha dubbi. Pd e FI applaudono

Maggioranza divisa sul capo del Dap in pectore, il giudice di Cassazione Carlo Renoldi, scelto dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia nei giorni scorsi, come rivelato dal Fatto. Non solo M5s ,ma anche la Lega dissente sulla volontà della ministra di far guidare il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a un giudice che ha parlato di associazionismo antimafia “arroccato nel culto dei martiri”, a proposito delle posizioni contrarie all’allentamento del 41 bis e dell’ergatsolo ostativo. “La lotta alla mafia – ha detto Giulia Bongiorno – non deve conoscere rallentamenti e le istituzioni oltre a essere intransigenti debbono apparire tali, ecco perché la Lega è preoccupata”. La stessa preoccupazione è stata espressa già domenica dai membri della Commissione giustizia della Camera, M5s: dal presidente Perantoni ai deputati Ferraresi, Saitta e Sarti. Fanno, invece, asse con la ministra, Pd e FI, che la mettono sul piano del rispetto dei diritti come se gli altri fossero per gli abusi. “Il rigore nel contrasto alle mafi –, ha detto Walter Verini (Pd) in Commissione giustizia – non può essere in contrasto con i principi fissati dalla Costituzione”. Soddisfatta anche FI: il capogruppo in Commissione, Pierantonio Zanettin esprime “sostegno convinto” a Cartabia per la sua scelta. La nomina di Renoldi, essendo un magistrato, deve passare dal via libera del Csm al fuori ruolo, che sarà non prima di settimana prossima, dato che questa è “bianca”. Poi l’approvazione in Consiglio dei ministri.

Toti porta i cronisti 4 giorni a Dubai. E la Regione paga

Quattro giorni a Dubai, a spese della Regione Liguria. In occasione del “Boat show”, festival della nautica che si terrà a marzo all’Expo degli Emirati Arabi, la giunta di Giovanni Toti parteciperà con una delegazione. Motivo del viaggio: “È una grande occasione di valorizzazione e crescita dell’economia ligure”. E per convincere di questo anche i media da qualche giorno è cominciato un tam tam in alcune selezionate redazioni locali per formare una piccola claque. Il pacchetto prevede albergo e biglietto aereo coperti con denaro pubblico. Insomma i giornalisti ci mettono solo il vitto e la crema solare. Ferruccio Sansa, consigliere d’opposizione, denuncia “l’ennesima spesa in propaganda”. Dalla Regione arriva invece una difesa d’ufficio dell’indipendenza dei giornalisti (quelli invitati e spesati): “Offensivo metterne in discussione l’indipendenza”. Dalle testate non è chiaro chi parta (e chi paghi), ma in fondo il lavoro è sempre la migliore delle risposte: sono attesi scomodi e imperdibili reportage.

“Sistema Salerno”, in giudizio Comune non è parte civile

Il Comune di Salerno non si è costituito parte civile nel processo al ‘sistema Salerno’ degli appalti alle coop in cambio di voti. Il procedimento è iniziato ieri con le posizioni dei due imputati per i quali la Procura guidata da Giuseppe Borrelli ha chiesto e ottenuto il giudizio immediato. Si tratta dell’ex assessore comunale e consigliere regionale Nino Savastano – eletto nella civica “Campania Libera” fondata dal governatore Pd Vincenzo De Luca – e del ras delle cooperative Vittorio Zoccola. Il tutto è accaduto in assenza di telecamere – gli imputati hanno negato il consenso – e giornalisti, a cui è stato vietato l’accesso per via un protocollo anti-Covid tuttora in vigore: i cronisti possono entrare solo se accreditati con ampio anticipo. Accade a Salerno, dove a ottobre, con l’avanzare delle indagini, anche il Comune decise di chiudere le porte ai giornalisti. Forse perché spaventati dalla presenza degli inviati di Non è l’Arena, programma di La7 di Massimo Giletti. Poi è stato approvato un disciplinare di accesso. Solo su appuntamento.

Mail Box

Le ragioni di Spinelli su guerra, Nato e Russia

Appena letto l’articolo di Barbara Spinelli, ho pensato: parole sane, parole oneste. Che differenza rispetto alle scontate e noiose analisi dei “soliti noti” sugli altri quotidiani. Non leggo sempre tutto il giornale, non tutti i temi mi interessano, ma l’impressione è quella, ogni giorno: un quotidiano talvolta imperfetto, ma onesto, chiaro e stimolante, anche quando l’analisi non è pienamente condivisa, perché comunque porta a riflettere. Lunga vita al Fatto Quotidiano!

Stefano Sorbara

 

L’articolo dell’altro giorno di Barbara Spinelli l’ho letto e riletto con grande attenzione. Non perché era incomprensibile, ma al contrario perché talmente pieno di spunti storico-politici e altri richiami, che più che un articolo poteva benissimo essere un vero e proprio saggio.

Giuseppe Trippanera

 

Credo che oggi in giro ci siano pochi intellettuali onesti e corretti, e soprattutto rispettosi dell’intelligenza dei cittadini come Barbara Spinelli.

Michele Lenti

 

Ho letto avidamente l’articolo della signora Spinelli. Molto lucido, da giornalista degna della massima attenzione. Il signor Riotta che l’ha attaccata, invece, non lo ritengo degno della minima attenzione.

Filippo Giannetto

 

L’articolo di Barbara Spinelli lo ritengo perfetto per stabilire le responsabilità di ciascuno in questo scempio. Quello che dice Letta poi mi lascia assolutamente asettico: il nulla non può spiegare nulla e non può pretendere di essere ascoltato. Da nessuno.

Lorenzo Becagli

 

Quello di Barbara Spinelli è un ottimo articolo, che non giustifica la guerra della Russia contro l’Ucraina, ma mette in luce gli errori fatali degli Stati Uniti e dell’Unione europea, che non hanno mai voluto risolvere il problema dell’allargamento a Est delle ingerenze occidentali.

Cinzia

 

Nel benessere occidentale si vive bene, pur con tutte le contraddizioni del caso, ma non raccontiamoci balle, che alla lunga portano solo disastri. Perciò, nulla mi vieta di dissentire o criticare aspramente quando siamo noi occidentali a sbagliare. Come quando siamo andati in Libia, Jugoslavia, Siria, Afghanistan, Iraq, Corea e Vietnam a portare, con le bombe e i morti, la nostra democrazia non richiesta. Che poi “portare la Democrazia” è una balla di cui sarebbe meglio vergognarsi: chiamate le cose col loro nome. E vogliamo parlare dei politici, con “l’armiamoci e partite” di Enrico Letta? Invece di fare guerre, garantiamo alla Russia che la Nato non si espanderà oltre con un vero trattato (proprio come spiegava Barbara Spinelli l’altro giorno): Putin non avrebbe più giustificazioni.

Gianfranco

 

Leggo attacchi al Fatto Quotidiano e a Barbara Spinelli, scritti da persone che si definiscono di sinistra. Poi chiediamoci da chi hanno preso i voti i distruttori del cosiddetto centrosinistra.

Alessandro Pipitone

 

Facendo un piccolo sforzo mnemonico, quelli che ai tempi di Gorbaciov erano già adulti, possono ricordare cosa successe allora. Barbara Spinelli lo spiega bene con un articolo di storia contemporanea ben fatto e ricco di dati. Non c’è bisogno di condividere o meno, sono i fatti.

Werter Bondanelli

 

Di fronte alla guerra, i sentimenti prevalenti nella maggioranza delle persone sono: preoccupazione, ansia, angoscia, indignazione, rabbia, solidarietà, empatia verso chi soffre, condanna di chi aggredisce, rifiuto e ripudio della guerra stessa (in maniera efficacissima ci viene in aiuto la costituzione italiana). Io ora mi sento così, e mi sono sempre sentito così anche quando gli aggressori eravamo noi. E non ho mai trovato scuse orwelliane per camuffare le guerre chiamandole interventi umanitari, operazioni di polizia internazionale oppure esportazioni di democrazia, laddove le vittime civili venivano cinicamente definite “effetti collaterali”. In questo mix di ira e nausea nei confronti di ogni guerra di aggressione sta la mia coerenza e la mia credibilità. Le rivendico con la consapevolezza di essere fedele a principi che ritengo irrinunciabili, non negoziabili. Lascio ad altri la commozione selettiva, il “sono contro la guerra, ma”; lascio ad altri l’elmetto a seconda di chi ti chiede di indossarlo. Io non mi arruolo con le guerre di aggressione. Il mio orizzonte è la pace nella giustizia. E per questo vorrei ringraziare Barbara Spinelli, per la sua esplicita autocritica rispetto alla guerra contro la Jugoslavia nel 1999. Le fa onore.

Paolo Voltolini

Rainer Maria Rilke. “Non si scherza sui poeti”. “La cultura non è noiosa”

 

Caro “Fatto”, che tristezza il pezzo di Camilla Tagliabue sul libro in uscita in questi giorni sulle lettere di Rilke a Lou Andreas-Salomé: forse pensa di essere spiritosa indicando il poeta come toy-boy della grande psicoanalista amica di Freud, descritta solo come una assatanata di conquiste erotiche, per non dire del fatto di far passare Rilke come uno scroccone in cerca di castelli ospitali. C’è veramente poco da ridere; se questi articoli servono a fare cultura, siamo messi male. Per fortuna rimangono le opere di uno dei più grandi poeti del Novecento.

Giancarlo Valentini

 

Gentile signor Valentini, grazie per l’attenzione dedicata al pezzo: la sua stilettata costringe a riflettere sul “fare cultura” all’interno di un quotidiano. È evidente che le pagine culturali non sono un succedaneo del sussidiario scolastico o di Wikipedia: che Rainer Maria Rilke sia “uno dei più grandi poeti del Novecento”, come scrive lei, è scontato, anche se – a scanso di equivoci – l’ho comunque ricordato nell’articolo. Per il resto, ho cercato di raccontare un Rilke inedito, non inventando nulla: come molti artisti, l’austriaco aveva (banalmente) problemi di soldi, e quindi di sostentamento, e quindi di sovvenzioni e mecenati e stanze solitarie e tranquille in cui coccolare e nutrire la propria creatività. Lo si evince dalla sua biografia pellegrina – ospite ora di amici, ora di benefattori in tutta Europa –, ma anche dal suo epistolario, che era il cuore della “notizia”: se non sapessimo chi è, lo derubricheremmo a uomo lamentoso e malaticcio, vanesio ed evanescente. Quanto alla sua amica, ed ex amante, Lou Andreas-Salomé, mai scritto che fosse “una assatanata di conquiste erotiche”, anche perché la signora si concedeva con parsimonia. Ciononostante, o forse proprio per questo, spezzò più di un cuore: Rilke, ma anche Nietzsche, mentre Freud fu più accorto. Per lei, almeno tre uomini tentarono il suicidio: due ci morirono, il terzo no, e diventò suo marito. Rainer e Lou, prima che poeta e psicoanalista, furono un uomo e una donna, esseri umani con le loro frivolezze e debolezze: non sono mostri sacri da enciclopedia, intoccabili, granitici, polverosi e noiosi. E poi perché la cultura deve essere intoccabile, granitica, polverosa e noiosa? Perché non poter ridere di lei, con lei?

Camilla Tagliabue

Scrivo ancora (quelle bombe non chiedono il mio silenzio)

Stamattina per qualche minuto

mi sono detto: ma perché insisti?

Ora parlare di disarmo sembra fuori luogo,

ora c’è una guerra, ma io sono qui

non per rappresentare il mondo,

per dare il mio contributo alla sua geometria.

Io parlo dal mio corpo e dalla mia infanzia,

penso al pugno sul naso e allo stupore

chi mi venne invece di reagire

e fu l’unica volta in cui sono entrato

in una rissa, io ho cominciato a scrivere

perché mi sentivo inadatto ad ogni rissa

e quando ho cominciato a leggere e a capire

cosa facevano gli adulti nel mondo

mi sono scandalizzato a sapere

che gli Stati consumavano tanti soldi per le armi.

E di colpo arriviamo a ieri

alla Germania che aumenta le spese per le armi

e alla radio uno stratega militare

analizza con evidente eccitazione

gli scenari militari.

Non posso parlare a nome di altri,

non posso invocare amicizie per questo mio sentire:

io provo orrore quando guardo un sottomarino,

un aereo con le bombe nella pancia,

un carro armato,

e penso agli uomini alla guida di questi mezzi

e non so se la poesia debba occuparsi di questo

o di altro, so di cosa devo occuparmi io,

so che non devo convincere nessuno,

ma qui pianto questi versi come si pianta un chiodo

a cui non devo appendere niente,

scrivo e penso che sia meglio di aggredire,

stare in silenzio adesso sarebbe una forma di rancore

e dunque scrivo, scrivo ancora.

Il piano svizzero va benissimo

Dopo il polverone sollevato dalla mancanza del “piano pandemico italiano”, le cui responsabilità non sono ancora state individuate (almeno da parte della Giustizia), dopo che la commissione interministeriale di valutazione in materia di biotecnologie, istituita nel 2006, il Comitato nazionale per la biosicurezza, biotecnologie e scienza della vita, il Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (2004), il sottocomitato “Virus influenzali e pandemia” non sono riusciti a darci uno straccio di indicazione di come comportarci in caso di pandemia, la montagna ha partorito il topolino. È stato pubblicato sul sito del ministero della Salute, il piano pandemico influenzale 2021-2023: per la sua realizzazione è stato formalmente istituito un gruppo di lavoro istituzionale multidisciplinare e multisettoriale esteso (un altro!). L’obiettivo generale (dichiarato) è stato quello di “rafforzare la preparazione nella risposta a una futura pandemia influenzale a livello nazionale e locale, in modo da proteggere la popolazione, riducendo il più possibile il potenziale numero di casi e quindi di vittime della pandemia in Italia e nei cittadini italiani che vivono all’estero (significato non chiaro, ndr), tutelare la salute degli operatori sanitari e del personale coinvolto nell’emergenza, ridurre l’impatto della pandemia influenzale sui servizi sanitari e sociali e assicurare il mantenimento dei servizi essenziali, nonché preservare il funzionamento della società e le attività economiche”. La sensazione è che per due anni si sia parlato tra sordi smemorati. Non abbiamo finito di contare le vittime del grande disastro e si ricorre al solito pannicello caldo. Forse i nostri esperti non hanno avuto tempo per consultare i siti di altri Paesi e neanche di copiare ciò che altri hanno redatto egregiamente. Ci permettiamo di suggerire di consultare il piano pandemico della vicina Svizzera. È pubblicato in italiano con buona grazia dei nostri consulenti che non conoscono le lingue. È chiaro e completo. Avremmo molto da apprendere. Il timore è che, vista la stanchezza accumulata e la voglia di rimuovere il dramma che finalmente ci sta dando tregua, si cancellino le responsabilità e, soprattutto, si ricada negli stessi errori di prima, con documenti che dovrebbero essere linee guida comportamentali.

 

Direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Il popolo ucraino ha diritto alla Resistenza: l’Ue lo aiuti

Ho assai cara la mia tessera dell’Anpi e mi sono dedicato con passione alla costruzione del Memoriale della Resistenza italiana in cui abbiamo raccolto centinaia di testimonianze dei giovani che fecero la scelta partigiana. Pur ammirando i pensatori della nonviolenza, a partire da Gandhi, ho sempre pensato che l’ideale pacifista debba contemplare quelle circostanze storiche eccezionali nelle quali un popolo non ha altra scelta che difendere con le armi la propria libertà e la propria dignità. Me l’ha insegnato, per l’appunto, la Resistenza partigiana, e non dimentico che a guidarla furono molti comandanti che avevano ricevuto una formazione militare arruolandosi volontari nelle Brigate internazionali durante la guerra di Spagna. Orbene, di fronte a grandi città europee come Kiev, Odessa, Kharkiv, assediate da un esercito invasore che mira a rovesciare il loro governo democraticamente eletto, non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a un caso di legittima resistenza popolare. Qualunque ragionevole considerazione sulle colpe pregresse che hanno favorito la guerra di aggressione scatenata da Putin merita certo di essere tenuta presente, e non criminalizzata, ma passa in secondo piano. Lo stesso dicasi riguardo alla presenza minoritaria, tra i combattenti ucraini, di formazioni che si rifanno a un etno-nazionalismo di matrice fascistoide, ciò che del resto riguarda pure le milizie filorusse del Donbass. Sono il lascito avvelenato di un secolo di guerre civili, carestie, stermini e deportazioni di massa. Ma le donne che fabbricano bottiglie molotov preparandosi al combattimento casa per casa sono ben altra cosa.

La scelta dell’Unione europea di sostenere con rifornimenti militari il governo di Kiev, per la prima volta nella sua storia, è certamente figlia di inadempienze del passato e difficilmente basterà a sovvertire l’esito di una guerra impari. Ma non a caso è sopraggiunta solo dopo che gli ucraini hanno dato prova di non essere disposti ad arrendersi all’aggressore. Il loro coraggio, la loro unità popolare, non ha colto di sorpresa solo Mosca, ma anche Bruxelles. E ha determinato la svolta. Anche l’annunciata disponibilità a prendere in considerazione l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea giunge con grave ritardo. Si tratterebbe di qualcosa di ben diverso dall’adesione alla Nato, in quanto non comprometterebbe un suo futuro status di neutralità. In passato Putin aveva mostrato di poter tollerare questo allargamento. Purtroppo non si è agito per tempo. Agli zelanti propugnatori di un atlantismo fuori tempo massimo, dopo che la Nato ha rivelato al mondo la propria incapacità di garantire equilibri internazionali pacifici, seppur tardivamente l’Unione europea può offrirsi come alternativa per garantire un futuro di convivenza nel nostro continente. Ma ciò presuppone innanzitutto una scelta netta: stare dalla parte degli aggrediti contro l’aggressore. Anche se comporta dei sacrifici e, riconosciamolo, dei rischi. Così come ho trovato insopportabili nei giorni scorsi le obiezioni all’applicazione di costose sanzioni economiche alla Russia (certo, costose anche per noi), allo stesso modo ritengo inevitabile fornire all’Ucraina tutto il sostegno di cui necessita. L’alternativa sarebbe assistere impassibili alla violenza che si abbatte sui nostri vicini di casa. Riconoscere il loro diritto alla resistenza senza aiutarli sarebbe non solo ipocrita ma autolesionista. “Oggi a noi, domani a voi”, gridavano sabato in corteo a Milano centinaia di immigrati ucraini.

Ci ha dato una lezione di moralità il presidente Zelensky quando – ai diplomatici americani che gli offrivano un’evacuazione a Leopoli o all’estero – ha risposto: “Mi servono munizioni, non un passaggio”. Augurarsi che non faccia la fine di Salvador Allende senza muovere un dito, sarebbe da miserabili.

 

Le indecenti sparate (e giravolte) di Salvini sul “pacifico” Putin

La fortuna di molti “politici” italiani risiede nella smisurata assenza di memoria e amor proprio che caratterizza larga parte dei loro elettori. Se così non fosse, uno come Salvini avrebbe meno voti di Renzi.

Quello che il Cazzaro Verde è riuscito a dire su Putin in questi anni è semplicemente leggendario. Gli anni d’oro del suo trasporto putiniano sono quelli del periodo 2014/2017, quando secondo alcuni Putin “non era pericoloso come adesso”. Certo: è infatti noto come Putin, sette anni fa, fosse un politico garbato, rispettoso del dissenso e dei giornalisti scomodi, mai dittatoriale né umorale. Praticamente l’erede di Gandhi. La venerazione salviniana per Putin era (era?) totale. Qualche esempio. 12 novembre 2014: “Mi auguro che i russi rieleggano Putin, uno dei migliori uomini politici della nostra epoca”. 7 luglio 2015: “Preferisco Putin all’Europa, non ci sono dubbi”. 30 marzo 2017: “Spero che Trump, Putin, Le Pen e Salvini (parla pure in terza persona, sic) possano fare qualcosa di utile per la democrazia e la pace nel mondo”.

E ancora. Nel 2016, ospite di Myrta Merlino su La7, sentenzia: “Uscire dalla Nato? Perché no. Qualcuno qui o a casa ha paura di essere invaso dai russi?”. Il 12 novembre 2014 Salvini parla proprio di Ucraina, con toni come di consueto sereni: “Ucraina? Non si rompano le palle a Putin”. Sono frasi “vecchie”? Mica tanto. Il 12 luglio 2019, ovvero neanche tre anni fa, Salvini (in quel momento ministro degli Interni) non aveva certo smaltito l’orgasmo putiniano. Anzi. Bomba 1: “Staremmo meglio se avessimo un Putin in Italia” (certo: potremmo invadere la Savoia, per esempio). Bomba 2: “Putin è il miglior uomo di governo sulla faccia della Terra”. La mia preferita è però quella del 25 novembre 2015. In quel periodo Salvini andava in giro con le t-shirt su cui era stampato il faccione militare di Putin. Pronti? Et voilà: “Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin”. Boom!

Uno così, in un mondo normale, avrebbe meno voti di Renzi. E in effetti sta crollando a vista d’occhio: solo lui (e Renzi) potevano dilapidare così velocemente i consensi. L’uomo resta però centrale nella “politica” italiana. Ora, sulla guerra Russia-Ucraina, Salvini è palesemente in imbarazzo. Condanna l’aggressione ma non nomina mai l’aggressore, quasi che a invadere l’Ucraina fosse stata una misteriosa entità sovrannaturale. Scrive post mielosi che non vogliono dire nulla, tipo “NO alla guerra, sempre. SÌ alla vita, sempre” (e ci mette pure la bandiera dell’Ucraina, che solo sei anni e mezzo fa “non doveva rompere le palle a Putin”). Fa un’orribile distinzione che sa di razzismo tra “profughi veri a cui aprire le porte” (gli ucraini) e “profughi finti” (si presume ad esempio i sopravvissuti ai lager libici, che scappano da resort 5 Stelle). Sentenzia non a torto che “Putin approfitta di un Occidente debole e diviso, di un’Europa che non ha una voce unica”, fingendo però di ignorare che a dividere e non unire l’Europa è proprio gente come lui. All’apice del paraculismo politico, giovedì scorso Salvini ha pure fatto una diretta Facebook (seguita da pochi intimi) durante la quale ha deposto fiori davanti all’ambasciata ucraina a Roma. Allucinante. Salvini dovrebbe vergognarsi oltremodo per quel che ha detto, come dovrebbe vergognarsi (appena un po’ meno) la Meloni, capace di sostenere nel suo libro che “Putin difende i valori europei e l’identità cristiana”. Ma loro non si vergognano mica. Fanno finta di nulla, vanno avanti come nulla fosse e si ricollocano nel mesto scacchiere italico. La politica al suo peggio.