Un paese di santi, eroi e generale figliuolo

Ormai lo abbiamo capito: al Gen. Com. Francesco Paolo Figliuolo non manca la capacità di persuasione. Inguaribile ottimista, ogni volta che cambia versione sul piano vaccinale riesce a far credere a tutti che l’ultimo annuncio sia quello giusto. E in questo di certo lo aiuta la gran parte della stampa italiana, che da subito si è approcciata a Figliuolo con la stessa estasi mistica del telecronista Victor Hugo Morales di fronte al gol del secolo di Diego Armando Maradona: “Da che pianeta vieni, generale cosmico?”.

Da che pianeta viene, questo Figliuolo che ci ha presi per mano dopo la cacciata di Domenico Arcuri e giura di tirarci fuori dalla pandemia entro la fine dell’estate? Classe 1961, nato a Potenza, “figlio del popolo” per autodefinizione, frequenta l’Accademia militare a Modena e a 25 anni prende servizio nella caserma di Saluzzo, nel Cuneese, che Totò ha reso immortale fucina di uomini di mondo. E infatti Figliuolo, che in Piemonte diventa comandante degli alpini, a fine millennio vola all’estero, guidando l’unità in missione prima a Sarajevo e poi in Kosovo, nell’enclave di Goradzevac.

Il tutto mentre prende tre lauree: Scienze politiche a Salerno, Scienze strategiche a Torino e Scienze internazionali a Trieste. Merito di quello che alla Stampa definisce “pensiero parallelo”. Non è chiarissimo se il pensiero parallelo sia una sorta di pensiero laterale o se sia da contrapporre a un fantomatico pensiero ortogonale, certo è che i filosofi greci erano arrivati a disquisire di pensiero circolare, ma su altri generi della geometria Figliuolo risulta avere il copyright, qualunque cosa significhino.

Nel 2004 il Nostro comanda il contingente italiano in Afghanistan, poi rientra in patria, a Torino, dove nel 2009 diventa vice comandante della Brigata Tauriniense e nel 2011 è promosso a comandante. Qui, in un’intervista, si lascia andare: “Ho dato tre parole d’ordine: disciplina, addestramento e alpinità”. Che sarebbe l’orgoglio di sentirsi alpino, concetto che Figliuolo declina con generosità. Una volta, in un incontro pubblico con l’astronauta Paolo Nespoli, lo elogia di fronte ai cronisti: “Anche lui è militare, viene dalla Folgore. Lui è abituato a lanciarsi dall’alto, e noi siamo abituati a salire”.

Poi c’è di nuovo il Kosovo, chiamato nel 2014 a guidare le forze della Nato, e la carriera nella logistica dell’Esercito: Capo Ufficio Logistico degli alpini, Capo Reparto Logistico dello Stato maggiore, Comandante logistico dell’Esercito. Da qui gli infiniti nastrini incollati alla divisa: sono 27, tra cui quello di Ufficiale della Legion of Merit degli Usa e la Croce d’oro d’onore della Bundeswehr. E non si può dire che Figliuolo lesini sulla loro esposizione, dato che non si perde una visita senza l’adorata divisa militare. Ieri, per esempio, era all’inaugurazione del- l’hub vaccinale della Fondazione Ferrero, ad Alba. “Se vado sul campo, indosso la divisa”, dice lui, sempre “zaino in spalla, freno a mano tirato e strada in salita”. Pare sia “il modo di intendere la vita” degli alpini, anche se qui sembra più un modo per indorare la pillola di un piano vaccinale a rilento.

Anche perché il Generale, in carica da marzo, inizia promettendo 500 mila somministrazioni al giorno per “la metà di aprile”, cioè ieri, poi il traguardo si sposta a una generica “seconda decade”, poi alla “terza settimana”, a “fine mese” e ora chissà: “Riusciremo a centrare l’obiettivo delle 500 mila vaccinazioni al giorno”. Finale aperto.

Non è chiaro poi vaccinando quali categorie ci si arrivi, visto che pure su questo il Generale sembra confuso. A marzo va in tv e scandisce il suo più celebre motto: “Bisogna vaccinare chiunque passi di lì”. I primi ripensamenti arrivano 15 giorni più tardi, quando mette in guardia dal “nepotismo” e firma un’ordinanza per dare priorità assoluta agli anziani. Ora, come nulla fosse, butta lì che a breve “potremo vaccinare anche la fascia 30-59 anni, anche valutando le mansioni e l’esposizione al rischio”. E il nepotismo? Menomale che “le persone hanno bisogno di certezze e bisogna essere chiari”. Poi l’epifania: “Procederemo a parallelo multiplo”. E tutti quelli che non hanno capito si dotino di pensiero parallelo, per favore.

Il portavoce di Solinas al pranzo sardo proibito

Al “banchetto” proibito (perché avvenuto mentre la Sardegna si trovava in zona arancione) dei ras della politica e della sanità sarda del 7 aprile scorso alle Nuove Terme di Sardara, era presente anche Mauro Esu, il portavoce del presidente Christian Solinas. Come molto vicini a Solinas sono altri tre commensali scoperti ieri: il dg dell’assessorato agli Enti locali Umberto Oppus, l’ex dg di Abbanoa, Sandro Murtas, e l’amministratore straordinario della provincia di Sassari, Pietrino Fois. Ad arricchire la lista dei 40 potenti del meeting clandestino è stato martedì il comandante regionale dei Forestali, Antonio Casula, interrogato per tre ore dal pm Giangiacomo Pila della procura di Cagliari, titolare del fascicolo aperto (per ora contro ignoti) sulla riunione che sta sconvolgendo l’isola. Ieri invece al palazzo di giustizia si è presentato il colonnello Marco Granari, comandante del 151° Reggimento della Brigata Sassari (anche lui uno dei commensali).

Nomi pesanti perché sconfessano il presidente Solinas, che, quando scoppiò la bomba, negò di esserne a conoscenza. “Gli elementi che conosciamo oggi (ieri, ndr) cambiano la questione – ha detto Massimo Zedda – al pranzo di Sardara c’era il portavoce del governatore che aveva dichiarato di non essere parte della comitiva”. Per l’ex sindaco di Cagliari, “o il presidente è connivente, oppure deve cacciare Esu”.

Del resto appare inverosimile che il braccio destro di Solinas, un mercoledì lavorativo, vada a una riunione col gotha dell’apparato politico-amministrativo del centrodestra sardo, senza che Solinas lo sapesse. “E resta da chiarire il motivo del ‘Sardaragate’”, aggiunge Zedda, “di cosa hanno parlato i presenti? Probabilmente della ‘legge del poltronificio’ (la legge 107, che crea 65 nuove poltrone in Regione, dal costo di 6 milioni di euro, ndr)”. Fino a oggi, però, Solinas ha taciuto.

E mentre in regione si litiga, la campagna vaccinale arranca: “Non esiste l’indispensabile organizzazione logistica che consenta la consegna dei vaccini ai medici di generale. Di fatto, questo ci rende impossibile partecipare in modo efficace alla campagna vaccinale “, ha accusato ieri Umberto Nevisco, segretario regionale Fimmg.

Chi non arranca sono i pm che indagano sui furbetti del vaccino. “C’è stata una corsa al volontariato, ma poi in ambulanza o ad accompagnare una persona fragile a fare il vaccino non è andato nessuno”.

Così il procuratore di Oristano, Domenico Ezio Basso, a commentato ieri l’operazione del Nas “Saltafila” che ha fatto finire nel registro degli indagati per abuso di ufficio e peculato, 11 medici e 4 infermieri. Avrebbero dato dosi Pfizer a chi non ne aveva diritto. Dalle indagini è emerso che alcune persone, pur di ottenere il vaccino, si sono iscritte ad associazioni di volontariato, ma di fatto non hanno mai prestato servizio.

Non solo, i Nas hanno anche scoperto irregolarità nei “consensi informati”. I documenti – dove viene riportato il tipo di vaccino inoculato – spesso riportavano l’uso di AstraZeneca, mentre veniva dato Pfizer. Per Basso si tratterebbe di un “favore” fatto ad amici e parenti dei sanitari, che ha portato alla riduzione dei vaccini Pfzer disponibili per le categorie a rischio.

Monoclonali col buco: chi è già in ospedale non può essere curato

“In tre settimane non un calabrese è stato curato coi monoclonali”. Lo garantisce il direttore del reparto malattie infettive dell’Ospedale metropolitano di Reggio Calabria. E può ben dirlo, perché ha fatto lui l’unica richiesta di una terapia, salvo doverla poi cancellare per un problema che è più d’un cavillo: per averla devi andare in ospedale previo appuntamento e magari in ambulanza, se però già ci sei allora non la puoi avere. “L’avevo prescritta per un ragazzo trapiantato di midollo che ne ha grande necessità” si rammarica Giuseppe Foti, da otto anni direttore dell’unità operativa del più grande ospedale della Calabria. “Abbiamo altri pazienti che rispondono perfettamente al criterio clinico ma non possiamo infondergli le terapie perché da ospedalizzati risultano “ineleggibili al trattamento”. Così la farmacia ospedaliera non dispensa la cura”. La testimonianza risolve un piccolo giallo locale ma aggrava il buco nero nazionale in cui sembrano finiti, insieme ai vaccini, gli anticorpi che tante speranze hanno suscitato. Lunedì il Fatto ha pubblicato i dati delle richieste di farmaci pervenute all’Aifa a tre settimane dalla distribuzione. Evidenziavano forti differenze tra regioni e un numero risibile a livello nazionale: meno di 2 mila dosi sulle 40 mila distribuite negli ospedali.

In fondo alla classifica c’era proprio la Calabria con una sola richiesta. Perché mai una soltanto, se è la seconda regione del Sud per contagi? “Abbiamo sei centri autorizzati, ciascuno ha ricevuto 50 dosi ed è tutto pronto”, assicura al Fatto il commissario Guido Longo. Peccato siano ancora tutte nei frigo. Andando a caccia dell’unica segnalata dal monitoraggio si scopre che non c’era manco quella: è stata cancellata, la Calabria stava a zero. Il giallo è risolto, resta il nero che inghiotte le cure. La platea cui vengono negate, spiega Foti, è potenzialmente molto vasta. Affetti da insufficienza renale grave, immunodepressi, diabetici, cardiopatici etc. Sarebbero tutti eleggibili all’infusione sul piano clinico ma di fatto non sono trattabili. “Nel momento stesso in cui ho scritto che il paziente è ricoverato la scheda Aifa mi ha negato l’autorizzazione. Nel mio caso era un giovane immunodepresso del Centro trapianti precocemente diagnosticato Covid-19. Sprovvisto di difese immunitarie com’è ritenevo quanto mai opportuno dargli gli anticorpi. Ma non potevo bypassare l’autorizzazione o scrivere un falso, così ho dovuto cancellare la richiesta, alla fine non li ha avuti. Trovando la cosa grave, ho parlato con lo Spallanzani e segnalato il problema alla direzione dell’Aifa da cui aspetto risposte”.

Per il direttore del reparto il vulnus chiama in causa proprio l’Agenzia del Farmaco. “Quando ha autorizzato Bamlanivimab e Regeneron si è rifatta agli studi pubblicati sul New England Journal of Medicine che erano condotti su pazienti domiciliari trattati in ospedale negli Usa. I trial clinici avevano evidenziato l’efficacia sui pazienti a rischio precocemente trattati, non quando la malattia è ormai severa, quelli in ossigeno terapia per capirci. A mio avviso Aifa ha però commesso un errore escludendo tutta la categoria degli “ospedalizzati”, compresi quelli che vengono portati qui dal 118 con altre patologie e scoprono di avere il Covid. Probabilmente sono i maggiori beneficiari del trattamento, ma non possiamo darglielo. Questo pone anche un tema di responsabilità verso i pazienti non trattati che sviluppano una malattia più severa. Qui noi lo abbiamo toccato con mano”. Per quanto a rilento, le altre regioni non sono a zero. “Evidentemente c’è un organizzazione territoriale che funziona e medici di base più sensibilizzati al problema. Nel Sud purtroppo non è così e questo ulteriore impedimento sui ricoverati certo non aiuta”.

Proprio la lentezza con cui procedono i trattamenti nei 368 ospedali autorizzati dall’Aifa ha convinto il presidente Giorgio Palù che sia necessario cambiar strada. Nella riunione di ieri ha posto all’ordine del giorno la redazione delle linee guida per la somministrazione domiciliare di vaccini e anticorpi che latitano da inizio pandemia. Potrebbero dare l’impulso che manca a entrambe le campagne, azzoppando il virus anziché le cure.

Il “Covid party” delle Regioni: “Aperture anche in zona rossa”

L’unica certezza è che nella cabina di regia presieduta oggi dal premier Mario Draghi, a cui seguirà conferenza stampa del premier, si parlerà del cronoprogramma per le riaperture. Insieme al Cts saranno analizzati i dati dei contagi, delle terapie intensive, dei decessi e della campagna vaccinale: in base a questi si deciderà quando e cosa riaprire. Draghi vorrebbe dare un segnale di ritorno alla vita già da fine mese ma qui sta il problema: il governo è diviso sui modi e sui tempi. Il centrodestra, Lega e FI, vorrebbe riaprire tutto già dalla prossima settimana nonostante i 380 morti di ieri, ma il fronte rigorista Pd-M5S-LeU chiede “prudenza” e di partire da maggio. Un punto di mediazione potrebbe essere il 26 aprile. Ipotesi però che costringerebbe il governo a modificare il decreto del 31 marzo che aveva chiuso l’Italia fino a fine mese. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ieri lo ha ripetuto alla Camera. Dopo aver chiarito sulla “sicurezza” del vaccino AstraZeneca per gli over 60 e di poter “usare presto Johnson&Johnson”, Speranza ha spiegato che “serve una road-map di allentamento graduale delle restrizioni”, con “prudenza e senza fare “scelte azzardate” in vista dell’estate perché “le terapie intensive sono piene al 41%” nonostante l’Rt sia in calo da tre settimane. E negli ultimi giorni la frenata dei contagi sembra essersi esaurita con una nuova fluttuazione verso l’alto.

“Le misure di chiusura sono sempre state approvate all’unanimità in Cdm – ha detto Speranza riferendosi a Salvini –, non possiamo continuare a chiamare eroi i nostri medici e poi fare il contrario di quello che ci chiedono”. Un attimo dopo è arrivata la risposta di Salvini che, dopo aver chiesto la riapertura già dalla prossima settimana, ha attaccato: “Speranza ignora i sacrifici degli italiani, ma governare con lui è necessario per incidere sui fondi Ue – ha detto il leader della Lega – Dimissioni? Il tempo sarà galantuomo”. Il governo intanto è diviso con il ministro Giancarlo Giorgetti (Lega) che chiede di “riaprire già dalla prossima settimana” e Andrea Orlando (Pd) che invece non vuole “date sparate a caso”. Nel frattempo FdI ha annunciato che sta raccogliendo le firme per la mozione di sfiducia nei confronti di Speranza definito “non all’altezza”, “impreparato sul piano pandemico” e, si legge nel testo, responsabile di una gestione della pandemia fatta di “confusione, ritardi ed errori”. Mozione che spacca il centrodestra: Lega e FI difficilmente potranno sostenerla senza mettere in crisi il governo. Il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari “vuole leggere la mozione” prima di appoggiarla ma comunque “non vuole la testa di Speranza” ma che “cambino le sue politiche”. La Lega però dice sì con FdI a una commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia. L’ex premier e leader del M5S Giuseppe Conte ha difeso Speranza: “Metterlo in discussione significa indebolire il governo”. Ieri è stato anche il giorno della Conferenza delle Regioni, guidata dal leghista Fedriga (e appoggiato da Attilio Fontana e Giovanni Toti), che ha approvato le nuove linee guida per le riaperture.

La principale novità prevede la possibilità di riaprire bar, ristoranti, palestre, piscine, cinema e spettacoli “anche in scenari epidemiologici definiti ad alto rischio”, ovvero in zone rosse, purché “integrate con strategie di screening/testing”. Ergo: tamponi pagati dai cittadini stessi. Poi i governatori individuano altre regole: due metri di distanza dei tavoli al chiuso e uno all’aperto, vietata la consumazione al bancone dopo le 14 e sì ai buffet ma con mascherina e senza toccare i cibi. Per le Regioni anche piscine e palestre possono riaprire con distanziamento (2 metri per le palestre, 7 per le piscine). Stesso discorso per cinema e spettacoli (solo posti a sedere a un metro l’uno dall’altro), concerti e teatri dove i musicisti dovranno rispettare la distanza mentre gli attori dovranno usare la mascherina quando troppo vicini. Non mancano regole bizzarre: al bar si potrà giocare a carte ma i mazzi devono essere “sostituiti con frequenza”, in piscina “è vietato sputare, soffiarsi il naso, urinare in acqua” mentre, ai concerti, per gli ottoni ci sarà “una vaschetta per la raccolta della condensa, con liquido disinfettante”.

Le Grandi Manovre

Dopo averlo un po’ bistrattato, diamo la parola al generalissimo Figliuolo, non prima di aver celebrato il suo ultimo trionfo sul campo: ha cinto d’assedio ed espugnato la redazione de La Stampa, che peraltro non ha opposto resistenza. Però, nella visita guidata dal direttore Giannini (in borghese), gli ha dedicato un ritratto-colloquio di rara ferocia. “L’uomo che gira l’Italia in divisa ha un pensiero fisso: ‘Dobbiamo uscire da questa situazione’”. Giusto, sante parole, bene-bravo-bis. “Un’altra giornata vissuta di corsa”, incalzano i due intervistatori de La Stampa occupata, col fiatone: “batte l’Italia senza sosta”, “è operativo, sta sul campo”, associa “la fermezza del militare, lo schematismo dell’ingegnere e la sensibilità dello psicologo” (perbacco). E Lui, scattante: “Sempre zaino in spalla, freno a mano tirato (il che spiega molte cose, nda) e strada in salita”. Qualunque cosa voglia dire. I due segugi ripartono all’attacco: “Incontri in rapida sequenza, operativi, coinvolgere, viaggiare, osservare, ascoltare, individuare”. E “pochi annunci”, anzi nessuno, anzi uno: “17 milioni di dosi a maggio, una potenza di fuoco superiore alle 500 mila al giorno”. E qui vien da grattarsi, visto che in uno dei proverbiali non-annunci ce le aveva promesse già un mese fa per metà aprile, cioè per oggi.

Ma lui è già oltre e non-annuncia il nuovo piano: “Dal 10-15 maggio vaccinazioni in azienda. Si andrà in parallelo multiplo”. Non singolo: multiplo: e lì, attenzione, “possiamo anche decidere di vaccinare in contemporanea la fascia 30-59 anni” cioè “farli tutti insieme, ovviamente dando priorità a chi è più anziano”. I concetti di “tutti insieme” e “priorità agli anziani” parrebbero in contraddizione, ma non per chi viaggia “in parallelo multiplo”. Che poi vuol dire ’ndo cojo cojo. Tipo “vaccinare chi passa”, ma guai se qualcuno passa, saltafila senza coscienza che non è altro. Lui peraltro s’è già portato avanti: a soli 59 anni, “ho fatto Astrazeneca e sono stato benissimo”. Beato lui. “La seconda immagine – lo frustano i due watchdog, sempre a passo di carica – è anglosassone: Keep it simple, falla semplice”. Falla non nel senso di buco, ma di verbo. Obiettivo: “Consegnare al presidente del Consiglio la valigetta dei bottoni”. Prego? “Non per far partire un razzo, ma tutti i vaccini possibili”. Ah, meno male, chissà che credevamo. Sul finale chiarisce anche perché l’hanno scelto: “Sono dotato di pensiero parallelo” (non dice se multiplo o singolo) e “faccio cose normali: litigo anche con mia moglie” (dotata di pensiero meridiano). Ma sopratutto – chiosano i due segugi trafelati – “nel 1985, con il grado di tenente, ha preso servizio nella caserma Musso di Saluzzo”. E tanto ci voleva! Ha fatto tre anni di militare a Cuneo. Come Totò.

Da Flaiano a Villaggio e Benni: con Solenghi la risata è “nobile”

Ha da poco festeggiato la bellezza di cinquant’anni di carriera. Un viaggio lungo mezzo secolo nella storia dello spettacolo e della comicità italiana, dagli esordi allo Stabile di Genova all’approdo in Rai, dall’indimenticata epopea del Trio con Massimo Lopez e Anna Marchesini (“ci bastava alzare un sopracciglio per capirci”) alle ultime tournée e alla partecipazione a Ballando con le stelle.

È un altro viaggioquello che Tullio Solenghi compie per il nuovo appuntamento di Tutta scena – Il teatro in camera, l’iniziativa di TvLoft che sta facendo vivere il palcoscenico sugli schermi virtuali dallo scorso febbraio. Disponibile da oggi in streaming e firmato insieme al regista Sergio Maifredi – presidente e direttore artistico del Teatro Pubblico Ligure che cura la produzione – La risata nobile. Da Aristofane ad Achille Campanile è un lungo itinerario nella storia della commedia, “un bignami di letteratura comica” volto a restituire il rango che merita al gesto più spontaneo e incontrollabile che esista.

Ne sono convinti i due autori: pur salutare e priva di effetti collaterali, la risata rappresenta da sempre una rivoluzione; contiene un potere eversivo che la rende invisa ai potenti di turno. Umberto Eco scolpì il concetto nelle memorabili pagine de Il nome della rosa, dove, per mettere a tacere il potere ‘diabolico’ della commedia, si arriva addirittura a uccidere. Ed è la percezione di questa problematicità che ha reso la comicità un po’ la Cenerentola dell’espressione artistica. Ma la maestria dell’attore genovese vuole riscattarla e trasformarla in principessa.

Marziale e Catullo, Cecco Angiolieri, Ennio Flaiano, Stefano Benni, Enrico Vaime, Paolo Villaggio… Scorrono con Tullio Solenghi i tanti nomi dei grandi di tutti i tempi che hanno dato forma e corpo alla risata che rende liberi. Il cicerone che accompagna gli spettatori d’altronde non è da meno. Che si trattasse di interpretare papi, di rifiutare le avance delle tv di Berlusconi al Trio, di resistere alle sirene dei cinepanettoni o di rivolgere uno sguardo dissacrante alla politica, la libertà non è mai mancata. Così come le risate, che Solenghi porta in dote e fa vivere oltre i confini dell’età pensionabile, come ama scherzare: la pandemia lo ha sorpreso di nuovo in tour con Lopez, assieme al quale è comparso anche nel recente Ricomincio da Raitre, a sostegno del mondo dello spettacolo fermo per le restrizioni. Nel frattempo non ha disdegnato neanche le sfide di Ballando o Tale e quale. Ora lo sbarco su TvLoft. Instancabile. Se la risata è nobile, Tullio Solenghi ha il sangue blu.

Per quanto riguarda Tutta scena, ultimo appuntamento il 22 aprile con Lino Guanciale.

Che razza di America, chiusa nel loop della violenza bianca

È strano Due estranei, titolo italiano del ben più eloquente Two Distant Strangers, uno short film di Netflix scritto da Travon Free e da lui diretto con Martin Desmond Roe.

È strana, scioccante e spiazzante insieme, quest’operina di appena 32 minuti, candidata agli Oscar come Miglior cortometraggio (si saprà nella notte tra il 25 e 26 aprile): è strana, cioè straniera, ma qui lo Straniero ucciso a pistolettate per caso e noia, sulla spiaggia, siamo noi dall’altra parte dell’Oceano. Cose dell’altro mondo.

Che razza di Paese è quello intrappolato nella violenza casuale, folle, cieca di un’etnia ai danni di un’altra? Di un uomo bianco nei confronti di un uomo nero? Ah, l’America. Con quei suoi paradossi crudeli: da una parte il New York City Police Department con lo slogan “Cortesia, professionalità, rispetto”; dall’altra, il giovane di colore morto, che sanguina ancora la sua Africa, una pozza vermiglia e densa che gli cola giù dal petto.

Eccolo, Carter (Joey Bada$$), il protagonista di Due estranei, titolo che riprende un verso del fu Tupac Shakur: la pistola e i morti sono da mettere subito in conto. Carter, dunque, è un giovane cartoonist che, dopo una notte d’amore a casa di una coetanea (Zaria Simone), lascia il di lei appartamento al mattino per tornare a casa dal suo cane. Manhattan, esterno giorno: uscendo dal condominio, l’uomo è fermato, arrestato e strangolato da un poliziotto (Andrew Howard), in seguito a una lite e un fermo per futilissimi, se non inesistenti, motivi. Dettaglio: Carter è afroamericano; l’agente Wasp. E questo è un sogno, o meglio un incubo che si ripete cento volte, in un crescendo di violenza gratuita e folle: è un loop, un buco spazio-temporale, in cui il ragazzo e il poliziotto sono incastrati e incatenati l’uno all’altro, incapaci di scampare al proprio destino, l’uno di vittima, l’altro di carnefice… Sempre così, per mezz’ora di film, il cui finale, però, se non felice, è almeno conciliante e speranzoso.

Che strano: una tragedia di cui non si capisce neppure il senso tragico. Proviamo allora a compulsare le statistiche: negli Stati Uniti essere ammazzati durante un arresto della polizia è la sesta causa di morte per gli uomini di età tra i 25 e i 29 anni. Rispetto ai bianchi, gli afroamericani sono 2,5 volte più a rischio: circa uno su mille di loro verrà ucciso da un agente nel corso della propria vita. E le stime sono al ribasso, considerate la scarsità e la poca trasparenza dei dati dell’Fbi.

Ma è ancora tutto molto strano: perciò, chiediamo lumi alla letteratura, a uno dei padri dell’umanesimo americano che fu Henry David Thoreau (1817-1862): La casa felice ha appena licenziato la sua Apologia per John Brown, un lungo discorso pubblico che l’intellettuale tenne a più riprese tra il 1856 e il 1859 in difesa del guerrigliero antischiavista John Brown, un puritano austero, che si batté per liberare schiavi – quattro milioni all’epoca –, fomentando rivolte, anche armate. L’ultimo attentato nel 1859 gli costò la cattura e l’impiccagione. Alla Guerra di secessione mancavano solo due anni e alla conseguente abolizione della schiavitù poco più di un lustro.

“Noi conserviamo la cosiddetta pace della nostra comunità compiendo piccoli atti di violenza ogni giorno. Guardate il poliziotto con sfollagente e manette! E la prigione! E la forca! Noi speriamo solo di vivere sicuri, ai confini di questo esercito provvisorio. Così difendiamo noi stessi e i nostri pollai e conserviamo la schiavitù”, diceva Thoreau oltre 160 anni fa, sulla scorta della lezione di Brown: “Voglio che capiate che io rispetto i diritti della più povera e più debole gente di colore, oppressa dal potere schiavista… La questione deve ancora essere risolta – questa questione negra (“negro question”), voglio dire. La fine non è ancora arrivata”.

Neanche ora, pare: così anche nel corto di Netflix la carneficina non finisce, si ripete in una spirale infinita, dai contorni onirici e fiabeschi, ma anche fumettosi e infantili. Troppo bidimensionali sono i personaggi: bianchi e neri, cattivi e buoni, assassini e vittime… Finché la realtà non irrompe a svegliare dall’incubo, ma la realtà è ancor più da incubo: nei titoli di coda scorrono i nomi di tutti gli afroamericani uccisi dalla polizia negli ultimi anni, da George Floyd a Manuel Ellis. Manca solo Daunte Wright, freddato proprio nella notte in cui Netflix sparava il suo corto.

New York, un’amante zitella nel romanzo di Isaac Singer

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saac Bashevis Singer ammirava la capacità di sintesi biblica e considerava Marcel Proust troppo prolisso. I romanzi che ha scritto sono piuttosto brevi tranne La famiglia Moskat – suo primo titolo di successo – e Ombre sullo Hudson: una vasta narrazione collettiva sulla scia del fratello Israel, autore di saghe familiari come I fratelli Ashkenazi e La famiglia Karnowski, arrivate al grande pubblico in Italia grazie a Adelphi.

In Ombre sullo Hudson diverse vite si intrecciano tra colpi di scena da commedia nera dove gli ebrei sopravvissuti a Hitler sbarcano nella metropoli delle metropoli per incontrare quelli che sono già stati risucchiati dal luna park della modernità: “Dal punto di vista della Legge ebraica, la generazione moderna è fatta di bastardi concepiti quando le loro madri erano impure”. Fa da sfondo una New York ancora magica a cui la neve conferisce solennità e i ricchi ebrei festeggiano lo Shabbat su pile di cuscini con sfarzo orientale.

L’universo di riferimento è quello degli esuli dell’Est Europa di nuova o vecchia data, sospesi tra progresso e radici, assimilazione e isolamento, Vecchio continente e Nuovo Mondo, bisogno di stabilità matrimoniale e sete di avventure. La tensione narrativa generata da questo bipolarismo degenera in un corto circuito che dà luogo a desideri di fuga dalla società come in un altro bellissimo libro pubblicato da Adelphi, Il mago di Lublino.

Sempre grande la disinvoltura dell’autore nel passare dalla quotidianità all’assoluto, persino nelle cose più grigie e grette: “A Croton-on-Hudson Grein aveva una cliente, una zitella di ottant’anni” si legge in Ombre sullo Hudson. Era stata l’amante di un uomo che le aveva lasciato in eredità una casa. Discuteva con fervore di politica ed economia calcolando il valore delle sue azioni per i successivi vent’anni quasi avesse dimenticato che esiste una cosa chiamata morte: “Ogni volta che la incontrava, a Grein tornava in mente l’affermazione di Swedenborg secondo cui all’altro mondo le anime degli stolti passano il tempo a discutere, litigare, bere e fornicare. Chissà, magari giocavano anche in borsa. In un certo senso, l’attaccamento di quell’anziana zitella ai beni materiali era una dimostrazione dell’immortalità dell’anima”.

Anche in questo romanzo, apparso a puntate negli Anni Cinquanta sul giornale yiddish Forverts (Forward) e in uscita per Adelphi nella nuova traduzione di Valentina Parisi, non manca la seduta spiritica ma nella declinazione truffaldina in cui si vuole illudere il vedovo Stanislaw Luria che la moglie assassinata dai nazisti può parlargli attraverso una medium e la cenere può tornare carne seppure diafana ed evanescente. Siamo in un mondo incapace di imparare dai propri errori e diviso dalla Guerra Fredda dove molti ebrei vedono in Stalin non il Messia ma addirittura Dio. Scampato alla Shoah, Herman, il nipote del ricco e pio Boris Makaver, vuole andare in Unione sovietica. Lo zio cerca di fargli cambiare idea: “Gli uomini malvagi compiono azioni malvagie, neppure i comunisti ebrei si fanno scrupoli. Si denunciano a vicenda”.

Il dottor Solomon Margolin non se la passa meglio trovandosi scisso tra la richiesta di riconciliazione e gli scheletri nell’armadio dell’ex moglie tedesca. Lise lo aveva scaricato per mettersi con un nazista e come se niente fosse si ripresenta a New York con la figlia Mitzi. Chissà come lo avrebbe giudicato il vecchio Makaver: “Quando sentiva parlare di ebrei tedeschi rifugiati che scrivevano lettere a casa o tornavano in Germania per affari, tremava di paura. Che il mondo non si vendicasse dei tedeschi, e avesse dimenticato i sei milioni di martiri, significava solo che la generazione che lo popolava assomigliava a quella che aveva provocato il Diluvio”. Gli avrebbe preso un colpo.

Il destino dell’uomo in generale e dell’ebreo in particolare è espresso dalla riflessione di un’altra figura centrale del romanzo, Hertz Grein, consulente per una banca d’affari disperso tra varie amanti. Insomma quello che ragionava sull’eternità e la vecchia zitella: “Che cosa può essere più terrorizzante di un pezzo di materia che non riposa mai? Passano milioni di anni, e gli elettroni continuano a girare intorno ai protoni. Secondo il vecchio modo in cui concepivamo l’atomo, se non altro riposava. Il nuovo atomo che ci è stato rivelato, invece, continua a sbattersi come una cosa folle, a torcersi, a rivoltarsi senza fermarsi mai”.

Nelle vivissime ombre di Singer si riconoscono gli antenati dei personaggi di Woody Allen, ma ancora più tormentati e caustici: “Nei film russi ci fanno vedere dei trattori, e nei film americani dei gangster. E questo perché ciascuno mostra ciò che ha di meno. Se i russi facessero vedere tutti i loro gangster e noi tutti i nostri trattori, i film non finirebbero mai”.

Morto in cella Bernie Madoff, re della truffa

Il suo nome è sinonimo di truffa del secolo: Bernard Madoff è morto ieri nel carcere federale della Carolina del Nord mentre scontava una pena di 150 anni all’età di 82 anni. Classe 1936, originario del Queens, New York, Madoff da bagnino aveva intrapreso una carriera leggendaria a Wall Street, poi negli anni 90 era diventato presidente del Nasdaq. Ma la sua fama la deve al più grande schema Ponzi (piramidale) della storia: 65 miliardi di dollari in gestione per 370 vittime, tra cui anche il regista Steven Spielberg e l’attore Kevin Bacon. Arrestato nel 2008, nel 2009 ammette undici capi di imputazione a suo carico e finisce in carcere. L’anno scorso aveva presentato una petizione per il rilascio anticipato, motivo: un’insufficienza renale terminale e un’aspettativa di vita di 18 mesi. Una “ragione non sufficiente” visto “il crimine senza precedenti”, secondo il procuratore di New York per restituirgli la libertà. Proprietario di case sulla spiaggia, barche, attici a Manhattan, Madoff negli anni 60 aveva fondato la Bernard L. Madoff Investment Securities, ma nessuno è mai stato in grado di stabilire a quando risalgano le sue prime truffe finanziarie. In un’intervista alla Cnn del 2013 lui stesso sosteneva di aver iniziato nel 1987, per poi correggersi e far risalire lo schema Ponzi al 1992. Oltre al carcere, il Dipartimento di Giustizia, insieme a un fiduciario di Madoff ha recuperato parte del patrimonio per restituirlo alle vittime delle sue truffe. In più la Securities Investor Protection Corporation ha risarcito i truffati con assicurazioni pari a 600 milioni di dollari. Lui e sua moglie Ruth avevano due figli, entrambi impiegati nell’azienda paterna. Uno di loro, Mark, si è suicidato nel 2010.

Zaki, dal Senato ok a cittadinanza. La viceministra: scelta rischiosa

Il Senato chiede al governo di impegnarsi per conferire la cittadinanza onoraria a Patrick Zaki, il ricercatore egiziano detenuto da oltre anno al Cairo. Lo fa approvando un ordine del giorno tra gli applausi generali e a larghissima maggioranza: 208 sì, 0 contrari e 33 astenuti (tra cui gli eletti di Fratelli d’Italia), ma lo fa anche nonostante le perplessità del governo, espresse in aula dalla viceministra degli Esteri Pd, Marina Sereni: “L’attribuzione della cittadinanza italiana a Patrick Zaki si configurerebbe quale misura simbolica priva di effetti pratici a tutela dell’interessato”. Di più: “L’Italia incontrerebbe notevoli difficoltà a fornire protezione consolare al giovane, essendo egli anche cittadino egiziano, poiché prevarrebbe la cittadinanza originaria”. Insomma, c’è “il rischio di effetti negativi sull’obiettivo che più ci sta a cuore, ovvero il rilascio di Patrick”.

Eppure, come detto, la maggioranza preferisce non ascoltare i timori del governo e tira dritto, approvando un odg non vincolante, ma che comunque è considerato un modo per mettere pressione all’Egitto in questa vicenda. Più che la diplomazia, a prevalere è dunque il lato umanitario, complice la commozione per l’arrivo a Palazzo Madama della senatrice a vita Liliana Segre, che per ovvie precauzioni rispetto alla pandemia non partecipa spesso ai lavori d’aula, ma ha voluto essere presente per dimostrare la proprio sensibilità sul caso Zaky: “C’è qualcosa nella storia di Patrick che mi prende in modo particolare – sono le parole della senatrice a Radio Popolare – ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anche io e sarò sempre presente quando si parla di libertà”.

Oltre al conferimento della Cittadinanza, l’atto di indirizzo chiede al governo di sollecitare le autorità egiziane per la liberazione dello studente e di monitorare sia le condizioni di detenzione sia gli sviluppi processuali.