Non solo gli oligarchi: tassare i ricchi può indebolire Putin

Il grosso delle sanzioni occidentali (lo leggete sopra) mira a schiantare il rublo e impedire alla Russia di operare sui mercati. L’obiettivo è prostrare il Paese. Esiste però un versante dell’offensiva che potrebbe aprire scenari inediti: è la lotta ai grandi patrimoni offshore, una mossa che può indebolire Putin senza infliggere sofferenze alla popolazione se non si ridurrà ai soliti pochi “oligarchi”, i miliardari arricchitisi con le privatizzazioni degli anni 90 o emersi nel ventennio dell’ex Kgb. Una corte plasticamente simboleggiata da Roman Abramovich, ex patron del colosso Yukos e proprietario del Chelsea, ieri invitato ai negoziati in Bielorussia.

Sabato, i Paesi occidentali hanno deciso di congelare gli asset delle “persone che facilitano la guerra in Ucraina e le attività del governo russo”. Una task force ne inseguirà i patrimoni nel mondo. Basterà?

Economisti progressisti come Thomas Piketty, Gabriel Zucman e Paul Krugman hanno chiesto un’azione più incisiva: più che le sanzioni massive (che colpiscono i più poveri), serve concentrarsi sulle migliaia di ricchi che possono fare pressione sul presidente russo. Questa scelta è favorita dalla condizione del Paese. La Russia ha una debolezza peculiare: la sua ricchezza è estremamente concentrata – più di qualsiasi altro Paese dell’Est ex comunista o della Cina – ed è in gran parte all’estero. Secondo i dati di Zucman, l’1% più ricco dei russi possiede il 20% del reddito nazionale (era il 26% negli anni 90) e un quinto della ricchezza delle famiglie è offshore (percentuale che sale al 50% se si considera lo 0,01% più ricco). Questi patrimoni sono il frutto delle eccedenze commerciali degli anni 90 e rappresentavano, nel 2015, l’85% del Pil russo. È come se gli italiani avessero 1.500 miliardi nei paradisi fiscali. I dati della Banca centrale russa mostrano che, Usa e Svizzera a parte, i centri di ripulitura dei capitali russi sono la Gran Bretagna e tre Paesi Ue (Cipro, Lussemburgo e Irlanda). Parliamo di ricchezze enormi, che fanno la fortuna di interi Paesi e sono valse alla Capitale inglese il nomignolo di “Londongrad”.

Finora le sanzioni hanno colpito 680 russi (26 oligarchi si sono aggiunti ieri). L’Ue ha anche vietato alle banche di accettare depositi da cittadini russi oltre i 100 mila euro (50.000 sterline in Inghilterra), ma la vera ricchezza non è nei depositi, infruttiferi, ma in aziende e immobili di lusso, spesso gestiti da società di comodo in paradisi fiscali. Su Le Monde, Piketty ha proposto di tassare al 10 o al 20% le attività offshore dei russi con patrimoni oltre i 10 milioni, congelando il resto. Parliamo dello 0,02% della popolazione più ricca, 20 mila persone su 110 milioni totali, che salirebbero a 50 mila se la soglia di patrimonio scendesse a 5 milioni. “Scommettiamo che questo gruppo influente si farà sentire al Cremlino?”, ha scritto l’economista.

La misura peraltro porterebbe incassi fiscali, ma per realizzarla serve una vera trasparenza. “Panama Papers”, “Paradise Papers” etc. hanno mostrato come i ricchi (russi) aggirano le sanzioni grazie a studi fiscali e società in paradisi come le Isole Vergini britanniche: è il caso di Yuri Kovalchuk, il banchiere di Putin e capo della Banca Rossiya (studio Mossack Fonseca) o di Arkady Rotenberg, l’amico di Putin che ha aggirato le sanzioni post Crimea grazie allo studio Appleby. Ma la lista è lunghissima.

Per inseguire queste ricchezze serve un registro internazionale dei patrimoni. La commissione internazionale per la riforma della tassazione d’impresa (Icrt) l’ha proposto da tempo e peraltro sarebbe fondamentale contro elusione fiscale e riciclaggio. Problema: non piace ai ricchi occidentali e per questo finora non se n’è fatto nulla. Ora qualcosa si muove. Il governo inglese ha deciso di accelerare l’istituzione di un registro dei veri proprietari degli immobili di lusso, misura attesa da anni che però potrebbe richiedere almeno un anno per essere operativa.

E l’Italia? Finora non ha brillato: ha ritardato di quasi 2 anni l’istituzione del “Registro dei beneficiari effettivi”, il minimo sindacale previsto da una direttiva Ue del 2018. Il tutto mentre il Mise concedeva “passaporti d’oro” a 14 miliardari russi in cambio di poche centinaia di migliaia di euro investiti nel Paese attraverso il programma “Visa invest”.

L’Italia e Bruxelles puntano ad avere più riserve di gas (e più fornitori)

Nell’immediato pare rinfrancare la primavera, anche se gli stoccaggi di gas italiani sono al 20-25 per cento di riserve. Se non ci dovesse essere una coda inaspettata di clima rigido, ha detto ieri il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, l’Italia dovrebbe evitare l’emergenza energetica ma al tempo stesso è importante riuscire a raccogliere già le riserve per il prossimo inverno. Di solito si inizia ad aprile ma per emanciparsi dal gas russo bisognerà far prima. “Abbiamo già accelerato, in controflusso, perché vogliamo tutti farci trovare più preparati possibile per l’inizio del nuovo inverno”, ha detto Cingolani. Per iniziare a registrare una “sensibile riduzione” della dipendenza dal gas russo in Italia bisognerà però aspettare due anni. “Sono circa 25 miliardi di metri cubi di gas, per come stiamo lavorando, per il programma che abbiamo messo su riusciremo a fare un buon lavoro. Stiamo parlando di 24 mesi per cominciare ad avere una sensibile riduzione”. Ieri, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e gli ad di Eni e di Sonatrach erano ad Algeri per trattare proprio sulle forniture di gas almeno nel breve periodo: l’Algeria al momento fornisce il 28% del fabbisogno italiano di gas attraverso il gasdotto Transmed che, passando dalla Tunisia, arriva in Sicilia. Lo scorso anno ha trasportato 11 miliardi di metri cubi gas per conto di Eni, tre per conto di Enel e uno per conto di Edison. Sul lungo periodo, il lavoro dovrà invece essere dedicato ad aiutare la compagnia Sonatrach a rafforzare la propria capacità di estrazione.

All’attenuarsi del rischio di emergenza immediata hanno concorso anche altri elementi: l’abbassamento del prezzo del gas (sceso sotto i 100 dollari dopo il picco di 128 in mattinata), nonché l’esclusione dal blocco del sistema Swift delle banche da cui transitano i pagamenti per il gas russo.

A Bruxelles, durante il consiglio dei ministri dell’Ambiente dell’Ue, la commissaria per l’Energia Kadri Simson ha invece chiesto ai ministri di accelerare la possibilità di appalti e stoccaggi comuni favorendo anche accordi di “solidarietà” tra Paesi vicini che magari non hanno la stessa capacità. Sul lungo termine, si cerca una soluzione anche per i prezzi. “Ci sono operatori di Gnl che potrebbero iniziare la loro operatività in Asia e quindi anche i costi potrebbero essere più competitivi”, ha detto la commissaria.

Da un punto di vista operativo, ieri sono state approvate in Consiglio dei ministri le azioni d’intervento in caso d’emergenza: viene formalizzato in particolare l’iter di un eventuale razionamento, soprattutto nel settore termoelettrico, e il ricorso alle centrali di carbone e petrolio. “In caso di adozione delle misure finalizzate a ridurre il consumo di gas naturale – si legge nel decreto – la società Terna Spa predispone un programma di massimizzazione dell’impiego degli impianti di generazione di energia elettrica con potenza termica nominale superiore a 300 MW che utilizzino carbone o olio combustibile in condizioni di regolare esercizio, per il periodo stimato di durata dell’emergenza o comunque per quello indicato dal ministero della Transizione ecologica”.

Giù il rublo, file agli sportelli: inizia l’offensiva delle sanzioni

Giornata campale quella di ieri per l’economia e la finanza della Russia, stretta nella morsa delle sanzioni occidentali.

Le sanzioni. Dopo un primo round, nel quale Usa, Ue e Regno Unito avevano escluso alcune banche russe dai mercati finanziari occidentali, è arrivato un secondo colpo. I Paesi occidentali hanno vietato i rapporti con la Banca centrale della Russia, con i fondi di investimento statali e il ministero delle Finanze di Mosca. Gli Stati Uniti hanno anche sanzionato il Russian Direct Investment Fund, un’istituzione statale che la Russia utilizza per raccogliere fondi all’estero. Sia la Svizzera che Montecarlo hanno chiuso l’accesso alle loro istituzioni finanziarie a società e clienti russi. La Russia ha circa 630 miliardi di dollari di riserve in valuta, ma poiché gran parte di questo denaro è all’estero in altre banche centrali o istituti, il divieto occidentale di trattare con la Banca centrale russa limita l’accesso di Mosca alle sue munizioni. L’istituto di emissione russo ha iniettato liquidità nel sistema bancario, per evitare che la corsa agli sportelli mandasse in crisi gli istituti di credito, dopo che la domanda di contanti ha toccato i massimi da marzo 2020, e ha ordinato ai broker di sospendere tutti gli ordini di vendita di società e persone straniere su investimenti russi. Il colosso petrolifero britannico Bp ha deciso di abbandonare le attività nel petrolio e gas con Rosneft, per un costo fino a 25 miliardi di dollari. Anche l’anglolandese Shell ha annunciato la decisione di interrompere la joint venture con Gazprom e il suo coinvolgimento nel progetto nel gasdotto Nord Stream 2. Anche il Fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo con un patrimonio da 1.300 miliardi di dollari, ha deciso di disinvestire da tutte le attività russe che, tra azioni di 47 società e titoli di Stato, nel 2021 valevano 2,83 miliardi di dollari.

Il rublo.Il cambio della valuta russa con il dollaro è crollato del 30% e ha ridotto la picchiata al 20% solo dopo l’intervento sui tassi della Banca centrale, scendendo a 118 per tornare a 100. Nel 2000, all’inizio dell’era Putin, un dollaro valeva 29 rubli, venerdì scorso 83,75. Domenica Tinkoff, una banca di Mosca, proponeva un cambio a 171. Il maggior bond sovrano della Russia, un titolo da 7 miliardi di dollari in scadenza nel 2047, ha perso oltre metà del valore chiudendo a 30 centesimi. Secondo alcuni analisti c’è il rischio che Mosca finisca in default.

I tassi.Nel tentativo di fermare il crollo del rublo, la Banca centrale russa ieri ha più che raddoppiato il suo tasso di interesse al 20% dal 9,5% precedente. Il crollo della valuta eroderà il potere d’acquisto e i risparmi dei russi, causando iperinflazione, una profonda recessione e innescando una crisi bancaria. Non a caso durante il fine settimana si sono formate lunghe code ai bancomat.

I contraccolpi. Le sanzioni danneggeranno non solo la Russia, ma anche le economie occidentali per le perdite dovute a debiti che non saranno rimborsati, oltre al rischio di contromisure di Mosca. Per la forte incidenza del settore bancario ieri la Borsa di Milano ha chiuso a -1,3%, Parigi a -1,39%, Francoforte ha segnato -0,7% e Londra -0,4%. Il greggio è balzato a 101 dollari al barile e il dollaro e l’oro sono aumentati per la ricerca di asset sicuri da parte degli investitori. Il prezzo del gas per la consegna nei prossimi due mesi in Europa è aumentato del 24%. Nonostante la Russia abbia tenuto chiusa la Borsa di Mosca per evitarne il crollo, i certificati che rappresentano le azioni di alcuni grandi gruppi russi quotati a Londra sono andati in picchiata: il colosso del credito Sberbank ha perso il 74% (secondo la Bce la controllata europea rischia il default), Gazprom il 51%, Lukoil il 62%, Rosneft il 42%. L’Msci, l’indice dei titoli principali alla Borsa di Mosca, ha segnato perdite “virtuali” di oltre il 23%.

Nella Capitale sotto le bombe: “Inutile parlare con l’invasore”

“È l’inizio della guerra totale”. Taras ha 40 anni e uno zaino stracolmo sulle spalle. Lì dentro c’è tutta la sua vita. Stringe la mano a sua moglie Ljudmila, 37 anni, e a suo figlio Ruslan, 9 anni. Stanno scappando insieme al loro cane, Ter, verso la stazione di Kiev. “Non speriamo nei negoziati, ma nei nostri soldati che rimangono a difendere il Paese”. Vogliono raggiungere la Polonia: “Non so nemmeno in quale città andremo, ho vissuto tutta la vita a Kiev” dice Taras. Philippe, 39 anni, fino a pochi giorni fa lavorava in una scuola internazionale a Kiev: “Dubito che troverò un treno, ma devo provarci”. In città invece rimane Ilya, 35 anni: “Sono contrario ai negoziati, perché sono sicuro che non è possibile negoziare con un aggressore o un terrorista. Abbiamo già provato con gli accordi di Minsk due volte”. La giovane Olga ha più speranze: “I primi tre giorni di guerra sono stati un orrore. Eravamo sotto choc e non riuscivamo a dormire, continuavamo a chiamare le nostre famiglie per accertarci che fossero vivi tutti. Adesso il governo ha detto che abbiamo due giorni per fare scorta di generi alimentari”. Yustyna, 31 anni, ha fiducia in Zelensky: “Il presidente vuole salvare le nostre vite e sfrutterà ogni opportunità per farlo, negozierà, ma non consentirà alcuna occupazione dell’Ucraina o di qualsiasi altra zona del Paese. Tutti gli ucraini sanno che questi negoziati non saranno graditi a Putin. Ma le nostre forze armate vinceranno contro gli invasori russi. Io rimarrò a Kiev fino alla fine, perché alla fine arriverà la nostra vittoria”.

In viaggio con i profughi: Moldavia, sola andata

Oleg ha solo 11 anni, ma è diventato adulto in un pomeriggio di fine inverno nel centro di Kiev quando il padre, salutandolo, gli ha affidato la madre e il fratellino di tre anni. Scappano dalla guerra, che in questo momento ha di nuovo la forma delle scie dei missili russi e il suono di tuoni. Sergey, l’ex capofamiglia, avendo 40 anni, è stato precettato, come tutti gli uomini ucraini fino ai 60 anni di età, per combattere contro l’esercito russo. Milan, il piccolino piange disperato mentre tira i jeans del padre per tentare di farlo salire con loro sul pulmino della protezione civile ucraina che dovrebbe portarli in salvo in Moldavia attraverso il valico di Oknita. Gli occhi azzurri di Olga, la mamma, sembrano sul punto di sciogliersi dal dolore. Chissà se si rivedranno più. La guerra è anche e soprattutto questo. Intanto, però, è difficile credere che questo trabiccolo senza freni e frizione possa percorrere i 500 chilometri fino al confine centro occidentale.

Attraverso la strada canonica ci vogliono 7 ore di viaggio, ce ne impiegheremo 24. L’autista ha dovuto cambiare più volte percorso infilandosi in strade sterrate di campagna per evitare i bombardamenti e soprattutto le sparatorie tra sabotatori russi e volontari ucraini. Dopo tre ore il buio della notte diventa un muro, non ci sono luci, ma in compenso tante buche, anzi crateri. A un certo punto il bus sembra una nave in mezzo alla tempesta. Mentre sembra sul punto di ribaltarsi i venti profughi urlano all’unisono dal terrore. Finalmente una pompa di benzina. Il timore di rimanere senza carburante è costante: l’approvvigionamento è contingentato e il corrispettivo di 20 euro concesso non basta a fare il pieno. L’autista decide perciò di andare a passo di marcia non essendo riuscito a convincere il benzinaio ad accettare due ticket. Arrivati dopo altre 7 ore, alle tre del mattino, a Kaminiets Podolsky, ricominciano i tuoni in lontananza. La signora Taya, ex badante a Milano, che ci offre riparo per tre ore, ha preparato dell’ottimo cibo a base di salsiccia e patate. Dobbiamo mangiarlo al lume di candela dopo aver chiuso tutte le tende. Purtroppo non è un momento romantico. Milan, ovviamente, non partecipa al desco e dorme adagiato su un tappeto. Arrivati al valico, in genere deserto, la colonna di profughi è lunga 4 chilometri. Nelle precedenti 12 ore erano già passate 1.800 persone. Poco dopo veniamo a sapere che la pompa di benzina dove ci si era fermati a fare rifornimento era stata fatta saltare da un drone armato due ore dopo la nostra sosta. Il Cremlino sembra dunque aver ordinato in modo sistematico bombardamenti anche nell’ovest dell’Ucraina, al confine con la Moldavia e la Romania, cioè l’Europa.

“Ora Putin fa paura ai suoi e ascolta solo il superfalco Shoygu”

“Lo dico onestamente: da questi negoziati non mi aspetto niente” dice l’esperto di Servizi segreti russi, Andrey Soldatov.

Questa è la guerra del presidente russo e del suo apparato?

Questa è una guerra di Putin e del suo ministero della Difesa.

Il ministro degli Esteri Lavrov avrebbe preferito aspettare i negoziati.

Non solo gli uomini del ministero di Lavrov, ma anche quelli degli spezsluzhby, i servizi segreti, che non si approcciano alla guerra con lo stesso entusiasmo del ministero della Difesa. Negli ultimi tempi, in Russia l’influenza della Difesa è cresciuta in maniera esponenziale: per Putin l’esercito ha ottenuto più successi nel risolvere questioni politiche degli altri ministeri. È successo con la Crimea, la Siria: ora vuole risolvere la questione Ucraina e Nato con metodi bellici.

C’è raskol, una scissione all’interno del Cremlino?

No, ogni scissione è preceduta da una divisione in fazioni. I cinovniki , funzionari di Putin, hanno paura di parlare. Lavrov ha dato segnali nell’ultimo anno: voleva rimanere al tavolo dei negoziati, ma non ha avuto la possibilità di comunicarlo in maniera diretta.

Chi è adesso l’uomo fidato di Putin?

Ascolta solo Sergej Shoygu, il capo del ministero della Difesa, l’apparato convinto di “poter mettere in ginocchio Kiev in 24 ore”. Non si aspettavano la resistenza, un errore militare. Putin ha commesso un errore politico: credeva che il governo Zelensky crollasse subito. La guerra lampo è fallita.

In quale stato si trovano adesso le truppe russe sul terreno?

Sembra che abbiano un grosso problema di logistica: mancano scorte e rifornimenti. Un’altra cosa strana che hanno scelto di fare, che non si spiega nessun esperto militare, è quella del dispiegamento di colonne di carri lungo le strade di tutto il Paese: non è un tipo di tattica che adotti se affronti un terreno che ti resiste, eppure continuano a farlo al quinto giorno.

La Russia è rimasta isolata.

Non è vero: c’è la Cina, che non fornisce solo sostegno politico, ma anche tecnico. Parte delle sanzioni mirano all’isolamento tecnologico della Russia e Mosca spera in Pechino, ma i cinesi non cederanno tutto. Temo per la Banca centrale russa che ora regge, ma cederà: è questione di giorni.

Quanto durerà invece la resistenza ucraina?

A questo punto credo a lungo. Le forze russe circondano le maggiori città ucraine, ma la difficoltà del conquistarle è l’estensione delle città stesse. Anche al tempo delle campagne cecene, dove si sono visti bombardamenti molto più crudeli, Grozny è stata assediata. Ora parliamo di città molto più grandi, come Kiev o Kharkiv. Sarà lunga.

C’è un generale ucraino che può cambiare l’esito della guerra?

Non siamo nelle guerre mondiali delle grandi battaglie. La guerra che abbiamo visto in questi giorni rimarrà tale: sarà fatta di assedi, sparatorie, vittime dei bombardamenti. Non ci sarà lo sturm, l’assalto alle città.

C’è la minaccia nucleare.

Putin ama le escalation, ma ci sono altri livelli di attacco se vuole mostrare alla Nato che non deve spedire armi. Razionalmente sa che quello è lo stadio finale.

Molti pensano che razionale non lo sia più.

Questa impressione la dà perché continua a rimanere isolato. Dall’ultimo incontro del Valdai club è evidente che si comporta in maniera più aggressiva. Non direi che è impazzito, ma è convinto di essere nel giusto. Attaccando l’Ucraina ha commesso un terribile errore. Negli ultimi anni la sua repressione è stata durissima: ha epurato la Russia di giornalisti, attivisti, dissidenti. In patria nessuno poteva minare il suo potere. Questa crisi che ha creato invece danneggia imprese, aziende, il rublo e sì, questo, può essere pericoloso per lui.

Tregua, negoziati incerti: la battaglia invece resta feroce

Nelle città ucraine sotto attacco è quasi un corpo a corpo con i russi. Al tavolo dei colloqui è invece un faccia a faccia. Che per il momento non ha prodotto risultati, ma neppure rotture. Iniziati ieri in tarda mattinata, dati per conclusi dagli ucraini a inizio pomeriggio, poi ripresi, i negoziati tra Ucraina e Russia, in una località segreta nell’area di Gomel al confine tra Bielorussia e Ucraina, lungo il fiume Pripyat, sono stati “difficili”, secondo una fonte ucraina presente alle conversazioni, che hanno visto la Russia arroccata su richieste “estremamente faziose”: Mosca vuole l’impegno di Kiev di restare neutrale, dunque lontana da Unione europea e Nato e il riconoscimento ufficiale dell’annessione della Crimea.

Di contro proprio oggi a Bruxelles si voterà sullo status di “candidato Ue” per Kiev. In ogni caso è previsto un secondo round di colloqui sul confine tra Polonia e Bielorussia, forse a Brest-Litovsk, la città dove nel 1918 fu conclusa la pace tra gli Imperi centrali e la Russia bolscevica, dopo la Rivoluzione d’ottobre. Le condizioni, il presidente russo Vladimir Putin, le ha aveva già dettate in un colloquio telefonico col presidente francese Emmanuel Macron: un accordo tra Mosca e Kiev sarà possibile solo dopo “la smilitarizzazione e la denazificazione” dell’Ucraina, che deve avere “uno status di neutralità”, e dopo il riconoscimento internazionale che “la Crimea è russa”, con la ratifica dell’annessione decisa nel 2014 con un referendum popolare dalla dubbia legittimità. La crisi può essere risolta solo “tenendo pienamente conto dei legittimi interessi di sicurezza russi”. Secondo l’Eliseo, il capo del Cremlino s’è impegnato “a sospendere tutti gli attacchi contro civili” e ha aderito alla proposta di Macron di “tenersi in contatto nei prossimi giorni per prevenire l’aggravamento della situazione”. Ma Putin non prende bene l’inasprimento delle sanzioni europee: alla Germania dice che “la decisione di fornire armi all’Ucraina risveglia spettri di guerra”. Mentre il presidente Usa, Joe Biden, si consulta con gli alleati europei, Boris Johnson non migliora il clima per una gaffe del suo portavoce: “Le sanzioni occidentali mirano a fare cadere Putin”. Sotto sotto, è forse vero. Ma scoppia un putiferio e Downing Street deve smentire. I colloqui russo-ucraini si sono svolti in un’abitazione identificata dai media russi come “la casa del pescatore”. Era presente il ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei, e questo non sorprende; invece desta scalpore la presenza di Roman Abramovich, che, secondo il Jerusalem Post, sarebbe stato invitato dall’Ucraina. Il magnate russo con passaporto pure israeliano ha stretti contatti con le comunità ebraiche sia in Ucraina sia in Russia. Abramovich, che s’è appena dimesso da presidente del Chelsea, non c’è nella foto dell’incontro, ma il suo portavoce da Londra dice: “Anche se la sua influenza è limitata, si è reso disponibile a fare un tentativo”. La delegazione ucraina è stata guidata dal ministro della Difesa Oleksii Reznikov, vicino a Zelensky. Quella russa è guidata da Vladimir Medinsky, consigliere di Putin, ex ministro della Cultura, figura nota per l’estremismo nazionalista.

Sul piano militare, fonti ucraine accusano le forze russe di avere usato ‘ordigni a grappolo’ – proibiti dalle convenzioni internazionali – nella regione di Kharkiv, facendo una dozzina di vittime e decine di feriti. Secondo fonti del Pentagono, la Russia non ha ancora il controllo assoluto dei cieli ucraini, ma le sue forze di terra starebbero cercando di circondare Kiev. Anche Mariupol è circondata. I russi la vogliono per avere il controllo di ben 250 chilometri di costa sul mar d’Azov. Per quel che riguarda l’allarme sulle testate nucleari, gli Stati Uniti non hanno osservato “nulla di specifico” dopo la decisione di Putin, annunciata ieri, d’allertare il suo sistema difensivo.

La guerra a fumetti

Al tavolone del negoziato russo-ucraino c’erano diverse sedie vuote. Avrebbe potuto occuparle qualche rappresentante dell’Europa, se esistesse come entità autonoma e non come pròtesi degli Usa e di quel residuato bellico e bellicoso chiamato Nato. L’Ue, è vero, ha battuto un colpo sulle sanzioni alla Russia e le armi all’Ucraina. Ma troppo tardi, quando ormai parlavano le bombe. Ora, se tutti restano sulle proprie posizioni, possono accadere tre cose, e non si sa quale sia peggio. 1) La vittoria di Putin con la russificazione dell’Ucraina, ottenuta con (e seguita da) massacri, guerriglie e repressioni. 2) La vittoria dell’Ucraina e la sconfitta di Putin, che perde il potere viene sostituito da un altro, forse meglio o forse peggio di lui (vedi i precedenti capolavori d’Occidente dopo Saddam, dopo Gheddafi e dopo i talebani col ritorno dei talebani più forti di prima). 3) Il pareggio, cioè una tregua col ritiro dei russi, non dal Donbass, ma dal resto dell’Ucraina che, armata fino ai denti da Usa ed Europa, entra nella Ue in attesa di essere accolta nella Nato, completando l’occupazione dell’Est e gettando le basi per altre guerre ancor più devastanti.

C’è anche una quarta via, che però richiede una rivoluzione copernicana nelle teste degli occidentali, in antitesi con la (non) politica di questi 30 anni: un impegno solenne (e scritto, diversamente da quello verbale di Baker con Gorbaciov nel 1989) a lasciare neutrale l’Ucraina come la Finlandia. Putin può essere sconfitto e cacciato, ma non si può umiliare la Russia, o cancellarla, o trattarla come un teppistello da rieducare, come si è fatto dopo il crollo del Muro di Berlino. E come strillano i Nando Mericoni atlantisti, così “liberali” e “democratici” da voler trasformare pure l’Italia in una caserma e zittire chi tenta di spiegare le ragioni profonde della guerra e non si beve il ridicolo fumetto di “Putin nuovo Hitler” impazzito in una notte. Dire che Putin è un autocrate criminale (da sempre, anche quando aveva B. appeso al collo, anche quando Repubblica pubblicava le sue veline ben pagate nell’inserto settimanale Russia Oggi), non esclude l’esame delle concause della guerra. E la prima è l’accerchiamento Nato della Russia (confrontare la cartina di oggi con quella del 1989 e leggere i continui annunci Usa degli ultimi tre mesi: non “previsioni”, ma una precisa e studiata tecnica di disinformazione-provocazione per accelerare e propiziare un evento più auspicato che scontato, sulla pelle degli ucraini). Ciò che affermano Spinelli, Fini e altri sul Fatto e Innaro alla Rai, per lo sdegno del Cretino Collettivo, lo sostengono da anni Romano, Caracciolo e perfino Kissinger. Tutta gente che ci vede benissimo perché non calza l’elmetto sugli occhi.

L’anno del pensiero mistico. Un almanacco (inedito) di Tolstoj

Negli anni in cui lavorava alle redazioni del romanzo Resurrezione, agli inizi del Novecento, Lev Tolstoj (1828-1910) si dedicò sempre più intensamente alla divulgazione delle sue convinzioni etiche e religiose. Eridano Bazzarelli, il grande slavista, afferma che al centro del suo credo vi era “il perfezionamento morale come unico strumento di salvezza dell’umanità”. È in questo contesto che nel 1903 vengono stampati in Russia i Pensieri di sapienti per ogni giorno (titolo letterale). Una raccolta, o meglio, un breviario, per ogni giorno dell’anno, appunto, che è innervato da testi di varie tradizioni e culture: dal Talmud ai Vangeli, da Confucio a Lao-tse, da Epitteto a Marco Aurelio, fino a Blaise Pascal , John Ruskin, Arthur Schopenauer, e con alcune sue annotazioni personali.

Mai tradotti da noi, e probabilmente nemmeno altrove, per lungo tempo, i Pensieri furono proposti in italiano negli anni Novanta da Pier Cesare Bori (1937-2012), storico delle religioni e studioso di Tolstoj e Dostoevskij; a pubblicarli due piccole case editrici, le Edizioni cultura della pace e Piano B. Ora la raccolta ritorna in libreria con il titolo Pensieri per ogni giorno in una rinnovata versione, con l’ampia introduzione scritta nel 1995 da Bori e una postfazione di Giancarlo Gaeta. Esce per le Edizioni dell’Asino, nella cui redazione militano Goffredo Fofi, Maria Chiara Franceschelli, Davide Minotti, Fabrizio Toth, Michele Starace e Nicola Villa, in una collana che, davvero tolstojanamente, si chiama “Universale dei poveri”.

I Pensieri, rammentava Bori, “qui tradotti per la prima volta in italiano (anzi, credo proprio tradotti per la prima volta in assoluto), sono il primo, più semplice risultato di quello che è il principale impegno letterario di Lev Tolstoj dopo Resurrezione, nell’ultimo decennio della sua vita, tra il 1902 e il 1910: la produzione gnomica, o sapienziale”. Era un impegno che si realizzava “nella pubblicazione di varie raccolte di testi tratti da ogni cultura e da ogni letteratura, tradotti o piuttosto interpretati e parafrasati spesso dallo stesso scrittore. Sono raccolte di “autorità” che testimoniano a favore delle convinzioni etico-religiose che Tolstoj va difendendo e diffondendo da ormai un ventennio e che lo inducono a tanti interventi e a tante lotte”. Quelle battaglie, insomma, che si tradussero nella “non-resistenza”, e con “il pacifismo, la difesa degli obiettori di coscienza e delle minoranze religiose, il vegetarianesimo, l’opposizione alla pena di morte, le raccolte di fondi per le carestie”.

Pur essendo schierato con i poveri, gli sfruttati, i perseguitati, Tolstoj non credeva alle idee dei rivoluzionari. Osserva Bazzarelli, nell’introdurre Resurrezione, che li ammirava, certo, e li amava “proprio perché sono perseguitati”, ma predicava “la necessità di una resurrezione individuale”. Ecco allora le sillogi sapienziali, che non privilegiano alcuna cultura o tradizione, ma le accolgono tutte, le fondono, senza primazie. Scrisse Tolstoj: “Prima e dopo Cristo ci furono persone che dissero lo stesso: che nell’uomo vive una luce divina, che è scesa dal cielo, e che questa luce è la ragione (razum) e occorre servire essa sola e in essa sola cercare il bene. Questo dissero i maestri bramini, e Confucio, e Socrate, e Marco Aurelio ed Epitteto e tutti e tutti i veri saggi, non i costruttori di teorie filosofiche, ma persone che cercavano la verità per il bene loro e di tutti gli altri”.

Il libro si apre, il primo gennaio, con Francesco d’Assisi, che risponde a una domanda di Frate Leone sulla “perfetta letizia”. Gli dice: “Ecco: se, arrivati alla Porziuncola sporchi, bagnati, sfiniti per il freddo e la fame, chiedessimo di farci entrare e il guardiano ci dicesse: ‘Andate via, vagabondi che andate in giro a ingannare la gente, e a rubare le elemosine dei poveri’; se allora non ce ne andassimo e con umiltà e amore pensassimo che il guardiano ha ragione e che Dio stesso lo ha ispirato di agire così con noi, e noi bagnati, affamati rimanessimo nella neve e nell’acqua sino al mattino senza lamentarci del guardiano: allora, frate Leone, solo allora sarà perfetta letizia”.

I Pensieri si chiudono, il 31 dicembre, con Herbert Spencer: “La conoscenza delle leggi della vita è incomparabilmente più importante di molte altre conoscenze, e la conoscenza che ci conduce direttamente al perfezionamento e alla preservazione di noi stessi è la conoscenza di primissima importanza”.

Mail Box

Una società che isola i più fragili non ha futuro

La vita delle persone è in continuo cambiamento, soprattutto nel periodo storico che viviamo, per via del Covid-19. Questa pandemia ha messo a dura prova le nostre fragilità di essere umani. In particolare, vorrei sottolineare la solitudine di tante persone, in primis gli anziani. Costretti per età e malattie a essere rinchiusi in casa, soli, senza un conforto morale e pratico. Per non parlare poi dei nostri giovani senza una prospettiva, chiusi e in isolamento davanti a un pc. La domanda mi viene spontanea: questo è il nostro futuro?

Massimo Aurioso

 

Attaccano i no-vax invece che migliorare la sanità

È incredibile: hanno chiamato una cooperativa privata al pronto soccorso dell’ospedale del pronto soccorso di La Spezia. Invece di assumere medici e infermieri, hanno dato tutto in mano ai privati… Vi prego, datene notizia a livello nazionale, non possono fare certe cose. Non ne possiamo più: in questi anni di Covid non hanno assunto nessuno, hanno fatto solo l’inutile guerra propagandistica ai no-vax.

Andrea Manganelli

 

Green pass, finalmente una voce fuori dal coro

Vorrei esprimere il mio apprezzamento e la mia stima per Maddalena Oliva e per la sua conduzione appena conclusa di Prima Pagina. È stata sempre equilibrata ed aperta, pur in una contingenza così difficile come è la guerra, e senza mai sottrarsi dall’esprimere con pacatezza la propria opinione. Semprerispettosa dell’interlocutore nel filo diretto, anche grazie alle risposte competenti offerte con un linguaggio teso ad accogliere i punti di vista e ricomporre le fratture, piuttosto che ampliarle. Vorrei ringraziarla in particolare per la risposta che ha dato ieri alla persona che ha chiamato per discutere del green pass: finalmente sono riuscita ad ascoltare una voce al di fuori di tutti i cori che ormai da due anni condizionano l’opinione pubblica; ha saputo stigmatizzare quell’atteggiamento che ha suddiviso gli italiani in due gabbie ben distinte, escludendo il normale panorama della variabilità umana.Vorrei che molti giornalisti potessero ispirarsi al suo esempio. Grazie e saluti cordiali

Marta Rispoli

 

Gli ultimi non sanno più a chi potersi rivolgere

Cosa significa, oggi, essere di sinistra? Essere progressisti, quindi “progredire in direzione di qualcosa di diverso da quello che avevamo prima, oppure “ergersi a paladini degli ultimi”? Il Pd, vale a dire l’entità attraverso la quale ci hanno indotto a credere fosse quella giusta per perseguire percorsi del genere, in realtà non ha niente a che fare: né con la voglia di cambiare le cose né tantomeno con la difesa e la tutela delle classi più deboli. Dopo tanti anni, la classe operaia e i poveri hanno capito che la Margherita, ovvero quell’aborto tra Pds e Democrazia cristiana, non poteva essere la loro casa. Il tutto mentre coloro che avevano a cuore “la conservazione” dei loro mediocri o importanti privilegi, hanno trovato nell’invenzione veltroniania lo strumento ideale per proseguire la propria vita senza scossoni, così come era iniziata fino alla sua fine naturale. Il Pd è il vero “centro”, la vera causa del perché in Italia la sinistra non esiste più. La gente lo sa, i poveri, gli operai, i diseredati lo sanno ma gli intellettuali, i giornalisti, i politici emergenti ancora insistono nel cercare di farci credere che la sinistra è lì, dove non c’è più niente, nemmeno un frammento che possa ricondurre ad un passato di sinistra. Gli ultimi di tutta Italia hanno così abboccato anche alle lusinghe di quella Lega che un tempo li illudeva di difenderli da altri disgraziati provenienti: prima dal meridione d’Italia e poi, insieme ai meridionali, da quelli oltre confine. Gli ultimi non hanno più nessuno a cui rivolgersi. Non riesco a immaginare il futuro del nostro Paese, mi auguro ci sia ancora qualcuno in giro che smentisca l’inquietante teoria che in democrazia ognuno ha quello che si merita. Anche se avrei voglia di ribellarmi a questa spietata realtà che mi consegna in mano a questi mostri dell’attuale politica: vorrei trovare un appiglio, almeno un’illusione che possa farmi sperare ancora in un piccolo riscatto della dignità di un Paese che non merita questo.

Maurizio Contigiani