Dal lodo Alfano a Verdini: l’azzurro che dà il malloppo

La storiaccia dei vitalizi restituiti agli ex parlamentari condannati Roberto Formigoni e Ottaviano Del Turco, fa tornare alla ribalta politica Giacomo Caliendo, che presiede la Commissione Contenziosa del Senato. Ex magistrato, 77 anni, esponente di punta per anni di Unicost, la corrente centrista di Luca Palamara, ex consigliere Csm nel 1976, presidente dell’Anm nel 1991, potente sottosegretario alla Giustizia dell’era Berlusconi a metà anni 2000. E da sottosegretario e falco di Forza Italia della prima ora è finito nella tempesta tante volte. Quando indossa la toga, nel ’71, ha 23 anni e sceglie la corrente “Terzo potere”, poi, insieme ai colleghi di “Impegno costituzionale” confluisce in Unicost di cui diventa – dicono, maliziosi, dei magistrati campani suoi conterranei – “un rappresentante del consociativismo politica-magistratura”.

Politicamente cresce alla corte del democristiano Giuseppe Gargani (che fu sottosegretario alla Giustizia) così come Pasqualino Lombardi. Insieme, nel 2010, sono finiti indagati a Roma con, tra gli altri, Marcello Dell’Utri e Denis Verdini, per la cosiddetta P3 che provò a condizionare Csm e Corte costituzionale. Per Caliendo la Procura di Roma chiese e ottenne l’archiviazione. Lombardi era molto amichevole con l’attuale senatore, lo chiamava “Giacomino”. Per esempio, Lombardi cerca consigli, chiama Caliendo nel periodo in cui si aggira al Csm per far nominare a presidente della Corte d’appello di Milano Alfonso Marra, ritenuto più rassicurante per Berlusconi, pluri-imputato. Prima della sua nomina da parte del Csm, avvenuta nel febbraio 2010, Marra, in ansia, “compulsa” Lombardi, che gli dice: “…ne devo parlare con Giacomino”. Quella è una stagione piena di buchi neri per la Repubblica. Come la riunione del 23 settembre 2009 nella casa romana dell’allora coordinatore del Pdl, Verdini dove si sarebbe discusso di come addomesticare la Consulta (tentativo fallito) che doveva pronunciarsi sul lodo Alfano (legge ad personam che prevedeva il blocco dei processi per premier e altre cariche istituzionali, bocciata 9 a 6 dalla Corte). Al tavolo ci sono Caliendo, Marcello Dell’Utri, Arcibaldo Miller, ex capo ispettori del ministero della Giustizia, il faccendiere Flavio Carboni e l’immancabile Lombardi. Caliendo ha ammesso di aver partecipato all’incontro, ma ha escluso “nella maniera più assoluta che, me presente, si sia discusso di possibili pressioni sui giudici della Corte”. Ma quando Lombardi lo chiama al telefono, Caliendo non riattacca, ascolta l’amico che gli illustra la strategia di avvicinamento dei giudici della Corte: “Io farei una ricognizione, i favorevoli e i contrari. Vediamo come bisognerà per vedere di raggiungere i contrari…”. Poi Lombardi lo lusinga: “Questa è una cosa molto importante. Ormai, guagliò, tiè spianata la via per i’ a fa ’o ministro, ’o vuoi capiscere o no?”.

Da altre intercettazioni il nome di Caliendo emerge a proposito di una richiesta di Formigoni, ora di nuovo con il vitalizio, nonostante condannato per corruzione. È il 3 marzo 2010, “Il Celeste” è infuriato per la bocciatura del ricorso in Appello contro l’esclusione della sua lista per le Regionali in Lombardia, vuole un’ispezione punitiva contro quei giudici. Torna in scena Lombardi che chiama “Giacomino” in soccorso dell’ex presidente di Regione. Il sottosegretario al telefono, il 12 marzo, si giustifica: “Ho parlato di nuovo con il ministro (Alfano, ndr), col suo segretario e mò vedono loro. L’ho chiesto trenta volte. Ho detto che bisogna farlo”. Caliendo, campano, ma una vita passata a Milano da magistrato, l’11 marzo 2013 sfila pure contro le toghe insieme a diversi parlamentari del Pdl contro la “persecuzione e l’eliminazione per via giudiziaria” di Berlusconi. Si mette alla testa di una parte del corteo anti magistrati facendo fare, però, un giro molto più lungo del necessario. Costringe, così, Renata Polverini, Alessandra Mussolini, Annamaria Bernini e Nunzia De Girolamo a fare un paio di chilometri su tacchi 12. Tutti si posizionano sulla scalinata principale del Palazzo di Giustizia, sotto la gigantografia di Falcone e Borsellino. Poi, Caliendo compreso, entrano dentro al Palazzo, in corteo, facendo scempio della Costituzione.

“Il vitalizio come il reddito di cittadinanza”

Oggi è il grande giorno per Ottaviano Del Turco: il massimo organo politico del Senato, il Consiglio di Presidenza è convocato poco dopo mezzogiorno per decidere del suo destino. O meglio per decidere se continuare a mantenergli il vitalizio, nonostante la sua condanna per le tangenti ricevute nell’ambito della Sanitopoli abruzzese sia ormai definitiva dal 2018: da allora non ha mai smesso di percepire l’assegno nonostante la delibera che dal 2015 prevede che venga sospeso agli ex parlamentari incappati nelle maglie della giustizia per reati di non poco conto. “È gravemente ammalato” si sperticano in molti a partire dal Pd che ha invocato in suo favore ragioni umanitarie. Ché togliergli i 5.500 euro al mese del Senato (che somma alla pensione da sindacalista) significherebbe privarlo dei mezzi necessari che però lo Stato non riconosce a tutti gli altri pazienti affetti come lui dall’Alzheimer benché con la fedina penale pulita.

Senato Leghisti complici

Ma per Del Turco non sarà nemmeno necessario fare uno strappo alle regole, perché le regole nel frattempo al Senato sono state strappate. La decisione sull’ex sindacalista, di rinvio in rinvio, con un pretesto o un altro, arriverà proprio ora che si è sbloccata la pratica di Roberto Formigoni che ha avuto la sua rivincita: poche ore fa la Commissione contenziosa di Palazzo Madama, presieduta da Giacomo Caliendo di Forza Italia ha accolto il suo ricorso per riavere il malloppo: il collegio composto oltre che da Caliendo dai due leghisti Alessandra Riccardi e Simone Pillon (affiancati dai due laici, l’avvocato Alessandro Mattoni e l’ex magistrato Cesare Martellino) gli ha restituito il diritto al vitalizio che gli era stato solo parzialmente congelato dopo la condanna per aver asservito la sua funzione di presidente della regione Lombardia agli interessi economici della Fondazione Maugeri e del San Raffaele. Ora invece tutto è perdonato, ovviamente con beffa. Perché per decidere pro Formigoni Caliendo ha invocato la legge sul reddito di cittadinanza che consente la sospensione dei trattamenti previdenziali solo ai condannati per i casi di mafia, terrorismo o per chi si sia dato alla macchia. Non il caso del Celeste che dunque può riavere l’assegno (originariamente da 7.700 euro poi ridotti per via del taglio che si applica a tutti gli ex parlamentari dal 1 gennaio 2019) perché non risponde per questi reati. E che importa se al Senato le regole erano finora tutt’altre (il congelamento dell’assegno scattava per condanne anche per reati contro la pubblica amministrazione con pene superiori ai due anni di reclusione). E che importa pure se il vitalizio non è una pensione come ha stabilito la Corte dei Conti della Lombardia che invece al Celeste ha pignorato senza colpo ferire, il vitalizio regionale che percepiva fino alla condanna.

BeneficiSilvio & C.

Al Senato invece se ne sono infischiati. Facendo godere Formigoni, ma pure tutti gli altri ex con un conto aperto con la giustizia. Perché la Commissione contenziosa ha disposto l’annullamento della delibera del 2015 “erga omnes in quanto cagionante una evidente disparità di trattamento (tra gli ex senatori condannati e i cittadini che beneficiano del reddito di cittadinanza, ndr) in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione”.

E così ora attendono “giustizia” anche tutti glia altri ex inquilini di Palazzo dopo che il Celeste è riuscito a spuntarla contro “l’infamante ablazione della sua rendita pensionistica” che rischiava di ridurlo alla fame dopo i fasti da governatore. E così, tanto per restare al Senato, spera di rientrare il possesso del vitalizio l’ex patron della Fiorentina Vittorio Cecchi Gori (nei guai per una serie di reati finanziari, tra cui una bancarotta fraudolenta) e pure Franco Righetti (ex Margherita con la passione per gli affari immobiliari), Ferdinando di Orio (già rettore dell’Università di L’Aquila eletto con l’Ulivo e condannato per induzione indebita): non che ne abbia bisogno ma l’assegno senatoriale ritoccherebbe pure a Silvio Berlusconi (frode fiscale). A tener conto dei reati indicati da Caliendo come causa ostativa, a bocca asciutta dovrebbero dunque rimanere l’altro padrino fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e Enzo Inzerillo (ex Dc) che si danna per la sospensione dell’assegno da tempo in ogni sede, pure alla Corte europea di Strasburgo ché, si lamenta, è stato privato del necessario sostentamento. Con i nuovi parametri non è escluso invece che il Senato debba restituire il vitalizio anche agli eredi dei condannati come Antonio Girfatti (FI), Giorgio Moschetti (Dc), Giuseppe Ciarrapico (già senatore del Popolo della Libertà) e Pasquale Squitieri (Alleanza Nazionale), nel frattempo deceduti.

Camera C’è pure Previti

E alla Camera? Montecitorio, dopo la delibera del 2015, aveva chiuso i rubinetti a una serie di ex deputati condannati come Massimo Abbatangelo (ex deputato Msi), Robinio Costi (ex Psdi), Massimo De Carolis e Gianmario Pellizzari (ex Dc), Pietro Longo (Psdi) e Gianstefano Milani (ex Psi). Ma pure a Toni Negri e Cesare Previti, Giuseppe Astone, Giuseppe Del Barone, Luigi Farace e Luigi Sidoti. I socialisti Giulio Di Donato e Raffaele Mastrantuono hanno invece fatto in tempo a ottenere la riabilitazione e dunque a riavere il vitalizio. Che invece ancora fa penare l’ex ministro della sanità Francesco De Lorenzo e l’ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito con ricorsi agguerritissimi, stile coltello tra i denti, ancora sub iudice.

Ma a Palazzo la vera posta è un’altra: i condannati con il vitalizio sospeso sono una esigua minoranza mentre c’è un vero esercito di ex (700 senatori e 1400 deputati, da Ilona Staller a Antonio Razzi) che attende di riavere gli assegni pieno che nel 2018 sono stati tagliati da Montecitorio e Palazzo Madama per ragioni di equità sociale date le difficoltà degli italiani comuni. Ovviamente Lorsignori hanno fatto ricorso e sono in attesa di vedere come va a finire. Alla Camera non è ancora giunto il momento della decisione neppure in primo grado. E al Senato? Tutt’altra musica. Sempre la commissione Caliendo ha ridato speranza a tutti impallinando la delibera adottata nel segno dell’austerity. Ora a Palazzo Madama deciderà in via definitiva la commissione di appello presieduta dall’altro forzista Luigi Vitali che ha concluso l’istruttoria lo scorso 31 marzo.

 

Tante chiacchiere e pochi fatti (Erdogan e condono a parte)

Al giro di boa dei primi due mesi, il bilancio del governo Draghi rischia di vedere come fatto principale la crisi dei rapporti con la Turchia. Dopo che il presidente del Consiglio ha definito il presidente turco “un dittatore”, ieri Recep Erdogan ha risposto in modo piuttosto violento, accusando Draghi di “aver danneggiato i nostri rapporti” e soprattutto con un affondo diretto: “Prima di dire una cosa del genere a Erdogan devi conoscere la tua storia, ma abbiamo visto che non la conosci. Sei una persona che è stata nominata, non eletta”.

Sondaggi giù. La ferita dovrà essere rimarginata in qualche modo, l’inquilino di Palazzo Chigi ne è consapevole. Il peso economico dei rapporti tra i due Paesi è tale che nell’orizzonte italiano non sembra esserci una rottura totale con Ankara. Ma l’incidente diplomatico fa notare ancora di più il bilancio davvero magro dell’attività del governo. Basato quasi tutto sulla gestione della pandemia (con risultati purtroppo non brillanti) e, in modalità poco trasparenti, del Recovery Fund.

Non stupisce quindi se il 61% degli italiani non trovi differenze tra il governo Conte e quello Draghi mentre la fiducia nell’attuale governo sia arrivata al 44% con una perdita di ben 11 punti.

Solo nomine. Dal 13 febbraio, giorno del suo insediamento, si sono svolti 12 Consigli dei ministri in cui, oltre a rivoluzionare la squadra commissariale, il provvedimento più rilevante è il decreto Sostegni. Ma si tratta di un provvedimento elaborato dai ministri precedenti e basato su uno scostamento deliberato dal Parlamento a cui l’attuale governo può vantare solo di aver aggiunto il condono. Bocciato, tra l’altro, da Banca d’Italia e dalla Corte dei conti, oltre che mal digerito da una buona fetta dell’opinione pubblica.

Per il resto, ordinaria amministrazione, molte nomine di assestamento, capi di gabinetto, segretari generali, dirigenti interni, in particolare al Tesoro. Le nomine hanno occupato quasi tutti i consigli tenuti finora, come spesso avviene nelle riunioni di governo. Sul piano delle misure concrete, però, oltre al decreto citato non si è visto altro.

Nei ministeri. I vari ministeri possono vantare un lavoro minimo conseguente all’insediamento che non ha prodotto ancora impatti significativi. Alla Pubblica amministrazione c’è la novità più rilevante con le assunzioni indicate da Renato Brunetta, ma siamo ancora alla fase preparatoria. Al Lavoro, Andrea Orlando, al netto del Covid, ha dato vita ai tavoli di riforma degli ammortizzatori sociali, istituito il gruppo di lavoro sul Reddito di cittadinanza, occupazione giovanile e lavoro agile, l’osservatorio permanente sulle condizioni di lavoro dei rider, ma la riforma deve ancora venire. Allo Sviluppo economico, il ministro Giancarlo Giorgetti, oltre all’impegno per costituire una produzione italiana di vaccini stanziando 200 milioni – ha ricostruito la struttura per le crisi d’impresa, avviato alcuni tavoli di crisi – ma i sindacati sostengono che non sia abbastanza – indicando soluzioni, contestate anch’esse, ai dossier Alitalia e Ilva. Sul fronte dell’Istruzione, Patrizio Bianchi ha varato il decreto sull’edilizia scolastica e il bando da 700 milioni ai Comuni per asili nido e scuole dell’infanzia, un decreto per l’ampliamento dell’offerta formativa e la delicata Ordinanza per gli esami di maturità.

Recovery segreto. Si tratta di amministrazione ancora ordinaria, nessun ministero ha ancora presentato un progetto di riforma complessivo e il governo non ha discusso disegni di legge. Anzi, secondo quanto dice il sottosegretario agli Affari europei Vincenzo Amendola al Foglio, le principali riforme cui la Commissione vincola il Recovery plan – ad esempio Giustizia, Semplificazione o Pubblica amministrazione – saranno varate a maggio. Con tanti saluti alla scadenza del 30 aprile rinfacciata a Conte ogni giorno da Matteo Renzi e dai tanti giornali a lui amici.

Sul Recovery, invece, si lavora per riunioni riservate di cui non si riesce a sapere nulla, salvo che le richieste dei vari ministeri, o delle Regioni, hanno prodotto un ammontare complessivo superiore di 30 miliardi agli stanziamenti previsti. Draghi ha intenzione di avviare un ciclo di incontri con i partiti per entrare meglio nei dettagli, ma ha già realizzato quello con i grandi manager di imprese pubbliche e private – Stellantis, Eni, Enel, Terna, Saipem – dove, insieme al ministro della Transizione digitale, Vittorio Colao, ha raccolto le richieste dei colossi aziendali italiani

I voti dell’Ocse. Il bilancio è ancora più magro se confrontato a quanto reso noto ieri dall’Ocse che, nel rapporto Going for Growth 2021 promuove alcune delle principali riforme varate dal governo Conte: il reddito di cittadinanza, la legge “Spazzacorrotti”, il piano Cashless, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, gli incentivi per assumere “giovani e donne”. E pensare che quelli erano i “peggiori”.

Roma, dirigente Miur si getta dal 2º piano. Accusata di corruzione, è in gravi condizioni

Era sconvolta per la perquisizione subita, per la notizia di essere indagata a Roma per corruzione in relazione ad alcuni appalti del Miur. Così ieri Giovanna Boda, 47 anni, capo del dipartimento per le Risorse umane, finanziarie e strumentali del ministero dell’Istruzione, ha tentato il suicido lanciandosi dal secondo piano di un palazzo in piazza della Libertà a Roma. È stata ricoverata in gravissime condizioni al Policlinico Gemelli, avrebbe riportato fratture multiple. Le perquisizioni, riferite ieri dal quotidiano La Verità, erano state accelerate perché gli inquirenti avevano avuto il sentore di una soffiata sulle indagini in corso. Boda, già direttore generale del Miur per lo studente, in un recente passato ha collaborato con Maria Elena Boschi, in qualità di capo dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del consiglio dei ministri, quando Boschi ne fu ministro con il premier Matteo Renzi. Delega che la dottoressa Boda ha conservato con il successivo governo guidato da Paolo Gentiloni.

Boda è accusata dalla Procura di Roma di corruzione in concorso con una sua collaboratrice e con Federico Bianchi di Castelfranco, editore di fatto dell’agenzia Dire, amministratore di fatto di “Com.E Comunicazione ed Editoria srl”, e rappresentante legale dell’“Istituto di ortonofonologia srl”. L’urgenza di procedere con un atto che impedisse l’eventuale occultamento di documentazione relativa al reato, ha fatto sì che su decreto di perquisizione compaiano solo poche tracce delle ipotesi accusatorie: Boda avrebbe ricevuto da Bianchi 680mila euro tra beni e regalie di vario tipo, come trattamenti di bellezza da costosi parrucchieri, messi in relazione con due affidamenti diretti del Miur a Com.E e all’Istituto di ortofonologia, due società di Bianchi. Due contratti da 39.950 euro, pochi spiccioli sotto il limite dei 40.000 euro oltre i quali il codice degli appalti impone una gara. È quindi pacifico, vista la sproporzione tra la cifra delle presunte tangenti e quella degli affidamenti diretti, che gli inquirenti ritengano che il rapporto corruttivo tra i due possa aver riguardato anche altri affidamenti. L’indagine infatti procede sul binario dell’articolo 318 del codice penale, che contesta al pubblico ufficiale l’asservimento delle sue funzioni agli interessi del corruttore. I finanzieri del Nucleo di polizia valutaria di Roma hanno perquisito oltre a uffici e dimore di Boda e del ministero, le sedi delle due società di Bianchi destinatarie degli affidamenti e di altre due società a lui riconducibili, Edizioni Scientifiche Magi e la Fondazione Mite, cui è collegata una scuola di psicoterapia.

“Hanno falsificato dati sul Morandi”. Lo choc del neo-Ad

La rivelazione è così sconvolgente da lasciare sbigottito persino il nuovo Ad di Autostrade per l’Italia, Roberto Tomasi, l’uomo chiamato per salvare una nave in mezzo alla tempesta: “Quindi lui avrebbe forzato anche i voti sul Polcevera? Ma davvero? Non ci posso credere…”.

È il 12 dicembre 2019. È passato un anno e mezzo dal crollo del ponte Morandi, e tre mesi dalle prime misure cautelari che hanno svelato il sistema di falsi report con cui veniva sottostimato il degrado dei viadotti di mezza Italia, per posticipare le spese in manutenzione. Eppure, fino a questo momento, nemmeno i vertici della società sospettavano che la situazione fosse così grave. Ovvero che i falsi avessero riguardato anche il viadotto caduto, e quindi potessero essere messe in relazione con la morte di 43 persone. Il “lui” a cui si riferisce Tomasi è Michele Donferri Mitelli, ex capo delle manutenzioni di Aspi, fedelissimo dell’ex Ad, Giovanni Castellucci. “Certo che è molto interessante – commenta Tomasi, al telefono con il capo dell’ufficio legale di Aspi Amedeo Gagliardi – Per gli inquirenti, intendo”. Gagliardi è stato incaricato di leggere le carte depositate. Tra di esse ci sono le registrazioni effettuate nel 2017 (un anno prima del crollo) da alcuni dirigenti Spea, società incaricata del monitoraggio delle infrastrutture, come forma di autotutela: “Ce n’è una molto dura – dice Gagliardi – una conversazione tra lui e il progettista De Angelis… tu devi fa’ così… se il numero non te torna devi… perché nel 2002 la Pila 11… l’ammaloramento non dev’esse troppo forte… Insomma, fanno tutto un ragionamento sul Polcevera”. Emanuele De Angelis era il responsabile del progetto di retrofitting del Morandi che per i pm Aspi presentò al Mit con dati edulcorati.

Ieri il gip Angela Nutini ha accolto nel processo oltre 400 intercettazioni , escludendo quelle che coinvolgono i difensori della società.

La ministra Dadone sfida i parlamentari: “Facciamo il test antidroga a tutti i politici”

Chissà se sarà la volta buona. Dopo anni di sospetti e inchieste giornalistiche – quattro anni fa Fq Millennium rivelò l’esistenza di tracce di cocaina nei bagni della Camera – ora la ministra per le Politiche giovanili, Fabiana Dadone, sfida i colleghi alla trasparenza sull’utilizzo di droghe. Intervenuta a Un giorno da pecora su Radio 1, l’esponente dei 5Stelle ha infatti risposto così a chi ha criticato la sua delega alle Politiche antidroga: “Sono delusa dalle biechi argomentazioni rivolte nei miei confronti, l’immagine che ne è uscita è che io sarei una persona che fa uso di sostanze, cosa che ovviamente non corrisponde a verità”.

Colpa di stereotipi e pregiudizi visti il look giovanile e lo stile comunicativo della ministra, che però rilancia: “Invito i colleghi, soprattutto quelli che hanno fatto polemiche, a farci tutti insieme un test antidroga. In un’ottica costruttiva, così daremo un bel messaggio, cioè che siamo tutti coesi nella lotta alla droga”.

Globe Theatre l’occupazione disperata dei lavoratori

“Anoi gli occhi please”. Parafrasando Gigi Proietti, che ne è stato direttore artistico, un gruppo di lavoratori dello spettacolo ha occupato ieri il Globe Theatre di Roma, sulla scia di analoghe proteste al Piccolo di Milano e al Malatesta di Napoli.

Attori, maestranze e operatori riuniti sotto varie sigle (dagli Autorganizzati dello spettacolo fino all’Arci), sono entrati nello stabile nel cuore di Villa Borghese con mascherine, sacchi a pelo e un programma di assemblee e dibattiti sul tema delle condizioni di lavoro del settore. “Non siamo qui per chiedere la riapertura immediata dei teatri”, spiegano. Chiedono invece una riforma delle forme contrattuali, che garantisca continuità di reddito per le piccole realtà dello spettacolo dal vivo, quelli che non fanno parte di grandi compagnie o teatri nazionali e non accedono al Fondo unico dello spettacolo, né nei criteri per i ristori disposti nell’ultimo anno per il settore E che, sostengono, sono la maggioranza. “La pandemia ha scoperchiato la situazione tragica del nostro settore, in gran parte ignota anche alle istituzioni”, ha spiegato Giulia Vanni, attrice. Da subito è arrivata la solidarietà di decine di artisti e del Teatro di Roma, oltre a quella meno scontata, di Alessandro Fioroni e di Carlotta Proietti, organizzatore e direttrice artistica del Globe. Chiamato in causa, nel pomeriggio è intervenuto anche il titolare del Mibact, Dario Franceschini, che ha detto di ritenersi “non una controparte” ma un difensore dei presenti e ha accettato di convocare un incontro tra i rappresentanti della categoria, il ministero della Cultura e il Ministero del lavoro. L’appuntamento è fissato al 22 aprile. Nel frattempo l’occupazione del Globe prosegue con assemblee aperte al pubblico e trasmesse in streaming sui social.

Le Regioni vogliono “riaperture dal 26”. Spiragli da Speranza

La bozza è pronta e sarà presentata oggi pomeriggio alla ministra degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, nella prima conferenza Stato-Regioni presieduta dal leghista Massimiliano Fedriga. E il testo preparato e limato dai presidenti di Regione, con una forte impronta di quelli di centrodestra che ci stanno lavorando da giorni, chiederà al governo di riaprire le attività in deroga al decreto del 31 marzo che ha chiuso l’Italia anche in aprile. Dal 26 aprile i governatori vorrebbero il ritorno a zone gialle, riaprire ristoranti e bar a pranzo e a cena (di sera se con tavoli all’aperto), allungare il coprifuoco dalle 22 alle 24 e soprattutto prevedere protocolli specifici per le riaperture di cinema e teatri con una capienza fino al 50% ma anche piscine e palestre. “Se si possono riaprire gli stadi come l’Olimpico, va fatto anche per le altre attività commerciali”, è il concetto ribadito da Fedriga ai propri colleghi. Inoltre, nel documento che servirà per aggiornare le linee guida del Dpcm di marzo, sarà chiesto all’esecutivo di modificare anche i parametri per considerare le possibili riaperture: non solo i contagi e la pressione sugli ospedali, ma anche il numero di vaccinati nelle fasce di età più a rischio a partire dagli over 70 e 80.

Un’impostazione che potrebbe essere accolta dal governo anche per provare a fermare quei presidenti, come il campano Vincenzo De Luca, più restii a rispettare il criterio delle fasce di anzianità nell’immunizzazione. Il ministro Gelmini oggi darà le prime risposte e da quelle si capirà se il governo ha intenzione di seguire le richieste dei governatori e anticipare le prime riaperture già dal 26. Venerdì si terra la cabina di regia con Draghi e poi già a metà della prossima settimana si potrebbe tenere un nuovo Consiglio dei ministri per modificare il decreto. Il fronte “rigorista” Pd-M5S si oppone e non vuole riaprire prima di maggio, ma anche Gelmini è intenzionata a muoversi con prudenza per non fare scelte affrettate. Speranza, che riferirà oggi in Parlamento, vorrebbe un piano graduale da inizio maggio.

Solo che la Lega preme e, in una guerra interna al centrodestra, Matteo Salvini vuole intestarsi le riaperture. Chi parla con lui quotidianamente racconta che il leader del Carroccio sia rimasto impressionato dalle manifestazioni di lunedì e martedì di ristoratori e commercianti che sono scesi in piazza anche per contestarlo. Sicché dopo che ieri mattina la sua competitor Giorgia Meloni aveva chiesto di riaprire tutto “entro questa settimana”, Salvini nel salotto di Bruno Vespa deve rilanciare: “Chiediamo al governo di riaprire le attività già da lunedì – dice a Porta a Porta – entro aprile in tante città si potrà tornare alla vita sociale” perché “già oggi con le vecchie regole 13 regioni sarebbero in zona gialla”. E mentre Salvini pressa per riaprire tutto dal 26, i suoi parlamentari ieri hanno provato il blitz in Commissione Affari Sociali della Camera dove si votava il decreto Covid di marzo: 17 deputati leghisti guidati da Claudio Borghi hanno presentato un emendamento per “parlamentarizzare” i decreti che stabiliscono restrizioni obbligando il premier a riferire e a sottoporsi a un voto. L’emendamento è stato bocciato, ma ha spaccato la maggioranza: la destra di Lega e FdI hanno votato a favore (assenti i deputati di FI), Pd e M5S contro. Ma Borghi minaccia: “Ci riproveremo in aula”.

Colonnelli, dirigenti e forestali: il pranzo proibito dei ‘ras’ sardi

Il comandante del 151° reggimento fanteria Sassari, Marco Granari; il comandante del Corpo forestale regionale, Antonio Casula; il dg dell’Agenzia Forestale Regionale (Forestas), Giuliano Patteri; il dg dell’assessorato regionale all’industria, Alessandro Naitana; il coordinatore provinciale dell’Udc, Andrea Floris; il sardista Bastianino Spanu. E ancora: i vertici dell’Azienda ospedaliera universitaria di Cagliari, l’ex presidente dell’Agenzia regionale (Laore), Antonio Monni, una decina tra dirigenti regionali, sanitari e amministratori locali. È il parterre de rois che mercoledì 7 aprile, in piena zona arancione e contro ogni norma anti-Covid, si era dato appuntamento a pranzo nelle Nuove Terme di Sardara (Medio Campisano). Ieri sono usciti i primi 19 nomi dei presenti all’incontro interrotto dai carabinieri, ma i commensali erano una quarantina. Quasi metà è riuscita a scappare, chi calandosi dalla finestra del bagno, chi uscendo dalle cucine, chi infilandosi in auto e sgommando via. Uno spettacolo tragicomico, che ha spinto la Procura di Cagliari ad aprire un fascicolo, per ora senza ipotesi di reato.

Il primo a esser sentito dai pm è stato ieri Casula, massimo dirigente del Corpo forestale della Sardegna, ironia della sorte, proprio il corpo incaricato dei controlli sulle norme anti-Covid nei porti e aeroporti sardi. “Io non sono uno di quelli che sono scappati, ero a Sardara e mi sono qualificato, dando l’autocertificazione alla Finanza. Ero lì per lavoro”, aveva detto Casula, spiegando di trovarsi lì per alcune verifiche da effettuare in vista di alcuni lavori di ampliamento della struttura. Una spiegazione smentita dal Comune di Sardara, proprietario delle terme. Chi aveva già ammesso è l’ex assessore regionale agli Enti locali ed ex presidente dell’Anci Sardegna, Cristiano Erriu. Intervistato da la Nuova Sardegna, ha chiesto scusa, ma si è rifiutato di rivelare i nomi dei partecipanti.

Resta il mistero sul perché una buona fetta della classe politico-amministrativa del centrodestra sardo si sia riunto violando le norme. Di cosa dovevano discutere di tanto urgente? “Colpisce che il pranzo sia arrivato proprio nei giorni in cui Regione Sardegna è chiamata a decidere su due provvedimenti di ampia portata economica, la legge 107 e le proposte per il Recovery Fund”, sottolinea il 5S Alessandro Solinas.

Il riferimento è al provvedimento già ribattezzato “legge poltronificio” in discussione in questi giorni in consiglio regionale. La norma voluta dal presidente Christian Solinas, prevede l’assunzione in Regione di 65 figure per una spesa annua pari a 6 milioni di euro. Si va da un segretario generale (costo 285.600 euro l’anno), a tre capi dipartimento (733.400 euro complessivi) e sei “esperti dell’ufficio staff” (805.669 euro). In mezzo anche 5 esperti per il Comitato per la legislazione (671.416 euro), 3 addetti di Gabinetto (180.000), 2 addetti al cerimoniale (120.00), 1 autista (60,616 euro). A questi si aggiungono poi 5 consulenti per gli assessorati (285.600 euro) e ulteriori 36 addetti (733.400). Il sospetto è che il banchetto servisse per spartirsi le poltrone. Una mangiatoia per decidere di un’altra mangiatoia.

Per questo le opposizioni – che da due giorni occupano l’aula – chiedono a Solinas di riferire sui fatti di Sardara. Ma si è rifiutato. “Il presidente non deve e non può riferire alcunché: ci sono indagini in corso”, ha spiegato ieri la vicepresidente Alessandra Zedda (FI). “Siamo ancora senza legge finanziaria, le imprese non hanno i ristori, le crisi industriali sono sempre più preoccupanti e profonde. Eppure voi ci parlate di una legge che si propone di aumentare i posti negli uffici di gabinetto, con sei milioni da prendere dalle casse pubbliche – ha tuonato il Pd Piero Comandini –. Utilizziamo questi soldi per aprire punti vaccinali nelle zone più interne della Sardegna”. “Giunta e Regione sono già dotate di consulenti e posizioni fiduciarie – gli fa eco Eugenio Lai (Leu) – il problema non è nominare altri consulenti, ma scegliere persone competenti nel sottogoverno”.

L’Europa scarica AZ e J&J (con milioni di dosi da fare)

Sarà difficile convincere chi ha paura di AstraZeneca e Johnson&Johnson se l’Unione europea e il governo italiano puntano sui vaccini a Rna messaggero di Pfizer/Biontech e Moderna, a cui dovrebbe aggiungersi, a breve, il tedesco Curevac. La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ieri l’ha detto a chiare lettere: “Dovremo sviluppare vaccini adattati alle nuove varianti, presto e in quantità sufficienti. Tenendo questo a mente, dobbiamo focalizzarci sulle tecnologie che hanno dimostrato il loro valore: i vaccini a Rna messaggero sono un caso chiaro”.

Del resto su quelli a vettore virale gli incidenti si moltiplicano. Ieri la Danimarca ha chiuso definitivamente con AstraZeneca, il resto dell’Ue lo riserva o lo consiglia solo per gli over 55 o gli over 60 (così l’Italia) perché gli eventi trombotici, per quanto rari, riguardano per lo più giovani, soprattutto donne. Johnson&Johnson, il vaccino monodose che doveva cambiare le nostre vite, è stato bloccato negli Usa dalla Food and drug administration (Fda) dopo sei trombosi (una mortale) su 6,8 milioni di vaccinati, poche ma ritenute “specifiche” cioè provocate dal vaccino; il produttore ha sospeso la distribuzione il giorno stesso delle prime consegne nell’Ue; l’agenzia europea Ema si pronuncerà la prossima settimana e l’Italia si prepara a consigliare anche quello ai soli ultrasessantenni. Nel Regno Unito intanto continuano a vaccinare a tappeto anche con AstraZeneca perché i morti di Covid-19, specie dopo una certa età, sono molti di più delle trombosi post-vaccino.

Non c’è conferma che l’Ue abbia già deciso di non rinnovare i contratti con AstraZeneca e Johnson&Johnson, scelta che si estenderebbe anche agli altri vaccini a vettore virale come il russo Sputnik che Ema sta valutando, Novavax e in prospettiva anche l’“italiano” di Reithera. Ne ha scritto ieri La Stampa, da Palazzo Chigi e dal ministero della Salute dicono che una decisione non c’è, ma non smentiscono. E la scelta di puntare sui vaccini a mRna in qualche modo è confermata dai fatti: c’è “un accordo con BioNTech/Pfizer per velocizzare la consegna dei vaccini: 50 milioni di dosi aggiuntive del farmaco saranno consegnate nel secondo trimestre”, ha detto ancora ieri la presidente Von der Leyen, riferendo anche l’avvio di negoziati con Pfizer per 1,8 miliardi di dosi nel 2022 e 2023. Si dà per certo che dovremo vaccinarci ancora. È una partita complessa, Pfizer e Moderna sono negli Usa e uno degli attori è Joe Biden.

Per l’Italia, da qui a giugno, si prevedono 6,7 milioni di dosi in più. “Finalmente una bella notizia”, ha detto il commissario straordinario Francesco Paolo Figliuolo, ieri in visita ai centri vaccinali di Aosta e Torino. Ma il generale è costretto quasi tutti i giorni a rivedere i piani, i vaccini per arrivare alle promesse 500 mila somministrazioni al giorno non ci sono, ma intanto si accelera sugli anziani e si ritardano le seconde dosi. Non c’è conferma dell’ipotesi di generalizzare il cosiddetto modello Basilicata, avanzata da Figliuolo, cioè invitare gli over 60 a mettersi in fila anche senza prenotazioni. Un consigliere del generale è andato a vederlo da vicino, però per il momento si punta a far funzionare le prenotazioni. E a vincere, con tutte le difficoltà del caso, le resistenze ad AstraZeneca. Ma le rinunce aumentano in gran parte del Paese.