Da Mosca alla Siberia: adesso lo Zar reprime i pacifisti in casa

L’assalto di Putin non è ancora riuscito. Il “blitzkrieg”, guerra lampo in cui sperava il presidente, si è impantanata nel fango e nella resistenza d’Ucraina: 3500 soldati russi, dicono fonti della Rada (Parlamento) ucraino, sono già morti. Il Cremlino dà ogni giorno altre cifre: quante strutture militari ha neutralizzato nell’ex Stato sovietico, ma non quanti figli della Federazione sono già stati uccisi per conquistare Kiev.

Il tempo trascorso dall’avvio dell’attacco è già il primo fallimento dell’operazione militare a cui ancora molti russi stentano a credere. “Lo sapevamo che la guerra si avvicinava, ma non questa guerra. Questo è l’inverosimile limite di un incubo a sorpresa. Molti tra noi, politici, attivisti, esperti della questione, ci prospettavamo la presa delle due repubbliche de facto, provocazioni in Donbass. Abbiamo assistito invece a una follia totale che non supporta nessuno, a parte i krimnash, i sostenitori della presa della Crimea, i fedelissimi del Cremlino”. Mentre scende per il terzo giorno di fila in piazza, risponde al telefono da una Mosca blindata Oleg Petrovich Orlov – dissidente sovietico, oppositore russo, premio Sakharov nel 2008, volto dell’ormai bandita ong per i diritti umani, Memorial –. Anche contro i pacifisti russi l’offensiva è cominciata: “La polizia agisce in maniera indiscriminata e crudele, hanno arrestato migliaia di persone soprattutto a Mosca e San Pietroburgo. La maggior parte dei russi ha paura di scendere in strada a protestare e perfino di firmare la petizione contro la guerra, che hanno però già sottoscritto in poche ore quasi un milione di persone. La società civile russa è terrorizzata e impreparata”. Nonostante camionette e guardie, le piazze di Mosca si gonfiano giorno dopo giorno di quanti trovano il coraggio per sfidare la decisione dell’autocrate. Anche ieri 500 arresti in 27 città russe. Tra i tremila messi dietro le sbarre in 50 città della Federazione dall’inizio del conflitto ucraino c’è anche una delle teste del partito Jabloko, Kirill Goncharov. Già sette, riferisce l’ong Ovd-Info, i processi che inizieranno la prossima settimana nei tribunali contro chi si schiera contro la guerra di Putin.

Un crimine verso gli ucraini, un errore verso i russi: il conflitto precede o la fine del potere del presidente o sancirà la sua illimitata onnipotenza. “Dopo quello che è successo non mi azzardo a fare previsioni, ma se non assisteremo al suo crollo dopo tutto questo, di certo la dittatura di Putin qui in patria, in Russia, non sarà più minimamente nemmeno mascherata. Non è ovvio che termini il suo predominio, ma è certo l’assalto contro chi dissente”. Non tutti si inabissano dietro gli schermi delle tv della propaganda che obbediscono all’ordine del Cremlino: citare solo fonti delle autorità russe, vietato dire “guerra”. Bisogna chiamarla solo “operazione speciale”, come nel 2014, il ritorno della Crimea nei confini russi si doveva definire “annessione”: bandito chiunque pronunciasse la parola “occupazione”.

Il mondo dell’arte non appoggia le pugnalate di Putin a Kiev e nemmeno “l’illusione della normalità” in patria. Il Museo di arte moderna Garage “è contrario alle azioni che ci isolano”: mostre rimandate a fine tragedia. “Non lavorerò più per un assassino”: ha mollato la direttrice del teatro statale Meyerhold. Il presidente ucraino Zelensky ieri, in russo, si è rivolto non più a Putin, ma ai cittadini della Federazione che sfidano il suo potere, dicendo grazie ai migliaia che hanno protestato, dal blogger Yuri Dud al direttore della Novaya Gazeta e premio Nobel, Dmitry Muratov. Mentre i manifestanti russi rimangono in strada, l’ex presidente Medvedev minaccia di tagliare i legami diplomatici con l’Ovest e il ministero della Difesa di Mosca ordina ai suoi soldati “di espandere l’offensiva in tutte le direzioni, secondo i piani”. “Loro non si fermeranno, noi non ci fermeremo, anche domani saremo qui” dice Orlov prima che il coro della piazza ne inghiotta la voce. Arrestato anche Dmitry Golubovsky, caporedattore di Radio Arzamas ed ex caporedattore della rivista Esquire: si è rifiutato di togliere dalla sua finestra la bandiera ucraina con la scritta Net voine, “no alla guerra”. Lo stesso è accaduto a uno studente a Novosibirsk che aveva esposto il vessillo di Kiev all’università. Pure finestre e muri devono obbedire a Putin.

Riondino uno e trino. E Pacino, De Vito & C. vanno in ospizio

Reduce dal successo personale nella serie tv Fedeltà, di cui è protagonista con Lucrezia Guidone (su Netflix), Michele Riondino debutterà nei prossimi mesi alla regia, dirigendo nella sua Taranto il film Palazzina Laf per la Palomar. Il 42enne attore pugliese, lanciato da Il giovane Montalbano, è da poco reduce anche dalle riprese de L’uomo di Roma di Jaap van Heusden, in cui è uno scettico sacerdote inviato dal Vaticano in una comunità del sud dell’Olanda per indagare e smentire le affermazioni su una statua piangente della Vergine Maria. Una volta arrivato nel piccolo paese, il sacerdote resta turbato dall’incontro con la giovane donna che aveva scoperto le lacrime e viene invischiato in eventi in apparenza miracolosi che mineranno la sua vocazione. In questi giorni intanto Riondino recita pure con Asia Argento in Interstate, un thriller soprannaturale di Jean Luc Herbulot, in cui ha il ruolo di un sicario alle prese con una crisi esistenziale: decide così di lasciare il mestiere, la città e la compagna, ma vedrà sconvolti i suoi piani da un giovane misterioso e dal suo spietato ex capo.

Al Pacino, Morgan Freeman, Danny De Vito e Helen Mirren saranno riuniti dal marito di quest’ultima, il regista Taylor Hackford, sul set di Sniff, una detective story ambientata in una lussuosa casa di riposo per ricchi pensionati americani, che nasconde misteriosi segreti legati ad accadimenti inquietanti e a una realtà di droga, sesso e omicidi.

Marion Cotillard e le nuove star Melvil Poupaud e Benjamin Siksou recitano tra Lille e Roubaix in Frère et Soeur, il nuovo film di Arnaud Desplechin in cui un fratello e una sorella quasi cinquantenni – lei attrice e lui ex insegnante e poeta – non si parlano da più di vent’anni e si incontrano forzatamente alla morte dei genitori.

“Un album è un atto di coraggio e dignità: non voglio solo scrivere sui social o per Spotify”

Nel saggio L’ultima immagine, Silvia Ronchey analizza la psicologia archetipica di James Hillman: l’immagine falsa ci sollecita a fare qualcosa (pubblicità, propaganda) mentre quella autentica ferma l’anima, la psiche, il tempo e lo spazio. La ragazza del futuro non è solo il nuovo album di Cesare Cremonini: è una visione pienamente realizzata con atti di concretezza: “Ho immaginato il volto di una ragazza e di un colibrì che la guidava, poi ho capito che volevo creare un ponte con la generazione dei più giovani. Con Giulio Rosk – street artist – siamo andati nelle periferie di Palermo e abbiamo incontrato tanti ragazzi, alcuni dei loro volti sono adesso raffigurati sui palazzi. Mi sono chiesto che senso avesse fare un album in un periodo di singoli, streaming e featuring per conquistare Spotify. E ho capito che la mia libertà di artista era la mia identità: un album è un atto di coraggio e di dignità. Non voglio solo scrivere sui social”.

Anzi, come si è visto a Sanremo, l’artista ha puntato sui classici bucando lo schermo e vendendo cinquantamila biglietti il giorno dopo (il tour partirà da Lignano il 9 giugno e terminerà a Imola il 2 luglio). Un pizzico di Dalla si deve essere incarnato in Cesare, lo si evince ascoltando la title-track, brano con la stessa fragranza della battistiana Due Mondi: “Lucio con la sua muscolatura musicale mi ha aiutato, prima di fare il cantante ho fatto i conti con la mia città e la canzone ne assume i tratti”. L’epica Stand Up Comedy è un omaggio alla convulsa teatralità della musica rock, con echi di Bowie, Queen e Radiohead, ispirata a Touch dei Daft Punk & Paul Williams. Agli adolescenti è dedicata la beatlesiana Jeky con grande sfoggio di tonalità vocali: “Ho visto ragazzini separati durante l’intervallo a scuola, mi ha lasciato un segno profondo”.

Ai brani strumentali, nei quali spicca un maiuscolo Davide Rossi, si contrappone il flirt con il ritmo house di La fine del mondo e Chimica in cui, insieme a La camicia e Psyco, Cremonini si conferma cantore indiscusso delle relazioni sentimentali, senza il passo falso di Giovane stupida. L’artista trascende stavolta l’interiorizzazione della morte del padre sublimando in Moonwalk l’attimo più fragile di una vita umana.

L’album si sarebbe potuto chiamare Rischiatutto perché è in gioco la stessa sopravvivenza dell’identità artistica senza la quale la musica diventa suppellettile e contorno. Che sia di auspicio ai nostri artisti over-quaranta: c’è da sperare che Lorenzo Jovanotti ci ripensi e pubblichi subito Il disco del sole senza centellinarne le canzoni. E a Tiziano Ferro, Bersani, Silvestri, Cesare dimostra che c’è ancora uno spazio per le tradizioni, bisogna solo prenderselo.

“Man in black”: il tragico destino dell’antieroe Cash

Serata di gala alla Casa Bianca, 17 aprile 1970. Sperando di rinsaldare i consensi nel Profondo Sud, Nixon ha invitato a Washington l’“Uomo in nero”. Lo chiamano così perché Johnny Cash veste sempre di scuro in segno di vicinanza alle comunità oppresse degli Stati Uniti: i neri, i pellirosse, i carcerati, gli ultimi. Gli underdog. È un destino che Johnny vive sulla pelle: è andato a Wounded Knee per solidarizzare con gli indiani, si è esibito a San Quintino per gli ergastolani e poco ci è mancato che non li incitasse a insorgere, lui che in Folsom Prison Blues si era immedesimato in un assassino dostoevskiano, uno che “ho sparato a un uomo a Reno/ Solo per vederlo morire”. Perché Johnny, The Man in Black, sentiva dentro di sé una colpa imperdonabile. No, non le risse, le sbornie, la droga, i furtarelli, i cuori spezzati. No: la Colpa gliel’aveva inoculata suo padre Ray, un brutto giorno del 1944. Al tempo la famiglia Cash, con una nidiata di sette figli, si era stabilita a Dyess, in Arkansas, per coltivare i campi di cotone. Venti acri, il New Deal rooseveltiano che doveva far girare l’economia. Ma i soldi non bastavano mai. Quel sabato 14 maggio ’44 Jack, fratello maggiore e idolo di Johnny, decise di guadagnarsi tre dollari in falegnameria. Rinunciò all’invito del fratellino per andare a pescare. Ci fu un incidente con la sega a motore, il quattordicenne morì dopo una lunga agonia. Jack, futuro predicatore, il ragazzo di Dio. Papà Ray perse la testa e accusò Johnny: “Perché non sei morto tu che sei un buono a nulla! Il figlio sbagliato!”. Impossibile uscire sani dall’anatema di sangue. Così, per la vita, il giovanotto Cash si schierò dalla parte dei reietti. Non era un omicida né un criminale, non era stato certamente lui il responsabile dell’atroce fine di Jack. Ma la morte aleggiava costantemente sulla sua testa, neppure il successo come artista lo rendeva sereno. Non bastava: e dire che era il re del country e del rock, Bob Dylan lo considerava un maestro e si ispirò a lui per registrare a Nashville. Johnny, pietra angolare nel Million Dollar Quartet, le estemporanee session con Carl Perkins, Jerry Lee Lewis ed Elvis Presley. Conduceva un seguitissimo show tv, affollato di ospiti illustri. Aveva trovato la stabilità con June Carter, figlia di una dinastia di musicisti: lei aveva scritto Ring of Fire, amare qualcuno è saltare in un cerchio di fuoco, lui aveva risposto rassicurandola, I walk the line, righerò dritto.

Ma l’eroe del Sud conservatore, della pancia americana zeppa di valori elementari e rigidi, arrivò alla Casa Bianca con gli occhi aperti. Era stato in Vietnam per i marine, e visto l’orrore. Lo staff di Nixon gli aveva chiesto di eseguire standard rozzi e reazionari del country-folk, che non erano neppure suoi. Cash colse di sorpresa il presidente seduto lì davanti cantando la coraggiosa What is truth, cos’è la verità. Per tamponare il danno, Nixon fu costretto a scendere a Nashville e suonare al piano God Bless America alla Grand Ole Opry, tempio del country e dello zoccolo duro repubblicano. Johnny morì il 17 settembre 2003, pochi mesi dopo June. Aveva fatto in tempo a incidere una delle canzoni più struggenti, Hurt (cover dai Nine Inch Nails), con un video nella casa-museo che cadeva in pezzi e che nel 2007 sarebbe stata distrutta da un incendio. Ieri l’Uomo in nero avrebbe compiuto 90 anni. Per celebrarlo, il governatore dell’Arkansas Asa Hutchinson ha proclamato il 26 febbraio “Johnny Cash Day”.

“Paolo Conte è un mio fan. La cacciata dallo Stabile. E quel ‘no’ a Sorrentino…”

Collegarsi con Francesco Paolantoni, infortunato (anzi, pluri-fratturato) a letto per una caduta con il motorino, è impresa ardua. Non per il dolore, il disagio o il caos. No, proprio perché con la tecnologia il suo conflitto (interiore) prende risvolti da resa incondizionata; così, per vari minuti, sullo schermo appare lui in stile pesce rosso, mentre prova a scandire senza audio, non troppo sconsolato, quasi abituato, fiducioso più nel potere del caso, del dito fortunato nello scovare il tasto giusto sulla tastiera, che della ragione.

Alla fine ’o miracolo del dito. “E pensare che sono stato un pioniere”.

Di cosa?

Della tecnologia. Prima ancora che andasse di moda Internet (di moda…) in televisione ero il nonno multimediale; niente di più sbagliato: ancora oggi non ho idea dell’argomento, figuriamoci allora.

Come le era venuto in mente?

Così, solo un gioco inventato a Mai dire gol; (ride) anzi, in qualche modo creammo una sorta di Alexa, chiamata Guendalin: un dispositivo con il quale parlavo, chiedevo consigli, mi confrontavo.

L’artista anticipa.

Dei visionari; (pausa) con la Gialappa’s mi sono proprio divertito…

E ci torniamo, ma prima: come sta?

Tibia e perone rotti: mi ha fregato una buca stradale; (pausa) pensi che stavo andando al concessionario per acquistare una moto.

Basta due ruote.

No! Anzi, ho pensato: ora che sono caduto posso stare più tranquillo.

Cioè?

È una questione statistica: se sono già caduto e fratturato, posso ritenermi vaccinato sulla sfiga. E potrò andare più tranquillo in moto.

Torniamo a Mai dire Gol: secondo uno dei “Gialappi”, Giorgio Gherarducci, lei è un suo rimpianto.

Eccola là: che ho combinato?

Sostiene che è un talento straordinario, ma pigro.

Ha ragione; (pausa) solitamente la carriera si costruisce sui “no”. Io ho ecceduto. E più che costruirla me la sono demolita e la colpa è stata in gran parte della pigrizia e del timore di non divertirmi; (pausa) ultimamente sono migliorato.

Un esempio di “no”.

Mi proposero una serie televisiva sulla scuola, Caro maestro: al mio posto presero Emilio Solfrizzi; lì, probabilmente, ho sbagliato ma non me la sentivo di trasferirmi per sei mesi a Urbino.

Che ha Urbino?

Nulla! Mi soffoca da sempre l’idea di allontanarmi da Napoli; un’altra volta, dopo aver recitato in Baci e abbracci, stavo per scrivere un film insieme a Paolo Virzì. Poi niente.

Ancora pigrizia.

Eh… (l’elenco non si ferma) Dopo Mai dire Gol i dirigenti di Medusa mi rincorrevano per girare un mio film: macché, non credevo fosse il momento. Quante cazzate.

L’hanno mai accusata di indolenza del sud?

No, ho superato lo stereotipo: la mia è di indolenza paolantoniana.

Insomma, mai via da Napoli.

Pure da ragazzo, quando i miei colleghi partivano per Roma o Milano, non me la sono sentita. Io devo stare qui. Tra questi odori, colori, persone. E questa teatralità: la commedia dell’arte è in tutti noi.

Nell’aria…

Fa parte della nostra cultura e in Stasera tutto è possibile (il martedì su Rai2: lui è ospite fisso) viene fuori: lì sono libero di improvvisare e infatti chi riesce meglio nel programma sono i napoletani.

Le cronache su di lei partono dal 1986: e prima?

Iscritto a una scuola di arte drammatica dove ho imparato ciò che non si deve portare sul palco; anni dopo ho tradotto quell’esperienza in un altro personaggio di Mai dire Gol , De Lollis: in dolcevita nera pontificavo di teatro, con la voce da trombone e tipica gestualità accentuata.

Non si deve.

È di altri tempi: oggi molti attori sono costretti a eliminare la dizione, non è più di moda, soprattutto al cinema; comunque da ragazzo ho portato in scena Brecht, Beckett e contemporaneamente Scarpetta. Quindici anni di teatro anonimo…

Nel frattempo ha mai pensato “mollo tutto”?

Certo. Con Stefano Sarcinelli e l’aiuto di Paola Cannatello, ex fidanzata e tuttora una delle mie autrici più dotate, a metà anni Ottanta inventammo lo spettacolo Fame: saranno nessuno, con debutto allo Zelig di Milano.

E…

Non andò benissimo eppure resistemmo due anni. Ecco, in quel periodo ho vissuto dei cedimenti, pensavo fosse una fatica inutile, fino a quando in un festival mi vide Arbore e mi propose Indietro tutta.

Qual era il suo piano B?

Mica ce l’avevo.

Cosa avrebbe combinato?

Niente; da quando ho sei o sette anni ho sempre e solo voluto diventare un attore; poi negli anni Settanta ho vissuto quel momento di magia artistica guidata da fenomeni come Edoardo Bennato, Massimo Troisi e Pino Daniele; (cambia tono) a Pino avevo chiesto di comporre le musiche del mio film.

E pure qui…

Aveva accettato, poi sempre per quella pigrizia ho rinunciato. Mi prenderei a schiaffi (effettivamente un ceffone se lo dà). Lasciamo perdere (pausa, poi…) un’altra volta non è stata colpa mia.

Che è successo?

Un giorno mi chiama Nuti: “Giriamo un film: saremo due fratelli”. Va bene. Un mese dopo Francesco ha l’incidente e finisce tutto (ci pensa). Ho sfiorato momenti meravigliosi.

C’è un però?

Mi dico “va bene così”. Per fortuna sto vivendo un’altra chance, un’altra giovinezza di successo e nella vita non capita quasi mai; mentre per qualche anno sono rimasto per i fatti miei, giusto un po’ di teatro. Qualcosa è cambiato grazie anche a Stasera…

Com’era Pino Daniele?

Un uomo un po’ difficile, con un carattere particolare, ma di una generosità e una simpatia non facilmente riscontrabili; con lui mi sono divertito tanto: aveva un’ironia molto napoletana ed era uno sfottitore micidiale.

Massimo Troisi.

L’ho conosciuto meno, più che altro lo vedevo quando veniva a trovarci a Indietro tutta.

Secondo Arena era lì per un solo motivo.

E certo, per le ragazze coccodè, mica per noi.

Anche lei deve dire grazie ad Arbore.

Sì, però quell’esperienza, e sottolineo purtroppo, professionalmente non mi è servita; resta il piacere di aver partecipato a un programma storico. E già allora ne avevo la consapevolezza.

La fama, quando?

Con Mai dire Gol: avevo già quarant’anni.

È un bene o un male?

Per fortuna ho sempre mantenuto una certa lucidità, del tipo: oggi è così, ma tutto può finire. Quindi me la sono vissuta con un godimento fine a se stesso e la certezza del gran culo: ci sono in giro artisti bravissimi che non hanno la possibilità di esprimere il proprio talento.

Quanti l’hanno fermata per strada per il suo tormentone “ho vinto qualche cosa?”

Ancora oggi è un continuo. Ed è meraviglioso.

Un insospettabile fan…

Paolo Conte: proprio lui mi ha dedicato un “ho vinto qualche cosa”; però sono felice quando incontro nonni e bambini ed entrambi mi riconoscono; con i piccoli per anni ho mantenuto un rapporto di amore e odio, non li sapevo trattare, mentre ultimamente va meglio.

Non si è mai sposato.

E molti mi invidiano. Moltissimo. Ho una filosofia che adotto da sempre e con gli amici mi raccomando: “Stai attento, pensaci bene”.

Pure per lei, da Mai dire Gol, se ne andò Teocoli.

Ma lo sa che questa storia non l’abbiamo mai affrontata? E perché è accaduto?

Geloso del vostro spazio in trasmissione.

Non ci avevo mai pensato, ma può essere; Teo nel suo grandissimo talento ha una vena di follia estrema.

Qual è la sua vena di follia?

(Prende tempo, inizia più volte una risposta. Alla fine…) Credo di esserlo, però riesco a conservare un equilibrio; sono così anche nella vita, quello che uno vede in trasmissione lo uso naturalmente. E questa vena mi ha regalato una vita sopra le righe e la possibilità di restare giovane, forse bambino.

La sua età.

Oscillo tra i 15 e i 35 anni; ogni tanto, ma raramente, mi sento un cinquantenne.

Con i suoi coetanei si rompe.

(Una lunga pausa) Li frequento poco.

Prima dello spettacolo è teso?

Mai. Ogni volta penso: ora vado a divertirmi.

Vuoto di memoria?

Li adoro. Mi consentono di affrontare vie non pensate; (sorride) c’è una categoria di attore, quelli rigidi, rigorosi, che se gli dai una battuta leggermente diversa va in panne.

Le è capitato.

Ero in uno spettacolo allo Stabile di Torino, regia di Ugo Gregoretti, una cosa insostenibile: ogni tanto venivano fuori i miei personaggi.

Cioè?

Le mie vocine, le movenze strane. Mi hanno cacciato.

Ci rimase male.

No, lo immaginavo; (cambia espressione, e con la mente torna a prima) per il film con la Medusa, siccome non mi sentivo pronto a scriverne uno, chiesi a vari giovani sceneggiatori di mandarmi dei loro lavori; uno di loro mi inviò un soggettino, ma non rientrava nella mia cifra artistica, ne desideravo uno più comico. Rifiutai.

Dov’è il dolore?

Era Paolo Sorrentino: (sconsolato) ma che le devo dire; poi queste sono persone che, dopo vent’anni, ancora se lo ricordano. E giustamente.

Dov’era quando è arrivato Maradona?

(Si risolleva l’umore) A Napoli. Lo stavo aspettando. È stato meraviglioso, una rivalsa sociale: ci ha tolto da quel clima di rassegnazione, di umiliazione e finalmente siamo tornati la capitale europea; ecco, Sorrentino con il suo film mi ha restituito quel momento.

Così ci fa pace.

Eh, perché no?

In fin dei conti è stato candidato al Nastro…

Con Baci e Abbracci di Virzì pure al David, poi ovviamente c’era Silvio Orlando e altri attori più conclamati. Sono soddisfazioni.

Si è mai sentito sottovalutato?

Forse negli ultimi anni; non dico che meritavo più di altri, ma almeno quanto gli altri. Adesso no, sono contento.

Quanti l’hanno accusata della sindrome di Peter Pan?

Alcuni sì; però lo ripeto: alcuni mi invidiano.

Nelle relazioni?

Eh, lì un po’ di più.

Primo sfizio con i soldi guadagnati.

Comprato casa. All’epoca avevo quella necessità, oggi l’idea del possesso non la tollero. Meglio l’affitto.

Ogni legame va evitato.

Eccome. Ora lo sfizio è quella moto: credo sia l’ultima volta di una due ruote, giovedì ne compio 66.

Non si vede.

Lei è molto caro.

Chi è lei?

Una persona perbene. E ci tengo tanto.

 

MailBox

 

Nordio vuole mistificare la realtà di Mani Pulite

Ho letto la pubblicità di un libro di Carlo Nordio, dove c’era scritto: “Tangentopoli era la malattia, e Mani Pulite la cura. Anche se quest’ultima, come spesso capita, si è rivelata più dannosa della prima”. Per promuovere un libro, chiedo, si può travisare la realtà? Chiesa, Gardini, Craxi, le valigie piene di miliardi di lire erano vere. Nordio vuole capovolgere la verità, e va a finire che il pool di magistrati erano i delinquenti e quella gentaglia i veri galantuomini.

Antonio Perrone

Caro Antonio, diversamente dai pm di Mani Pulite, Nordio ne ha azzeccate poche. E ancora rosica.

M. Trav.

 

La richiesta autoritaria di Sala al maestro russo

Sto cercando la differenza tra il regime fascista che aveva chiesto a Toscanini di suonare, all’inizio di un concerto, l’inno “Giovinezza”, e la richiesta del sindaco Sala al direttore d’orchestra Valery Gergiev di dissociarsi da Putin se vuole dirigere alla Scala.

Ennio Lombardi

Caro Ennio, nelle culture autoritarie, consapevoli o meno che siano, c’è sempre una componente di cretino e di ridicolo.

M. Trav.

 

Una poesia dedicata ai bimbi sotto le bombe

Vi invio una poesia, dopo aver visto su Accordi e Disaccordi le immagini crude dall’Ucraina.

In una guerra,

gli occhi che vanno in alto

vedono ciò che succederà.

Previsioni, dunque.

Pioverà, di sicuro!

E dopo la pioggia,

gli occhi scendono giù.

Ed è in basso che si guarda.

Nelle strade, nei campi,

nei sotterranei.

Feriti, morti

che ti urtano alla vista.

Uomini smarriti, e coscienti

E poi i bimbi in lacrime

per il loro giocattolo più caro

che si può rompere:

la mamma, il papà.

E più in basso,

bimbi malati che non sanno.

Bimbi coraggiosi

che lottano per se stessi,

non per altro.

Bimbi che non sanno

che c’è male anche fuori.

Bimbi che non sanno

che ora nel mondo,

manca il cuore.

Bimbi però,

che hanno bisogno di cuore

Roberto Calò

 

Alle elezioni non basta neanche turarsi il naso

A sentirli, da Letta a Borghi, sulla guerra in Ucraina, emerge in tutta evidenza l’arte retorica di scuola democristiana del Pd: parlare molto, attenti a non dire niente. È finita la stagione del tapparsi tutto per scegliere il meno peggio. Soprattutto perché non è detto che il meno non sia il peggio.

Melquiades

 

Lo strozzinaggio di Stato mi sta facendo fallire

Questa che vi scrivo è la storia della mia ditta: fatturiamo una media di 2 milioni e mezzo di euro all’anno, e abbiamo avuto degli insoluti, di circa 1 milione nel 2008. Poiché l’insolvenza è stata confermata dal tribunale nel 2009, lo Stato ci ha richiesto il pagamento su utili che non abbiamo mai avuto. Non abbiamo mai incassato l’Iva, ma lo Stato ha preteso il pagamento anche sugli utili di bilancio del 2008, che erano soltanto cartacei. Abbiamo richiesto dilazioni su dilazioni, con sanzioni che in realtà sfiorano lo strozzinaggio, fino a dover rimborsare una somma che maggiorata sfiora il 60 per cento. Durante questi anni abbiamo pagato rate per un importo ben oltre il debito iniziale e a tutt’oggi ci rimane da pagare una cifra pari al debito presunto. Ad aprile di quest’anno dovremmo saldare le rate sospese per il Covid, e sono sicuro che ci sarà qualche mente eccelsa che saprà trovare una soluzione. Non chiediamo condoni, ma una legge che ci permetta di pagare il vero dovuto senza interessi, sanzioni e strozzinaggi vari. Oppure sarò costretto a cessare l’attività e manderò a casa 30 persone. Basterebbe dimostrare buona fede, e ridisegnare quanto giustamente dovuto.

Sandro Zoppi

 

I NOSTRI ERRORI

A differenza di quanto scritto nella rubrica Nordisti venerdì, i pm del processo Eni-Nigeria non sono stati rinviati a giudizio, ma l’indagine è ancora in corso. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

G. B.

Per errore, la frase di Barbara Spinelli nell’articolo di ieri “Non abbiamo difeso e non difendiamo i diritti, come pretendiamo” è stata seguita da un punto interrogativo che ne alterava il senso. Ce ne scusiamo con Barbara e con i lettori.

FQ

Il popolo ucraino non si arrende

 

“E adesso senza barbari cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella gente”.

Costantino Kavafis

 

Perché gli ucraini ancora non si arrendono? Cosa aspettano? Perché si ostinano a resistere, a intralciare il corso naturale delle cose, della guerra? Perché interferiscono con la legge del più forte? Che non è mai una buona soluzione perché, magari, poi c’è qualcuno che da qualche altra parte del mondo vuole imitarli e si fa male? Perché il loro premier, quell’ex comico (e di ex comici ne sappiamo qualcosa), perché quell’ometto sgualcito e con la barba di tre giorni non è ancora scappato? Perché insiste a farsi riprendere davanti a quella chiesa di Kiev, per incitare la popolazione alla resistenza, a sparare coi fucili di latta contro i blindati, figuriamoci? Perché costui non si smuove da lì invece di imbarcarsi su qualche aereo americano? Che aspetta? Che poi gli americani sono bravissimi a imbarcare i presidenti in fuga (ma anche gli scià e i dittatori amici). E li portano in Florida, o a Las Vegas dove risiedono in grandi ville, scrivono le loro strapagate memorie, si rifanno una vita e ci lasciano in pace. Vuol farsi catturare? Vuole fare il martire? Si crede forse Dubcek o Salvador Allende? Cosa vogliono da noi questi ucraini, perché s’incaponiscono a farsi saltare in aria sui ponti per impedire ai russi di procedere (e poi, diciamolo, Putin ha fatto anche cose buone)? Perché su quell’inutile isolotto insultano il nemico e si fanno sterminare dopo che gli è stato chiesto, educatamente, di arrendersi? Perché improvvisamente vogliono fare tutti gli eroi? Cosa pretende da noi questo popolo di camerieri, di badanti, di amanti e di nazisti? Vogliono forse costringerci al freddo, al buio e privi di benzina? Proprio adesso che, finita la pandemia, potevamo finalmente goderci i nostri meritati weekend, questo assaggio di primavera e il campionato di calcio che entra nel vivo? Non sanno questi ucraini, egoisti che non sono altro, che i loro spericolati soldatini, le loro case sventrate dai missili, le loro famiglie accasciate nei sotterranei della metro, e quel premier con la barba lunga, disturbano la nostra cattiva coscienza? Perché non si arrendono e basta?

 

Ci sono i cantieri e non gli “umarell” Pensionati di tutto il mondo, unitevi!

Nel paesello in cui risiedo si sta verificando un evento che definire di eccezionale portata non mi pare esagerato. È infatti tale che, una volta giunto a conclusione, cambierà non poco la faccia che il paese offre ai suoi abitanti, ai turisti e al lago che gli sta di fronte. Poiché laddove fino a pochi mesi fa correvano marciapiedi che denunciavano età e usura, di qui a qualche tempo ce ne sarà uno solo, compatto e uniforme, composto da eleganti sampietrini che vengono messi a dimora uno per uno con raffinata abilità e altrettanta perizia degli addetti ai lavori. È una piccola rivoluzione che fa parlare chiunque. C’è chi è d’accordo e chi invece storce il naso, normale amministrazione in casi siffatti. Ciò che stupisce invece è che in tale impresa manca una componente fondamentale e la colpa non è della municipalità che l’ha messa in cantiere. Attorno ai lavoranti infatti non c’è nemmeno l’ombra di un pensionato che nella classica postura un filino ingobbita, le mani dietro la schiena, lo sguardo attento, si lascia scappare di tanto in tanto un commento che nelle orecchie dei posatori entra ed esce senza lasciare traccia. Mi dico che non è possibile perdere un’occasione che permette di occupare le ore vuote di mattina e pomeriggio, fatta salva la pausa pranzo. E forse sarebbe il caso di lanciare un appello non solo a quelli nostrani, ma allargato, sorta di “Pensionati di tutto il mondo unitevi!”. E naturalmente, magari a piccoli gruppi, dandovi il cambio, fatevi un giro qui! Perché non è solo questione di poter assistere a un irripetibile spettacolo senza pagare alcun prezzo. Di estetica piuttosto, poiché più guardo quei lavori, più mi convinco di essere come davanti a un quadro che, senza l’indispensabile presenza di un gruppetto di pensionati, manchi della sua cornice. E infine confesso che ho la mia bella convenienza se l’appello andrà in porto. Potrò infatti tacitare il senso di colpa che mi spinge ad abbandonare la posizione quando, dopo un po’ che osservo, mi fa sentire usurpatore di un ruolo che per il momento non posso interpretare visto che ancora pensionato non sono.

Dopo Dudley, ora è arrivato Franklin a devastare il Nord

In Italia. Il fronte freddo di lunedì 21 febbraio ha generato venti forti e temporali con grandine in Romagna, Toscana e Lazio. Martedì le piogge si sono concentrate al Meridione, poi una parentesi serena e troppo tiepida ha interessato tutte le Regioni mercoledì-giovedì con 20 °C ad Ancona, Olbia e Latina, oltre 5 °C sopra il normale. Venerdì un altro fronte da Nord ha innescato un episodio invernale che – sostanzialmente l’unico significativo di questa stagione – sta determinando copiose nevicate a quote di collina al Centro-Sud. Precoci temporali venerdì pomeriggio al Nord-Est e in Emilia-Romagna, con forte bora e neve in calo a 300 m, mentre ancora una volta il Nord-Ovest è rimasto a secco: le prime analisi mostrano il trimestre dicembre-febbraio come il più mite e asciutto in 220 anni di misure a Torino insieme al caso del 1989-90, con anomalie di +1,2 °C nelle temperature e -85% nelle precipitazioni. Stessa situazione nella vicina Svizzera ticinese, e la siccità insisterà anche a inizio marzo.

Nel mondo. La tempesta nord-atlantica Franklin, dopo Dudley ed Eunice, tra domenica 20 e lunedì 21 è stata la terza in una settimana a colpire l’Europa determinando inondazioni nel Regno Unito, vento a 130 km/h a Ostenda (Belgio), black-out elettrici e due vittime in un’auto sbalzata in mare in Normandia. Sono situazioni ricorrenti negli inverni con forti gradienti di pressione tra gli anticicloni intorno a Gibilterra e le depressioni presso l’Islanda, come accaduto anche nel 1990 e 2007. Gli ultimi giorni sono stati molto caldi nell’Est degli Usa, in Africa occidentale e su gran parte dell’Eurasia, record nazionale per febbraio sfiorato in Senegal (44,2 °C) e superato in Pakistan (38,5 °C), notevoli pure i 21 °C di New York e i 24 °C della sponda caucasica del Mar Nero. Inoltre, al termine dell’estate australe, l’estensione del ghiaccio marino intorno all’Antartide è ai minimi per il periodo in 43 anni di misure satellitari, mancandone un terzo rispetto alla media. Un freddo anomalo riguarda solo Canada e Midwest, -42 °C al confine tra Minnesota e Manitoba. Il Madagascar è martoriato da un’insolita sequenza di cicloni tropicali: pur senza far vittime, Emnati ha investito con venti fino a 200 km/h le zone già funestate da Ana, Batsirai e Dumako nelle settimane scorse. Siccità estrema nella penisola iberica, le dighe spagnole invasano appena il 44% della loro capacità, inoltre nel Nord dell’Argentina, reduce da un’estate tra le più calde e secche della sua storia, vasti incendi hanno bruciato fattorie, pascoli e riserve naturali, proprio mentre il programma ambientale Onu diramava il report Spreading like wildfire: vi si attesta il ruolo del riscaldamento globale nell’amplificare la frequenza e la gravità dei roghi anche in zone che ne erano quasi esenti come l’Artico, penalizzando lo stoccaggio di carbonio atmosferico (gas serra) negli ecosistemi. Negli anelli di accrescimento degli alberi, datati e studiati tramite la dendrocronologia, sono scritti migliaia di anni di cambiamenti climatici e ambientali e i loro intrecci con la società umana, tra siccità, periodi caldi e freddi, carestie e collassi di culture passate. Valerie Trouet, eccellente paleoclimatologa all’Università dell’Arizona, li analizza da vent’anni, e nel libro Gli anelli della vita (Bollati Boringhieri) racconta un’avvincente storia del mondo impressa nel legno. Compie mezzo secolo il celebre rapporto I limiti dello sviluppo pubblicato nel 1972 dal Mit di Boston per il Club di Roma, su ispirazione di Aurelio Peccei (www.clubofrome.org/ltg50/): se avessimo ascoltato quegli scienziati che avvisavano dei pericoli della crescita illimitata e della conseguente crisi di risorse, biodiversità e clima – rallentando la corsa di popolazione e consumi – forse oggi non saremmo sull’orlo di una nuova guerra mondiale.

 

La pagliuzza e la trave. Per togliere le schegge serve il collirio dell’umiltà

Immaginiamo di chiudere i nostri occhi. Immaginiamo di prendere una mano e di guidare i movimenti di una persona che pure ha gli occhi chiusi in un luogo ignoto. Che cosa accadrà? Che cosa si proverà? Comprenderemmo il bene prezioso che è la vista delle forme e dei colori, avvertiremmo la spontanea solidarietà di due ciechi che, a tentoni, si avventurano tra le cose. Immaginiamo ora, sempre tenendo gli occhi chiusi, di sentire la nostra mano tirata da un’altra persona che non vede, e con la pretesa sicura di guidarci. Quale sarebbe il sentimento? La precarietà, l’incertezza, la vanità del gesto pericoloso.

Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?, dice Gesù. Parla di una persona che, pur non vedendo, si erge a guida sicura. Si muove alla cieca, ma pretende di orientare gli altri. Gesù è duro con le “guide” che non parlano per esperienza vissuta, per misericordia sperimentata, per grazia accolta.

Gesù parla degli occhi perché essi ci permettono di guardare oltre noi stessi, orientano nel mondo, ci fanno scegliere le strade. C’è una cecità interiore che non solo irrigidisce, ma fa cadere. E così prosegue: Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? La pagliuzza – termine che significa anche scheggia –, è una cosa minuscola, un pezzettino di trave. Certo, se si innesta nella carne dà fastidio e può infettare. Chi è pronto al giudizio aggressivo ha il microscopio per vedere la scheggia che appanna l’occhio dell’altro, e non si rende conto dell’enormità di una trave nel proprio bulbo oculare. E soprattutto non può aiutare chi gli è accanto a togliersi la scheggia molesta.

Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello, afferma Gesù. L’ipocrisia consiste nell’avere parametri di giudizio rigidi per gli altri facendo a meno di applicarli a se stessi. La salvezza si tramuta in condanna, l’aiuto in rappresaglia.

Per togliere la scheggia dell’occhio del vicino occorre il collirio dell’umiltà. Vedere bene significa ammettere la propria debolezza e il proprio limite, ma anche essere in grado di valutare gli altri con occhi puri senza far pagare loro il prezzo delle nostre rigidità e dei nostri fallimenti.

Dopo aver parlato dell’occhio, Gesù cambia immagine e si rivolge ai frutti della terra e afferma che non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ciò che faccio scaturisce da ciò che sono spontaneamente. Come non si deve essere ciechi della propria cecità, non ci si può illudere della propria bontà: ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. Di che legno sono fatto? Dove affondano le mie radici? Nel terreno brullo e senza umore o nella terra buona e fertile? Queste parole di Gesù ci portano, per mezzo dell’esame dei nostri poveri frutti, a desiderare umilmente la grazia di un innesto buono, che ci renda capace di produrre frutti succosi e gustosi.

E Gesù uomo esplicita che i frutti dell’uomo sono espressione della sua bocca che è legata intimamente al cuore. Così parla di un uomo buono che dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene, e di un uomo cattivo che dal suo cattivo tesoro trae fuori il male. Infatti, la sua bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Il contenuto del cuore si sversa nella parola e da lì trabocca. Dalle nostre parole capiamo chi siamo.