Letta, dove vai? Una strana resa alla banda Renzi (che lo disarcionò)

 

A suo tempo le dimissioni di Zingaretti hanno dimostrato che il Pd è un ammasso informe e ingovernabile di tribù in guerra tra di loro: Lo stesso Letta deve fare buon viso a cattivo gioco, cercando di nascondere la sua impotenza con interventi apparentemente rivoluzionari, in realtà meri specchietti per le allodole, come la nomina, appena insediato, di due capigruppo rigorosamente renziane donne che sostituivano due capigruppo rigorosamente renziani uomini. Ecco cosa resta del programma di sinistra. Oggi la corrente dominante è quella renziana di Base Riformista che imbecca il re travicello Letta, vedi l’elezione del Capo dello Stato o il voto sul caso Open. Dopo le scorribande del Bomba-Attila che ha devastato il Pd, ora restano solo le macerie tenute insieme da una sigla che copre un guazzabuglio di correnti senza visione e identità. Semmai, a dettare l’agenda politica sono lobby e comitati d’affari. Appunto: il potere per il potere.

Maurizio Burattini

 

Caro Maurizio, purtroppo fatico a darti torto. In questi giorni Enrico Letta sta denotando un piglio inedito in merito al conflitto tra Russia e Ucraina. Sembra proprio che abbia davvero a cuore il popolo ucraino, a differenza – ahinoi – di molti tromboni europei ed americani, e questo lo porta a usare toni che (purtroppo) non usa quasi mai. Io non so davvero se quello di Letta sia masochismo, incapacità, calcolo cinico o sindrome di Stoccolma. Non conosco granché bene Letta, e il suo governo mi è piaciuto meno di niente (benché ovviamente migliore di quello renziano), ma dopo l’accoltellamento politico per mano della Diversamente Lince di Rignano mi era parso assai cresciuto. Più autorevole, più coraggioso. Per questo, non mi è parsa così negativa la seconda ascesa di Letta in seno al Pd. C’era di meglio, ma anche molto di peggio. Credevo che Letta si sarebbe rivelato politicamente durissimo con Renzi e renzismo. E invece niente o quasi. Ha un buon rapporto con Conte, e immagino creda davvero all’alleanza coi 5 Stelle, ma o non sa gestire il partito o non è sincero fino in fondo. Da ultimo ha picconato oltremodo i rapporti coi 5 Stelle. Ogni volta che deve scegliere, tra Conte (e Bersani) e quel mondo terrificante che va da Guerini a Lotti e Marcucci eccetera, Letta pende verso chi 8 anni fa lo disarcionò.

Andrea Scanzi

Diario di una prostituta. “C’è crisi, chissà se va male anche alle colleghe sugli yacht?”

Il mestiere più antico del mondo è da sempre considerato l’esercizio della prostituzione. Questo vorrebbe dire che il meretricio sarebbe nato prima della scoperta del fuoco o dell’invenzione della ruota? Penso di sì. Con gli anni però la prostituzione si è “evoluta”. Col passare del tempo dietro questo mestiere ci sono state donne che si sono destreggiate tra uomini di corte e politici con intelligenza e furbizia, le famose cortigiane. Spesso i potenti utilizzavano le prostitute per scopi di spionaggio o per favorire alleanze politiche in pace e in guerra. Prima fra tutte la contessa di Castiglione che, istruita dal cugino Cavour, diventò l’amante dell’imperatore francese Napoleone III, e permise al piccolo regno di Sardegna di vincere la seconda guerra d’Indipendenza con l’aiuto della Francia. Un personaggio storico a cui l’Italia deve molto. Virgina Oldoini, questo il suo nome, teneva un diario dove annotava tutte le sue “conquiste” dando anche dei voti in base alle capacità amatorie dei suoi amanti. “E” stava per carezze, “ B” per bacio, “BX” per molto più di un bacio, “F” per un rapporto completo.

Chissà se le donne costrette a esercitare oggi la professione per strada, con l’unico conforto di un falò, tengono un diario? Non credo, ma se ce l’avessero scriverebbero sicuramente la loro rabbia contro tutte quelle che riempiono i rotocalchi scandalistici. Scriverebbero: “Caro diario, dalla mia solita postazione sulla Salaria, oggi la situazione è un po’ moscia, pochi clienti, chissà se capita lo stesso a quelle più fortunate che vanno sugli yacht e riempiono i giornali scandalistici passando da un uomo all’altro. Spero ci sia un calo anche per loro, in fondo il mestiere che facciamo più o meno è lo stesso, ma la storia e la stampa non si ricorderanno mai di noi!”

 

Quando c’era il Psi. In un “romanzo socialista” la vita e le opere del compagno Lelio Lagorio

Letizia Argenteri, storica e ricercatrice di personaggi e di eventi, non si lascia intimidire dai confini (la troviamo alla corte dei Savoia, al Paul Getty Institute, all’Università di San Diego, a Instanbul). E dà alla definizione del suo lavoro (ricercatrice) un significato insieme scientifico e di scelta soggettiva, quasi passionale, di cose e persone. In questo suo libro, appena pubblicato da Rubbettino (Lelio Lagorio, un socialista) decide di riportare sulla scena politica italiana la specie scomparsa dei socialisti. Non tanti ricordano il partito politico italiano guidato da Bettino Craxi, che, con il voto che non ha mai superato il 14%, per anni ha governato l’Italia. Il percorso scelto da Argenteri chiede attenzione. Ha scelto di raccontare e ricordare un socialista diverso, diverso, per esempio, come Pertini, il cui prestigio era di vita, non di partito. Ma ha scelto anche di riportare all’attenzione dei lettori la presenza e l’attivismo di un partito italiano che, nella fase pre-fascista e in una parte lunga e importante dell’Italia post- fascista, ha contato molto, per poi precipitare nel vortice di un rendiconto impossibile. Argenteri, per esempio, cita spesso Pertini, capo partigiano coraggioso e notabile non amato del Partito socialista nell’Italia democratica. Ed è diventato, poi ,il presidente della Repubblica che ancora oggi molti italiani ricordano con affetto. L’attenzione dell’autrice per Lelio Lagorio ha una componente di vita e di esperienza. Ma qui conta la studiosa, che ha i mezzi per ricostruire un’epoca e fartela vivere con la bravura e la precisione di un filologo di altre epoche. Questi sono i giorni in cui Craxi e Scalfari erano due contendenti disinibiti di un periodo arrischiato che oscillava fra i tribunali e gli attentati, fra il lancio delle monetine e le scariche di armi automatiche. La figura e la presenza di Lagorio, fonte attendibile nella battaglia che si diceva fosse in corso da parte americana contro i socialisti di Craxi (una vendetta per i fatti di Sigonella, che avevano visto il governo Craxi opporsi alla cattura americana di terroristi palestinesi in Italia) guida la memoria di Argenteri a ricordare quanti personaggi delle tragedie e rischi di tragedie di oggi fossero già presenti e attivi nell’epoca di politica aggressiva in cui tutto comincia. Ci sono personaggi che dirigeranno giornali importanti ma al tempo sono portavoce utilissimi. Ci sono ambasciatori italiani che vanno e vengono portatori di moniti, avvertimenti, messaggi inattesi. Ci sono ambasciatori americani che hanno altre cose da dire, con risposte allarmate. Compaiono personaggi (il più noto è George Soros) che le destre internazionali, da Trump a Orbàn all’ultimo Craxi hanno già identificato come “il nemico” , usando per lui il termine “usuraio” per dire “ebreo” senza dirlo, come fa Giorgia Meloni anche adesso. Con Lagorio Letizia Argenteri ha il suo Virgilio tra il purgatorio e l’inferno della politica italiana e i colpi di scena continui di ciò che comincia ad apparire una corruzione vasta come una valanga. Questo libro sarebbe stato un romanzo fantasioso e intrigante. Se non fosse riflessione dal vero.

 

Lelio Lagorio

Un socialista

Letizia Argenteri

Pagine: 328

Prezzo: 19,00

Editore: Rubettino

Ilary e Totti al capolinea: la favola sui giornali e il buco della serratura

NON CLASSIFICATI

Matrimoni&patrimoni/1.

Il grande scoop della settimana è stato la (per ora non confermata dai diretti interessati) crisi tra i belli del gol, Ilary e Totti, che dopo 17 anni d’amore e tre pargoli sono in crisi. Abbiamo letto di tutto, dai tradimenti di lei al nuovo amore di lui, con tanto di dichiarazioni (o erano pizzini?) dell’ex marito della nuova fiamma. Ora, è vero: la coppia è sempre stata molto pubblica e sempre, in questi lunghi anni, sotto i riflettori. Dunque privacy attenuata, anzi attenuatissima. Però il troppo storpia e forse bisognerebbe fare un salutare (per tutti) passo indietro dal buco della serratura.

 

Matrimoni&patrimoni/2.

Non si sposano ma si fidanzano: Silvio Berlusconi, classe 1936, e Marta Fascina, classe 1991, si giureranno amore eterno senza vincoli. “Il rapporto di amore, di stima e di rispetto che mi lega alla signora Marta Fascina è così profondo e solido che non c’è alcun bisogno di formalizzarlo con un matrimonio”, ha scritto in una nota l’attempato innamorato. “Le indiscrezioni comparse oggi sugli organi di stampa non rispondono dunque a verità”. Ma “proprio perché si tratta di un legame così profondo e così importante, assieme a lei sto progettando per un prossimo futuro di festeggiarlo come merita, con un appuntamento che coinvolgerà i miei figli e gli amici”. Nessun matrimonio tradizionale (e con effetti legali) ma come abbiamo letto sul Corriere, il cosiddetto “matrimonio simbolico, rito diffuso in America, che rappresenta la volontà di suggellare un’unione, con un rituale che non ha valore civile, né giuridico. Una sorta di fidanzamento ma senza necessario sbocco nel matrimonio. Per il 19 marzo è previsto un party all’americana, per il quale sono già stati contattati i fornitori, il luogo è ancora da stabilire”. Del resto, come dice il proverbio “Matrimonio all’improvviso, o inferno o paradiso”…

 

Amatissimo.

E dopo il colpaccio del Papa, intervistato da Fabio Fazio, è arrivato quello di Giovanni Floris che ha portato in prima serata a #Dimartedì il presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Amato. Una prima volta degna di nota. Il presidente non si è sottratto alle domande e ha parlato, in posa quirinalizia, di quasi tutto. “Non voglio riaprire polemiche sui referendum che non sono stati ammessi. A questo punto, aspettiamo che escano le sentenze. Le critiche alla mia conferenza stampa? Bisogna che l’Italia un po’ si abitui al fatto che una Corte Costituzionale, oltre che a parlare con le sentenze, si adopra anche per spiegarle. Il bisogno di trasparenza nutre la sovranità popolare e le permette anche di esercitarsi consapevolmente. E per questo motivo ho ritenuto giusto spiegare in questa occasione, come i miei predecessori molti anni fa ritennero giusto incontrare i giornalisti in occasioni simili. È giusto farlo ma non infilarsi su questa base in polemiche quotidiane sull’argomento. Io l’ho spiegato, ora tocca alle sentenze”. Figuriamoci se noi possiamo essere contrari alla trasparenza, alla sovranità e al popolo. Certo che le immagini splittate Amato/Tabacci (tra gli ospiti in studio) spiegavano meglio di qualunque analisi socio-politica com’è successo che trent’anni dopo Tangentopoli sia divenuta oggetto di pentimenti, scuse e revisionismi alquanto imbarazzanti.

 

PROMOSSI

Evviva il bis.

E’ tornato, giovedì, su Prime video, “LOL: chi ride è fuori”. Confermando di essere il gioco più irresistibile della nostra tv. A sfidarsi Virginia Raffaele, Mago Forest, Tess Masazza, Maccio Capatonda, Alice Mangione, Gianmarco Pozzoli, Corrado Guzzanti, Max Angioni, Maria Di Biase e Diana Del Bufalo. Menzione d’onore per Virginia Raffaele, Corrado Guzzanti e Maccio Capatonda.

 

Il calcio-Titanic affonda. La Lega cerca un presidente, basta che sia senza idee

Domanda delle cento pistole per i vertici del calcio italiano: cari presidenti e cari dirigenti, perché invece di azzuffarvi attorno a improbabili nomi di politici (Alfano, Casini) o economisti (Bonomi, Bini Smaghi) per estrarre dal cilindro il coniglio del nuovo presidente di Lega, o fantasticare di portare la Serie A negli Usa mentre in Qatar si giocano i mondiali di calcio (se con l’Italia o no, ancora non si sa), perché invece di perdere tempo dietro a idee tanto strampalate non vi dedicate ai problemi seri del pallone, quelli che per la vostra dabbenaggine lo stanno sgonfiando? Ad esempio, venendo al tema più scottante, quello dei diritti-tv che da sempre tengono in piedi il baraccone: vi siete accorti o no che sul fronte dei consumi tv è in atto un cambiamento epocale, anche nella fruizione dei contenuti sportivi, che occorrerebbe ad ogni costo intercettare per non rimanerne travolti? Lo sapete o no che sulla scia di Netflix c’è stato nel mondo il boom dei cosiddetti Ott (Over the top) come Prime Video, YouTube, Tik Tok, Facebook, Dazn, la cui fruizione avviene sui cosiddetti nuovi device (pc, tablet, smartphone) che hanno letteralmente portato alla scomparsa del “secondo televisore”, essendolo diventati essi stessi? E lo sapete che questo nuovo pubblico, questa nuova umanità, si muove con abitudini e comportamenti del tutto inconsueti rispetto al passato (e forse sarebbe il caso di studiarli)?

Secondo il Global digital report 2021, l’italiano medio appartenente al target 16-64 anni, cioè il pubblico considerato attivo, il più interessante e prezioso ai fini pubblicitari, trascorre ogni giorno 6 ore e 22 minuti navigando sul web. Utilizzando il pc oppure lo smartphone, il tablet, la smart tv, la console giochi o il set-top-box egli bazzica per 1 ora e 52 minuti nei social media (YouTube, Facebook e Instagram su tutti), ascolta musica in streaming per 1 ora e 4’, si dedica ai giochi su console per 49’ e per mezzora ascolta podcast. Inoltre vede la tv, in streaming o in broadcasting tradizionale, per 3 ore e 18 minuti. Ebbene, oltre a domandarsi cosa succederebbe se un giorno, oltre a rilevare gli ascolti di Mediaset, Rai, Sky, La7 e Discovery venissero rilevati anche gli Ott, da Netflix a YouTube, da Prime Video a Facebook, la cui audience già ora erode sanguinosamente gli ascolti dei colossi televisivi che pure continuano a spartirsi una torta di proventi pubblicitari che nel 2021 è stata di 8,4 miliardi (36% Rai, 32,5% Mediaset), la domanda è: qual è il tipo di fruizione dell’evento sportivo che il nuovo pubblico predilige? Con tutta evidenza la risposta è: la visione veloce. Quella cioè degli highlights e non dell’intera partita (piaccia o non piaccia oggi i tempi di fruizione sono “clippizzati”), cosa che dovrebbe portare, in sede di asta dei diritti tv, ad un ripensamento nell’offerta dei “pacchetti”: prevedendone uno adatto alla visione sui minischermi, ormai sempre più diffusa, una fruizione rapida che offra gol e azioni salienti e permetta al nuovo cliente di assaporare il “sugo” di quanto è accaduto senza necessariamente sacrificare due ore di tempo alla visione dell’intera partita. Al momento il semplice passaggio da Sky a Dazn (con i problemi tecnici noti a tutti) e le scelte operate da Dazn e Lega (squilibrata distribuzione delle partite tra piattaforme, bislacca distribuzione delle squadre tra slot orari) hanno portato a un crollo di abbonati e di visibilità del campionato valutabile nell’ordine del 20-30%. Il Titanic affonda ma l’orchestra continua a suonare.

 

Il sussidiario ritrovato. La gioia di vivere l’avventura della “catena del Cervino”

Gira una voce maliziosa sui lettori del Fatto: che essi siano malmostosi, incattiviti col mondo, e perciò vocati a deliziarsi di avvisi di garanzia e denunce di malaffare. Io qui vi mostrerò che così non è. E che essi sanno invece produrre catene virtuose fatte di gentilezza e di altri buoni sentimenti. Tutto inizia con una puntata di “Storie italiane” dedicata a un libro di scuola della mia infanzia, Cervino. Un sussidiario che aiutava a superare gli esami di Stato della quinta elementare e che dovrebbe essere studiato dagli odierni studenti universitari; e verso il quale, evidentemente, traspare nell’articolo una mia nostalgia. Dirò allora che non ho mai ricevuto tanti riscontri e messaggi come dopo quelle “Storie”. Chi ricorda l’epopea del libro, chi ne evoca perfino i colori. Chi apprezza il messaggio. Altro che mafia e ’ndrangheta.

Tra questi vi è una lettrice, Chiara Cavalli si chiama, a quel tempo non ancora nata, che si incuriosisce. Ha seguito a Brescia un corso popolare (sulla mafia, appunto…) in cui ho insegnato. Coglie il mio desiderio di ritrovare quel libro e si mette in rete a cercarlo. Si sfinisce in un dedalo di vicoli ciechi finché d’improvviso in un blog di nostalgici del vecchio sussidiario (pensate che cosa c’è in rete…) arriva l’annuncio trionfante: io l’ho trovato! È un’insegnante napoletana. Chiara le scrive allora chiedendo in prestito l’opera per farne una copia. Spiega che si tratta di un regalo speciale, di cui non precisa il destinatario, raccontando tuttavia il perché e il percome. L’insegnante però rilutta. E se il libro si perdesse nella spedizione? Così Chiara, per tranquillizzarla, va a Napoli di persona a incontrarla. E scopre che Donatella, questo il nome (Ortolani il cognome), insegna francese ed è impegnata in forme importanti di solidarietà sociale. Donatella le presta il Cervino. E Chiara, sulla via del ritorno, medita sulla fiducia di cui ha goduto da perfetta sconosciuta. Pensa a come è bello vivere in un mondo in cui ci si fida gli uni degli altri. Il giorno dopo l’insegnante telefona a Chiara per avere aggiornamenti. E le chiede di potere leggere l’articolo uscito sul Fatto. Dopo averlo letto avviene il piccolo miracolo: Donatella prega Chiara di lasciare a me l’originale e di fargliene una copia. L’originale è bellissimo. Con i colori pastello che ricordavo, con sottolineature e appunti che chissà a chi appartengono e che ne rafforzano il valore, chissà quante vite se ne sono nutrite. Solo che presenta pagine volanti, danneggiamenti dovuti all’usura. E allora Chiara si ferma a Bologna in un piccolo laboratorio di restauro di libri, tenuto da una giovane artigiana, anche lei di nome Chiara. Che non dà molte speranze. Il volume è “fragile, stressato e fatto di materiale povero”. Promette di fare il possibile entro un mese. La Chiara protagonista spiega allora di nuovo dell’articolo sul Fatto, della rarità dell’opera e dell’insegnante napoletana. E il libro è pronto già il giorno dopo. Resta ora da fare la copia per l’insegnante generosa. Chiara si ricorda di un centro di Brescia specializzato nella scannerizzazione di testi antichi. Ci va e incontra un signore dall’accento veneto e dai modi un po’ bruschi. Il quale maneggia il sussidiario con garbo ma annuncia che ci vorrà un mese. Chiara gli spiega tutta la storia. Lui non fa una piega. Non resta che lasciargli il libro sperando. Il giorno dopo l’accento veneto rispunta al telefono. Il libro è pronto. L’opera è stata subito copiata e l’originale può essere ritirato. Chiara l’ha portato a Milano presso un ostello che sa che frequento. Che l’ha preso in custodia fino al mio ritiro. Da oggi, dunque, la “catena del Cervino” è anche la catena umana partita da una lettrice del quotidiano malmostoso. Fatta di gentilezza, solidarietà e cultura. In tempi di guerra, è oro.

 

Trump in delirio egotico. Prodi e Lepore danno Lezioni di “complessità”

BOCCIATI

Donald first

Non c’è da sorprendersi oltre misura nel sentir Donald Trump decantare l’ingegno sopraffino di Vladimir Putin, “Questo è un genio. Putin dichiara una grande porzione dell’Ucraina indipendente. Mi sono detto: “’Quanto è intelligente’”, in funzione anti Biden, l’odiato avversario che gli ha soffiato il bis alla Casa Bianca. Né tantomeno c’è da stupirsi dell’accesso di mitomania in pieno stile tycoon: “Con me alla Casa Bianca, tutto questo non sarebbe successo”. Assolutamente trumpiana pure la sparata sul fatto che anche il confine con il Messico meriterebbe un’azione simile da parte degli Stati Uniti per ‘riportare la pace’. Quello che non finisce di sorprendere è come un leader politico che ha fatto dell’ “America first” il suo mantra, non si renda conto che delegittimare il Presidente in carica agli occhi del mondo, in un momento delicato come questo, sia la negazione del sovranismo. Il tycoon, completamente ottenebrato dalla furia egotica, mostra plasticamente quale sia l’unico motto che sente davvero: ‘Donald first’. E tutto il resto è fuffa.

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PROMOSSI

Portarsi avanti

Che spesso i sindaci abbiano l’orecchio a terra più dei loro compagni di partito che siedono in Transatlantico è ormai risaputo: non stupisce dunque vederli anticipare mosse a cui la politica nazionale fatica a star dietro. Matteo Lepore, sindaco di Bologna, lo aveva promesso in campagna elettorale e ora terrà fede a quanto anticipato: sarà conferita la cittadinanza bolognese e quindi italiana, onoraria, a tutte le persone che ne sono sprovviste. I gruppi della maggioranza hanno presentato un ordine del giorno in Consiglio comunale per modificare lo statuto, introducendovi il tanto discusso principio dello Ius soli: saranno circa 11 mila i ragazzi che, mentre il Parlamento continua a non trovare il coraggio, riceveranno la cittadinanza onoraria del Comune di Bologna. “Il nostro Paese riconosce determinati diritti agli stranieri solo quando ne ha bisogno. Ecco perché vogliamo dare un segnale al governo nazionale, che speriamo si muova o in questa o nella prossima legislatura”, ha dichiarato il sindaco. Speriamo che questo sperone bolognese faccia dare una mossa al nostro fiacco ronzino.

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Non è tutto semplice

Il mare magnum di pensieri estemporanei e soluzioni facilone sull’approccio da tenere nei confronti della Russia, mette in evidenza una politica talmente abituata a un linguaggio elementare e semplicistico da trovarsi seriamente in imbarazzo nell’affrontare temi complessi come la politica globale. Il grande bivio è se cedere al ricatto politico di Putin o soccombere a quello economico. Pochi sono capaci di pensare in maniera meno binaria. Grande conoscitore della materia, centra un punto fondamentale il professor Prodi: “Sono assolutamente atlantista e per la Nato, ma l’alleanza non può essere solo militare. Trovo che gli Stati Uniti dovrebbero dimostrare solidarietà ai Paesi europei che compiono lo sforzo delle sanzioni”. A volte i ragionamenti complessi fanno apparire le cose un po’ meno complicate.

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Ortodossi. Il patriarca di Mosca sostiene lo Zar per riconquistare la Chiesa “scismatica” di Kiev

L’invasione nazi-putiniana dell’Ucraina ha anche un obiettivo religioso, determinato dalle laceranti divisioni politiche tra gli ortodossi. Un’importanza dettata dai numeri: tra russi (110 milioni) e ucraini (più di 30) i fedeli ortodossi delle Chiese di Mosca e Kiev sono oltre 140 milioni su un totale di 220 nel mondo.

La premessa è nello scisma storico del 2018. In quell’anno, alla presenza dell’allora presidente Poroshenko, il Patriarcato di Kiev e la Chiesa autocefala ucraina, ambedue indipendenti dopo la fine dell’Urss nel 1991, confluirono in una sola Chiesa ortodossa, riconosciuta dal patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinapoli, primus inter pares tra i 14 patriarchi orientali e successore di Andrea l’apostolo, primo vescovo di Bisanzio. Al contrario, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill scomunicò gli “scismatici” e ruppe le antiche relazioni con Costantinopoli. A Kiev, Mosca è rappresentata dalla Chiesa ortodossa ucraina, con a capo il metropolita Onufrio. Mentre Epifanio è il metropolita della Chiesa nazionale fondata nel 2018.

In questo complesso quadro religioso c’è infine la Chiesa greco-cattolica d’Ucraina in “piena comunione” con Roma, guidata dall’arcivescovo maggiore Sviatoslav Schevchuk. Sia la Chiesa ortodossa autocefala d’Ucraina, con il sostegno del patriarca Bartolomeo, sia quella greco-cattolica hanno subito condannato duramente l’invasione. Il patriarca filorusso Onufrio ha invece parlato di “guerra fraticida” richiamando l’omicidio di Abele da parte di Caino, ma la dichiarazione più attesa è arrivata con un giorno di ritardo. Quella del patriarca moscovita Kirill, considerato un putiniano di ferro, che nel suo messaggio non ha mai usato parole di condanna evocando piuttosto una generica pace tra “le parti in conflitto”. Perdipiù, Kirill ha rimarcato l’egemonia degli ortodossi russi sull’Ucraina: “I popoli russo e ucraino hanno una storia comune secolare che risale al Battesimo della Rus’ da parte del santo principe Vladimir, Uguale agli apostoli”.

Il riferimento di Kirill è al 28 luglio 988, il battesimo cristiano della Russia a Kiev grazie al principe Vladimir. Una data in linea con la vulgata storico-religiosa su sant’Andrea, fratello di Pietro (primo papa e vescovo di Roma) e protocletos, il “primo chiamato” tra i discepoli, che piantò una croce lungo il fiume Dnepr, a Kiev. Evidente, quindi, che uno degli obiettivi dell’invasione è anche quello di annientare la Chiesa ortodossa autocefala e ristabilire il primato russo sul patriarcato di Kiev.

In questo conflitto tra le due Chiese c’è poi la non facile posizione di Francesco, che ha un fraterno legame con Bartolomeo. Ma nell’estate di quest’anno, tra giugno e luglio, si dovrebbe tenere il secondo storico incontro del pontefice con Kirill, dopo quello del 2016 all’aeroporto dell’Avana, a Cuba. Appena cinque giorni prima dell’invasione, l’ambasciatore russo in Vaticano, Alexander Avdeyev, ha confermato l’incontro anche se non è ancora stato definito il luogo. Ora però tutte le incertezze legate alla guerra mossa da Putin (e la clamorosa visita di Francesco all’ambasciata russa in Vaticano) rendono tortuoso, se non impossibile, il prosieguo delle trattative per l’incontro.

 

Contro. “È un azzardo che potrebbe portare a una guerra mondiale”

È purtroppo evidente che, di fronte all’invasione russa, ogni scelta sembra sbagliata: e quel che resta della coscienza democratica occidentale non sopporta di non fare nulla di fronte alle immagini delle città devastate dalla guerra.

Ma il problema è cosa fare: mentre le tanto annunciate sanzioni economiche avanzano con incredibile, vergognosa lentezza, prende corpo l’opzione del riarmo di Kiev. Il fantasma dell’Unione Europea, colpevolmente assente nella gestione politica della crisi che ha condotto alla guerra, rischia così di materializzarsi nel peggiore dei modi: nel ruolo, cioè, di fornitrice di armi. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Josep Borrell ha detto che dovremmo armare le forze ucraine per sostenerle “nella loro eroica battaglia”. Così, dopo essere stati incapaci di fare la pace, gli europei vogliono provare a fare la guerra, naturalmente attraverso i corpi dei soldati e dei civili ucraini.

A Kiev dovrebbe semmai volare la stessa Commissione Europea in carne ed ossa, con i capi di Stato e di governo: come segno potente di vicinanza e di interposizione simbolica. Ma i capi dell’Occidente pensano di cavarsela più a buon mercato, e senza rischiare direttamente: senza, cioè, terremotare più di tanto un’economia globale legata mani e piedi alla Russia di Putin.

È un calcolo cinico, che rischia di essere anche drammaticamente sbagliato: perché prolungare e aggravare una guerra dall’esito purtroppo scontato, può aprire la strada a esiti che non lo sono per nulla. Buttare benzina su questo fuoco, infatti, può condurre – quasi meccanicamente, senza che nessuno davvero si renda conto di ciò che sta innescando – a una terza guerra mondiale, e al conflitto nucleare.

Se è giusto, oltre che compatibile con la nostra Costituzione, inviare in Ucraina “equipaggiamenti militari non letali di protezione”, e cioè mezzi di difesa e non di offesa, sarebbe invece un grave azzardo mandare armi vere e proprie. Perché dall’Unione europea, e dall’Italia, ci si aspetta ora che lavorino ventre a terra per la pace, non che alimentino anch’esse la guerra.

Pro. “Le sanzioni restano inutili: ora dovremmo sostenere la Resistenza”

Le armi, da sole, non feriscono e non uccidono nessuno. Può ferire e uccidere chi le usa, chi preme un grilletto, spinge un bottone per lanciare un missile o una bomba. Ma dipende da quando e perché lo fa, contro chi o contro che cosa.

Nel caso della guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, è chiaro che si tratta di un’aggressione militare che ha colpito anche diversi obiettivi civili, case, scuole e ospedali, provocando purtroppo molte vittime fra la popolazione. Un’operazione a cui ha fatto seguito l’invasione del territorio di uno Stato indipendente.

Non c’è dubbio, dunque, che qui la difesa è più che mai legittima, a maggior ragione a causa della sproporzione di forze. In un’eloquente tabella illustrata con le icone apparsa su Publico, il quotidiano portoghese che fa dell’infografica un cavallo di battaglia e in questi giorni ha aperto il suo sito anche ai non abbonati, si legge che l’Ucraina dispone di 125.600 soldati contro i 280.000 della Russia, 858 carri armati contro 2.927, 1.212 mezzi blindati contro 5.180, 1.818 pezzi d’artiglieria contro 4.894, 81 aerei da combattimento contro 1.520 e 90 missili balistici contro 150. Davide contro Golia, insomma.

Ma non basta una fionda per fermare un gigante come quello russo. Né possono bastare le sanzioni economiche che peraltro non hanno (quasi) mai funzionato e che lo stesso presidente russo Vladimir Putin ha definito “illegittime”, ordinando per reazione l’allerta del sistema difensivo nucleare. In una situazione così grave, diventa un dovere morale e civile sostenere la resistenza eroica e commovente dell’Ucraina, inviando armamenti e munizioni come hanno fatto per prime Germania, Francia e Italia, seguite da altri quattordici Paesi europei.

La speranza è che tutto questo possa servire da deterrente, favorendo magari gli sviluppi di un negoziato di pace fra le parti. Prima di rassegnarsi a quella che il Papa chiama, in nome della ragione, “la logica diabolica e perversa delle armi”.