E adesso come se ne esce da questa folle guerra?

E adesso come se ne esce? Tutto è avvenuto, e ancora sta avvenendo, come in una strana imitazione della natura: qualcosa che forze e squilibri che noi non conosciamo rendono inevitabile, ma anche non discutibile.

Noi chiamiamo questa richiesta (implorazione) di parlare e confrontarci e discutere “diplomazia”. La parte avversa un po’ ha sorriso e un po’ ha taciuto, ma non si è fermata mai. Se sei ottimista devi pensare che anche il più furioso dei venti, a un certo punto, si calma, e persino lo tsunami finisce, sia pure dopo molto disastro. Forse la parte avversa, in quella che potrebbe essere la sua genialità o il suo delirio, si aspettava un vampata di ammirazione per tanta risolutezza, tanto coraggio.

In parte, il mito auto-costruito di Putin si è imbattuto in un primo grave errore. Una grande folla di adulti e bambini, un po’ dovunque nel mondo e un po’ dovunque tra grandi diversità umane e sociali, sta dicendo che non riconosce la guerra e vuole imporre la pace. La via di fuga di Putin, di fronte all’imprevista rivolta, è di interpretare quelle dimostrazioni di pace come preghiere. Anche un miscredente sa che un Dio si riserva il privilegio di non ascoltare. D’altra parte è vero che le parole non fanno miracoli e che, salvo espedienti di punizioni finanziarie (ognuna a carico del mittente), la politica sopratutto nella parte del mondo che decide e agisce si è auto-sospesa.

E così veniamo lasciati all’improvviso con un enorme oggetto fra le mani, che non si può né tenere né lasciare; un oggetto che continua a promettere, per natura, di fare male. È la guerra, di cui abbiamo notizie distorte, senza chiavi di lettura. Sappiamo che non esiste una risposta giusta (o almeno sembra che nessuno di noi la conosca) su resistere, restare, fuggire, accettare. Tutto sommato è in corso nel mondo una grande obbedienza (certo non dichiarata e non volontaria) a Putin “per non peggiorare le cose”. Sugli altri canali le prime esplosioni per espugnare Kiev. E dalla parte del mondo che dovrebbe essere il peace-keeping, tutti sanno di essere sotto un brutto cielo, ma nessuno chiede di intervenire, né i più pacifisti né i più rissosi.

La parola che di colpo ci ha attanagliati è guerra. Però non è la stessa parola per tutti. Ci dividiamo in due gruppi. Quelli che c’erano, quando la guerra è esplosa in Europa nel 1939-40 (pochi ormai, ma con alcune cose da dire perché attraverso decenni non hanno mai dimenticato la scossa violenta di quel momento). E coloro, quasi tutti, che la guerra nella sua tragica e completa versione non l’hanno mai conosciuta. Finora sono stati fortunati. La guerra rapina sentimenti (ciò di cui hai terrore, ma è simile al terribile destino che auguri al nemico) e ruba anni. Quelli ancora in vita dagli anni 30-40 sanno di essere stati derubati con stupida crudeltà di anni, di esperienza, di vita, di infanzia, di felicità che neppure la pace ha potuto restituire. Adesso, da mercoledì notte, a opera di Putin, tutti sono derubati, anche se, per ora, solo agli abitanti del Paese invaso tocca essere soggetti, in ogni istante, a quel gioco di tragica roulette che viene giustamente chiamata “roulette russa”. Ho appena scritto “solo per ora” perché chi ha vissuto attraverso gli anni di una guerra sa che non esistono previsioni sensate o attendibili su come una guerra – che non è mai in mano agli strateghi – cambia e si trasforma. Ciò che accade è un “rischio valanghe” che, nonostante le pretese dei capi, nessuno vuole prevedere, e nessuno controlla. La possibilità della guerra parcellizzata in battaglie, attraversata da intervalli chiamati “trattative” e seguite da altro furore, è altrettanto probabile. Per ora una parte timida del mondo vuole soltanto restare sugli spalti, magari con scandalo e condanna dello spettacolo che però resta altrove e di altri. Teoricamente Putin si è assunto la responsabilità di fare da solo la guerra. Ma in un mondo globale la guerra è immediatamente globale, quindi invade, come una alluvione, lo spazio , il tempo e la paura di tutti.

E così, nonostante le manifestazioni, è cauta l’opinione pubblica mondiale che non vuole decidere fra Putin e anti-Putin e quando dice che cerca pace intende dire forniture sicure e buoni rapporti che non ti fanno salire i costi.

Mancano Stati in cui i governi non siano solo grandi cronisti degli eventi di guerra, ma disegnatori dello spazio invalicabile che ci separano dagli eventi di guerra. E continua a mancare la risposta alla domanda chiave: come se ne esce? Chi ha vissuto altre guerre sa che non se ne esce per caso.

 

Argeo e Demetrio, validi guerrieri macedoni (con il ginocchio valgo)

Dalle novelle apocrife di Aulo Gellio. Quando Cesare stava per partire alla volta di Farsalo, i suoi generali lo misero in guardia dai mercenari macedoni arruolati da Pompeo. Gli dissero che erano soldati valorosi e molto difficili da sconfiggere, anche se in netta minoranza numerica. Cesare ordinò ai suoi generali di fare prigionieri un paio di questi uomini e di portarglieli. E così due esemplari di macedoni furono condotti dinanzi a Cesare. Si chiamavano Argeo e Demetrio. Erano piccoli, magrolini, le spalle cadenti, il ginocchio valgo. Cesare indirizzò ai suoi generali un’occhiata espressiva, come per dire: “Tutto qui?”. Poi, dedicando ai due una smorfia sprezzante, disse: “Signori, siete nostri prigionieri. Secondo l’usanza, verrete portati nell’arena, dove parteciperete a uno degli spettacoli pomeridiani del Colosseo. Lì, dieci gladiatori romani vi spediranno in un posto dove sarete in pace per sempre”. E il sabato seguente i due macedoni vennero fatti entrare nell’arena contro dieci gladiatori romani, dei quali fecero polpette.

Due giorni dopo, Cesare convocò di nuovo i due macedoni. Gli disse: “Signori, ho ammirato il coraggio e l’abilità nel combattimento con i quali avete ottenuto un’altra settimana di vita. Ma sabato prossimo vi rimanderò nell’arena, e stavolta i gladiatori saranno a cavallo e avranno corazze e lance”. E così fu. Argeo e Demetrio affrontarono i gladiatori a cavallo, li fecero a pezzi, e non c’è bisogno che vi dica dove finirono infilate le lance. E Cesare convocò di nuovo i due macedoni. “Signori”, disse, “adesso basta. Sabato prossimo verrete rispediti nell’arena, e sessanta leoni africani affamati saranno i vostri avversari. Definitivamente addio”.

Quel sabato, Argeo e Demetrio erano in piedi al centro del Colosseo, in attesa dei sessanta leoni africani affamati che sarebbero stati liberati per divorarli. I due uomini cominciarono a conversare. Il primo disse: “Demetrio, mi sono appena ricordato. La notte scorsa ho sentito un dialogo che proveniva dalla tua cella. Sognavo, o stavi parlando con qualcuno?”. “Non stavi sognando, Argeo” disse Demetrio. “In effetti stavo parlando con qualcuno. È una storia incredibile, e se non fossimo stati così infastiditi dagli staffili, ultimamente, te ne avrei parlato”. “Di che si tratta?”. “Bè”, disse Demetrio, “rammenti la prima volta che ci hanno portato qui a divertirci con i dieci gladiatori? Quel pomeriggio notai una donna splendida nella tribuna d’onore. Anche lei mi notò, e ci scambiammo un sorriso. Accadde proprio dopo che avevo afferrato tre gladiatori e li avevo scaraventati nel loggione. Il giorno successivo, quella donna mi inviò un biglietto. Si chiamava Calpurnia, era una nobile, e voleva incontrarmi”. “Calpurnia chi? La moglie di Cesare?”. “Non ti ho detto niente”. “Mi conosci, sono una tomba. Dunque?”. “Dunque la notte scorsa è venuta nella mia cella dopo aver corrotto una guardia. Mi ha portato una bottiglia di Falerno, miele, carne arrosto, fichi dolcissimi, e datteri farciti con le noci. E mentre mangiavamo e bevevamo mi diceva frasi tenere. Io ricambiavo le attenzioni e i complimenti”. “E poi?”. “Poi cominciò a carezzarmi. La mia eccitazione divenne visibile, e notai che questo la divertiva. Allora, palpandole i seni, le diedi un lungo bacio sulle labbra vermiglie”. “I seni com’erano?”. “Gonfi e morbidi come non me ne erano mai capitati. Si abbassò la tunica per mostrarmeli. Intinsi un dito nel miele, che spalmai sui suoi capezzoli, e presi a succhiarglieli. Lei allora spalmò il miele sulla mia verga, e…”. Demetrio tacque. “E poi? E poi?” domandò Argeo, che non stava più nella pelle. “Be’”, disse Demetrio “stanno arrivando i leoni. Te lo dico dopo”.

 

Il dolce ardore del disarmo

Questa è l’ora / di non dare più nessuna vacanza / all’utopia, uscire in strada / nella neve o col sole, / andare a leggere i nomi dei soldati / di antiche guerre, ripetere / la loro strada, dal mattino / in cui uscirono di casa, fino alla scheggia / che ruppe loro il cuore, fino / al pianto di madri nere e impietrite / in Irpinia e in Ucraina. / I mercanti che furono scacciati dal tempio / hanno avuto molte rivincite, / hanno messo in croce molte volte gli innocenti, / hanno piantato il cipresso al posto dell’ulivo. / Questa è l’ora di pensare all’eroica giovinezza / dei soldati afgani e di quelli morti a Caporetto / col seno delle madri in fondo ai passi. / Questi che vediamo adesso a Oriente / e ad Occidente, capi di tutto e capi del niente, / mai avranno un singhiozzo di vergogna / per quello che fanno e che faranno / in un mondo che si fa cupo deserto / invece di sognare il dolce ardore del disarmo. / È vero, c’è la guerra, ma qualcuno / steso nel rifugio sta dicendo / alla sua donna: la tua voce / non è mai stata così bella.

Riotta dà lezioni di coerenza a Spinelli

Gianni Riotta twitta, nel consueto italiano malfermo: “Ricordo @LaStampa durante la guerra in Jugoslavia una Barbara Spinelli così ferocemente filo Nato e Occidente da firmare appelli in stile Henry Levy e Glucksmann sui nostri valori. Adesso scrive sul Fatto e diventa anti Usa e Occidente. Peccato! Suo padre non sarebbe d’accordo”. Già il fatto che un ex del manifesto passato alla corte dello Zio Sam, dello zio Agnelli e dei nipoti Elkann dia lezioni di coerenza a una delle menti più lucide e delle penne più libere del giornalismo fa sorridere. Così come il fatto che, senza contestare una sola riga di quanto scritto da Barbara Spinelli, si erga a interprete autentico del pensiero postumo di Altiero Spinelli, purtroppo scomparso e dunque impossibilitato a sbeffeggiarlo. Il fatto invece che il poveretto non si sia accorto che Barbara Spinelli, nell’articolo dell’altroieri, faceva autocritica sulla guerra nell’ex Jugoslavia non deve stupire. Era universalmente noto che Riotta, celebre distruttore di giornali e telegiornali, non sa scrivere. Ora scopriamo che non sa neppure leggere.

Eriksen tornato in campo: 30’ con il Brentford

Christian Eriksen è tornato ieri in campo in Premier League con il Brentford, che a gennaio lo aveva acquistato a parametro zero (l’Inter gli aveva concesso la risoluzione consensuale dopo il parere negativo del Coni sul ritorno alla pratica agonistica). A oltre 8 mesi dall’arresto cardiaco subito nel corso degli Europei, il centrocampista danese, ex anche di Ajax e Tottenham, è subentrato al 52’ nella sfida casalinga contro il Newcastle al posto del connazionale Mathias Jensen, colui che lo sostituì al 43’ nella sfida contro la Finlandia al Parken Stadium di Copenhagen il 12 giugno 2021. Il Brentford in 10 dopo dieci minuti di gioco per l’espulsione di Da Silva, ha perso per due a zero. “Se togliamo il risultato sono un uomo felice, essere tornato in campo è una sensazione meravigliosa”, ha detto il danese.

Catturato latitante del gruppo S. Cocimo

È stato catturato Antonino Trentuno, classe ‘94, elemento di spicco del gruppo di San Cocimo della famiglia di Cosa Nostra catanese Santapaola-Ercolano, genero di Lorenzo Saitta detto “u scheletro”, elemento di primo piano del gruppo criminale. Trentuno, condannato all’ergastolo, è stato arrestato a Vibo Valentia dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Catania e dalla Squadra mobile eseguendo un’ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Dda etnea. Era sfuggito, nel settembre dello scorso anno, all’operazione dei carabinieri “Quadrilatero” condotta dalla compagnia di Catania Fontanarossa. In Calabria aveva trovato un posto per la sua latitanza, ma è stato rintracciato e arrestato.

L’oro rubato in Italia e riciclato in Svizzera

Decine di chili di oro proveniente da furti in abitazioni del Nord Italia e diretti in Svizzera, scoperti dai carabinieri di Asti. L’indagine della Procura astigiana ha permesso di individuare i presunti vertici di una vera e propria filiera tra Piemonte e Lombardia. Ricettavano pietre preziose e gioielli che, una volta fusi in proprio in Italia per trasformarli in lingotti più facilmente occultabili, venivano trasferiti illecitamente in Svizzera in accordo con due indagati, responsabili della rivendita del metallo prezioso presso fonderie elvetiche, al ritmo di uno o due viaggi a settimana, per complessivi 100 chili, corrispondenti ad un valore di circa cinque milioni di euro. Recuperati 37 chili di oro tra monete, gioielli e lingotti.

Anarchici, tre arresti. Pure attentatore Lega

C’è anche Juan Antonio Sorroche Fernandez fra i tre anarco-insurrezionalisti arrestati ieri dalla Digos a Trieste. Per lui, ritenuto il responsabile dell’attacco alla sede della Lega di Villobra, in provincia di Treviso, avvenuta nel 2018. Per Sorroche, l’ipotesi di reato è di attentato con finalità di terrorismo e fabbricazione e porto in luogo pubblico di “ordigno esplosivo”, in relazione all’attacco compiuto ai danni del Tribunale di Sorveglianza di Trento il 28 gennaio 2014. L’ordinanza con il nuovo arresto gli è stata notificata in carcere, dove si trova dal 2019. Sorroche era stato arrestato, nel maggio di quell’anno, dopo un periodo di latitanza legato al mandato di cattura, nei suoi confronti, per l’attentato alla sede della Lega nel Trevigiano.

Brescia, indagato “architetto di Putin”: tasse evase su 50 mln. Sequestrate opere d’arte

Mesi fa aveva preso le distanze da chi gli aveva intestato il progetto del “palazzo d’inverno” di Putin. Ma le sue attività e i suoi legami restano avvolti nel mistero. Per questo la Procura di Brescia ha acceso i riflettori su Lanfranco Cirillo, imprenditore di 63 anni che negli anni Novanta aveva capito che la Russia avrebbe fatto rima con soldi. E da allora ne ha fatti tanti, tantissimi, arrivando a diventare “l’architetto di Putin” e di altri 44 oligarchi e creando uno studio che – lo disse tempo fa lo stesso Cirillo in un’intervista a Repubblica – “aveva più di duemila dipendenti”. Era tornato in Italia nel 2019 per affrontare la malattia della figlia che a 33 anni non è sopravvissuta a un tumore. Per il pm bresciano Erica Battaglia, Cirillo i milioni di euro che ha messo via, li ha fatti anche grazie al mancato pagamento delle tasse in Italia. È accusato di infedele dichiarazione dei redditi, auto-riciclaggio e violazione del codice a tutela dei beni culturali. Dal 2013 al 2019, avrebbe sottratto al Fisco un imponibile pari a 50 milioni di euro. La Guardia di Finanza ha lavorato 48 ore di fila nell’immensa villa bresciana di Cirillo che nato a Treviso da oltre 30 anni vive nel Bresciano. Le Fiamme gialle gli hanno sequestrato – senza però portarle via da casa – tele originali di Picasso, Cezanne, Kandinsky, De Chirico e Fontana. Ha nel catalogo privato 143 opere d’arte dal valore milionario.

Non potrà decollare per un po’ nemmeno il suo elicottero, del valore di 2 milioni di euro, che Cirillo pilota personalmente e per il quale secondo le indagini, avrebbe dovuto versare all’Erario mezzo milione di euro, perché acquistato all’estero – in Russia – lo ha utilizzato nei cieli italiani oltre il periodo concesso per la temporanea importazione. Una buona fetta di patrimonio ora bloccato è in attesa dei prossimi sviluppi dell’indagine. Parlando con il Giornale di Brescia Cirillo si è detto sorpreso. “Tutti sanno che per 20 anni ho vissuto in Russia”. Nel 2014 Putin in persona gli aveva dato la cittadinanza russa. “Sono orgoglioso di avere realizzato importanti opere in Russia, dando lavoro a decine di aziende italiane e portando nelle dimore di molte delle persone più importanti e influenti il meglio dell’eccellenza italiana”. Sull’indagine racconta di essersi messo a disposizione dalla magistratura. “Con serenità e fiducia ho comunque già iniziato a collaborare personalmente con il magistrato. E continuerò a farlo fino al chiarimento completo della mia posizione”.

L’ospedale in Fiera richiude nel trionfo della propaganda

“L’astronave” di Bertolaso chiuderà martedì 1° marzo. A dirlo, ieri, l’assessore Letizia Moratti. Venerdì è stato dimesso l’ultimo paziente e l’ospedale in Fiera non ne riceverà altri. Scontato il tono trionfalistico del salutato al (non) ospedale: “Ringrazio Fiera Milano e tutti gli operatori sanitari, medici, infermieri, e i volontari che si sono adoperati nella struttura di emergenza in questi mesi di lotta al Covid”, ha detto Moratti, “Si tratta di una vittoria da ascrivere al grande senso civico dei lombardi”. Nel commiato Moratti non ha ricordato che quella struttura, arrivata a inizio seconda ondata, aperta e chiusa a singhiozzo, costata 21 milioni, ha curato solo i pazienti intubati ma non gravi (non essendo un ospedale, non ne aveva i mezzi), salvo poi vantarsi della percentuale di sopravvivenza dei ricoverati; ha sottratto sanitari a 17 strutture, alcune andate in crisi; ha avuto extra costi perché per convincere medici e infermieri a lavorarvi, la Regione ha dovuto sborsare stipendi e premi. Una vittoria? Sì, della propaganda.