Sala, il suo marketing elettorale per trovare più “clienti” alle urne

Il Candidato Unico alle elezioni del prossimo autunno per il sindaco di Milano sta scaldando i motori della sua sofisticata macchina del marketing. Giuseppe Sala sta approntando otto prodotti, da esporre sugli scaffali del supermarket elettorale, per accontentare la clientela più diversa. La Lista Sala, per i suoi sostenitori personali (capolista, il figlio di Carmelo Conte, Emmanuel, grande fan di Bettino Craxi). Il Pd, per gli elettori di partito tradizionali. I Verdi, per gli ecologisti che non stanno a guardare il cemento in arrivo sugli ex scali ferroviari e altrove in città. La lista di Paolo Limonta, per chi vuole ancora sentirsi “di sinistra”. Azione, per i selezionati amanti del genere Carlo Calenda. Più Europa, per i radicali invecchiati. Alleanza Civica, per gli amici di Franco D’Alfonso e i renziani di Italia Viva che non hanno il coraggio di presentare il loro simbolo. Volt, per chi crede alle sardine chic in salsa bocconiana. Otto liste, nate per lo più nei salotti del centro di Milano e nelle belle case degli amici di Sala, a cui potrebbero aggiungersi perfino gli smemorati del Movimento 5 Stelle, dopo aver abiurato all’opposizione praticata per cinque anni.

Mancano ancora sei mesi alle elezioni, vedremo come evolverà la campagna e quali nuovi prodotti saranno esposti sugli scaffali (qualcosa per l’ambiente medico-sanitario dopo la pandemia? qualcosa sui diritti civili e le libertà?).

Intanto la Milano impoverita e incattivita da un anno di Covid assiste inerte allo spettacolo, forse aspettando che nelle periferie arrivi qualche fascista ad alimentare la rabbia. Le periferie: erano “l’ossessione” di Sala, per sua stessa ammissione. Sono il suo grande fallimento. E la pericolosa incognita delle prossime elezioni. In questi mesi, la giunta Sala si sta dando da fare per sistemare strade, piazze, giardini e giardinetti. Non è molto, è campagna elettorale, ma meglio questo di niente e meglio ora che mai. Il sindaco, adesso che si avvicina il redde rationem, ha perfino dato udienza a Franca Caffa, storica militante delle periferie milanesi, e al gruppo di cui fa parte. Vive nel quartiere Calvairate, Franca, e lì ha maturato un’idea: “A Milano non c’è il problema-periferie. C’è il problema-centro, produttore di periferie”.

Nella lettera aperta al sindaco, mandata dal suo “Gruppo di lavoro per le periferie”, si legge: “A causa della pandemia, anche Milano è stata costretta a fermarsi. Si fermano i luoghi di lavoro, il turismo, si spegne lo scintillio della Milano della movida, dello shopping, del lusso, degli eventi, del divertimento. Nel silenzio che pervade il centro, si sente il dramma che è in corso nei quartieri di case popolari?”. Al Giambellino, o a Baggio, “che voce hanno i giovani” costretti per settimane a restare chiusi in casa? C’è una Milano sconosciuta, quella dei “15 mila pacchi alimentari distribuiti dal Comune, in larga misura tra gli abitanti delle case popolari, delle migliaia di buoni spesa assegnati alle famiglie che non possono contare su un reddito, delle migliaia di contributi per l’affitto. Insufficienti rispetto alle richieste. Fame, povertà nella città più ricca d’Italia?”. Si è allungata la coda davanti alla sede di Pane Quotidiano di viale Toscana, “che ogni giorno distribuisce circa 3.500 razioni alimentari. Sono aumentate le persone di una fascia d’età media, dai 28-30 fino ai 50 anni, e sono aumentati gli italiani in coda, che ora raggiungono il 40 per cento di chi chiede aiuto”. “Nelle case popolari si concentra la condizione di maggiore difficoltà”. “Le case popolari gestite dall’Aler (regionale) sono in stato d’abbandono, quelle gestite da Mm (comunale) un disastro”, denunciano gli abitanti. Dei soldi del Recovery, una parte dovrebbe essere impiegata per la riqualificazione delle periferie urbane. Quanto, quando e come?

 

Speranza, la tenaglia contro un ministro troppo “rosso”

La manovra a tenaglia che stringe d’assedio il ministro “troppo rosso”, Roberto Speranza, per costringerlo alle dimissioni, va facendosi evidente fino alla spudoratezza. E ora che inizia ad assumere toni anche minacciosi, trasformando un uomo mansueto e perfino un po’ noioso qual è il ministro della Salute in pericoloso bolscevico, nel carceriere che usa il Covid per sopprimere la nostra libertà, insomma, nel bersaglio privilegiato degli odiatori seriali (digitali e non solo), vale la pena tentare di metterne in fila gli artefici. La caccia è stata inaugurata dai giornali di destra che strizzano l’occhio ai negazionisti del Covid e cavalcano il malcontento delle categorie penalizzate dalla chiusura delle attività commerciali. Non è parso vero a Salvini mettersi in rotta, incolpando il ministro più a sinistra del governo Draghi di ogni inefficienza passata e presente nella gestione della pandemia. Buoni ultimi, stanno aggiungendosi nuovi adepti, diciamo così, di area centrista, per i quali la caduta in disgrazia di Speranza avrebbe un effetto politico provvidenziale: non solo rafforzerebbe il profilo moderato del governo Draghi, ma li aiuterebbe a disincentivare il Pd da una futura coalizione col M5S guidato da Conte; eventualità che patiscono come il fumo negli occhi e di cui invece il partito di Speranza è fra i più convinti sostenitori. L’offensiva contro il ministro “troppo rosso” è ostacolata però da circostanze non facilmente aggirabili. Prima fra tutte: la notevole popolarità guadagnata grazie allo stile prudente di custode della salute pubblica con cui ha fronteggiato (anche all’interno dei due governi di cui ha fatto parte) le pressioni dei gruppi d’interesse che spingevano per anticipare il “liberi tutti”. Tanto più che nessuno, ma proprio nessuno, gli ha potuto imputare favoritismi e ricerca di vantaggi politici o economici. Ha assunto semmai una connotazione “super partes” reprimendo la tentazione di polemizzare con le forze d’opposizione, sempre da lui consultate, e con le alzate d’ingegno dei presidenti di regione. È riuscito a trattenersi anche di fronte alle più strampalate uscite di Gallera. Davvero difficile coglierlo in fallo. Perfino quando gli era venuta la tentazione di rivendicare il lavoro svolto, scrivendone in un libro, il sopraggiungere della seconda ondata della pandemia l’ha indotto ad autocensurarsi, mandandolo al macero. Ora qualcuno ne ha recuperato delle copie e ha iniziato a rinfacciarglielo. Per dargli addosso, infine, è sembrata giungere propizia l’opaca vicenda con al centro Ranieri Guerra, che fu direttore della prevenzione sanitaria al ministero ben prima dell’arrivo di Speranza e che l’Oms ha incaricato di supportare il governo italiano quand’è scoppiata la pandemia. Sembra ormai acclarato che Guerra ha cercato di proteggersi dalle sue stesse inadempienze nell’aggiornamento del piano pandemico nazionale risalente al 2006 manipolando e poi rimuovendo un rapporto dell’Oms. Indagato per falso, sostiene di aver agito per non mettere in difficoltà il ministero guidato da Speranza. Aspettiamo tutti con interesse gli esiti dell’inchiesta di Bergamo, la quale – ricordiamolo – ha al suo centro questioni ben più rilevanti: chi ha esitato colpevolmente a intervenire sui focolai Covid che hanno provocato una strage?

Insinuare, come si sta facendo, che l’operato di Ranieri Guerra dovrebbe coinvolgere e travolgere il ministro Speranza, risulta davvero strumentale. È vero infatti che l’Italia si è trovata gravemente impreparata di fronte allo scoppio della pandemia, come del resto quasi tutti i Paesi del mondo. Ma nessuno può sostenere in buona fede che la causa di ciò sia stato il mancato aggiornamento del piano pandemico e che ciò dipenda dall’operato del ministro Speranza. Chi cerca di farlo fuori sarà meglio che si cerchi altri pretesti.

 

Pd e M5s, ora patti chiari dopo l’alleanza lunga

Enrico Letta tenta di rivitalizzare il suo Pd che alla vocazione maggioritaria ha da tempo preferito la presenza nella maggioranza (anche al plurale) di governo. A sua volta, Giuseppe Conte ha deciso di impegnarsi nella ristrutturazione del Movimento 5 Stelle, operazione difficile, ma non mission impossible. Entrambi sembrano convergere su una aspirazione molto importante: dare vita a un’alleanza “organica” fra le due organizzazioni che guidano. Hanno già incontrato qualche opposizione, sia vocale sia nascosta, ma il poco dibattito che si è aperto non ha gettato luce sui pro e sui contro di questa eventuale alleanza, soprattutto in vista delle elezioni politiche che al più tardi dovrebbero tenersi nel marzo 2023. Come stanno le cose, l’“organicità” della alleanza, se “organica” significa: stretta, profonda e duratura, mi pare alquanto prematura. Tralascio le molte differenze di opinione attualmente esistenti forse più nella base e nei rispettivi elettorati che fra i gruppi dirigenti, che hanno già dato prova di essere più manovrieri e disinvolti. Tuttavia, dovrebbe essere chiarissimo che se gli attivisti e gli iscritti del Movimento e del Pd non sono convinti della bontà e della fecondità di una alleanza “organica”, ai rispettivi elettorati giungeranno messaggi non sufficientemente positivi e incoraggianti, non mobilitanti con il rischio classico che la somma dei due sarà inferiore alla combinazione delle percentuali attuali. Esiste una opportunità positiva che M5S e Partito democratico potrebbero e dovrebbero sfruttare: le elezioni amministrative in non poche grandi città da Torino a Napoli, da Roma a Bologna. Da quello che riesco a leggere, in ciascuna di queste città esistono fattori locali, litigi pregressi, incomprensioni, diffidenze personalistiche di cui, inevitabilmente, bisogna tenere conto. Però, è proprio ricomponendo un discorso comune e riducendo le distanze, anche perché le dinamiche del centrodestra dicono che si presenterà unito, che diventa possibile mandare più che un messaggio efficace all’elettorato. Quel che si riuscirà a fare non soltanto nelle grandi città che ho menzionato, ma in comuni di dimensioni inferiori, comunque politicamente rilevanti, dal punto di vista delle candidature e delle campagne elettorali, può porre migliori premesse per l’eventuale alleanza organica del futuro prossimo. Può anche consentire di individuare con precisione i punti di contrasto, eventualmente smussarli oppure prendere atto che in alcuni contesti sono insormontabili. Patti chiari, come si dice, amicizia (chiedo scusa) alleanza lunga.

Le elezioni amministrative si svolgono con una legge elettorale proporzionale e contemplano l’elezione diretta del sindaco. Consentono, quindi, ai partiti di misurare il loro consenso elettorale e anche quello personale delle candidature alla carica di sindaco. Al tempo stesso, elemento da non sottovalutare e da non dimenticare, offrono all’elettorato importanti informazioni sui partiti, sulle candidature, sulle alleanze: appropriatezza, solidità, efficacia. Per tutte queste ragioni appare opportuno che i fautori dell’alleanza organica fra Movimento 5 Stelle e Pd scelgano i luoghi dove e come sperimentare l’alleanza. Inevitabilmente, a livello nazionale, il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico dovranno porsi il problema di quale legge elettorale sia meglio in grado di incoraggiare alleanze prima del voto. In generale, le leggi proporzionali implicano che i concorrenti si presenteranno da soli salvo poi, contati i voti, decidere, se ne hanno avuti abbastanza, di dare vita alla coalizione di governo. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari europee.

Ascolto una sorta di rivalutazione della legge Mattarella, che era una legge buona, migliore nella versione per il Senato, ma con qualche facilmente rimediabile inconveniente. Chi dice di volere “il maggioritario” dovrebbe, commentatori e giornalisti compresi, smettere di affermare che maggioritario è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un, più o meno truffaldino, premio in seggi. La legge Mattarella che stabilisce l’elezione di tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali ha un contenuto apprezzabilmente maggioritario. Quel che più conta, però, per chi desidera costruire un’alleanza organica fra M5S e Pd, è che la legge Mattarella incoraggia e premia le alleanze prima del voto, come Berlusconi, leader de centrodestra capì da subito nel 1994. Fra l’altro, la legge Mattarella ha due altri pregi: è fortemente competitiva e dà grande potere agli elettori. Non da ultimo verrebbe, forse, finalmente meno la stupida critica/richiesta di governi eletti dal popolo, usciti dalle urne. Il governo sarebbe/sarà prodotto e legittimato da una alleanza abbastanza organica e vittoriosa.

 

L’addio a “Guernica”, il palazzo dell’Onu e l’opera di Harukawa

Secondo Serghei Riabkov, viceministro degli Esteri russo, gli Usa e gli altri Paesi Nato stanno “trasformando deliberatamente l’Ucraina in un barile di polvere da sparo” (Fq, 13 aprile).

Quando un grande artista fa arte politicamente, la sua opera diventa una presenza perturbante. Picasso dipinge Guernica (1937) per commemorare le vittime del bombardamento nazista e fascista che rase al suolo la cittadina basca, e protestare contro gli orrori della guerra. Il quadro, dopo l’Esposizione Universale di Parigi (1937), in cui rappresenta la Spagna, viene accolto dal MoMA di New York. Per volere dell’artista, può essere esposto in Spagna solo dopo la fine del franchismo: è a Madrid dal 1981. Nel 1955, Nelson Rockefeller commissiona a un atelier francese una copia ad arazzo dell’opera, e nel 1984 lo presta al Palazzo di Vetro, dove viene appeso davanti alla sala del Consiglio di Sicurezza come monito ai diplomatici sulle atrocità della guerra. Nel 2003, quando il Segretario di Stato Colin Powell si reca all’Onu per dichiarare che l’Iraq ha armi di distruzione di massa (una menzogna che giustifica l’inizio della guerra coloniale, criminale e illegale di Bush, Blair e Berlusconi in Iraq), l’arazzo di Guernica viene coperto preventivamente da un telo blu. A febbraio, l’attuale proprietario, Nelson Rockefeller Jr, si è ripreso l’arazzo, senza dare spiegazioni. C’è da allarmarsi: cosa bolle in pentola? Russia? Cina? Cosa? Non fatemi stare in pensiero. Comunque, anche nelle ore più buie c’è la speranza di un’alba nuova. Ed è con questo spirito che vi auguro buon natale.

Intanto, l’attuale Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sta vagliando proposte per un’altra opera come rimpiazzo. Memore di Lenny Bruce (“Preferirei che mia figlia guardasse un film sporco che un film pulito come “Il Re dei re”. Perché? Perché “Il Re dei re” è pieno di uccisioni. Nessuno viene preso a pugni o ucciso, nei film porno. Se sei fortunato, potresti vedere qualcuno che viene legato, ma per lo più, in quell’ora e mezza, vedi solo un sacco di abbracci e baci e gemiti e mugolii. Poi, verso la fine del film, l’unico potenziale strumento di morte si rivela: il cuscino. Il ragazzo potrebbe soffocare la ragazza, come in un film dell’orrore. E invece prende quel cuscino e delicatamente lo fa scivolare sotto il culo della ragazza. E se la spassano, e nessuno viene ferito o ucciso. (…) Non puoi fare nulla per sporcare un corpo. Sei persone, otto persone, una persona. Puoi fare solo una cosa per sporcarlo: ucciderlo. Hiroshima fu una cosa sporca”), memore della lezione di Bruce, dicevo, al posto della Guernica rimossa, le cui figure urlanti sono un simbolo perenne delle mostruosità della guerra, suggerisco a Guterres un arazzo di questo capolavoro di Namio Harukawa: shorturl.at/otMPZ. Come Picasso in Guernica, e Goya nella Fucilazione del 3 maggio 1808, anche Harukawa, con quest’opera, si schiera dalla parte degli oppressi deformando le figure in modo che assumano valori simbolici: i glutei della donna, per esempio, rimandano a L’incendio di Borgo di Raffaello, e il suo volto alla Strage degli innocenti di Guido Reni. L’alunno con la testa fra le natiche della gigantessa evoca la definizione che Picasso dette del generalissimo Franco: “Un mignolo in erezione”; e la maestra richiama il murale che celebrava Santa Teresa d’Avila quale patrona dei martiri franchisti, esposto nel padiglione vaticano dell’Esposizione Universale di Parigi, di fronte a quello spagnolo con Guernica. Che nell’immagine di Harukawa non ci sia un gioco erotico tra maschio e femmina, ma qualcosa di più universale (il sonno della ragione che genera mostri, e viceversa), è invece una leggenda che l’esperienza basta a sfatare.

 

I nuovi padroni delle ferriere: vogliono scuse invece di darle

La violenza dei nuovi padroni delle ferriere, anche se ora si fanno chiamare manager, pur aggiornata ai tempi dei social ha un sapore antico. Chieda scusa in pubblico Riccardo Cristello, abbassi la testa, si levi il cappello su Facebook davanti al padrone: nuovi metodi, stessa ricatto. Chieda scusa come ha fatto il collega che insieme a lui aveva condiviso un post (su un profilo personale) per invitare gli amici a vedere la fiction di Canale 5 Svegliati amore mio: a lui il licenziamento è stato revocato, dopo “adeguate scuse” appunto, arrivate sotto forma di abiura social.

“Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa e vuole che questi suoi diritti vengano rispettati da tutti e in primo luogo dal padrone”: lo ha detto Peppe Di Vittorio, durante un congresso di quella Cgil di cui era segretario. Sono passati settant’anni, e le parole del padre del sindacalismo italiano, pugliese pure lui, sono tristemente ridotte a vessilli arrotolati dietro una scrivania, se la libertà di parola può venire sacrificata nel silenzio, mentre il diritto al lavoro e quello alla salute vengono messi l’uno contro l’altro e, contemporaneamente, negati entrambi.

In questo caso specifico ArcelorMittal avrebbe dovuto, per dimostrarsi diversa dalle gestioni precedenti, chiedere scusa per il passato invece che pretendere scuse: è il passato che la fiction Mediaset racconta, ma quel passato è anche il presente dei lutti, del dolore, delle malattie che ogni tarantino vive ancora oggi. Adesso lo Stato, tramite Invitalia, entra di nuovo nella gestione della fabbrica: entrerà con tutta la Costituzione (costruita attorno al diritto al lavoro, su cui si fonda la Repubblica) o si toglierà il cappello davanti al padrone?

Taranto torna (al 50%) allo Stato

Magari è un caso o magari la tensione crescente di queste settimane (in cui si inserisce la vicenda di cui leggete sopra) messa in campo da ArcelorMittal ha spinto il governo a chiudere il cerchio. Fatto sta che da ieri lo Stato è tornato nell’ex Ilva di Taranto a 25 anni dalla disastrosa privatizzazione con cui fu svenduta alla famiglia Riva.

È il primo passo previsto dall’accordo sottoscritto il 10 dicembre scorso tra Invitalia e Mittal (dal 2018 affittuaria degli impianti), e che ieri è stato formalizzato dopo mesi di stallo e schermaglie con il colosso franco-indiano. La società pubblica guidata dall’ex commissario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri, ha versato 400 milioni nel capitale della società (ribattezzata Acciaierie d’Italia) ottenendo il 50% dei diritti di voto. Nel 2022 salirà al 60% spendendo altri 680 milioni.

Negli ultimi due mesi i Mittal – bloccati in Italia, Paese che volevano lasciare dal 2019 – avevano alzato il tiro temendo che il governo volesse disconoscere l’accordo. L’esecutivo ha in realtà preso tempo per chiarire i dubbi giuridici dopo il ricorso del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, a seguito del quale il Tar aveva disposto lo spegnimento dell’area a caldo dell’acciaieria – quella inquinante e su cui non erano stati fatti gli interventi ambientali promessi – entro 60 giorni. La palla è nelle mani del Consiglio di Stato, che deciderà il 13 maggio. Se dà ragione al Comune, l’Ilva chiude e i 400 milioni non si capisce che fine fanno. Altrimenti si va avanti. Nell’accordo, però, Invitalia si è garantita una serie di clausole sospensive senza le quali non salirà al 60% nel 2022 (via il dissequestro degli impianti, che vige dal 2012, nuovo piano ambientale e niente misure restrittive giudiziarie) dipinte come un “ritorno dello scudo penale” dal leader dei Verdi Angelo Bonelli.

Entro domenica l’assemblea designerà il nuovo cda di 6 membri (tre per ciascuna parte). A Mittal spetta l’ad, che dovrebbe restare Lucia Morselli, manager a digiuno di siderurgia e scelta dagli indiani per fare la guerra al governo. Che dal canto suo designerà il presidente. L’indicazione di Mario Draghi è l’ex numero 1 di Eni Franco Bernabè, boiardo di Stato con un curriculum di grande rilievo. I nomi in pole per gli altri due posti sono l’ad uscente di Saipem, Stefano Cao, e il dirigente di Invitalia Ernesto Somma. Nel 2022 l’ad spetterà all’esecutivo.

Ora inizia la sfida per la sopravvivenza dell’Ilva statale, che parte in salita. Servono 2 miliardi di investimenti e secondo il piano industriale il pieno impiego (10 mila operai) ci sarà solo nel 2025, quando Ilva tornerà a produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio annuo (dai 3,5 attuali) e un terzo sarà con forni elettrici (la decarbonizzazione totale ci sarà solo nel 2050). Ora parte il negoziato coi sindacati.

“Scusati e non ti licenziamo”. Il ricatto di Mittal agli operai

Non c’è solo il destino dei lavoratori al centro dell’ultima bufera esplosa contro Arcelor Mittal dopo il licenziamento di due dipendenti che avevano pubblicizzato sui social la fiction di Simona Izzo e Ricky Tognazzi Svegliati Amore mio, che raccontava di una fabbrica siderurgica inquinante. In ballo c’è anche l’idea di sindacato e del suo ruolo.

Da un lato infatti, c’è Roberto Zito, l’operaio assistito dalla Uilm e reintegrato dopo aver chiesto scusa all’azienda per le parole utilizzate sui social. Dall’altro, invece, Riccardo Cristello, assistito dall’Usb, a cui non è stato revocato il licenziamento, ma che a chiedere scusa non ci pensa proprio (“è un errore che non ho commesso). Ieri Arcelor in una nota ha annunciato “la propria disponibilità ad un confronto analogo a quello avuto con altro dipendente, all’esito del quale, a fronte di adeguate scuse, l’azienda ha deciso di revocare il licenziamento”. Insomma, chiedi perdono e potrai mantenere il posto di lavoro.

Al Fatto, il segretario della Uilm Antonio Talò prova a spiegare che il sindacato non ha suggerito di scusarsi, si è trattato di una volontà di Zito. “Noi abbiamo preparato una lettera di giustifica, ma il lavoratore, accompagnato da un avvocato, quando siamo giunti dai rappresentanti dell’azienda si è detto disposto a chiedere pubblicamente scusa pur di non perdere il posto. Siamo rimasti spiazzati e il nostro coordinatore ha cercato di farlo riflettere, ma senza riuscirci”. La Uilm, insomma, si smarca, ma non troppo. “Non mi sento di condannarlo – dice Talò – perché la sua posizione era più grave di quella di Cristello dato che aveva indicato espressamente la sua azienda in un commento: rinunciare a un posto di lavoro, qui, non è semplice. Ci sono anche gli altri precedenti in cui la magistratura ha dato ragione all’azienda…”. Il riferimento è in particolare a due storie. Quella di un operaio che durante il turno di lavoro avrebbe postato sui social l’accusa contro Arcelor di non fornire i dispositivi di protezione individuale: il tribunale ha dichiarato legittimo il licenziamento dando ragione all’azienda. Il secondo, invece, riguarda un altro operaio coinvolto in un incidente per il quale l’azienda avrebbe ritenuto l’uomo responsabile: “Noi – dice il sindacalista – eravamo pronti alla conciliazione, ma la proprietà ha ritenuto di andare avanti sostenendo che di quella vicenda erano state diffuse immagini dei mezzi coinvolti. Nei prossimi giorni avremo l’udienza dinanzi al giudice”.

Storie che hanno tolto ulteriore fiducia nella capacità del sindacato di difendere i lavoratori. “Sì – ammette Talò – gli operai non hanno più fiducia nel sindacato come l’avevano una volta”. A Taranto, in particolare, il distacco è emerso in tutta la sua prepotenza proprio nell’ex Ilva. Dai fatti della Palazzina Laf (dove venivano relegati i lavoratori disobbedienti), il più grande caso di mobbing finito nelle aule giudiziarie, fino all’“affaire Vaccarella”, la grande masseria di Taranto utilizzata come dopolavoro dei dipendenti della fabbrica che Fim Fiom e Uilm hanno acquistato con il denaro dei Riva, il livello di credibilità agli occhi dei lavoratori è precipitato.

All’incontro di ieri tra Cristello e l’azienda, all’Usb non è stato consentito l’ingresso. In quei 90 minuti Riccardo e il suo avvocato, Mario Soggia, hanno chiarito che non chiederanno scusa, ma che sono pronti a spiegare la vicenda: le parole usate sui social si riferivano a periodi precedenti l’arrivo del colosso franco indiano. La spiegazione ha trovato d’accordo il legale dell’azienda, ma è poi passata al vaglio dell’ad Lucia Morselli che nella serata di ieri non aveva ancora deciso se reintegrarlo o meno. Ieri Morselli era allo stadio Iacovone di Taranto dove si giocava il derby col Nardò. Tutto mentre un lavoratore attendeva di sapere se aveva ancora il suo posto oppure no.

Conte II, Bettini rilancia sul complotto: “Renzi? È stato qualcosa di più grosso”

Ripartire da quanto di buono costruito con Giuseppe Conte e al Movimento 5 Stelle, puntando insieme a competere con la destra. È questo il punto centrale delle quasi sei ore di dibattito che ieri hanno inaugurato Le Agorà, la corrente del Pd – pardon, “l’area”, come ci tiene a specificare il fondatore – di Goffredo Bettini.

Un evento preceduto dalla pubblicazione di un manifesto programmatico che ha fatto discutere soprattutto per un riferimento alla caduta del governo Conte, provocata da “una convergenza di interessi nazionali e internazionali” più che “da suoi errori”. In collegamento coi 34 ospiti della maratona – tra cui i ministri Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza, ma anche amministratori locali e intellettuali d’area come Nadia Urbinati, Andrea Riccardi e Mario Tronti – Bettini conferma la sua versione: “Magari qualcuno ha idea che certe tecnocrazie stiano in una dimensione eterea, che siano disinteressate. Invece no: ci sono interessi precisi”. Non si tratta “di un complotto”, ma di poteri che tutelano i propri interessi: “C’era un bombardamento sul governo che andava molto al di là dei suoi difetti, perché si muovevano interessi a cui quel governo non rispondeva. Forse troppo Mezzogiorno e poco Nord, troppa spesa sociale e non grandi industrie”. E allora “Renzi avrà fatto quello che ha fatto per puro spirito civico, ma c’è stato qualcosa di più grande che si è mosso”.

Un modo per tirare una riga e dire da che parte starà la nuova area, di certo più disponibile a proseguire il percorso col M5S che non a rivolgersi al centro. E Bettini lo dice dritto: “I 5 Stelle con Conte non possono che migliorare nel rapporto con noi. Avranno i loro conflitti, ma il processo è virtuoso e nessuno discute l’alleanza”. Anche alle comunali, nonostante a Roma la faccenda sia complicata: “Prendiamo atto della inamovibilità di Virginia Raggi, il Pd indica il processo delle primarie e speriamo che tutto ciò non favorisca la destra”.

Il tono degli altri interventi non è molto diverso. A partire dalle riflessioni sulla caduta di Conte, con Enrico Rossi che si affida all’ironia – “Considerare situazioni oggettive di interessi che condizionano la politica non è certo questione da sovversivi” – e Orlando che si accoda a Bettini: “Non parliamo di complotto, ma sicuramente c’è stata diffusa ostilità nelle elité del Paese perché in quei settori c’era una lettura del ‘populismo’ come un incredibile fungo spuntato dal nulla”.

Ma anche la prospettiva di un intesa a lungo termine col Movimento pare condivisa da tutti. Un po’ perché, come sostiene Franceschini, “possiamo costruire una coalizione in grado di competere con la destra”; ma anche perché bisogna chiedersi – e lo fa Gianni Cuperlo – se il Pd “contenga dentro di sé tutte le energie sociali, culturali e persino morali per tagliare da solo il traguardo di una sfida a Salvini e Meloni”. In questo patto ci sta senz’altro Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, convinto che “un’alleanza plurale, con punti di vista diversi, sia un bene”, e l’operazione è benedetta da Massimiliano Smeriglio, già numero 2 di Nicola Zingaretti nel Lazio e eurodeputato: “Ripartiamo da una coalizione ampia, plurale, insieme a Conte e la sinistra ecologista”.

La scelta di campo è chiara tanto quanto l’avversione, ormai perfino umana, per Renzi e il suo progetto politico. Orlando, che di Renzi è stato ministro, definisce quella stagione “un remake fuori tempo massimo della terza via”, Cuperlo ricorda “il pasticcio delle liste elettorali del 2018”, quando “una parte di partito sequestrò le candidature”. Non casualmente, Speranza se la prende con la sinistra che per anni “ha premiato l’egemonia neoliberista”, di cui la pandemia ha evidenziato tutti i limiti: “Oggi sappiamo ch ci sono alcuni beni, come la Sanità, che non possono essere delegati almercato”. In ogni caso, assicura Bettini, la nuova corrente non darà problemi dentro al Pd: “Letta è uomo intelligente, colto e democratico. Il nostro obiettivo è rafforzare il Pd e aiutare lo sforzo del nuovo segretario per renderlo più ampio, radicato, plurale”. E “ridare un’anima alla sinistra”, per usare la retorica di Roberto Morassut. Sperando che funzioni.

Comunali, i sondaggi top secret che fanno tremare i giallorosa

Nicola Zingaretti vincerebbe a Roma contro qualsiasi candidato. Sarebbe questo il risultato dei sondaggi segretissimi del Nazareno della settimana scorsa, a quanto raccontano fonti del Pd. Ma il presidente del Lazio continua a non voler scendere in campo: lo farebbe solo di fronte a un ritiro di Virginia Raggi e Carlo Calenda. Non ha intenzione di correre contro la sindaca, visto il progetto politico di alleanza organica con i 5Stelle. E allora, toccherebbe a Roberto Gualtieri, che comunque dovrebbe fare le primarie. Al Nazareno – anche in questo caso – si rifugiano nei sondaggi. Che non sono buoni come quelli di Zingaretti, ma neanche così peggiori per l’ex ministro dell’Economia, raccontano. Non c’è verso, però, di estorcere al Responsabile Enti locali, Francesco Boccia, i numeri. Lui sul dossier Amministrative ci lavora dalla mattina alla sera, ormai da settimane. D’altra parte la riuscita della segreteria Letta passa per un buon risultato nelle città chiave. Ieri, però, Piero Fassino si è espresso contro l’alleanza col M5S a Torino. Si vocifera che i sondaggi per il Pd nel capoluogo piemontese siano disastrosi. Nessuna conferma ufficiale, ma neanche i numeri.

Se è per Napoli, il dossier è ancora incartato: il pressing dem su Vincenzo De Luca per ottenere il sì a Roberto Fico continua, ma ancora il nodo non si scioglie. Peraltro da Gaetano Manfredi, piano B del Pd, è arrivato un no alle primarie. Anche per il capoluogo partenopeo sono stati ordinati sondaggi.

Nel frattempo, il segretario Enrico Letta continua a cercare di tessere la sua tela. Ieri ha incontrato il ministro della Salute, Roberto Speranza, nel mirino negli ultimi giorni. Un incontro chiesto da quest’ultimo, che il segretario ha accolto anche in chiave di strategia politica: Speranza rappresenta in qualche modo la continuità tra il governo Conte e il governo Draghi e dunque per il segretario Pd è centrale nel progetto di coalizione con il M5S, che però dia un sostegno chiaro e netto al governo. “Ho incontrato Roberto Speranza. Abbiamo fatto il punto su campagna vaccinale e piano di riaperture in sicurezza, in pieno accordo sull’analisi della situazione e la linea da tenere”, ha fatto sapere Letta via Twitter. Perché il tema delle riaperture da non lasciare solo a Salvini è centrale per il segretario. Così come lo è stato chiarire che il ministro della Salute non può diventare il capro espiatorio di tutto quello che non funziona nella lotta al Covid. Letta, poi, si prepara a incontrare il premier Draghi domani, nell’ambito di una serie di consultazioni volute da Palazzo Chigi per fare il punto sul Recovery Plan e avere il via allo scostamento di bilancio che oggi arriva in Cdm. Domani Letta andrà con Andrea Orlando, in quanto capo delegazione di fatto nel governo e le due capogruppo, Simona Malpezzi e Debora Serracchiani. Chissà se sarà abbastanza per assicurare il pieno appoggio del partito intero: Letta si muove, gli altri big per ora tacciono e lo aspettano al varco (delle Amministrative), Goffredo Bettini si struttura con un progetto che non è alternativo, ma parallelo sì.

“È la vittoria dei marchesi del Grillo della politica”

Marco Revelli, il “Celeste” Formigoni ha riavuto il suo vitalizio. Sarà il primo di una lunga serie di ex parlamentari con una condanna in giudicato. Che idea si è fatto?

Viviamo gli ultimi anni dell’Ancien régime. Come se coloro che prendono queste decisioni non avessero la minima percezione dell’impatto su quella parte di popolazione che stenta ad arrivare alla fine del mese.

Lei contesta il messaggio che si manda fuori dal Palazzo.

Prima ancora che uno scandalo politico o etico – ed è uno scandalo etico e politico – è una beffa sociale. Ho letto le dichiarazioni di Formigoni, al quale verrà restituito un vitalizio di 7mila euro al mese, il quale dice che altrimenti sarebbe stato costretto “a vivere di stenti”. Sembra Maria Antonietta con le brioche. Se il problema è questo, gli si riconoscesse un reddito di sopravvivenza, una pensione sociale.

Ora tocca agli altri.

Ci saranno Berlusconi, Dell’Utri, Del Turco. La schiera dei grandi condannati per avere ingannato il proprio elettorato, che verranno invece premiati dai loro pari.

L’istituto del vitalizio parlamentare nasce per evitare che la politica la facciano solo i ricchi.

Ma è diventato, per la sua entità, il contrario: un simbolo di privilegio. Io qui però non contesto il vitalizio in sé, ma il fatto che lo si restituisca ai condannati: è uno sfregio al sentimento degli onesti.

Nessun partito ha fatto un fiato, tranne i 5Stelle.

Gli antichi dicevano che gli dei accecano coloro che vogliono mandare in rovina. In buona parte del ceto politico c’è una forma di cecità. Ricorda i comportamenti dell’aristocrazia francese nel 1788, a un passo dalla Rivoluzione, quando quelle forme di privilegio erano vissute con disgusto da una popolazione in estrema difficoltà. È una forma di ostentato disinteresse, una provocazione: è il sigillo dei marchesi del Grillo della politica italiana.

Nel ritorno alle vecchie abitudini dei partiti può aver pesato la “normalizzazione” del M5S?

Non c’è dubbio che si avverte la mancanza di quel vento impetuoso che aveva caratterizzato lo stato nascente del M5S (che comunque protesta contro questo provvedimento). Anni di frequentazione dei palazzi generano assuefazione, e di questa assuefazione si muore.