Siamo ancora in tempo per rifare la Sanità

Accogliamo con piacere la collaborazione del Censis con Janssen Italia, che si propone di individuare le azioni utili per dare risposte concrete alle esigenze degli italiani, sia nelle emergenze sia nella situazione ordinaria. Lo studio coinvolgerà Piemonte, Veneto, Lazio, Puglia con l’obiettivo di colmare il divario tra offerta e domanda in ambito sanitario. Nell’ultimo anno, improvvisamente, la spesa sanitaria ha avuto un incremento di ben 5,6 miliardi di euro. Spesa che ha cercato di tappare le numerose falle procurate dai tagli indiscriminati dei governi degli ultimi venti anni. I contributi di Next Generation EU saranno un’occasione unica per un salto di qualità, 19,7 miliardi di euro per lo sviluppo di una rete territoriale sempre più vicina alle persone e l’ammodernamento delle dotazioni tecnologiche del SSN. Ottimi obiettivi. Abbiamo ancora sotto gli occhi le conseguenze dell’inefficienza di buona parte della Medicina territoriale nella pandemia. Fortunatamente nel documento di presentazione de I Cantieri per la sanità del futuro (Censis-Jannsen) viene presa in considerazione anche la risposta all’emergenza. Scorrendo il documento del Mef non si trova una frase dedicata alla prevenzione e alla preparazione pandemica. E si continua a progettare ospedali secondo il vecchio schema e non con moderni criteri di convertibilità. L’iniziativa è ancora una volta l’intervento esterno alle istituzioni che cerca di colmarne i vuoti.

Benvenuto il privato, se riuscirà a dare una svolta. Siamo ancora in tempo, ma è l’ultima occasione di risorgere.

 

Rai, l’archivio-malloppo di Minoli è una fregatura

La surreale faida tra Gianni Minoli e la Rai è una delle più alte forme di intrattenimento concesse dal servizio pubblico negli ultimi anni. Il giornalista e Viale Mazzini hanno ingaggiato uno stranissimo conflitto: Minoli dichiara in molteplici interviste (nell’ultima settimana su Repubblica e Corriere) di ambire a una poltrona nel consiglio d’amministrazione dell’azienda. E come sottile arma di persuasione cita un vecchio, incredibile contenzioso: sostiene di essere titolare dei diritti di archivio del programma che ha condotto dal 2002 al 2013, La Storia siamo noi.

A Minoli in pratica è stato regalato un tesoro: tra le immagini di archivio ci sono alcuni filmati originali ed esclusivi della storia italiana (come la terribile battuta di Andreotti su Ambrosoli, “se l’andava cercando”, la testimonianza dell’autista di Berlinguer sull’attentato in Bulgaria) con un valore commerciale altissimo, tra gli 800 e i 1.000 euro al minuto, per una cifra totale che si avvicinerebbe a 180 milioni.

Minoli brandisce questo patrimonio per accreditare l’incapacità dall’attuale dirigenza di Viale Mazzini (alla quale si vorrebbe in qualche modo sostituire) e per minacciare di vendere il video-malloppo a qualche privato (Netflix o qualche altro grande broadcaster – secondo lo stesso Minoli – potrebbero farci un pensiero: “Me lo chiedono tutti tranne la Rai”).

Siamo all’assurdità del servizio pubblico che si deve ricomprare i diritti di una propria trasmissione da un suo ex giornalista, a prezzi mostruosi. Ma ancora più clamorosa è la genesi di questa situazione: La Storia siamo noi nasce nel 1997 da un’idea di Renato Parascandolo, direttore di Rai Educational. Minoli viene coinvolto successivamente, la creatura non sarebbe nemmeno sua. Perché allora può vantare i diritti sull’archivio? Per un accordo che verrebbe da dire privato – se non fosse che stiamo parlando di servizio pubblico e di altrettante pubbliche risorse – tra Minoli e l’ex direttore generale della Rai, Mauro Masi. Siamo nel 2010 e Minoli viene coinvolto nelle programmazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il giornalista sta per andare in pensione e questo ultimo contratto viene stipulato a una cifra più contenuta e conveniente per l’azienda. Il regalo dei diritti sull’archivio è quindi una specie di compensazione per lo stipendio “tagliato” di Minoli; una sorta di scivolo, un incentivo alla “cessazione anticipata del contratto” (come spiega, con malcelato fastidio e una certa incredulità, una fonte di Viale Mazzini). Un meraviglioso regalino di pensionamento.

Dalla Rai fanno sapere che, in ogni caso, i diritti di Minoli riguardano solo il periodo 2010-2013. Il giornalista sembrerebbe accontentarsi, bonta suà (anche se “è un problema che riguarda i legali”), ma fa notare che si tratta comunque di 576 ore (con un valore tra i 27 e i 35 milioni di euro).

Minoli ci tiene molto a vendere alla Rai invece che ai privati. “Perché non regala l’archivio?”, gli chiede il giornalista del Corsera. Risposta: “Regalarlo forse no, ma potrei trattarlo con molta moderazione rispetto al prezzo di mercato” (bisogna sottolineare la terminologia felpata della trattativa lanciata in pubblico: “Molta moderazione”, che eleganza e modestia). E la Rai che fa, concilia? Sempre da Viale Mazzini – e sempre con un certo fastidio – filtra un’indiscrezione: si sta ipotizzando, “per trovare una quadra”, un’eventuale collaborazione per un “prodotto editoriale” con Minoli. Insomma, in un modo o nell’altro il giornalista con l’archivio rimetterà piede nell’amata azienda di Stato. Sullo schermo o in cda.

“Il messaggio era per Renzi, Draghi peggio di Giuseppi”

Le recenti attenzioni mediatiche non hanno tolto il buon umore a Gianmario Ferramonti: “Report (in onda ieri sera, ndr) ha montato e smontato le mie dichiarazioni ma è tutto vero, non mi pare ci sia nulla di scorretto. E voi del Fatto fate il vostro lavoro, anche se il fotomontaggio in copertina con la Boschi che mi sussurra all’orecchio è sbagliato (ride) dovrei essere io a sussurrare a lei”. Politica, massoneria, servizi segreti: Ferramonti ha fatto su e giù tra questi mondi dai primi anni 90, quando era tesoriere della Lega di Bossi. A Report ha riferito il messaggio mandato all’ex ministra di Italia Viva: “Se buttano giù questo cretino di Conte, una mano gliela diamo (…) qualche milione di voti ce l’abbiamo”. Ora puntualizza: “Quel messaggio l’avevo mandato alla Boschi per farlo avere a Matteo Renzi. Le stesse parole le ho mandate anche a Denis Verdini”.

Qual era il suo obiettivo?

Volevo far sapere a Renzi che ho rapporti molto stretti con diverse confederazioni e gruppi di industriali. E che c’era un patrimonio di voti delle imprese italiane a disposizione di chi ci avesse liberato da Conte.

Risposte?

Da Boschi e Renzi nessuna. Verdini l’ho incontrato, ci vedevamo spesso da PaStation, il ristorante del figlio, prima che arrestassero Denis.

Prima della caduta di Conte, i pellegrinaggi dei politici a Rebibbia da Verdini erano frequenti.

Verdini non devo mica raccontarlo io: ha un’intelligenza politica straordinaria, ha una capacità di coltivare relazioni unica. I due Matteo – Renzi e Salvini – sono molto legati a lui. Il primo gli deve la carriera politica, dai tempi di Firenze. Il secondo fa parte della famiglia… È normale che ci sia un’impronta di Denis sulla crisi.

Alla fine Conte è caduto, il nuovo governo le piace?

Per nulla. Avessi saputo che le cose sarebbero andate così non mi sarei preso il disturbo (ride). Siamo passati dalla padella alla brace. Draghi sta facendo peggio di Conte. Le piccole e medie imprese non ce la fanno più, come vede stanno iniziando a riempire le piazze. I sostegni del governo sono ridicoli.

Il malcontento è condiviso negli ambienti massonici che non ha mai negato di frequentare?

È condiviso ovunque. C’è un sacco di gente incazzata. Non so quanto durerà questo governo. Destra e sinistra sono finite, penso che partite Iva e piccole e medie imprese troveranno la forza di scendere in campo direttamente con un loro soggetto politico. Possono davvero muovere milioni di voti.

Per tanti anni ha detto di non essere massone, malgrado l’amicizia con Gelli, Carboni e molti altri.

Sono entrato in massoneria per la prima volta a dicembre 2019. Il generale romeno Savoiu ha fatto rinascere la P3. È l’unico titolato a farlo: è il vero successore di Gelli, visto che è legato all’ultima moglie del maestro venerabile, Gabriela Vasile.

Cosa l’ha convinta?

Savoiu mi ha dato il grandissimo onore di entrare in massoneria dalla porta principale: sono Gran maestro aggiunto della Gran Loggia Nazionale di Romania. Purtroppo le nostre iniziative sono state frenate da quest’anno e mezzo di pandemia, il progetto prenderà forma non appena ce ne saranno le condizioni. Abbiamo un sacco di domande di adesione. La P3 avrà soci e interessi in tutto il mondo, saranno tutti resi pubblici in modo trasparente.

Lite M5S-Casaleggio: Conte vuole chiudere tutto in una settimana

Le rogne aumentano, la questione dei due mandati è una croce e il tempo sta finendo, anzi forse è già scaduto. Ecco perché Giuseppe Conte ora vuole e deve chiudere il suo piano di rifondazione. A giorni, nel dettaglio entro la settimana. Andare oltre ad occhio non è più possibile. L’ex premier lo ha compreso dopo il fine settimana di riunioni con i parlamentari. I suoi stanno sondando eletti e big vari, per capire ancora meglio l’umore. Ma di certo l’avvocato che dovrebbe rifare da cima a fondo il Movimento, ha toccato con mano il malessere di un bel pezzo del M5S. Partendo dai veterani al secondo mandato che di lasciare a fine legislatura proprio non ne vogliono sapere, e un eventuale posto nella futura struttura dei 5Stelle non basterebbe a tacitarli. “Visto che si sta facendo una cosa nuova, bisogna mettere sul tavolo anche la possibilità di modificare questa regola” ha sibilato ieri Federica Dieni, deputata che fa parte del Copasir.

Frasi che fanno rima con l’intervista sul Corriere della Sera dell’ex ministro Vincenzo Spadafora, disseminata di paletti per Conte. “Si dovrà tenere conto del valore dell’esperienza e delle capacità individuali” ha teorizzato sui mandati Spadafora (che è al primo mandato, va detto), difendendo poi quelle correnti che l’ex premier vorrebbe vietare addirittura per Statuto, Infine, ha battuto sul tasto della tempistica: “Conte deve accelerare sul nuovo M5S”. Lo aveva già detto la sindaca di Torino, Chiara Appendino, domenica scorsa al Fatto: “L’ex premier deve fare in fretta”. Perché le Comunali sono a ottobre, cioè dietro l’angolo, e gli accordi con il Pd deve chiuderli lui, Conte.

Domenica, nella riunione in videoconferenza con i deputati, l’avvocato se lo è sentito dire anche da Francesco Silvestri, tesoriere alla Camera: “Per lavorare su Roma abbiamo bisogno di chiudere il perimetro politico”. Ovvero, di definire il campo di gioco con i dem, dove il segretario Enrico Letta spera ancora di candidare Nicola Zingaretti, ma Roberto Gualtieri resta il nome più praticabile, fatto salvo che Virginia Raggi si ricandiderà (e i messaggi recapitati dal Pd ai piani alti del M5S per farla ritirare non serviranno). Però Conte deve sbrigarsi, anche per stabilizzare il clima interno. Non è un caso che Spadafora abbia parlato di “gestione dove prevalgono le vendette” (un attacco al reggente Vito Crimi per l’assegnazione dei posti di governo). Come non è casuale che Davide Casaleggio domenica a Mezz’ora in più abbia picchiato dove fa più male: “Spero che non vogliano mettere in difficoltà Rousseau per mettere sul tavolo il terzo mandato”. Un morso piazzato proprio mentre i deputati al primo mandato, tra i quali ci sono diversi sodali di Casaleggio, sorridevano a Conte in videoconferenza. Con un sottotesto: mantieni la regola dei due mandati, e saremo con te. Altrimenti? “Altrimenti in un caso o nell’altro si rischia la scissione”, sussurra un big. Molti della vecchia guardia hanno già pronta l’arma da fine del mondo, ovvero sospendere i pagamenti al M5S se non ci sarà chiarezza sulla norma. Una iattura, per il Conte che ha invitato tutti a mettersi in regola con i pagamenti entro fine aprile per passare in fretta al nuovo sistema di versamenti, basato su forfettario di 2.500 euro, di cui mille direttamente al M5S. Soldi indispensabili per affittare una sede nel centro di Roma e costruire una struttura con segreteria, dipartimenti e tesoreria. Ma forse il denaro non basterebbe, e infatti domenica in diversi hanno evocato l’utilizzo dei soldi del 2 per mille.

In questo scenario, Conte cerca un punto di caduta. Sui due mandati sarebbe tentato di dare ragione a Beppe Grillo, che vuole mantenere il totem. Ma potrebbe fare qualche eccezione, ricandidando i più meritevoli. E comunque “non avrebbe nulla in contrario al fatto che un parlamentare dopo due mandati si candidasse a elezioni locali” sostiene una fonte qualificata. Di certo Conte vuole chiudere l’infinita diatriba con Casaleggio, anche se non in prima persona. “Devono risolvere quelli che c’erano prima” ha scandito ai deputati. Ergo, a gestire il dossier deve essere ancora Crimi. Ma l’ex premier, da giurista, è convinto che le pretese del patron di Rousseau non siano solide. E comunque per lui l’essenziale è che i soldi e soprattutto i dati degli iscritti siano gestiti solo dal M5S.

Certo, i dati li ha ancora Casaleggio. “Ma sono di proprietà del Movimento” ripetono i 5Stelle. La stessa opinione di Conte, che ha studiato a fondo i regolamenti. Il rischio che si vada alle vie legali con Casaleggio è ormai altissimo. E quella con Rousseau è una storia all’epilogo.

Lo conferma una nota del Movimento, in serata: “Il 5 marzo avevamo chiesto all’associazione Rousseau di votare l’entrata nella giunta della Regione Lazio e la destinazione delle restituzioni dei portavoce. Il presidente (Casaleggio, ndr) ci ha risposto che non sarebbe stata erogata alcuna prestazione contrattuale”.

Mascherine, i pm a caccia di soldi fino a San Marino

Arriva fino a San Marino la caccia ai soldi delle provvigioni dei mediatori per l’acquisto, a marzo 2020, da parte dello Stato italiano, di 801 milioni di mascherine dalla Cina, al prezzo totale di 1,2 miliardi di euro. Una fornitura che ha fruttato nelle tasche dei mediatori circa 72 milioni di euro pagati dai cinesi: circa 59 milioni sono stati incassati da Andrea Tommasi (titolare della Sunsky srl) e altri 12 milioni da Mario Benotti, ex giornalista Rai.

Su questa fornitura la Procura di Roma ha aperto un’indagine, iscrivendo nel registro degli indagati Benotti e Tommasi per traffico di influenze. Nell’inchiesta era finito anche l’ex commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri, iscritto per corruzione, reato per il quale la Procura ha chiesto l’archiviazione. Ora si scopre però che Arcuri e l’allora suo vice Antonio Fabbrocini (entrambi dal 1 marzo tornati a tempo pieno al vertice di Invitalia) sono stati iscritti anche per peculato. Il reato di peculato – articolo 314 del codice penale –prevede la “distrazione a profitto proprio o altrui, di denaro o altro bene mobile appartenente ad altri”, commessa “da un pubblico ufficiale”. Insomma Arcuri – è l’ipotesi degli investigatori tutta da verificare – avrebbe potuto favorire nella fornitura i mediatori, che a loro volta avrebbero incassato le provvigioni. Questo però sarebbe possibile solo se l’ex commissario straordinario fosse stato a conoscenza dei compensi di Benotti&C. Già il 22 dicembre la Guardia di finanza, in un’informativa, ipotizzava la “sopravvenuta conoscenza”, da parte dell’allora commissario straordinario, “dell’enorme illecito ritorno economico ottenuto da soggetti estranei al rapporto con la struttura commissariale”. In realtà però Benotti sentito dai magistrati negli scorsi mesi ha negato questa circostanza, spiegando di non aver mai messo al corrente l’allora commissario straordinario dei suoi guadagni. Così l’iscrizione di Arcuri – che si è reso disponibile a essere interrogato, anche se finora non è mai stato convocato in Procura – potrebbe essere una sorta di “atto dovuto” per poter disporre determinati accertamenti.

Intanto i pm capitolini stanno cercando di ricostruire i flussi finanziari anche rispetto ad altri mediatori. Per questo a marzo scorso hanno inviato una rogatoria a San Marino. Qui Andrea Tommasi e il suo “socio” Daniele Guidi (banchiere sammarinese) sono già indagati per riciclaggio dai magistrati del Monte Titano per un’altra vicenda e, come scrive il GiornaleSm diretto da Marco Severini, la SunSky il 9 marzo ha anche subito un sequestro di 500mila euro. Nella rogatoria, il Commissario della Legge (il procuratore di San Marino) esprime “la necessità di assistenza per accertamenti bancari alle posizioni intestate a Daniele Guidi e Monica Aluigi”, quest’ultima “coniuge di Mohamed Ali Ashraf” e “ritenuta una prestanome di Guidi per ingenti movimentazioni di denaro”. Ali Ashraf è indagato per truffa a Rimini nei confronti di Banca Cis, quando era diretta proprio da Guidi (anche lui indagato). Periodo in cui, secondo la magistratura sammarinese, Guidi aveva “simulato un’attività di consulenza resa da SunSky (guidata da Tommasi, ndr) in favore di Banca Cis al fine di trasferire le somme distratte all’istituto di credito, pari appunto a mezzo milione.

Fonti inquirenti di San Marino confermano a Il Fatto che i magistrati italiani stanno cercando altri soldi rispetto ai 72 milioni incassati dai mediatori sui conti italiani. Si cercano, inoltre, eventuali tracce di spostamenti all’estero (Lussemburgo, in particolare). Per farlo, gli investigatori del Monte Titano stanno scandagliando due conti correnti, uno acceso presso la Cassa di Risparmio della Rsm e un altro presso la Banca Agricola Commerciale, sempre di San Marino, oltre ai conti in utilizzo alla Aluigi. Guidi avrebbe incassato personalmente, secondo quanto riportato nel testo della rogatoria, circa 12,5 milioni di euro.

Sarà ora compito dei magistrati romani verificare se effettivamente Arcuri e Fabbrocini fossero a conoscenza dell’entità delle provvigioni. In sede di interrogatorio di garanzia per gli indagati di traffico di influenze, la Procura ha depositato una nuova memoria di 90 pagine, di cui 30 riguardano le chat e i messaggi fra Arcuri e Benotti, inviati fra il 1º gennaio 2020 e il 7 maggio 2020, quando poi l’allora commissario chiese al giornalista di non contattarlo più.

Non basta mai: centrodestra e 5S vogliono allargare ancora il condono

Il condono “piccolo”, come lo ha definito il presidente del Consiglio Mario Draghi, non basta al centrodestra e a parte del M5S. Ne vogliono uno più corposo, che cancelli oltre 60 milioni di cartelle esattoriali. E, allora, dopo lo scontro andato in scena nel Consiglio dei ministri del 19 marzo scorso tra il centrodestra (più il M5S) e Pd-Leu contrari al condono, è partito l’assalto al decreto Sostegni da 32 miliardi in discussione in Senato.

Ieri alle 12 è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti ed è probabile che il secondo passaggio alla Camera sarà blindato (quindi si decide tutto a Palazzo Madama). I partiti hanno presentato 2.852 modifiche in totale – di cui 677 di Forza Italia, 459 del Pd e 203 della Lega –, dovranno ridurli a circa 500 segnalati, con un budget che non potrà superare i 500 milioni di euro

Il governo, dopo giorni di trattative, ha infatti inserito nel dl Sostegni un condono per tutte le cartelle fino a 5 mila euro dal 2000 al 2010 per i cittadini con un reddito inferiore ai 30 mila euro. Costo per lo Stato: ben 666 milioni. Un compromesso che però non era piaciuto per niente a Matteo Salvini che aveva annunciato battaglia al Senato. E così è stato: la Lega ha presentato un emendamento a prima firma del responsabile economico Alberto Bagnai in cui chiede di raddoppiare il tetto delle cartelle da stralciare (da 5 mila a 10 mila euro) alzando anche la soglia di reddito dei contribuenti che potranno usufruirne, da 30 mila a 50 mila euro. Una modifica che potrebbe riguardare quasi la totalità dei contribuenti: se il reddito annuo di 30 mila euro equivale all’83% dei contribuenti, 50 mila fa salire la platea potenziale a 94%.

Anche Forza Italia chiede di aumentare la platea dei beneficiari del condono. Un emendamento presentato da tutto il gruppo forzista a Palazzo Madama a prima firma della capogruppo Anna Maria Bernini chiede che lo stralcio delle cartelle valga anche per i cittadini che hanno un reddito fino ai 40 mila euro. I senatori Maurizio Gasparri e Massimo Ferro, invece, non si accontentano e aggiungono un comma che favorisce direttamente gli imprenditori: per questi ultimi non valgono i limiti del condono già approvato, come per qualunque cittadino. I due senatori azzurri chiedono che agli imprenditori vengano stralciati i debiti eliminando il tetto di 30.000 euro di reddito, alzando la soglia da 5.000 a 20.000 euro e anche la finestra temporale: non più fino al 31 dicembre 2010 ma fino al 31 dicembre 2015.

Anche il M5S, che aveva spalleggiato il centrodestra in Cdm, chiede con la senatrice Felicia Gaudiano di estendere il condono di 5 anni come nella bozza originaria del decreto: dal 2010 al 2015. Ma ci sono diverse divisioni: 16 senatori tra attuali ed ex 5S, guidati da Primo Di Nicola, hanno presentato un emendamento per abolire del tutto il condono.

Le richieste del centrodestra e del M5S si sono concentrate sull’estensione della sanatoria, nonostante le recenti bocciature di Ufficio Parlamentare di Bilancio, Corte dei Conti e Banca d’Italia che hanno stroncato il condono parlando di “disparità di trattamento con i contribuenti onesti” e di un provvedimento che “favorisce l’evasione fiscale”.

“Io Apro” fa flop in piazza. Ma arriva altro extradeficit

I ventimila per “invadere Roma” non si vedono, né tantomeno i 130 pullman annunciati sui social network. Alle 15 in piazza San Silvestro, Roma, a poche decine di metri da Palazzo Chigi, i manifestanti di “Io Apro” sono poco più di 500. Il gruppo di ristoratori disobbedienti che a metà febbraio era stato ricevuto da Matteo Salvini, e pochi giorni fa ha provato a entrare a Montecitorio per chiedere di riaprire i locali, non è riuscito nell’adunata. Alla fine, solo un po’ di caos per le vie del centro di Roma.

A San Silvestro, poco dopo pranzo, ci sono anche una cinquantina di militanti di CasaPound, i “fascisti del Terzo millennio”, scesi in piazza sventolando il tricolore e intonando l’inno di Mameli. Sono guidati dal leader fiorentino Saverio Di Giulio e dal consigliere romano del decimo municipio Luca Marsella. Con loro ci sono i leader di “Io Apro”: l’ex M5S espulso Giovanni Favia, il ristoratore pesarese Umberto Carriera (che come ha raccontato Selvaggia Lucarelli su Tpi ha 6 locali nelle Marche ma dichiara solo 10 mila euro al mese), e il ristoratore fiorentino Momi El Hawi. Sono loro gli agit prop: si sgolano al megafono, intonano cori (“Libertà”, “Riaprire subito”, “Dalla padella di Conte alla brace di Draghi!”), vanno a tu per tu con gli agenti per chiedere di far rispettare l’ordine pubblico. Di mascherine se ne vedono poche. “Non servono a niente”, dice Marco, arrivato da Piacenza. Secondo gli organizzatori la piazza è vuota perché “i pullman sono stati fermati fuori Roma”.

Dopo qualche comizietto, a disperdere i manifestanti ci pensa la pioggia e i petardi che esplodono tra le camionette della polizia. Uno, due, tre bombe carta. Qualche applauso, momenti di tensione. La polizia carica. Chi era venuto per manifestare pacificamente se ne va. Un ristoratore viene colpito con una bottiglia e portato in ospedale. A quel punto una cinquantina di manifestanti, guidato dal solito Favia, escono dalla piazza e provano a entrare in piazza del Parlamento da via dei Prefetti: bloccati. Poi, per qualche minuto, trovano sfogo tra via del Corso e il Muro Torto dove bloccano il traffico: qualche tafferuglio e qualche manganellata, ma alla fine i violenti vengono fatti defluire sul lungotevere. Nel pomeriggio una delegazione dei manifestanti è stata ricevuta dal sottosegretario leghista al Tesoro, Claudio Durigon. “Il governo sta valutando le riaperture – ha detto Carriera dopo l’incontro – fino a quel giorno noi continueremo a manifestare”. Alla fine le persone identificate sono 120. Questa mattina alle 11 nuova manifestazione dei ristoratori di “Roma più Bella” al Circo Massimo.

Intanto, anche per stemperare le tensioni sociali, il governo Draghi cerca di accelerare su un nuovo e più corposo giro di ristori. Per farlo serve altro extra-deficit con la richiesta al Parlamento di approvare un nuovo scostamento di bilancio. Dovrebbe arrivare probabilmente nel Consiglio dei ministri, previsto tra mercoledì e giovedì, che deve varare il Documento di Economia e finanza (che peraltro rivedrà al ribasso le stime di crescita di quest’anno). L’orientamento è di richiedere un extra-deficit per altri 35-40 miliardi di euro, sebbene il leader leghista Matteo Salvini chieda di arrivare a 50 miliardi. Si parte dai 32 miliardi usati con l’ultimo dl Sostegni, di cui 11 sono andati ai ristori. Con il nuovo scostamento si potrà finanziare un nuovo round di contributi a fondo perduto, un pacchetto di interventi per la liquidità con l’estensione delle moratorie di mutui e prestiti e lo stanziamento di nuove risorse per i fondi di garanzia. Misure che dovrebbero venire incontro, almeno in parte, alle richieste di imprenditori, ristoratori e partite Iva in difficoltà dopo l’ultimo giro di chiusure e restrizioni. Non tutto l’extra-deficit andrà ai Sostegni. Una parte dovrebbe servire a creare un fondo per le opere che non riusciranno a entrare nel Recovery Plan, la cui revisione è in corso al Tesoro. Come ammesso dal ministro Daniele Franco, la lista dei ministeri al momento sforerebbe di circa 30 miliardi il plafond del Recovery (200 miliardi).

 

C’è un giudice a Palermo: reintegrato il rider che rifiutò il “contratto capestro” della Ugl

Il licenziamento dei rider che hanno rifiutato l’applicazione del contratto “di comodo” firmato dall’Ugl è stato discriminatorio. Alla lunga lista di sconfitte giudiziarie collezionate in questi mesi dalle piattaforme del food delivery, se n’è aggiunta ieri una nuova, pronunciata dal Tribunale di Palermo contro Social Food, e rischia di avere una portata molto pesante. Perché per la prima volta viene picconato l’accordo sottoscritto a settembre da Assodelivery con l’unico sindacato allineato e poi imposto a tutti i fattorini con annessa minaccia di licenziamento.

Ed è proprio questo il problema, secondo i giudici: i rider, tanto più quelli non aderenti all’Ugl, non potevano essere obbligati a sottostare a quell’intesa voluta da una sigla che non li rappresentava. Il lavoratore che ora dovrà essere reintegrato – oltre che risarcito per il danno e le mancate retribuzioni – è invece un iscritto alla Nidil Cgil, molto attivo soprattutto durante il lockdown, quando ha protestato contro le consegne “al piano”: già dal giugno 2020, poco dopo il rinnovo del suo contratto di collaborazione annuale, Social Food aveva smesso di inviargli richieste di ordini. Nel frattempo, a fine estate, Deliveroo, Glovo, Uber Eats e le altre hanno sottoscritto il contratto dei rider con l’Ugl, testo che ha consacrato il sistema del lavoro autonomo e dei pagamenti a cottimo, per questo bocciato in meno di 24 ore dal ministero. Ciononostante, le app non solo hanno iniziato ad applicarlo dal 1° novembre, ma hanno anche mandato a casa tutti quei fattorini che si sono opposti al recepimento di quelle condizioni nel contratto individuale. Tra questi, il rider di Palermo che ha fatto causa a Social Food con gli avvocati Carlo De Marchis, Giorgia Lo Monaco, Matilde Bidetti e Sergio Vacirca. Ieri l’ordinanza: “La mancata risoluzione del rapporto col ricorrente è una palese discriminazione, dovendosi ritenere del tutto legittimo il rifiuto del lavoratore, che ha esplicitato il proprio dissenso alla nuova regolamentazione, di sottoscrivere un contratto regolamentato da una disciplina concordata con una associazione sindacale diversa da quella di appartenenza”. “Questa vicenda – dice Andrea Gattuso della Nidil Cgil Palermo – può avere una valenza più ampia perché sappiamo che in tanti non hanno sottoscritto l’accordo Ugl. Si riconosce che pure i lavoratori non subordinati hanno diritto di essere iscritti a un sindacato e ad avere opinioni sindacali diverse da quelle dell’azienda…”.

Molise, sul mare la “nuova Miami”. “È un ecomostro”

Per i comitati si tratta della “più impressionante operazione speculativa mai vista” sulla costa adriatica. Potrebbe ora diventare realtà il progetto “South Beach”, complesso destinato al turismo di lusso che dovrebbe sorgere in 160 ettari di litorale compresi nel Sito di interesse comunitario “Foce Trigno – Marina di Petacciato”, in Molise. Dopo l’interessamento del Comune di Montenero di Bisaccia (Cb), nel cui territorio ricade l’area, anche la Regione ha espresso parere favorevole, dando il via, con delibera del 29 marzo, all’istituzione di un tavolo tecnico per la realizzazione del comprensorio. Si tratta del progetto di un imprenditore canadese – 3 miliardi di euro finanziati da fondi cinesi, 6000 posti di lavoro promessi – che prevedrebbe la costruzione di 127 torri tra gli 8 e i 25 piani, più 17 “ville signorili”, 4 alberghi, 18 stabilimenti balneari e 200 ristoranti, per un totale di 5 milioni di metri cubi di cemento. Per il presidente Toma, il progetto valorizzerebbe il potenziale inespresso del Molise, rappresentando “un modello di sviluppo da replicare sul territorio”.

“Biot? Aveva accesso illimitato ai segreti militari”

Walter Biot aveva un “Nos” (nullaosta) massimo per accedere ai documenti militari anche classificati come segretissimi. E la sua situazione economica non era così difficile come raccontato dai suoi familiari. È la tesi della Procura di Roma che indaga sulla vendita a due funzionari dell’ambasciata russa, da parte dell’ufficiale della Marina militare italiana, di una scheda sd contenente 181 file, molti classificati come “Nato secret”. Una collaborazione illecita che avrebbe fruttato al capitano di fregata almeno 5mila euro. Dagli accertamenti disposti dai magistrati romani, Biot guadagnerebbe ben più dei 3.000 euro netti al mese dichiarati inizialmente. Nell’abitazione dell’ufficiale sono stati ritrovati documenti di viaggio intestati a tale E.M., classe 1988, su cui si stanno facendo approfondimenti. In particolare, una carta bancomat ancora funzionante, biglietti aerei per Israele e una tessera sanitaria danneggiata. La difesa di Biot respinge tutte le accuse. L’udienza al Tribunale del Riesame è fissata per il 15 aprile.