Gas, petrolio e armi: la “ricompensa” libica all’aiuto del Sultano

Non sono mancate certo le sedie sulle quali far accomodare nel palazzo presidenziale di Ankara tutti e 14 i ministri che ieri hanno accompagnato il neo-premier libico Abdelhamid Dbeibah all’incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Una delegazione nutrita che nel suo primo viaggio ufficiale in Turchia dal giuramento del nuovo governo l’11 marzo, ha aperto il tavolo del Consiglio di cooperazione strategica per la firma di accordi bilaterali tra i due Paesi. I patti vanno dalla demarcazione dei confini marittimi nel Mediterraneo al rafforzamento della cooperazione strategica ed economica e alle partnership nel settore dei servizi fino al ritorno delle società turche in Libia dopo il conflitto. Una sorta di ricompensa per il ruolo svolto da Ankara nella difesa di Tripoli dall’assedio del generale Khalifa Haftar.

Le risorse energetiche

Con l’inasprirsi delle tensioni con Grecia, Cipro e Israele a causa delle rivendicazioni marittime, per non parlare di quelle con l’Unione europea per i migranti e ora anche per il “sofagate”, l’accordo marittimo firmato con Tripoli il 27 novembre 2019 sulle zone economiche esclusive (Zee), sebbene illegale per la Convenzione dell’Onu, fa ancora da base alle rivendicazioni turche sul Mediterraneo orientale, con il beneplacito del nuovo governo: “L’accordo libico-turco nel Mediterraneo orientale è nell’interesse dello Stato libico”, ha detto il premier Dbeibeh, aggiungendo che così “la Libia ha guadagnato una buona parte del suo diritto al gas”. Quanto al petrolio, la Turchia non ha mai avuto una grande concessione in Libia, ma le cose sono cambiate. L’azienda petrolifera statale, Tpao (Turkish Petroleum Corporation), infatti, si è aggiudicata sette blocchi esplorativi al largo delle coste della Cirenaica. Le perforazioni sono iniziate nel settembre scorso e la Tpao si aspetta anche una quota importante di esplorazione onshore a condizioni favorevoli. Tutto a svantaggio delle società petrolifere europee come Eni, Repsol, Total e Wintershall. “Abbiamo deciso di sviluppare la nostra cooperazione soprattutto per quanto riguarda il petrolio e il gas naturale”, ha twittato ieri il ministro turco dell’Energia, Fatih Donmez, dopo l’incontro con l’omonimo libico, Muhammad Ahmad Muhammad Aoun. “Un faccia a faccia proficuo”.

Il settore bellico

Tra gli obiettivi di Erdogan, secondo il quotidiano al-Arab, ci sarebbe l’espansione dell’industria bellica per fare della Turchia una “forte potenza” in grado di esportare armi all’intera regione. Se nel 2010 compariva una sola società turca tra le 100 maggiori industrie della produzione militare, oggi sono sette. E dal 2015 al 2019, la quota delle importazioni di armi nel Paese è diminuita del 48%, mentre le esportazioni hanno raggiunto i 2,2 miliardi di dollari nel 2018. La Libia è un perfetto partner commerciale, soprattutto per le due aziende Kale Group e Baykar Technologies. La seconda, di cui è dirigente il genero di Erdogan, Selcuk Bayraktar, è leader nella costruzione di droni tra i più avanzati al mondo utilizzati anche in Siria, per la produzione dei quali il governo turco ha stanziato 100 milioni di dollari

Base navale e aerea

Che il fine sia la promozione dell’Islam politico da parte di Ankara in collegamento con i Fratelli musulmani o no, di sicuro la Turchia punta a stabilire una base navale a Misurata e una aerea ad Al Wattiya, al confine con la Tunisia. La prima consentirebbe alla marina turca una presenza permanente nel Mar Libico, ma anche nello Ionio e quindi nel Tirreno. La seconda sarebbe una base ideale di caccia e droni e il centro delle attività e monitoraggi turchi nella regione del Sahara.

Gli esperti incapaci di Astrazeneca

I

n India i morti per Covid sono 167.000 su una popolazione di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, cioè lo 0,013%, mentre sotto il livello minimo di povertà sta il 33% degli indiani, un terzo. Non credo che la popolazione di quel Paese si preoccupi troppo del Covid-19.

Nell’opulenta Europa la situazione complessiva è meno grave, ma più seria. C’è una grande confusione sotto i cieli del Vecchio continente. Al terrorismo epidemico si è aggiunto quello vaccinale. Chi rifiuta di farsi vaccinare è un egoista, un irresponsabile, un traditore della Patria, soprattutto in Italia per una volta “unita a coorte” anche se non proprio “pronta alla morte” e per di più guidata da un Generale onusto di lustrini e di gloria conquistata sui campi d’Afghanistan. Eppure il Cittadino Suddito, questo infame, qualche dubbio ce l’ha. L’Ema ha prima dichiarato categoricamente che “non c’è alcun legame fra la vaccinazione con AstraZeneca e una successiva trombosi letale”, poi ha affermato che è solo un’ipotesi, alla fine ha ammesso che un legame c’è e ha aggiunto, pudicamente, che si tratta di “casi molto rari”. Il Cittadino Suddito si chiede: se questi hanno sbagliato due valutazioni su tre, chi ci dice che anche la terza non sia errata? E poi cosa vuol dire “molto rari”? Qui gli Esperti, che finora non sono mai stati d’accordo su nulla, sono unanimi, anche se in modo un po’ approssimativo: “Uno su centomila, due su centomila, uno su un milione”. Forbici che nessun Istituto di statistica, consultato in fase elettorale, si permetterebbe senza essere mandato all’inferno. Poi c’è la questione dell’età sotto la quale è pericoloso inoculare AstraZeneca. Alcuni Esperti dicono 55 anni, altri 60, altri ancora 65. I vari governi, a loro volta disorientati, procedono in ordine sparso: Germania, Francia e Olanda hanno posto il limite a 60 anni, la Gran Bretagna a 30, mentre Svezia, Danimarca e Finlandia hanno deciso di non utilizzare AstraZeneca. Il Cittadino Suddito si chiede un po’ perplesso come mai proprio la Svezia si rifiuta di utilizzare AstraZeneca che è di produzione anglo-svedese. Ma la Svezia non va nemmeno nominata, a rischio garrota mediatica, è un reprobo dell’Unione, si è permessa di non fare lockdown. Ma anche la Svizzera, che per sua fortuna non fa parte della Unione europea, non utilizza AstraZeneca e ha fatto un lockdown molto soft, lasciando ampia libertà, come nella sua migliore tradizione, ai diversi Cantoni e alle varie comunità. Il Cittadino Suddito apre un giornale e legge: “Gestione della pandemia, Svizzera modello negativo. La Svizzera guida l’infelice classifica degli Stati con il tasso di contagi più elevato”. Ma come? La Confederazione Elvetica ha una percentuale dello 0,11% di morti su una popolazione di 8,5 milioni di abitanti, quindi meno dell’Italia, e non si può fare per la Svizzera il discorso che s’è fatto per giustificare la bassa mortalità svedese: ampi spazi e poche città ad alta densità. Gli 8,5 milioni dei nostri vicini vivono su un territorio di 41.000 chilometri quadrati e ci sono città come Ginevra, Zurigo, Losanna.

Il Cittadino Suddito poi si domanda come mai AstraZeneca è pericoloso per gli under 65, cioè per i giovani e relativamente giovani, che in linea di massima dovrebbero essere fisicamente più forti, e non per i vecchi “canuti e stanchi”. Qui gli Esperti si astengono dal dare una qualsiasi spiegazione, temendo di fare la solita figuraccia. E forse avrebbero fatto meglio a fare sempre così, non mandando in ulteriore confusione la popolazione. Se non sanno nulla di nulla, come pare al Cittadino Suddito, ma anche a molti governatori di regione che “diffidano dalle raccomandazioni da azzeccagarbugli degli scienziati del Cts” (Corriere della Sera, 8.4), sarebbe più onesto che l’ammettessero.

Poco o nulla si sa degli altri “effetti collaterali” non solo di AstraZeneca, ma anche degli altri vaccini (il bugiardino dei vari vaccini chi l’ha mai visto?).

Per quanto trapelato, alcuni, come l’ictus e la paresi, sono peggiori di quelli letali, è meglio morire che passare il resto della vita su una sedia a rotelle, costretti a farsi pulire il culo da un’infermiera. Sulla percentuale di questi “effetti collaterali” gli Esperti, prudentemente, nulla ci dicono. E del resto nulla possono sapere perché molti di questi effetti possono essere misurati solo a medio e lungo termine. L’impressione è che la Scienza medica, sotto la pressione della politica e del terrore generale, abbia anticipato troppo i tempi del vaccino. Ma per fare un vaccino serio, efficace e di cui si possa soprattutto essere sicuri che non abbia “effetti collaterali” importanti a medio e lungo termine ci vuole una sperimentazione di anni. Il primo vaccino antipolio, quello di Salk, fu sperimentato nel 1952 e autorizzato nel 1955. Ma non era risolutivo. Per arrivare a una definitiva sconfitta della poliomielite bisognerà aspettare il vaccino di Sabin del 1962. Dieci anni.

Forse prima che sui lockdown, che sono pesantissimi per la salute psichica e fisica oltre che per l’economia, si sarebbe dovuto puntare di più sulle cure. In fondo si tratta pur sempre di un’influenza e non di un morbo con un pregresso sconosciuto.

L’impressione è che gli Esperti abbiano sbagliato impostazione fin dall’inizio e ora non vogliano e non possano ammetterlo. Sarebbe difficile dire ai Cittadini Sudditi, che per più di un anno hanno fatto una vita da lager, che i loro sacrifici sono stati inutili o quasi. La demonizzazione delle esperienze svedese e svizzera, che il lockdown non lo hanno fatto o l’hanno fatto molto blandamente ne è, almeno secondo noi, una prova.

Intanto in questi giorni in cui anche in Lombardia si è cominciato a somministrare il vaccino anche ai settantenni, il Cittadino Suddito che ha la sfortuna di abitare in questa regione, dove a disposizione c’è solo AstraZeneca, vive dubbi amletici. Per quanto Ema e Aifa si siano comportate da cialtroni le “evidenze statistiche” come ama chiamarle Mario Draghi per quanto un po’ labili e taroccate dicono che non vaccinarsi è più pericoloso che vaccinarsi. Inoltre si sta studiando un “passaporto sanitario” senza il quale chi non si è vaccinato, anche qualora si sia raggiunta l’agognata “immunità di gregge”, non potrà andare da nessuna parte. Anzi a maggior ragione non potrà farlo. Gli sarà appuntata sul petto una stella gialla. Anche se resta nel mondo dell’incertezza, caratteristica di questo periodo e di questa scienza, la domanda se uno che è stato vaccinato rimanga o no contagioso per gli altri. Chi non si vaccina rischia solo per se stesso.

Comunque i dubbi del Cittadino Suddito settantenne non sono d’ordine statistico ma psicologico. Dice: io adesso sono sano, sto bene, se mi becca il Covid e mi fa secco vuol dire che era venuta la mia ora. Ma se, statisticamente sfortunato, vengo fulminato dal vaccino, allora me la sarò andata a cercare io. E questo mi farebbe parecchio incazzare.

 

Le trivelle dell’Eni contro la transizione ecologica

Il titolo trionfalistico del Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, era fin troppo esplicito: “L’industria delle trivelle riparte, via libera a 9 nuovi progetti”, si leggeva venerdì scorso a pagina 16. E la notizia che la Commissione di impatto ambientale del neo-ministero della Transizione ecologica ha accelerato l’esame di compatibilità e approvato 20 pozzi, non poteva che suscitare le reazioni e le proteste degli ecologisti. Tanto più che la maggior parte di queste trivelle sono localizzate in Adriatico e al largo della Sicilia, a beneficio in particolare dell’Eni in cerca di gas e petrolio. Chissà che cosa ne pensano ora Luca, Silvia e Giulia, i tre testimonial disegnati per la campagna pubblicitaria dell’ente di Stato che punta ad accreditare la sua immagine “verde”. Luca che, secondo il claim “Insieme per un’altra energia”, ricicla la plastica per darle nuova vita; Silvia che a casa è sempre attenta a non sprecare l’acqua; e Giulia che in città ha scelto la bici invece dell’auto. Nel frattempo, l’Eni continua imperterrito a trivellare il mare senza curarsi del fatto che, per avviare la “decarbonizzazione” e combattere il riscaldamento del pianeta, dobbiamo sostituire i combustibili fossili inquinanti e nocivi con le energie “pulite” come il sole e il vento. Non scherziamo e non prendiamoci in giro. La difesa dell’ambiente è una questione molto seria. E il “New Green Deal” lanciato dal governo di Giuseppe Conte, anche per accedere ai 209 miliardi del Recovery Fund europeo, non può diventare una barzelletta. È già un paradosso che l’Eni continui a chiamarsi così: Ente nazionale idrocarburi, secondo il suo acronimo originario. Ma il vero problema è un altro. È accettabile che, in piena transizione ecologica, un’azienda pubblica si dedichi ancora alla ricerca del petrolio? E per far questo, comprometta l’equilibrio del mare, il paesaggio e il turismo che – con buona pace del ministro leghista Massimo Garavaglia – resta la nostra prima industria nazionale?

Mail box

 

La Regione Lazio riapra l’ospedale San Giacomo

La crisi pandemica e la continua pressione sulle strutture ospedaliere per la gestione del Covid ha monopolizzato l’interesse dei media e della politica rilevando la drammatica carenza dei posti letto nelle strutture pubbliche dovuti agli incauti e pregressi tagli nel Ssn. È notizia di alcuni giorni fa: il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimi gli atti con cui è stata disposta nel 2008 la chiusura dell’Ospedale San Giacomo di Roma, confermando le ragioni degli eredi del Cardinale Salviati che aveva donato la struttura con un preciso vincolo testamentario. Nello stesso tempo si osserva un “silenzio assordante” da parte dei responsabili della chiusura dell’Ospedale, polo di eccellenza sanitaria nel centro storico romano, che ha lasciato una ferita morale, estetica, culturale e scientifica alla storia della nostra città. Questo ospedale non si è chiuso da solo, sarebbe opportuno che i responsabili della Sanità regionale dessero una concreta risposta ai cittadini sul futuro di questa nobile struttura colpevolmente abbandonata al degrado.

Fabio Biferali – cardiologo ex Ospedale San Giacomo

Sacrosanta richiesta che va girata a Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, e al suo assessore alla Salute. Anche perché è una regione che sta dimostrando efficienza nell’attuazione del piano di vaccinazione. Dunque, poter tornare a disporre presto di una struttura come il S. Giacomo, sarebbe per Roma e per i romani un segno concreto che sulla sanità pubblica si torna a puntare con la giusta determinazione.

Antonio Padellaro

 

La forma e la sostanza di Figliuolo e compagnia

Due modeste questioni che mi lasciano perplesso. La prima, più di forma: da allievo ufficiale della Scuola militare Alpina, mi era tassativamente proibito uscire dalla caserma con la tuta mimetica, ritenuta indecorosa dai superiori; ora è l’abbigliamento standard del generalissimo Figliuolo. L’altra, più di sostanza: Draghi e Mattarella sono stati elogiati perché si sono vaccinati “come le persone comuni”. Avrei accettato fossero passati avanti per il ruolo che ricoprono, così come avrei apprezzato se avessero aspettato la fine della loro fascia di età. Ma la terza via di delegare al sistema mi pare la meno adatta. Nel frattempo, ho un anno meno di Draghi e non solo non sono stato vaccinato, ma in Lombardia le prenotazioni per la mia fascia di età sono state aperte solo pochi giorni fa.

Alberto Palestra

 

“Perché tutto resti com’è bisogna che tutto cambi”

Come ha scritto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “perché tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi”. Io non vedo nulla di cambiato e nulla di migliorato. Ho solo paura che dopo la pandemia ci siano ancora i generali a comandare.

Giovanni Volpi

 

Gli psicologi indignati dopo la gaffe del premier

Sono una psicologa e l’uscita infelice del premier Draghi mi ha indignato per tanti motivi. Mi indigna che un premier additi in diretta nazionale una categoria quale emblema della furbizia italica. Gli psicologi non hanno saltato nessuna fila, semplicemente hanno rispettato la legge. Mi indigna che ora la gente possa pensare che uno psicologo vaccinato sia responsabile morale della morte di un anziano. Mi indigna che un premier lasci passare sotto traccia l’idea che in fondo la salute mentale non è una priorità. E infine, vorrei che Draghi sapesse che no, non sono stata affatto contenta di essere vaccinata tra i primi, ben sapendo – come è poi successo con Astrazeneca – che i primi rischiavano qualcosina in più.

R.S.

 

Un consiglio sul vaccino dalla prof. Gismondo

Gent.ma prof.ssa Gismondo, leggo i suoi articoli sul Fatto con grande interesse e per questo le chiedo un consiglio sul vaccino da fare. Ho 70 anni e alcuni anni fa ho avuto uno choc anafilattico da conservanti e soffro di asma allergica alla parietaria, per cui uso il Tilade. Inoltre sono intollerante a diversi antibiotici.

Giorgio A.

Gentile Lettore, la ringrazio per l’attenzione. Il vaccino si sta rivelando un vero salvavita e perciò bisogna assolutamente vaccinarsi. Ovvio che il vaccino non deve trasformarsi in un problema. Non conosco l’entità dei suoi disturbi, ma lo choc anafilattico mi sembra importante. La invito a segnalare i suoi disturbi al medico vaccinatore. Sono ben istruiti su tutto ciò. Buona salute!

M. R. G

 

Telefono al volante: un’idea per la sicurezza

Alcuni anni fa proposi la necessità di “isolare telefonicamente” il lato guida con l’auto in movimento; un mio amico esperto mi spiegò che si potrebbe installare un dispositivo per rendere impossibile l’uso del portatile mentre si guida. Proprio pochi giorni fa, quattro morti tra Lazio e Campania perché era in corso un collegamento audio/video… perché il Fatto non fa una campagna per chiedere di obbligare le case automobilistiche a installarlo di serie?

Vito Pindozzi

Covid-19 – “Io sono sopravvissuto, ma c’è stata una strage di 80enni”

Gentile redazione, abbiamo oltre 110mila morti per Covid: un numero tra i più alti al mondo. Il 50 per cento è rappresentato da persone con più di 80 anni. Mediamente continuano a morirne 400 al giorno. Non numeri ma persone. Molte si sarebbero potute salvare con una tempestiva vaccinazione di massa che, cinicamente e colpevolmente, non è stata fatta. Finora ha concluso il ciclo della vaccinazione meno della metà degli over 80. Nella sconsiderata corsa al vaccino, l’individualismo e il corporativismo stanno uccidendo persino la pietà e la compassione. Morire di Covid, come ho visto da ricoverato in ospedale, in uno spazio con altri 40 malati e purtroppo non tutti fortunati come me, è un calvario: da soli, senza nessuna persona cara al proprio fianco, sfiniti dalla fame d’aria che i polmoni non sono in grado di soddisfare; solo le macchine possono cercare di farti sopravvivere. Una sofferenza per i tuoi affetti più cari, per chi ami e ti ama e non può starti vicino. Un’esperienza che segna per sempre chi riesce a sopravvivere.

Eppure basterebbe poco: incrociare i dati dell’anagrafe con quelli di Inps, Ats, medici di famiglia per sapere quante, chi sono e dove vivono le persone fragili e gli over 80, per organizzarsi e garantire loro la vaccinazione prima che ad altri. Non si è fatta questa semplice scelta di umanità, ma si è privilegiato altro. Troppi regionalismi, errori, scandali, dati falsificati; troppo malaffare e interessi particolari, troppe furbizie delle corporazioni. Una vergogna nazionale. In Italia il diritto universale e costituzionale alla vita e alla salute è stato finora negato a buona parte delle persone fragili e over 80. Una generazione preziosa che ha lottato per consegnarci un Paese libero e democratico, diritti fondamentali e benessere. E che sta pagando un prezzo altissimo per scelte irresponsabili. Una parte della popolazione che è stata lasciata sola nel fondo scala, in secondo piano perché improduttiva, senza peso sociale, senza una rappresentanza capace di difenderne i diritti, di restituirle dignità portandola fuori da una sofferenza e una solitudine indegne di un Paese civile. Sono loro che muoiono, e che riempiono le terapie intensive, i pronto soccorso, i letti degli ospedali. In molti non hanno risorse per curarsi o fare prevenzione, e in questo ultimo anno si è ridotta la speranza di vita. Saltano le cure e la prevenzione di altre malattie, e crescono le difficoltà e il sovraccarico del personale medico e paramedico. Mentre la strage continua c’è chi vorrebbe aprire tutte le attività e il Paese intero, a discapito della vita e del futuro. Una scandalosa deriva economica e mercantile, una sconfitta etica e culturale per chi dal tunnel vorrebbe uscire migliore cambiando la società e il suo modello di sviluppo. Senza salute, sicurezza, cura e prevenzione non c’è ripresa economica. E il primo investimento dovrebbe essere fermare la pandemia e salvare vite umane e il futuro del Paese.

Giacinto Botti

La “pace terrificante” dei partiti, da Salvini al “poro” Calenda

Èdifficile immaginare un periodo storico più spaventosamente spento, e al tempo stesso pericolosamente violento, come questo. Da una parte un crescendo di violenza, fisica e verbale, dettata da ignoranza, invidia e frustrazione. Dall’altra, una calma piatta insopportabile e non poco ipocrita, piombata su questo Paese come una mannaia anestetica con l’avvento (del nostro scontento) del governo Draghi. Una tale stasi generale si ripercuote su tutto, anche sul dibattito politico. Ne sono prova i social, dove la politica tira meno di un post di Renzi, e pure i talk-show, dove per creare una polemica occorre sganciare una bomba in studio. Anche questa rubrica ne risente: chi merita, oggi, un identikit? Draghi? Abbiamo già dato. Figliuolo? Nel dubbio tra averne paura (Murgia) o esserne divertito (Travaglio), scelgo una garbata incredulità nel vederlo addirittura sopra quello scranno. Ne consegue che, oggi, l’identikit non riguarderà una persona, ma i partiti sulla scena politica. Ecco una rapida ricognizione al tempo della peste. E della “pace terrificante”, come la chiamava De André.

Lega. È ancora in testa ai sondaggi, ma in un anno Salvini ha perso dieci punti. Un disastro acuito da questa sua fase politicamente surreale in cui è al governo, ma finge di non esserci. Baristi e ristoratori sono incazzati neri, e non solo loro, perché aveva promesso la Luna e alla fine non ha dato loro neanche un Sallusti. La fronda giorgettiana è insidiosa. E Zaia vale trecento volte Salvini. Oltre a ciò, la Meloni lo sta sabotando. La crisi che pervade Salvini è dimostrata pure dal fatto che, sui social, ogni tanto è costretto a rilanciare qualche frase di De Angelis o Briatore per raccattare tre like in croce. Poveretto.

Pd. Boh. Letta ci sta provando. Pare aver scelto Conte e non Renzi, e ci mancherebbe altro: il primo ha molti più voti (ci vuol poco) e il secondo è Renzi. Letta ha però ancora molto da fare per derenzizzare il partito, e questa sua guerra santa alla Raggi – benché lecita – fa un po’ ridere.

FdI. È in crescita, dunque ha ragione Meloni. La quale, se non altro, è stata coerente nel non entrare nel carrozzone ora al governo. Ovviamente la sua opposizione è ora assai meno urlata di prima, perché se sbraita troppo Salvini e Berlusconi le tirano le orecchie. I problemi di Donna Giorgia sono i soliti: una classe dirigente non di rado inquietante, i legami col fascismo tutt’altro che tranciati, una comunicazione populisto-becero-sovranista e alleati così gradevoli che in confronto viene quasi voglia di rivalutare Luis Miguel.

M5S. Boh (bis). È in perdurante fase di stallo, è entrato nel governo da maggiorente ma non sta toccando palla, non va più in tivù (e fa bene) ma nel frattempo sta scomparendo pure dai social (a giudicare dalle interazioni). Conte dovrà rivoltare il movimento (anzi “partito”) come un calzino.

Forza Italia. Gli zombie sono più vivi.

Italia Viva. Chi?

Mdp/SI. Ovvero Speranza, Bersani e Fratoianni, per citare le figure più emblematiche. I primi due appoggiano il governo (anzi uno c’è proprio dentro), il terzo no. I sondaggi piagnucolano, ma qualche segnale di vita pare arrivare. Di sicuro un’alleanza organica tra M5S e Pd non potrà prescindere da loro.

Bonino. Non scherziamo, dài.

Calenda. Lo adoro, perché è uno dei pochi che ha più ego di me, Severgnini, Carofiglio, Travaglio, Cazzullo e Friedman messi insieme. Quindi stima. Anche se continua ad avere meno voti del Poro Asciugamano.

Quindi, riassumendo: siamo nella merda. Però fingiamo di non saperlo. Daje!

 

Abuso d’ufficio, la Lega e Fi tentano ancora di abrogarlo

Una nuova riforma? Come un fiume carsico il reato di abuso d’ufficio (articolo 323 del Codice penale) appare e scompare di tanto in tanto dall’agenda politico-parlamentare. Di recente è bastato l’annunzio della proposta di riforma presentata del presidente della commissione Giustizia del Senato Ostellari e da tutto il gruppo della Lega (ddl Senato n.2145) per rimettere in movimento quelle forze politiche che mirano a restringere ancora di più l’area delle condotte punibili al fine di eliminare il “pericolo di firma” che incomberebbe sui sindaci e sugli amministratori pubblici.

Le manipolazioni operate dal legislatore dal 1990 in poi sull’originario articolo 323 fanno pensare a un ricorrente disegno volto a tenere una fascia sempre più estesa di pubblici funzionari al riparo dall’azione penale. Ne è la riprova il nuovo articolo 323 introdotto nel 2012 e modificato nel 2020, che riduce i casi di punibilità dei pubblici ufficiali alle “violazioni di regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge, e dalle quali non residuino margini di discrezionalità”. Ci si chiede: 1) se la regola di condotta non è prevista da una legge o da un atto avente forza di legge, bensì da un regolamento, da una circolare, da un codice interno o da un qualsiasi altro atto amministrativo, perché mai la sua violazione non dovrebbe costituire illecito penale se il pubblico ufficiale ha agito con dolo?; 2) poiché la discrezionalità rappresenta la manifestazione del potere della Pubblica amministrazione di adottare provvedimenti in base alla scelta ponderata tra un interesse pubblico primario e gli interessi secondari pubblici o privati, perché mai l’atto amministrativo illecito adottato con margini di discrezionalità nell’ambito di tale potere non dovrebbe rientrare tra le condotte punibili? Il problema non è l’uso in sé della discrezionalità, i cui atti devono sempre essere sorretti da idonea motivazione sulla scorta di una previa, puntuale istruttoria, ma il cattivo uso che ne fa il funzionario infedele adottando l’atto amministrativo a vantaggio di se stesso o di altri oppure a danno di altri, sicché appare una scelta arbitraria da parte del legislatore quella di limitare la punibilità ai soli casi previsti da una legge, tenuto conto che gran parte dell’attività della Pa è disciplinata da fonti normative secondarie.

Tornando al disegno di legge (S. 2145), Ostellari ne ha illustrato la finalità, che sarebbe quella di eliminare una volta per tutte la responsabilità penale degli amministratori per la “firma degli atti” poiché “la disciplina attuale impedisce agli amministratori locali e ai dirigenti di prendere decisioni serenamente e finisce per rallentare un processo di sviluppo e crescita di cui il Paese è affamato”. E all’obiezione che niente impedisce agli amministratori di prendere legittimamente decisioni serene, lo stesso Ostellari ammette che sono circa 7.000 i procedimenti archiviati ogni anno: infatti i pm non esitano a riconoscere la legittimità e la correttezza dei singoli provvedimenti, mentre procedono doverosamente solo nei casi di fondatezza della notizia di reato. Ne consegue che non si comprendono gli allarmi di Lega e Forza Italia per i sindaci né la loro richiesta di restringere ulteriormente l’area della punibilità dell’articolo 323 o addirittura di abrogarlo.

Viene infine da chiedersi se il testo attuale non si presti a un possibile dubbio di incostituzionalità per la sua manifesta irragionevolezza e illogicità, in violazione del principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, in quanto, senza apparente giustificazione, lascia fuori dalla sfera di punibilità condotte dolose simmetricamente uguali a quelle che vi sono comprese.

 

Draghi, troppi scivoloni e poco polso sui ministri

Quando Conte teneva le conferenze stampa che illustravano le misure del suo governo, molti dicevano che il luogo corretto per comunicare sarebbe stato il Parlamento (cosa per la verità non del tutto infondata: in teoria si sarebbe anche potuto verificare che da Camera o Senato venisse qualche osservazione utile). Ora Draghi fa le conferenze stampa, e nessuno dice nulla. Ma si insinuava anche che non fosse casuale la scelta degli orari, quelli di grande ascolto in concomitanza con i Tg. Ora Draghi parla addirittura nell’orario de L’Eredità, la seguitissina trasmissione pre-serale dell’ottimo Flavio Insinna, e anche qui silenzio-assenso.

Se possiamo però interrompere questo giochino del comportamento della grande stampa, e degli stessi politici, “prima” e “dopo”, bisogna un po’ affrontare il problema del “come”. Purtroppo, malgrado l’eccezionale levatura del personaggio, le conferenze stampa di Draghi non sono soddisfacenti. Intanto, l’occhio vuole la sua parte: a confronto con le aule parlamentari o con le fin troppo scenografiche ambientazioni di Conte-Casalino, la sede ora scelta in nome di una lodatissima “sobrietà”, a ben vedere, più che sobria è povera. Qualcuno si è spinto a lodare l’azzurro della parete di fondo. Be’, non è brutto ma è normale. Aggiungendo qualche logo di sponsor sembrerebbe una sala conferenze per allenatori di calcio prima e dopo le partite. A dominare la scena lì è però un altro Conte, il tecnico che sta conducendo l’Inter a un meritato scudetto…

Ma veniamo ai contenuti e (se ci si consente) alle tecniche oratorie, soffermandoci proprio sulle comunicazioni in zona-Insinna. Intanto, le scelta di dare direttamente la linea alle domande dei giornalisti rischiava di essere un boomerang, e boomerang è stato. Un personaggio di alto profilo come Draghi non può avviare una discussione senza una robusta relazione iniziale che fissi limiti e paletti, altrimenti poi le domande, che già di solito sono un po’ troppo variegate, rimbalzano per ogni dove. E qualche rimbalzo, in questo caso, è stato un falso rimbalzo.

Sui due casi, il caso-Erdogan e il caso-psicologi, si è già detto molto, ma resta spazio per qualche osservazione ulteriore. A proposito di Erdogan “dittatore”, si potrebbe premettere che forse il leader turco non si aspettava una definizione così ostile perché uno dei predecessori di Draghi, e cioè Berlusconi, ha più volte tenuto con lui ben diversi atteggiamenti: nel 2003 facendo addirittura il testimone di nozze al figlio del presidente turco, con tanto di baciamano-gaffe alla sposa (gesto da quelle parti inconsueto, per usare un’espressione cauta), e nel 2018 partecipando alla cerimonia di insediamento di Erdogan stesso dopo una vittoria elettorale peraltro non sorprendente. Alla domanda sulla poltrona negata a Ursula von der Leyen si sarebbe potuto rispondere con vari tipi di riprovazione, alludendo per esempio genericamente alla condizione della donna in quel Paese: un tema grave, ma ormai talmente dibattuto da non suscitare sorprese. L’impressione è che Draghi parlasse un po’ a ruota libera, anche una o due altre frasi sono risultate un po’ traballanti, ma quel “dittatore” è sembrata proprio una “voce dal sen fuggita”, e i tentativi di metterci una pezza non sono stati brillantissimi.

Quanto agli psicologi (a cui questo giornale ha già dato voce nei giorni scorsi), non si sa se sia peggiore la non-comprensione di una professione o la non-conoscenza di un decreto dello stesso governo. Individuato il criterio, peraltro condivisibile (e in questo caso ben illustrato) della fasce di età, sul resto il Presidente non era forse del tutto concentrato. Una cosa che da una testa ordinata come la sua non ci si aspetta. Il timore è che Draghi abbia compiuto una scelta: occuparsi prevalentemente della situazione economica (e questo ben venga, tenendo conto anche che i suoi ministri hanno già correttamente dichiarato che il Recovery Plan di Conte e Gualtieri va corretto ma non di molto), delegando ad altri la situazione sanitaria. Se per “altri” si intende il ministro Speranza, benissimo, e benissimo anche la fiducia nei suoi confronti perentoriamente confermata negli incontri con Salvini; ma, se si intendono altri ministri o commissari (specialmente ora che sembra si alzi un polverone-Arcuri) è bene che il Presidente vigili con tutta la sua autorevolezza.

 

Il dibattito su LOL mostra i limiti del giudizio spiccio sulla comicità e sulla tv

Non ho riso perché il clima generale era quello della stupidera. (Aldo Grasso, Corriere della sera, 7 aprile)

Difficile non torcersi dal ridere quando Elio azzecca clamorosamente l’entrata. Elio incede con la testa e la chioma fluente che spunta dal quadro leonardesco di Monna Lisa. (Mariarosa Mancuso, Il Foglio, 7 aprile)

Un insieme di salariati dello spettacolo commerciale lì convocati per le loro comprovate attitudini da “cazzari”. (Fulvio Abbate, Il Riformista, 10 aprile)

Il dibattito su LOL Chi ride è fuori mostra i soliti limiti del giudizio spiccio sulla comicità e sulla tv. La valutazione ponderata tiene distinti due piani: quello tecnico e quello del gusto; sia per giudicare l’arte che il programma tv (cfr. Ncdc 10 aprile). Un comico propone gag che fanno ridere lui: tecnicamente, vanno valutate come si stimano i colpi nelle arti marziali, cioè per impatto, portata, controllo. Il giudizio altrui basato sul gusto personale è irrilevante: lo spettro del gusto comico è più o meno ampio; non dipende da quanto uno sa della materia (puoi conoscere tutta la comicità del mondo, eppure gradirne solo un tipo); può allargarsi o restringersi, per periodi più o meno lunghi (per esempio, ti piace l’umorismo macabro, ma oggi non ti va perché è appena morta tua mamma; oppure ti piace la satira razzista, finché un giorno capisci quanto eri testa di cazzo); può evolversi: “Con i motti di spirito è come con la musica: più se ne sentono e più si diventa esigenti in finezza” (Georg Lichtenberg); e può regredire (una dieta di imbecillità non ti educa ad apprezzare Pinter).

Tutti hanno giudicato LOL in base al proprio gusto comico: è più facile. Inoltre lo si è giudicato come fosse un varietà alla Zelig. Snebbiamo: LOL sta a Zelig come i calci di rigore stanno a una partita di calcio. LOL è un montaggio di calci di rigore buffi, in forma di gara; Zelig è uno scalettone di comici. Come giudicare quei calci di rigore buffi in modo congruo? Be’, per esempio paragonandoli (per tipo, stile, fantasia, intensità della performance) a quelli delle versioni straniere dello stesso programma. Oppure paragonandoli ad altre specie di calcio di rigore buffo, per esempio i video di incidenti buffi su Instagram o TikTok. Le gag del cinema muto erano per lo più incidenti buffi, messi in scena: è la comicità più elementare, quella che fa ridere in tutto il mondo, a tutte le età, dal momento infantile in cui si riesce a dominare la postura eretta (cfr. Qc #4); ma i video buffi di incidenti veri fanno più ridere delle gag di un comico perché il pericolo disdetto (cfr. Qc #48) ha una salienza maggiore (cfr. Qc #13 e 19) rispetto a quello finto: Jimmy Fallon li usa con gli ospiti nelle sue gare a non ridere (shorturl.at/iDGMY).

Si è commesso infine un errore di giudizio più generale, dovuto al fatto che interpretiamo gli eventi applicando inconsapevolmente lo schema narrativo di Greimas (cfr. Qc #45): e così i commentatori di LOL, anche sui social, hanno voluto segnalare chi fra i concorrenti l’ha divertito di più, arrivando a proporre comici più divertenti (gusto personale + conflitto narrativo).

Il vero punto di forza di LOL è il replay col fermo-immagine che cattura la risata non trattenuta (shorturl.at/ejvIV), come nella serie poliziesca Lie to Me la smorfia rivelatrice di un colpevole era confermata dalla foto di un vip che esibiva la stessa smorfia nel suo momento della verità: per esempio, la medesima smorfia di vergogna in Hugh Grant, Marilyn Monroe e Bill Clinton (shorturl.at/bcmsQ, a 3’28”). Nel mondo del porno, è detto money shot il momento dell’eiaculazione. Il money shot di LOL è il momento della risata non trattenuta. Questa somiglianza fra orgasmo e risata non è casuale (cfr. Qc #4).

 

Scuole aperte: ora che Dio ce la mandi buona

Riaprono le scuole, ma sentire Roberto Speranza che parla di “tesoretto”, ma anche di “rischio”, lascia sgomenti (come dire: dio ce la mandi buona). Intanto, l’espressione (scema) “tesoretto” andrebbe abolita con apposito decreto legge (i Dpcm, è noto, li usano solo i dittatori, da Conte a Erdogan). Serve a evocare una riserva di immunizzazione – accumulata forse con le zone rosse pasquali – come se non sapessimo che il Covid bastardo torna a imperversare appena ti azzardi non a riaprire, ma persino a socchiudere. E dunque tesoretto non significa una mazza. Il ministro della Salute si appalesa da Fabio Fazio di domenica all’ora di cena, mentre noi con la forchetta sospesa siamo in attesa dell’Annuncio che assilla le famiglie italiane. Infatti, Fazio chiede come mai non si è pensato in tempo a organizzare nella scuole una campagna di test salivari a tappeto. Speranza snocciola “400mila test al giorno”. Fazio: “Nelle scuole?”. Speranza: “No, in tutta Italia”. Purtroppo non sapremo mai quanti sono i test nelle scuole perché il ministro s’incarta (e ci incarta) tra “protocolli in arrivo” e “test antigenici molto significativi”. Dalle case degli italiani s’alza un grido: dai Fazio, insistiti, chiedi al ministro se c’è il pericolo che dalle scuole non messe in sicurezza il contagio possa tornare a circolare. È questo il “rischio” di cui parla? Chi ci garantisce di non ritrovarci nei casini come l’autunno scorso? Niente da fare. Pubblicità.

A ruota scoppia la grana dei docenti immunizzati dove capita, dopo che il piano del generale Figliuolo (niente più categorie, si procede vaccinando anziani e fragili) ha lasciato scoperto il 30 per cento del personale scolastico. Resta garantita la seconda dose per tutti quelli che hanno già ricevuto la prima, ma grande è la confusione sotto il cielo delle fiale. Per questo il virologo Andrea Crisanti sostiene che “nel riaprire le scuole senza aver vaccinato come ha fatto il Regno Unito ci prendiamo un grande rischio”? Accidenti, di “rischio” non parla anche Speranza? Sì, ma poi spiega che “tutti i dati che abbiamo ci dicono che dentro le aule non ci sono problematicità emergenziali, il punto è la quantità di movimenti che si sviluppa intorno alla scuola”. Problematicità emergenziali. Movimenti che si sviluppano. Più chiaro di così! (dio ce la mandi buona).