Sì all’Eurocalcio: 17 mila all’Olimpico. Così riaprirà tutto

Europei sì o no. Con o senza pubblico. Questa era la questione sul tavolo del Comitato tecnico scientifico, ma soprattutto del governo. E il premier Mario Draghi ha scelto la prima, senza passare dal Cts. Euro 2021 si giocherà anche a Roma, con almeno il 25% di spettatori sugli spalti, la quota minima pretesa dalla Uefa per non togliere al nostro Paese Italia-Turchia, l’incontro inaugurale dell’11 giugno, altri due match della nostra Nazionale e un quarto di finale. Sono circa 17 mila persone, mai viste tutte insieme da quando c’è il Covid-19. Quello della Uefa era quasi un ultimatum. E per il governo è un punto di non ritorno. Significa riaprire gran parte del Paese a giugno, perché con l’Olimpico semi-pieno e in festa sarà impossibile dire di no a ristoranti, palestre, cinema, teatri e tutto il resto. Infatti, già ieri sera, il ministro Roberto Speranza, oltre a confermare il sì agli Europei, prometteva “ristoranti all’aperto” non si sa quando, ma non le discoteche. Sarà difficile anche non concedere i mille spettatori per gli eventi all’aperto chiesti dal ministro della Cultura, Dario Franceschini. E la Serie A, a cui il governo non aveva mai concesso di superare la quota mille nemmeno la scorsa estate, torna già alla carica: se vale per la Nazionale, perché non per il campionato?

A questa edizione itinerante partorita in epoca pre Covid, di cui la Uefa non ha voluto cambiare la formula, già 8 su 12 città avevano detto sì. San Pietroburgo e Baku addirittura col 50% di capienza (ma in Russia e Azerbaijan le restrizioni sono al minimo). Amsterdam, Bucarest, Copenaghen e Glasgow oscillano tra il 25 e il 33%. Londra, dove si giocherà la finale, è al 25%, ma lì le vaccinazioni sono molto avanti. Restavano in bilico Dublino (più no che sì), Bilbao, Monaco di Baviera e appunto Roma.

In realtà la settimana scorsa, il presidente della Figc Gravina aveva annunciato frettolosamente il via libera del ministro Speranza, con il quale ha rapporti già difficili. Ma mancava la quota di spettatori, la fuga in avanti aveva irritato tutti. A partire dalla Uefa che era pronta a scaricare Roma anche per Istanbul, proposta da Erdogan. Respinte le richieste di ulteriore tempo, il governo ha dovuto decidere. E lo ha fatto con la nota inviata ieri dalla sottosegretaria allo Sport, Valentina Vezzali: l’Italia rinnova il suo impegno e garantisce “almeno il 25% della capienza”. È la quota che voleva la Uefa: a questo punto Roma dovrebbe essere della partita. Certo, nel documento non manca una postilla sul “monitoraggio del quadro epidemiologico, che verrà costantemente valutato unitamente alle Autorità sanitarie”: il governo si tiene aperta un’uscita d’emergenza se la situazione a maggio dovesse precipitare. Ma i dati dovranno essere davvero drammatici per venir meno all’impegno. Anche perché è la prova generale per l’edizione 2028, che l’Italia si candida a ospitare.

Resta da capire chi saranno le 17mila persone, come verranno scelte e come entreranno allo stadio. Un protocollo non c’è ancora: quello proposto dalla Uefa è stato ritenuto irricevibile dal Cts. Le condizioni andranno discusse nelle prossime settimane. Alcuni membri del Cts si sono sentiti scavalcati, ma dovranno pronunciarsi sul protocollo Figc quando ci sarà. Per il momento si tende a escludere un pubblico di vaccinati: perché si discriminerebbe chi non avrà ancora potuto vaccinarsi, specie tra le migliaia di persone che hanno già comprato i biglietti e passeranno per il sorteggio. C’è l’ipotesi di richiedere un tampone: difficile farli allo stadio, probabile che si richieda nelle 48 ore precedenti. Ma è una discussione aperta, come quella sui mezzi pubblici e sugli ingressi che all’Olimpico sono di fatto sei. La Uefa esclude divieti per i tifosi stranieri. Nessuno sa se a giugno ci saranno ancora restrizioni e obblighi di tampone e isolamento e per quali Paesi. Ma con gli Europei riapre l’Italia.

Gli show “aperturisti”di Salvini per fermare la corsa di Meloni

Si marcano stretti. Si tengono d’occhio. Anche e soprattutto sul fronte economico. Facendo a gara a chi difende di più e meglio le categorie messe in ginocchio dal Covid. Così, se un giorno Matteo Salvini incontra una delegazione di ristoratori, con immancabile foto a immortalare, il giorno appresso Giorgia Meloni vede Confcommercio. Se uno parla agli albergatori, l’altra ascolta i negozianti.

Insomma, la Lega non vuole lasciare il tema “riaperture” al suo competitor alleato. Così ieri, per esempio, in commissione alla Camera il Carroccio ha presentato una serie di emendamenti “aperturisti” al decreto-marzo del governo Draghi, votati anche da FI e FdI. Il più discusso, rivendicato ieri da Salvini, quello sulla possibilità dei governatori di allentare le restrizioni autonomamente. Il centrodestra, dunque, si ricompatta per un giorno, con la Lega a far più il partito di lotta che di governo. Il leader leghista, del resto, ha dovuto ingoiare il rospo dello slittamento delle riaperture a maggio dopo che essersi tanto speso per aprile. E non c’è giorno che non pungoli il governo in tal senso, salvo poi rassicurare: “Con Draghi c’è sintonia e fiducia”.

La leader di Fratelli d’Italia, da par suo, può permettersi di non calcare troppo la mano. Sarebbe facile per lei fare “la Salvini della situazione”. E invece da una parte attacca l’esecutivo, dall’altra incontra il neosegretario del Pd, Enrico Letta, e organizza convegni invitando Colao e Cingolani. Appena si potrà, vuole partire per un tour europeo, nelle cancellerie occidentali. Non come Salvini, che due settimane fa ha tenuto un vertice sovranista con Orban e Morawiecki.

È un derby che si gioca a tutto campo, quello tra Meloni e Salvini. In palio c’è la leadership del centrodestra, ma anche i rapporti con l’eurozona e gli Usa. “Il nostro obiettivo è il 25%. Nel segno di meno sovranismo e più responsabilità”, ha dichiarato Guido Crosetto. Unico partito di opposizione, da soli contro tutti, ma anche “bravi a non esagerare, per non fare la fine di Marine Le Pen”, racconta un deputato FdI.

Della moderazione meloniana si è avuto contezza sul Copasir, dove Giorgia avrebbe potuto dar fuoco alle polveri e invece si è molto trattenuta. Dopo qualche uscita da bullo di Salvini (“io mi occupo di vaccini e riaperture, non di poltrone”), ora sulla vicenda s’intravede la fine, anche grazie alla sponda del Quirinale: dimissioni di tutti i commissari ed elezione di un nuovo presidente, che sarà un deputato meloniano, ma non il senatore Adolfo Urso. “Azzeriamo tutto. Noi siamo pronti alle dimissioni”, ha detto ieri Salvini. E Meloni potrebbe starci, ché, così facendo, otterrebbe almeno tre commissari dei cinque che spetterebbero all’opposizione, tra cui il nuovo presidente.

Ma la guerriglia tra le due forze è a tutto campo. Nel mese di marzo, per esempio, a Savona il presidente del consiglio regionale, Renato Giusto, ha lasciato la Lega e ora è a un passo da FdI. In Abruzzo, Umberto D’Annuntiis ha lasciato FI per aderire a FdI. Segno che il derby sovranista si gioca pure sulle spalle dei berluscones.

Come in Lombardia, dove sempre più insistenti sono le voci di un passaggio dell’ex assessore azzurro Giulio Gallera al partito meloniano. Mentre al Pirellone i tre consiglieri di destra fanno quasi vita a sé, in una sorta di Aventino contro il governatore Attilio Fontana. “Non vengono nemmeno più alle riunioni di maggioranza”, si lamentano i forzisti. La Lega, intanto, incassa un’altra pedina importante, quella di Massimiliano Fedriga alla presidenza della Conferenza delle Regioni. In Parlamento, poi, altri nervosismi. Con i meloniani consapevoli della loro posizione di vantaggio. E i leghisti a dividersi. Nei giorni scorsi, per dire, mentre in Senato Alberto Bagnai proponeva nuovi farmaci anti-Covid, con tanto di medici al seguito, Giancarlo Giorgetti partecipava a un webinar con i ceo italiani di Pfizer, J&J e AstraZeneca. Nell’ultimo sondaggio di Swg per il tiggì di Mentana, la Lega cala al 22%, mentre FdI è al 17,3. Il Carroccio sente il fiato sul collo e questo complica anche la partita per i candidati amministrativi. Dove lo stallo è totale.

Caccia grossa a Speranza, l’ultimo rigorista di Conte

Per adesso Roberto Speranza non si tocca, ma rischia di essere il primo a pagare, qualora tra vaccini e riaperture le cose continuassero ad andare storte. Ieri Palazzo Chigi ha smentito l’ipotesi che il ministro della Salute rischi il posto, come scritto dal Messaggero, ma l’ha fatto solo a richiesta, senza una nota ufficiale. E ha ricordato sia l’incontro con Pier Luigi Bersani della settimana scorsa, sia la difesa pubblica del ministro fatta da Draghi in conferenza stampa. Ma la situazione non è affatto tranquilla. Una fonte di governo, piuttosto lontana da Speranza, racconta che il pasticcio del dossier Oms sparito dà fastidio a Draghi, come i balletti sui piani pandemici oggetto dell’inchiesta di Bergamo e alcuni ritardi della Salute, ma Speranza resta dov’è, per quanto ridimensionato, anche perché se va male paga lui. Un parafulmine. Per tutto il giorno si continuavano a inseguire voci della ricerca di un’alternativa per Speranza, compreso il posto di Sandra Gallina, negoziatrice dei vaccini, a Bruxelles: sarebbe o fuori dall’orizzonte del ministro, che punta a giocare un ruolo anche nell’alleanza Conte-Letta. Dal ministero della Salute parlano di pizzini e polpette avvelenate, i cui mandanti non sarebbero solo la Lega di Matteo Salvini, ma anche tutti quelli che – da Matteo Renzi in poi – non vogliono l’alleanza organica tra Letta, Conte e Articolo uno. Compresi gli anti-contiani nel Pd che hanno lavorato contro l’avvocato.

Ieri Speranza e Draghi si sono parlati: anche il presidente del Consiglio vede una strategia da parte del leader del Carroccio per far sembrare che il governo è più spostato su di loro, ma i due stanno portando avanti un ampio lavoro politico. Dice anzi un ministro di centrodestra che il rapporto tra loro è eccellente.

Eppure Speranza è l’unico superstite del gruppo che gestì la pandemia con Conte. E Draghi la discontinuità l’ha voluta esibire, con la sostituzione a tempo record di Domenico Arcuri e di Angelo Borrelli, oltre che di Francesco Boccia. Negli ambienti vicini a Speranza c’è anche chi dice che si attacca il ministro per indebolire il presidente del Consiglio. Sarà forse un caso, ma da quando Draghi ha pubblicamente difeso Speranza, si sono moltiplicate le notizie di inchieste su uomini a lui vicini. È il caso di Ranieri Guerra, l’inviato dell’Oms indagato a Bergamo.

Poi la Verità ha tirato in ballo non solo Arcuri, ma anche D’Alema. Sono attacchi a Speranza, sostengono da Articolo uno. Ma se nelle carte delle inchieste dovesse spuntare qualche parola di troppo del ministro, la sua posizione si farebbe difficile. Di certo, è l’unico esponente sia del progetto politico di D’Alema, sia di quel gruppo di potere, ad aver conservato un ruolo chiave. E adesso nel Recovery Plan ci sono i soldi per la Salute: altro motivo per mettere nel mirino il ministero.

Oggi il Quirinale ancora considera Speranza inamovibile, visto che siamo in piena pandemia. Ma ieri Peppe Provenzano, vicesegretario del Pd, fa notare in un’intervista all’Huffington Post: “Vogliono farne il capro espiatorio per non aver mantenuto la promessa irresponsabile di aprire tutto e subito, e magari togliersi le mascherine”. È la linea discussa ieri nella segreteria dem, anche se poi né il Pd né il M5s si spendono granché nella difesa pubblica di Speranza. Semmai Draghi “ora deve pretendere lealtà da Salvini”, dice ancora Provenzano. Ancora ieri il leader della Lega cavalcava le proteste di piazza, e alludendo al libro di Speranza (ritirato precipitosamente a ottobre ma uscito su Amazon France, come haraccontato ieri Il Foglio) lo definiva “arrogante” e “volgare”. Ma più Salvini attacca frontalmente Speranza, più Draghi deve blindarlo.

Fate piano

Proseguono le polemiche sulle uniformi del Comm. Str. Gen. C. A. F. P. Figliuolo, quella di serie e quella mimetica, peraltro utilissima per travestirsi da cespuglio casomai le cose andassero male, o peggio di così. E dimostrano che in Italia siamo maestri ad accapigliarci sui dettagli per non andare mai al cuore dei problemi. Come quando Conte veniva contestato per la pochette a quattro punte o perché parlava all’ora di cena e talvolta, sciaguratamente, anche dopo. A parte le divise, le mostrine, i nastrini, le medaglie, le greche e i galloni, che comunque devono essere un bel peso, il cuore del problema sono i piani di Figliuolo, di cui in appena un mese e mezzo s’è già perso il conto, perché li cambia come fossero calzini. È ormai assodato che i tre quarti della sua giornata li impiega ad aggiornare il piano del giorno prima. Tutto, temiamo, nasce da un equivoco: che per far funzionare un piano di vaccinazioni basti annunciare quanti vaccini avremo fatto fra un mese, due mesi, tre mesi e così via. Le cose sarebbero senz’altro così se tutto dipendesse da lui. Invece da lui dipende pochissimo.

Molto dipende dalle Regioni che, per quante balle si raccontino su mirabolanti “accentramenti”, erano e restano responsabili della campagna vaccinale. Molto dipende da quante dosi ci mandano le case farmaceutiche, che non mandano mai quelle pattuite. E molto dipende dagli enti regolatori (Aifa in Italia, Ema in Europa, Fda in America), che un giorno alzano il pollice e l’indomani l’abbassano: ieri, per esempio, la Fda ha bloccato J&J per casi sospetti di trombosi. Quindi affannarsi a prevedere ogni giorno quanti vaccini faremo in futuro e poi accorgersi che non è vero niente e ritoccare le cifre al ribasso, o calcolarle per dècade o per mese così il calo si nota di meno, non ha senso. Si finisce nel ridicolo. Se dici, come han fatto Draghi e Figliuolo, che a metà aprile vaccineremo 500 mila persone al giorno e poi il conta-dosi è sempre sotto le 300 mila, hanno un bel titolare i giornaloni “Anziani al sicuro, il governo accelera: 3 milioni di vaccini in 10 giorni” (Rep) o “Il governo ora accelera. Figliuolo: ‘Sei milioni di vaccini agli anziani in un mese’” (Stampa): 3 milioni in 10 giorni fa sempre 300 mila al giorno e 6 milioni in 30 giorni fa addirittura 200 mila al giorno. Che non è accelerare: è frenare. Anziché dare i numeri a casaccio per poi rimangiarseli con supercazzole assortite, il Generalissimo dovrebbe fare l’unica cosa che compete a lui, ma non risulta stia facendo abbastanza: creare nuovi centri di vaccinazione (non primule, per carità, ma almeno mughetti) e fornire alle Regioni più medici e infermieri vaccinatori. A meno che, si capisce, il piano Figliuolo non sia proprio questo: fare piani.

Poveri comunisti a Livorno: piove dentro il teatro

Gramsci. Nel 1911, appena arrivato a Torino, Gramsci aveva una borsa di studio di 70 lire al mese: abitava in una stanzetta in corso Firenze 57 che costava una lira e 50 al giorno. “Tolte le 25 lire al mese per l’affitto, ne rimangono 45 per la pulizia della biancheria (5 lire), il lucido per le scarpe, la luce per la stanza, la carta, le penne e l’inchiostro per la scuola, mentre un bicchiere di latte caldo costa 10 centesimi, un panino di 25 grammi 5 centesimi, un pranzo non meno di 2 lire, con un piattino di maccheroni per 60 centesimi e una bistecca per altri 60 ‘ma sottile come una foglia, sì che dovevo mangiarmi 6 o 7 panini e avevo fame come prima’. Per tutte le altre spese restano 33 o 34 lire, ‘e devo stare dalle 7 di sera a casa perché fuori c’è la nebbia e un freddo cane, e io non ho nemmeno da coprirmi’ e neanche un centesimo per affrancare le lettere”.

Borghesia. “Ci divoreremo tra di noi e la borghesia finirà per avere qualche poco di pace” (Giacinto Menotti Serrati, Lettera a Jacques Mesnil, 11 ottobre 1920).

Agnelli. Atto di nascita della Fiat. Data: 11 luglio 1899. Luogo della firma: sala riunioni del Banco di sconto e sete, in via Alfieri, Torino. Notaio: Ernesto Torretta. Capitale sociale: 800 mila lire, in 4 mila azioni da 200 lire l’una. Soci iniziali: venticinque. Tali Roberto Biscaretti di Ruffia e Emanuele Bricherasio di Cacherano incontrarono un certo Giovanni Agnelli al caffè Burello, all’angolo tra corso Vittorio Emanuele e via Rattazzi, dove si incontravano i venditori di carrozze e i commercianti di cavalli, e lo convinsero a essere della partita.

Passi. Passi che, a Livorno, separano il Teatro Goldoni, dove si svolgeva il Congresso socialista del 1921, dal Teatro San Marco, dove si radunarono gli scissionisti fondatori del Partito comunista d’Italia: 2.124.

San Marco. Il Teatro San Marco, dove si erano spostati gli scissionisti per fondare il Partito comunista, era ridotto a un magazzino militare, senza sedie, senza infissi, il tetto squarciato in più punti: per ripararsi dalla pioggia i delegati ribelli dovettero aprire gli ombrelli.

Fascismo. “Il fascismo non è che un fatale e transitorio fenomeno del dopoguerra” (Filippo Turati).

Libro. L’unico libro che Piero Gobetti teneva nella sua casa al numero 60 di via XX settembre: la Piccola Enciclopedia Melzi per le famiglie.

Gramsci. “L’uomo migliore su cui il giornale s’impernia è Gramsci. Lo anima un grande fervore morale un po’ sdegnoso e pessimista: non ha mai avuto posizioni decorative nelle cariche di partito, del lavoro che fa nei giornali lascia agli altri di raccogliere il merito e i frutti o le lodi. In questo giovane solitario, senza affetti, senza gioie ci deve essere una grande tortura interiore che lo ha condotto a farsi, quasi inconsciamente, apostolo e asceta. La sua tortura è cominciata con le sue condizioni fisiche: è gobbo e consumato da malattie nervose. Questa sua vita costantemente pura e seria ha fatto sì che a Torino, anche se non è rinomato pubblicamente, ha però un’influenza grandissima in tutti gli ambienti socialisti e per lui tutti i giovani socialisti hanno un’ammirazione e una fiducia entusiastica. Intransigente, uomo di parte, talvolta quasi feroce, esercita la sua critica contro i suoi compagni non per polemica personale, ma per un bisogno insaziato di sincerità” (Piero Gobetti, in una lettera a Prezzolini, giugno 1920).

Notizie tratte da: Ezio Mauro, “La dannazione. 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo”, Feltrinelli, pagine 192, euro 18

Simenon, dieci piccoli inediti: ecco i racconti “embrionali”

Dovevano essere quasi le due: la sveglia sul camino di marmo nero era ferma. Marie Dudon aveva avuto il tempo di lavare i piatti.

“Esci subito?”.

“Perché?”.

“Vorrei che badassi al bambino per cinque minuti, intanto che scendo a prendere l’acqua per il bucato…”.

Tre, quattro, cinque righe e immediatamente si è lì, al centro di quella camera da letto, il marmo che evoca il freddo anche se è il camino dovrebbe richiamare al calore; si è lì dentro la testa di Marie Dudon, davanti a lei mentre ha lavato i piatti, nei suoi occhi mentre chiede cinque minuti di tregua e solo per andare a prendere l’acqua per il bucato.

È lei a guidare la quotidianità, non il marito ancora a letto, immobile e in attesa degli eventi.

Questo è l’incipit de Lo scialle di Marie Dudon, uno dei dieci racconti inediti di Georges Simenon, raccolti dentro l’ultima pubblicazione di Adelphi; dieci assaggi della sua bravura, della sua capacità di creare immagini nitide, quadri alla Hopper, dove il colore, l’ambiente, le dimensioni diventano preminenti.

Simenon non ha la smania di impressionare, non sente la necessità di arrotondare la frase con un aggettivo in più, con un’accelerazione improvvisa o il colpo di scena necessario a stordire il lettore; lui mantiene una sua marcia costante e quasi illusoria, ha la forza di regalare gli elementi centrali già dall’incipit, di portare il lettore nel suo clima, di far sentire gli odori, vedere la nebbia, sentire il freddo, di giocare sulla sottrazione come tante cartoline di un’esistenza densa di umanità.

E così, in questi dieci racconti, c’è una sorta di piccola summa della sua arte, anche se non tutti perfettamente riusciti, non tutti completi: alcuni sembrano degli abbozzi, dei piccoli tentativi artistici per studiare i suoi personaggi, per capire come affrontare una scena o se il soggetto può mantenere una forza successiva. Ed ecco il nobiluomo (nella pagina accanto l’inizio del racconto) con il monocolo perennemente sull’occhio, una sorta di Vittorio De Sica ne Il conte Max; o La vecchia coppia di Cherbourg, questi due anziani tragici con i prosciutti appesi in camera che sarebbero stati perfetti per qualunque film neorealista degli anni Cinquanta. E ancora il signor Saft e la sua ricerca di un medico in grado di non condannarlo a morte.

Perle, quindi, e alla fine del libro è chiaro come perfino nei lavori non completamente compiuti la magia di Goerges Simenon resta intatta e superiore alla maggior parte degli scrittori.

Sosteneva Dario Fo (citazione che rubava a Molière, e Molière a chissà chi): “Rubare è da geni, copiare è da coglioni”. Simenon rubava alla vita, mentre tanti altri scrittori tentano di copiare il genio belga.

@A_Ferrucci

In crociera col whisky e Lola. Un’altra novella di Georges

Pubblichiamo l’incipit de “Il Barone della chiusa, ovvero la crociera del ‘Potam’”, uno dei dieci racconti di Georges Simenon, di cui otto inediti, in uscita giovedì con Adelphi.

Una chiatta che risaliva il canale trainata da un cavallo era appena uscita dalla chiusa. Neanche il tempo di percorrere una cinquantina di metri e già l’animale era stato inghiottito dal grigiore circostante, insieme alla ragazzina con l’ombrello che lo guidava, e la chiatta stessa appariva sfocata come in una brutta fotografia. Ma non era nebbia, era pioggia. Con il cappotto sulla testa, attento a non far slittare la gamba di legno nel fango, il guardiano della chiusa si avviò verso lo spaccio di Maria.

Stavolta la scusa era che, a casa sua, la moglie stava facendo le grandi pulizie e lui sarebbe stato d’impiccio. Ma avrebbe potuto spaccare ceppi nella legnaia o sbrigare qualche altra incombenza al coperto.

“Dammi un goccetto, Maria”.

Si scaldò le mani, annusando il buon odore di catrame, spezie, petrolio e gin di contrabbando. Guardava Maria, sempre tranquilla, sempre diritta, sempre in ordine come se si fosse appena lavata e vestita. Avrebbe dovuto sposare lei, e con ogni probabilità a quest’ora non avrebbe avuto cinque marmocchi, più il sesto in arrivo.

Per un attimo Maria bloccò a mezz’aria la mano con cui stava prendendo la bottiglia. Aveva udito qualcosa, e anche il guardiano tese l’orecchio, poi andò alla porta e asciugò il vetro appannato dalla condensa.

Così fu lui il primo a scorgere il Potam… La piccola imbarcazione bianca, che si avvicinava con un esasperante ronzio di insetto, doveva essere uno di quegli yacht che vanno da Parigi al Mediterraneo, incuranti di scomodare almeno un migliaio di addetti alle chiuse.

“Alla salute, Maria…”.

“Alla tua, Paul…”.

Lo yacht era già lì, ma Paul non aveva alcuna fretta di farlo passare. Non aveva mai fretta, e gli habitué preferivano manovrare da soli le paratoie e le saracinesche.

“Sembra che voglia ormeggiarsi… E pensare che certa gente naviga per divertimento!…”.

C’era un solo uomo al timone, con indosso una cerata nera. Era evidente che tentava di individuare un buon posto lungo la riva. Fece due o tre manovre maldestre, cercò con lo sguardo qualcuno a cui lanciare la cima e, non trovando anima viva, si decise a saltare sulla sponda, dove finì lungo disteso sull’erba bagnata e scivolosa. Maria e il guardiano della chiusa continuavano a osservarlo in silenzio. L’uomo legò un ormeggio a prua, uno a poppa e posizionò una stretta passerella. Poi scomparve in cabina per qualche minuto e ne uscì con in testa un bel berretto gallonato e un monocolo incastrato nell’occhio.

Quindi si incamminò verso lo spaccio di Maria, dove quest’ultima e Paul, immobili e muti dietro il vetro appannato, sembravano due pesci in un acquario. La campanella tintinnò. L’uomo lasciò la porta aperta e questo produsse una corrente d’aria.

“L’ufficio postale, per favore?”.

“L’ufficio postale di Bissancourt? È in paese, a due chilometri e mezzo…”.

L’altro parve deluso…

Il guardiano rimase ancora un po’ da Maria e poi, nonostante la pioggia, andò a esaminare lo yacht più da vicino. Si sporse per sbirciare all’interno della cabina e arrossì scorgendo una donna seminuda intenta a lavarsi.

“Dossin, con due s…”.

“Non c’è niente”.

“Sicuro?”.

“Se le dico che non c’è niente…”.

L’uomo fece per uscire, ma tornò sui suoi passi.

“E a nome del Barone?…”.

“Del Barone?…”.

“Sì, è così che mi chiamano di solito…”.

“Sono più di tre mesi che non arriva un vaglia telegrafico…”.

La sagoma del Barone si allontanò di nuovo lungo la strada deserta, dove il selciato era lustro come uno specchio. La pioggia gli scorreva sul viso paonazzo e il monocolo incastrato nell’occhio sembrava un oblò.

“Allora?” gli chiese una voce quando saltò sull’alzaia.

Il Barone salì a bordo senza dire una parola. Lola aveva sostituito la vestaglia azzurra, che di solito portava tutto il giorno, con un tailleur di serge blu.

“Perché ti sei vestita?”.

“Non andiamo a mangiare?”.

“Il vaglia non è arrivato”.

“Porca…!” esclamò lei, togliendosi la giacca. “Che facciamo adesso?”.

“E che vuoi fare?”.

“Quanto ti resta?”.

“Sei franchi… E a te?”.

Lei frugò nella borsetta, nelle tasche, in un cofanetto dove teneva le sue cianfrusaglie e racimolò tre franchi e cinquanta…

Vero è che, se non c’era niente da mangiare, restava di che bere: tre bottiglie di whisky.

“Magari nel frattempo è arrivato…”.

© 1940 Georges Simenon Limited – Georges Simenon® – All rights reserved – © 2021 Adelphi Edizioni Spa Milano

Una “patrimoniale dal basso” nel nome di Papa Francesco

I due portavoce di Nessuno si salva da solo con cui mi confronto via Zoom sono perfettamente assortiti: lei, Daniela Bonanni, maestra in pensione, una vita di militanza a sinistra e nella Cgil scuola; lui, Paolo Montagnana, docente di Fisica sperimentale all’Università di Pavia, per sei anni presidente diocesano dell’Azione cattolica. Si presentano entrambi ben attrezzati nel parare le mie obiezioni. Ma come? In questo benedetto Paese resta tabù ipotizzare anche solo un minimo prelievo sui grandi patrimoni e voialtri andate a inventarvi la patrimoniale dei poveri?

“Se permette, noi preferiamo chiamarla ‘patrimoniale fai da te’. A Pavia la pratichiamo da fine marzo dell’anno scorso, riuniti da una parola d’ordine che, laici e cattolici, abbiamo preso in prestito da Papa Francesco: ‘Nessuno si salva da solo’. La verità è che non siamo ricchi ma non siamo neanche poveri. Riceviamo tutti i mesi uno stipendio o una pensione. Dal punto di vista strettamente economico, la pandemia Covid non ci ha penalizzati. Mentre ciascuno di noi conosce persone precipitate nell’indigenza. Come potremmo far finta di niente?”.

Insisto. Non sarebbe più giusto cominciare dall’alto, col prelievo sui grandi patrimoni?

“Certo che sarebbe giusto. Ci spiace che la politica non osi impegnarsi in tal senso. Ma qualcuno deve pur dare il buon esempio, e allora si può anche cominciare dal basso, non crede? Lo sappiamo che lo stipendio non è un privilegio e che paghiamo già le tasse fino all’ultimo euro. Mai come di questi tempi ci siamo resi conto che la sanità, i trasporti, la scuola sono servizi pubblici preziosi, finanziati dalla fiscalità generale. Ma il Covid ha fatto esplodere disparità fra chi è garantito e chi no tali da imporre uno sforzo supplementare se vogliamo aspirare alla costruzione di una comunità solidale”.

E così “Nessuno si salva da solo”, con il sostegno di una rete di associazioni trasversale che va da Libera al Rotary club, ha deciso di ripercorrere l’antica via delle società di mutuo soccorso, come agli albori del movimento operaio. Il meccanismo è presto detto: autotassazione volontaria. La cifra proposta è una trattenuta mensile del 5% da versare in una cassa comune, coinvolgendo chi può permetterselo e, naturalmente, accettando anche contributi inferiori.

Finora hanno radunato 170 donatori, di cui 90 continuativi e 80 occasionali. Fra questi ultimi, anche i consiglieri comunali di Pavia che hanno corrisposto un gettone di presenza una tantum. La somma raccolta a oggi è di 137 mila euro. A esaminare le richieste d’aiuto pervenute è una commissione che opera nella massima riservatezza e stanzia contributi che vanno da un minimo di 500 euro a un massimo di 3.000. La distribuzione dei fondi viene gestita dalla Caritas.

Si sono trovati anche una testimonial: l’ex direttrice del dipartimento di biologia dell’ateneo pavese, Alessandra Albertini. Quando andò in pensione, decise di rinunciare alla sua liquidazione di 250 mila euro, specificando che non dovevano entrare nel bilancio della facoltà, ma essere destinati invece ai ricercatori precari che lavorano spesso per 800 euro al mese.

Provo a mettere in contraddizione con se stessa la maestra in pensione Daniela Bonanni, conosciuta a Pavia come una vera “agitatrice culturale”, impegnata nell’associazionismo, dalla musica ai diritti civili. Penserà mica che il suo sindacato, la Cgil, di questi tempi possa permettersi di proporre una trattenuta di solidarietà sulle buste paga dei lavoratori…

“Non chiedo questo. Ma giro in bicicletta per la nostra piccola, bellissima città in cui si conoscono tutti. Incontro persone che fino a un anno fa neanche si sognavano di dover chiedere aiuto. Piccole imprese. Negozi a gestione familiare. Locali che impiegavano gli stranieri. Attività ricreative per i ragazzi. Io percepisco 1.770 euro di pensione e ho una casa di proprietà. Non mi comporta nessun tipo di problema aiutare gli altri. E come me ce ne sono molti. Perché non dovremmo organizzarci per farlo insieme, ciascuno secondo le sue possibilità? Alla rabbia e alla disperazione si risponde con la solidarietà ”.

Il fisico Paolo Montagna, a sua volta, confida ciò che molti sanno e pochi dicono: “Dacché siamo in lockdown, non solo continuo a percepire il reddito di prima, ma sono costretto a risparmiare. Niente cinema, niente pizzeria il sabato sera, niente viaggi. E guarda caso le nostre minori spese corrispondono alle perdite sofferte dai nostri vicini di casa”.

Chissà in quanti avranno il coraggio di seguire il loro esempio.

AQ Khan e l’atomica per i nemici di Israele

Dove c’è un’Atomica fuorilegge, c’è il suo zampino. Perché la sua ‘vocazione’ nucleare nacque in funzione anti-indiana, dopo che New Delhi s’era dotata della ‘bomba’; e perché nel suo radicalismo considera Israele un nemico. Il sabotaggio, a opera d’Israele, degli impianti nucleari iraniani di Natanz e le manovre d’avvicinamento in atto tra Iran e Stati Uniti per ripristinare l’intesa sul nucleare del 2015 riportano in primo piano la figura di Abdul Qadeer Khan. Celebrato in patria come padre dell’Atomica pachistana, che riequilibrò il terrore nel subcontinente, questo ‘dottor Stranamore’ diede impulso ai progetti nucleari iraniani; poi, diede una mano ai Kim per le ‘bombe’ nord-coreane; e, infine, si mise pure al servizio di Gheddafi in Libia.

Ingegnere metallurgico con studi in Germania e in Olanda e una passione per le centrifughe che consentono l’arricchimento dell’uranio, AQ Khan nacque nel 1936 nell’India allora colonia britannica, a Bhopal, città che divenne poi tragicamente famosa nel 1984 per la fuga di gas tossici da un impianto industriale della Union Carbide: il numero di vittime è indeterminato tra le 4.000 ufficiali e le 20 mila stimate. Adolescente, si trasferì in Pakistan nel 1952, fuggendo alle persecuzioni dei musulmani in India. Laureatosi a Karachi e vinta una borsa di studio in Germania, continuò i suoi studi in Europa e vi intraprese i primi lavori, finchè, nel 1974, il test nucleare indiano ‘Smiling Buddha’ non gli fece scattare il riflesso nazionalista: tornò in patria, fondò nel 1976 i Khan Research Laboratories e partecipò agli sforzi clandestini per la ‘bomba’ pachistana. Non sempre in sintonia con i cambi di regime del suo turbolento Paese, che lo ha anche costretto per anni agli arresti domiciliari, lo scienziato alla metà degli Anni Novanta vendette centrifughe all’Iran per tre milioni di dollari in contanti e poi ammise nel 2004 di essere coinvolto in una rete che trafficava tecnologie nucleari e che si estendeva dal Pakistan all’Iran alla Libia alla Nord Corea. In coincidenza con la confessione di AQ Khan, poi ritrattata, il presidente del Pakistan, il generale Pervez Musharraf, ne annunciò il perdono e successivamente confermò la fornitura alla Nord Corea di gas per l’arricchimento dell’uranio e di esa-fluoruro di uranio, sostenendo che lo scienziato aveva sempre agito a titolo individuale, quando vendeva materiale e segreti nucleari, un’affermazione poco plausibile. Le frizioni fra la leadership pakistana e AQ Khan si trascinarono fino al 2009, quando i magistrati dichiararono i procedimenti nei suoi confronti “incostituzionali”. Gli Stati Uniti di Barack Obama non apprezzarono la decisione e emanarono un avviso sostenendo che il ‘dottor Stranamore’ islamico continuava a costituire “un serio rischio di proliferazione nucleare”. Ad AQ Khan è stata attribuita, da analisti e giornalisti, la gestione di “un supermercato nucleare globale”, o di “un bazar nucleare”, operativo fin da prima degli anni Novanta. Ma, nonostante l’attenzione addosso dei servizi segreti di mezzo mondo, lo scienziato, oggi 85 anni, è riuscito a dribblare tragiche insidie, come quella costata la vita, il 27 novembre 2020, a Mohsen Fakhrizadeh, lo scienziato nucleare iraniano vittima di un attentato del Mossad.

 

“Viviamo in un regime autocratico, chi chiede libertà finisce in cella”

Oggi la Corte europea dei Diritti umani si pronuncerà sulla detenzione dello scrittore ed editorialista turco Ahmet Altan, in carcere da cinque anni, inizialmente condannato all’ergastolo sulla base di accuse prefabbricate di complicità con i sostenitori del fallito golpe del 2015. Ahmet assieme al fratello Mehmet, economista e giornalista di formazione marxista, erano già finiti agli arresti negli anni 80 per aver scritto articoli contro il golpe e la presa di potere della giunta militare. Entrambi hanno sempre scritto a favore della democrazia e della laicità dello Stato. Mehmet Altan è stato rilasciato tre anni fa.

Può spiegarci qual è la sua situazione sotto il profilo giudiziario e quella di suo fratello Ahmet Altan?

La mia assoluzione è diventata definitiva. Ahmet Altan invece è stato condannato a dieci anni e sei mesi di carcere per aver pubblicato tre articoli.

Con quali accuse la magistratura turca tiene suo fratello in prigione?

Avrebbe aiutato un’organizzazione terroristica di cui non è mai stato membro.

Perché, secondo lei, siete finiti in carcere ?

In questi anni di repressione politica, i cittadini che chiedono la democrazia e criticano le azioni contro la democrazia vengono sbattuti in cella nonostante la Costituzione prevede tra i diritti dei cittadini la libertà di critica ed espressione.

Ritiene che Erdogan sia un dittatore?

È il leader autoritario di un regime autocratico.

Perché l’Europa non ha mostrato solidarietà al nostro primo ministro Draghi dopo la sua accusa?

L’Unione europea privilegia i propri interessi a breve termine rispetto ai principi su cui si fonda. L’accordo del 2016 tra Bruxelles e Ankara, che stabilisce il respingimento dei migranti in Turchia in cambio di milioni e milioni di euro, è più importante per l’Ue rispetto all’allontanamento della Turchia dal binario democratico.

Erdogan ha già sospeso l’acquisto di una tranche di veicoli militari prodotti nel nostro Paese. Crede che la crisi diplomatica tra Roma e Ankara possa bloccare anche i nostri investimenti?

In Turchia stiamo attraversando un periodo economicamente molto difficile, per questa ragione ritengo che questo genere di decisioni da parte del presidente Erdogan possano essere considerate un elemento di contrattacco politico, ma non siano vantaggiose né fattibili a lungo termine.

Altrimenti questo genere di decisioni si trasformerebbero in un boomerang per Ankara?

L’economia verrà usata come arma. Non è accaduto con Israele nei giorni più critici.

Quanto detto da Mario Draghi riflette il pensiero della nuova amministrazione americana?

Ritengo di sì. Biden vuole una rinascita della democrazia durante il proprio mandato e per questo motivo si tiene a grande distanza dal regime turco.

Secondo lei, il presidente Biden vuole che l’Italia riprenda il proprio ruolo in Libia a scapito della Turchia che controlla e, di fatto, governa la Tripolitania ?

Il mandato di Biden prevede l’aggiornamento delle politiche transatlantiche. Ne consegue che questo orientamento valga anche nel bacino del Mediterraneo dove Roma è l’alleata più forte di Washington.