Derubati e contenti

Avevamo scritto che alla Restaurazione in corso mancano solo le parrucche e i codini del Congresso di Vienna. Ma non avevamo previsto la restituzione dei vitalizi ai ladri di Stato. Invece è arrivata anche quella. Dopo Formigoni, che su 5 anni e 10 mesi di condanna ha scontato 5 mesi e ora riavrà 7mila euro al mese direttamente dalle nostre tasche, anche Del Turco (3 anni e 11 mesi) sarà oggi riabilitato con 5.500 euro mensili: in fondo lui di mazzette ne ha incassate solo 850mila euro e non ha ancora versato i 700mila di risarcimento allo Stato (anziché pagare, incassa). Seguiranno B., Previti, De Lorenzo, Di Donato e altra brava gente. Ma concentriamoci sugli sgovernatori. Date un’occhiata allo stato comatoso della sanità (e delle vaccinazioni) in Lombardia e in Abruzzo: se cercate un perché, lo trovate nelle rispettive sentenze della Cassazione. L’uno e l’altro dirottavano i soldi delle nostre tasse destinati alla sanità pubblica nelle tasche dei ras delle cliniche private (Maugeri e San Raffaele il primo, Angelini il secondo), i quali poi ricambiavano con congrue percentuali, sempre a carico nostro. Intanto le due Regioni tagliavano i posti letto pubblici e l’Abruzzo s’imbarcava pure in una folle cartolarizzazione dei crediti sanitari farlocchi, ceduti a banche estere e ripagati con mutui capestro.

Sui giornali del Partito degli Impuniti si legge che Del Turco è innocente perché Angelini ha una condanna per truffa alla Regione (per ogni ricoverato stilava fino a 10 cartelle cliniche, con rimborsi regionali a piè di lista) e s’è visto confiscare il bottino delle sue truffe: 32 milioni. Peccato che il Telepass della sua auto segnalasse 19 visite tangentizie in due anni a villa Del Turco: prendere mazzette è già grave, ma prenderle da chi sai che sta truffando la tua Regione è una doppia vergogna. Idem per Formigoni, che – sentenza definitiva alla mano – elargì oltre 200 milioni di fondi regionali al San Raffaele e alla Maugeri per 6 milioni di tangenti. Fate voi il calcolo su quei 32 milioni in Abruzzo più 200 in Lombardia: quanti posti letto e respiratori avrebbero potuto acquistare le due Regioni prima della pandemia se fossero state governate da gente onesta? Nel 2015 una norma voluta da Piero Grasso ci aveva risparmiato, se non il danno, almeno la beffa di vedere questa gente mantenuta a vita dallo Stato. L’avevano votata tutti: Pd, Sel, FdI e Lega; il M5S no perché la riteneva troppo blanda. Ora il Senato la aggira senza neppure cambiarla, per mano dei leghisti Pillon e Riccardi e del forzista Caliendo, nel silenzio di tutti fuorché dei 5Stelle. Che poi qualcuno si domanda perché, con tutte le cazzate che fanno, non muoiono mai: perché gli altri sono così.

Torna la voce della Hack: “Siamo tutti fratelli di zuppa. E figli di particelle elementari”

Avrebbe spento 99 candeline quest’anno Margherita Hack, nata a Firenze il 12 giugno 1922. L’astrofisica più amata d’Italia, deceduta nel 2013, torna a parlarci di sé attraverso l’audiolibro Nove vite come i gatti, che Bur Rizzoli ha pubblicato in esclusiva sull’applicazione Audible.

Non una semplice autobiografia, la Hack questa volta si racconta percorrendo la sua vita attraverso i maestri più importanti, a partire dai genitori fino ai direttori di dipartimento con cui ha collaborato. Per farlo utilizza la voce del giornalista e conduttore Federico Taddia. L’idea nasce dal sodalizio tra i due, che i più giovani ricorderanno sin dai tempi di Big Bang – In viaggio nello spazio con Margherita Hack in onda su Sky dieci anni fa.

“Vale la pena ascoltare l’audiolibro – spiega Taddia – perché, benché ci sia la mia voce, è la voce di Margherita quella che si sente. C’è veramente la sua anima, tutta la sua personalità, i suoi modi di dire, il suo amore per la vita, per la ricerca, per la razionalità e per lo stupore. Torna tante volte la parola meraviglia. Era questa la sua forza – racconta – sapersi meravigliare e cercare la grammatica della meraviglia nella scienza”.

I suoi primi 90 anni laici e ribelli sono racchiusi in nove capitoli, per un totale di due ore e mezza. La “Marghe d’Italia” porta l’ascoltatore nella vastità dell’universo, “un sistema assai più complesso, un organismo di dimensioni impensabili del quale il genere umano non è che una minima parte”. Non siamo che “piccole tessere di un puzzle infinito. Come me – dice ai lettori –, siete il frutto di mille evoluzioni che hanno avuto origine da una zuppa di particelle elementari”. Dalla zuppa sono venute fuori le stelle. Dalle stelle noi, “fratelli di zuppa”.

La sua vita è nata da “diversa”. I primi anni sono trascorsi in via delle Cento Stelle a Firenze. “Non credo al fato o al destino – commenta – ma questa coincidenza mi è sempre piaciuta”. Cresce nell’ambiente della dottrina teosofica. A 9 anni incontra ai giardini Aldo, che dopo tempo ritroverà e sposerà. Il fascismo, gli anni di liceo, i ricordi del professore di greco Alessandro Setti. L’iscrizione alla facoltà di lettere e il passaggio allo studio della fisica. La narrazione prosegue lungo la trama dei legami coi maestri. Fondamentale l’incontro con il professore Giorgio Abetti. La passione per le stelle e lo studio delle Cefeidi, le stelle “pulsanti”. E poi le collaborazioni più importanti con Daniel Chalonge e Otto Struve.

Merate, l’Olanda, Berkeley, Trieste. Il suo viaggio in lungo e in largo per il pianeta Terra con lo sguardo rivolto alle galassie è costellato di scoperte e incontri. Quello che conta per la Hack è “motivare i ricercatori, spingerli a viaggiare, creare una rete di relazioni”. Nove vite come i gatti è una passeggiata mano nella mano con lei per condurre i più giovani lungo i passaggi importanti della sua carriera. “È la Marghe che non teme nulla – assicura Taddia –, che non ha paura di morire perché non ha mai avuto paura di vivere, spettinata e rigorosa come era”.

“Non mi uccidere”, l’horror romantico di De Sica (jr)

Nipote di Vittorio, figlio del compositore Manuel e della produttrice Tilde Corsi, Andrea De Sica il cinema l’ha sempre respirato in casa. A differenza di tanti figli d’arte, però, ha aperto la finestra: dopo l’opera prima I figli della notte e le tre stagioni della serie Baby, Non mi uccidere ne conferma, ed estende, il talento.

“Thriller d’amore” o “favola nera”, dal 21 aprile disponibile per acquisto e noleggio su una teoria di piattaforme (Prime Video, Chili, Sky Primafila, YouTube…), è una prova di furbizia, adiuvata al tavolo di scrittura da Gianni Romoli e il collettivo Grams, e di fedeltà a se stesso, se vogliamo esagerare, di continuità autoriale.

De Sica prende l’Alice Pagani di Baby, che la morte farà letteralmente Bella, e Rocco Fasano, dichiarato sosia di Robert Pattinson alias Edward, e si predispone al calco di Twilight a uso e consumo del pubblico di riferimento, ma poi scarta bruscamente, non si limita alla copia conforme dell’“horror travestito da soprannaturale” bensì affonda i canini “con audacia in una dimensione altra, senza paura”, trovando sapide scene di sesso, corpi sbranati e torture assortite. Alla storia di Mirta (Pagani) che ama Robin (Fasano) fino a farsi plagiare, non concede limiti: si ritroveranno dopo la morte, ancora vivi, con Mirta costretta a cibarsi di carne umana – sul set Pagani ha abbracciato il vegetarianismo, c’è da capirla – e a sfuggire ai Benandanti che cacciano i Sopramorti come lei.

De Sica sconfessa simmetrie ed eredità cinematografiche – oltre a Twilight ci sono invero almeno Only Lovers Left Alive, The Bad Batch e Lasciami entrare – e Romoli perfeziona il distacco dal libro omonimo di Chiara Palazzolo –. “Il film è più pop, meno filosofico, meno wittgensteiniano” –, tutti parlano di romanzo di formazione, di coming of age: “Lotta per diventare grande, accettazione del mostro che si è, qualcosa di normale per noi giovani”, secondo Pagani.

Prodotto con intelligenza da Vivo Film per Warner Bros., Non mi uccidere è davvero ben congegnato, dall’eredità letteraria alla sceneggiatura “vecchia e giovane”, dal cast – dove troviamo volti giusti e, insieme, idee di audiovisivo diverse, da Fabrizio Ferracane a Silvia Calderoni, da Giacomo Ferrara a Anita Caprioli – alla partitura musicale (con De Sica Andrea Farri) della regia: la sintesi sta nella miscela di genere e autorialità, e ormai anche alle nostre latitudini non dovrebbe fare più notizia.

Accanto alle scene action sapientemente coreografate e ai rovelli esibiti da De Sica, “la fascinazione del male, gli aspetti notturni della nostra mente, il romanticismo”, c’è però un ulteriore elemento che discosta, e al contempo eleva, il film dal “genere d’autore” e gli garantisce fattura e appeal internazionale: l’adesione, forse un po’ paracula di certo efficace, allo spirito del tempo, ovvero alla preminenza femminile, se volete, all’istanza femminista. Mirta è la protagonista assoluta, Pagani ruba la scena, e ancora non basta: la liaison eterosessuale passerà il testimone alla sorellanza. Ed è, promette De Sica, un traguardo ideologico: “Troppe volte abbiamo messo il maschio al primo posto, qui c’è l’universo femminile, il legame sororale, con un finale catartico: in un mondo che tende a sottometterle, le donne hanno l’ultima parola”.

 

Che animale, l’uomo: i racconti di Marciano, cinefila e letterata

Ai falconieri capita spesso di perdere i propri uccelli. Fa parte del rischio di addestrare una creatura selvatica, ogni caccia potrebbe essere l’ultima. Se vogliono volare via per non tornare più lo fanno. Bisogna allora essere disposti a farsi abbandonare anziché insistere ad accorciare quel laccio che dà l’illusione di poter trattenere chi si ama. O si può reciderlo come fa Diana, nomen omen, che mesmerizzata da un falco sanguinario ma d’intelligenza sopraffina, come solo gli animali sanno essere per spirito di conservazione, stacca ferocemente la spina da ciò che la sta spezzando: un matrimonio in crisi.

Dentro ognuno di noi alberga uno spirito animalesco, primordiale e selvatico, ed ecco perché anziché ambire ad addomesticarlo (il nostro e pure quello degli altri) converrebbe imparare a conoscerlo, ascoltarlo, perfino assecondarlo.

Nelle sei novelle che danno corpo alla raccolta Animal spirit di Francesca Marciano (Mondadori), che da sempre pensa e scrive in inglese e poi è la traduttrice italiana di se stessa, l’incontro, spesso inaspettato, dei protagonisti con un animale è l’epifania che spariglia le carte, fa cambiare rotta, suggerisce una soluzione, invita a porsi domande.

Come fa il regista Julian che, dopo aver conosciuto a un casting, per volere del destino, chi ha investito mortalmente la sorella anni addietro, osserva uno stormo di uccelli nel cielo di Roma, “una manciata di confetti lanciati in aria”, espandersi e contrarsi ritmicamente come se ogni uccello fosse la particella di un unico organismo e si domanda se “esiste un istinto che ci guida in modo da non farci del male mentre avanziamo insieme verso un luogo più sicuro”.

La giovane Ada, che ha dentro di sé “uno spazio vuoto e gelido che nessuno aveva mai riscaldato”, trova invece la chiave per non fuggire più da se stessa nel rapporto con un pitone albino, sua seconda pelle in un numero circense. L’idea che “il suo corpo fosse diventato territorio familiare per quella creatura incredibile, che aveva imparato a conoscere il suo odore e la sua forma e mai le avrebbe fatto del male” le dà l’input per rivoluzionarsi.

Ancora, nel bel mezzo del New Mexico, dov’è volata per soccorrere l’ex compagno bipolare con cui ha trascorso cinque anni in Kenya, terra amatissima da Marciano che ci ha vissuto a lungo, Sara viene sorpresa da un gruppo di alci che sbucano dal bosco e le passano accanto, sfiorandola. “Un’immagine di bellezza purissima, che esplodeva di vita”, “un monito dell’esistenza di creature misteriose che vivono vite parallele alle nostre”, che le si tatua nella mente e la rassicurerà negli anni a venire, dopo il suicidio di lui.

Sceneggiatrice di valore – per dirne tre: ha vinto un David di Donatello sceneggiando Maledetto il giorno che t’ho incontrato di Carlo Verdone; ha scritto l’adattamento di Io non ho paura di Niccolò Ammaniti per la regia di Gabriele Salvatores; ha co-sceneggiato La bestia nel cuore con Cristina Comencini –, ma anche scrittrice raffinata, Marciano, che negli States è stata paragonata ad Alice Munro, è la dimostrazione, al pari di Paolo Sorrentino, Tony Laudadio, Cristina Comencini, Pupi Avati, Margaret Mazzantini, Antonio Manzini, di come nuotare nel mare del cinema aumenti il potenziale immaginativo, la qualità della scrittura, l’abilità narrativa. La resa.

Serviti da uno stile cristallino, questi racconti-scrigno, che si leggono come si stesse guardando un film, offrono riflessioni sulla natura ambigua dei sentimenti, sui non detti che fomentano dubbi, rabbia o senso di colpa, sull’egoismo che fa masticare l’amore per poi sputarlo perché si ha fame di altro, sui movimenti tellurici della vita che sbilanciano, su quelli che riportano in asse e sulla consapevolezza che stare davvero accanto a qualcuno è anche questione d’istinto animale.

Come fanno le figlie di Emilia. Per non nominarne la tristezza, non turbarne l’immobilità, imparano a comunicare silenziosamente come i gatti e a decifrare gli stati d’animo della madre “basandosi sui flussi d’aria che spostava attraversando le stanze, sul ritmo del suo respiro, sui suoi movimenti, il suo odore”.

In mare l’acqua di Fukushima. ‘No’ di Cina e Corea

Come anticipato dal governo, Tokyo ha deciso di rilasciare nell’Oceano Pacifico l’acqua contaminata impiegata per raffreddare i reattori danneggiati dall’incidente nucleare di Fukushima. Contrari l’opinione pubblica, l’industria della pesca e dell’agricoltura, cui si aggiungono la Corea del Sud, la Cina e Green Peace. Ma niente, il premier Yoshihide Suga ha formalizzato la decisione a 10 anni esatti dalla catastrofe del marzo 2011. Di tutta risposta, il ministero degli Esteri sudcoreano ha convocato l’ambasciatore giapponese Koichi Aiboshi presentando una protesta formale. “Tokyo rilascerà l’acqua radioattiva dopo averla diluita a livelli non dannosi per l’uomo. Ma la diluizione non cambierà il totale di radioattività dispersa”, ha denunciato a Seul un’alleanza di 31 gruppi civici anti-nucleare e pro-ambiente. La Cina, dal canto suo ha esortato il Giappone a non rilasciare in mare l’acqua radioattiva “senza autorizzazione” da parte di altri Paesi e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). “La Cina si riserva il diritto di dare ulteriori risposte” alla mossa di Tokyo, ha minacciato il portavoce del Ministero degli Esteri, Zhao Lijian. Gli Usa hanno mostrato comprensione verso il piano giapponese, ma Zhao ha espresso scetticismo al riguardo, dicendo che la Cina crede che anche Washington “attribuisca importanza alle questioni ambientali”. Intanto è arrivata anche la condanna di Greenpeace Giappone: “Invece di usare la migliore tecnologia esistente per minimizzare i rischi di esposizione a radiazioni immagazzinando l’acqua a lungo termine e trattandola adeguatamente per ridurre la contaminazione, si è deciso di optare per l’opzione più economica”, ha scritto Greenpeace. La manutenzione giornaliera della centrale di Fukushima genera 140 tonnellate di acqua contaminata, che – nonostante venga trattata negli impianti di bonifica – continua a contenere il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno.

Minneapolis, Wright ricorda Floyd: in strada la stessa rabbia

Minneapolis torna ad essere l’epicentro del disagio e della protesta dei neri negli Stati Uniti: l’uccisione di un ragazzo di 20 anni, Demetrios ‘Daunte’ Wright, ad opera d’una poliziotta bianca che avrebbe confuso la pistola con il taser, scatena una fiammata di violenza e fa salire la tensione in città e nell’Unione, mentre s’avvia alla conclusione il processo al poliziotto che, il 26 maggio 2020, provocò la morte di George Floyd. Le proteste vanno da New York a San Francisco. Negli Usa, le armi non smettono di fare fuoco: lunedì sera, una sparatoria in un liceo di Knoxville, Tennessee, ha lasciato morto a terra uno studente che aveva sparato contro la polizia. Un agente è rimasto ferito. A Minneapolis, per due notti, ci sono state scene di guerriglia urbana: la rabbia degli afro-americani contro la polizia è riesplosa. Wright era in auto con la fidanzata: era stato fermato per un controllo e gli agenti avrebbero scoperto che sul suo conto pendeva un mandato di cattura. In un video diffuso dalle forze dell’ordine, si vede un’agente che, per evitare la fuga del ventenne, che prova a rimettersi al volante, gli spara a bruciapelo dentro l’abitacolo. La poliziotta, Kim Potter, è stata prima posta in congedo amministrativo e si è poi dimessa: 48 anni, era da 26 in servizio presso il dipartimento di polizia di Brooklyn Center, il sobborgo di Minneapolis teatro del dramma. Anche il capo della polizia locale s’è dimesso. Nella città già ferita dall’uccisione di Floyd, la tensione è così risalita di colpo: le proteste, l’assedio al comando di polizia, i lacrimogeni, decine di arresti, il coprifuoco. Il presidente Joe Biden lancia un appello alla calma e assicura che nessuno sarà al di sopra della legge. La mamma di Daunte, Katie, chiede giustizia, ma invita a manifestare pacificamente: la donna era al telefono con il figlio e ne ha praticamente vissuto in diretta l’uccisione. C’è il rischio di una vera e propria sommossa, la cui miccia potrebbe essere innescata dalla sentenza del processo contro l’ex agente Derek Chauvin. Il dibattimento s’avvia alle battute finali: la sfilata dei testimoni ha finora inchiodato l’imputato alle proprie responsabilità. Fra le lacrime, ha deposto, lunedì, il fratello di Floyd, Philonise, 39 anni. I difensori di Chauvin volevano che i componenti della giuria fossero tenuti all’oscuro delle proteste per evitare che ne fossero influenzati. Ma il giudice ha respinto la loro richiesta: il dibattimento dovrebbe esaurirsi in settimana, lunedì prossimo iniziano le arringhe. La partita dell’Nba in programma lunedì sera a Minneapolis è stata rinviata, in segno di lutto.

Vedette per mare e per aria. Pechino prova la conquista

Le acque del Mare Cinese meridionale sono gelide, ma la temperatura nella zona è bollente. In quel punto più caldo degli altri dell’Oceano Pacifico, tra le onde, si stanno gonfiando le antiche ambizioni di espansione di Pechino. Se il primo bersaglio del Dragone rimane Taiwan, l’isola ribelle che da almeno settant’anni il governo centrale cerca di riannettere, molti Stati della regione denunciano l’escalation militare della Repubblica popolare. Chi domina il mare domina anche le terre che bagna, insieme alle rotte strategiche per equilibri commerciali, economici e geopolitici. Ma il trionfo supremo contro un avversario è quello che si ottiene senza battaglia: nella storia più recente la strategia di “vittoria senza combattimento” è stata applicata sulle coste del Mar Nero in seguito al conflitto scoppiato tra Ucraina e Russia.

Se il presidente Putin ha dispiegato “gli omini verdi” sul suolo della Crimea per incapsulare nella Federazione la penisola, la Cina invia dalle sue coste verso il mare aperto quelli che gli analisti chiamano “little blue men”, piccoli uomini blu, di cui Pechino però non ha mai ammesso ufficialmente l’esistenza. Battezzati così per il colore delle centinaia di navi su cui si spingono nelle zone che altri Stati reclamano come propri, sono i “miliziani del mare” cinesi. È almeno dal 2016 che i “piccoli uomini blu” vengono avvistati a largo dei territori contesi che rientrano nel mirino cinese. Alla fine dello scorso marzo l’ultima a denunciarli è stata Manila, che ha protestato contro le autorità del Partito comunista per la “presenza minacciosa” di 200 pescherecci cinesi fermi per settimane intorno alla barriera corallina di Whitsun Reef, a nord-est delle isole Spratly. Si è trattato della prima operazione di tale portata mai dispiegata ed è avvenuta intorno a due punte, Niu e Jiao, che Pechino reclama come parte del suo territorio. “A causa della situazione marittima, alcuni pescherecci si sono riparati dai venti, non esiste una milizia cinese marittima” ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, rispondendo alle accuse congiunte in arrivo da Washington e Manila. A bordo dei velocissimi vascelli che rifiutano sempre di indietreggiare ci sono più munizioni e armi automatiche che ami e reti da pesca: degli equipaggi a bordo fanno parte migliaia di veterani dell’esercito. Il Pentagono li ha classificati come Pafmm: acronimo di “milizia marittima dell’esercito popolare” e li annovera come “componente chiave” delle forze armate cinesi. Secondo gli analisti Usa sono “una forza organizzata, sviluppata e controllata dallo Stato, che opera sotto la catena di comando militare per condurre attività richieste dal governo”.

Se i finti pescherecci galleggiano tra gli abissi marini e il cielo, tra le nuvole gli uomini dell’esercito del presidente Xi fanno levare pattuglie di bombardieri nucleari. Ieri venticinque caccia cinesi, violando il loro raggio d’azione, hanno fatto incursione nella zona di identificazione di Difesa aerea sotto il controllo di Taipei, che ha subito messo in allerta la sua aviazione e il sistema missilistico di difesa anti-aerea. Washington rimane sempre attenta alle “azioni sempre più aggressive di Pechino contro Taiwan”. A ricordarlo è stato il Segretario di Stato, Antony Blinken, che ha minacciato: “Noi abbiamo un serio commitment, impegno verso la pace nel Pacifico. Tentare di cambiare lo status quo con la forza sarebbe un grave errore da parte di chiunque”. Schierato con i 24 milioni di ribelli di Taiwan, rimarrà il gigante armato a stelle e strisce, le cui portaerei continueranno ad aggirarsi nell’Oceano Pacifico per impedire la crescita di un sempre più incontrastato dominio cinese.

Pechino ha invece l’obbligo di far ricordare “agli invasori” – come ha chiamato gli Usa a ottobre scorso il presidente Xi nel discorso per l’anniversario della guerra di Corea – che sui cieli di Taipei può ancora sventolare la bandiera di una Cina sola e unita. In futuro il rischio di escalation militare con la potenza statunitense continuerà in cielo e peggiorerà in mare.

Secondo un report del dipartimento della Difesa Usa pubblicato lo scorso anno, la milizia navale irregolare, dopo la Marina e Guardia costiera, costituisce la terza forza navale della Repubblica popolare e saranno centinaia le navi assegnate alle operazioni nel Mare Cinese Meridionale. Il documento confermava anche quanto riferito da altre analisi e dati raccolti dai satelliti: della flotta fantasma di Pechino manca qualsiasi prova di attività di pesca.

“Finanziò Pd, Fdi e Casaleggio Associati”: i pm di Milano indagano sui soldi di Onorato

Cifre a cinque zeri destinate alla politica o a chi deve interfacciarsi con parlamentari, ministri e commissari europei. Dal Pd a Fratelli d’Italia a Forza italia. Partiti o società e fondazioni comunque riferibili alla politica. Poco meno di 2 milioni in cinque anni. Paga la compagnia di navigazione Moby dell’armatore napoletano Vincenzo Onorato, incassano in molti. Tra questi, 1,2 milioni, la Casaleggio Associati, creata dal figlio del fondatore del Movimento 5 Stelle. Circa 90mila euro vanno al Pd, 100mila al comitato Change che “ha sostenuto” il governatore della Liguria nonché, all’epoca, coordinatore nazionale di Fi, Giovanni Toti. Il libro mastro delle spese “politiche” di Moby che con la Cin (Compagnia italiana di navigazioni) ha acquisito Tirrenia nel 2012, già in amministrazione straordinaria, è oggi sul tavolo della Procura di Milano che ha aperto un’inchiesta. Il fascicolo è in mano all’aggiunto Maurizio Romanelli che coordina i reati nella Pubblica amministrazione. L’indagine è a modello 45, senza indagati né reati. Alcuni pagamenti della compagnia fondata da Onorato, quelli al Blog di Grillo e alla Casaleggio Associati, erano stati segnalati nel 2019 da Banca d’Italia. Ora la lista si allunga. L’elenco è riassunto in un documento allegato al piano di concordato preventivo depositato dai consulenti di Moby alla Procura e alla sezione fallimentare del Tribunale di Milano. Qui si gioca parte del destino dell’impero di Onorato. Domani è fissata l’udienza per decidere le sorti di Cin-Tirrenia, dove creditori e Procura potrebbero chiedere il fallimento. Moby, invece, a differenza di Cin, ha fatto, e il tribunale sta valutando, una proposta di concordato, il cui piano è anche al vaglio della Procura. Il concordato, se da un lato evita il fallimento dall’altro conferma una criticità economica, che potrebbe aprire una indagine penale sui reati fallimentari. Da questa inchiesta è stata stralciata la parte sui pagamenti alla politica. Nell’allegato al piano si fa riferimento a trasferimenti di denaro meritevoli di attenzione. Emergono 240mila euro pagati alla società che gestisce il Blog di Grillo. L’accordo ha finalità pubblicitarie. Si passa al milione e due pagati da Moby alla Casaleggio Associati per sensibilizzare le istituzioni sui trasporti marittimi. Il piano segnala 550mila euro di consulenza a Roberto Mercuri, già braccio destro dell’ex presidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, a sua volta nominato (2016) da Onorato nel Cda di Cin. Il mandato di Mercuri riguarda le attività con Parlamento, Governo e Commissione europea. Rispetto alla politica, 400mila euro vanno a partiti e altre entità: 10mila a Fdi, 200mila alla fondazione Open vicina a Renzi, il resto a Pd e comitato Change. Questo il pacchetto sotto indagine.

Greco: “La corsa per intestarsi la mia nomina”

Nuova ondata di fascicoli con chat di Luca Palamara oggi all’esame del plenum del Csm. Le proposta della Prima commissione, competente per le richieste di trasferimento per incompatibilità ambientale, è di archiviare 5 posizioni per vicende diverse: del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho; del procuratore di Milano Francesco Greco; della presidente del tribunale di Palmi Concettina Epifanio; di Valerio Fracassi, ex consigliere del Csm di Area e ora presidente di sezione al tribunale di Lecce; di Nicola Clivio, anche lui ex togato di Area, oggi giudice al tribunale di Milano. Voto unanime per Greco che, “non ha compiuto impropria interferenza”, cioè non ha stilato un elenco di nomi a Palamara quando il Csm doveva nominare gli aggiunti di Milano. In Prima, Greco conferma il malcostume delle correnti: “Che sia chiaro questo: io non ho mai cercato nessuno. Ho avuto invece la visita di diversi consiglieri qui a Milano, di tutte le correnti, anche perché dopo la mia nomina tutti hanno fatto la corsa a intestarsela o a dimostrare comunque che se anche avevano votato contro l’avevano fatto perché sapevano… queste logiche le conosciamo”. Ma non tutte le proposte di archiviazione sono passate all’unanimità. Non quella di Fracassi, anche sotto procedimento disciplinare, ha avuto 3 sì (Chinaglia, Braggion e Pepe) 1 no (Di Matteo) e 2 astensioni (Cerabona e Basile). Per Clivio, 3 sì (Chinaglia, Lanzi, Basile) e 3 astensioni ( Di Matteo, Braggion e Pepe). Ma l’aria che tira è che in plenum ci sarà maretta sul caso Fracassi e su Cafiero de Raho, anche se in Prima per il procuratore nazionale c’è stato voto unanime, se si considera che Di Matteo non ha partecipato né ai lavori né al voto, per opportunità, dato lo scontro con Cafiero per averlo defenestrato dal pool stragi salvo, poi, revocare la sua decisione proprio nel giorno in cui il Csm avrebbe dovuto entrare nel merito dell’esposto di Di Matteo contro la sua cacciata.

Le Agorà di Bettini: la sinistra si riprenda il “suo” popolo e guardi a Giuseppe Conte

Un partito che ricrei quel “canale di scorrimento tra l’alto e il basso” e che ritrovi il “suo popolo”. Questo è il messaggio principale del Manifesto che darà oggi vita alle Agorà di Goffredo Bettini. Un’area che non è una corrente e che vuole parlare di intreccio tra “libertà e uguaglianza”, di diritti, lavoro, Europa. Finora “la sinistra non è stata all’altezza”, le ingiustizie non sono state sanate dopo la fase, ’89-91 in cui la politica italiana è stata sconvolta e bisogna ricostruire un “riformismo” che non sia “brandito come un manganello vuoto”, ma metta “al centro gli esseri umani contro la logica del profitto”.

Alla sinistra si riconosce il “coraggio” del dialogo con il M5S “attraversando” di nuovo quel popolo che in parte le apparteneva. Bettini rivendica il governo Conte-2 e dice che l’ex premier “non è un ferro vecchio”, ma oggi un “alleato e concorrente” così come anche l’area liberale di Carlo Calenda (Renzi non pervenuto). L’identità è per ora un dittico, “socialismo e cristianesimo”. Un’ambizione ampia, i fatti diranno se sarà una cosa seria.