Regeni, altre prove: “Bugie degli 007 per depistaggio”

Le versioni di nuovi testimoni stringono ulteriormente il cerchio intorno alla morte di Giulio Regeni. E rafforzano le accuse della Procura di Roma che ha chiesto il processo per quattro agenti della National Security Agency, i servizi segreti egiziani. Una decina di persone si sono fatte avanti nelle scorse settimane. Lo hanno fatto attraverso canali consolari e lì, in Egitto, hanno reso la loro versione dei fatti. Queste testimonianze sono state verbalizzate e ora depositate dalla Procura di Roma in vista dell’udienza preliminare, fissata per il prossimo 29 aprile, del procedimento a carico degli 007 di al-Sisi.

Tra le nuove testimonianze c’è quella di un uomo che dice di essere diventato amico di Mohammed Abdallah, il capo del sindacato indipendente degli ambulanti del Cairo che ha denunciato il ricercatore italiano ai servizi egiziani. Le date in questa nuova deposizione sono importanti: il corpo di Regeni viene trovato il 3 febbraio di cinque anni fa lungo l’autostrada che dal Cairo porta ad Alessandria. Secondo la perizia medico legale svolta a Roma dal professor Vittorio Fineschi, però, il decesso del ricercatore è avvenuto tra il 31 gennaio e il 1º febbraio. Il nuovo testimone rivela che il 2 febbraio gli 007 sapevano della morte di Giulio, e per deviare l’attenzione da loro erano pronti a inscenare una rapina finita male. L’uomo riporta una versione de relato: dice che il 2 febbraio di cinque anni fa era con il sindacalista Abdallah. “Ho notato che era palesemente spaventato. Lui mi ha spiegato che Giulio Regeni era morto e che quella mattina era nell’ufficio del commissariato di Dokki in compagnia di un ufficiale di polizia che lui chiamava Uhsam (Helmi, uno dei quattro 007 indagati, ndr) quando quest’ultimo aveva ricevuto la notizia della morte e che la soluzione per deviare l’attenzione da loro era quella di inscenare una rapina finita male”.

Il sindacalista quindi avrebbe riferito al testimone di aver sentito l’ufficiale che al telefono parlava di deformare il corpo, in modo da offrire il sospetto che Regeni fosse stato rapinato, avrebbero accusato quindi qualche pregiudicato per poi far ritrovare alcuni effetti personali del ricercatore. Depistaggio che verrà inscenato realmente.

Questa testimonianza non è l’unica. Ce ne sono delle altre ora agli atti, come di coloro che sono entrati in contatto con gli agenti perchè fermati proprio nei giorni della scomparsa del ricercatore. I nuovi elementi raccolti dagli investigatori rafforzano l’impianto accusatorio.

I pm di Roma intanto attendono ancora l’elezione di domicilio degli agenti egiziani. Sabir Tariq, Mohamed Ibrahim Kamel Atar, Helmi Uhsam e Sharif Magdi Ibrahim sono accusati di sequestro di persona: secondo i magistrati hanno bloccato Regeni “all’interno della metropolitana del Cairo” per poi condurlo prima nel commissariato di Dokki e poi in un edificio a Lazougly dove lo “privavano della libertà per nove giorni”. Il solo Sharif è accusato anche di omicidio perché con “sevizie e crudeltà” cagionava a Regeni lesioni da cui conseguiva “un’insufficienza respiratoria” che lo ha portato alla morte.

Duhamel confessa: “Sono l’orco”

Olivier Duhamel ha confessato di aver abusato sessualmente del figliastro di 14 anni. Una confessione che arriva molto tardi, più di trent’anni dopo i fatti, ormai prescritti, e solo grazie all’immenso scandalo provocato dal libro-denuncia di Camille Kouchner, La familia grande, che ha spezzato l’omertà. Nel volume pubblicato a inizio anno, l’avvocato di 45 anni, figlia di Bernard Kouchner, ex ministro e fondatore di Medici senza frontiere, ha rivelato che il secondo marito della madre, un politologo molto conosciuto aveva abusato in modo sistematico del fratello gemello, “Victor”, solo un adolescente, per almeno due anni. All’epoca “Victor” (che preferisce restare anonimo) aveva condiviso il segreto con lei, ma per anni non ha voluto sporgere denuncia. Lo ha fatto solo il 26 gennaio scorso, mentre il libro scatenava un nuovo #MeToo in Francia, mettendo all’ordine del giorno il problema delle violenze sui minori e degli incesti, tanto da far evolvere la legislazione francese in materia di sanzioni per gli stupratori e di diritti delle vittime. Sin dal 5 gennaio la Procura di Parigi aveva aperto un’inchiesta per stupro su minori con l’obiettivo di individuare altre eventuali vittime. Sia Camille Kouchner che il fratello sono già stati convocati dagli inquirenti. Duhamel è stato interrogato martedì scorso dalla Brigata per la protezione dei minori e ha ammesso tutto, ma “con difficoltà”, ha fatto sapere una fonte giudiziaria. A causa della prescrizione, non potrà mai essere né processato né condannato per gli abusi commessi, rimasti un segreto troppo a lungo. Di questo segreto in realtà erano al corrente in tanti in famiglia e tra gli amici, nella società bene di Parigi dei primi anni 80. Nel pieno dello scandalo, l’ex deputato europeo e costituzionalista si era dimesso da tutte le sue funzioni, lasciando anche la testa della Fondazione del prestigioso ateneo parigino Sciences Po. Lo scandalo aveva finito col coinvolgere anche il direttore di Sciences Po, Frédéric Mion, che era al corrente dell’incesto sin dal 2019 e, dietro le pressioni, aveva finito col dimettersi.

Sanità, Covid, infanzia: tutte le bugie di Johnson

Sono in tanti, anche in campo conservatore, a sostenere che Boris Johnson abbia una concezione molto elastica della verità, ovvero sia un bugiardo patologico che piega i fatti alla propaganda o al bisogno di piacere fin da quando, da giornalista, ha allegramente tradito il mandato professionale di accuratezza. C’è chi cerca di dimostrarlo, magari sperando che questo scalfisca il consenso ampio di un governo che, dopo una prima lunga fase di gestione disastrosa della pandemia, sembra aver vinto la guerra contro il virus. L’ultimo a provarci è Peter Stefanovic, ex avvocato specializzato in cause per negligenza medica, filmmaker, giornalista: in un video che, dall’agosto scorso, ha totalizzato 10 milioni di visualizzazioni, ha raccolto il meglio delle bugie di Boris al Parlamento, intervallate da brevi spiegazioni di verifica.

Le emissioni di Co2. Boris sostiene che, dalla vittoria elettorale del 2010, il partito conservatore le abbia ridotte del 42% rispetto al decennio precedente. “Un risultato incredibile!”. Certo, perché falso, obietta Stefanovic: “Sono calate del 39% dal 1990 al 2018”. Calo sì, ma da ridimensionare, visto che è spalmato su più anni, e in parte è merito delle politiche ambientali dei governi laburisti precedenti.

La crescita economica. Per Boris dal 2010 l’economia è cresciuta del 73%. Balla grossa, di cui restano ignote le fonti. Dal 2010 alla fase pre pandemia la crescita risulta solo del 20%. Il 73% si riferisce ai decenni precedenti, a partire dagli anni Novanta, appunto a governo laburista.

Borse di studio per studenti di infermeria. Tema delicato in tempi di Covid, vista la carenza, cronica e preesistente, di infermieri nel servizio sanitario britannico. Boris dice che i Tories le hanno ripristinate: è falso. Il governo conservatore ha eliminato le borse di studio sostituendole con contributi di entità inferiore, senza intervenire sulle tasse universitarie, tuttora proibitive per molti studenti costretti a indebitarsi per anni.

Riduzione della povertà. Johnson rivendica un calo generale degli indici di povertà assoluta o relativa, sempre nell’era conservatrice iniziata nel 2010 con la vittoria a sorpresa di David Cameron su Gordon Brown, pari al miglioramento delle condizioni economiche per 400mila famiglie. I dati citati da Stefanovic parlano di una caduta nell’indigenza per 900mila persone, da 13,6 milioni nel 2010 a 14,5 milioni nel 2019. Un consistente aumento dei poveri, da collegare alle politiche di austerità e al taglio dei servizi di assistenza imposti dal partito conservatore dopo la crisi finanziaria del 2008.

Covid e app di tracciamento. Siamo nella prima fase dell’epidemia, e Boris è chiamato a rispondere del fallimento della app che dovrebbe tracciare contagi e test. Ammette il disastro, ma sostiene che il fallimento sia globale, e che nessun altro paese abbia avuto successo. Falso: in quel momento erano diversi i paesi con app funzionanti, e in alcuni casi risolutive.

Finanziamenti al Servizio Sanitario Nazionale. Tema delicato, visto che la promessa di maggiori fondi pubblici per l’NHS è stato al centro della campagna Vote Leave, il sì alla Brexit, di cui Boris è stato uno dei campioni. Parla di 34 miliardi di nuovi investimenti, e invece sono poco più di 20.

Sostegno all’infanzia. Boris dice, in termini generici, che i bambini poveri sono una priorità del suo governo. Che però ha aumentato l’assegno di mantenimento alle famiglie di soli 35 penny alla settimana, mentre ha tagliato altre forme di supporto.

Secondo il codice ministeriale, imprecisioni ed errori dei politici andrebbero corretti immediatamente, prima di venire cristallizzati negli atti parlamentari. Invece, in Parlamento come fuori, incluse le conferenze stampa governative riservate a pochi, giornalisti selezionati, se l’imperatore è nudo non lo grida nessuno.

Biden e Putin, vertice incerto. Il Cremlino: “Valuteremo”

Vladimir Putin non dice no a Joe Biden, che gli propone “vediamoci in un Paese terzo”, come il presidente russo già fece con Donald Trump a Helsinki il 16 luglio 2018, anche se la formula del ‘campo neutro’ richiama alla memoria il vertice dei vertici tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov a Reykjavik l’11 e 12 ottobre 1986. “È prematuro parlarne in modo concreto: è una proposta nuova, la esamineremo”, dice Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, senza però bocciare l’idea. “In effetti, nonostante le molteplici questioni su cui vediamo un disaccordo assoluto, dopo tutto, hanno parlato della necessità di cercare di comunicare e parlare tra loro, ma è molto importante assicurarsi che le parole corrispondano alle azioni”, ha detto Peskov ai giornalisti. L’incontro – è stato poi precisato – dovrebbe avvenire in un Paese europeo, non è escluso in Italia, anche se la Repubblica Ceca s’è già fatta avanti.

Un altro segno di interesse e disponibilità è l’invito rivolto all’ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, John Sullivan, a incontrare il consigliere diplomatico di Putin, Yuri Ushakov.

Passata forse la stagione delle parole forti – anche troppo, con il marchio di “assassino” appioppato a Putin in un’intervista –, Biden pare cercare il dialogo con la Cina e la Russia: il suo inviato per il Clima, John Kerry, è da ieri in Cina per sondare una linea di cooperazione; e i due presidenti di Stati Uniti e Russia hanno avuto martedì una telefonata piuttosto lunga, la loro seconda, ma la prima era stata sostanzialmente formale. La lista del contenzioso tra Usa e Russia è lunga e per toccare tutti i temi ci vuole molto tempo, pur se il Cremlino nega – ma è difficile crederlo – che la questione Navalny sia stata sollevata. Le fonti statunitensi e russe concordano che i due presidenti hanno parlato soprattutto del sussulto di tensioni nell’Ucraina orientale, ma pure di sanzioni, energia, disarmo con gli accordi nucleari da rinnovare.

A Putin, Biden ha chiarito che non allenterà la pressione delle sanzioni in vista del loro incontro.

Finisce la guerra “infinita”. Biden lascia l’Afghanistan

Joe Biden segue la linea di Donald Trump. Dopo venti anni, infatti, gli Usa si ritirano dall’Afghanistan, guerra scatenata nel 2001 dal repubblicano George W. Bush in risposta agli attacchi dell’11 settembre contro le Torri gemelle. Quella guerra, insieme all’aggressione all’Iraq, rappresentò il pilastro della strategia “internazionalista” degli allora neo-conservatori statunitensi che nel tempo hanno creato un terreno comune tra una parte dei Repubblicani e i Democratici, con la soddisfazione del Pentagono e del complesso militar-industriale.

Trump aveva rotto questo equilibrio con la sua politica sovranista e nazionalista e tutti pensavano che il ritorno dei Democratici alla Casa Bianca, con Biden, significasse il ripristino della politica internazionalista.

Il ritiro dall’Afghanistan, oltre a rappresentare dopo venti anni una “svolta epocale”, come dichiara il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, annunciando il rientro in patria anche dei circa 800 militari italiani, è una svolta anche da questo punto di vista. La decisione, infatti, non è presa solo dagli Stati Uniti, ma riguarda l’intera Nato e creerà conseguenze rilevanti sia nel quadrante asiatico sia nei rapporti globali. Il fatto, ad esempio, che Biden abbia annunciato la sede turca per il prosieguo dei colloqui con i talebani è un’indicazione che il “dittatore” Erdogan ha un ruolo cruciale nel pacchetto di mischia occidentale. E subito dopo il vertice Nato che ha ratificato la decisione, il Segretario di Stato, Anthony Blinken, ha annunciato ai principali Paesi dell’area che d’ora in poi l’Afghanistan sarà affar loro. Non a caso la Russia si dice preoccupata per una possibile escalation dopo il ritiro delle truppe americane. Ma gli Stati Uniti sembrano davvero voler concentrare risorse, uomini e forze su altri scacchieri e altre priorità. E la stessa competizione con la Cina non passa ora per l’occupazione dell’Afghanistan.

Biden ha annunciato che il ritiro avverrà già dal 1º maggio lo stesso giorno in cui, nel 2003, un improvvido Bush dichiarò, davanti ai marinai della portaerei Abrahm Lincoln, che la missione era accomplished, compiuta. Una delle tante trovate propagandistiche che, in qualche modo, Biden vuole richiamare con la scelta della data. Anche se, ha precisato, la decisione è stata già comunicata all’ex presidente che comunque è stato uno degli sponsor del neo-presidente in chiave anti-Trump.

“Sono il quarto presidente americano a presiedere una presenza di truppe americane in Afghanistan”, ha ricordato Biden e “non passerò questa responsabilità a un quinto presidente”. In Afghanistan “abbiamo raggiunto il nostro obiettivo consegnando Bin Laden alla giustizia un decennio fa… da allora le nostre ragioni per rimanere sono diventate sempre meno chiare”.

Il ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan non sarà “precipitoso”, ha assicurato Biden ma “responsabile, deliberato e sicuro”, e “coordinato con i nostri alleati e partner, che ora hanno più forze in Afghanistan di noi”. Quanto ai talebani, devono sapere “che se ci attaccheranno difenderemo noi stessi e i nostri partner con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione”. Dal canto suo, il presidente afghano Ashraf Ghani si è detto sicuro che “le forze di sicurezza e di difesa afghane sono pienamente in grado di proteggere il proprio popolo e Paese”. Ma questo, ovviamente, è tutto da verificare.

Negli Stati Uniti i Repubblicani, con il leader del Senato Mitch McConnell dicono che il presidente democratico “abbandona i nostri partner e si ritira di fronte ai talebani”, mentre il deputato Lindsey Graham ha definito il ritiro “un disastro annunciato, stupido e terribilmente pericoloso”. Critiche anche dai Democratici, con Jeanne Shaheen, della commissione Esteri della Camera, che si è detta “molto delusa”. Biden invece raccoglie consensi a sinistra, con Bernie Sanders, che definisce “coraggiosa e giusta” la sua decisione, ed Elizabeth Warren, che afferma di sostenere “con forza l’impegno del presidente”.

“I sostenitori della guerra senza fine da 15 anni dicono che se rimaniamo un po’ di più, i talebani rinunceranno e continueranno a dirlo per i prossimi 15 anni”, ha twittato il senatore dem, Chris Murphy.

 

Lo 007 di De Gaulle e il nemico Mattei

Nato il 5 febbraio 1920 a Pézenas (Hérault), ex studente della Scuola di aeronautica di Salon-de-Provence. André Thoulouze — scrive Le Monde — è stato, dal 1955 al 1958, addetto aereo presso l’ambasciata francese a Roma e, dal 1965 al 1966, capo di gabinetto del capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare prima di venire promosso generale di brigata aerea nel 1967, grado che ricoprì fino a quando lasciò l’esercito nel 1970.

È stato addetto aereo presso l’ambasciata francese a Londra. (…) D’altra parte André Thoulouze, ci aveva detto il figlio, era uomo di fiducia di De Gaulle fin dai tempi della Resistenza contro i nazisti. Era in rapporti strettissimi con i vertici dell’Aeronautica militare italiana, al punto di farsi passare per pilota italiano per un’operazione spionistica francese nell’Egitto di Nasser. Mitragliava i carichi d’armi per gli algerini, finanziati da Mattei, che partivano dall’Italia. A Ciampino, dove stava di base l’aereo di Mattei, c’era anche il suo. Dall’Aeronautica militare italiana era stato chiamato a collaborare alle indagini a Bascapè, senza però venire citato nella relazione conclusiva. E pochi anni più tardi aveva sottratto agli inglesi segreti sulla bomba H, dopo aver addirittura smontato un ordigno atomico americano in una base Nato. (…) Il 7 agosto 2012 vennero depositate le motivazioni dell’assoluzione di Salvatore Riina dall’accusa di omicidio premeditato pluriaggravato per il caso De Mauro. Nelle pagine della sentenza della terza sezione della Corte d’assise di Palermo, viene documentata una circostanza mai emersa prima e altamente suggestiva: quel 27 ottobre 1962 a Catania, da dove avvenne l’ultimo decollo di Mattei, erano anche riuniti tutti i rappresentanti italiani dell’Unione petrolifera, cioè le famigerate “sette sorelle”. Pur non individuandone i responsabili materiali, la sentenza fissa nei retroscena sulla morte di Mattei (di cui De Mauro sarebbe venuto a conoscenza) la ragione del sequestro e della morte del giornalista: una lettura che sarà sostanzialmente confermata in appello, respingendo l’ulteriore scenario emerso da dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo relative al golpe Borghese, e ancor più in Cassazione (…). Nella sentenza, si legge tra l’altro: “Quello che per Vito Guarrasi resta poco più che l’ombra del sospetto, per Graziano Verzotto, alla luce delle risultanze emerse, evolve in un assunto prossimo alla certezza processuale. (…) Se Vito Guarrasi fu coinvolto nella vicenda del sequestro De Mauro, allora Verzotto lo è due volte di più, perché Guarrasi o chi per lui non avrebbe potuto fare a meno dell’apporto dell’ex senatore”. (…) Verzotto dunque coinvolto nel caso De Mauro. E dunque a conoscenza dei retroscena della morte di Mattei. (…) Si citava ad esempio un’informativa del Sisde datata 30 aprile 1980, circa i suoi rapporti con i servizi di sicurezza francesi “che ne proteggevano la latitanza in Francia” (così il giudice estensore), dove si era rifugiato per via di guai giudiziari (…): “Il noto latitante Graziano Verzotto dimorerebbe nella Capitale francese sotto adeguata copertura dei servizi di sicurezza di quel Paese. In effetti, l’ex presidente dell’Ente minerario siciliano sarebbe entrato in contatto con i predetti organismi, già in epoca precedente la sua latitanza. I rapporti risalirebbero, in particolare, ai tempi della questione petrolifera algerina e dei programmi di scambi economico-commerciali con quella nazione. Come si ricorderà, nella concorde valutazione delle compagnie petrolifere francesi e del ‘cartello’ formato dalle c.d. ‘sette sorelle’ il viaggio del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, programmato per la settimana successiva il disastro aereo, ad Algeri, allo scopo di siglare con l’allora capo della nuova Repubblica Popolare Araba, Ahmed Ben Bella, un accordo di collaborazione a lungo termine, costituiva un serio attentato al regime di monopolio petrolifero all’epoca vigente. L’intesa raggiunta, che consentiva l’ingresso dell’azienda di Stato italiana nel Sahara alle condizioni di parità praticate all’Iran e all’Egitto, avrebbe violato, tra l’altro, gli accordi di “Evian” tra Francia e Algeria sanzionanti l’esclusività delle concessioni di ricerca e sfruttamento degli idrocarburi in Algeria a favore della Francia. In tale contesto, i servizi di sicurezza francesi avrebbero avvicinato il Verzotto, capo Ufficio pubbliche relazioni dell’Eni, in Sicilia al fine di persuadere e scongiurare il presidente Mattei dal concludere l’accordo con il nuovo governo algerino”. (…) Verzotto insomma al soldo di Parigi, legato alla Francia da un qualche patto e dunque dalla Francia protetto fino all’ultimo. (…) E ora, prendendo per buono l’appunto del Sisde, ricapitoliamo. La Francia ha appena dovuto ingoiare l’indipendenza algerina, sostenuta attivamente dall’Eni di Mattei. È comunque riuscita a mantenere il monopolio dello sfruttamento petrolifero nel Sahara algerino. Ma ancora Mattei sta per far saltare il banco. I servizi segreti francesi si affidano allora a Verzotto. Quest’ultimo sa tutto delle ultime ore di Mattei in Sicilia: ha organizzato lui il viaggio del presidente Eni e ne conosce gli spostamenti. Circostanze che però, secondo la Corte d’assise del caso De Mauro, Verzotto ha tutt’altro che chiarito. Poi l’aereo di Mattei viene giù. A tutto questo aggiungete che a Bascapè, a indagare sui rottami, c’è anche una spia dei servizi segreti francesi, ufficiale dell’Aeronautica, addetto militare di stanza all’ambasciata francese a Roma, uomo di fiducia di De Gaulle. Lo hanno chiamato i suoi amici dell’Aeronautica militare italiana, con i quali ha già compiuto delicate operazioni di intelligence in Egitto. La relazione conclusiva della commissione ministeriale non lo nomina mai. Questo ufficiale e spia pilota un Morane-Saulnier identico a quello di Mattei. È lo stesso ufficiale e spia che a bordo del proprio aereo mitragliava i carichi di armi per i ribelli algerini finanziati da Mattei. È probabilmente il miglior conoscitore al mondo del Morane-Saulnier MS 760 Paris II. Il suo stava di base proprio nell’aeroporto di Ciampino da dove quello di Mattei partì per l’ultimo viaggio in Sicilia. E forse questo ufficiale e spia si trovava sulla pista di Catania poco prima dell’ultimo decollo del presidente dell’Eni. Il figlio racconta che pochi anni dopo, di notte in una base Nato, smontò di nascosto una bomba atomica americana per carpirne i segreti. Ed è senz’altro una coincidenza, ma stando al Journal officiel de la République française, la Gazzetta Ufficiale transalpina, l’ufficiale e spia André Thoulouze venne promosso colonnello con decreto del ministero della Guerra datato 31 dicembre 1962, con vigore retroattivo dal 1° novembre 1962: cinque giorni dopo la morte di Mattei. Parbleu. Sarebbe da farci un film.

 

 

Vladimir Ilic Draghi, l’ultimo leninista

Curiosamentein molti pensano sia un economista, un banchiere centrale o un tecnico prestato alla politica, tutti accidenti che fanno velo alla sostanza: Mario Draghi è ed è stato per quasi tutta la sua vita un uomo di potere e precisamente di potere politico, seppure in cariche che non prevedevano il confronto con l’elettorato. Il premier conosce il potere e ne apprezza l’esercizio non scevro da cinismo, da decenni coltiva le relazioni necessarie al suo mantenimento, non è timido rispetto alla sua forza e alle sue contraddizioni: è l’ultimo leninista in mezzo a una folla di cretini, questuanti e personaggi un po’ naïf che sbrodolano di merito, competenza, execution e altre cazzate. Per fare la Rivoluzione di Febbraio, Vladimir Ilic Draghi s’è alleato con menscevichi, socialdemocratici, leghisti, grillini, piddini e marziani ma senza mai perdere di vista l’obiettivo: la costruzione di un suo blocco di potere, che dovrà essere tanto più compatto in quanto il nostro non ha un partito né l’intenzione di formarlo. Nel merito: in poche settimane ha nominato ministri “suoi” nei posti chiave per la gestione del Recovery Plan (cioè delle scelte di bilancio per i prossimi sei anni), contestualmente ha preteso e ottenuto il controllo politico sui servizi segreti (chi non sa perché è importante s’è perso sette decenni di storia repubblicana) e sulla gestione della pandemia (commissario e Cts). Ai partiti ha lasciato diversi ossi con cui baloccarsi, ma a modo suo: Pd e M5S hanno preso schiaffoni epici; a Lega e Forza Italia ha dato ministri, anche di peso, che sono più graditi a lui che ai rispettivi leader. Ora, con la stessa placida determinazione, affronterà le 500 e dispari nomine nelle partecipate che ridisegneranno la mappa del potere italiano: da Cdp in giù todos manager draghianos, pure quelli la cui indicazione sarà lasciata all’appetito fanciullesco dei suoi ingenui compagni di viaggio. Un sistema di potere strutturato sta nascendo in pochi mesi all’ombra dell’ultimo leader leninista per eliminare le residue anomalie causate dalle bizze dell’elettorato nel 2018, un sistema su cui il nostro potrebbe – da febbraio – vegliare dal Colle più alto: invece della Nuova politica economica, però, avremo quella vecchia.

Dramma parallelo: i malati “normali”

Era prevedibile e più volte lo abbiamo ribadito. Un numero, ancora non esattamente quantificabile di morti, sono stati provocati dalla pandemia Covid-19 “indirettamente” e l’effetto durerà ancora per anni. Il problema è così vasto e rilevante che se ne è ufficialmente interessata anche l’Oms, che sta provando a calcolare i danni che la pandemia ha provocato sui sistemi sanitari in tutto il mondo. In un report del 27 agosto 2020, Pulse survey on continuity of essential health services during the Covid-19 pandemic (Indagine su come va la continuità dei servizi sanitari essenziali durante la pandemia Covid-19) è l’Oms a mettere in risalto come 9 strutture sanitarie su 10 siano andate in crisi. Su un indice di 25 servizi sanitari tracciati nel sondaggio, in media i Paesi hanno rilevato interruzioni nel 50%. Le aree con criticità maggiori, e dunque interruzioni, includevano molte attività di routine. In cima alla lista i servizi di assistenza quotidiana, interrotti nel 70% dei casi presi in analisi. Ancora il 61% dei servizi praticati nelle strutture ospedaliere, il 69% delle diagnosi e cure di malattie non trasmissibili, il 68% dei piani di contraccezione. Infine il 55% di diagnosi e trattamenti per il cancro e il 61% delle cure per malattie mentali. Nei Paesi in cui queste malattie sopravvivono si sono verificate importanti interruzioni anche nella diagnosi e cura di malaria (46%), tubercolosi (42%) e Hiv (32%).

Anche i servizi di emergenza, potenzialmente salvavita, in molti casi, hanno subito ritardi e interruzioni in quasi un quarto dei Paesi coinvolti nell’indagine. Questo preoccupante quadro evidenzia a nette tinte la fragilità del sistema sanitario mondiale e l’impreparazione con la quale ci ha colti la tragedia pandemica. Confidiamo nei vaccini per uscire da quest’incubo, ma non possiamo continuare alimentando questa tragedia parallela.

 

Mail box

 

In ricordo di Bruno Tinti: mancherà a tutti noi

Per capire la persona e l’umiltà del dott. Bruno Tinti, recentemente scomparso, devo raccontare come ci siamo conosciuti. Lo avevo visto per qualche minuto in una trasmissione televisiva parlare del suo libro Toghe Rotte, dopodiché scrissi alla casa editrice Chiarelettere, chiedendone il contatto. Ebbi la risposta il giorno dopo, con il suo numero di cellulare. Telefonai e mi fissò un appuntamento nel suo ufficio, al Tribunale di Torino. Andai, ci conoscemmo e mi fissò la data per un incontro pubblico per parlare di giustizia e del suo libro. Quell’incontro forse cambiò la mia vita. Mi diede consapevolezza di una crescita culturale, di cosa può fare un cittadino, se incontra le persone giuste. Seguirono tanti altri dibattiti e incontri pubblici. Forse eravamo amici, ma di sicuro c’era il rispetto reciproco, ricordo quando mi definiva “una brava persona”. Era il complimento che più m’inorgogliva. Mancherà, e non solo a me, ma a tutti quelli che credono nella giustizia, nella legalità, nell’amicizia e nella vita, sì, perché Bruno amava la vita e penso l’abbia vissuta appieno. Quando manca qualcuno, si dice solitamente, che era una brava persona. Lui lo era veramente. Una grande persona. Ciao, Bruno.

Giovanni Trombetta

 

È necessario chiarire cos’è davvero Rousseau

Grazie direttore Travaglio per aver speso una tua parola di chiarezza sulla piattaforma Rousseau. Finalmente ora molti capiranno di che si tratta. Capiranno che appena qualche parlamentare 5stelle ha osato il termine “contratto di servizio o gara di appalto” è successo il finimondo. È bastato chiedere con insistenza una rendicontazione dei 300 euro€ al mese di tutti i parlamentari 5stelle per capire come stavano le cose. Spero proprio che venga messa subito in atto una piattaforma nuova che il M5S di Conte possa usare subito dopo la sua elezione a capo.

Biagio Stante

 

Perché Figliuolo si veste in divisa da battaglia?

Ho fatto il militare come ufficiale di complemento e sono, quindi, S.Ten. in congedo provvisorio. In una foto ho visto il gen. Figliuolo con altri 4 militari in uniforme da combattimento. Questo significa che sono in missione armata. Non ci si può vestire in uniforme da combattimento per andare a fare delle vaccinazioni. Siccome il gen. Figliuolo sta svolgendo un incarico civile per conto del governo italiano deve vestirsi con abiti civili. Se proprio vuole rimarcare il suo essere un generale può indossare la “drop” che è un completo giacca-camicia-pantalone che si indossa quando non si svolge una missione armata. La scelta di vestirsi in quel modo vuole comunicare qualcosa. Ed è un qualcosa che non mi piace.

Alessandro Tiri

 

Non si possono chiedere nuovi sacrifici agli statali

Ho sentito che forse è necessario diminuire agli impiegati statali gli stipendi per far fronte ai ristori per tutte quelle categorie che con la pandemia hanno perso tutto. La cosa mi ha inorridito. In pratica si ripropone una guerra tra poveri. Forse nessuno sa, o fa finta, che gli stipendi statali in Italia sono tra i più bassi d’Europa (a parte i politici e i funzionari di alto livello). E forse nessuno sa, o fa finta, che se non ci fossero gli impiegati statali, gli unici che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo, con altri pochi privati onesti, forse saremmo messi anche molto peggio. Pertanto mi chiedo perché prendersela con gli statali, dimenticandosi dell’enorme evasione fiscale che caratterizza l’Italia? Perché non si aumentano le tasse ai grandi patrimoni? Perché dobbiamo pagare i vitalizi a coloro che sono stati condannati?

R. P.

 

“Parassiti”, un appunto sul sottotitolo del libro

Sono un’assidua lettrice del Fatto. Ho letto il titolo del libro Parassiti. Ladri e complici: così gli italiani evadono (da sempre) il fisco. Io sono italiana e da quando avevo 22 anni – ora ne ho 88 – a tutt’oggi pago le tasse. Avrei preferito leggere “così molti italiani evadono (da sempre) il fisco”.

Maria C.

 

DIRITTO DI REPLICA

Nell’articolo pubblicato martedì e intitolato “Sentenza Shalabayeva, i lati oscuri del thriller” abbiamo scritto che Muhtar Ablyazov, nel maggio 2013, quando è ricercato dalla polizia italiana, aveva già perso lo status di rifugiato concessogli dalla Gran Bretagna. Il portavoce di Ablyazov, Marc Comina, ci ha contattati per una precisazione. La pratica della revoca dello status di rifugiato parte 8 mesi dopo, l’8 gennaio 2014 e viene notificata ad Ablyazov nell’ottobre dello stesso anno. La procedura si esaurisce il 5 ottobre 2017 e “solo in quella data – spiega Comina – Ablyazov ha perso in Gran Bretagna il titolo di rifugiato politico”.

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri nel sommario di prima pagina riferito a Del Turco abbiamo scritto “mazzette da 850 milioni” mentre ovviamente si trattava di 850 mila euro. Ce ne scusiamo.

Dad è sbagliato bendare gli alunni, ma non si possono giustificare i furbi

 

Gentile redazione, sono rimasta quasi scioccata dalla foto della studentessa veronese bendata davanti al suo pc per evitare che sbirciasse durante l’interrogazione… Mi chiedo: ma quello adottato dalla prof. – un’orrida benda sugli occhi – è ancora un metodo educativo?

Cecilia Mazzucchelli

 

Gentile Cecilia, il gesto è stato senz’altro sgradevole in sé, e ovviamente nessun allievo va criminalizzato “ex ante” – meglio, alle brutte, chiedere a tutti gli studenti di rispondere a occhi chiusi, come so avvenire da tempo in diversi esami universitari italiani e nelle interrogazioni di alcuni licei durante la tanto magnificata “didattica a distanza”; del resto, in un caso simile mesi fa a Scafati il preside aveva sostanzialmente difeso l’insegnante. A Verona invece un delirio: gli studenti denunciano “metodi da inquisizione” e invocano “comprensione” per chi copia (!), si indignano i genitori (magari gli stessi pronti a lamentarsi perché al ritorno in classe i docenti osano somministrare verifiche ai poveri rampolli); la sottosegretaria all’Istruzione deplora la “cultura del sospetto”, la dirigente dell’Usr Veneto mette in dubbio tout court che i docenti debbano saggiare l’apprendimento di nozioni.

Gli occhi chiusi sono un gesto meno grave dell’esame-farsa in cui si risponde “a libro aperto” (pardon, open book), o con sotto Wikipedia, docsity, o gli appunti. Da sempre alcuni studenti (inclusi i miei, più volte) provano a copiare o ad “aiutarsi”, un gioco più semplice davanti a uno schermo dove si trova tutto in un clic – versioni di greco, formule, date –. È una prassi non solo d’intralcio per chi deve valutare i ragazzi, ma anzitutto dannosa per loro stessi e la loro preparazione, e un insulto terribile all’etica della collettività.

La scuola deve “innescare il desiderio”, fornire “competenze”, levigare curricula (il “curriculum dello studente”, fatto di attività extrascolastiche e di abilità relazionali, entra ahimé da quest’anno nella valutazione dell’esame di Stato)? Primariamente la scuola pubblica deve dare a tutti l’opportunità di conoscere e digerire contenuti che altrimenti nessun altro offre o presidia. Se “tanto le nozioni sono tutte in Rete” allora smettiamo anche di insegnare l’ortografia tanto c’è il correttore automatico, o le tabelline, tanto c’è la calcolatrice. Ma non è solo il produrre somari: la scuola è per molti il primo luogo (se non l’unico) in cui si apprendono modelli di comportamento sociale condivisi: purtroppo tra le dinamiche sociali rientra anche che alcuni provino a fare i furbi, e se saremo tolleranti su questo tipo di inganni e frodi produrremo evasori, furbetti, saltafila.

Filippomaria Pontani