Soldi, sedi e limiti: il dl Brunetta non sblocca i concorsi

Gli annunci proseguono tutti i giorni, più volte al giorno: concorsi, concorsi, concorsi; assunzioni, assunzioni, assunzioni. Renato Brunetta, d’altra parte, non è mai stato un cultore dell’understatement. A parte gli annunci, però, il ministro della Pubblica amministrazione rischia di fare poco finché rimangono le restrizione causate dal Covid: il problema d’altra parte è antico e incredibilmente complicato dalla pandemia, ma il modo in cui sarà affrontato sarà probabilmente il vero lascito del governo Draghi al Paese.

Breve promemoria. Dopo oltre un decennio di blocco del turn over (la possibilità di sostituire le uscite), la P.A. italiana vivacchia in larga parte sotto organico e con un’età media sempre più alta: dal 2020 però il blocco è caduto e la pandemia ha spinto il governo ad autorizzare ulteriori assunzioni straordinarie. Problema: da Costituzione nel settore pubblico si entra per concorso, ma col Covid i concorsi sono stati bloccati e, quando non lo erano, si sono dimostrati impossibili da svolgere secondo i protocolli approvati dal Comitato tecnico scientifico. Risultato: decine di migliaia di assunzioni bloccate, 125mila quelle bandite nel 2020, coi concorsi precedenti una stima calcola in oltre 300mila i posti da assegnare nella P.A. Un’emergenza che riguarda i servizi alla cittadinanza e, in prospettiva, la gestione di una sperata nuova stagione di investimenti pubblici (Recovery Plan e non solo).

E qui veniamo a Brunetta, il quale pare perfettamente conscio che la carenza di capitale umano è il vero problema della macchina pubblica. Il ministro s’è presentato con intenzioni da velocista e ha subito prodotto un decreto “sblocca concorsi” per il personale non dirigenziale e parecchie interviste per lodarlo: dal 3 maggio si riparte, procedure rapide, grandi sedi concorsuali territoriali con una sola prova scritta al computer e una orale (anche) in videoconferenza, un occhio di riguardo ai “titoli” dei candidati. Quest’ultima previsione ha scatenato alcune proteste: se contano i titoli, è il ragionamento, i neo-laureati non avranno speranza e addio all’ingresso dei giovani nella P.A. In realtà, ha scritto ieri il Sole 24 Ore, è in arrivo una circolare in cui Brunetta spiegherà che per “titoli” s’intendono solo quelli di studio e non quelli “di servizio”, come l’esperienza professionale pregressa (che, come oggi, può essere ovviamente tenuta da conto). La mano libera sul tema lasciata ai singoli enti, però, potrebbe alla fine aumentare il contenzioso (tara storica dei nostri concorsi pubblici) anziché ridurlo.

In realtà, è assai improbabile che i concorsi vengano davvero sbloccati il 3 maggio. Intanto il nuovo protocollo per farli in epoca Covid (5 metri quadrati a candidato, obbligo di mascherina Ffp2, etc.) non è stato ancora ufficialmente rilasciato dal Cts. In secondo luogo ci si sta accorgendo di una cosetta non da poco. Formez ha pubblicato un avviso per cercare le nuove mega-sedi concorsuali territoriali e hanno risposto finora strutture come la Fiera di Milano, di Bologna, etc. Predisporre queste sedi secondo le nuove regole, quando saranno approvate, costerà però circa cinque volte più del normale (fino a 50 euro a candidato) ma il decreto – su richiesta della Ragioneria generale – prevede che il tutto avvenga “a valere sulle risorse a legislazione vigente”: bisognerà insomma far saltare fuori quei soldi dai bilanci e spesso non sarà possibile. Per molti enti, facile previsione, sarà più semplice aspettare la fine delle restrizioni Covid che realizzare le prove in questo modo.

I numeri reali, insomma, rischiano di essere assai meno lusinghieri di quelli annunciati. Questo per la truppa, perché quanto al personale dirigenziale, Brunetta – come Il Fatto ha già scritto – nel decreto in arrivo sul Recovery Plan vuole giocarsi la carta della chiamata diretta per tre anni di profili pescati dal “privato”: in questo modo i concorsi non si fanno proprio e non c’è problema.

‘Effetto Draghi’ e Mes spariti. Lo spread sale: conta la Bce

Sembra passato un secolo da quando la soluzione dei mali del Paese passava dal ricorso al Mes, e l’“effetto Draghi” era sufficiente a piegare lo spread. Nessuno ne parla più eppure è interessante osservare quel che accade.

Le attese di inflazione (partite dai dati americani) stanno facendo salire i rendimenti dei titoli di Stato un po’ ovunque, anche in Italia. Quello del BTP decennale è sopra lo 0,7%, contro lo 0,43% raggiunto il 12 febbraio, il giorno dell’incarico a Draghi. Lo spread, su cui non incidono le attese di inflazione, è cresciuto in modo ben più ridotto, circa 15 punti, riportandosi su un livello in linea con quello di inizio anno. L’effetto Draghi è dunque stato assai limitato, sempre che sia mai esistito. La caduta avvenuta tra fine gennaio e inizio febbraio era probabilmente legata al venir meno dell’incertezza causata dalla crisi di governo.

La realtà è che si è ritornati nelle mani della Bce, con il suo pilota automatico di acquisti di titoli nell’ambito nel piano pandemico (Pepp). Un pilota che però da inizio anno viaggia con il freno un po’ tirato. Prima del Consiglio direttivo dell’11 marzo, la Bce aveva acquistato da inizio anno titoli al ritmo molto blando di 13,5 miliardi alla settimana. Lagarde si era in quell’occasione impegnata sul fatto che per il secondo trimestre “gli acquisti saranno condotti ad un ritmo significativamente più elevato”. Così non è stato, segnale forse che l’accordo all’interno della Bce con l’ala nordica non è così solido. Nell’attesa è però interessante notare come sia sparito dal dibattito il ruolo che il Mes – e i suoi prestiti sanitari – avrebbe nel farci risparmiare interessi sul debito. La teoria non stava in piedi ma, a ogni modo, l’eventuale risparmio sarebbe stato in queste settimane lo stesso che potevamo avere all’inizio di gennaio, quando il Mes sembrava irrinunciabile. Ora però non c’è più un governo da commissariare o una maggioranza da indebolire e quindi addio Mes.

Cybersecurity: ora l’agenzia piace a tutti (pure a Pd e Iv)

Alla fine si dovrebbe riuscire a mettere d’accordo tutti, quelli che dall’interno degli apparati di sicurezza non vedevano di buon occhio un ulteriore ramo dell’Intelligence specializzato in cyber sicurezza, e quelli – a partire da Italia Viva al Pd – che si sono opposti fin quasi a far cadere il governo Conte: nascerà una nuova agenzia per la cybersecurity, la proposta è infatti arrivata nelle scorse ore dal sottosegretario con delega alla Sicurezza e all’Intelligence, Franco Gabrielli. Non solo. Le realtà che potrebbero nascere sarebbero addirittura due: l’agenzia, che dovrebbe accentrare buona parte delle competenze sulla cyber sicurezza oggi al Dis – il Dipartimento che coordina i due rami dei Servizi, interni (Aise) ed esteri (Aisi) che fa capo a Palazzo Chigi – e un Centro di ricerca che aiuti il Paese a diventare autosufficiente in questo ambito (all’interno di un perimetro europeo che punta a fare lo stesso) e che, soprattutto, gestisca gli investimenti in arrivo sia con il Recovery Plan che attraverso specifici progetti europei.

Per capire l’epilogo, serve fare un passo indietro. Nell’autunno scorso, Palazzo Chigi (era giallorosa) aveva inserito in manovra il finanziamento (30 milioni di euro) per un Istituto italiano di cybersecurity (Iic), una fondazione pubblico-privata creando molto malumore. L’istituto, voluto dall’ex premier e costruito già sulle ceneri di una precedente proposta di Gentiloni, nasceva con un duplice obiettivo: da un lato sviluppare competenze “industriali, tecniche e scientifiche” nell’ambito della sicurezza cibernetica italiana, di fatto facendo incontrare e coordinare il mondo imprenditoriale, ancora acerbo sulla difesa informatica, e quello della ricerca; dall’altro essere il riferimento del’Italia per il nascente Centro europeo di Cybersicurezza (“Eccc”, European cybersecurity industrial technology and research competence centre) che avrà sede a Bucarest, in Romania, e il cui regolamento dovrebbe arrivare a brevissimo.

L’Italia ha pochi mesi per accreditarsi alla rete europea con una propria istituzione autonoma. Da questo dipende la possibilità di ricevere finanziamenti sui progetti legati alla cyber-sicurezza. Si parla di 5 miliardi totali, che porterebbero in Italia diverse centinaia di milioni. I soggetti coinvolti nella nomina dell’Istituto sarebbero stati Palazzo Chigi, il Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (Cisr), e il ministro dell’Università e della ricerca. In particolare a nominare la maggioranza dei componenti di questa fondazione sarebbe stato il presidente del Consiglio su proposta del Cisr mentre il lavoro sarebbe stato coordinato dal Dis. La struttura, così congegnata, non è piaciuta a Italia Viva e Pd. Il braccio di ferro con l’ex premier è andato avanti per settimane. Furono cancellati tutti gli emendamenti alla manovra e prima che il governo cadesse fu ipotizzato un decreto ad hoc ma con poche speranze di approvazione. “Non era chiaro – spiega oggi Enrico Borghi, deputato del Pd e membro del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica – quale fosse la natura funzionale dell’Iic, se fosse intelligence o fosse un istituto di politica industriale a cui l’intelligence si appoggiava”. Un nodo che al tempo aveva generato le maggiori fibrillazioni. “Si proponeva di costituire una fondazione che però nei fatti era una sorta di terza agenzia specializzata nel campo dell’intelligence. Con un non detto fondamentale: il rischio di esproprio di quelle funzioni cyber svolte da altre due agenzie, Aise e Aisi, e dal Dis”.

Al tempo, la scelta di metterlo sotto l’ala del Dis derivava dal provare a evitare la frammentazione che sarebbe scaturita affidandolo ai ministeri con voce in capitolo (dalla Difesa allo Sviluppo) e con la necessità di usare l’esperienza maturata dal comparto per potenziarlo al meglio e più velocemente. La forma della fondazione avrebbe dovuto poi garantire una maggiore velocità nella spesa e nella gestione dei fondi, alla trasparenza avrebbe sopperito la vigilanza di Palazzo Chigi e del Cisr. Ma evidentemente queste garanzie non sono bastate.

Alla base dello scontro c’è poi una sorta di peccato originale che risale al 2011, quando l’allora governo Monti decise di affidare al Dis la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionali. Quell’eccezione è passata di governo in governo e quando con la crescente digitalizzazione del Paese è diventata un elemento cruciale per la sicurezza, ha generato un ibrido talmente pesante da far temere che operazioni di intelligence e operazioni cosiddette di “resilienza” potessero sovrapporsi e confondersi. A questo si è aggiunta in dicembre la corsa ai posti vacanti nelle vicedirezioni dei Servizi: l’Iic è diventato così anche un elemento di contrattazione politica (o di ricatto). Poi, con l’arrivo di Draghi e il cambio delle cariche non se n’è saputo più nulla. Finora.

Oggi la soluzione che Gabrielli presenterà al Copasir è la nascita di un’agenzia che si occupi di “resilienza” della cybersicurezza. In sintesi, che coordini le politiche che riguardano la parte proattiva della difesa informatica, dalla reazione agli attacchi alla prevenzione, dagli obblighi sul 5G ai limiti sulle componenti tecnologiche. Compiti che dal 2017, ma secondo Gabrielli il Dis svolge in “supplenza”. Avrebbe dovuto farlo una struttura “fuori dal comparto intelligence, perché quest’ultima si occupa di un aspetto ma non della complessità della resilienza”. Basti pensare al perimetro cibernetico, per il quale a giugno entrerà in vigore una fase sperimentale di 6 mesi durante la quale le aziende che gestiscono le infrastrutture critiche del Paese (dalle telco a quelle energetiche) dovranno dimostrare di essere in grado di applicare i protocolli sulla sicurezza cibernetica. “Dobbiamo stare in ascolto delle esigenze dei destinatari”, ha detto.

Infine, l’intenzione è anche a disinnescare il timore della “privatizzazione dell’intelligence” da un lato e quello di una “ingerenza nell’industria” dall’altro: mentre l’agenzia sarà pubblica, il Centro di ricerca potrebbe mantenere la commistione pubblico-privata che è ben vista da Bruxelles (in linea con la fondazione di Conte). Poi non è escluso che potrebbe finire sotto la “gestione” dell’agenzia. Intanto il Centro ha bisogno di essere creato velocemente per poter partecipare alla distribuzione dei fondi, mentre per creare l’agenzia ci potrebbe volere più tempo e una discussione parlamentare approfondita.

“Lavoriamo con Sputnik V per poter incrociare i sieri”

“Saremo i primi al mondo a verificare l’efficacia dello Sputnik V sulle varianti di SarsCov2. È normale che il virus muti e noi dobbiamo adeguare le armi”. Il professor Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, sorride dopo la firma con i russi dell’Istituto Gamaleya di Mosca. “Fra una decina di giorni porteranno in Italia materiale biologico e cominceremo lo studio: la scienza è neutra e incondizionata da interessi geopolitici”.

Il memorandum con la Russia prevede altro?

Inseriremo Sputnik in uno studio sugli incroci di vaccini. Intendiamo dare un’opportunità a quella che chiamo “popolazione perplessa” dalla comunicazione su AstraZeneca che di AstraZeneca (VaxZevria) ha già avuto la prima dose. Premesso che il vaccino anglo-svedese è efficace e sicuro come gli altri, su base volontaria offriremo questa possibilità di fare la seconda dose con Sputnik, Pfizer o Moderna. Studi simili sono già stati approvati nel Regno Unito e in Germania. Anche la nostra Aifa sembra propensa a dire di sì. Potrebbe risolvere in parte anche il problema degli approvvigionamenti. Lo studio sarà concluso entro giugno e pubblicheremo il bando con le modalità per presentarsi come volontari dopo aver già avuto, appunto, la prima dose di AstraZeneca.

Lo stop degli Usa a J&J è un’altra mazzata…

Esatto, non ho ancora fatto in tempo a leggere nulla a parte quanto diffuso dalla stampa, i casi di trombosi sembrano comunque pochi ed è tutto da verificare. Ma già J&J prevedeva poche dosi e aveva annunciato dei tagli… il nostro studio, ripeto, potrebbe metterci una pezza e ricordo anche che i russi si sono resi disponibili a trasferire anche in Italia la tecnologia per produrre Sputnik qui da noi, il che aiuterebbe anche.

Il professor Roberto Burioni negli ultimi giorni sta battendo molto sulla improbabilità di diffusione del contagio all’aperto. Alcune delle misure di questo terribile anno sono del tutto inutili quindi?

La mia posizione “aperturista” è nota da tempo. L’altro giorno ho fatto un appello, su basi scientifiche, ai sindaci perché tengano aperti i parchi e le ville magari destinandoli ad attività di palestre e teatri. Vanno evitati gli assembramenti, abbiamo imparato a non stare gli uni sugli altri, ma è ora di ritornare a fare delle cose in sicurezza. Preferisco assistere a un concerto con la mascherina mantenendo le distanze piuttosto che rinunciare. Bisogna parametrare le attività sulla pandemia.

Quindi, per lei che è nella commissione medica della Figc, anche gli Europei di calcio all’Olimpico, le prime tre partite dell’Italia, li vede possibili col pubblico?

Certamente, sono stato a messa in parrocchia con mia moglie, quindi in un luogo al chiuso, col posto assegnato, la mascherina e le distanze. Per quale motivo non si dovrebbe fare allo stadio per un evento così importante?

Si parla di 20 mila persone per partita, perché non “premiare” 20 mila anziani vaccinati?

Per esempio, li troviamo sicuramente anziani vaccinati appassionati di calcio a giugno: sarebbe anche un bel premio e un bel gesto permetter loro, insieme ad altri col tampone negativo, di sostenere gli azzurri.

Non dimentichiamoci, però, che poi ritorna l’autunno e rischiamo di essere punto e a capo…

Nel frattempo bisognerà lavorare sui trasporti, ampliarli e migliorarli, e sulle scuole a livello strutturale. Deve essere un’attesa vigile e non dobbiamo rilassarci come la scorsa estate, ripeto: basta non mettersi gli uni sugli altri e le cose si possono fare, soprattutto all’aperto. Per il futuro dobbiamo metterci in condizione di intervenire nei primi giorni dei sintomi sui malati in modo che il Covid sia solo una malattia curata a domicilio, senza ospedalizzazione: agendo in questo modo non ci saranno altre ondate.

“Arcuri ha pieni poteri: adesso è sul seggiolone”

“Occorre lavorare con chi adesso è sul seggiolone e vi rimane con pieni poteri. Fra poco esce la nomina di Arcuri a Commissario”. L’11 marzo 2020, una settimana prima della nomina di Domenico Arcuri a commissario straordinario per l’emergenza Covid, Mario Benotti – giornalista Rai in aspettativa – così parlava in un gruppo Whatsapp denominato “New Alitalia”. Della chat faceva parte l’ex dirigente della Leonardo Spa, Daniele Romiti (estraneo all’inchiesta della Procura di Roma) e Andrea Tommasi. Quest’ultimo, titolare della SunSky spa, è indagato insieme a Benotti per traffico di influenze illecite nell’ambito dell’inchiesta sulla fornitura allo Stato italiano di 801 milioni di mascherine, acquistate dalla Cina al costo di 1,2 miliardi. Nello stesso fascicolo risultano iscritti per peculato l’ex commissario Arcuri – oggi a capo dell’agenzia Invitalia – e il suo vice Antonio Fabbrocini.

Le nuove chat di Benotti emergono dall’ordinanza del Tribunale del Riesame, con la quale i giudici hanno respinto le istanze degli avvocati di altri mediatori che chiedevano il dissequestro dei conti. I giudici parlano anche di Benotti: il giornalista – scrivono – ha ricevuto una “attenzione privilegiata” da parte di Arcuri, “rispetto a eventuali concorrenti”. Proprio Benotti parla anche della nomina di Arcuri, che sarebbe avvenuta il 18 marzo 2020.

Sette giorni prima di quella data, il giornalista scriveva, riferendosi all’ex commissario: “Siamo stati insieme adesso un’ora per vedere il suo decreto e ho dato alcuni suggerimenti”, spiegando che “è in questa fase la persona più importante del Paese”. Per i giudici quindi Benotti ha “sostenuto perfino di aver contribuito alla stesura del suo decreto di nomina a Commissario”.

Sentiti dal Fatto, gli uffici dell’ex commissario smentiscono, sostenendo che la ricostruzione è “clamorosamente destituita di fondamento”. L’ex commissario, come detto, è iscritto ora per peculato. I magistrati vogliono capire se fosse stato a conoscenza delle provvigioni incassate da Benotti (12 milioni circa) come intermediario per la fornitura di quelle mascherine. Sentito qualche mese fa, il giornalista ha negato: non informò Arcuri dei suoi incassi. Intanto i magistrati stanno passando al setaccio le email e i messaggi tra i due.

Per i giudici del Riesame, Benotti quel compenso lo aveva concordato prima (ma non significa che ne avesse informato Arcuri). “Deve ritenersi – scrive il Riesame – che il compenso del Benotti fosse stato previsto e quantificato quando ancora non era noto l’esito della sua opera di intermediazione”. Benotti, per i giudici, “si era accreditato presso la Struttura commissariale per il solo fatto di essere amico di Arcuri”. Nel provvedimento, infine, sono citati alcuni dei messaggi che Benotti ha inviato ad Arcuri fra il 19 marzo e il 22 aprile 2020, a cavallo della firma dei contratti.

Fra i due, notano i giudici, viene usato “un linguaggio basato su metafore ecclesiastiche”. “Ove Lei avesse dieci minuti per me avrei bisogno di abbeverarmi al suo sapere dopo una passeggiata nei Giardini”, scriveva Benotti, chiedendo di “pregare insieme” quando voleva parlargli in privato.

Gli Usa: “Stop a J&J” Effetto AstraZeneca sul vaccino monodose

Neanche il tempo di esultare per il primo mini-lotto di Johnson&Johnson atterrato in Italia, che subito le prime 184 mila dosi del vaccino monodose made in Usa devono tornare in magazzino. La Food and Drugs Administration (l’Agenzia statunitense del farmaco) ha infatti ieri ordinato lo stop precauzionale, con effetto immediato, della somministrazione di J&J negli Stati Uniti, a causa di sei casi di trombosi venosa e cerebrale (su 6,8 milioni di somministrazioni totali), una rarissima patologia riscontrata in sei donne di età compresa tra i 18 e i 48 anni: una è morta, un’altra si trova ricoverata in gravi condizioni. L’azienda ha di consegueza sospeso le consegne previste in Europa.

Se anche non fossero realmente a rischio le 200 milioni di dosi attese dall’Ue entro la fine del 2021 (le autorità Usa potrebbero già oggi dare un nuovo via libera, magari con qualche limitazione), un nuovo caso AstraZeneca potrebbe essere un duro colpo per la campagna vaccinale europea. Un colpo è sicuramente per l’Italia, alle prese con un oggettivo problema di forniture. Le 184 mila dosi sbarcate ieri a Pratica di Mare sono infatti le prime di 26,57 milioni attese nel nostro Paese entro la fine dell’anno (7,31 entro giugno, 15,94 entro settembre e 3,32 entro dicembre). Il rischio – oltre al ritardo certo nelle consegne che influirà non poco sul piano Figliuolo – è che si inneschi un nuovo effetto AstraZeneca, la diffidenza verso un prodotto sospeso per accertamenti su effetti letali comunque rarissimi (nel caso specifico meno di uno su un milione, come ha sottolineato anche Anthony Fauci, direttore dell’Istituto malattie infettive degli Stati Uniti e consigliere capo per la Salute della Casa Bianca).

Lo stop precauzionale della Fda, tuttavia, non deve stupire più di tanto. Johnson & Johnson, infatti, è un vaccino a vettore virale come AstraZeneca e come tale sta dando gli stessi (rarissimi) effetti collaterali. Già dall’8 aprile Ema (l’Agenzia europea del farmaco) aveva avviato indagini su 4 casi di trombosi denunciati negli Stati Uniti: “Al momento – comunica Ema – non è chiaro se esista un’associazione causale”. L’attenzione da parte di Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, è ovviamente alta, così come quella del ministro della Salute, Roberto Speranza. E anche se per ora non è scattato il grande allarme (“Penso comunque che si debba usare”, ha commentato Speranza), il caso Johnson&Johnson ieri è stato al centro di una riunione al ministero con i vertici della stessa agenzia. Molti medici lo avevano previsto: dopo il caso AstraZeneca ci sarebbe stato un caso Johnson&Johnson: “Parliamo di due vaccini simili, a vettore virale – spiega Gabriele Gallone, medico esperto di vaccini, membro del direttivo di Anaao, sindacato dei medici dirigenti del Ssn –. Con entrambi si può creare una reazione tra il vettore e le piastrine che genera un richiamo di cellule infiammatorie che provocano il trombo. Il rischio è reale ma estremamente basso: circa 4 casi ogni milione di vaccinazioni. Come ha dimostrato uno studio danese, nelle donne che assumono la pillola anticoncezionale i casi di trombosi sono 629 ogni milione”.

A differenza dei vaccini Usa Pfizer/Biontech e Moderna, che utilizzano una tecnologia diversa basata sull’Rna messaggero (mRna), i sieri AstraZeneca e Johnson&Johnson utilizzano due virus.

Il primo l’adenovirus dello scimpanzé, il secondo un virus umano. “Il problema, qualora venisse utilizzato anche da noi, si riproporrebbe anche con il russo Sputnik, altro vaccino a vettore virale che però per la prima dose usa l’adenovirus uguale a quello di AstraZeneca e per la seconda dose quello uguale al vaccino Johnson&Johnson – prosegue Gallone –. L’Europa finora ha fatto una comunicazione pessima sui vaccini. E sarebbe folle pensare di poter utilizzare solo i vaccini mRna: la produzione mondiale è insufficiente a soddisfare la domanda. Dovremmo aspettare ancora molti mesi e in questa situazione dobbiamo basarci anche sui vaccini a vettore virale”.

Molte speranze sono riposte sul siero tedesco Curevac, anche questo basato sull’Rna messaggero, che si conserva a una temperatura di 5 gradi. Ma non dovrebbe arrivare prima di giugno. C’è poi il vaccino della casa farmaceutica Usa Novavax (con la quale sta trattando la Ue), che usa le proteine del virus.

La condanna a 5 anni e 10 mesi e le tangenti in “super-vacanze”

In una delle tante coloratissime interviste rilasciate quando era ancora il Celeste, Roberto Formigoni (era il 1997) raccontò il suo sogno di bambino: “Da piccolo volevo fare il pilota di Formula 1 o il collaudatore di vacanze: andare in giro in posti bellissimi ed essere pagato per questo”. Sogno realizzato, a leggere la sentenza che nel 2016 lo ha condannato a 6 anni di reclusione, poi ridotti a 5 anni e 10 mesi (scontati in carcere solo 5 mesi): niente Formula 1, ma il Celeste ha fatto per anni il “collaudatore di vacanze”, andando in giro “in posti bellissimi” senza scucire un euro. Da presidente della Regione Lombardia ha favorito la sanità privata elargendo almeno 60 milioni di denaro pubblico alla Fondazione Maugeri e al San Raffaele, ricevendo in cambio almeno 6 milioni di euro in viaggi, vacanze, yacht, cene, regali, finanziamenti, oltre a un supersconto sull’acquisto di una villa in Sardegna. Tangenti postmoderne sotto forma di “benefit”, incassate, scrivono i magistrati, in un “imponente baratto corruttivo”. Le foto estive con i tuffi dagli yacht forniti da Pierangelo Daccò, il lobbista della Maugeri, fanno ormai parte del libro di storia della Seconda Repubblica. “Faccio vacanze di gruppo come tutti gli italiani”, dichiarò serafico Formigoni. “Si va in ferie tutti insieme, uno paga una cosa, uno l’altra. Chi pensa al viaggio, chi alle escursioni. Alla fine si fanno i conti e si conguaglia”. Dei conguagli del Celeste però non si è trovata traccia, a pagare era sempre Daccò, cioè la Maugeri, in cambio di delibere favorevoli che hanno pesato sulle casse della Regione, dunque sulle tasche dei cittadini. Erano i tempi del “modello Formigoni”. Nei decenni della sua lunga vita politica fu indagato più volte. Divenne un primatista del proscioglimento, fino al caso Maugeri. Non fu mai indagato invece per la storia di “Oil for food”: un Saddam Hussein sotto embargo gli concesse forniture petrolifere poi girate a imprese vicine a Cl. Una clamorosa indagine internazionale rivelò una fitta rete di società e di conti all’estero riferibili agli uomini a lui vicini. E sfiorò una misteriosa fondazione lussemburghese, Memalfa, che era la cassaforte dei Memores Domini, il gruppo dei laici consacrati di cui fa parte. Oggi che la pandemia ha rivelato al mondo la debolezza del “modello Lombardia”, ecco che il leader di “Comunione e fatturazione” è riconosciuto come padre della Patria. Gli si restituisce il vitalizio. Così potrà finalmente pagare di tasca sua, anche se (come sempre) con soldi nostri.

Miracolo Celeste: riecco il vitalizio da 7mila euro

Il Senato ha ridato il vitalizio da 7.000 euro al mese a Roberto Formigoni: tutto intero, arretrati compresi. Perché la commissione contenziosa di Palazzo Madama ha letteralmente fatto carta straccia della delibera del 2015 con cui l’allora presidente Piero Grasso aveva imposto la sospensione dell’assegno agli ex senatori condannati per reati gravi fino all’eventuale riabilitazione. E così, grazie alla decisione presa ieri dalla commissione presieduta da Giacomo Caliendo di Forza Italia, dovrà essere restituito il vitalizio non solo al Celeste, condannato in via definitiva per aver asservito la sua funzione agli interessi economici della Fondazione Maugeri e del San Raffaele. Ma pure agli altri ex rimasti a secco causa fedina penale, per usare un eufemismo, non immacolata. Una decisione che innanzitutto potrà essere applicata anche a Ottaviano Del Turco, condannato per aver preso mazzette nell’ambito della sanitopoli abruzzese, il cui vitalizio è ormai divenuto una telenovela: prima l’annuncio della revoca dell’assegno poi l’immediata sospensione della revoca stessa: domani, grazie alla “fortuna” che ha baciato Formigoni il caso sarà chiuso.

Non si conoscono ancora le motivazioni della sentenza firmata da Caliendo&C. ma il dispositivo è piuttosto eloquente: “Disattesa ogni contraria istanza, eccezione e difesa, accoglie il ricorso e annulla delibera n. 57/2015 del Consiglio di Presidenza (quella che ha imposto la regola dello stop ai vitalizi per i condannati, ndr) e la successiva delibera n. 28/2019 del Consiglio di Presidenza (la decisione con cui erano stati chiusi i rubinetti al Celeste, ndr)”. Inutile dire che Formigoni non sta più nella pelle: “La commissione Contenziosa rimedia a un errore clamoroso. Ho ottenuto una misura di giustizia non solo per me ma per tanti altri cittadini” ha detto l’ex presidente della Lombardia assistito dall’avvocato Domenico Menorello che al Fatto dice: “Al Senato qualcuno ha riconosciuto che lo stato di diritto è ancora un valore: non è contemplato che qualcuno debba morire di stenti come misura punitiva”.

E sì perché Formigoni ha sostenuto di essere alla frutta, ai domiciliari per via della condanna e senza il becco di un quattrino. “Avendo, infatti, dedicato l’intera esistenza alle istituzioni, le uniche fonti reddituali a disposizione della sua ‘terza età’ potevano consistere negli assegni vitalizi della Regione Lombardia e del Parlamento italiano” aveva scritto nel suo ricorso lamentandosi della spietatezza della Corte dei Conti che sorda a ogni suo richiamo gli ha pignorato l’assegno erogato dalla Regione negando che si tratti di una pensione. Ora Palazzo Madama gli ha riaperto invece i rubinetti ridandogli tutto intero il vitalizio di ex senatore che gli era comunque in parte stato già restituito due anni fa in via cautelare. Quando sempre Caliendo&C. gli avevano accordato un assegno di mantenimento riconoscendogli le tutele dell’articolo 38 della Costituzione in base al quale “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

E allora a chi altri potrebbe essere restituito il vitalizio riottenuto dopo tanto lottare dal condannato Formigoni? Al Senato, per via delle condanne è stato tolto ad alcuni pezzi da novanta come Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri o Vittorio Cecchi Gori (nella lista dei revocati ci sono anche Ferdinando Di Orio, Vincenzo Inzerillo, Giorgio Moschetti, Franco Righetti. Per chi è morto, come Giuseppe Ciarrapico, a questo punto potrebbero vantare delle pretese gli eredi). E alla Camera? Attendono “giustizia” l’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, l’indimenticato Giancarlo Cito e un altro paio di ex deputati, Luigi Sidoti e Raffaele Mastrantuono: che da anni reclamano il malloppo e pure gli arretrati. Anche loro da ieri sperano. E forse hanno già messo in fresco lo champagne.

La storia sono loro: tv pubblica affare della famiglia Minoli?

Trattasi di vera e propria “Minoleide”. La trattativa “Stato-giornalista” per l’archivio di La Storia siamo noi è solo la punta dell’enorme blocco di ghiaccio sommerso, nelle relazioni tra la Rai e Gianni Minoli.

Ricapitoliamo: il volto storico di Mixer ha lanciato la sua candidatura pubblica per il grande rientro in Viale Mazzini. Vuole una poltrona nel cda Rai, che entro l’estate dovrà essere rinnovato integralmente, compresi presidente e amministratore delegato. Minoli ritiene – peraltro in modo legittimo – di avere le qualità per ottenere anche la carica più alta, la presidenza occupata dal 2018 da Marcello Foa.

Oltre al curriculum, però, nelle sue interviste ha “allegato” alla candidatura una sostanziosa questione economica rimasta in sospeso da oltre 10 anni: nel 2010 l’ex direttore generale Mauro Masi gli ha regalato (con un accordo rimasto lontano dai riflettori) i diritti delle immagini di La Storia siamo noi, un archivio che contiene autentiche gemme della storia nazionale. Lo ius di Minoli riguarda tre anni (2010-2013) e 576 ore di girato. Considerato che il valore di mercato oscilla tra gli 800 e i 1.000 euro al minuto, parliamo di un tesoro da una trentina di milioni di euro. Con una lunga lettera al Foglio, ieri Masi ha confermato in sostanza lo svolgimento dei fatti, ritenendo la concessione dell’archivio a Minoli “una clausola che rientrava pienamente nella prassi e nel diritto comune” e che “spingeva le parti verso un’auspicata rinegoziazione per la quale concedeva ben dieci anni di tempo”.

I dieci anni sono passati senza che nessuno se ne occupasse, né la Rai né Minoli. Solo di recente se n’è ricordato il giornalista, che a questo punto vanta un credito di una certa rilevanza. È con questo impercettibile strumento di persuasione che Minoli ha iniziato a far considerare il suo profilo per le prossime nomine.

L’eventuale ritorno in Rai avrebbe del clamoroso. Non certo per le qualità del professionista, una figura di assoluta eccellenza nella storia del servizio pubblico, ma per il macroscopico conflitto d’interessi che porterebbe in dote Minoli nel cda o alla presidenza. Non solo e non tanto per la questione multimilionaria dell’archivio (a quel punto sarebbe trattativa “Minoli-Minoli”), ma per i rapporti commerciali ancora più pesanti che legano la tv pubblica alla casa di produzione Lux Vide di Matilde e Luca Bernabei, moglie e cognato di Gianni. La società lavora assiduamente con la Rai, alla quale ha venduto, tra gli altri, prodotti come Don Matteo, Un passo dal cielo, I Medici, Che Dio ci aiuti, Sotto copertura, C’era una volta Studio Uno. Il gioiello di famiglia di recente è stato messo sul mercato, ma anche se dovesse essere venduto (tutto o in parte) in tempi brevi, i Bernabei dovrebbero conservare incarichi operativi.

Ma c’è un’altra notizia che rimbalza tra i corridoi di Viale Mazzini che potrebbe trasformare il settimo piano – quello nobile della dirigenza – in un’autentica dependance di casa Minoli. Il ministro della Cultura Dario Franceschini starebbe valutando di spingere come prossimo amministratore delegato della Rai il suo uomo di fiducia (e segretario generale al Mibact) Salvo Nastasi. Lo scrive sul sito Sassate.it – generalmente ben informato sui fatti della tv pubblica – l’ex direttore Comunicazione della Rai, Guido Paglia. Nastasi è sposato con Giulia Minoli, figlia di Gianni e Matilde Bernabei. Se si dovesse realizzare, anche in parte, la clamorosa triangolazione minoliana, per adesso frutto di suggestioni e (auto)candidature, ci sarebbe una concentrazione di potere spaventosa nella televisione nazionale.

I 5S pronti a sostenere Sala: “E poi col Pd alle Regionali”

Appoggiare Beppe Sala a Milano in autunno per poi sfidare la destra in coalizione col Pd alle prossime elezioni regionali in Lombardia. È questo il piano del Movimento 5 Stelle milanese, disposto a mandar giù un rospo niente male – considerati gli anni di opposizione – pur di mettere le basi per la scalata al Pirellone, al voto tra un paio d’anni, ovviamente con ben altra voce in capitolo sul candidato. L’ultimo a esporsi, tra i 5Stelle, è stato il deputato Stefano Buffagni, già viceministro e tra i più influenti grillini in Lombardia, che due giorni fa al Corriere ha lanciato la proposta al sindaco: “Se Sala vuole davvero la transizione ecologica, noi possiamo portare il nostro contributo”. Anche negli assessorati: “Ma sia chiaro, il M5S in giunta non permetterebbe operazioni di greenwashing”. Un accordo programmatico ed elettorale, dunque, con vista Regione: “Davanti allo scempio della giunta leghista è doveroso proporre un progetto alternativo. Auspico che il Pd ci segua”.

L’operazione ha il placet anche del capogruppo in Comune, Gianluca Corrado, convinto che alla fine gli attivisti capirebbero. Anche perché, come spiega Corrado al Fatto, il nuovo M5S va verso una direzione precisa: “C’è davvero interesse a costruire un ampio progetto progressista? Se la risposta è sì, per me è ovvio che Milano debba far parte di questo percorso. So che per molti l’intesa è indigeribile, ma possiamo costruire qualcosa di buono nella direzione voluta da Conte”. Anche perché l’orizzonte è il 2023: “In Regione lavoriamo bene col Pd e sarà più facile formare una coalizione. Ma il progetto avrà senso se partirà dalle Comunali”.

La posizione di Sala, per ora, rimane la stessa espressa qualche settimana fa. Fonti di Palazzo Marino confermano che non c’è alcun veto sui 5Stelle, ma il centrosinistra non intende snaturare i punti più controversi del programma. Al tempo stesso, l’esigenza di un accordo per battere la destra al Pirellone è parecchio sentita anche nel Pd, come ci conferma un big tra i dem locali: “In Regione l’intesa si deve fare e le condizioni di partenza ci sono tutte”. Su Milano però “è più facile che il M5S venga incluso nel progetto in un secondo momento, non al primo turno”. Il fatto è che non sarebbe facile far convivere i 5Stelle con quel variegato mondo di sigle a sostegno di Sala. Insieme al Pd, ai Verdi e alle civiche, tra gli altri ci sono anche i Radicali, Italia Viva e Azione, che attraverso il segretario regionale Niccolò Carretta esprime al Fatto i suoi dubbi: “Per il centrosinistra parlare la lingua dei 5Stelle al Nord rischia di essere controproducente”. Un messaggio che Sala non può ignorare non foss’altro perché i centristi credono molto nel suo progetto, come dimostra l’assegno da 50 mila euro scucito dalla Tci, l’azienda del renziano Gianfranco Librandi, nemico giurato dei 5S, per battezzare il comitato elettorale. Ergo: va bene vedere le carte del M5S, purché non si perdano pezzi per strada. Altrimenti, meglio aspettare.