Inflazione. Risparmio&previdenza: perché non è sempre valido che chi più spende, meno spende

Tempo fa si pagavano solo commissioni sugli investimenti e gli eventuali smobilizzi, in genere uno 0,5-0,7% per il reddito fisso o le azioni. Poi alcuni hanno capito che era possibile raschiare via soldi ai clienti in continuazione, giorno dopo giorno. Bastava convincerli a dare in gestione i propri risparmi, anziché fare da soli. Ecco perché banche e venditori porta a porta mirano a rifilare sempre e solo prodotti che comportano costi continui. Tali sono i fondi comuni, le polizze vita e la previdenza integrativa nelle loro varie forme. Così nell’arco degli anni si subiscono veri e propri salassi. Il peggio del peggio è quando un genitore (o altri) sottoscrive un fondo pensione o simile intestandolo a un bambino. Con costi anche solo dell’1% annuo, in sessant’anni la somma intrappolata viene decurtata del 45%.

La variabile costi è la cifra per interpretare le strategie commerciali di banche e promotori. Cioè per capire perché spingano alcune alternative a discapito di altre, di regola migliori. Vediamolo in particolare per l’inflazione, per stare sull’attualità. Le soluzioni migliori, cioè più sicure per la difesa del potere d’acquisto delle somme accantonate, vengono sistematicamente taciute, quando non sconsigliate, perché hanno costi bassissimi o addirittura nulli.

Chi sottoscrive o detiene buoni postali indicizzati all’inflazione non paga commissioni né di sottoscrizione, né di riscatto e tanto meno periodiche. E infatti alle Poste è normale che spingano tutt’altro, in particolare le polizze a vita.

Nessuna commissione, provvigione, spread ecc. viene applicata al Trattamento di fine rapporto (Tfr) accantonato presso l’azienda. Una forma di risparmio, seppur forzoso, dove però nessun intermediario decurta le rivalutazioni, in pratica gli interessi, che l’azienda riconosce al lavoratore. Ecco così che i sindacati, in allegra sintonia con banche e assicurazioni, cercano di dirottarlo nei loro fondi pensione, che gli fruttano poltrone e prebende.

Chi compra Btp indicizzati all’inflazione, cioè Btp Italia, Btp-i o gli equivalenti esteri (Oatei, Bundei ecc.), paga all’intermediario una modesta percentuale per l’acquisto. A dir tanto lo 0,5% una volta ogni 5, 10 o anche 30 anni; o al più due volte, se non aspetta il rimborso. Già solo passando a un Etf perde ogni garanzia e paga una gabella annua. Ma c’è di peggio. Cosa consiglia per scritto Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, “per evitare il rischio che i risparmi in futuro valgano meno per effetto dell’inflazione”? In e-mail inviate ai clienti li sprona ad “attivare un Piano di Accumulo su un fondo comune di investimento o un Premio Ricorrente su un prodotto di investimento assicurativo”. Prodotti del tutto inadatti perché non hanno nei regolamenti nessuna garanzia in potere d’acquisto, sono per giunta opachi, ma in compenso fanno guadagnare sempre più soldi alla banca.

 

 

Il “gas italiano” è finito perché Eni ha prosciugato l’Adriatico

Una recente decisione del Governo italiano favorisce l’aumento della produzione nazionale di gas naturale, attualmente di circa 3 miliardi di metri cubi (mmc), presentata come strumento per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Un piccolo aumento della produzione non ridurrebbe la dipendenza dalle importazioni (i nostri consumi viaggiano sopra i 76 mmc), contraddice lo sforzo di decarbonizzazione sbandierato dall’Unione europea e mostra una inadeguata presa di coscienza delle ragioni per le quali è tracollata la produzione di gas italiana.

L’Italia a partire dagli anni 50 ha costruito una rete metanifera all’avanguardia del mondo, grazie alla “riserva esclusiva” di Eni sugli idrocarburi della Val Padana, al suo monopolio della rete dei gasdotti nazionali accoppiato a quello, di fatto, sulle importazioni. All’inizio degli anni 90 Eni macinava enormi profitti grazie al gas. Accumulava perdite nelle restanti attività. Funzionava così. La controllata Snam era la gallina dalle uova d’oro grazie alla vendita e al trasporto del gas nazionale e al monopolio delle importazioni, in primo luogo dalla Russia. La controllata Agip faceva soldi (il 93,2% dei profitti) vendendo il gas dell’Adriatico alla Snam, mentre produceva poco petrolio. La controllata Enichem perdeva denaro a profusione nel settore chimico. Le prospettive future del gas erano radiose: il Piano energetico nazionale del 1988 delineava un aumento del peso del gas naturale sui consumi energetici nazionali dal 25 al 40 per cento.

La legge Amato luglio 1992 trasformò nel giro di qualche giorno l’ente pubblico Eni in società per azioni. Le banche d’affari furono chiamate a “valutarla” e a fornire indicazioni strategiche in vista del collocamento in Borsa. Il giudizio di Goldman Sachs fu entusiasta: Eni era la quinta società petrolifera al mondo per redditività grazie ad un monopolio inattaccabile nel gas. Dicevano gli analisti Goldman: “Ccon il 75% della cassa derivata dalle attività del gas, Eni spa può essere considerata una società del gas, con attività diversificate nel settore petrolifero”.

Dal 1992 l’obiettivo del management di Eni spa divenne quello di rendere il gioiello energetico più splendente che mai per gli acquirenti. Il modo più semplice allo scopo era: tagliare i rami secchi (licenziamento di circa 50mila lavoratori tra il ’92 al ’95, anno della quotazione in borsa), vendere alcune perle non facenti parte del “cuore” delle attività energetiche (Nuovo Pignone), concentrarsi sulle attività che già macinavano utili: il gas naturale. Prese a pompare gas dall’Adriatico come se non ci fosse un domani, lesinando sulle attività di esplorazione. Il prezzo del gas lo decideva Eni spa in autonomia, non essendosi ancora costituita l’Autorità di regolazione per l’energia. La produzione crebbe ai suoi massimi storici (20 mmc metà anni 90), mentre le riserve calarono drasticamente. Luigi Cappugi, già nel Cda di Eni, commentò amaramente che il periodo dal ’92 al ’98 è stato caratterizzato da “distruzione scientifica del valore accumulato per servire una politica di alti dividendi e massimizzare il valore delle azioni”.

L’esaurimento delle riserve italiane di gas ha due ragioni principali. La prima è la ricerca spasmodica di profitto a breve per remunerare azionisti e finanziare investimenti petroliferi fuori dall’Italia. La seconda è l’assenza di politiche di conservazione delle risorse naturale. Il nuovo regime del gas ha non solo dilapidato le riserve italiane, ma anche impattato sulle tasche dei cittadini. Mentre nel 1992 imprese e cittadini italiani beneficiavano dei prezzi del gas più bassi fra quelli dei grandi d’Europa, oggi hanno bollette tra le più alte nell’Unione europea.

Questa storia non edificante insegna varie cose. In primo luogo che bisogna ricostruire una politica conservazione delle risorse naturali: ogni barile di petrolio e ogni metro di cubo di gas non estratto oggi è potenziale fonte di sicurezza per le generazioni future. Il secondo dato è la follia di rinunciare a una politica di controllo dei prezzi dell’energia per lasciarla ad un mercato instabile che premia speculatori e oligopolisti privati. Il terzo dato è che la strategia di “gassificazione” europea non è né una politica ambientale (il gas è una fonte fossile), né una politica di sicurezza, considerando che aumenta la dipendenza dalle importazioni. Lasciamo in pace in nostri mari, e puntiamo semmai su una riduzione dei consumi energetici, fino al razionamento delle forniture in momenti di crisi. Rimettiamo il settore energetico saldamente in mano a comunità locali e aziende pubbliche che investano massicciamente nelle rinnovabili, fornendo energia a prezzi controllati.

Lo sport nelle mani del “private equity”: arma a doppio taglio

A Wall Street, un tempo, chiamavano “barbari” quei fondi di private equity che largheggiavano in “leverage buyout” (acquisizioni a debito). Proprio questi fondi negli ultimi anni hanno investito oltre 13 miliardi di dollari nello sport (report Enca). Calcio, basket, pallavolo, motociclismo, rubgy, automobilismo, arti marziali: l’industria sportiva piace ai nuovi barbari. Il mondo del pallone, anche se con leggero ritardo, coi bilanci svuotati dalla pandemia è territorio di caccia: negli ultimi giorni la famiglia Percassi ha ceduto il 55% dell’Atalanta a un gruppo di investitori guidato da Stephen Pagliuca, managing partner e co-proprietario deiBoston Celtics e co-chairman di uno dei più importanti fondi di private equity al mondo, Bain Capital. Nel luglio 2018 era stato il fondo Elliott Management a prendersi il 99,93% del Milan, quando il precedente proprietario Li Yonghong non aveva rimborsato un debito di 415 milioni di euro proprio al fondo Usa.

Non è un caso che si tratti di due investitori a stelle e strisce: sono statunitensi infatti i fondi di private equity più attivi nello sport. All’estate 2021, ad esempio, risale l’acquisto da parte di Dyal Capital Partners di partecipazioni passive in alcune squadre di basket Nba: anche la lega sportiva più globale ha sofferto il Covid e ancor di più la contrazione dei fondamentali ricavi cinesi iniziata nel 2019. La prima franchigia a far entrare un private equity sono stati i Phoenix Suns, reduci dalle Finals perse dello scorso anno e oggi in testa alla classifica Nba. Ad oggi l’operazione più significativa risale però al 2016: la vendita per 4 miliardi dell’Ufc (The Ultimate fighting championship) – la più importante organizzazione mondiale di arti marziali miste (Mma) – al consorzio guidato dall’agenzia Endeavore che include 3 fondi di private equity tra cui Kkr.

Ma da dove nasce l’interesse di questi investitori per il mondo dello sport? “Col coronavirus le società hanno registrato un crollo dei ricavi e da questa situazione di crisi si sono generate delle opportunità, perché gli asset svalutati sono diventati più appetibili per investitori che già in passato avevano mostrato interesse per questo settore”, spiega Francesco Bollazzi, docente di Corporate Finance all’Università Cattaneo e direttore dell’Osservatorio Private Equity Monitor.

Ovviamente la spinta a buttarsi nello sport sta nella ragion d’essere ontologica, diciamo così, dei fondi di private equity: capitalizzare e ottenere guadagni. Il Covid, come detto, gli ha dato una spintarella in direzione del calcio: “Prima le società sportive, in particolare quelle calcistiche, erano considerate come un buco nero per le finanze di presidenti e famiglie proprietarie. Con l’ingresso dei private equity la gestione cambia completamente: i fondi hanno la capacità di rendere le società più efficienti, possono ottenere credito a condizioni più vantaggiose e, soprattutto, riportano un allineamento di interessi tra il management e la proprietà, perché spesso il management ha quote nel capitale della società”, dice Emidio Cacciapuoti, partner dello studio legale McDermott Will & Emery, specializzato in diritto tributario, private equity e M&A.

Negli Stati Uniti lo sport viene considerato un business a tutti gli effetti, ora anche in Italia si sta arrivando a percepirlo come un investimento finanziario grazie all’indotto che gli gira intorno (diritti tv, merchandising, etc.) e la possibilità di costruire attorno alla società sportiva una serie di attività che consentano di avere delle entrate. L’interesse dei fondi “per il mondo dello sport è dunque legato anche al fatto che le società sportive permettono di avere flussi di cassa stabili nel tempo”, aggiunge Bollazzi. Un esempio di scuola. Cvc Capital Partners, che ora ha investito 320 milioni di sterline nel rugby inglese, ha fatto il colpaccio coi motori: nel 2016, dopo aver venduto il motomondiale dieci anni prima, ha ceduto la Formula 1 a Liberty Media con un rendimento del 500%.

Affidarsi a questi fondi, però, non esclude rischi. Il primo aspetto da considerare è che un obiettivo del private equity è contribuire alla crescita dell’azienda in cui investe per “monetizzare” al momento giusto il suo investimento. Ovvero, nel momento in cui l’azienda è cresciuta tanto, il fondo incassa il suo guadagno ed esce. “Hanno piani strategici di massimo 10 anni. Il tutto con tempistiche precise: nei primi 4 anni si investe, nei successivi 2 si raccoglie i ricavi e infine si vende o, nel peggiore dei casi, si interrompe il flusso di liquidità e si lascia la società in balia degli eventi”, spiega Cacciapuoti: insomma, l’ingresso di un fondo con quote di controllo può essere un trampolino di lancio per (ri)emergere, ma anche un “fuoco di paglia che in pochi anni non riesce a ricavarne i capitali desiderati e lascia il club coi conti in rosso e un posizionamento svilente nel mercato”.

Che risultati porta questa logica ai club? L’esempio del Milan è finora positivo: la gestione Elliott ha ribaltato i suoi bilanci chiudendo il 2021 con una perdita di 96,4 milioni di euro (98,2 milioni in meno rispetto a quello precedente) con costi in calo dell’8%, ricavi in crescita del 36% e risultati sportivi non disprezzabili.

L’avvento dei fondi per molti potrebbe essere la via alternativa all’agognata sostenibilità economica su cui i grandi club piangono molto dall’inizio della crisi pandemica. È in questo contesto che è nata l’idea della Superlega, che ai fondi piace assai: “Loro hanno un approccio matematico e non sentimentale: l’acquisizione dell’Atalanta va letta come un investimento che mira non al benessere di squadra e tifosi, ma alla crescita del club e magari, visti i piazzamenti recenti, al suo inserimento nell’eventuale Superlega”, dice Cacciapuoti.

Anche qui c’è l’altro lato della medaglia, ci spiegano gli esperti: anche in caso di risultati positivi si innesca un gioco al rialzo, perché dopo aver abbattuto i costi e rinvigorito i ricavi, i private equity mirano a vendere a prezzi gonfiati, alimentando così la bolla finanziaria sportiva, anziché curarla.

Strani concorsi. Il colloquio vale oltre 3 volte i titoli di studio

Aveva iniziato nel 2021, il ministero della Cultura, ad affidare a professionisti esterni a partita Iva incarichi che sarebbero propri dei funzionari ministeriali, come quello di responsabile unico del procedimento. Una tendenza che coi fondi del Pnrr non ha fatto che accelerare: l’ultimo bando in ordine di tempo scadeva venerdì 25 febbraio e cercava un ingegnere o informatico per il conferimento di un incarico professionale nel settore tecnologie dell’Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale, istituto creato nel 2019. Il più interessante o preoccupante di questi bandi è però quello pubblicato il 28 gennaio scorso e di cui ancora non si conoscono gli esiti. Cercava 5 esperti “con competenze specialistiche in programmazione, gestione, attuazione, monitoraggio e rendicontazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”. Esperti che dovrebbero occuparsi di coesione, fondi e appalti, legati ai 6 miliardi che il ministero della Cultura gestirà di qui al 2026. Incarichi a partita Iva da 50 mila euro annui per al massimo 36 mesi. Incaricare personale esterno di gestire processi tanto strategici suonerebbe strano a sufficienza, ma non basta: il sistema di punteggio nel bando pare favorire una selezione quantomeno soggettiva. I titoli, dal diploma al dottorato, valgono al massimo 6 punti totali, l’esperienza professionale attinente al ruolo 24 punti e il colloquio “teso a valutare le competenze ed esperienze dichiarate nel CV, nonché l’attitudine del candidato in relazione all’oggetto dell’incarico” vale 20 punti: oltre 3 volte più dei titoli. Sia chiaro, questa selezione e le altre in arrivo si inseriscono nell’enorme e nota carenza di personale del ministero: la nuova soprintendenza per il Pnrr, creata nel 2021, è sostanzialmente priva di personale. Ma, data la specificità dell’argomento, difficile che esperti esterni possano risolvere il problema, mancando i tecnici che si occupino delle istruttorie. E selezioni così agili non sono scevre da rischi: 36 mesi non sono pochi, né lo sono i fondi che si troveranno a gestire.

Bandi Pnrr, ricerca in allarme: “Pochi progetti per pochi”

“Cattedrali nel deserto”. “grandi consorzi” a tematica limitata, “maxiprogetti in numero limitatissimo per i quali la scelta diventa obbligata”. Se non i fatti ancora, a preoccupare circa le dinamiche con cui saranno distribuiti gli 1,6 miliardi di euro della “Missione 4: Istruzione e Ricerca – Componente 2: dalla Ricerca all’Impresa” del Pnrr è il lessico utilizzato dal mondo della ricerca e dagli scienziati. Si tratta di fondi che dovranno andare a finanziare grandi programmi di ricerca di base e applicata realizzati da reti diffuse di Università, Enti pubblici di ricerca (Epr) e altri soggetti pubblici e privati impegnati in attività di ricerca “auspicabilmente organizzati in una struttura consortile” si legge nelle linee guida del ministero dell’Università e della Ricerca guidato da Maria Cristina Messa. Entro la fine del primo trimestre dovranno essere pubblicati i bandi eppure nei giorni scorsi è stato molto facile percepire una certa allerta di rischio.

La senatrice a vita Elena Cattaneo, professore ordinario all’Università degli Studi di Milano, dove dirige il laboratorio di biologia delle cellule staminali e farmacologia delle malattie neurodegenerative, è andata a fondo sulla questione in un intervento pubblicato sul Messaggero. “Una opaca spartizione di risorse” “priva di visione a lungo termine” e “non aperta alla competizione”: sono tutti i rischi delineati da una delle più importanti scienziate italiane, conscia della comunque inedita opportunità che il Pnrr rappresenta per la ricerca. La prospettiva dei cosiddetti “partenariati estesi” avrebbe infatti “stimolato” contatti e confronti tra università ed Epr nonostante non si capisca ancora quali siano “i parametri con cui questi confronti si sono sviluppati”. Pare dunque che si stiano formando appunto grandi consorzi, delle vere e proprie cordate, per avanzare una sola proposta su ogni tematica “con l’obiettivo di non pestarsi i piedi a vicenda e di mantenere il controllo sui progetti che saranno finanziari”. Prospettiva confermata anche da altre fonti in ambienti accademici.

In sintesi, questa organizzazione rischia di appiattire la concorrenza lasciando fuori ricercatori legati a istituzioni consorziate per un’altra macro area. “Che nella seduta del Cda di un’Istituzione di ricerca, il finanziamento di un progetto da presentare in risposta a un bando che ancora deve uscire possa essere dato per ‘sostanzialmente certo’ è – per me – aberrante. uno schiaffo ad apertura, trasparenza e merito” spiega ancora Cattaneo. Sul tema è intervenuto anche il Nobel per la Fisica Giorgio Parisi. “È fondamentale che le scelte siano fatte confrontando progetti diversi e selezionando i migliori”. Poi, sui bandi per i Partenariati Estesi: “È assolutamente necessario che siano scritti con estrema attenzione in maniera da non trovarsi davanti a un numero limitatissimo di maxiprogetti per i quali la scelta diventa obbligata. Nutro fiducia che così sarà e che nei bandi ci saranno le opportune misure ‘antitrust’”.

Cattaneo avanza quindi delle proposte: il ministero potrebbe limitare il numero di enti che possono far parte di un partenariaro così che siano presentati più progetti in competizione e dividere in due i fondi da destinare a cordate e a enti non inclusi in esse. Dedicando, inoltre, una attenzione particolare ai ricercatori nelle fasi iniziali di carriera: “È il momento di chiedersi se vogliamo promuovere una ricerca basata su principi di trasparenza e merito, universalmente riconosciuti dal metodo della scienza e dalla buona amministrazione pubblica, o se invece favorire un sistema chiuso dove tutto è già deciso, in forza di amicizie, prossimità e appartenenze prima che le regole per partecipare siano messe a conoscenza di tutti”.

Col Piano Borghi rischiamo di buttare 1 miliardo per nulla

Era stato presentato il 20 dicembre scorso il piano del ministero della Cultura per i borghi italiani, che punta a investire un miliardo del Pnrr (circa un sesto del totale dei fondi previsti per progetti del ministero), “per il rilancio di 250 borghi” usando le parole dell’ufficio stampa. Il ministro Franceschini, che dal 2020 parlava di questa “grande operazione di valenza culturale e sociale”, l’ha spiegata così: “Le nuove condizioni tecnologiche consentono di far diventare dei luoghi di lavoro reali delle realtà che fino a pochi anni fa non potevano attrarre né persone, né occupazione. Il Piano Nazionale Borghi va in questa direzione con risorse molto importanti, pari a 1 miliardo di euro, per vincere la sfida del ripopolamento”. L’ambizioso progetto parte quindi dalla premessa che le nuove tecnologie possono convincere le imprese a trasferirsi nelle aree interne. Eppure, nonostante la mole di denaro, non è stato accolto con l’entusiasmo che ci si poteva aspettare.

L’investimento è strutturato in tre parti. La “Linea A” stanzia 420 milioni di euro per 21 borghi – uno per regione o provincia autonomia – che avranno 20 milioni a testa per rimettersi a nuovo e creare cose come “scuole o accademie di arti e dei mestieri della cultura, alberghi diffusi, residenze d’artista, centri di ricerca e campus universitari, residenze sanitarie assistenziali (Rsa), residenze per famiglie con lavoratori in smart working e nomadi digitali”. Si tratta della parte maggiormente contestata del piano, dato che la scelta di concentrare 20 milioni su un solo borgo, scelto dalla regione senza prevedere criteri chiari e insindacabili per la scelta, ha portato a querelle difficili da sciogliere: ogni regione sta scegliendo con criteri diversi (la scadenza è il 15 marzo), a volte con manifestazioni d’interesse, altre no, ma sempre con la necessità di scegliere un solo luogo. Un “biglietto della lotteria da 20 milioni di euro”, lo ha definito il presidente dell’Unione nazionale dei Comuni, comunità ed enti montani (Uncem) Marco Bussone. “Abbiamo sollevato a più riprese l’esigenza di interventi ‘a grappolo’ – ha spiegato ad Altreconomia – cioè operazioni per distribuire i 20 milioni di euro su un’intera valle e, più in generale, per far sì che le risposte ai bandi e agli avvisi potessero essere date anche dalle Unioni dei Comuni o dalle Comunità montane”.

Il ministero, però, ha insistito per interventi concentrati. Venti milioni sono molti per un piccolo borgo, per questo il Mic ha deciso di dare solo indicazioni, non vincoli: “La scelta è rimessa alla valutazione della Regione, tenuto conto che l’intervento del Pnrr è finalizzato alla realizzazione di progetti di rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi”, scrivono. Ma “imporre dall’alto uno schema che non ha regole definite né una matrice comune tra le regioni è una scelta poco opportuna. Si possono creare disparità e fare scelte che non sono nello spirito del bando”, commentava due settimane fa sul fattoquotidiano.it Luca Pastorino, presidente della Commissione Turismo dell’Anci (l’associazione dei Comuni): ed ecco infatti che il Friuli Venezia Giulia pensa di candidare Gorizia, che borgo non è, mentre il Piemonte ha candidato la Palazzina di caccia di Stupinigi, nell’area urbana di Torino.

Anche la piattaforma dei Borghi (che comprende Borghi più belli d’Italia, Legambiente, Unione Nazionale Pro Loco d’Italia e Touring Club Italiano) ha sottolineato come sarebbe “auspicabile da parte del ministero, in virtù dei malumori e delle proteste che pervengono dai territori, provvedere al ritiro del bando della Linea A facendo confluire i fondi interamente sulla Linea B, consentendo così il finanziamento di altri 260 progetti”.

La linea B prevede infatti un investimento di 380 milioni in 229 borghi scelti con avviso pubblico, circa 1,6 milioni a testa, invitando al partenariato pubblico-privato: possono partecipare solo Comuni o gruppi di 3 Comuni con meno di 5 mila abitanti. Anche in questo caso, fondi volti alla creazione di attività imprenditoriali o turistiche, che possono essere anche culturali ma – l’avviso lo chiarisce – comunque pensate per creare posti di lavoro nel settore privato.

Il bando, pubblicato il 20 dicembre, spiega che “al fine di assicurare il più ampio coinvolgimento delle comunità locali, le candidature possono essere corredate dall’adesione (…) di partner pubblici e privati, diversi dai soggetti attuatori (Comune proponente o Comune aggregato), i quali si impegnano a concorrere al raggiungimento degli obiettivi dei Progetti (…) attraverso interventi di cofinanziamento o l’esecuzione di interventi sinergici e integrati” e che in questo quadro “saranno ritenute meritevoli di un maggior punteggio le candidature accompagnate da formule di partenariato in grado di esprimere efficaci forme di coordinamento e collaborazione tra soggetti pubblici e privati”. E ancora, “in particolare, saranno positivamente apprezzate (…) forme flessibili e innovative di gestione in ambito culturale attraverso il ricorso a partenariati pubblico-privato, già perfezionati al momento della presentazione della candidatura o da perfezionarsi nei termini previsti dal Progetto nel rispetto delle disposizioni di legge”.

Chiaro è che, essendo un bando che richiede (giustamente) un’ampia progettazione ma aperto solo ad amministrazioni di comuni (o unioni di tre comuni) sotto i 5 mila abitanti, solo pochi di questi avranno le risorse e le competenze per affrontare la sfida, finendo per essere incentivati ad accettare l’aiuto, più o meno interessato, di aziende e partner terzi. Infine, gli ultimi 200 milioni del miliardo previsto per il Piano di Franceschini (la Linea C) saranno spesi per sussidi alle imprese che sono o si vogliono trasferire in un borgo (l’avviso uscirà a marzo, e ancora non è noto quali misure saranno messe in atto per monitorare la reale residenzialità dell’impresa).

Al di là del caos creato dalla fumosità dei criteri, nella scommessa ministeriale appare rischiosa la premessa stessa dell’operazione, cioè l’idea che l’attrattività turistica e la residenzialità temporanea o d’impresa possono portare con sé la creazione di servizi (non prevista dal bando) e non viceversa: i borghi e le aree interne si spopolano per tanti motivi, è vero, ma la carenza di servizi, dagli ospedali alle poste fino alle scuole, sono tra i principali. L’investimento sarà in grado di portare indirettamente un’inversione di tendenza a questo riguardo?

Nella conferenza stampa di presentazione era stato specificato che si tratta di “un esperimento: se andrà bene lo replicheremo”. Se andrà male, però, i borghi rischiano di finire nelle mani di aziende che – fallito l’investimento (o senza investimenti, dato il sussidio statale) – potrebbero decidere di abbandonarli. Non mancano gli esempi di tentati hotel diffusi divenuti borghi abbandonati o quasi: il più famoso è forse quello di Corvara (Pescara) – divenuto set di Omicidio all’italiana di Maccio Capatonda – e risale a ben prima che si pensasse a sussidi plurimilionari per spingere simili tentativi.

L’avviso spiega che “tutti gli interventi devono essere progettati, realizzati e gestiti secondo il modello dell’economia circolare e nel quadro di obiettivi di riduzione dei consumi energetici.” C’è da sperare che debbano essere progettati, realizzati e gestiti avendo al centro anche il borgo e le persone che abitano il territorio. Ma l’intero assetto del bando appare avere al centro dell’altro. “Una situazione che è dannosa e pericolosa – dice ancora Marco Bussone di Uncem – Va fermata a costo di ripensare completamente il Piano da un miliardo. Evitiamo che i territori siano in balia di acquirenti facili e speculatori. Palazzo Chigi e i ministeri ascoltino il grido dei sindaci dei Comuni”. Ancora poche settimane perché accada.

La guerra oltre ai corpi violenta pensieri e parole

“Quella matrona lugubre, vestita di nero e col velo stracciato e spogliata dalle sue gioie e d’ogni sorte d’ornamenti, è l’infelice Europa: la quale già per tanti anni soffre le rapine, gli oltraggi e le miserie, che sono tanto notorie ad ognuno che non occorre specificarle”: così Peter Paul Rubens descrive uno dei passaggi più commoventi delle Conseguenze della guerra, questo suo capolavoro conservato a Firenze. Egli lo dipinse (tra il 1636 e il 1637) per un collega pittore, il suo concittadino Justus Suttermans, che viveva a Firenze ed era uno dei ritrattisti dei Medici. La lettera con cui Rubens accompagnò l’opera è una altissima denuncia della follia di ogni guerra: “…nel suolo giace rivolta una donna con un liuto rotto, che denota l’Armonia, la quale è incompatibile colla discordia della guerra; siccome ancora una madre con il bambino in braccio, dimostrando che la Fecondità, Generazione e Carità vengono traversate dalla guerra che corrompe e distrugge ogni cosa. Ci è di più un architetto sottosopra, colli suoi strumenti in mano, per dire che ciò che in tempo di pace vien fabbricato per la comodità e ornamento delle città si manda in ruina, e gettasi per terra per la violenza delle armi”.

Ancora una volta oggi l’infelice Europa è devastata dalla guerra: in un rosario secolare di barbarie e di denunce della barbarie. Picasso vide il quadro di Rubens durante il suo viaggio a Firenze nel 1917, in piena Grande Guerra: e venti anni dopo se ne ricordò dipingendo Guernica, esattamente tre secoli dopo che Rubens aveva finito la sua opera. E oggi? Oggi chi vedrà con questo lucido disincanto, e insieme con tanta partecipazione umana, i disastri di questa ennesima, disastrosa guerra europea?

Non certo i politici, no. Non i capi e i loro lacchè, il codazzo di giornalisti vocianti, non i sedicenti esperti geopolitici, non i militari smessi e le spie in carriera: triste corte televisiva di queste sere tetre. Perfino Enrico Letta ha scritto che il Pd vuole che l’Italia sostenga l’Ucraina con un “aiuto militare concreto”. Così, letteralmente: tutti pronti a fare la guerra dal divano. Come se non ci fosse una Costituzione che ripudia la guerra. Come se a morire non fossero altri, ben distinti da quelli che la guerra la decidono: “il potere di aprire e far cessare le ostilità è esclusivamente nelle mani di coloro che non si battono”, ha scritto Simone Weil.

E, allora, le uniche voci che davvero possono dire qualcosa in queste ore sono quelle di chi digiuna e cammina, come il papa: sempre più un gigante tra i nani. O quelle appunto degli artisti, degli studiosi, dei poeti. E soprattutto di quelli che – dentro ciascuna delle nazioni in guerra – si oppone alla guerra, la contesta, la denuncia, spesso a costo della vita stessa. Per questo sono apparse così toccanti le parole di Lev Rubinštejn, poeta russo settantacinquenne che dalla sua casa di Mosca, giovedì scorso, all’inizio dell’invasione, ha scritto su Facebook, tra le altre, queste righe: “La popolazione del paese è sempre stata divisa in due parti disuguali. Una parte, sempre minoritaria, si ostinava a chiamare meschinità la meschinità, codardia la codardia, stupidità la stupidità e fascismo il fascismo. L’altra parte, quella maggiore, soggetta all’influenza della retorica ufficiale, chiamava la meschinità patriottismo, la codardia – la necessità di fare i conti con le circostanze, e il desiderio di libertà e apertura espresso dai popoli e dalle società – nazismo. E questa guerra, una guerra linguistica, una guerra sui significati delle parole e dei concetti, era e rimane la principale e interminabile guerra civile. E quella guerra che si sta svolgendo in Ucraina, sotto gli occhi del mondo, non viene nemmeno chiamata guerra. La chiamano ‘operazione militare’. Ma è una vera e autentica guerra. E deve essere fermata. Come? In qualche modo, ma è necessario. Tutti noi, insieme e individualmente, dobbiamo pensarci” (traduzione di Martina Napolitano).

Pensare alle parole con cui dire la verità sulla guerra: proprio come Rubens pensava alle pennellate con cui smascherarla. In queste ore ci sentiamo dire che dovremmo difendere i valori e gli interessi occidentali. Ma quali sono questi valori: quelli scritti nelle Costituzioni o quelli perseguiti dai governi? E di chi sono questi interessi? “L’interesse nazionale – ha scritto ancora Weil – non può essere definito né da un interesse comune delle grandi imprese industriali, né dalla vita, dalla libertà e dal benessere dei cittadini, perché questo interesse comune non esiste”. È dunque nel dissenso interno, nelle ragioni del conflitto sociale, nel rifiuto di ogni nazionalismo, nella difesa dei diritti che va cercata la forza per ripudiare l’idea stessa della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e come mezzo di costruzione del consenso interno ai singoli stati.

Oltre a violare i corpi, la guerra violenta i pensieri e le parole. Iniziamo a ribellarci da qui.

“Ora Putin ci fa paura: se attaccherà l’Estonia, ci affideremo alla Nato”

Le armi stanno arrivando in Ucraina dal corridoio baltico. Le tre piccole Repubbliche – Lituania, Lettonia ed Estonia – sono le sentinelle della Nato lungo il fronte nord e le vedette più interessate ai movimenti dei tank putiniani e più impaurite per quella che definiscono “la politica imperialista” dello zar di Mosca. Delle tre Repubbliche l’Estonia è senza alcun dubbio quella che vive con maggior trepidazione lo sviluppo di questa crisi, e le parole del suo ambasciatore a Roma, Paul Teesalu, sono dirette, chiare e definitive. “Medicine ok, aiuti umanitari certamente. In Ucraina iniziano a scarseggiare i generi alimentari e sappiamo che gli ospedali sono in grave emergenza. Del resto la guerra ha questo lascito di disumanità, di disprezzo della vita, questo furore che distrugge ogni speranza. Posso dire però che questo genere di aiuti non bastano?”.

Ambasciatore, cosa chiedete all’Italia?

Che assicuri all’Ucraina un’assistenza militare adeguata, nel solco di ciò che hanno fatto tanti altri Paesi europei, da ultimo l’Olanda. Non bisogna lasciare che la guerra travolga la democrazia ucraina ma soprattutto non bisogna lasciare a Putin campo libero.

Voi cosa avete mandato a Kiev?

Missili anticarro, munizioni, dispositivi di protezione, venticinquemila pasti per la truppa Abbiamo dato ciò che abbiamo potuto.

L’Estonia vive da sempre con la Russia una relazione difficile.

Siamo un Paese Nato dal 2004. Dallo stesso anno membro dell’Unione europea. Se dovessimo venire attaccati, se dovessimo immaginare da Mosca una qualche forma di aggressione anche nei nostri confronti, richiederemmo immediatamente l’attivazione dell’articolo 5 dello statuto dell’alleanza.

Il mutuo soccorso.

A differenza dell’Ucraina siamo sotto l’ombrello Nato.

Anche l’Estonia ha un’enclave russofona. E tutti i Paesi che hanno avuto sul proprio territorio insediamenti russi hanno subìto negli anni la prova di forza di Mosca. Prima la Georgia con l’Ossezia del Sud, poi la Crimea con il territorio del Donbass, per non dire della Moldavia con la Transnistria.

Il 25 per cento della nostra popolazione è di lingua russa che è la seconda lingua parlata. Infatti in tutte le scuole si insegna sia l’estone che il russo. I diritti di ciascun cittadino sono pienamente rispettati. Le ricordo che l’Estonia è una Repubblica parlamentare con un esercizio democratico continuo.

La Russia vi fa paura.

Molta. E i nostri timori non si sono mai piegati o ridotti. Abbiamo pochi scambi commerciali con Mosca e le nostre relazioni, come si sa, sono assai più intense con la Finlandia, i nostri cugini e dirimpettai, con la Svezia e con la Germania.

Avete chiesto alla Nato un rafforzamento delle vostre linee di difesa?

Siamo un piccolo Stato che conta un milione e 300 mila abitanti. Militarmente abbiamo, oltre al servizio di leva obbligatoria, anche una squadra attiva di riservisti. Naturalmente le nostre forze sono assai modeste perciò da noi è di stanza un contingente di 1400 soldati dell’alleanza. Con la crisi ucraina abbiamo ottenuto l’invio di altre mille soldati britannici più l’aumento della copertura aerea.

Immaginate un allargamento del conflitto?

Assistendo a ciò che il governo di Mosca ha deciso non è affatto fantasioso paventare che il conflitto possa allargarsi. Per questo è urgente sostenere l’Ucraina.

L’Italia deve fare al meglio la sua parte, voi dite.

L’Ucraina ha bisogno delle armi adesso, di una compiuta assistenza militare dei suoi naturali partner. Siamo certi che l’Italia sosterrà lo sforzo di tanti Stati. È un Paese importante dell’Unione e darà un aiuto adeguato alle sue responsabilità”.

“Rispettiamo la Costituzione: no truppe, aiuti solo con l’Ue”

Fin dove spingersi con l’interpretazione di quell’espressione – “l’Italia ripudia la guerra” – principio fondante della Repubblica? L’articolo 11 della Costituzione impegna il nostro Paese a tenersi lontano dai conflitti anche “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Tradotto: “niente truppe in Ucraina”, dice il costituzionalista dell’università di Brescia Antonio D’Andrea. Una posizione richiamata dall’Associazione italiana dei costituzionalisti (Aic), che ieri ha chiesto “l’immediata cessazione delle operazioni di guerra e il ritorno nelle sedi del confronto politico e diplomatico”.

Professor D’Andrea, l’articolo 11 della Costituzione impone di cercare una via diplomatica?

Sì, ma va detto che un’aggressione come questa è di per sé la negazione del diritto internazionale e diventa difficile pensare a una condanna efficace attraverso le sole leve giudiziarie.

Qual è il vincolo costituzionale allora?

Possiamo difenderci, ma non “esportare” guerre, neanche quando riteniamo che sia una guerra giusta. In alcuni casi – per esempio se viene aggredito un Paese Nato – allora siamo tenuti a intervenire e questo non lede la Carta perché la Nato è un’alleanza difensiva.

L’Ucraina però non fa parte della Nato.

E infatti non possiamo mandare le nostre truppe a combattere. Diverso è il discorso per l’aiuto logistico e il supporto in armi e mezzi. L’eventuale sostegno è frutto di una scelta politica, che però deve essere assunta insieme agli altri Paesi europei.

Un piano internazionale, quindi, e non l’iniziativa dei singoli Stati?

Non si può prescindere dai vincoli internazionali che abbiamo con l’Europa e con la Nato, deve esserci una regia comune. Mi pare che nei primi giorni del conflitto sia un po’ mancato questo coordinamento. Ieri l’Ue ha collegato l’aiuto militare alla propria sicurezza. Questo approccio comunitario mi sembra più congruo rispetto al coinvolgimento della Nato.

Gli aiuti – Josep Borrell ha parlato di “armi letali” – non sono incostituzionali?

Mandare armi di per sé non significa considerare la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali. Qui la guerra c’è già, si discute di come aiutare la resistenza ucraina. Certo è che l’escalation è un rischio che va evitato, c’è una questione di opportunità che dovrebbe far riflettere sull’entità e la natura degli aiuti, in modo che non si arrivi a un coinvolgimento diretto.

Il governo come deve relazionarsi col Parlamento?

Tutto ciò che implica l’uso della forza fino anche alle missioni di pace deve passare dal Parlamento. Il governo non può fare da solo, il dibattito è centrale, anche nel caso di aiuti.

Governo in trincea: missili all’Ucraina e ok al carbone

L’invio di armi all’Ucraina e la riapertura delle centrali a carbone. Con questo obiettivo, oggi pomeriggio il Consiglio dei Ministri si riunirà per varare nuove misure relative alla crisi ucraina. E le due norme previste, relative a armi ed energia, la dicono lunga su quanto stiamo ormai dentro una guerra che rischia di diventare totale. “L’Italia dà il suo pieno e convinto appoggio al pacchetto di misure contro la Federazione Russa presentato dalla Commissione Europea”, ha detto ieri Mario Draghi. Usando toni forti: “L’aggressione dell’Ucraina è un atto barbaro e una minaccia per tutta l’Europa. L’Unione Europea deve reagire con la massima fermezza”.

La prima norma, dunque, servirà a garantire sostegno e assistenza al popolo ucraino attraverso la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative dell’Ucraina. Non dovrebbero esserci troppi dettagli nel testo, ma un’autorizzazione all’invio. L’obiettivo del governo è arrivare a una cornice, in modo che l’Italia possa rispondere alle richieste Nato. Si parla non solo di giubbotti e caschi, ma anche mitragliatrici, munizioni, missili, oltre alla messa a disposizione di alcuni lanciarazzi. La seconda norma riguarda l’energia. Ieri il ministero della Transizione ecologica ha dichiarato lo stato di pre-allarme per gli approvvigionamenti di gas naturale. E il Cdm dovrebbe introdurre una procedura che consenta maggiore flessibilità nell’uso delle diverse sorgenti di energia elettrica del Paese. L’Italia ha preso un impegno con la riduzione del CO2 che prevede la decarbonizzazione entro il 2025. La norma dovrebbe permettere di variare questo programma e autorizzare l’uso del carbone, compresa la riapertura, per un periodo di tempo limitato, delle centrali a carbone. Presumibilmente nel testo di oggi ci sarà semplicemente un’autorizzazione al ministro perché proceda.

Sui dettagli, c’è la massima riservatezza. Perché la maggioranza rischia di non essere compatta. Tanto è vero che – mentre si lavora alle norme – non c’è stata una convocazione ufficiale del Cdm.

Intanto ieri Matteo Salvini si è già smarcato: “All’Europa chiedo non di distribuire armi letali ai confini con la Russia, ma di perseguire la via del Santo Padre: confronto, dialogo, diplomazia, sanzioni”, scandisce a Mezz’ora in più. E ancora: “Preferisco parlare di corridoi umanitari e non voglio che la risposta dell’Italia e dell’Europa, culla di civiltà, sia che distribuisca armi letali”. Se oggi in Cdm alla fine i ministri (forse anche quelli leghisti) potrebbero dire tutti sì, il problema si sposta in Parlamento.

Domani Draghi andrà a riferire alle Camere ed è previsto un voto sulla sua informativa. È in preparazione una risoluzione. In origine, a Palazzo Chigi puntavano all’unanimità, con il sì anche di Fratelli d’Italia. Ma le posizioni di Salvini allontano l’obiettivo. Mentre le perplessità sulle sanzioni, espresse ieri da Forza Italia, dovrebbero essere rientrate grazie a una telefonata tra Draghi e Silvio Berlusconi. A lavorare al testo in Parlamento sono Piero Fassino (Pd) e Vito Petrocelli (M5s) in primis. Fratelli d’Italia oggi siederà al tavolo della videocall cui parteciperanno i gruppi di maggioranza e il ministro per i Rapporti col Parlamento D’Incà.

Distinguo potrebbero arrivare anche dai Cinque Stelle, dove su posizioni più pacifiste ci sono parlamentari come Gianluca Ferrara. Una prima bozza della risoluzione dovrebbe essere pronta stamattina. Si pensa a un testo generico, che semplicemente chieda un voto sulle parole del premier, per cercare di limitare il dissenso.