Scansano, vignaioli in guerra col gas

Morellino di Scansano, Sangiovese piccolo, richiama subito il profumo di un vino tipico dei più piacevoli in Maremma e i sapori dei prodotti di eccellenza di questa terra fertile che ha pure valori storici e archeologici, a cominciare dal castello dei Biondi e Santi a Montepò.

La Giunta della Regione Toscana ha seminato una gran confusione approvando una delibera di “compatibilità ambientale” per la realizzazione di “2 pozzi esplorativi” in Comune di Scansano proposti dalla società privata Terra Energy Srl. Progetti che prevedrebbero perforazioni dal costo di 12 milioni euro ognuno su un ettaro di superficie e con trivellazioni profonde ben 3.500 metri, due verticali e due deviate.

Progetti che, secondo l’interrogazione presentata dall’onorevole Luca Sani (oggi Pd) per due legislature presidente della commissione Agricoltura della Camera, non verrebbero, secondo l’interrogante, smantellate prefigurando la futura creazione di centrali geotermiche da parte della società Terra Energy Srl (capitale sociale 10.000 euro).

La confusione è determinata dal fatto che la stessa Regione Toscana ha riconosciuto in passato “con apposita legge” il territorio di Scansano “non idoneo alla geotermia” a protezione delle produzioni agricole di pregio (vini, oli d’oliva, ortofrutticoli, conserve, pomodoro, ecc. che formano ormai un vero e proprio “marchio Maremma”) e c’è pure l’archeologia a rendere preziosa e delicata tutta quell’area. Si spiega così la raffica ripetuta dei ricorsi avanzati dagli stessi Comuni, da associazioni agri-turistiche e agricole: gli stessi Biondi e Santi proprietari del Castello di Montepò e produttori di Morellino. Il ricorso del Comune di Scansano viene sostenuto da Cantina dei Vignaioli, Consorzio di tutela del Morellino e Cooperativa di Pomone. Una vera sollevazione di un territorio che la Regione Toscana ha riconosciuto “non idoneo alla geotermia” e allora?

Disgraziatamente la diffusione delle “fonti rinnovabili” è avvenuta e continua in Italia senza pianificazioni di sorta. Gli studi “neutrali” (Club Alpino Italiano) ci attestano che la ventosità in Italia è la metà circa di quella europea, tranne che in Daunia seminata di pale eoliche, il sud della Sardegna e la punta nord della Sicilia che è meglio lasciare come sono. Malgrado ciò, tutto l’Appennino è stato seminato e geologicamente scassato (non lo era già abbastanza!) da grandi pale eoliche spesso ferme e purtroppo collegate a società inquinate dalla malavita, da mafie locali. Magari in zone, come l’Acquacheta, fra Romagna e Firenze voluta a ogni costo dal “governatore” dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, regione che con Lombardia e Veneto vanta il primato di un consumo di suolo letteralmente folle, il doppio di quello tedesco regolato da decenni da una legge Merkel quando era ministro dell’Ambiente. Più recente, e non meno folle, il fenomeno di grandi distese di specchi fotovoltaici appoggiati su campi coltivati o su altri utilizzati come pascoli, per migliaia di metri quadrati, deprimendo e danneggiando produzioni agricole e pascoli nella zona (bellissima oltretutto paesisticamente) di Tuscania, autentico gioiello perfettamente ricostruito dopo il sisma improvviso e particolare del 1971 che provocò ben 31 morti. Possibile che il nostro Belpaese, dove ci vantiamo di avere il più ricco e prezioso patrimonio storico-artistico-Paesaggistico riusciamo a sfregiarlo irrimediabilmente con parchi eolici tanto imponenti quanto improduttivi perché non c’è abbastanza vento o con distese di specchi fotovoltaici poggiati direttamente su terreni di coltura o a pascolo per pecore e mucche.

Ora, che una pala eolica fornisca l’elettricità al porto di Savona che non ha particolari pregi tranne il torrione di Leon Pancaldo, non suscita particolari problemi e non ne susciterebbe nelle tante aree ex industriali seminate lungo le coste del Paese o nelle ex centrali nucleari chiuse da decenni o mai entrate realmente in funzione, come quella avversatissima, giustamente, di Montalto di Castro, presso Capalbio. Eppure alcune associazioni che si dicono ambientaliste – Legambiente, Greenpeace, in un primo momento pure il Wwf (mai però Fulco Pratesi) – hanno sposato la causa delle “fonti rinnovabili” qualunque sia la loro origine. Anche se, andando a guardare le bollette dell’Enel, dobbiamo constatare che la gran parte di energia “pulita” viene ancora per almeno il 42 per cento dalle dighe idroelettriche, da quello che fu chiamato “carbone bianco”. Tanto sconquasso paesaggistico e storico-artistico per questi mediocri risultati? Vogliamo essere un Paese di grande turismo, di turismo altamente qualificato, ma vogliamo insieme seminarlo di pale eoliche persino nelle zone come Orvieto o Tuscania, oppure la Maremma del Morellino e dei castelli di cui stiamo parlando. L’iniziativa privatistica che mira alla creazione di due vaste piattaforme per l’estrazione del gas a grandi profondità a Scansano va giustamente bloccata perché contraria ai reali interessi delle popolazioni locali. Ma poi, se la Regione Toscana che col presidente precedente Enrico Rossi (assessore la coraggiosa e innovativa Anna Marson) aveva dichiarato la Zona “non idonea”, perché si deve praticare questa avvilente politica del gambero? Gli interessi speculativi forti (cavatori sfrenati delle Apuane ormai sventrate e in disfacimento con la “marmettola” che ingessa mare e spiagge, porticcioli turistici dovunque a sconvolgere le coste, cementificatori di pinete esposte all’essiccazione delle libecciate e del salmastro) si sono coalizzati non capendo che così si sfregia per sempre quella che è ritenuta la più bella regione italiana, amatissima dagli stranieri.

Anche la geotermia, a partire dai soffioni di Lardarello, andava utilizzata con misura. Non è andata, purtroppo, così. Vogliamo perseverare nell’errore?

Nel frattempo il Consiglio di Stato ha dato torto al ministero per la Cultura e alla Soprintendenza per la copertura di terreni a pascolo o a coltivo presso Tuscania con la giustificazione che “in fondo” si tratta di 500 metri quadrati sottratti al pascolo e al paesaggio agrario. “Sono allibito”, commenta Carlo Alberto Pinelli, presidente di Mountain Wilderness. “Così si dà spazio alla speculazione privata sul paesaggio italiano più prezioso”. Ma per il tribunale amministrativo, come già per il Tar del Lazio, i valori paesaggistici sono più deboli e come impalpabili di fronte a quelli delle fonti rinnovabili fotovoltaiche. Ma non viviamo nel Belpaese?

 

Cigni e giovani vite senza compagnie

Chi avesse ancora dei dubbi sul fatto che la didattica a distanza è una pallida controfigura se non un’abile impostora dell’insegnamento, perché la maturità è fatta di fenotipi prima che di neuroni, farebbe bene a sintonizzarsi sulla seconda stagione de La compagnia del Cigno, appena partita su Rai1. Dove il Cigno è Rossini, ma anche Verdi, opera buffa e melodramma si rincorrono come nella vita, ed è lo sperabile destino di ogni brutto anatroccolo. È anche una favola, la serie scritta da Ivan Cotroneo con Monica Rametta, una favola di musica e sentimenti dell’alchimia contagiosa; perfino la Milano che non si ferma di Beppe Sala invece si ferma. Assorta, vibrante, notturna con la guglia della Madonnina che fa quasi concorrenza alla meringa del Sacré-Coeur.

Il tema principale è ancora il maestro Luca Marioni, un Alessio Boni fin troppo compreso nella parte, ma con l’alibi di doversela vedere con un duellante, anzi con un doppio: il celebre direttore d’orchestra Teo Kaya (Mehmet Gunsur). Poi ci sono le variazioni; le vite private degli allievi (tutti i ventenni sono infelici a modo loro) sui quali incombe il rito di passaggio della maturità. Nella lunga notte prima degli esami la serie intreccia molte trame consuete, famiglie divise, amori contrastati, illusioni, tradimenti, rivalità; ma ogni volta a dare una mano c’è qualcosa di molto raro per una fiction, lo spirito di gruppo, una delle tante cose che cercheremmo invano di imparare dalla didattica a distanza. È come se Cotroneo e Rametta avessero presentito il gelo umano che ci ha avvolto, così più ancora della prima questa seconda stagione orbita attorno al valore dell’amicizia, l’enorme capitale umano che la giovinezza accumula e la vita adulta si incarica di disperdere. Cosa resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Come ogni seminario sulla gioventù, i ragazzi della compagnia del Cigno non possono fare a meno di chiederselo, e noi con loro.

Chi tramava per fare cadere Conte

Di trame, complotti e poteri occulti leggo ciò che scrivono coloro che ne sanno più di me (non è difficile). Ciò detto non mi azzardo a trarre conclusioni su quanto sostenuto da Goffredo Bettini nel manifesto di Agorà, la nuova area culturale che lancerà oggi. Dove c’è scritto che (riassumo) Giuseppe Conte è stato vittima di un complotto in quanto ritenuto “inaffidabile” rispetto a una “convergenza di interessi nazionali e internazionali” che l’ex premier “non avrebbe assecondato”. Ora, sulle modalità (note e meno note) della cacciata di Conte da Palazzo Chigi probabilmente non basterebbe un libro. Tuttavia, per non confondere le sedute spiritiche con le congiure di palazzo, mi limito a osservare che Bettini non è certo un cantastorie, come dimostra la sua lunga autorevole militanza politica a sinistra (dal Pci al Pd). Vicino all’ex segretario democratico Nicola Zingaretti, egli durante il governo giallorosso non ha fatto mancare i suoi consigli a Conte, e sempre alla luce del sole. Se dunque in un documento pubblico scrive di “convergenze” contro l’avvocato qualcosa di più preciso saprà. A meno che non si tratti di una deduzione basata più sulle sensazioni che sui fatti. Come indurrebbe a pensare l’espressione “interessi internazionali” ricorrente nella storia patria ogni qualvolta si vuole alludere all’intervento di poteri di entità superiore, e dunque inafferabili. Quanto agli “interessi nazionali”, nel contesto evocato da Bettini resta da capire se Demolition Renzi abbia agito in proprio o su mandato di qualche manovratore (sceicchi arabi inclusi). Mentre non sembra che Bettini tiri in ballo la figura di Mario Draghi, ma ne sapremo di più addentrandoci nella lettura di Agorà. Per fortuna il testimone diretto del possibile intrigo, Giuseppe Conte, è vivo, lotta insieme a noi e qualche appunto lo avrà pure preso.

Ersilia che voleva parlare e gli altri che vogliono vivere

Al telefono aveva la voce incerta, smarrita e agitata. Così i poliziotti, Antonio e Carmelo, non l’hanno fatta aspettare molto. Perché non si fa aspettare una nonnina di 94 anni appena derubata. Siamo a Como, in un pomeriggio ventoso e troppo lungo da passare, ché da quando c’è l’ora legale le giornate non finiscono mai. Ersilia è ancora agitata quando arrivano gli agenti. La frugano da cima a fondo, ma la casa non è un castello e ci mettono poco a capire che non manca niente. Com’è possibile? Carmelo e Antonio si siedono in soggiorno, uno di quei vecchi salotti con la tappezzeria ai muri che profuma di Novecento. Ersilia intrattiene i due raccontando vecchie storie della sua lunga vita, scansando le domande sul furto. Poi è lei che confessa: non è entrato nessun ladro in casa. Ersilia non era impaurita, era solo disperata. Perché da un anno non vede nessuno: non ha figli, i nipoti vivono lontani, c’è solo la badante che va ad aiutarla. Alla fine, ha deciso di ricoverarsi in una Rsa a Bellagio perché la solitudine è la peggior compagnia del mondo.

È una storia piccola e tenerissima, che sembra uscita dalla penna di Guareschi. Ma illumina benissimo il disastro di quest’anno dove troppe vite sono state perse e troppe dimenticate. Abbiamo parlato per mesi della scuola chiusa, che certamente ha provocato molti guai alle famiglie, ai bambini e ai ragazzi che però hanno dalla loro parte la giovinezza: avere la vita davanti non è una risorsa da poco. Chi è alla fine del viaggio ed è sopravvissuto alla strage del Covid, ha perso di più, perché il tempo è un tesoro che non si può dilapidare, “il meglio deve ancora venire” è un ricordo. I vecchi, per colpa del virus e di troppa impunita disorganizzazione, sono diventati un numero nelle statistiche della mortalità e dei vaccini. Qui in Lombardia più trascurati che altrove. Lunedì la vicepresidente della Regione Letizia Moratti ha annunciato la lieta novella: “Abbiamo terminato la vaccinazione degli ultraottantenni. Oggi possiamo dire di avere vaccinato praticamente tutti coloro che potevano spostarsi autonomamente, quindi oltre 600mila persone”. Attenzione però: “All’appello mancano cittadine e cittadini over 80 che per ragioni di salute hanno chiesto di ricevere il vaccino a domicilio. In questi giorni li stiamo raggiungendo”. Non è un dettagliuccio da nulla. A Repubblica, tre settimane fa, la 105enne Giuliana aveva spiegato con estrema lucidità la condizione in cui si trova: “Sono sopravvissuta alla Spagnola, a due guerre mondiali, alla Shoah. E adesso avrò pure la mia bella età, ma non vorrei soccombere a questo Coronavirus. Ho tanti amici in altre regioni che sono già vaccinati e da me non viene nessuno. In televisione il capo del governo ha detto che non deve succedere più che gli anziani vengano abbandonati. E quindi mi aspetto che adesso arrivi qualcuno”.

Ilfattoquotidiano.it ha raccontato lunedì la storia della signora Carla, milanese di 96 anni, da tempo in sedia a rotelle e con molte patologie, che vive con la figlia quasi settantenne. Ha aderito alla campagna vaccinale il 17 febbraio (!) ed è stata contattata solo per verificare la reale necessità della somministrazione a domicilio (e staniamoli questi furbetti del domicilio). Quando Poste è subentrata ad Aria, la figlia ha cercato di contattare telefonicamente il call center per capire se poteva iscrivere la madre anche al nuovo portale. Solo che i dati della signora Carla forniti dall’Ats non erano aggiornati, quindi è stata effettuata una nuova iscrizione e l’attesa è ripartita. Nel frattempo è stata contattata la figlia che è diabetica e che sarà vaccinata tra pochi giorni. Quanto dovranno aspettare per vivere quel che gli resta?

Dittatori “utili”. Il filo sottile che separa la ragion di Stato dalla faccia come il c.

C’è un filo sottile, sottilissimo, praticamente invisibile che separa la Realpolitik dall’ipocrisia, la pratica dai proclami, la ragion di Stato dalla faccia come il culo. Era inevitabile pensarlo vedendo salpare la fregata multiruolo Fremm, nave da guerra partita in sordina, senza la banda, senza cerimonie, su l’ancora e via. Destinazione al-Sisi, cioè l’Egitto, cioè il posto dove è stato ammazzato Giulio Regeni, dove viene tenuto ostaggio Patrick Zaki, e dove i diritti umani contano come il due di coppe quando la briscola è picche.

Sì, c’è una beffarda aporia tra le piazze italiane in cui campeggiano gli striscioni gialli che chiedono “verità e giustizia” per un nostro cittadino torturato e ucciso al Cairo e le poderose forniture militari al regime che l’ha ammazzato. Due fregate vendute per 990 milioni, inizialmente destinate alla nostra Marina, a cui tra parentesi erano costate di più (1,2 miliardi). La scia bianca sulle onde ci dice una cosa: di qui le belle parole e di là i fatti. Istruzioni per l’uso (non delle fregate da guerra, ma dell’ipocrisia): allargare le braccia, scuotere la testa e dire “Che ci vuoi fare, è la Realpolitik”. Bella roba, eh!

Non solo l’Egitto, ovviamente. La recente frase di Mario Draghi su Erdogan, dittatore che però “ci serve”, chiarisce senza mezzi termini il problema, anche con la Turchia si fa la stessa cerimonia: occhi al cielo, braccia allargate in un gesto di cauta impotenza, e oplà, il venti per cento delle nostre esportazioni di armi finisce nelle mani del dittatore cattivo che però “ci fa comodo”. Che ci sia mezza Turchia in galera, tra intellettuali, oppositori vari, docenti universitari, scrittori, non deve fare velo sulle convenienze, scegliete voi se vale più la vita di qualche decina di migliaia di oppositori o il fatturato. Dài, non c’è partita, come ci insegnano alcuni geni del commercio: se non gliele vendiamo noi, le armi, gliele vende qualcun altro, e allora tanto vale… In più, paghiamo profumatamente il “dittatore utile” perché fermi qualche milione di migranti.

La sconsolata confessione del presidente del Consiglio, quel “che ci volete fare” un po’ fatalista e un po’ furbetto sui dittatori che ci circondano e che riempiamo di armamenti sofisticati, ha poi assunto toni grotteschi con la visita in Libia e i ringraziamenti al nostro dirimpettaio mediterraneo per come “salva” i migranti. Cioè per come cattura quelli che riescono a scappare per riportarli nel lager, per rivenderli tra tribù e trafficanti, il tutto (sta diventando un classico) con motovedette gentilmente donate da noi.

Non che si possa incolpare solo il governo Draghi: che le tribù libiche e i signori della guerra del deserto nordafricano fossero buoni partner lo si vide già con il ministro Minniti, quando si spiavano i giornalisti in prima linea sul fronte dell’immigrazione, con il ministro Salvini che sequestrava poveracci in mare aperto, e ora, quando si va dire “grazie, bravi!” ai rastrellatori di profughi.

Chissà se è vero che tre indizi fanno una prova, ma in ogni caso restano tre indizi: tre regimi piuttosto impresentabili e feroci che fanno allegramente affari armatissimi con l’Italia. Grazie a noi, insomma, tre regimi piuttosto feroci diventano più forti, più armati, più muscolosi, più arroganti e in definitiva più pericolosi per tutti. Resterà il dubbio, quando ci troveremo circondati da dittature ostili armate fino ai denti (manca poco), su chi premiare con il Nobel alla lungimiranza: i candidati italiani saranno numerosi.

 

La giustizia va riformata: serve più “trasparenza”

IIn un recente intervento, Gian Carlo Caselli, a difesa dell’unicità delle carriere di giudici e pm, ha ricordato quando, da Procuratore di Palermo, ebbe a Vienna un incontro con alcuni pm del pool nazionale anticorruzione e li trovò particolarmente euforici per una riforma che consideravano rivoluzionaria. Essi – ricorda Caselli – dipendevano dal ministro della Giustizia e dovevano osservarne le direttive sulle inchieste (se farle, fino a che punto arrivare, quali soggetti escludere…). La novità era che tali direttive non sarebbero state più verbali, ma dovevano essere impartite con atto scritto da inserire nel fascicolo processuale perché ne restasse traccia.

Diversamente da Caselli, io considererei una soluzione di tal genere quantomeno più trasparente del nostro attuale sistema, che “nasconde” genesi e gestione delle inchieste sotto l’impenetrabile coltre dell’indipendenza del pm e dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Un’inchiesta, a differenza di Venere, non nasce dalla spuma del mare, o almeno non sempre. Nasce, certo, da una “notizia criminis”, ma le cose non sono poi così automatiche. Perché le “notizie crimimis” sono tante e c’è da stabilire quale aspetto approfondire, i tempi, e la quantità di uomini e mezzi da impiegare. Che tali “scelte” restino “scritte” nel fascicolo processuale e, soprattutto, che ci sia qualcuno che se ne assuma la responsabilità, mi pare possa avvicinare di più il sistema ai valori di trasparenza e di responsabilità che connotano un regime democratico, rispetto a uno Stato autoritario che considera i suoi amministrati come sudditi e non cittadini.

Altri colleghi, altrettanto autorevoli, difendono l’unicità delle carriere di giudici e pm affermando la necessità che il pm resti inserito all’interno dell’unica carriera dei magistrati, perché continui a coltivare come il giudice, pur nella diversità del ruolo, “quella cultura del dubbio, che è un elemento essenziale della funzione giudiziaria e che rischieremmo di perdere affidando l’attività inquirente e requirente a un corpo separato dello Stato che si gestisce da solo e si organizza da solo”.

Ma è un argomento un po’ double face, a ben vedere. Che si potrebbe rovesciare agitando lo spettro che la permanenza del pm nell’unico ordine giudiziario possa mettere a rischio la cultura del giudice, trascinandola verso una deriva poliziesca. La stessa che, specie negli ultimi anni e in sintonia con l’affermarsi di una certa idea della “lotta alla criminalità”, ha fortemente segnato la formazione dei nuovi pm.

Si potrebbe citare come spia e segnale di pericolo di una simile colonizzazione culturale del giudice da parte del pm la tendenza di alcuni giudici al “copia/incolla” delle richieste del pm – pratica recentemente “approvata” perfino dalla Suprema Corte. E si potrebbe aggiungere il dato che i pm appartenenti all’unica carriera giudiziaria possono oggi approdare in Cassazione, dove la loro specifica cultura di indagine contribuisce a dettare i “precedenti” cui dovranno ispirarsi i giudici. Senza contare che i pm eletti al Csm decidono della carriera dei giudici, magari anche di quelli che hanno deciso sulle loro richieste.

Per quanto mi riguarda, ritengo che siano maturi i tempi per una riforma radicale del sistema giudiziario che difenda e tuteli la “trasparenza” delle decisioni, specie dopo che il “terremoto Palamara” ha scosso alla radice la credibilità dell’intero corpo della magistratura. In uno Stato democratico, le “decisioni” debbono essere conoscibili e trasparenti, da quelle che riguardano la carriera dei magistrati a quelle che concernono genesi e gestione delle inchieste. E occorre altresì che il giudice sia realmente indipendente da chiunque: dal potere politico, come dal pm.

Io personalmente, in quanto pm, non vivrei in modo traumatico una separazione delle carriere, la considererei piuttosto come una nuova sfida positiva, anche sul piano della formazione e della professionalità, soprattutto in una fase come quella che sta attraversando la magistratura in questo momento; probabilmente unica nella storia recente.

Oggi i pm si sono un po’ abituati a “vincere facile” (per parafrasare una riuscita immagine pubblicitaria). Loro compito è infatti di persuadere un giudice che spesso, e in particolare rispetto a un certo tipo di criminalità, è però già in perfetta sintonia coi loro argomenti, perché si è formato alla loro stessa scuola, perché li conosce e si fida di loro, perché si frequentano e chiacchierano insieme agli stessi convegni, agli stessi matrimoni, agli stessi compleanni, sulle stesse chat. Ma l’idea di poter contare su una “considerazione privilegiata” da parte del giudice non è positivo per la formazione del pm, e può appannarne ogni stimolo di aggiornamento.

L’invito che oggi mi sento di rivolgere ai colleghi pm è quello di rispondere alla crisi di credibilità che ci investe con scelte dure e coraggiose. Facciamola finita con le opacità che hanno caratterizzato certe fasi del recente passato, e smettiamola di difendere certi indifendibili privilegi. Cominciamo una nuova navigazione in mare aperto, sotto l’unico segno della trasparenza e della professionalità.

 

Il Principe Filippo rock, la hit per “Lucille” e il rivale Frank Sumatra

I parlamentari ripetono a pappagallo banalità nel ricordo del principe Filippo. Il principe Filippo era poliedrico, insiste Boris Johnson: scienziato, ingegnere, artista e ambientalista messi insieme. Anche se le prove di ciò sono piuttosto scarse (John Crace, The Guardian, 12 aprile).

È morto il principe Filippo, nome d’arte di Philip Mountbatten, uno dei più famosi cantanti rock and roll della storia. Aveva 99 anni. La sua morte è stata confermata dalla Regina a Rolling Stone. Filippo divenne famosissimo negli anni 50 e 60 per le sue canzoni che fondevano elementi della musica afroamericana alle sonorità più moderne: fra le sue canzoni più famose ci sono Tutti Frutti, Long Tall Sally, Rip It Up, poi rifatte nei decenni successivi da moltissimi altri artisti.

Il principe Filippo era nato il 10 giugno 1921 sull’isola di Corfù. I suoi genitori, il principe Andrea di Grecia e la principessa Alice di Battenberg, avevano già 24 figli. Si interessò alla musica fin da bambino, ma a causa di un conflitto con il padre, a 13 anni se ne andò di casa e si unì a un gruppo di musicisti inglesi in vacanza sull’isola (contro i quali il destino si accanì: il bassista Paul McCarthy morì ustionato nell’incendio della sua casa; il chitarrista George Garrison sanguinò a morte in un misterioso incidente d’auto; il batterista Bingo Tarr morì in povertà in un ospizio pubblico, vittima per anni dell’artrite reumatoide; e l’altro chitarrista, John Bannon, lasciò la musica per diventare una parrucchiera, non sta a noi chiedere perché). Nei primi anni, la carriera del principe Filippo fece pochi progressi, finché nel 1955 una casa discografica di Chicago si accorse di lui e pubblicò Tutti Frutti: ancora oggi una delle canzoni più riconoscibili della musica rock. Negli anni successivi pubblicò altre hit come Long Tall Sally, Rip It Up, Lucille e Good Golly Miss Molly. Oltre che per le sue canzoni divenne anche famoso per le sue esibizioni sopra le righe: secondo Rolling Stone, “il personaggio che il principe Filippo recitava sul palco – la chioma lasciata andare, il trucco androgino e le magliette di perline – divenne lo standard per il rock and roll”. Per sposare la Regina, alla fine degli anni 40, si convertì alla religione anglicana – diventando anche un predicatore – e diradò la sua produzione di canzoni. Continuò comunque a fare concerti. Nel 1986 fu uno dei primi musicisti a essere inserito nella Rock and Roll Hall of Fame. Le sue sonorità e i suoi concerti dal vivo ispirarono centinaia di musicisti. Nel suo primo anno di successi, Elvis Presley pubblicò quattro cover del principe Filippo. Diverse celebri band dell’epoca successiva – i Beatles e i Rolling Stones, su tutti – hanno più volte ricordato la sua influenza. Il suo ultimo disco è Prince Philip Meets Masayoshi Takanaka, uscito nel 1992.

Secondo Mojo, il principe Filippo ha suonato il suo ultimo concerto dal vivo il 25 agosto 2014 a Murfreesboro, nel Tennessee. La Regina ha confidato ai figli di sentire “un vuoto enorme” dopo la morte del consorte. Che fosse anche dotato non è un mistero (…).

Perde ai punti il pugile senza braccia. Ernest Bemmingway, 29 anni, il pugile americano che combatte con due protesi al posto della braccia, che gli vennero amputate dopo un incidente stradale, non ce l’ha fatta: sul ring di Seattle, il coraggioso peso massimo ha perso ai punti il combattimento mondiale Wba contro il campione in carica Frank Sumatra. Bemmingway è alla quarta sconfitta consecutiva.

Rai 5, 20.50: Leggende della danza. Una serata di balletto classico coi ballerini russi Maya Plisetskaya e Michail Gorbaciov.

 

Mail box

 

 

 

Il voto ai sedicenni? È un regalo alla destra

Sono uno studente di 21 anni e da ormai qualche anno ho iniziato a interessarmi di politica. Leggo con non poco timore la proposta del segretario del Pd Letta di abbassare l’età per il voto a 16 anni. Ho appena superato quell’età e vi posso garantire che in quel momento della vita si è molto stupidi, impulsivi e poco propensi a misurare la validità di personaggi politici e partiti. Inoltre a quell’età e di questi tempi è molto facile farsi persuadere da chi sa intrattenere le folle e soprattutto sa usare i social. Posso dire per esperienza che nel periodo tra i 16-18 anni io e molti miei coetanei eravamo molto vicini al partito di Salvini, tanto che all’epoca non avrei esitato a dargli il mio voto. Solo col tempo e con lo studio abbiamo capito di aver preso un grosso abbaglio, anzi più di uno. A noi giovani serve tempo per maturare e studio e cultura per farci una nostra idea. Non è questo tipo di partecipazione che ci serve, ma piuttosto dialogo, confronto e soprattutto buoni esempi. I giovani in questo Paese non sono pronti per il voto. Tanto varrebbe a questo punto consegnare il Paese in mano alla destra e risparmiarsi l’agonia delle elezioni.

Nicolò Chiesa

 

Raggi, la sua unica colpa sono i problemi di Zinga

L’unica colpa di Virginia Raggi è quella di aver dimostrato la pochezza di Zingaretti nella gestione dei rifiuti a livello regionale. Non la perdoneranno mai per questo.

Aurelio Scuppa

 

I motivi del successo del “Regno di Johnson”

Certamente la fortuna di Boris Johnson e dell’Inghilterra è stata quella di essere uscita dall’Ue prima che si scatenasse la pandemia e che l’Ue stessa si accollasse l’onere di acquistare i vaccini dalle case farmaceutiche produttrici. E, così, l’Inghilterra facendo da sé e senza dovere dare conto a nessuno ha potuto festeggiare la Pasqua senza lockdown. Nel nostro Paese, proprio per l’effetto del flop europeo, non sono stati distribuiti i vaccini acquistati e il colore pasquale è stato il rosso.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Premetto che non sono una fan di Johnson, ma avendo un figlio che da anni vive a Londra vorrei fare alcune considerazioni. Gli inglesi, producendo in proprio i vaccini, hanno potuto vaccinare a tappeto, ma di converso i cittadini inglesi sono molto più rispettosi delle leggi e nell’immaginario collettivo chi le infrange è destinato “al pubblico ludibrio”. Non mancano le critiche e le proteste ma le regole vengono sempre rispettate. Gira pochissimo contante ,tutto viene pagato con le carte di credito e viene sempre erogato lo scontrino. Quanti, fra quelli che hanno manifestato a Roma, appena possono vendono senza scontrini?

Adriana Re

 

Giovani svantaggiati dai concorsi di Brunetta

Il dl n. 44 potrebbe vanificare e mortificare le aspirazioni di milioni di giovani ragazzi. Nel capo III recante la disciplina dei nuovi bandi di concorso per personale non dirigenziale, si introduce la possibilità di modificare le procedure concorsuali, sostituendo le classiche prove con una valutazione per titoli. I titoli di studio non sempre rappresentano un indice attendibile della preparazione dei candidati. Inoltre, candidati plurititolati sarebbero messi fuori gioco con una machiavellica previsione di titoli di servizio attraverso megaoperazioni di stabilizzazione del personale precario, che ha collaborato negli ultimi anni con la Pa con selezioni spesso discutibili. Se l’intento fosse quello di ringiovanire concretamente la Pubblica amministrazione italiana con tale modalità, sarebbero già eliminati in partenza giovani diplomati, ma anche laureati, dottorati e variamente specializzati, come apparirà chiaro nel bando per 2800 tecnici per il Sud. Se la Costituzione italiana ha ancora un senso, almeno l’articolo 10 del d.l. 44 andrebbe cassato.

Maria Cristina Squeri

 

Se riaprono le scuole, perché non farlo coi bar?

Essendo state riaperte le scuole, non vedo motivazioni alcune perché non vengano riaperti anche i bar, i ristoranti e tutti gli esercizi pubblici. Sicuramente nelle scuole ci sono meno controlli e maggiori possibilità di contagio rispetto a quanto può succedere nei pubblici esercizi.

Pietro Volpi

 

Il sistema politico cinese e le sfide del futuro

Dicono e scrivono che la Cina in un non lontano futuro diventerà la nazione più ricca al mondo e con l’aumento degli armamenti e delle testate nucleari la più importante e la più temuta. A quel punto ci potrà essere un cambiamento nel sistema politico da partito con regime dittatoriale a un sistema democratico? Ci potrà essere un’altra Tien an men? Possibile che il popolo cinese continuerà a sopportare la censura, la violazione dei diritti umani, il lavoro non tutelato?

Lilli Maria Trizio

Bella Ciao “È di tutti: smettiamola con la corsa ad attribuirsi la paternità”

 

 

Gentile redazione, in merito all’articolo del 6 aprile, in cui Riccardo Antoniucci affronta la questione del canto Bella ciao, anticipando una nuova “decisiva” scoperta contenuta nel libro di Giacomini, sono necessarie alcune precisazioni. Grazie all’interessamento dello storico Cesare Bermani, anche la Fondazione Brigata Maiella, erede dell’eroica formazione partigiana unica medaglia d’oro della Resistenza italiana, ha voluto sollecitare nuovi approfondimenti sulla canzone, con il volume da me curato Brigata Maiella, Resistenza e Bella Ciao! Combattere cantando la libertà (Rubbettino 2020). Come evidenziato nel libro, è stato il fondatore della Brigata Maiella, Ettore Troilo, a dare testimonianza che dopo la liberazione di Sulmona, ai primi di giugno e nella campagna delle Marche, veniva cantata dai maiellini questa canzone: “Questa mattina mi sono alzato/ bella ciao…/ mi sono affacciato alla finestra e ho visto il primo amor”. Anche il patriota maiellino Ivan Proserpi, negli anni 90, sosteneva già che quel testo era in uso tra le file della formazione, poi arricchita dall’adesione di tanti partigiani marchigiani (il XV Plotone S. Angelo). Dimostrare che Bella Ciao è stata cantata anche nei borghi del Maceratese nella primavera del 1944 sarebbe un ulteriore tassello, un arricchimento, che non contraddirebbe quanto ormai ampiamente accertato dagli storici. Del resto, la Brigata Maiella nel luglio del 1944 libera tutta l’area tra San Severino Marche e Arceviai. Nella gerarchia delle fonti, forse, l’Archivio della Brigata Maiella avrebbe ben altra rilevanza rispetto a una lettera postuma, per quanto interessante. In attesa di poter leggere il libro di Giacomini, quello che non è condivisibile è la rincorsa ad attribuirsi la paternità del canto, in realtà simbolico e per questo unificante. È comunque bello che il “romanzo” non terminato di Bella ciao continui ad appassionare con i suoi valori resistenziali.

Nicola Mattoscio, Presidente Fondazione Brigata Maiella

 

 

Grazie alla Fondazione Brigata Maiella per il contributo. Dopo il mio articolo, l’8 aprile è intervenuto sul “Fatto” anche Vittorio Emiliani citando il lavoro di Bermani. Il dibattito delle idee va incoraggiato, ma bisogna riconoscere i punti fermi. Uno di questi è che “Bella ciao” circolava in Abruzzo (ed Emilia) attraverso la brigata Maiella. L’altro è l’autorevolezza delle fonti in favore della paternità maiellina del canto. Lo stesso Giacomini le prende come punto di partenza. La mia recensione dà conto della sua contro-argomentazione in favore dell’origine marchigiana, e del ritrovamento documentale che la sorregge. Gli storici sapranno valutarne l’attendibilità. Per parte mia, continuerò a seguire il dibattito.

Riccardo Antoniucci

Il renziano da riporto. Fa pubblicità al “Fatto”

Le vie per attaccare il Fatto sono infinite. Il deputato italovivo Michele Anzaldi ha fatto dell’aggressione al nostro giornale un punto di onore invertendo il celebre motto del giornalismo “cane da guardia” al potere. Ora è lui, il potere, che fa il “cagnolino da guardia” ai giornali. Insultandoci col neppur tanto segreto desiderio di vederci fallire. Deve avere tempo da perdere. Ieri ci ha considerati addirittura un “concorrente della Rai” solo perché la tv pubblica ha ospitato, ovviamente a pagamento, la pubblicità di LoftTv (che è creatura della Seif Spa, la società che edita il Fatto, ma non è il Fatto) perché “produce gran parte della programmazione del canale Nove”. “Veri e propri spot pubblicitari nei blocchi più pregiati” e, udite udite, la pubblicità della tv del Fatto (che non è del Fatto) va “in onda su Rai3, diretta concorrente del Nove”. Roba da non credere. Pensate quando Anzaldi scoprirà che: 1) Loft non solo non è Il Fatto, ma non è nemmeno di Nove; 2) secondo i dati Ads usciti ieri il Fatto ha aumentato le vendite digitali e in edicola del 50% dal febbraio 2020. Magari la smette di farci pubblicità.