Al capo-Dap: l’ergastolo ostativo non va toccato

Ho guidato il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) per un paio d’anni. È stata – francamente – l’esperienza più difficile della mia vita professionale. La maggiore difficoltà nasceva dalla constatazione che i problemi e le complessità del carcere (soprattutto il sovraffollamento) avevano la conseguenza di infliggere al detenuto una sofferenza in più oltre a quella “fisiologica” della privazione della libertà. Un di più in contrasto con i principi della nostra Costituzione. Questa quotidiana constatazione era causa di un disagio che moltiplicava la mia inadeguatezza. Nello stesso tempo, a fronte delle falle dell’universo carcerario, ho apprezzato la grande crescita professionale e culturale del personale addetto e in particolare della polizia penitenziaria. Una realtà che le ombre (anche gravi) talora registrabili non possono cancellare.

Tanto premesso, a Carlo Renoldi, destinato secondo i media a essere il nuovo capo del Dap dopo le dimissioni di Petralia, gli auguri più sinceri di un buon lavoro: che possa svolgersi con la collaborazione convinta di tutte le forze interessate, anche di quelle sigle sindacali che secondo Renoldi avrebbero un atteggiamento miope declinando la loro nobile funzione in una chiave microcorporativa.

Queste parole fan parte di un intervento di Renoldi del 29.7.2020 in un convegno sul carcere a Firenze, del quale vorrei commentare alcuni passaggi tratti dall’interessante resoconto di A. Mascali sul Fatto del 27 febbraio.

La mia opinione in tema di carcere ostativo l’ho esposta anche su questo giornale, ed è decisamente diversa da quella di Renoldi e di quanti plaudono al sostanziale svuotamento dell’ostativa per i mafiosi che non abbiano collaborato con la giustizia. So bene che il mio punto di vista è di quelli che spingono gli zelanti garantisti a brandire come un cartellino rosso, di espulsione dal dibattito, l’accusa di giustizialismo. E tuttavia resto della mia opinione, mentre mi conforta scoprire l’esistenza di una categoria nuova, quella dei “giustizialisti democratici”, coi quali Renoldi vorrebbe riannodare i fili del dialogo. Io penso che il valore dell’art. 27 della Carta (le pene devono tendere alla rieducazione del condannato) sia incontestabile. Ci mancherebbe. Ma quando si tratta di mafiosi irriducibili non pentiti vanno considerati alcuni dati di fatto. Il mafioso giura fedeltà perpetua all’organizzazione e il suo status di mafioso è per sempre. Lo dicono l’esperienza e i più qualificati studi sulla mentalità mafiosa. Il mafioso non pentito continua a essere convinto di appartenere a una “razza” speciale, nella quale rientrano soltanto coloro che sono davvero uomini (non a caso autodefinitisi “d’onore”). Tutti gli altri, quelli del mondo esterno, sono individui da assoggettare. Non persone, ma oggetti, esseri disumanizzati. Tanto premesso, alcuni interrogativi. Si può dire che il pentimento risulta essere l’unica condotta univoca, l’unica dimostrazione affidabile di voler disertare davvero dall’organizzazione criminale, cessando di esserne strutturalmente parte? Si può dire che senza pentimento la decisione si riduce a un pericoloso salto nel buio? In altre parole, si può ritenere che il “doppio binario” per i mafiosi non pentiti (fino all’ergastolo ostativo) sia rispondente a criteri di ragionevolezza basati sulla concreta specificità del problema mafia? Vero è che la Consulta non la pensa così. Nel film Il rapporto Pelican una studentessa (interpretata da Julia Roberts) al professore che le chiede perché la Corte suprema non abbia deciso una questione secondo la sua opinione, risponde “forse perché la Corte ha sbagliato…”. Non oso arrivare a tanto, va da sé. Posso però augurarmi che il Parlamento riesca a trovare una “quadra” in grado quantomeno di ridurre il danno che si profila.

Al tema dell’ergastolo ostativo Renoldi collega poi un attacco “all’antimafia militante arroccata nel culto dei martiri… che vengono ricordati attraverso esclusivamente il richiamo al sangue versato, alla necessaria esemplarità della risposta repressiva contro un nemico che viene presentato come irriducibile”. Sono parole a mio avviso poco rispettose dei tanti familiari delle vittime di mafia che ancora oggi chiedono verità e giustizia (lo faranno nuovamente il 21 marzo a Napoli, nella giornata della memoria e dell’impegno organizzata da Libera). E spero che il pensiero di Renoldi non porti acqua al mulino di chi teme che i familiari sbilancino, accentrandola su di sé, la trattazione dei problemi di mafia: per cui bisognerebbe incaricare esperti psicologi di rieducarli…

 

C’è un conflitto armato nel centro commerciale: preso il reparto “Salumi”

Due anni fa, durante il lockdown, nel condominio di zia alla Balduina la situazione si era fatta insostenibile per colpa di tre famiglie (i Pirzio-Biroli, i Tracchia e i Facta) che facevano come cazzo gli pareva. Fu accolta la proposta di zia: ipotecare gli appartamenti di tutti gli altri, e coi 10 milioni accantonati comprare una nuova palazzina in piazza Augusto Imperatore, delegando alle gemelle Mastrocinque del primo piano (due fragili zitelle con chignon di cui si vocifera un passato burrascoso nei Nar) il compito della rappresaglia, una volta completato l’esodo. Un mesetto dopo, il palazzo alla Balduina veniva seriamente danneggiato da un’esplosione notturna e dichiarato pericolante, costringendo i Pirzio-Biroli, i Tracchia e i Facta, imbufaliti, a ricoveri di fortuna. Da giovedì, un gruppo di mercenari assoldati dai Tracchia ha invaso il centro commerciale di proprietà delle gemelle Mastrocinque all’Eur, mettendo sotto assedio diversi negozi e il supermercato. Le gemelle Mastrocinque hanno subito attivato un gruppo d’intervento guidato da un ex generale piduista e composto da ex-militanti di Avanguardia Nazionale/Terza posizione, col supporto logistico di due ex della Banda della Magliana. I combattimenti armati sono avvenuti soprattutto nel supermercato, dove i reparti Gastronomia e pasta fresca, Salumi e formaggi, e Tutto per la casa sono stati colpiti da pesanti cannoneggiamenti, mentre i clienti terrorizzati trovavano rifugio nei garage sotterranei. L’esercito dei mercenari, favorito dai parcheggi (le prime tre ore sono gratis), aveva fatto irruzione nel centro commerciale principalmente da tre fronti (nord, est e sud), trovando una prima resistenza abbastanza decisa nel personale preposto al controllo della temperatura all’ingresso. Sono entrate quindi colonne di carri armati, e sono stati compiuti bombardamenti con droni che hanno colpito una nursery, suscitando un’ondata di sdegno internazionale. Dopo una rapida avanzata nei primi giorni, sabato e domenica i mercenari hanno guadagnato poco terreno, secondo gli analisti a causa della resistenza organizzata dalle gemelle Mastrocinque, che hanno fatto distribuire armi per l’autodifesa ai clienti, la maggioranza dei quali ha origini italiane o parla l’italiano come prima lingua, incoraggiandoli inoltre alla guerriglia. Sul loro account Twitter c’è il link per due tutorial di YouTube: uno su come preparare le molotov, e un altro su come sganciare gorgonzola con un paio di bretelle. Anche il loro appello alla comunità dei condomini della palazzina in piazza Augusto Imperatore sta sortendo gli effetti sperati: gli Schiaffino hanno un parente che è nel consiglio di amministrazione della banca dove i Tracchia hanno il conto corrente. Si attende l’annuncio di pesanti sanzioni economiche nei confronti dei Tracchia. Grazie a un accordo interbancario, le sanzioni isoleranno pure i parenti dei Tracchia, complicando o rendendo impossibili i loro acquisti con carta di credito, per lo meno in Occidente. Gli analisti però concordano sullo scarso impatto che questi provvedimenti potranno avere sulla famiglia Tracchia: nel breve termine saranno tollerabili; non influiranno sulle operazioni militari ormai avviate nel centro commerciale; e molto difficilmente potranno avere un effetto sulla voglia di rappresaglia dei Tracchia. La proposta, sostenuta fortemente dai Cerulli, di rapire all’asilo la più piccola dei Tracchia, sarebbe stata per ora accantonata: i condomini contrari hanno sostenuto che la mossa lascerebbe molto meno potere contrattuale alle gemelle Mastrocinque in ambito diplomatico, rimuovendo troppo presto una leva importante da utilizzare con i Tracchia per porre le condizioni di una tregua o la fine dell’invasione.

(1. Continua)

 

L’impreparazione dei leader buoni contro il “caro” nemico Vladimir

Non ha torto Giulio Tremonti quando ironizza sul G20 dello scorso ottobre, che ha partorito poche righe su quella che era già l’esplosiva crisi Mosca-Kiev. E quando dice che “i grandi della Terra sembrano turisti della storia” (La Verità). In questi giorni è tutto un fiorire di analogie con l’aggressione di Putin all’Ucraina paragonata alla occupazione dei Sudeti da parte della Germania di Hitler. Con la non piccola differenza che, allora, più la guerra si avvicinava e più le relazioni tra il capo nazista e le democrazie dell’epoca si azzeravano. Mentre, fino all’altroieri, allo zar Vlad era riservato un posto d’onore al tavolo dei Grandi, accanto a Biden, Macron, Merkel, Johnson, Draghi. Un carissimo nemico con il quale il numero uno di Parigi e quello di Berlino intrattenevano rapporti anche personali. Vero è che al vertice di Roma l’autocrate russo partecipò (come il collega cinese) in videoconferenza: un gelido distacco che, a maggior ragione, avrebbe dovuto mettere in allarme gli altri partecipanti. Apparsi invece più concentrati sulle vacanze romane che sul pericolo di un imminente conflitto nel cuore dell’Europa. Perché mentre la guerra si allarga a dismisura, fino a mettere in preallarme gli apparati atomici, una domanda sorge spontanea. Come è stato possibile che i governi, le diplomazie e le intelligence del fronte occidentale siano rimasti per tutto questo tempo a guardare il fuoco della miccia che rapidamente si avvicinava al detonatore, salvo cercare di spegnerlo quando ormai era troppo tardi? Del resto, che la conquista di Kiev facesse parte dei piani non più rinviabili di Putin lo aveva messo lui stesso nero su bianco, e in tempi sospetti, in un lungo saggio dal titolo Sull’unità storica di russi e ucraini messo in Rete sul sito del Cremlino il 12 luglio 2021 (e che il Domani ha pubblicato ieri). Sono gli stessi argomenti con i quali, nella diretta televisiva di qualche giorno fa, l’autocrate russo ha fornito al mondo la giustificazione ideologica dell’annessione del Donbass, mentre i blindati riscaldavano i motori. Ci sarà tempo (ci auguriamo) per indagare a fondo sull’impreparazione (e/o sottovalutazione) dimostrata dai leader “buoni” mentre il “cattivo” caricava il kalashnikov. Infatti, quel G20 passerà alla storia con essi che lanciano festosamente le monetine nella Fontana di Trevi. Di spalle. Preferivano non guardare.

Tutti zitti per le Fake di Maggioni su Raiuno

In questi giorni in Rai sulla guerra in Ucraina se ne vedono di tutti i colori. Qualcuno viene messo alla gogna, qualcun altro no. Chi sembra godere di potere assoluto è Monica Maggioni. La direttrice del Tg1, già inviata di guerra ed esperta di esteri, da giovedì si è impossessata del palinsesto (con la blindatura di Carlo Fuortes e Marcello Ciannamea), provocando nervosismi a Saxa Rubra. E collezionando qualche gaffe, come ieri mattina, quando ha commentato una copertina del Time con Putin raffigurato con mezza faccia da Hitler, salvo poi scoprire che era un fake. O giovedì quando, in onda per tutto il giorno, ha “bucato” il discorso di Joe Biden. I numeri sono comunque questi: giovedì in prima serata ha fatto il 13,7% di share, venerdì in seconda il 14,4%, domenica in seconda il 13,2%. Con la guerra salgono gli ascolti di tutti i tg: per esempio, domenica il Tg1 ha fatto il 28,4% alle 13.30 e il 26,2% alle 20. “Raiuno è diventata Tele-Maggioni”, dicono le malelingue. Maurizio Mannoni, orfano di Claudio Pagliara, venerdì sera le ha lanciato un paio di velenose frecciate durante Linea Notte. Pure Bruno Vespa (giovedì col 12,8%) non gradirebbe andare in onda dopo che di Ucraina si è già straparlato in prima serata. Mentre le parole di Lucia Annunziata sulle “cameriere e badanti” ucraine (e “amanti”, aveva aggiunto Antonio Di Bella nel fuorionda), ripetute domenica di fronte a un perplesso Matteo Salvini, sono anch’esse passate in cavalleria.

Spinelli & C.: i talebani liberali linciano chi critica Usa e Nato

Toccherà rivalutare miss e soubrette, quelle che per stereotipo dicono solo di volere “la pace nel mondo”. Forse non erano in torto, dato che chi si azzarda anche solo a fare un passo oltre i principi da gessetti colorati – beninteso: senza per questo negarli – viene crocifisso. Il pensiero – quando c’è, e quindi quando è diverso – è criminalizzato, condannato, a maggior ragione riguardo a un tema come la guerra su cui è fondamentale ben pensare. Guai a formulare un’analisi sull’invasione russa che inviti a riflettere su come si è arrivati al conflitto, interpretando in maniera critica la gestione dei rapporti internazionali degli Stati Uniti e della Nato negli ultimi 30 anni (senza che questo, come capirebbe anche un bambino, significhi giustificare le bombe russe). Non si può, pena il processo per direttissima per il reato di sovranismo celebrato via social e giornali dai campioni liberali.

Ne sa qualcosa la nostra Barbara Spinelli, che anche solo per storia personale mai nessuno si sarebbe sognato di accostare a simpatie putiniane. Fino a questo fine settimana. Barbara è figlia di Altiero Spinelli e di Ursula Hirschmann, due fondatori dell’unità europea, e in una sua analisi sul Fatto si è limitata a sottolineare come “il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Ue non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria”. L’articolo elencava una serie di errori degli americani e dei loro alleati in politica estera, situazioni che hanno portato a isolare Putin senza intuire che un giorno il premier russo avrebbe potuto scegliere la via militare per una prova di forza. Nulla che inneggi ai carri armati su Kiev. nulla che simpatizzi con gli attacchi al popolo ucraino.

Eppure da due giorni i maître à penser del progressismo italiano insultano Spinelli e il Fatto, approfittando anche del pretesto che su Twitter l’Ambasciata russa abbia rilanciato l’analisi della Spinelli. Carlo Calenda, col consueto aplomb, provoca: “Si chiude il cerchio. Il Fatto – la sinistra massimalista – Salvini. Populisti e sovranisti. Sempre dalla parte sbagliata”. Il renziano Marco Di Maio accusa noi e Barbara di “giustificare la guerra di Putin”, Gianni Riotta – non si sa bene a che titolo – asserisce che “suo padre non sarebbe d’accordo”, pretendendo di dare lezioni di coerenza alla nostra firma. Dalla Rai, Giancarlo Loquenzi ironizza (“tutto torna, anche il retweet dell’ambasciata russa”), mentre Claudio Cerasa (Foglio) ci sbeffeggia e Emiliano Fittipaldi (Domani) critica le nostre prime pagine e sghignazza: “Ecco cosa ha rilanciato per la sua propaganda l’ambasciata russa”. Il tutto, va da sé, senza che alcuno abbia risposto sul merito dell’articolo (che prima di tutto richiederebbe lo sforzo di essere letto). Così come nessuno si sogna di rispondere a Sergio Romano, stimatissimo diplomatico e storica firma del Corriere, che da giorni ripete concetti simili a quelli scritti da Spinelli, sfuggendo al linciaggio forse solo per merito dell’identificazione con un quotidiano che i renziani non hanno il coraggio di definire sovranista.

E pensare che di coraggio non difettano, visto che in questi giorni da Italia Viva se la sono presa pure con l’Anpi, rea di aver scritto – in un comunicato precedente all’invasione russa – che “l’allargamento della Nato a Est è stato vissuto legittimamente da Mosca come una crescente minaccia”. Matteo Renzi, il cui cerchio magico non è nuovo a dare patenti ai “partigiani veri”, s’è sfogato: “È vergognoso, i partigiani avrebbero saputo da che parte stare”.

Ma gli indignati in servizio permanente effettivo hanno mandato a processo anche Marc Innaro, da anni corrispondente Rai da Mosca e ieri descritto su La Stampa come “sempre piuttosto ossequioso col Cremlino”; abbastanza da provocare la difesa del collega da parte del sindacato Usigrai.

Il reato di eresia è sempre il solito: non limitarsi a un appello per la pace, ma dar conto del punto di vista russo (disclaimer obbligatorio: anche in questo caso, senza essersi arruolato come foreign fighter per Putin). Domenica sera Innaro ha parlato a Che Tempo che Fa: “Invidio molto le certezze granitiche di chi mi ha preceduto quando afferma di sapere che Putin vuole sradicare l’Ucraina dalla cartina del mondo, attaccare i Paesi Baltici e ricostituire l’Unione Sovietica. Io umilmente faccio un passo indietro e mi limito a dire che quando un giorno dovremo scrivere la storia di questi momenti drammatici, forse capiremo che avremmo potuto e dovuto fare di più e non trattare la Russia senza rispetto, considerandola un nemico. Forse bisognava ragionare su una nuova architettura europea che inglobasse la Russia. Da quando è crollata l’Unione Sovietica, la Nato si è allargata di altri 14 Paesi, la Russia l’ha percepito come una minaccia. Cosa c’è di malvagio nell’immaginare per l’Ucraina uno status di neutralità?”. Parole che hanno provocato il panico in studio, dove Fazio forse si è ricordato di quel che era successo la sera prima al Tg2 Post.

Lì il direttore Gennaro Sangiuliano è stato colto in flagrante mentre non prendeva le distanze da una mappa che mostrava il vero, cioè l’allargamento della Nato negli ultimi anni. Circostanza che ha infastidito persino il Pd, che ha consegnato i propri malumori al Foglio e a Repubblica fino al punto che Sangiuliano ha dovuto giustificarsi prendendo le distanze da Putin (“lui è l’aggressore, la vittima è Zelensky”). Ok il servizio pubblico, ma con più frasi di circostanza, per favore.

M5S, oggi l’udienza su Conte “congelato”

Oggi è il giorno del giudizio, e l’avvocato che vuole restare presidente ha bisogno di buone notizie. La prima, quella essenziale, è che un giudice a Napoli accolga il ricorso del M5S contro l’ordinanza del tribunale civile che ha “congelato” lo statuto e quindi anche lui, il presidente del Movimento, Giuseppe Conte. Ma l’ex premier si augura anche che il magistrato sposti la competenza territoriale sul processo a Roma.

Altro punto non secondario per Conte e i Cinque Stelle, che nell’udienza di oggi – ma non è certo che la decisione arrivi in giornata – si giocano un bel pezzo di futuro. Perché il M5S ancora bloccato dall’ordinanza non riesce neppure a fare le liste per le amministrative della prossima primavera. Ergo, Conte e la sua segreteria hanno fretta di tornare pienamente operativi. Ma lì fuori hanno un avversario pronto a rispondere con altri ricorsi, ossia l’avvocato Lorenzo Borrè, colui che ha costruito l’istanza di alcuni attivisti napoletani. Anche per questo, Conte ha già annunciato per il 10 e il 11 marzo una nuova votazione degli iscritti sullo statuto: modificato, innanzitutto per poter accedere ai fondi del 2 per mille. Però l’obiettivo è pure blindare il leader “perché dopo questo nuovo voto bisognerebbe ripartire da zero con i ricorsi”, stando almeno ai vertici del M5S. In quest’ottica, è importante ricordare come alla votazione verranno ammessi solo gli iscritti da oltre sei mesi. Cioè proprio la regola che il tribunale ha contestato a Conte, perché applicata nella votazione con cui è stato approvato il nuovo statuto nell’agosto scorso. Senza però – sempre a detta dei giudici – che fosse prevista da un regolamento apposito. Ma dal M5S ribattono che venne adoperato quello varato dal vecchio comitato di garanzia nel 2018, su proposta dell’allora capo politico Luigi Di Maio, come fanno notare nel ricorso. Non solo: il regolamento, sostengono ancora nell’istanza, non è stato cambiato dai due successivi statuti, ed è stato adoperato in tutte le votazioni.

Della sua esistenza, però, Conte non avrebbe saputo nulla, almeno fino all’ordinanza dello scorso 7 febbraio. “Un mutamento sopravvenuto” che giustifica il ricorso, a detta del M5S: ufficialmente pronto a tirare dritto con la nuova votazione anche in caso di una nuova sconfitta in giudizio, ma consapevole che le conseguenze sarebbero rumorose, anche sul piano politico. Nell’attesa, da giorni, i parlamentari a 5Stelle si chiedono se la vicenda incida in qualche modo sul nodo dei nodi: il vincolo dei due mandati. Ma la risposta, per ora, è no, visto che lo statuto non ha mai disciplinato la regola, prevista invece nel codice etico, che “tutti gli iscritti hanno il dovere di rispettare” come recita proprio lo statuto.

Come ormai noto, Beppe Grillo vorrebbe mantenere il vincolo, concedendo però ai parlamentari con due legislature ulteriori candidature al Parlamento europeo o nei Consigli regionali. “Ma così paradossalmente si rischia di peggiorare tutto” sussurra un big. Anche per questo Conte continua a pensare a deroghe per pochi fedelissimi (da cinque ai dieci). Ma l’ipotesi che ora prende piede nei ragionamenti ai piani alti è preparare una serie di soluzioni alternative su cui poi interpellare sul web gli iscritti. Sarebbe anche un modo anche per provare a sminare sul piano interno l’eterna croce dei due mandati. Perché ad attendere novità concrete sul tema ci sono anche Luigi Di Maio e i suoi.

Salvini si piega sulle armi. Rivolta leghista anti-Putin

Diranno tutti di sì, nella maggioranza. Anche la Lega, dove però la Russia evoca altri guai, e con l’eccezione di qualche 5Stelle. Tormenti gialloverdi, attorno alla risoluzione congiunta sull’Ucraina, che oggi verrà votata dal Parlamento dopo che gli eletti avranno ascoltato il premier Mario Draghi riferire sul conflitto. La mozione darà al governo il mandato di “lavorare per la pace e l’accoglienza dei profughi” ma allo stesso tempo di sostenere “con armi ed equipaggiamenti militari” l’esercito ucraino contro l’invasione russa. Il testo, scritto dal dem Piero Fassino, è stato limato ieri sera in una riunione con il ministro dei Rapporti col Parlamento Federico D’Incà, il sottosegretario agli Affari Ue Enzo Amendola e i capigruppo delle commissioni Esteri. Sarà generico, per poter ottenere anche il voto di FdI, e servirà come ponte tra il decreto approvato ieri in Cdm e i decreti interministeriali con cui la Difesa e gli Esteri manderanno le armi.

E su questo non ci saranno defezioni nel Carroccio. Domenica Matteo Salvini si era opposto all’iniziativa, ma ieri, fiutata l’aria, si è allineato al governo. “Pieno sostegno a Draghi” ha detto. Ma i suoi problemi sono altri. E riguardano i legami del suo partito con la Russia di Vladimir Putin. Perché ieri in via Bellerio è esploso il caso del patto firmato il 6 marzo 2017 tra l’allora Lega Nord e “Russia Unita”, il partito di Putin. Quell’accordo quinquennale fu sottoscritto da Salvini con il responsabile Esteri russo, Sergej Zhelezniak. Il leghista annunciò tutto su Facebook parlando di “storico accordo” che ruotava “sulla fine delle sanzioni contro la Russia”. L’articolo 1 del patto parla di “partenariato paritario e confidenziale” e prevede che “le parti si consulteranno e si scambieranno informazioni”. Oggi, cinque anni dopo, quel documento sta imbarazzando il Carroccio. In primis perché nella Lega viene criticata la scelta di essersi legati a un “guerrafondaio” come Putin. In secondo luogo perché l’accordo scade il 6 marzo. Fonti di via Bellerio hanno fatto sapere che non sarà rinnovato e i fedelissimi di Salvini minimizzano: “L’accordo non è mai stato operativo”. Ma non è così: il patto si rinnoverà automaticamente per altri cinque anni. A prevederlo è la clausola finale: l’accordo è “automaticamente prorogato” a meno che “una delle parti notifichi all’altra entro e non oltre 6 mesi prima della scadenza dell’accordo la sua intenzione alla cessazione dello stesso”. Comunicazione che non è arrivata. Così nella Lega sono emersi i malumori, con gli europarlamentari che chiedono a Salvini di prendere le distanze da Putin.

Ma ci sono mal di pancia anche nei 5S: inquieti per l’invio delle armi all’Ucraina, “qualcosa che anni fa non avremmo mai votato” sibila un veterano. Un no non trattabile arriva da Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri del Senato, considerato spesso filo-russo. “Così si rischia una escalation e un nuovo Kosovo” ha sostenuto, per poi ribadire in serata: “Non voterò la risoluzione, il Parlamento è stato preso in giro, perché il governo avrebbe dovuto rispettare le volontà degli eletti prima di arrivare a qualsiasi determinazione”. Ma c’è agitazione anche alla Camera, con 7-8 deputati che ieri si sono lamentati sulle chat. Tra questi la vicepresidente del Copasir, Federica Dieni, secondo cui “alimentare lo scontro acuisce il conflitto”. Mentre Giuseppe D’Ippolito invoca “libertà di coscienza nel voto in aula”. Ma Giuseppe Conte ha un’altra linea. “Dimostreremo di essere uniti e compatti” ha assicurato ieri sera. Ore prima, l’avvocato aveva dato le stesse rassicurazioni per telefono a Draghi. Un colloquio in cui, sostengono dal M5S, Conte ha offerto sostegno all’invio di armi, “ma ha anche preteso che sulle energie rinnovabili si acceleri con un piano straordinario, così da ridurre la dipendenza dal gas russo”. Per trovare un punto di caduta, domenica Conte e Luigi Di Maio hanno avuto una riunione con i membri delle commissioni Esteri e la segreteria. Con l’ex premier che ha sostenuto la necessità di una “soluzione diplomatica” alla guerra. “Dobbiamo consentire la legittima difesa a un popolo” ha ripetuto in queste ore. Ma oggi qualche 5Stelle marcherà visita.

Draghi dà buca a Macron & C. ma invia le armi

Sì all’invio di armi in Ucraina, sì agli impianti a olio combustibile e a carbone. Sì a misure straordinarie per gestire l’arrivo dei rifugiati, con lo stato di emergenza appositamente prorogato fino al 31 dicembre. È scivolato via con un voto all’unanimità, il Consiglio dei ministri di ieri che ratifica quello che – da tutti i punti di vista – è uno scenario di guerra.

I tre ministri leghisti – per marcare la loro scelta di allinearsi per puro senso di responsabilità – sono rimasti in silenzio. Mentre è stato Stefano Patuanelli (M5S) a spiegare che l’ok sull’energia c’è, ma “bisogna accelerare sulle rinnovabili”. La stessa posizione espressa da Giuseppe Conte in una telefonata con Mario Draghi. Che ieri ha sentito non solo lui, ma anche Matteo Salvini. In una giornata caratterizzata da un’intensa attività non solo politica, ma anche diplomatica. Draghi ha partecipato ieri pomeriggio a una conversazione telefonica con G7, Ue e Nato nel corso della quale, i leader hanno concordato di mantenere il più stretto coordinamento sugli sviluppi della crisi e le misure. Ma il premier non si è collegato – come previsto – alla cena all’Eliseo con il presidente francese Macron, il cancelliere tedesco Scholz e la presidente della Commissione europea Von der Leyen. Un caso diplomatico? Da Palazzo Chigi negano, adducendo da una parte “problemi tecnici”, dall’altra la necessità del premier di prepararsi per l’intervento di oggi in Parlamento sulle misure messe in campo dal governo sull’Ucraina, che si concluderà con un voto. Ma quel che è certo è che ieri Macron si è fatto notare per un particolare attivismo: ha telefonato a Vladimir Putin, gli ha chiesto il cessate il fuoco e ha ascoltato le richieste dello zar. Un’iniziativa non del tutto allineata alle posizioni assunte da Ue e Usa (che con Putin hanno interrotto il dialogo), dettata, per alcuni, da motivazioni di campagna elettorale.

Ieri, dunque, il Cdm ha ratificato l’invio di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità di Kiev. Prima però servirà l’ok del Parlamento, che dovrebbe arrivare oggi. E sarà comunque in buona parte al buio: il provvedimento contiene infatti una norma abilitante che, dopo una preventiva risoluzione delle Camere, consente al ministro della Difesa di adottare un decreto interministeriale per la cessione del materiale. Dunque è nel decreto – o nei decreti – del ministero, di concerto con la Farnesina e con il Mef, che sarà definito l’elenco degli equipaggiamenti. Una deroga specifica ad alcune disposizioni vigenti consente l’invio fino al 31 dicembre. Un anno di armi. Per un totale complessivo che si dovrebbe aggirare sui 200 milioni. L’elenco fatto trapelare comprende sistemi anticarro e antiaereo, come gli Stinger, mitragliatrici leggere e pesanti e mortai. Il numero degli anticarro e degli Stinger dovrebbe essere nell’ordine delle centinaia. Migliaia dovrebbero essere invece le mitragliatrici pesanti Browning o le più leggere Mg.

Aiuti che vanno ad aggiungersi a quelli già deliberati venerdì scorso per il potenziamento della presenza militare a Est. E mentre c’è chi si oppone nel nome della pace, in ambienti militari c’è anche chi solleva qualche dubbio sull’efficacia di questo impegno: le armi arriveranno in tempi utili o a fine conflitto? Chi addestrerà l’esercito ucraino ad usarle? Non sarebbe stato meno rischioso mandare direttamente i soldati? Intanto il ministro degli Esteri russo fa sapere che “i cittadini e le entità dell’Ue coinvolti nella consegna delle armi letali” saranno ritenuti responsabili “per qualsiasi conseguenza di queste azioni”.

Il Cdm ha anche deciso di incrementare le misure di soccorso ed assistenza alle persone che stanno cercando e cercheranno rifugio nell’Ue, stanziando 10 milioni di euro. E poi il decreto approvato ieri autorizza, anche a scopo preventivo, di anticipare l’adozione di misure per l’aumento dell’offerta e/o riduzione della domanda di gas previste in casi di emergenza. Infine, il Cdm ha istituito un Fondo da 500 mila euro per studenti, ricercatori e docenti ucraini in Italia.

La “nuova” Europa sarà più militarizzata

“Un altro tabù è caduto”. Sembra fregarsi le mani Josep Borrell, l’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, osservando le svolte e i passi avanti che la Ue sta volgendo in tema di politica militare. Borrell è quello che più di altri si sta prodigando per lo sviluppo dell’industria militare europea e il tabù di cui parla è il fatto che l’Unione possa fornire armi, per la prima di volta, durante una guerra. Le armi che vengono fornite all’Ucraina costituiscono un valore complessivo di 500 milioni di euro, vale a dire il 10% del fondo European Peace Facility costituito, come vedremo più avanti, molto recentemente, e avente una capienza di 5 miliardi per il ciclo di budget 2021-2027. Se pensiamo che contemporaneamente un altro grande tabù sta venendo meno, quello del riarmo della Germania, si capisce che per l’Unione europea sono giorni eccezionali.

La struttura politica e la mission europee stanno cambiando. Il rifiuto posto ieri a Volodymyr Zelensky sull’adesione dell’Ucraina alla Ue non deve ingannare. L’Unione capisce che il gesto sarebbe dirompente nei rapporti con la Russia e prende tempo.

L’industria militare. Ma questo non significa ridurre le ambizioni politiche dell’alleanza continentale. Fornitura di armi, sanzioni economiche, chiusura dei cieli ai voli russi. E domani una forza militare parzialmente autonoma e una industria militare in crescita per una Unione proattiva militarmente. Borrell lo spiega al termine del Consiglio straordinario Ue di Difesa che si è svolto ieri a Bruxelles: “L’aumento delle capacità di difesa degli Stati membri dell’Unione europea deve essere fatto in modo coordinato, perché tutte insieme le nostre spese per la difesa sono state quattro volte le spese della Russia e uguali a quelle della Cina. Ma non si può certo dire che siano altrettanto efficienti. Quindi dobbiamo spendere di più, ma più di tutto abbiamo bisogno di spendere meglio”. Non è la prima volta che Borrell si espone in prima persona a favore dell’industria militare.

Con queste credenziali, è logico che l’industria della Difesa ieri abbia festeggiato in Borsa: +12,5% per la francese Thales, +14% per la britannica Bae System, +14% per l’italiana Leonardo. Parliamo di aziende e colossi che conoscono bene quanto si stia muovendo negli uffici e nelle trattative riservate dell’Ue. Nel 2015 era stato formato dalla Commissione europea il “Gruppo di personalità sulla Ricerca europea” per vagliare strategie di difesa, ma anche per discutere come formare il futuro Fondo europeo di Difesa. Di quel gruppo facevano parte, oltre a personalità dei vari Paesi europei (Carl Bildt, Elisabet Guigou, Federica Mogherini, allora Alto rappresentante) gli esponenti delle maggiori industrie di Difesa come Bae, Airbus, Mbda, Saab, Leonardo, Tno, Indra.

Il percorso di potenziamento militare non nasce ovviamente con la guerra in Ucraina. Dopo l’attivazione della Cooperazione strutturata permanente (Pesco) nel 2017, nel 2019 nasce il Direttorato generale dell’industria della Difesa e dello Spazio. Nel 2019 il programma di Sviluppo industriale della Difesa europea (Edidp), poi nel 2021 nasce il Fondo di Difesa europea (Edf) con la dotazione di 8 miliardi e l’European Peace Facility (Epf) dal valore di 5 miliardi per “facilitare operazioni militari e supporto militare”. È questo il fondo da cui provengono i 500 milioni destinati alle armi all’Ucraina, un “prelievo” che vale il 10% del valore complessivo dal 2021 al 2027.

Questa dinamica si completa con il progetto di “Bussola strategica” presieduto ancora da Borrell, che punta a creare un corpo militare europeo di intervento rapido dotato di 5.000 uomini (del tutto limitati e inadeguati in situazioni di crisi come quella che vediamo in questi giorni, ma comunque un salto di qualità) appare ancora più estrema se unita all’annuncio tedesco.

La svolta tedesca. La Germania ha una Costituzione, la legge fondamentale del 1949, che è forse più “pacifista” di quella italiana. L’articolo 26 stabilisce gli “atti che siano idonei e posti in essere con l’intento di turbare la pacifica convivenza dei popoli, e specificamente di preparare una guerra d’aggressione, sono anticostituzionali. Essi devono essere colpiti da pena”.

Il secondo comma dell’articolo 26 non impone alcun divieto, cioè non proibisce tout court la produzione bellica, ma obbliga il Parlamento a regolare la produzione militare con una legge ordinaria. Il vincolo con la Costituzione del 1949 è stato sempre più allentato nel corso degli anni e la Germania ha finora partecipato a circa 130 missioni all’estero. Ma il suo esercito è rimasto sguarnito di mezzi e risorse nonostante la Germania abbia la settima spesa militare al mondo con circa 52 miliardi di dollari (dati Sipri di Stoccolma) spesi nel 2020, l’1,4% del Pil di quell’anno. Con la proposta di Scholz di arrivare al 2% del Pil la cifra è destinata a superare i 70 miliardi, un balzo notevole.

Le spese militari dei Paesi europei, ricorda ancora il Sipri, sono aumentate del 4,0% rispetto al 2019, mentre la spesa complessiva di tutti gli Stati membri della Nato è stata di circa 1.103 miliardi di dollari, pari al 56% della spesa militare globale e la spesa complessiva dei 27 Paesi membri dell’Unione europea è stata di 232,8 miliardi di dollari (in crescita del 4,6% rispetto al 2019 e in crescita del 24,5% rispetto al 2014).

Le scelte strategiche. Questa crescita militare è destinata oggi a essere potenziata anche se non è chiaro in quale contesto strategico. Nei giorni scorsi, Joe Biden ha indicato come conseguenza positiva della crisi il riallineamento della Nato e il suo rafforzamento. Il rapporto con gli Stati Uniti da un lato e quelli intraeuropei dall’altro, in particolare tra Germania e Francia, che hanno i numeri per guidare il processo, sono tutti all’opera e probabilmente se ne capirà meglio il divenire al vertice sulla Difesa che Emmanuel Macron, presidente di turno della Ue, dovrebbe convocare in primavera. Foto politiche come quella mostrata dal vertice di ieri sera tra Olaf Scholz, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen (Mario Draghi alla fine non si è collegato) potrebbero essere ancora più frequenti. Oltre al peso politico, dopo questa crisi la Ue deve esibire anche un peso militare. È questa la novità.

Ora le bombe costano care anche a Unicredit: tonfo in Borsa

La guerra in Ucraina rischia di costare cara anche alle banche italiane (e non solo), soprattutto Unicredit. Ieri, mentre i titoli del settore militare (come Fincantieri e Leonardo) salivano a doppia cifra con il riarmo annunciato dai Paesi europei, Unicredit è rimasta sotto forte pressione per l’esposizione di parte del suo business verso Est: ha ceduto il 9% finale, con Intesa in calo del 7%.

Come ha fatto notare l’economista Benjamin Braun la banca guidata da Andrea Orcel (il cui fratello è vice amministratore delegato della banca russa Vtb) è quella più esposta in valore assoluto verso la Russia: 25 miliardi di esposizione (sui 62 totali delle banche Ue che hanno concesso i dati), in larga parte verso il settore commerciale.

L’istituto milanese è presente nel paese dal 2005 quando si è fusa con la tedesca Hvb che aveva in Russia una propria controllata. Attualmente ha circa due milioni clienti retail e circa 30.000 corporate, 72 sportelli che erogano circa 8 miliardi di euro di crediti.

Unicredit – che solo a fine gennaio ha rinunciato ad acquistare la russa Otkritie – si è affrettata a chiarire che “il patrimonio nella controllata è inferiore al 4% del patrimonio netto totale del Gruppo e se si guarda ai prestiti e alle attività di business la percentuale è anche inferiore. La nostra banca in Russia rappresenta circa il 3% dei ricavi e del capitale allocato del Gruppo. Tutte le esposizioni presentano un elevato grado di copertura (la copertura sugli Npe è salita all’84%). La nostra controllata è molto liquida e autofinanziata”. Il tonfo di ieri però mostra che l’effetto delle sanzioni e dell’isolamento della Russia non è indolore.

Dopo Unicredit, le banche più esposte sono l’austriaca Raiffeisen (di gran lunga la prima come percentuale sul totale degli asset) e la francese Société Générale, entrambe con oltre 15 miliardi a testa impiegati nel Paese. Le due banche hanno addirittura aumentato l’esposizione tra il 2017 e la prima metà del 2021 nonostante le sanzioni inflitte alla Russia dopo l’annessione della Crimea del 2014, mentre gli altri istituti l’hanno ridotta.