Svizzera. Quei conti segreti di re, dittatori e 007

TTutti giurano – almeno i viventi – che quei fondi neri improvvisamente saltati fuori dalla fuga di notizie dal Credit Suisse erano parte di fortune personali o il frutto di una serie di affari assai convenienti. Nella fuga dei dati dal gigante bancario svizzero sono stati rilevati circa 18.000 conti, aperti nel corso di decenni e riempiti di centinaia di milioni di franchi da governanti arabi e loro parenti, affaristi di regime e spie. La fuga di notizie ha strappato il velo sulla ricchezza privata di sovrani, dittatori, ex premier, sollevando nuovi interrogativi sulla capacità delle élite di trasformare incarichi pubblici in ricchezza privata in Paesi dove per la mancanza di trasparenza la corruzione diventa “sistema”. Gran parte di questi conti sono stati chiusi nel 2016-2017 quando anche in Svizzera cadde il segreto bancario e quei denari finirono in altri paradisi fiscali.

Re Abdallah di Giordania disponeva al Credit Suisse di sei conti, in uno di questi il saldo ha toccato 224 milioni di dollari, la moglie Rania ne aveva uno suo con 40 milioni. Conti chiusi nel 2016. “Ricchezza personale” taglia corto il comunicato di Palazzo Reale a Amman.

I figli di Hosni Mubarak – Gamal e Alaa – avevano vari conti, uno solo dei quali ha raggiunto quota 96 milioni di dollari. Anche i rispettivi suoceri accumulavano milioni. L’uomo forte dell’Algeria per decenni Abdelaziz Bouteflika – morto nel 2021 – disponeva di un conto, con appena 1,1 milioni di dollari. L’ex sultano dell’Oman Qabous bin Said – morto nel 2020 – aveva un saldo nel 2015 di 126 milioni. L’ex premier giordano Samir Rifai dimesso dopo le proteste del 2011, 13,1 milioni. “Soldi di mia moglie” si è affrettato a dire.

Altri conti sono collegati a discutibili capi delle spie egiziane, giordane e yemenite che hanno collaborato con gli Cia, come il giordano Said Khader (21,6 milioni) o il defunto Omar Suleiman (capo dei servizi segreti di Mubarak morto nel 2012) con 50 milioni di dollari. È possibile che questo denaro fosse per attività di intelligence, ma allora perché tenerlo a nome proprio o dei parenti più stretti?

 

Il sultano fa il funambolo tra Putin e l’Occidente

Nell’ottobre 2021, le forze armate ucraine avevano mostrato le immagini di droni d’attacco turchi utilizzati contro delle postazioni di ribelli separatisti filo-russi nel Donbass. Immagini che avevano scatenato le furie del Cremlino. La reazione di Mosca aveva finito col preoccupare Ankara, tanto che il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavusoglu, aveva chiesto a Kiev di “smetterla di associare il nome della Turchia” all’uso dei droni: ”Questi droni saranno pure stati prodotti in Turchia, ma appartengono all’Ucraina e la Turchia non può in nessun caso essere ritenuta responsabile dell’uso che ne viene fatto”, aveva detto Çavusoglu. I droni armati turchi, prodotti da un’azienda che appartiene al genero del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Selçuk Bayraktar, hanno già avuto un impatto forte in conflitti recenti, nel Nagorno-Karabakh e in Libia. L’Ucraina ha firmato un contratto per la fornitura di 24 nuovi droni lo scorso settembre e molti altri paesi dell’Europa dell’est, primo fra tutti la Polonia, si stanno interessando a questo tipo di veicoli aerei senza pilota.

Malgrado si tratti di dispositivi di combattimento utili per quelle forze che non dispongono di un’aviazione forte né di apparecchiature elettroniche di disturbo o antiaeree avanzate, i droni armati turchi non svolgerebbero che un ruolo molto limitato nell’ipotesi di una guerra sul territorio ucraino. Oltre alla fornitura di droni all’Ucraina e agli accordi di cooperazione industriale in materia di difesa firmati con Kiev, Ankara sostiene anche diplomaticamente la posizione ucraina sulla Crimea, annessa militarmente dalla Russia nel 2014. Nella regione risiede un’importante comunità di origini e lingua turca, i tatari, che hanno spesso giocato un ruolo centrale nelle dodici guerre che hanno opposto la Russia all’impero ottomano dal XVI al XX secolo. Ancora oggi Mosca e Ankara si oppongono su diverse questioni geopolitiche, dal Caucaso alla Libia, passando per la Siria, dove Mosca non ha esitato a bombardare le truppe turche nel febbraio 2022, facendo 33 vittime. “Mosca e Ankara stanno facendo in modo di compartimentare al massimo le controversie che le oppongono – spiega Hakan Güneş, docente all’università di Istanbul e specialista dell’Asia centrale e della Russia –, anche se può capitare che gli sviluppi sull’una abbiano degli effetti sull’altra: al momento della crisi dei droni turchi in Ucraina, la Russia ha potenziato la sua base militare di Qamishli, nel nord-est della Siria, un’area detenuta dal forze arabo-curde delle SDF, le forze democratiche siriane, in conflitto con Ankara, in particolare installandovi per la prima volta degli aerei Su-35. Il che era stato interpretato come un messaggio inviato a Erdogan”. Putin ed Erdogan condividono lo stesso linguaggio, quello della forza. Un linguaggio comune che del resto facilita le relazioni tra i due paesi. Erdogan, che è stato più volte ammonito dai leader occidentali rispetto alla condizione delle libertà e dei diritti umani in Turchia, e poiché considera che gli alleati americani e europei sono rimasti sordi alle sue principali preoccupazioni strategiche in Siria e nel Mediterraneo, ha avviato in questi ultimi anni un processo di riavvicinamento alla Russia. I due autocrati cooperano in molti settori, in particolar modo nel settore energetico, per esempio nella costruzione di un gasdotto per il trasporto del gas russo verso la Turchia e l’Europa, il Turkish Stream, e nella costruzione della prima centrale nucleare del Paese, ancora in fase di elaborazione. Russia e Turchia collaborano anche nel settore degli armamenti.

Quando Erdogan ha acquisito il sistema di difesa antiaerea russa S400 ha scatenato una serie di sanzioni da parte degli Stati Uniti che hanno espulso la Turchia dal gruppo di paesi che partecipano all’ultimo programma di aerei di generazione F-35. Le minacce di un intervento militare russo in Ucraina, un paese che mantiene dei rapporti molto buoni con Ankara, mettono a dura prova il complesso sistema di relazioni bilaterali tra Russia e Turchia. I primi di febbraio, il presidente Erdogan è stato in visita in Ucraina, dove ha definito “irrealistica” l’eventualità di un’invasione militare russa e ha proposto che la Turchia, date le sue buone relazioni con entrambi i paesi, potesse svolgere un ruolo di mediatore in vista di una risoluzione della crisi. Per il momento questa offerta di mediazione è rimasta lettera morta. “La proposta è stata piuttosto ben accolta da Mosca, ma non dai paesi occidentali, soprattutto perché esiste già un dispositivo di distensione diplomatica, noto come Formato Normandia, adottato all’epoca della guerra nel Donbass, che riunisce Ucraina, Russia, Germania e Francia, al quale si potrebbero unire anche gli Stati Uniti e che appare più appropriato”, spiega Hakan Güneş. Per Ankara la crisi ucraina potrebbe rappresentare l’opportunità di avviare un processo di riconciliazione con Washington. Se tra l’ex presidente Usa Donald Trump ed Erdogan si era instaurato un eccellente rapporto personale, le relazioni turco-americane si sono degradate molto con l’arrivo alla Casa bianca dell’amministrazione di Joe Biden, che, a differenza del suo predecessore, è molto più sensibile alla situazione dei diritti umani in Turchia ed è critico rispetto alla politica estera aggressiva di Ankara, soprattutto nel Mediterraneo orientale, dove gli Stati Uniti si sono schierati dalla parte di Atene. Ma la Turchia non sembra volersi esporre oltre la questione dei droni venduti a Kiev. In nessun caso si tratta di toccare al Bosforo, lo stretto che collega il Mar Nero al Mar di Marmara e al Mediterraneo e che svolge un ruolo strategico di estrema importanza agli occhi di Mosca. La Turchia intende mantenere il suo ruolo di guardiano dello stretto, anche in caso di crisi. La Convenzione di Montreux del 1936 prevede infatti che i paesi che non si affacciano sul Mar Nero sono autorizzati ad inviarvi una flotta nei limiti di certe dimensioni e per un periodo di massimo tre settimane. “La Turchia ha sempre rispettato questo accordo, anche durante la guerra in Georgia nel 2008. Sicuramente non accetterebbe mai di ridurre il suo controllo ora che le sue relazioni con gli europei e con gli americani sono meno buone rispetto all’epoca”, precisa il professor Güneş.

Soprattutto perché Mosca ha tutte le carte per far rispettare i suoi interessi in questo bizzarro equilibrio tra cooperazione e contrapposizione. In particolare sul piano economico, mentre una grave crisi e l’esplosione dell’inflazione stanno colpendo il paese. La Turchia è molto dipendente dal turismo e in particolare dal turismo russo, che l’anno scorso ha rappresentato 4,5 milioni di visitatori. Nell’aprile 2021, in un contesto di tensioni diplomatiche con Ankara, avanzando come pretesto l’aggravamento della situazione sanitaria dovuta al Covid-19, la Russia aveva cancellato i voli per la Turchia, generando 500.000 cancellazioni di prenotazioni e una significativa perdita di guadagno per il paese. Dal mese di ottobre e con la crisi dei droni, decine di tonnellate di frutta e verdura (un altro settore in cui la Turchia è molto dipendente dal mercato russo) vengono regolarmente bloccate alla frontiera dalle autorità russe, con il pretesto questa volta di una presenza eccessiva di pesticidi. Il difficile equilibrio che Ankara sta cercando di mantenere tra la sua adesione alla Nato, il suo status (molto ipotetico) di candidato all’ingresso nell’Unione europea e la volontà di mantenere dei buoni rapporti con Mosca, in modo tale da non trovarsi troppo dipendente dagli americani e degli europei, per il momento sembra ancora possibile, ma sarà difficile da mantenere in caso di un’escalation in Ucraina. “La Turchia non vuole sollevare l’ira della Russia assumendo una posizione troppo radicalmente filo-ucraina – sottolinea Güneş- . Ma sta cercando di migliorare le sue relazioni con i paesi occidentali, e se dovesse scoppiare una crisi seria, sceglierà di schierarsi con il campo occidentale”.

(Traduzione di Luana De Micco)

Il Fq per Soleterre: i fondi dei lettori aiutano i bambini in quattro ospedali

Voglio ringraziare di cuore tutte le persone che hanno donato alla Fondazione del Fatto quotidiano . Ci avete permesso di continuare ad approvvigionare tre centri ospedalieri che da pochi giorni sono diventati quattro. Il primo è l’Istituto nazionale del cancro di Kiev, dove curiamo i tumori solidi e dove sono ricoverati 15 bambini che si stanno curando nel bunker per proteggersi dalle bombe. Il secondo è la Neurochirurgia pediatrica di Kiev, dove curiamo tumori al sistema nervoso centrale. Il terzo è l’Oncologia pediatrica di Ternopil, a ovest, dove abbiamo spostato i pazienti da Kiev, e il quarto centro è l’Ospedale di Leopoli, dove ci sono pazienti gravi che non possono essere evacuati.

Adesso i farmaci inizieranno a scarseggiare. Stiamo iniziando a comprare farmaci in Italia valutando diverse opzioni per portarli in Ucraina. Siamo una delle poche – se non l’unica – Ong presente in diversi luoghi del Paese e il vostro essere così generosi e pronti ci consente di non sentirci soli, ma parte di una comunità che davvero, come dice la vostra Fondazione (mi permetto di dire la “nostra” Fondazione) è dalla parte della gente, di persone che normalmente vivono con 200 euro al mese e per curare un tumore in tempo di pace devono spenderne 4 mila. Mi piacerebbe rimanere in costante contatto così da raccontarvi cosa stiamo realizzando anche grazie al vostro aiuto.

*Presidente di Soleterre, Fondazione Onlus con cui la Fondazione del Fatto ha lanciato la raccolta fondi per i bambini malati di cancro a Kiev

100 miliardi in bombe e pacifisti in piazza

La Germania imbocca la strada del riarmo proprio nel giorno in cui Berlino viene occupata da una marea pacifista. Mezzo milione di persone hanno manifestato nella capitale al grido di “Stop war!”. Un corteo che ha sorpreso gli organizzatori che si aspettavano non più di 20 mila persone in una dinamica che accomuna diverse altre città europee. Anche in Italia la piazza è andata oltre le aspettative, ma certo non in questa misura.

La motivazione appare soprattutto una istintiva solidarietà con la popolazione ucraina colpita a freddo dalla Russia, un sussulto che non segue troppo analisi e valutazioni politiche e tanto meno geopolitiche, ma va al sodo.

E la manifestazione giunge nel giorno in cui la Germania potrebbe aver annunciato un passo storico. Il cancelliere Olaf Scholz, infatti, ha annunciato lo stanziamento di 100 miliardi di dollari per riarmare il Bundesweher, l’esercito tedesco che dalla Seconda guerra mondiale è sempre stato costretto a tenere a bada le proprie ambizioni. E allo stesso tempo ha annunciato che la spesa militare non sarà più inferiore al 2% del Pil nei prossimi anni.

“Al fianco degli ucraini siamo dalla parte giusta della storia”, ha detto al Bundestag il cancelliere, affermando che la guerra di Putin “a sangue freddo” ha cambiato il corso della storia segnando una “svolta epocale” per il continente.

In mattinata anche la Germania ha chiuso lo spazio aereo alla Russia, mentre la Deutsche Bahn ha annunciato viaggi gratis sui suoi treni per tutti gli ucraini scappati dalla guerra, che vorranno arrivare in Germania dalla Polonia, dove in questi giorni si è registrato l’arrivo di circa 160 mila profughi.

Quella di Scholz è una svolta storica nella politica estera e della difesa tedesca che non solo giunge nel giorno di una mega manifestazione pacifista, ma viene anche affrontata da un governo di sinistra composto da socialdemocratici e verdi, oltre che dai liberali. Una svolta che cambierebbe anche gli equilibri interni alla Nato e nel rapporto tra questa e il confine orientale. “La guerra di Putin ha segnato una svolta epocale nel continente, il mondo non sarà dopo quello che era prima”, ha affermato Scholz per giustificare la decisione. E come primo passo di una nuova postura generale che punta al riarmo e in generale a un nuovo attivismo militare tedesco, Scholz ha ufficializzato anche la consegna delle armi agli ucraini, “un cambio di 180 gradi”, riconosce la ministra degli Esteri Annalena Baerbock, “ma se il mondo cambia anche la nostra politica deve cambiare”.

Anche sul fronte energetico la Germania si muove, con la garanzia di due nuovi terminal per il gas naturale liquido, nell’obiettivo di ridurre drasticamente la dipendenza da quello russo. Toni e provvedimenti che hanno ricompattato anche i conservatori della Cdu-Csu dietro il cancelliere della coalizione “semaforo”. La guerra di Putin, oltre ai lutti, ottiene quindi anche il risultato di spostare a destra l’asse europeo.

L’Ue manda armi a Kiev e taglia i fondi a Mosca

L’Europa fa un salto in avanti nella prima vera risposta a Vladimir Putin con un pacchetto di sanzioni economiche che toccano le riserve della banca centrale russa, la fornitura di armi e una posizione politica attiva che si spinge fino alla dichiarazione di Ursula von der Leyen: “L’Ucraina è una di noi e la vogliamo nell’Unione europea”. Concetto ripetuto in serata anche dal ministro degli esteri, Luigi Di Maio.

Il pacchetto di sanzioni stabilito dai ministri degli Esteri dell’Ue riuniti in videoconferenza prevedono nuovi nominativi da inserire nella lista dei sanzionati e anche in due misure di finanziamento delle forniture di armi. Verranno poi varate anche misure nei confronti della Banca centrale russa, che porteranno a congelare oltre metà delle riserve valutarie di Mosca. Sembra invece destinato a essere ancora rinviata la sospensione di alcune banche russe dal sistema Swift, il meccanismo di pagamento internazionale che coinvolge circa 11 mila aziende e vale 40 milioni di transazioni quotidiane. C’è l’accordo politico, ma mancano i dettagli tecnici perché la scelta è quella di puntare a una sanzione molto mirata che non colpisca le banche più strategiche per l’Europa, quelle cioè per le quali transita il commercio dei beni energetici.

Ma, come accennato, le sanzioni non si fermano al piano economico prevedendo il blocco dello spazio aereo a tutti i velivoli russi, l’uso della Facility del Fondo europeo per la pace per inviare beni letali (armi) e non letali (carburante e aiuti) all’Ucraina. Una misura mai approvata nella storia dell’Ue. Verrà poi varata una nuova lista di una ventina di individui tra oligarchi, politici e militari, che saranno oggetto di sanzioni.

Le sanzioni saranno estese questa volta anche alla Bielorussia, associata apertamente alla strategia militare russa e colpita quindi in misura analoga. “Mentre la guerra in Ucraina infuria e gli ucraini combattono coraggiosamente per il loro Paese – ha detto la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen – l’Unione europea rafforza ancora una volta il suo sostegno all’Ucraina e le sanzioni contro l’aggressore, la Russia di Putin. Per la prima volta in assoluto, l’Unione europea finanzierà l’acquisto e la consegna di armi e altre attrezzature a un paese sotto attacco. Questo è un momento di svolta”.

La scelta europea si inserisce chiaramente nel quadro della Nato che ieri ha salutato positivamente la decisioni degli “alleati”: “Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Regno Unito e Stati Uniti hanno già inviato o stanno approvando consegne significative” mentre “l’Italia sta provvedendo a un sostegno finanziario” (vedi articolo a fianco). Il salto di qualità è confermato dall’analoga decisione presa dal G7 che si è riunito nel pomeriggio e che ha deciso di supportare sia le sanzioni che le forniture di armi. E sembra essere stato sentito da Putin che, non a caso, proprio ieri ha messo sul tavolo della politica internazionale l’innalzamento dell’allarme nucleare.

Il congelamento delle riserve finanziarie, in particolare, potrebbe comportare effetti immediati e negativi per la Russia che si troverebbe in difficoltà a proteggere la propria moneta, il rublo, con possibili conseguenze sul suo potere di acquisto e quindi sul rialzo dei prezzi interni. Il problema è capire dove siano effettivamente collocate le riserve russe. Secondo la ricostruzione del Financial Times un po’ più del 30% sono in euro, circa il 20% è detenuto in oro con 2.299 tonnellate che costituiscono il 5° stock mondiale. Meno del 15% è in dollari, quasi quanto le riserve in renminbi cinese, poi meno del 10% in sterline inglesi. Secondo Bloomberg una parte si troverebbe presso il Fondo monetario internazionale, circa 20 miliardi presso la Banca dei regolamenti internazionali, ma non è chiaro se questi fondi siano compresi nelle sanzioni.

Dnipro, bombe sulla città difesa da veterani, donne e bambini

Si corre alla guerra e la resistenza di Dnipro non si perde d’animo. I cittadini hanno raccolto anche generi di prima necessità da inviare ai soldati e a tutti gli sfollati di questo terribile conflitto. Maria ha sedici anni e insieme alla sua amica Polina è venuta di prima mattina al centro stampa allestito nella piazza del Rocket Park di Dnipro, all’ombra delle repliche dei razzi Tsyklon-3 – prodotti in città dalla fabbrica Yuzhmash durante il periodo sovietico -. “Io vorrei fare l’attrice”, dice Maria. “Io invece la pittrice” dice Polina. Nei loro occhi i sogni di una generazione rubata, che fatica a ricordare quello che ha perso, perché con la guerra ci convive da troppo tempo.

Tra i veterani di Dnipro il desiderio di vendetta cresce e, chi questa guerra l’ha davvero combattuta, non riesce ad accettare quello che sta succedendo.

“Oggi abbiamo scoperto due finti elettricisti che mettevano dei segni su alcuni palazzi e li abbiamo fatti arrestare. Se avessi avuto una pistola, gli avrei sparato dritto in testa” mi dice uno di loro. “Putin ha detto che potrebbe usare le testate nucleari ed è talmente pazzo che c’è il rischio che lo faccia davvero. Dobbiamo ucciderli tutti, per sempre” conclude. Nella sua attività commerciale sta organizzando corsi di primo soccorso per civili e sta anche ricomponendo la sua squadra di veterani per tornare a combattere i russi.

In città è un continuo tintinnio di bottiglie. Impiegati, studenti, operai e pensionati: hanno portato cibo, vestiti e migliaia e migliaia di bottiglie con cui verranno preparate le bombe molotov. Dapprima ammassate in centro alla piazza, quindi divise per tipologia e poi riposte ordinatamente in cassette da dodici o da ventiquattro. Quando cominciano a suonare le sirene, le strade della città si svuotano all’improvviso.

“Mi chiamo Bogdan e ho otto anni” mi dice in un perfetto inglese un bambino. È qui con suo padre, che lavora in banca e che si sta rendendo utile per come può: “non conosco molta gente qui”, dice, “ma li ho visti sbriciolare il polistirolo e mi sono messo anche io ad aiutarli. Questa è sempre stata una cittadina molto solidale e tutti vogliono fare qualcosa”.

“Lo zar non si fermerà mai. È già successo in Georgia”

“Putin ha invaso l’Ucraina sfruttando un falso pretesto e approfittando delle debolezze dell’Occidente proprio come fece nel 2008 con la Georgia. La strategia è la stessa. Purtroppo l’Occidente non ha saputo trarre insegnamento da quell’episodio. Potrebbero farlo almeno ora, pensando ad un’Europa della difesa. In realtà Putin è furioso perché l’Ucraina sta sfuggendo inesorabilmente alla sfera d’influenza russa. Anche se a fatica, il paese si democratizza, si avvicina all’Europa e aspira a entrare nella Nato. Putin rifiuta che l’Ucraina diventi un paese democratico e teme che i russi possano essere contaminati a loro volta dal virus libertario. Dopo vent’anni il popolo è stanco. Penso che gran parte dei russi non vogliano fare la guerra agli ucraini, i loro fratelli slavi. Ma Putin è un dittatore e se ne infischia dell’opinione pubblica”.

Hélène Blanc è politologa al Cnr francese, criminologa ed esperta della Russia e del mondo slavo.

Quali sono i piani di Putin?

Putin pensa che l’Ucraina gli appartenga. Come già con la Bielorussia, vuole farne una sorta di colonia russa. L’obiettivo non è per forza di annettere l’Ucraina, ma di far cadere il presidente Zelensky e imporre un governo filorusso. Putin vorrebbe piazzare i suoi uomini ovunque. Ma vive nel passato. Non ha capito che in trent’anni il mondo è cambiato e che in paesi, prima sotto l’influenza russa, ora si tengono elezioni democratiche.

Fino a dove si spingerà?

È un uomo cinico, narcisista. La sua mente è stata formattata al Kgb. Se non viene fermato, è capace di tutto. Non è escluso che si possa spingere oltre le frontiere dell’Ucraina, prendendo di mira altri paesi esterni alla Nato. Ci sono già bombardamenti alla frontiera con la Moldavia. Ha persino minacciato Finlandia e Svezia in caso di adesione alla Nato. Ha sempre agito nell’impunità. Le sanzioni occidentali prese contro da lui non lo frenano. Non si ritirerà mai senza vincere almeno qualcosa. Non si può permettere di perdere la faccia.

Ieri ha ordinato l’allerta del sistema difensivo nucleare.

Per adesso è un annuncio. Come i leader sovietici, Putin non vuole farsi amare, ma terrorizzare tutti, i paesi limitrofi, l’Ue e il resto del mondo. Metterà in pratica la minaccia? Non possiamo saperlo, ma è disposto a trascinare con sé tutta la Russia purché la sua autorità non venga messa in discussione. Con le sue minacce è riuscito, contro ogni sua aspettativa, a saldare contro di sé l’Ue, la Nato e tutti gli ucraini.

Kiev resiste. Si tentano negoziati…

Putin ha denigrato l’Ucraina e sottovalutato la sua capacità di resistenza. Ma lui non negozia, impone le sue decisioni. Potrebbe chiedere a Zelensky la garanzia di non adesione alla Nato. Gli basterà? Non credo. E in ogni caso non rispetta gli accordi. Zelensky non accetterà mai di cedere il suo governo e il paese ai russi. Putin non ha capito che, pure se dovesse vincere questa guerra, ormai l’Ucraina l’ha persa comunque. Gli ucraini sono un popolo fiero che, dopo due referendum per l’indipendenza, vuole restare libero e resisterà.

Kiev non s’arrende. Molotov e bunker contro gli invasori

Kiev non dorme più dall’inizio dell’invasione e trema ad ogni alba, intorno alle quattro del mattino. La capitale è circondata dalle forze di Mosca, ha riferito il sindaco, l’ex pugile Vitaly Klitchko. Ieri gli scontri hanno raggiunto il nord ovest della città, dove c’è lo zoo. Decine di esplosioni e spari non sono cessati finché non è stato respinto l’ennesimo tentativo di invasione russa.

Durante il giorno il suono delle sirene che squillano continua ad essere, insieme, irreale e già abitudinario: bisogna proteggersi dalle bombe. Le persone si nascondono in scantinati, bunker, garage: cercano di sopravvivere sottoterra, in ogni buco che trovano. Le stazioni della metropolitana sono piene di ucraini: tra valigie e bottiglie d’acqua si nascondono intere famiglie con bambini, a volte anche animali domestici. Ksjusza, 29 anni, con le lacrime agli occhi, dice: “Il mio Paese è diventato un campo di battaglia da un giorno all’altro”. Yustyna, 31 anni, vive vicino al distretto di Obolon, dove si sono svolti scontri intensi. Dice di non aver mai dormito da quando è iniziata l’invasione. È esausta nel seminterrato del suo appartamento, dove continua a sperare che tutto finisca presto insieme ai suoi vicini. Le strade di Kiev sono completamente vuote, è quasi impossibile trovare un negozio per fare la spesa. Una coppia di anziani si rifiuta di lasciare l’abitazione: “potremmo comunque morire presto”.

I sabotatori russi sono in città e sono tanti. Operano lasciando dei segni lungo le strade e sugli edifici di Kiev per l’esercito di Mosca: insegne, annunci, simboli sono apparsi anche sui tetti e sui tubi del gas dei palazzi. Sono simboli che servono a contrassegnare gli obiettivi da distruggere. Anche per fermare i sabotatori che si confondono con la popolazione è stato introdotto il coprifuoco: si può andare in giro dalle otto del mattino fino alle cinque del pomeriggio, ma chiunque si azzarda a violare questa regola, viene considerato un sabotatore. La polizia ferma tutti e ha fermato in questi giorni anche me, mentre cercavo di riprendere la città affranta dal suono delle sirene che annunciano i bombardamenti in arrivo. Dopo aver mostrato i documenti da giornalista, le divise mi hanno lasciato andare.

Molte persone hanno lasciato la città per mettere in salvo la propria famiglia, ma molte altre hanno deciso di restare e combattere. Roman, un giovane agente immobiliare, aveva già mollato tutto nel 2015 per arruolarsi come volontario per combattere nell’est del Paese, in Donbass. Adesso ha deciso di rimettersi la divisa e prendere tra le mani il fucile per proteggere la sua terra: in queste ore sta pattugliando la periferia della Capitale per combattere, come molti altri, contro l’invasione russa. “L’Ucraina sopravviverà”, dice, mentre si unisce a civili di ogni ceto ed età che hanno deciso di aiutare il loro esercito. Migliaia di persone, nel fiore dei loro anni e delle loro carriere, rimangono spalla a spalla per assemblare bombe molotov. Fino a pochi giorni fa, sorseggiavano caffè e passeggiavano per le strade di questa città: adesso mettono pezzettini di polistirolo nelle bottiglie riempite di liquido esplosivo ed infilano nel collo uno straccio infiammabile. “Amiamo la pace, ma dobbiamo difenderci, lo dobbiamo fare per la libertà” dice uno di loro che preferisce tacere il suo nome. In tasca ha un biglietto di viaggio: doveva partire, lasciare Kiev, ma, alla fine, ha deciso di restare. Mentre suonano gli allarmi che precedono un’altra battaglia, aggiunge: “ho preso questa decisione e adesso sono in pace con me stesso”.

Putin minaccia l’Armageddon. Colloqui di pace solo un bluff?

L’ombra cupa del conflitto atomico si allunga sull’invasione dell’Ucraina: il presidente russo Vladimir Putin pone le forze nucleari russe “di deterrenza” in stato d’allerta, proprio mentre emissari russi e ucraini si apprestano a incontrarsi per la prima volta dallo scoppio della guerra, con colloqui decisi “senza precondizioni”. Le delegazioni di Mosca e di Kiev si vedranno a Minsk questa mattina, ha detto il vice-ministro dell’Interno ucraino Evgeny Yenin. Il presidente Volodymyr Zelensky non alimenta l’ottimismo: “Non credo al successo dell’incontro, ma proviamoci”.

Sul terreno, le truppe russe continuano a incontrare nella loro avanzata un’indomita – e imprevista – resistenza, mentre sul fronte diplomatico, l’Occidente inasprisce le sanzioni e l’Onu convoca per oggi una riunione sull’emergenza umanitaria. In un ordine impartito al ministero della Difesa e allo Stato Maggiore, Putin chiede che siano messe “in allerta speciale le forze di deterrenza dell’esercito, in risposta alle dichiarazioni aggressive dell’Occidente”. Le forze di deterrenza includono parte dell’arsenale nucleare russo. Deterrenza nucleare -spiega Lisa Clark di Rete Disarmo – significa l’attivazione di un sistema missilistico armato con ogive atomiche nell’intento di scoraggiare ogni attacco da parte nemica”.

La decisione di Putin ha innescato reazioni preoccupate e irritate negli Usa. La Casa Bianca ha accusato il presidente russo di “fabbricare minacce”, mentre il Pentagono accresce la tensione, esprimendo “fiducia che gli Usa possano difendersi e difendere gli alleati”, senza però preconizzare un cambio d’atteggiamento sul conflitto ucraino, nel quale Washington non vuole farsi coinvolgere. Sabato il presidente Usa Joe Biden aveva detto che “l’alternativa a pesanti sanzioni” dell’Occidente contro la Russia “sarebbe una terza guerra mondiale”. La rappresentante degli Usa all’Onu Linda Thomas-Greenfield giudica un’escalation “inaccettabile” la messa in allerta delle forze di deterrenza nucleari: “Putin continua l’escalation e noi continuiamo a condannare le sue azioni nei termini più duri”. In realtà, proprio all’Onu il coro di condanna della Russia, nella riunione di giovedì, ha registrato alcune stecche, con le astensioni di Cina, India e persino Emirati arabi uniti, sulla carta partner arabi degli Usa. Gli analisti militari stanno cercando di capire quello che l’annuncio di Putin sul nucleare significa “in termini tangibili”; e osservano che le forze ucraine stanno mettendo in difficoltà gli invasori e creando quindi nervosismi al Cremlino, usando tattiche “creative” per ostacolare l’invasione.

Insito in sortite sul nucleare come quella di Putin c’è il rischio di un “errore di calcolo”. Una fonte del Pentagono osserva: “Non solo è un passo non necessario, ma rende le cose molto più pericolose”, perché mette in campo forze finora estranee al conflitto. “Putin fabbrica minacce per giustificare le sue azioni aggressive. L’unico motivo per cui le sue forze sono di fronte a una minaccia è perché hanno invaso un Paese sovrano, privo dell’arma nucleare”. Il segretario generale della Nato Jen Stoltenberg batte sullo stesso tasto: “Questa guerra è responsabilità di Putin”, le cui nuove dichiarazioni sul nucleare si vanno ad aggiungere alla “retorica aggressiva” delle ultime settimane.

Secondo esperti britannici, il lancio sull’Ucraina di missili Iskander, segnalato da fonti di Kiev, ma non ulteriormente confermato, potrebbe essere una sorta di avvertimento nucleare, perché sono armi che possono anche essere caricate con testate atomiche. Analisti della sicurezza ricordano, inoltre, che la dottrina militare russa prevede l’uso di armi convenzionali dotabili d’ogive nucleari (o “piccole testate nucleari tattiche”) come strumenti della strategia escalate to de-escalate, per spaventare il nemico e costringerlo al passo indietro.

Ma mi faccia il piacere

Agenzia Sticazzi. “Tam tam da Arcore: Silvio si sposa” (Libero, 22.2). “Berlusconi, voci di nozze con Fascina” (Corriere della sera, 23.2). “Ilary&Totti, tramonto di un amore” (Stampa, 22.2). “I bookmaker increduli: ‘Rimarranno insieme’”, “Noemi, presunta fiamma di Totti: ‘Galeotto fu quel padel’” (Messaggero, 23.2). “Il capitano e la regina: le conseguenze del disamore” (Gabriele Romagnoli, Repubblica, 23.2). “Ilary, Totti e Roma: i luoghi dell’amore dall’Eur a Sabaudia” (Repubblica, 23.2). “Ilary & Totti, la favola (forse) continua” (Stampa, 23.2). “Ilary e Totti al fischio finale? Colpa dei nuovi partner-cloni” (Giornale). “Totti e Ilary; favola finita” (Corriere della sera, 23.2). “Totti, Noemi e l’amico pr: ‘Così si sono conosciuti’” (Messaggero, 24.2). “La coppia Totti&Ilary: l’amore che vorremmo noi” (Natalia Aspesi, Repubblica, 24.2). Poi purtroppo è scoppiata la guerra.

Petting. “Guerra in Ucraina. Berlusconi: offriamo la nostra rete di relazioni” (Giornale, 24.2). Già mobilitati Tarantini, Lavitola, Minetti e Lele Mora.

Super partes. “Putin è un dono del Signore” (Silvio Berlusconi, 11.9.2010). “Se Berlusconi trovasse due minuti per una telefonata a Putin, secondo me non sarebbe un’idea sbagliata” (Filippo Sensi, deputato Pd, Twitter, 21.2.2022). “Il Cavaliere non faccia mancare il suo contributo personale” (Luciano D’Alfonso, senatore Pd, 21.2). “Visti i buoni rapporti con Putin, Berlusconi dica una parola che vada verso la soluzione diplomatica” (Gianni Pittella, senatore Pd, 21.2). “Sarebbe importante se Berlusconi unisse con forza la sua voce a quella dell’Occidente chiedendo a Putin il ritiro immediato delle truppe” (Luigi Zanda, senatore Pd, 21.2). “Per scongiurare il conflitto Berlusconi deve, e sottolineo deve, telefonare a Putin” (Catello Vitiello, deputato Iv, 21.2). Ciao, dono del Signore, sono io: tirititiru?

Poche idee, ma confuse. “Perchè fu un errore rompere con lo Zar” (Alessandro Sallusti, Libero, 23.2). “Bisogna schierarsi contro lo Zar invasore senza se e senza ma” (Sallusti, ibidem, 27.2).

Furbo, lui. “Sugli amici altrui non sindaco (tantopiù se parliamo di Berlusconi che è amico anche dei suoi nemici, solo per fregarli meglio)” (Sallusti, ibidem, 27.2). Ah, ecco perché ha leccato il culo a Putin per 23 anni: per fregarlo meglio.

Illuminazioni/1. “’La spinta di Draghi: ‘Questa è una guerra’” (Francesco Verderami, Corriere della sera, 27.2). Chi l’avrebbe mai detto.

Illuminazioni/2. “Il gas prodotto all’interno del nostro Paese è più gestibile e meno caro” (Mario Draghi in Parlamento, 25.2). Uno non è che diventa Migliore così per caso.

Good news. “Il generale Figliuolo coordina le truppe” (Giornale, 26.2). Ogni tanto una buona notizia.

L’esperta. “Tutti i partiti di governo furono travolti da Mani Pulite, mentre rimase fuori dalla tempesta il Pci-Pds” (Tiziana Parenti, ex pm, ex deputata FI, ora avvocato, Giornale, 22.2). Perchè purtroppo sul Pci-Pds indagava lei.

Brrr che paura. “Per Draghi la misura è colma. Ora nessuna mossa è esclusa per fermare i blitz dei partiti. L’amarezza del premier. Il nuovo messaggio: la pazienza sta finendo” (Repubblica, 22.2). “Draghi: il Parlamento faccia ciò che crede, ma sulle riforme legate al Pnrr non transigo” (Stampa, 22.2). Se no?

Legge Sederino. “Noi, sindaci Pd, chiediamo la modifica della legge Severino” (Matteo Ricci, sindaco Pd di Pesaro, Dubbio, 23.2). Paura, eh?

Pisapippa. “A giudicare i magistrati siano prof e avvocati” (avv. Giuliano Pisapia, eurodeputato Pd, Libero, 21.2). Gli imputati li pagano bene.

Medaglie al valore. “Il voto su Matteo Renzi? Il Pd h finalmente scelto lo Stato di diritto!” (Calogero Mannino, Dubbio, 24.2). Sono soddisfazioni.

Vadi contessa! “A Cortina serve l’aeroporto, la strada per arrivare qua è ancora un calvario” (Daniela Santanché, senatrice FdI, 22.2). E il porto, dove lo mettiamo?

Ma va? “Governo, è allarme fisco: dalla lotta al sommerso mancano 5 miliardi” (Stampa, 21.2). Il condono fiscale del 2021 non è bastato: ce ne vuole un altro.

Il titolo della settimana/1. “Si sgonfia il caso camici in Lombardia. Il gip archivia l’inchiesta su Fontana” (Libero, 23.2). Si sgonfia a tal punto che la Procura di Milano ha chiesto il suo rinvio a giudizio e quello di altri quattro per frode in pubbliche forniture.

Il titolo della settimana/2. “L’ora più buia dell’Occidente” (Massimo Giannini, Stampa, 25.2). Parla di ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq o Libia?

Il titolo della settimana/3. “Così si chiude la legislatura più filorussa e anti Ue di sempre” (Luciano Capone, Foglio, 25.2). Guarda che quelle di Berlusputin furono due.

Il titolo della settimana/4. “Draghi è per sanzioni (e dialogo) contro la Russia” (Foglio, 23.2). Vegano (e carnivoro).

Il titolo della settimana/5. “Contro Putin costi quel che costi”, “’Watever it takes’ per l’Ucraina, dice il sottosegretario Mulé” (Foglio, 25.2). Come direbbe Osho: “Stanotte Putin dorme con la luce accesa”.