Non sono mancate certo le sedie sulle quali far accomodare nel palazzo presidenziale di Ankara tutti e 14 i ministri che ieri hanno accompagnato il neo-premier libico Abdelhamid Dbeibah all’incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Una delegazione nutrita che nel suo primo viaggio ufficiale in Turchia dal giuramento del nuovo governo l’11 marzo, ha aperto il tavolo del Consiglio di cooperazione strategica per la firma di accordi bilaterali tra i due Paesi. I patti vanno dalla demarcazione dei confini marittimi nel Mediterraneo al rafforzamento della cooperazione strategica ed economica e alle partnership nel settore dei servizi fino al ritorno delle società turche in Libia dopo il conflitto. Una sorta di ricompensa per il ruolo svolto da Ankara nella difesa di Tripoli dall’assedio del generale Khalifa Haftar.
Le risorse energetiche
Con l’inasprirsi delle tensioni con Grecia, Cipro e Israele a causa delle rivendicazioni marittime, per non parlare di quelle con l’Unione europea per i migranti e ora anche per il “sofagate”, l’accordo marittimo firmato con Tripoli il 27 novembre 2019 sulle zone economiche esclusive (Zee), sebbene illegale per la Convenzione dell’Onu, fa ancora da base alle rivendicazioni turche sul Mediterraneo orientale, con il beneplacito del nuovo governo: “L’accordo libico-turco nel Mediterraneo orientale è nell’interesse dello Stato libico”, ha detto il premier Dbeibeh, aggiungendo che così “la Libia ha guadagnato una buona parte del suo diritto al gas”. Quanto al petrolio, la Turchia non ha mai avuto una grande concessione in Libia, ma le cose sono cambiate. L’azienda petrolifera statale, Tpao (Turkish Petroleum Corporation), infatti, si è aggiudicata sette blocchi esplorativi al largo delle coste della Cirenaica. Le perforazioni sono iniziate nel settembre scorso e la Tpao si aspetta anche una quota importante di esplorazione onshore a condizioni favorevoli. Tutto a svantaggio delle società petrolifere europee come Eni, Repsol, Total e Wintershall. “Abbiamo deciso di sviluppare la nostra cooperazione soprattutto per quanto riguarda il petrolio e il gas naturale”, ha twittato ieri il ministro turco dell’Energia, Fatih Donmez, dopo l’incontro con l’omonimo libico, Muhammad Ahmad Muhammad Aoun. “Un faccia a faccia proficuo”.
Il settore bellico
Tra gli obiettivi di Erdogan, secondo il quotidiano al-Arab, ci sarebbe l’espansione dell’industria bellica per fare della Turchia una “forte potenza” in grado di esportare armi all’intera regione. Se nel 2010 compariva una sola società turca tra le 100 maggiori industrie della produzione militare, oggi sono sette. E dal 2015 al 2019, la quota delle importazioni di armi nel Paese è diminuita del 48%, mentre le esportazioni hanno raggiunto i 2,2 miliardi di dollari nel 2018. La Libia è un perfetto partner commerciale, soprattutto per le due aziende Kale Group e Baykar Technologies. La seconda, di cui è dirigente il genero di Erdogan, Selcuk Bayraktar, è leader nella costruzione di droni tra i più avanzati al mondo utilizzati anche in Siria, per la produzione dei quali il governo turco ha stanziato 100 milioni di dollari
Base navale e aerea
Che il fine sia la promozione dell’Islam politico da parte di Ankara in collegamento con i Fratelli musulmani o no, di sicuro la Turchia punta a stabilire una base navale a Misurata e una aerea ad Al Wattiya, al confine con la Tunisia. La prima consentirebbe alla marina turca una presenza permanente nel Mar Libico, ma anche nello Ionio e quindi nel Tirreno. La seconda sarebbe una base ideale di caccia e droni e il centro delle attività e monitoraggi turchi nella regione del Sahara.