Per sdrammatizzare

Dovevamo vedere anche questa. Il portavoce di Erdogan, l’autocrate turco che perseguita oppositori e bombarda curdi, che insegna diplomazia e buonsenso a Biden, dopo le ultime flatulenze contro Putin (“macellaio che non può restare al potere”): “Se tutti bruciano i ponti con la Russia, chi parlerà con Mosca a fine giornata?”. Senza contare che l’annuncio di un golpe Mosca senza invadere e bombardare il Cremlino per destituire Putin (dopo Saddam e Gheddafi) ha un solo effetto: rafforzarlo col suo establishment e col suo popolo, aggiungere altri alibi alla sua propaganda sulle mire imperialiste della Nato a Est e gelare i dissensi interni, visto che nemmeno il più antiputiniano dei russi accetterebbe mai di farsi scegliere il presidente da Washington. Non a caso, a capotavola dei negoziati russo-ucraini, non siedono gli Usa, guidati da un nonnetto rinco che dichiara guerra alla Russia senza neanche accorgersene, smentito da tutti gli alleati dignitosi (quindi non Draghi) e persino dal suo portavoce e dal suo segretario di Stato; né l’Europa, cobelligerante con Kiev; ma la Turchia. Di questo passo pure Kim Jong-un diventerà un po’ meno imbarazzante di un Biden che riesce a non far danni solo quando tace, o scoreggia, o entrambe le cose. E, mentre tutti strologano su chi e quando rovescerà Putin, Biden rischia di essere il primo presidente americano destituito per inability in base al XXV Emendamento, sia perché non collega la bocca all’eventuale cervello, sia perché il figlio è nei guai per i finanziamenti ai laboratori di armi biologiche (in Ucraina: toh). O meglio, lo rischierebbe se poi non dovesse subentrarli la sua degna vice Kamala Harris, che è peggio di lui: l’altro giorno è esplosa in una grassa e beota risata a una domanda sui profughi ucraini e il Washington Post ha scritto: ”L’America è in mano a un’imbecille”. Anzi due. Ma è il mondo che è in buone mani: l’invaso Zelensky, l’invasore Putin, l’invasato Biden.

Nel 2001, quando Bush jr. attaccò l’Afghanistan coi suoi servi sciocchi, fece di tutto per chiarire che non ce l’aveva con l’Islam, ma solo con al Qaeda: visitava una moschea e abbracciava tre imam al giorno. Poi, per fare cosa gradita, B. se ne uscì con “la superiorità della nostra civiltà su quella islamica, che è rimasta ferma ad almeno 1400 anni fa e siamo destinati a conquistare”. Nel giro di tre minuti insorsero tutti i Paesi occidentali e islamici dell’orbe terracqueo, più la Lega Araba. E Stefano Disegni svignettò il Day After: una landa di rovine fumanti abitata da due mostriciattoli verdi con una tromba al posto del naso. “Papà, ma come finì il pianeta Terra?”. “Niente, Bin Laden stava trattando, poi Berlusconi per sdrammatizzare raccontò quella dell’araba pompinara…”.

“Questa è la mia maschera”

Nino Frassica, Don Matteo fa 13. Problema, il Totocalcio non tira più e il numero dicono porti sfiga: che si fa?

Se porta sfortuna, chiamiamola 12 + 1.

Ancora non si è stancato del maresciallo Cecchini?

Macché, lo conosco bene, lo stimo. All’inizio avrebbe potuto essere interpretato da chiunque, poi ho iniziato a intervenire, non tanto sulla sceneggiatura, quanto sui dialoghi, e l’ho fatto mio. È come me, è umano, alla mano. Io sono solo leggermente più intelligente.

Frassica, lei crede in Dio o solo in don Matteo?

Solo in don Matteo.

Ah!

La fede non si può dire, è come il voto: segreto.

Con questa tredicesima stagione, da giovedì 31 marzo in prima serata su Rai Uno, si arriva a 265 episodi in 22 anni: una vita più che una serie…

Abbiamo battuto l’ispettore Derrick, il tenente Colombo e, credo, pure il commissario Rex. E non siamo solo longevi, stiamo invadendo il mondo: magari in Ungheria sono ancora all’ottava stagione, ma siamo ovunque.

Il segreto?

Facciamo Rai Uno, facciamo la televisione generalista, vale a dire, acchiappiamo: lo spirituale, il giallo, la commedia, che è principalmente in capo a me, la linea rosa, l’adolescenza. E poi il fascino della divisa, che raddoppiamo: la tonaca e l’Arma. Senza dimenticare la provincia, che rende le persone più umane.

Come fa la sua ironia nonsense a sposarsi col nazionalpopolare di Don Matteo?

Mi autocensuro. Riporto il mio surreale al reale. So bene quel che farebbe ridere, ma mi mordo la lingua e lo tengo fuori dalla fiction. Dove finisce Don Matteo, inizia il varietà: il cabaret è il mio sfogo.

Confessi, col cinema però s’è risparmiato.

È l’attività parallela a quella di saltimbanco, showman, umorista. Mi sento in credito, è vero, non ho dato quel che potevo dare: sono l’unico attore, immagino, che cerchi di ridursi la parte. E tutto per Don Matteo, che è un’occupazione a tempo pieno.

Ce l’ha portata Enrico Oldoini.

Glielo devo, e non è stato facile. All’epoca i più pensavano storpiassi solo le parole: dubbio per Gubbio, Backy per Matteo. Ma avevo fatto già tanto teatro, non ero uno sprovveduto, e sopra tutto non ero solo quello: dopo le parole, storpiavo i luoghi comuni, quindi la logica.

Sul grande schermo ha esordito trent’anni fa: Renzo Arbore nel 1983 la volle per interpretare il tecnico di Tele Ottaviano in “FF.SS.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”.

Se lo vogliamo chiamare cinema.

Prego?

No, dico che è solo un cammeo.

Ne ha un altro in Somewhere del 2009: Sofia Coppola le affida il presentatore del Telegatto.

C’è stato un equivoco. La Coppola da piccola aveva accompagnato il padre Francis ai Telegatti, e serbò il ricordo di un circo trash. A parte che gli americani sono peggio, ovvero più rumorosi e colorati, di noi, per Somewhere cercò su YouTube e s’imbatté nel “bravo presentatore” di Indietro tutta: non capì che interpretavo un ruolo, semplicemente mi ritenne il conduttore italiano più pacchiano su piazza. In realtà, con quel personaggio io intenzionalmente americaneggiavo, dai balletti in giù. Insomma, fu un circolo vizioso.

Secondo cammeo internazionale l’anno seguente: carabiniere all’inseguimento tra le calli veneziane per The Tourist di Florian Henckel von Donnersmarck. Che ha fatto di male per passare da quel Johnny Depp a Raoul Bova, new entry di Don Matteo 13?

(ride) Nessun male, ci mancherebbe. The Tourist fu un altro circo: c’erano più guardie del corpo che attori, il catering si buttava, un’esagerazione totale. E anche lì ci fu lo zampino di Don Matteo: fui il regalo del regista alla madre, che in Germania seguiva con passione le avventure del maresciallo Cecchini.

La tv non la fa solo, alla bisogna la critica: il personaggio di Anno Ghiotti se lo ricorda?

Certo, ma preferisco pensarmi un unico personaggio per tante situazioni. Non sono poliedrico, virtuoso come Proietti o Gullotta, io faccio lo stesso in occasioni diverse: Fantozzi o meno, Villaggio era così, Troisi idem. Cerco di indirizzare una matrice invariabile: la mia ambizione è la maschera. Sia chiaro, è solo un’ambizione.

Nel 2014 ha pubblicato La mia autobiografia (70% vera 80% falsa). Ora le proporzioni sono mutate?

È aumentato tutto: 90% vero, 112% falso.

La sai l’ultima?

Canale 5
Bonolis chiede a un ragazzo ucraino: “Come si dice da voi ‘ricordati che devi morire’?”
Il clima di angoscia globale e la diffusa sensibilità sulle vicende della guerra in Ucraina non contagiano Mediaset. Con tatto ed eleganza, mercoledì scorso Canale 5 ha mandato in onda la replica di una puntata di Avanti un altro , nella quale Paolo Bonolis si rivolge con questo adorabile memento a un concorrente ucraino: “Come si dice ‘ricordati che devi morire’ nella tua lingua?”. Per poi commentare, vista l’esitazione del ragazzo: “L’Ucraina è un paese misterioso”. Molto appropriato, complimenti. Il povero Bonolis in questo caso è ovviamente incolpevole, ma ha comunque confessato il suo imbarazzo e ha fatto avere le sue scuse attraverso un tweet della moglie, Sonia Bruganelli. Anche Canale 5 si è scusata. Ad accorgersi della gaffe è stato Dagospia: “Ma a Mediaset non c’è nessuno che guarda le trasmissioni prima di mandarle in onda?”, si chiede Roberto D’Agostino. Domanda legittima.

 

Roma
Repubblica racconta la cinghiala che allatta in mezzo alla strada, ma il pezzo prende una strana piega
Meraviglioso pezzo etilico su Repubblica Roma. La notizia è che una femmina di cinghiale ha allattato i suoi piccoli in mezzo alla strada. Lo svolgimento è ad alta gradazione alcolica: “Rincuorata, senza aver nulla da temere dal mondo esterno, mamma cinghiala fa un passo avanti e adesso si fa ritrarre mentre allatta. ‘Cosa c’è in fondo di più tenero dello spettacolo di una mamma che allatta?’, avrà pensato mamma cinghiala. Torto non le si può dare. Peccato che qui a Roma, essendo vecchia più del cucco, la questione dell’animale che allatta rimanda ad atavici quesiti sulle nostre origini e alle immagini simbolo della città: la lupa che allatta Romolo e Remo. Ma se fosse stata una cinghiala, a passare quel giorno dalle parti dei gemelli, cosa sarebbe cambiato? Lupa ululà, cinghiala ululì. Chissà. Forse Remo ammazzava Romolo. Magari Roma si sarebbe chiamata Remola e una parte della città (casca a fagiolo nel giorno del derby) avrebbe gridato ‘Forza Remola!’”. Salute!

 

Italia
Alcuni militanti putiniani invitano a consumare più gas per sostenere la Russia e pubblicano le foto dei fornelli accesi
Grazie ai social network, anche se non lo desideriamo, siamo nella condizione di venire a contatto con i pensieri più inutili delle persone più strambe del mondo. La gabbia dei matti digitali, sempre fertile, stavolta ci regala la geniale iniziativa dei “putinisti” italiani: tenere il gas di casa acceso per sostenere la Russia. Scrive Tgcom24: “Su Twitter da qualche giorno ha iniziato a circolare l’hashtag #uncarroarmatoperputin che è legato ad una ‘campagna’ alquanto bizzarra. In sostanza si chiede ai sostenitori di Putin in Italia di accendere i fornelli o tenere il riscaldamento in casa al massimo per consumare quanto più gas possibile. In questo modo, secondo la loro ‘strategia’ si aiuterebbe Mosca grazie al metano che è una delle poche materie prime che la Russia è ancora autorizzata a vendere. Quelli che hanno sostenuto l’impresa hanno a loro volta pubblicato la foto dei fornelli accesi. Non sembra però che l’iniziativa abbia avuto un grande successo”. Chi l’avrebbe mai detto.

 

Ancona
È così ubriaco che si scorda di aver cambiato casa e prende a pugni la porta del vecchio appartamento
È capitato a ognuno di noi, o quasi, di bere così tanto da dimenticarsi di essere al mondo. Al protagonista di questo episodio è successo invece di scordarsi di aver cambiato casa. Così all’apice della molestia della sua sbronza, ha iniziato a prendere a calci e pugni la porta del suo vecchio appartamento. E non si è fermato lì. Lo racconta Ancona Today: “Talmente ubriaco da non ricordare di essersi trasferito dal suo appartamento. Poi aggredisce gli agenti di polizia, mordendo la mano ad uno di loro. È quanto successo nella serata di ieri ad un uomo tunisino, già noto alle forze dell’ordine, che ha iniziato a prendere a calci e pugni il portone della sua vecchia casa di via De Gasperi, nonostante non abitasse più nella zona da tempo. Sul posto, allertata da qualche residente, è intervenuta la polizia che ha cercato di riportare l’uomo alla calma”. Con modesti risultati. Chissà poi che hang over e quante aspirine.

 

Perugia
Ruba un bancomat ma si fa beccare per una spesa da 12 euro che si fa caricare sulla carta socio della Coop
La vita è fatta di priorità e questo ladro perugino dev’esserne profondamente consapevole. Dopo aver rubato un portafogli con una carta di credito e averla usata per fare acquisti, è stato beccato perché ha voluto farsi caricare i punti della spesa sulla sua carta socio personale della Coop. Nonostante tutto l’ha fatta franca, perché a processo i reati sono andati prescritti. Lo racconta Perugia Today: “Spese folli con il bancomat rubato in un’abitazione, ma il ladro non resiste alla tentazione di accumulare i punti spesa e striscia la carta socio coop alla cassa e viene identificato. L’uomo (…) è accusato di aver rubato in un’abitazione un blocchetto di assegni, la somma di 100 euro e una tessera bancomat. L’accusa riguarda anche l’aver utilizzato in maniera indebita il bancomat rubato il 22 agosto del 2014. La Procura contesta un acquisto per 12,88 euro all’Ipercoop, spesa fatta risultare dal ladro sulla sua carta socio Coop per i punti il 22 agosto del 2014. (…) Il giudice ha pronunciato sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione”.

 

La Spezia
Punta 1.500 euro sulla sconfitta per 1 a 0 dell’Itala contro la Macedonia del Nord: ne vince 110mila
Gufare è spregevole ma talvolta parecchio remunerativo. Uno spregiudicato spezzino ha lucrato sull’assurda sconfitta della nazionale contro la Macedonia del Nord. In una scommessa apparentemente folle ha puntato 1.500 euro sul punteggio esatto della partita (0-1) e se n’è messi in tasca 110mila, grazie al drammatico gol di Trajkovski in pieno recupero. La notizia l’ha data La Nazione: “Forse è stato l’unico in tutto il Paese a… festeggiare per la clamorosa sconfitta dell’Italia con la Macedonia (…). Così mentre 60milioni di italiani si disperavano per l’inopinato ko e la prospettiva di un secondo mondiale senza squadra del cuore, un anonimo spezzino ha fatto letteralmente un salto sul divano rigirandosi fra le mani il tagliando che certificava il suo colpaccio: aveva infatti scommesso sulla sconfitta dell’Italia e ha anche centrato in pieno il risultato (0-1), una combinazione che gli è fruttata un bel po’ di soldi (…), fra vittoria e risultato esatto lo scommettitore si è messo in tasca in un colpo solo qualcosa come circa 110mila euro”.

 

Connecticut
Un orso bruno invade il recinto dei maiali ma due suini si coalizzano per aggredirlo e lo fanno scappare
Sempre a proposito di pronostici clamorosamente ribaltati, in Connecticut un grosso orso bruno è stato umiliato e cacciato dal recinto dove vivono due flaccidi maiali americani. La fondamentale notizia è sulla Stampa, o meglio sulla Zampa, la sezione del giornale torinese dedicata alle bestie: “L’unione fa la forza – si legge – anche nelle situazioni in cui ci si trova ad affrontare un avversario apparentemente più forte. È quanto capitato ai due maialini Hamlet e Mary (…). I due erano nel loro recinto quando un visitatore inaspettato ha deciso di invadere il loro spazio: un orso ha pensato di scavalcare il recinto ed entrare. Non sappiamo se per farne delle prede o per mangiarsi il loro cibo, fatto sta che di certo non poteva immaginare che i due paffuti maialini fossero così determinati nel difendersi. Come mostra un video tratto da una telecamera di sicurezza, appena Hamlet e Mary hanno capito di essere in pericolo hanno deciso di unirsi per respingerlo e l’orso di certo non aveva messo in conto di dover battere in ritirata”.

Mail Box

Occorre imboccare la via del neneismo
Vigliacchi da tutto il mondo, adunatevi. È giunto il momento di riunirsi sotto lo stesso partito, quello del neneismo. Oggi più che mai è necessario difendere l’indipendenza politica di certi valori. Gli stati sovrani stringono accordi militari, esportano armi e comprano missili, in barba allo scopo per cui nasce il concetto di sovranità, ovvero quello di garantire pace e sicurezza. L’Italia ripudia la guerra, eppure il governo sta spendendo miliardi di euro per potenziare l’apparato militare. E dato che una parte della stampa è asservita al governo, si diffondono strani messaggi interventisti. Siamo vicini umanamente all’Ucraina, ma lontani dagli stati sovrani che decidono di finanziare il conflitto. Sangue chiama altro sangue, e più armi ci sono in giro e più la violenza dilaga. Assumiamo anche una posizione di ferma condanna in merito ad accordi militari tra stati sovrani. Prendiamo l’esempio dell’Italia, che ha in custodia armi nucleari statunitensi: legittimare accordi del genere significa tramandare lo spettro novecentesco dell’Olocausto nucleare. Dietro una scelta c’è la legittimazione delle parti: esiste anche la strada della delegittimazione. Via le bombe, via le armi e via i vecchi spettri dall’Europa. “Per diventare così coglioni/ Da non riuscire più a capire/ Che non ci sono poteri buoni”.
Matteo Petrillo

 

Con la Belloni al Colle come sarebbe andata?
Mi chiedo quale sarebbe oggi la posizione dell’Italia, sulla guerra, se avessimo avuto come Presidente della Repubblica Elisabetta Belloni. La sua lunga esperienza diplomatica avrebbe saputo smussare gli odierni ardori bellici? Gli “estremisti di centro” avrebbero avuto la stessa baldanza interventista? Non esiste più quell’Italia sapientemente in bilico negli equilibri mediterranei al fine di conseguire obiettivi di politica continentale. Non ci sono più, purtroppo, i democristiani di una volta, capaci di essere amici sia degli israeliani che dei palestinesi.
Carmelo Sant’angelo

 

“Buoni contro cattivi”: una narrazione fallace
Gli schieramenti nel conflitto russo-ucraino sono complicati. I buoni hanno al loro interno dei cattivi e viceversa. Gli ucraini sono gli aggrediti, ma annoverano tra le loro fila neonazisti. I russi sono aggressori, ma hanno i dissidenti in piazza che si fanno arrestare pur di condannare la guerra. Nei giudizi su questo conflitto, il coltello per separazioni nette di giudizio non funziona. Ritornano utili i “se” e i “ma”, spazzati via dalla postura drastica di chi vede nel discernimento un complotto dialettico. E così – per chi procede “senza se e senza ma” – il ragionamento diventa ozioso passatempo da divano; l’attenzione ai dettagli si rivela inutile acribia sulla pelle degli altri. Non sono d’accordo: a chi predica il bianco e il nero, continuo a proporre la vasta gamma del grigio. Che non è il colore dell’ambiguità, ma quello della tensione al vero.
Massimo Marnetto

 

Ripudio il revanscismo in nome della libertà
È il 24 febbraio, ho appena letto le agenzie e penso a come dirlo a mia moglie. Lei, 31 anni, da oltre 15 a Roma, è ucraina di nascita ma italiana di adozione. A Kiev c’è il cugino Vlad, in Italia tutti gli altri. Quel poco di russo che mastico mi basta a capire quanto odino lo “Zar”. Quanto vogliano tornare lì a combattere. Che si accontentano (giustamente) della sola punta di un iceberg che cela invece ragioni molto più profonde (e meno nobili) dell’atavico dualismo “Kiev-Mosca”. Chi muore per la Patria è un eroe, punto. Se deve scoppiare una guerra mondiale, e sia! Nel nome della libertà. La stessa negata a Vlad, costretto tra i confini di un Oblast dove in un attimo s’è scatenato l’inferno. Lui, come tutti i maschi tra i 18 e i 60 anni che non hanno comprato il “permesso speciale”, è tra quelli che devono morire per la Patria. Perché dare la vita per il Paese è sacrosanto, ma solo se a farlo sono i poveracci. Ho sentito che ogni ucraino dovrebbe puntare un Kalashnikov alla tempia di questi crumiri e obbligarli a crepare, sempre in nome della libertà. E poi ci sono loro, “penne” blasonate del giornalismo – tra cui bravi cronisti che non hanno mai visto un’università – ridere in faccia al Prof. Orsini per le sue tesi. Capisco allora che parlare di libertà in Italia è una battuta di spirito. Ah, dimenticavo: tifo per l’Ucraina, condanno Putin e il suo vile attacco. Ma ripudio il revanscismo in tutte le sue forme.
Pier Luigi Girlando

 

I NOSTRI ERRORI

Le didascalie a corredo delle vignette della pagina “Questioni comiche” di Daniele Luttazzi pubblicata ieri erano chiaramente sbagliate per un errore redazionale. Quelle corrette sono nella versione online accessibile a tutti e nel pdf. Ce ne scusiamo.
Fq

Draghi promette la Ue. Quel gesto avventato che non favorisce la pace

Trovo assurda se non criminogena la sparata del premier Draghi che afferma che vuole l’Ucraina nella Ue. Già solo l’affermazione è in grado di rinfocolare la guerra e l’attacco della Russia, poi ci sono altre cose da tenere presente: intanto l’Ucraina non controlla tutto il suo territorio come è richiesto per entrare nella Ue, in quanto Donbas e Crimea sono sotto controllo russo da anni essendo russofone al 95% e abitate da russi, e poi è un paese poverissimo che mai potrebbe raggiungere i folli parametri richiesti per entrare nel folle contesto economico dell’Unione, dove già paesi come la Grecia e Italia hanno notevoli problemi a rispettarli. Se poi Draghi vuole fare altri danni continui pure così.
Albertina Lodi

 

La scelta di Mario Draghi di annunciare il sostegno italiano all’Ucraina nell’Unione europea aiuta davvero a raffreddare gli animi o, al contrario, li rinfocola ancora di più?

Questa è la domanda che dovremmo porci tutti e, prima di ogni altri, certamente il nostro presidente del Consiglio. Chiamare l’Ucraina dentro l’Unione europea, oggi che l’Unione ha preso posizione e sostiene naturalmente il Paese aggredito, non appare come una soluzione che agevola il dialogo e avvicina la pace. La domanda da porsi è questa: l’Ucraina, infatti, in un’Unione europea che si arma e si dota di un esercito comune può essere vista dalla Russia di Putin come un Paese effettivamente neutrale?

Nello stesso tempo, penso che l’Unione non possa permettersi di sperimentare altre adesioni di Paesi con un gap democratico ed economico così significativo da far facilmente immaginare, sin dall’inizio, di vederli presto fuori dalla rotta comune.

Già in questi anni abbiamo avuto problemi di condivisione e cooperazione con i Paesi dell’Est dell’ex blocco di Varsavia, lontani per ricchezza e pratica democratica, dagli standard europei. Dunque, sia l’emozione che la guerra suscita, sia la voglia di vedere gli ucraini risarciti in qualche modo dal loro profondo dolore, non devono agevolare fughe in avanti che produrrebbero, io temo, solo altri guai
Antonello Caporale

Maria Giovanna Elmi. L’arrivo della primavera lo sento (sempre) dalla telefonata della “fatina”

Il 21 marzo è primavera ed è il mio onomastico. Da quando sono bambina le uniche persone che mi fanno gli auguri sono la mia adorata mamma e Maria Giovanna Elmi, una donna deliziosa e affettuosa. Esordisce sempre con: “San Benedetto la rondine sul tetto!”. È il suo modo di farmi gli auguri, anche se io non frequento tetti. L’arrivo della primavera lo sento dalla telefonata della “fatina” e dalla cappa della cucina, attraverso i tubi di areazione ascolto il cinguettio delle rondini di ritorno da chissà dove, l’importante è che tornino. Il sole rende gli uccelli molto loquaci, mentre nei giorni di pioggia si ascoltano solo i piccioni, ma loro ci stanno tutto l’anno e non sono simpatici. Nello stagno della villa accanto a casa tornano le anatre, le incontro nelle mie passeggiate col cane, che se le vorrebbe mangiare, e da qualche tempo mi sembra di vedere tra i rami coppie di pappagallini: volano via dalle gabbie a rifarsi una vita, pare che tra qualche anno popoleranno gli alberi cittadini. Fanno un casino, altro che loquaci. L’altro segnale della bella stagione sono le auto coperte di guano, ma qui c’è un mistero al quale non so darmi risposta. Perché alcune macchine sono sommerse dalla cacca, mentre altre parcheggiate vicino sono immacolate? Ci sono degli stormi che decidono di farla tutti insieme su un bersaglio, perché hanno i loro gusti pennuteschi in fatto di macchine! C’è chi predilige le Fiat, il prodotto nazionale, e chi si rivolge alla concorrenza straniera: pare che le Ford non siano particolarmente stimolanti, mentre le Volkswagen sono sicuramente le più lassative! Per me la primavera trabocca di voglia di fare, ma come al solito in questa stagione io mi ammalo. Ho 40 di febbre. Che invidia vedere i turisti tedeschi che passeggiano in calzoncini e canotta, loro sicuramente non la fanno sulle Volkswagen!

 

Romano Prodi. Se la vita di un leader è strana, la bibliografia “sbianchettata” diventa mistero

Romano Prodi, professore, politico ed economista, per tutte e tre le ragioni noto nel mondo, due volte Capo del governo italiano, Presidente della Commissione Europea, mai sconfitto dagli elettori ma abbattuto, mentre poteva salire al Quirinale, da coloro che lui aveva fatto eleggere, ha pubblicato un nuovo libro dal titolo azzeccato Strana vita la mia (Solferino), con la collaborazione di Marco Ascione, giornalista noto e apprezzato. Lo stesso Prodi scherza tra le pagine: “Sono le cose che si fanno alla mia età”. È vero, Ma lo aveva già fatto. Trascrivo dal catalogo Feltrinelli 2006: Romano Prodi, Ci sarà un’Italia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana. Con Furio Colombo. Giustamente il lettore penserà a un lamento. Forse il libro, nella versione Feltrinelli che ho appena indicato non andava bene? Forse c’erano sviste o errori? Teoricamente è possibile perché un libro con Prodi e su Prodi comprende decine di nomi, date ed eventi, in ogni pagina. Impossibile nel nostro caso.

Abbiamo scritto il libro, lui da una parte e io dall’altra di un tavolino rotondo, seduti sotto il portico di una casa amica. Prodi stesso, nel volume Solferino, cita il nome del luogo in cui è nato il libro Feltrinelli. Al tempo di Ci sarà un’Italia Prodi e io abbiamo riletto ogni pagina del volume sotto lo stesso portico, e solo dopo io ho potuto consegnarle il manoscritto a Carlo Feltrinelli. Lo stesso editore ci ha convocati a Roma per decidere insieme la strategia editoriale. Primo lancio, ricordo ancora, un grande evento alla libreria Felitrinelli di Milano in piazza Piemonte, una grande folla convenuta per festeggiare il libro ma anche per promettere il loro voto al candidato presidente Prodi (è stata la sua seconda vittoria contro Berlusconi) e a me, candidato senatore (eletto). Facile osservare che sono passati parecchi anni fra il libro di riflessioni e racconti di Romano Prodi con me, proprio mentre eravamo in corsa per le elezioni insieme, (il libro Feltrinelli) e Strana vita la mia edito adesso da Solferino.

Ma i lettori che vorranno, noteranno che i due libri si sovrappongono in molti i punti fondamentali della vita e del pensiero e persino dell’umore di Prodi, anche se il libro Solferino ha passaggi più ampi e più intimi e personali, e manca l’attenzione rigorosa di certe frasi e giudizi dell’allora candidato al suo secondo governo. che ci sono nel libro Feltrinelli, che era anche un libro elettorale. Ma non ci sono contraddizioni o versioni diverse, mai.

Però la vera sorpresa è nella bibliografia del volume Solferino. Manca ogni indicazione del volume Feltrinelli. Eppure quella bibliografia include libri con molte date diverse, anche lontane, perché si ritiene (giustamente) che facciano luce su quanto pubblicato adesso. Perché sottrarre un pezzo di storia alla biografia di un leader?

In altre parole: non avevo mai visto una bibliografia di persona celebre sbianchettata, specialmente se a suo tempo è stata presentata in pubblico da un grande editore. Fa pensare a una colpa o a un tentativo di riparazione. Ma quale?

 

Strana la vita la mia
Romano Prodi, Marco Ascione
Pagine: 240
Prezzo: 17,50
Editore: Solferino

Killer Max. Dopo Ronaldo, fuori Dybala. In fondo Allegri costa solo 9 milioni l’anno

La domanda vera, quella che nessuno nei giorni infuocati dell’affaire-Dybala si è posto, è: meglio dare 8 milioni a Dybala o 9 ad Allegri? Come si dice in questi casi: è qui che casca l’asino. Tanto per cominciare, nel feuilleton bianconero che attende di vivere ora solo l’ultima puntata, quella in cui scopriremo in quale squadra giocherà la stagione prossima l’ex Joya, ora deprezzata, della Real Casa, c’è qualcosa che non torna; e sono i pensieri e le parole che Max Allegri, nella conferenza-stampa di presentazione del 27 luglio scorso, espresse sul conto del ripudiato calciatore argentino. “Quest’anno sarà un anno particolarmente importante anche per Paolo Dybala che ho ritrovato in ottime condizioni e si è presentato molto bene fisicamente ma soprattutto mentalmente. Paolo è un giocatore che fa gol; quando hai un giocatore come Paolo che ha 20 gol nelle gambe, 25 in un campionato, calcia le punizioni, è un valore aggiunto. Come presenze dopo Chiellini sarebbe il capitano della Juventus visto che Bonucci è andato e ritornato”. A Gianni Balzarini di Mediaset che gli chiede lumi sulla questione dei calci di punizione, da due anni dominio esclusivo di Ronaldo, Allegri risponde: “Io non so le decisioni di questi due anni perché non c’ero. Io cerco di sfruttare le caratteristiche dei giocatori: Ronaldo è un calciante più magari da lontano che da vicino, Paolo è più un calciante da vicino. Poi è semplice perché uno è destro e l’altro è sinistro, quindi uno le tira a sinistra e l’altro le tira a destra”.

Parole che sono benzina sul fuoco del malcontento di Ronaldo di cui Agnelli, con l’ok di Allegri, è intenzionato a disfarsi – cosa che avverrà di lì a poco – per l’ingaggio ormai insostenibile e l’ingombro tecnico sgradito all’allenatore. Ancora: a Luca Bianchin della Gazzetta che gli chiede se Dybala è dunque il nuovo vice-capitano della Juventus, l’allenatore risponde: “Nella Juventus c’è una linea gerarchica che è quella che il capitano e il vice-capitano viene deciso in base agli anni di presenza. Chiellini è il più vecchio, quest’anno credo… chi è il secondo? Bonucci? Eh, però Bonucci se n’è andato: se n’è andato e lì ha perso. Si azzera. Quando uno decide una cosa prende una decisione: è andato via, è tornato e ora il capitano lo fa un altro. Se vuoi la fascia la compri e vai in piazza a giocare con la fascia”. Dopo Ronaldo, al quale Dybala porterà via metà calci di punizione col placet dell’allenatore, ecco un altro mammasantissima cui la Joya sfila dal braccio la fascia di vice-capitano. Mica male come investitura sul campo.

Ebbene: otto mesi dopo Dybala, il D’Artagnan di Re Max Luigi XIII, è stato cacciato da corte. Allegri, che tanto aveva caldeggiato l’allontanamento di Ronaldo ma che senza i suoi gol era incorso in un disastro più rovinoso di quello targato Pirlo – ragione prima del suo ritorno chez Agnelli –, ha chiesto e ottenuto di assoldare un Ronaldo giovane, bravo e costosissimo, al secolo Dusan Vlahovic; e come d’incanto il Dybala dei 20 gol nelle gambe, mago delle punizioni, vice-capitano in pectore e perla più splendente del diadema di Madama è stato dismesso e gettato via.

A otto mesi dall’insediamento ora Allegri si ritrova con un Vlahovic in più e un Ronaldo, un Kulusevski e un Dybala in meno. Ma niente paura: lo pagano più di Dybala, 9 milioni contro 7,3. È lui il fuoriclasse. Ci penserà lui.

 

Asini in geografia: la Macedonia del nord e il Karl Marx russo

BOCCIATI

Roulette russa. Il festival di Colorado Springs dedicato alle avventure spaziali ha cambiato nome alla serata dedicata a Yuri Gagarin, primo uomo nello spazio. La notizia è stata diffusa con un comunicato stampa, poi rimosso dalla pagina ufficiale dell’iniziativa: “Alla luce degli eventi mondiali la Yuri’s Night del 2022 è stata rinominata ‘A Celebration of Space: Discover What’s Next’. Notare che la Yuri’s Night, conosciuta anche come “World Space Party”, ricorre ogni 12 Aprile e celebra lo storico viaggio di Gagarin oltre i confini della Terra con eventi ed iniziative in tutto il mondo! Mica è finita. Sempre dagli Usa arrivano altre perle di idiozia. Tipo questa che apprendiamo da un articolo pubblicato online dal sito Campusreform: l’aula studio numero 229 dell’Università della Florida non si chiamerà più aula Karl Marx e non avrà più l’effige del filosofo che nel 1848 scrisse, assieme a Freidrich Engels,Il manifesto del partito comunista, e nel 1867, Il Capitale. Motivo: è inopportuno. Ma Marx, che era tedesco, che cosa c’entra con la Russia?

 

Fuori dal mondo. Questo il titolo della Gazzetta dello sport all’indomani dell’eliminazione della Nazionale italiana dai mondiali d’inverno. Nessuno ci credeva, invece è successo davvero. Mentre va in scena il balletto delle colpe (e il minuetto delle dimissioni) ci consoleremo con gli spareggi in Turchia, la squadra eliminata dal Portogallo. Almeno abbiamo imparato l’esistenza della Macedonia del Nord (battuta vista e rivista sui social: siamo alla frutta).

 

NON CLASSIFICATI

Notizie dell’altro mondo. E’ gia stata smentita. Ma già il fatto che sia stata divulgata fa riderissimo (o forse il contrario). Dopo il matrimonio simbolico con l’arzillo 85enne Silvio Berlusconi, Marta Fascina sarebbe, secondo Novella 2000, incinta del neosposo. Una volta per indicare i padri attempati si parlava di papà-nonni, ma qui saremmo al papà-bisnonno. Eh si perché Silvio è appena diventato bisnonno (e Piersilvio nonno). Se lo spiffero del giornale fosse vero, il pargolo sarebbe il sesto figlio di B: con la primogenita, Marina, avrebbe solo 55 anni di differenza, con il di lei primogenito (suo nipote) solo una ventina. Un garbuglio di parentele vagamente contronatura (un bimbo coetaneo del suo prozio). Ma alla fine tutto si è risolto con una secca smentita di Forza Italia: la signora dopo il quasi matrimonio era solo quasi incinta.

 

Un bicchiere di vino. Niente, non riusciamo a tenere Al Bano fuori da questa rubrica! Stavolta il cantate di Felicità è stato derubato. La settimana scorsa nelle tenute di Cellino San Marco si sono introdotti alcuni ladri che nottetempo sono fuggiti con oltre 200 pali in ottone sradicati all’interno dei vigneti di negramaro. “Fa male al cuore”, ha detto lui ai giornalisti. Si tratta solo dell’ultimo furto messo a segno nelle campagne di Cellino, altri episodi analoghi ai danni di altri viticoltori si sono registrati nei giorni scorsi. Il valore del bottino d’ottone è di circa 4mila euro. E non si possono nemmeno fare tournée in Russia! Solidarietà.

 

PROMOSSI

E’ la mano di Paolo. Il nostro giornale va in stampa prima del verdetto della notte degli Oscar (dunque non sappiamo nemmeno se Zelensky si sia collegato, ma speriamo di no: al netto del fatto che prima era un attore, vista la situazione attuale sarebbe di cattivo gusto). Paolo Sorrentino è in corsa con “È stata la mano di Dio” per il Miglior film internazionale. Abbiamo letto che la concorrenza è molto agguerrita, a partire giapponese “Drive My Car” e dal danese “Flee”. Per noi però avrà comunque vinto e dunque lo promuoviamo senza esitazioni: è nettamente il miglior film italiano visto da diverso tempo a questa parte.

 

Sociologia in treno. Narcisisti e indifferenti: le metafore e le nostre guerre lungo i binari

I treni. Materia di canzoni. Ciao ciao bambina, I treni di Tozeur, La locomotiva… Ma anche di guerre. La rete ferroviaria ucraina, forse l’attacco informatico a Trenitalia. Materia, infine, di studio sul campo per il sociologo. Specie se nei treni ci ha passato una vita. Basta in effetti un viaggio per riconoscere tre personaggi da copione: l’indifferente, il buon (e onesto) samaritano, il narciso parlante. Mi capita dunque di salire su un Napoli-Bologna (ritardo: 60 minuti) e di avere subito sete, così da fermare l’addetto al carrello dei caffè. Il fatto è che quando devo pagare trovo la giacca disperatamente vuota. Tocco, ritocco, il portafogli è sparito. Già una volta a Napoli me l’hanno rubato. Colpa mia, avevo lasciato la giacca appesa al gancio vicino al finestrino. Ma come avrà fatto stavolta il malvivente, sempre lui nella mia fantasia concitata? Al solo pensiero di rifare i documenti, di bloccare la banca o ripensando alle foto care andate perse, mi dispero. Il signore del carrello mi guarda con compassione.

Mi dice di cercare pure, lo pagherò al suo ritorno. La ragazza di fronte a me, di cui avevo apprezzato l’educato saluto all’arrivo e l’ormai rarissimo libro tra le mani, resta invece assolutamente indifferente. I gesti, i guaiti, non consentono equivoci. Sono un signore in preda alla disperazione. Forse è straniera, chissà. Ma nemmeno uno sguardo di circostanza sotto i sedili, nemmeno un can I help you?, un sorriso di pena. Torna il signore dei caffè. Gli dico che il portafogli l’ho perso. Lui mi risponde di non preoccuparmi, di tenermi pure l’acqua. Finché mi schizza l’idea senza speranza: ma vuoi vedere che dopo aver pagato il taxi ho infilato il portafogli nella inutile tasca interna del giaccone? Ultima prova senza fede e il maledetto salta fuori. Lo comunico subito a mia figlia che ha iniziato a fronteggiare le pratiche. La ragazza di fronte (siamo lei e io) sempre muta e impassibile, occhi inchiodati alle sue carte come avesse davanti un fantasma inodore, incolore e insapore. Penso che dovrò pagare l’acqua e dare una mancia a quel signore così gentile e solidale. Lui ripassa, ma la mancia non la vuole, non se ne parla, l’ho aiutata volentieri, solo il prezzo dell’acqua con scontrino.

Il tempo di chiudere con il raptus, di aprire il computer per lavorare e mi accorgo di essermi imbattuto nell’ennesimo esemplare ferroviario di narciso parlante. Uno di quei tipi capaci di affabulare se stessi parlando per ore e ore ad alta voce al telefono o al computer. Che gli incolpevoli passeggeri sappiano bene la sua modernità, le sue virtù, e i suoi stratosferici pensieri. Il mio esemplare si chiama Nobili e ha un doppio nome, il secondo dei quali è Oro. Lo cito solo per non offenderlo, perché la privacy è la sua peste, visto che lo ripete per almeno tre ore ininterrottamente davanti a decine di sconosciuti che potrebbero riprenderlo o registrarlo. Ha un inconfondibile accento romano e per ragioni di lavoro parla anche lo spagnolo, così almeno assicura agli interlocutori. Sgonfia leggermente i toni, vedi un po’ quante spiegazioni possibili, quando la procace signora che gli sta davanti si alza e sparisce. Quando scendo a Bologna il tipo è ancora lì a spiegare il mondo al malcapitato di turno.

E ora, a proposito di spiegare il mondo, eccovi qua un rovello personale… Insegno e ho fondato la sociologia della criminalità organizzata. Guido un centro di ricerca universitario che ha lavorato e lavora per le massime istituzioni. Dico cose sì scomode, ma alla prova dei fatti vere. Eppure quando in tivù si parla di mafia non vengo mai invitato, nemmeno gratis. Non c’è bisogno che lo ordinino i partiti, come per il professor Orsini. Ci pensano da soli conduttori e giornalisti. Da decenni. Come mai? Come mai non è argomento che scuota le libere coscienze? Si accetta dibattito.