Gli annunci proseguono tutti i giorni, più volte al giorno: concorsi, concorsi, concorsi; assunzioni, assunzioni, assunzioni. Renato Brunetta, d’altra parte, non è mai stato un cultore dell’understatement. A parte gli annunci, però, il ministro della Pubblica amministrazione rischia di fare poco finché rimangono le restrizione causate dal Covid: il problema d’altra parte è antico e incredibilmente complicato dalla pandemia, ma il modo in cui sarà affrontato sarà probabilmente il vero lascito del governo Draghi al Paese.
Breve promemoria. Dopo oltre un decennio di blocco del turn over (la possibilità di sostituire le uscite), la P.A. italiana vivacchia in larga parte sotto organico e con un’età media sempre più alta: dal 2020 però il blocco è caduto e la pandemia ha spinto il governo ad autorizzare ulteriori assunzioni straordinarie. Problema: da Costituzione nel settore pubblico si entra per concorso, ma col Covid i concorsi sono stati bloccati e, quando non lo erano, si sono dimostrati impossibili da svolgere secondo i protocolli approvati dal Comitato tecnico scientifico. Risultato: decine di migliaia di assunzioni bloccate, 125mila quelle bandite nel 2020, coi concorsi precedenti una stima calcola in oltre 300mila i posti da assegnare nella P.A. Un’emergenza che riguarda i servizi alla cittadinanza e, in prospettiva, la gestione di una sperata nuova stagione di investimenti pubblici (Recovery Plan e non solo).
E qui veniamo a Brunetta, il quale pare perfettamente conscio che la carenza di capitale umano è il vero problema della macchina pubblica. Il ministro s’è presentato con intenzioni da velocista e ha subito prodotto un decreto “sblocca concorsi” per il personale non dirigenziale e parecchie interviste per lodarlo: dal 3 maggio si riparte, procedure rapide, grandi sedi concorsuali territoriali con una sola prova scritta al computer e una orale (anche) in videoconferenza, un occhio di riguardo ai “titoli” dei candidati. Quest’ultima previsione ha scatenato alcune proteste: se contano i titoli, è il ragionamento, i neo-laureati non avranno speranza e addio all’ingresso dei giovani nella P.A. In realtà, ha scritto ieri il Sole 24 Ore, è in arrivo una circolare in cui Brunetta spiegherà che per “titoli” s’intendono solo quelli di studio e non quelli “di servizio”, come l’esperienza professionale pregressa (che, come oggi, può essere ovviamente tenuta da conto). La mano libera sul tema lasciata ai singoli enti, però, potrebbe alla fine aumentare il contenzioso (tara storica dei nostri concorsi pubblici) anziché ridurlo.
In realtà, è assai improbabile che i concorsi vengano davvero sbloccati il 3 maggio. Intanto il nuovo protocollo per farli in epoca Covid (5 metri quadrati a candidato, obbligo di mascherina Ffp2, etc.) non è stato ancora ufficialmente rilasciato dal Cts. In secondo luogo ci si sta accorgendo di una cosetta non da poco. Formez ha pubblicato un avviso per cercare le nuove mega-sedi concorsuali territoriali e hanno risposto finora strutture come la Fiera di Milano, di Bologna, etc. Predisporre queste sedi secondo le nuove regole, quando saranno approvate, costerà però circa cinque volte più del normale (fino a 50 euro a candidato) ma il decreto – su richiesta della Ragioneria generale – prevede che il tutto avvenga “a valere sulle risorse a legislazione vigente”: bisognerà insomma far saltare fuori quei soldi dai bilanci e spesso non sarà possibile. Per molti enti, facile previsione, sarà più semplice aspettare la fine delle restrizioni Covid che realizzare le prove in questo modo.
I numeri reali, insomma, rischiano di essere assai meno lusinghieri di quelli annunciati. Questo per la truppa, perché quanto al personale dirigenziale, Brunetta – come Il Fatto ha già scritto – nel decreto in arrivo sul Recovery Plan vuole giocarsi la carta della chiamata diretta per tre anni di profili pescati dal “privato”: in questo modo i concorsi non si fanno proprio e non c’è problema.