Con i soldi riciclati aveva anche acquistato delle azioni Mediaset (azienda ovviamente ignara di tutto), salvo poi rivenderle. La Procura di Roma ha disposto un mandato d’arresto per Gianluigi Torzi, coinvolto nella compravendita dell’immobile londinese di Sloan Avenue alla Santa Sede. Il broker 42enne è uno dei protagonisti del dossier in Vaticano, che gli contesta un profitto illecito da 15 milioni di euro. Il mandato d’arresto non è stato eseguito perché l’uomo, al momento, non è in Italia. I magistrati romani indagano per emissione e annotazione di fatture per operazioni inesistenti e autoriciclaggio: per il gip “appare evidente che Torzi, con la collaborazione attiva di prestanome e di tecnici di fiducia, si serva di numerose società, operanti anche all’estero, come schermo per la propria attività imprenditoriale, in gran parte basata sull’elusione fiscale, provvedendo al reimpiego dei proventi illeciti in speculazioni finanziarie”. Nel provvedimento cautelare sull’arresto, il gip ritiene “assolutamente concreto e attuale il pericolo di reiterazione dei delitti della stessa specie di quelli per cui si procede”. Oltre a Torzi, nell’operazione della Guardia di finanza di Roma risultano indagati anche Giacomo Capizzi (52 anni), Alfredo Camalò (43 anni), Matteo Del Sette (54 anni), per i quali è stato deciso il divieto di esercitare la professione di commercialista o di dirigere imprese per la durata di 6 mesi. Dagli elementi acquisiti, è stato accertato un giro di false fatturazioni, realizzato da Torzi insieme a Capizzi e ai commercialisti di riferimento del gruppo di imprese italiane ed estere riconducibili al broker, Camalò e Del Sette, senza alcuna giustificazione commerciale e al solo scopo di frodare il fisco. È stato ricostruito come delle somme, bonificate a due società inglesi dell’imprenditore molisano, siano state impiegate per l’acquisto di azioni di società quotate nella Borsa italiana – per un importo di oltre 4,5 milioni di euro, che gli ha consentito, dopo pochi mesi, di conseguire un guadagno di oltre 750mila euro – e per ripianare il debito di 670mila di altre sue aziende. Oltre al procedimento penale pendente in Vaticano, gravato da precedenti di polizia per attività finanziaria abusiva, truffa, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, è indagato anche per bancarotta fraudolenta, propria ed impropria, nell’ambito del gruppo ‘Tag Comunicazioni’. È per questo che la Procura di Roma ritiene il carcere “assolutamente necessario”.
Pignatone e il pm, gli interrogatori mancati a Perugia
Una delle accuse principali per Cortese e Improta è di aver indotto in errore la Procura di Roma sulla reale identità di Alma Shalabayeva portandola così a firmare il nulla osta all’espulsione. Federico Olivo (che con suo padre Riccardo difendeva la donna in quei giorni, prima che subentrasse l’avvocato Astolfo di Amato) dice in udienza che poche ore prima dell’espulsione -il 31 maggio – parlò col pm Eugenio Albamonte, titolare del fascicolo sul documento falso, e gli rappresentò sia “l’astratta minaccia di un rimpatrio” in Kazakhstan sia “il pericolo concreto della situazione” che riguardava Alma Shalabayeva. Il motivo? Scongiurare il pericolo che Albamonte firmasse il nulla osta. “Albamonte – continua Olivo – disse che per fortuna la nostra interlocuzione era stata tempestiva e avrebbe consigliato all’amministrazione di ragionare di più sulla figura di Alma Shalabayeva, di non prendere decisioni affrettate e che quindi l’aereo (…) non sarebbe certamente partito”.
In effetti in quelle ore la procura ritira il nulla osta verbale che aveva già fornito. Poche ore dopo, però, alle 17.30, il nulla osta viene firmato (anche dal procuratore capo Pignatone, fatto più unico che raro) e Alma rimpatriata. Come mai? Eppure, già nell’informativa consegnata alla Procura il giorno prima, Cortese segnala delle “incongruenze”: nell’oggetto Alma Ayan è definita moglie di Ablyazov, si segnala che l’uomo è stato fermato in passato con tale Alma Shalabayeva, si segnala che è nata lo stesso giorno e che i kazaki sostengono sia sua moglie. Il 31 maggio Olivo parla con Albamonte – che ritira il nulla osta verbale – e persino Improta, inviando la sua documentazione, nell’oggetto precisa: “Shalabayeva Alma alias Aluan Alma”. Dice Olivo: Albamonte mi disse che vi furono “pressioni” dall’ufficio immigrazione (quindi da Improta) e che per questo in Procura “cambiarono idea e decisero che nulla ostava al rimpatrio (…)”. Furono quindi le pressioni di Improta a mutare lo scenario?
Le difese di Cortese e Improta chiedono al tribunale di sentire come testi Pignatone e Albamonte. E sarebbe davvero interessante sapere la loro versione. Ma il tribunale non ci sta. Avrebbero potuto confermare le “pressioni” citate da Olivo, spiegare se davvero sotto “pressione” cambiarono idea e soprattutto: perché non vi si opposero? E ancora: se firmarono quel nulla osta – che avrebbe potuto impedire “sequestro” – a prescindere dalle “pressioni”, in assenza di “pressioni”, o perché davvero indotti in errore da Cortese e Improta. Albamonte fu sentito come persona informata sui fatti nel 2016: “Federico Olivo mi riferì che non tanto la signora quanto il marito era un oppositore politico del regime kazako (…), decidemmo di ritirare il nulla osta verbale (…) per capire” se la donna avesse “un passaporto diplomatico…”. E ancora: “Esaminammo le carte e ci convincemmo che quel passaporto fosse falso e che l’identità della donna era il tema dal quale dovevamo trarre il nostro convincimento. (…) Affrontammo (…) la posizione di Ablyazov rispetto al regime kazako ma non fu centrale nelle nostre valutazioni”. Elenca i documenti visionati: la procura considera valide le stesse motivazioni addotte da Improta per l’espulsione. E poi: “Non mi era stato rappresentato che l’espulsione potesse comportare dei rischi per l’incolumità della donna”.
Olivo sostiene invece di averglielo spiegato. Albamonte dice che gliene parlò dopo la firma del nullaosta e non prima. Ma allora perché il nulla sta verbale fu ritirato? Il pm aggiunge: “Nessuno mi disse mai le vere generalità della donna”. Ma poi aggiunge che la “prova” della vera generalità emergeva dalla nota kazaka che gli aveva “trasmesso” Improta. In sostanza, Improta gli invia la prova, ma non gli dice che si tratta di Alma Shalabayeva. Infine, il paradosso finale: questo verbale, poiché il tribunale rifiuta di sentire Albamonte come teste, nel processo non è più utilizzabile.
Sentenza Shalabayeva, i lati oscuri del thriller
Duecentottantatré pagine di motivazioni. E la sensazione di aver assistito, nel maggio 2013, a un film sceneggiato da Hitchcock, interpretato da Banfi e Villaggio e intriso del pasoliniano “Io so, ma non ho le prove”. Il caso Shalabayeva (dopo 7 anni) s’è concluso nell’ottobre 2020 con una condanna in primo grado a 5 anni di carcere – l’accusa: sequestro di persona – per l’ex direttore dell’ufficio immigrazione, Maurizio Improta, e l’ex capo della Squadra mobile di Roma, Renato Cortese, passato alla storia per aver catturato Bernardo Provenzano. Stessa accusa per altri quattro poliziotti.
Il thriller inizia il 29 maggio 2013: gli agenti guidati da Cortese (e dall’attuale capo della Polizia Lamberto Giannini per quanto riguarda la Digos, non indagato) eseguono un blitz per catturare Muhtar Ablyazov, ricercato con mandato di cattura internazionale per crimini finanziari in Kazakhstan, leader di un partito all’opposizione, oggi rifugiato politico in Francia (accusato di riciclaggio, è sotto sorveglianza giudiziaria). Ablyazov quella notte (chi lo avverte? Mistero) è già fuggito dalla sua villa romana: i poliziotti trovano sua moglie Alma Shalabayeva con la figlia Alua (6 anni). La donna teme che i poliziotti siano collegati ai kazaki, non mostra il permesso di soggiorno, né il passaporto kazako, che riporta il suo vero nome, ma un passaporto diplomatico centrafricano col nome falso (di copertura) di Alma Aluan. I kazaki premono? Sì. Prima per l’arresto del marito e poi per il rimpatrio della donna. Hanno incontrato il capo di gabinetto del ministro Angelino Alfano (Viminale) e lo stesso Cortese, delegato al loro incontro dal questore di Roma. Invieranno richieste e note. Mettono a disposizione un aereo pur di rimpatriarla (come accadrà) alla velocità della luce (velocità auspicata da Bossi e Fini, dall’omonima legge e dall’espressione ivi contenuta: “Senza ritardo”). È impossibile che Cortese e Improta – sarebbe un’offesa alla loro intelligenza – non si chiedano il perché delle pressioni kazake e non si diano una risposta. Se però guardiamo le loro mosse attraverso la motivazione della sentenza, da quando Alma esibisce il passaporto centrafricano, il thriller si trasforma in un film degno di Banfi e del mitico Commissario Lo Gatto.
Partiamo da una premessa. Il Tribunale di Perugi ammette che non esistono prove di un “intervento al più alto livello politico istituzionale”. A dirla tutta, il livello più alto, Alfano, non è mai stato convocato come testimone. Come mai? Mistero. E quindi: se non obbediscono a ordini superiori, Cortese e Improta eseguono forse il “rapimento di Stato” a titolo personale. Il movente? “Compiacere il Kazakhstan”. Perché? Mistero.
Ablyazov – sostiene la sentenza – nel maggio 2013 aveva “già ottenuto lo status di rifugiato politico in Inghilterra”. Cortese e Improta potevano saperlo? Per l’accusa potevano quantomeno sapere, informandosi su Google, che Ablyazov era perseguitato dal regime kazako. Ma i due si muovono basandosi su documenti ufficiali. Cortese ha tra le mani un mandato di cattura internazionale e un rifugiato, secondo le norme, non può essere ricercato dall’Interpol. Non solo. Nel processo viene prodotto un documento – giudicato irrilevante: la sentenza non lo menziona – firmato dal segretario generale dell’Interpol, Ronald K. Noble: nessun Paese, interpellando il segretariato generale, avrebbe potuto sapere che Ablyazov era un rifugiato.
Ma c’è di più. Dal 2011 Ablyazov non era più un rifugiato, in seguito a una condanna (a congelargli il patrimonio, nel 2009, è il giudice William Blair, fratello di Tony, l’ex primo ministro britannico che anni dopo fornirà la sua consulenza su questioni economiche proprio a Nazarbaev). E i magistrati di Perugia, loro sì, avrebbero potuto saperlo, e non consultando Google, ma chiedendolo a Londra con una rogatoria. Non l’hanno fatto. Ablyazov era comunque un “perseguitato”. Lo dimostrano il permesso d’asilo ricevuto (e poi revocato) e un documento della polizia inglese (prodotto dalla difesa di sua moglie) che nel 2011 lo avvisa: rischia il rapimento per ragioni politiche. Non si può ignorare però che Ablyazov sia anche un ibrido: è all’opposizione, ha fondato un partito, da un lato è un perseguitato, ma dall’altro è ricercato per reati finanziari.
La sentenza sostiene che il sequestro di Alma è riscontrato da “due decisive fonti di prova”.
La prima: il poliziotto Pierluigi Borgioni racconta di aver ascoltato una telefonata di Improta (sente solo le sue parole) con tale “Rena’” (Cortese). Comprende il piano: vogliono trattenere Alma nel Cie come “esca” per far uscire Ablyazov allo scoperto. Idea degna del mitico Commissario Lo Gatto: Ablyazov si sarebbe consegnato al Cie? Lo avrebbe assaltato per liberare Alma? Sarebbe stato più logico – obietta Cortese – lasciare “l’esca” libera, in attesa dell’arrivo del marito (invece viene rimpatriata in sole 60 ore), ma il tribunale replica: la strategia era kazaka. E a loro interessava solo la deportazione. Andiamo avanti: v’è certezza della telefonata citata da Borgioni? È nei tabulati? No. Però Cortese e Improta – dice la sentenza – possono aver usato altri telefoni. Quali? Mistero.
Seconda prova. Il 30 maggio i kazaki inviano una nota alla Squadra mobile: “Nel caso si accerti l’irregolarità del soggiorno di Alma Shalabayeva in Italia (con falsi documenti) ne chiediamo (…) la deportazione in Kazakhstan”. Quindi – contestano i giudici – Cortese e Improta sanno che non è Alma Aluan ma la moglie di Ablyazov. Vero. Cortese – che nessun ruolo può avere nell’espulsione, il suo compito è arrestare Ablyazov – è colpevole per aver indotto in errore la Procura sull’identità della donna. Eppure che possa trattarsi di Alma Shalabayeva, al pari di Improta, lo segnala eccome. Specificando però (come Improta) che la donna sostiene di essere Alma Aluan e non mostra il permesso di soggiorno. I kazaki continuano a premere e mettono un aereo a disposizione. Vero. Ma è vietato usarlo? No. È previsto dalla legge. Ma perché arriviamo all’espulsione? Il sequestro poteva essere interrotto?
Se Ablyazov fosse un rifugiato, i poliziotti non potrebbero espellere Alma: lo status si estende anche a lei. Ma non lo è. In quel momento è un ibrido tra il dissidente e il ricercato.
Ma soprattutto: Alma non esibisce il permesso di soggiorno (peraltro mai depositato agli atti del processo) quindi è clandestina. Da qui nasce l’iter dell’espulsione. Improta chiede accertamenti su documenti e status di diplomatica. Non risultano incarichi diplomatici e il passaporto viene ritenuto contraffatto (i funzionari interpellati, che a processo hanno sostenuto la falsità del documento, sono ritenuti complici del sequestro? No). Alma viene denunciata in Procura: circola con un documento ritenuto falso (tempo dopo il Centrafrica ne attesterà l’autenticità). C’è una richiesta inevasa di status diplomatico in Burundi: qualche dubbio sull’espulsione può sorgere? Sì.
Ma siamo al solito punto. Formalmente non è una diplomatica, il passaporto risulta contraffatto, manca il permesso di soggiorno. Se Alma l’avesse esibìto, addio sequestro. Idem se chiedesse asilo politico. Durante l’udienza di convalida dell’espulsione, gli avvocati della donna dicono alla giudice di pace Stefania Lavore – lei conferma – che Alma potrebbe chiedere asilo. La giudice replica: può chiederlo solo l’interessata. Che peraltro è lì. Si stabilisce che l’istanza sarà formalizzata più tardi, durante l’ora prevista per il colloquio, ma per quell’ora Alma sarà già rimpatriata. Neanche Bossi e Fini avrebbero immaginato tanta solerzia. Nel verbale di udienza – scritto e firmato dagli avvocati di Shalabayeva – non v’è però menzione della richiesta d’asilo: gli avvocati confidano nell’istanza e non scrivono neanche una riga (che avrebbe fatto saltare il sequestro). La donna dice di aver inutilmente chiesto asilo salendo sull’aereo (e risulta credibile). Ma quindi: Lavore è complice di Cortese e Improta? È condannata per il sequestro? No. Non li ha mai conosciuti in vita sua. È condannata per falsità ideologica del verbale (redatto dagli avvocati). Alma può ancora disinnescare il sequestro: rifiutando l’affidamento di sua figlia. La poliziotta Laura Scipioni dice che però il collega Vincenzo Tramma – che smentisce – le confidò di aver spiegato ad Alma la norma al contrario: se non firmi l’affidamento, vieni espulsa e la bambina resta in Italia. Agghiacciante. E verosimile: quale madre, sapendo di avere questa opportunità, non l’avrebbe usata?
Palù: “Non sappiamo usare i monoclonali”
In Veneto 300 pazienti trattati, uno solo in Calabria. “Non è accettabile. Ed è evidente che se non sei in grado di fare una diagnosi precoce, i monoclonali non li puoi dare”. Con malcelato nervosismo Giorgio Palù, presidente Aifa, legge i dati sulla somministrazioni di terapie anticorpali nelle regioni e rilancia la necessità di un protocollo nazionale per le cure domiciliari che consentano di erogare rapidamente tamponi e farmaci. I dati, pubblicati ieri dal Fatto, sono motivo di imbarazzo e di polemica. “Le terapie a base di anticorpi possono scongiurare l’aumento dei ricoveri ospedalieri in terapia intensiva, ridurre il rischio di aggravamento e i decessi per Covid-19 del 70%” incalzano i sentori del M5S mentre l’infettivologo ligure Bassetti, a fronte di 80 trattamenti, chiede perché altre regioni non li usino affatto.
A fronte di 40 mila dosi a livello nazionale, infatti, in poco meno di un mese i pazienti trattati sono appena duemila, e con differenze marcatissime tra Nord e Sud. Se Zaia in Veneto può rivendicare la cima della classifica (“Utilizziamo dieci volte quelli che usano altre regioni”) Basilicata, Sardegna e Molise sono in fondo. Risultato: il 95% delle dosi è ancora in frigo. Un doppio schiaffo se si guarda all’andamento di contagi e ricoveri e alle conferme di efficacia che nel frattempo arrivano sul piano scientifico e clinico. Fda ed Ema hanno ricevuto da Roche Global i risultati di fase 3 del cocktail Regeneron che confermano una riduzione del rischio di infezioni sintomatiche dell’81%. L’Italia ha ricevuto 7 mila dosi (altre 13 mila arriveranno entro aprile) ma in tre settimane ne ha somministrate solo 172. La Val D’Aosta ha somministrato 74 dosi, il Piemonte – 34 volte più popoloso – 114. Stando ai dati del direttore generale dell’Usl Vd’A Angelo Pescarmona, “abbiamo evitato dai 40 ai 50 ricoveri”. Dati come questi scatenano il consueto rimpallo di responsabilità tra governo e regioni. Il virologo Palù lo scansa andando sul concreto: contro il Covid servono le cure domiciliari. Servono per i vaccini, sul fronte della prevenzione, dove è sfumato l’obiettivo delle 500 mila somministrazioni al giorno. Servono per la cura coi monoclonali, finora dispensati col contagocce. “Le dosi ci sono, si tratta di usarle e la terapia domiciliare è quello che manca dall’inizio della pandemia. Servono le linee guida nazionali per i medici di base”. Palù le chiede da dicembre, quando si è insediato all’Aifa.
Il ministro Speranza aveva affidato la questione al Cts, ma la competenza spetta perlopiù alle autorità regolatorie che sono Agenas a livello regionale e Aifa: “Devono essere emanate centralmente, poi ogni regione le attuerà secondo le proprie capacità organizzative. Questa pandemia, prima che un problema di assistenza ospedaliera è un’emergenza di sanità pubblica e territoriale; i medici di medicina generale adeguatamente istruiti, potrebbero curare a domicilio migliaia di pazienti; si eviterebbe così l’intasamento degli ospedali, fattore a sua volta causa di amplificazione del contagio, e si guarirebbero più malati con interventi terapeutici mirati e precoci. Forse anche per queste ragioni paghiamo un tributo di morti che è tra i più elevati”.
Dosi e morti in Europa. Soltanto in Polonia va peggio che in Italia
L’Italia, con quasi 400 morti al giorno nell’ultimo mese, è il secondo peggior Paese d’Europa per decessi dopo la Polonia, spia che qualcosa non funziona nella campagna di vaccinazione affidata dal 1° marzo alla cura taumaturgica del generale Francesco Paolo Figliuolo, perché le somministrazioni sono state fatte “alle categorie sbagliate di persone”, rileva l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), perché, a differenza di quanto vuole adesso fare il governatore della Campania Vincenzo De Luca contravvenendo all’annunciata correzione di rotta di Palazzo Chigi, è proprio l’età che conta.
Non è una questione di velocità delle somministrazioni dei vaccini, “tanto che più o meno l’Italia esaurisce le scorte di fiale in dieci, undici giorni, esattamente come la Germania – spiega Matteo Villa dell’Ispi – e può trarre in inganno leggere cifre giornaliere perché dipendono anche da quante fiale sono rimaste in frigo, queste comparazioni avranno magari senso fra un mese quando ci sarà un quantitativo più massiccio di vaccini per Paese”; il vero problema è aver vaccinato male come emerge chiaramente dai dati sui decessi settimanali per milione di abitanti tra il 1° marzo e il 7 aprile pubblicati proprio dall’Ispi.
Secondo il report dell’Ispi con 45 decessi settimanali per milione di abitanti, l’Italia è messa nettamente peggio rispetto alla Francia (32 decessi, -29%), ma soprattutto alla Germania (16 decessi, -64%) e al Regno Unito (11 decessi, -76%). “Mentre per il Regno Unito – si legge nel report – sembrerebbe piuttosto immediato attribuire questa riduzione alla rapida progressione della campagna vaccinale, in realtà per tutti i Paesi a contare molto sono ancora due fattori: le vaccinazioni, certo, ma anche le misure di contenimento adottate”. Rispetto alle vaccinazioni, che stanno migliorando la situazione in quasi tutta Europa, nonostante una progressione ancora piuttosto lenta, in Italia pesano, certifica l’Ispi, “gli errori commessi dalla strategia vaccinale italiana”.
Rispetto a Germania e Regno Unito (16 e 11 decessi settimanali per milione di abitanti) le cose vanno peggio dove sono state adottate misure meno severe come in Italia e Francia: decessi nettamente più elevati (rispettivamente 45 e 32), e una differenza anche qui di circa il 30% a sfavore dell’Italia. E questo succede, rileva l’Ispi, “perché in Italia, rispetto a Francia e Germania, la campagna vaccinale ha visto la somministrazione di un numero pressoché identico di dosi, ma alle categorie ‘sbagliate’ di persone”.
Nel dettaglio: “A fine febbraio avevamo somministrato la prima dose di vaccino solo al 6% delle persone ultraottantenni, mentre Parigi e Berlino erano al 22% e 23%: quasi il quadruplo. E oggi, a inizio aprile, abbiamo recuperato sugli over 80, ma restiamo molto indietro sulla fascia di età 70-79 anni: se Italia e Francia sono ormai appaiate sugli over 80 al 62%, Parigi ha vaccinato quasi il 50% dei 70-79enni, mentre l’Italia è ferma al 13%”, un divario abissale che si paga oggi in numero di persone che non ce la fanno dopo aver contratto il Covid-19.
L’impietosa classifica europea dei decessi settimanali per milione di abitanti, quindi, vede l’Italia al secondo posto: 1. Polonia 58; 2. Italia 45; 3. Romania 41; 4. Grecia 37; 5. Francia 32; 6. Spagna 26; 7. Austria 20; 8. Belgio 19; 9. Germania 16; 10. Paesi Bassi 12; 11. Regno Unito 11; 12. Portogallo e Svizzera 10.
Con una campagna vaccinale modulata meglio per fasce d’età, insomma, secondo un’altra stima dell’Ispi l’effetto delle immunizzazioni sui decessi avrebbero salvato nell’ultimo mese tra le 100 e le 200 persone al giorno che, invece, sono morte a causa del Covid-19.
Vaccini, gli “altri” ancora primi. De Luca: “Da noi non vale l’età”
Il commissario straordinario all’emergenza generale Francesco Paolo Figliuolo aveva ordinato a tutte le Regioni di dare priorità nella vaccinazione agli over 80, alle persone con elevata fragilità e a quelle di età compresa tra i 60 e 79 anni. Eppure, in base agli ultimi dati forniti dal governo sulle somministrazioni, almeno in quest’ultimo fine settimana, non sembra che questo criterio, per quanto riguarda gli ultraottantenni, sia stato sempre rispettato con il massimo rigore. Tra sabato e domenica le somministrazioni sono state in totale quasi 474 mila. Di queste, ben 260.890 sono state destinate alla cosiddetta categoria “altro”.
Qui confluiscono tutti coloro che non sono né operatori sanitari o sociosanitari, né appartenenti alle forze dell’ordine o alle forze armate né personale del mondo della scuola o dell’università né tantomeno anziani ospiti delle case di riposo. Gli over 80 vaccinati sono stati invece 177.254. Una differenza di oltre 83 mila unità alla quale hanno contribuito quasi tutte le regioni, con qualche rara eccezione: l’Emilia-Romagna, il Veneto e la Lombardia, che da sole hanno vaccinato quasi 93 mila ultraottantenni.
Solo domenica, nella categoria “altro” sono state registrate più di 100 mila dosi, quasi la metà di quella over 80: poco più di 59 mila. Certo, va considerato che tra le persone che fanno lievitare i numeri della voce “altro” adesso ci sono anche i detenuti, le persone in condizioni di fragilità, gli ultrasettantenni: il database ancora non spacchetta i dati relativi a queste ultime categorie. Inoltre non poche dosi potrebbero anche essere richiami già programmati. Ma lo scarto resta rilevante. E va tenuto anche conto del fatto che degli oltre 4,6 milioni di over 80 vaccinati (compresi gli ultranovantenni), quasi 3,3 non hanno ancora concluso il ciclo vaccinale con la seconda dose.
In quella categoria “altro”, dopo lo scandalo dei salta-fila, può insinuarsi di tutto. Per esempio, ora, anche i funzionari e gli impiegati regionali che devono prestare assistenza al concorso di Medicina generale previsto il 28 aprile (con oltre 13 mila partecipanti in tutta Italia). Ragioni di sicurezza, ha stabilito la commissione Salute della Conferenza delle Regioni. Buone nuove arrivano però sulle forniture dei vaccini. Tra il 15 e il 22 aprile, come comunicato ieri da Figliuolo, arriveranno in Italia oltre 4,2 milioni di dosi. Più di tre milioni sono di Pfizer-BioNTech, circa mezzo milione sono di AstraZeneca. Poi c’è Moderna (poco più di 400 mila dosi) e infine il siero monodose Johnson&Johnson: 180 mila. Nella settimana tra il 16 e il 22 aprile, sulla base degli obiettivi concordati con le Regioni, dovrebbero essere utilizzate 315 mila dosi giornaliere, per arrivare a oltre 2,2 milioni nell’arco dei sette giorni negli oltre 2.200 punti vaccinali in tutto il Paese. L’obiettivo delle 500 mila al giorno resta lontano.
In attesa delle consegne, scoppia il caso Vincenzo De Luca. Il presidente della Campania ieri ha rotto con tutti. Con il governo, con la Conferenza delle Regioni, con lo stesso generale Figliuolo. Dopo aver deciso nei giorni scorsi di fare vaccinazioni a tappeto nelle tre isole campane (Ischia, Capri, Procida) per poi passare alla Costiera Amalfitana (obiettivo: salvare la stagione turistica) ha annunciato a Figliuolo che una volta completati gli over 80, la Campania non procederà più per fasce di età. “La campagna vaccinale deve proseguire in modo uniforme a livello nazionale, senza deroghe ai principi che lo regolano”, ha ribattuto il commissario.
Senza peraltro riuscire a stoppare De Luca, per il quale “o si fa oggi questa operazione o perdiamo un altro anno di turismo, che significa decine di migliaia di stagionali senza pane. La Campania andrà avanti e non chiederà l’autorizzazione a nessuno, né a Roma, né a Bruxelles, né alle Nazioni Unite”. In rotta con gli altri presidenti di Regione, a partire da quello dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, De Luca ha anche preannunciato misure clamorose se “per aprile non arrivano i duecentomila vaccini in meno che ci hanno sottratto nei tre mesi che abbiamo alle spalle”.
Casaleggio e bottega
Per anni Davide Casaleggio, come già suo padre Gianroberto, ha dovuto smentire le fake news che lo dipingevano come il capo della Spectre grillina, il padrone occulto dei 5Stelle, il burattinaio dei voti sulla piattaforma Rousseau: “Io svolgo solo un ruolo di supporto gratuito, sono uno dei tanti attivisti volontari”, “i parlamentari versano una quota dello stipendio come si fa con qualunque associazione culturale”. Un fornitore. Ma da un po’ di tempo fa di tutto per confermare le fake news e smentire le sue smentite. Fino al tragicomico ultimatum dell’altro giorno, con l’accusa al M5S di “mettere in difficoltà finanziaria Rousseau per mettere sul tavolo il terzo mandato e altre regole”. Non sappiamo se sia vero o falso e ce ne importa il giusto. Ma anche se fosse? Lui che c’entra, se non è il padrone? Il limite dei due mandati non è neppure nello Statuto: solo nel regolamento elettorale. Se qualcuno lo vuol cambiare, lo metterà ai voti e gli iscritti, non Casaleggio, decideranno. Idem per la piattaforma: dove sta scritto che la democrazia digitale si realizza solo con la Rousseau e non con la Pippo?
Casaleggio lacrima per i sacrifici fatti: “Potevo fare il ministro, chiedere uno stipendio…”. Ma, se avesse fatto il ministro, difficilmente avrebbe potuto fare il presidente della Casaleggio Associati, consulente di gruppi toccati da norme del suo governo, tipo Philip Morris e Onorato (come il Fatto documentò due anni fa): sarebbe passato dal conflitto d’interessi potenziale a quello reale. Quanto allo stipendio, vi ha rinunciato perché non poteva averlo: Rousseau è un’associazione non profit. Ora, visto che il nuovo corso non gli garba, ha tutto il diritto di farsi un partitucolo con qualche fuoruscito portandogli la piattaforma Rousseau, sempreché riesca a dimostrare che è sua. E così non è, visto che è stata costruita con le donazioni di parlamentari e amministratori locali M5S (3,5 milioni solo negli ultimi tre anni per un servizio che vale sul mercato, a dir tanto, 500mila euro). Trattarla come proprietà privata sarebbe come costruire una casa per conto e coi soldi di un cliente e poi pretendere di andarci ad abitare. Basta leggere lo Statuto: “L’Associazione ha lo scopo, senza il perseguimento di alcuna finalità di lucro, di promuovere lo sviluppo della democrazia digitale nonché di coadiuvare il M5S”. C’è poi una questioncella di privacy: Casaleggio è solo il “responsabile” del trattamento dei dati degli iscritti: ma per conto del “titolare”, che è il Movimento. E spetta al Movimento, non a lui, decidere regole, leader e tutto quel che gli pare. A meno che non conosca un fornitore che detta ai suoi clienti le strategie aziendali e decide pure come devono vestirsi e chi devono sposarsi.
Amato e abbandonato: Hitchcock e le donne
Tutte le donne di Alfred Hitchcock. E la prima – e unica – moglie, che non fu come pretendeva il titolo italiano Rebecca (1940), bensì Alma. Un’unione sancita da un rigetto, a ribadire la fervida immaginazione – e un certo egocentrismo… – di Hitch: “La dichiarazione d’amore avvenne su un piroscafo, con lei che soffriva di mal di mare: lui le propose di sposarlo, lei ebbe un piccolo rigurgito, lui lo prese per un sì”. E ne ebbe plurimi benefici: “Quando, nel 1979, gli fu conferito il prestigioso Lifetime Achievement Award, lui volle ricordare e ringraziare quattro persone: ‘La prima’, disse, ‘è un montatore, la seconda uno sceneggiatore, la terza la madre di mia figlia Pat e la quarta la miglior cuoca che si possa immaginare. Il loro nome è Alma Reville’”.
Quattro donne in una, e altre ancora disseminate nei film: morto quarantuno anni fa, il 29 aprile del 1980, Hitch ce le ha lasciate in dote, consacrandole nell’immaginario collettivo. Non sempre, rileva il giornalista Rosario Tronnolone nel sapiente Alfred Hitchcock. Ritratti di signore (Edizioni Sabinae), il lascito è stato filologicamente inteso: “Uno degli errori che più comunemente si commettono nella lettura del suo cinema è quello di considerare la bionda unicamente come fredda e desiderabile, quando invece il personaggio femminile viene utilizzato non come oggetto del desiderio, ma come soggetto di identificazione”. La dinamica è interessante, l’amore non corrisposto cui sovente le destina ha probabilmente “a che fare con un’esperienza personale e autobiografica”, e in questo retaggio risiederebbe la sopraffina, ironicissima vendetta che consuma sullo schermo: “Affidare il personaggio di un essere rifiutato, o che comunque ha difficoltà a conquistare l’oggetto del proprio amore, ad alcune tra le donne più desiderabili del mondo, che si tratti di Ingrid Bergman, o di Grace Kelly, o di Kim Novak, o di Tippi Hedren, le attrici che interpretarono i personaggi più vicini al suo romantico ideale”.
Prima inter pares, e qualcosa di più, fu Bergman, che incontra nel 1944 per lo psicanalitico Io ti salverò. L’intesa è da subito completa: “Condividevano la cura minuziosa dei dettagli, l’amore sviscerato per il loro lavoro, un comune senso dell’humour, e il piacere di concedersi, alla fine di una dura giornata di lavoro, un buon Martini secco (sbalordito dalla capacità con cui reggeva gli alcolici, Hitchcock le aveva conferito il titolo onorario di The Human Sink, il lavandino umano)”. Con Roberto Rossellini spartì il coraggio, e il privilegio, di inquadrarla alta com’era a figura intera, dal collega, dopo averci fatto anche Notorious (1946) e Il peccato di Lady Considine (1949), subì l’onta di perderla: già, non pianse solo Anna Magnani, per la relazione tra il regista e l’attrice di Stromboli. Ingrid “possedeva la nordica bellezza e la sofisticata apparenza di frigidità che Hitchcock prediligeva nelle attrici, perché queste qualità gli consentivano di caricare di brucianti valenze sensuali i gesti più insignificanti, e di rivelare insospettabili passioni dietro glaciali compostezze”, molto altro poté la chioma, sicché “Bergman sarebbe diventata l’interprete perfetta, il vero prototipo del suo biondo ideale”, malgrado il Technicolor avrebbe finito per favorire il platino di Grace Kelly. Anche con lei tre titoli, Il delitto perfetto (1954), La finestra sul cortile (1954) e Caccia al ladro (1955), anche lei dotata di ‘uno sguardo che suggerisce intelligenza’, anche lei “attenta alle indicazioni del proprio regista, il quale si trovò a vivere una situazione emotivamente esaltante e pericolosa che avrebbe rievocato dolorosamente ne La donna che visse due volte (1958)”. Prima, anche da lei, l’abbandono, complice il matrimonio principesco con Ranieri III di Monaco celebrato il 19 aprile del 1956: “Il dopo Grace, al pari del dopo Ingrid, è traumatico. Per i successivi dieci anni Hitchcock sarà alla disperata, affannosa, impossibile ricerca di una terza incarnazione del suo biondo ideale”.
Verrà Kim Novak, ovvero La donna che visse due volte, ma senza particolare soddisfazione: ‘Non dico che non sia un’artista, dipinge benino’, la brutalizzò Hitch. Verrà la Janet Leigh di Psyco (1960), al cui strillo di paura più forte Hitch si votò per la scelta del manichino di Norma Bates. Verrà Tippi Hedren, la star de Gli uccelli (1963), che Fellini riteneva fosse il più grande film di Alfred, e Marnie (1964), per cui invero il regista sperò fino all’ultimo nel ritorno di Grace. Ma il 7 marzo 1979, al Beverly Hilton Hotel di Los Angeles, quando l’American Film Institute gli dedicò una serata d’onore, e quel Lifetime Achievement Award, sul palco c’era Ingrid Bergman. E non aveva dimenticato la lezione che Hitch le aveva impartito decenni prima: “‘Ingrid, fake it!’ (fai finta)”.
Il giramondo Peter Fleming è il “sosia” di James Bond
Nella primavera del 1932, nella rubrica dell’Agony Column del Times, appare un annuncio picaresco: “Spedizione esplorativa e sportiva, sotto una guida esperta, che lascia l’Inghilterra a giugno per esplorare i fiumi del centro del Brasile, e se possibile per accertare il destino del colonnello Percy Fawcett; caccia abbondante, piccola e grossa; pesca eccezionale, posto libero per due fucili, alte referenze chieste e fornite”. In pochi postulano la propria candidatura come volontario per quella stramba missione in Amazzonia. Tra questi, un venticinquenne bello, spirito intrepido, mente brillante forgiata a Oxford, risponde d’un subito: si tratta di Peter Fleming. Più che al destino di Fawcett – esploratore di sua maestà partito per scoprire i fiumi del Brasile centrale, ma mai più tornato – Peter era attratto dall’avventura, o meglio “dall’atmosfera di incertezza”, come dirà.
Non sarà sfuggito che il suo cognome è lo stesso del più celebre Ian (venerato padre di James Bond), infatti era suo fratello maggiore. Ma c’è stato un tempo in cui il Fleming famoso era proprio lui, Peter: basti pensare che Casino Royale (il primo Bond) venne pubblicato dall’editore Cape grazie alle pressioni di Peter. Giornalista, scrittore, esploratore, è stato – in una generazione luccicata da Evelyn Waugh, Virginia Woolf e Whystan Auden – uno dei più grandi travel writers del Novecento: dal Mato Grosso alla Cina, passando per il Tibet e la Turchia. Eppure, da bambino, era cagionevole. Coliche e vomiti lo priveranno in gran parte del gusto e dell’olfatto per tutta la vita. Con il sorriso – era un uomo molto ironico – raccontava spesso che una volta, da adulto, durante una battuta di caccia alle anatre, ripone nella tasca del giaccone una pipa ancora accesa che inizia a spandere un devastante odore di bruciato di cui a rendersi conto non è lui ma altri cacciatori a decine di metri. Della sua infanzia, però, dirà grave: “Un bambino cronicamente malato è costretto per forza di cose a passare il suo tempo da solo”. Una solitudine che si acuirà quando a 10 anni il padre Valentine Fleming muore nella Grande Guerra. Peter, intanto, cresce sulla difensiva senza andare alle feste degli altri bambini, stancarsi o eccitarsi troppo. Ma a differenza del più piccolo Ian, Peter eccelle a scuola.
Volitivo e carismatico, dopo una laurea a Oxford rifiuta di lavorare nella banca di famiglia. Viaggia in Francia, Spagna e Usa, scrive per la Bbc e The Spectator , ma alla scrivania non vuol starci. Vuole vedere e poi raccontare. Così, tornato da quel viaggio in Amazzonia nel ’32, l’anno dopo dà alle stampe Avventura brasiliana, il suo primo “travel-novel”, subito plaudito da pubblico e critica. Dopo un paio d’anni riparte, questa volta per la Cina da cui trae One’s Company e News from Tartary in cui narra il suo viaggio da Pechino verso il Kashmir, attraverso le regioni desertiche dell’Asia Centrale. A colpire è lo stile: al classico “dull eye”, la cosiddetta “innocenza del neofita” che genera spaesamento e allegri equivoci, Fleming accosta una scrittura originale e colta, un modello unico di libro di viaggio. Si unisce a questi il luminoso Baionette a Lhasa. L’invasione britannica del Tibet, inedito che l’editore Settecolori traduce per la prima volta e testimonia la produzione posteriore, durante la seconda vita di Fleming.
Eroe di guerra nel secondo conflitto mondiale, fu una vera spia dell’intelligence britannica (mentre il fratello Ian in Marina operava dietro le linee): operazioni sotto copertura, tattiche di guerriglia, spionaggio e depistaggio bellico, Peter va in missione per la resistenza inglese in Grecia, Norvegia, Africa, Indonesia e Cina. Dopo anni al calorbianco, uscita mezzo rotta ma vincitrice l’Inghilterra dalla guerra, Fleming decide di ritirarsi nella sua tenuta dell’Oxfordshire e dedicarsi alla caccia e alla Storia. I suoi libri a carattere storico continuano a essere dei “travel-novel” perché l’autore intende la ricostruzione storica come un viaggio nel tempo. E questo è Baionette a Lhasa: un racconto pianoterra, all’altezza dell’occhio che guarda, dell’invasione britannica del Tibet nel 1904, concepita da Lord Curzon come mossa strategica nel grande gioco (lo scontro tra Corona e Russia zarista) per il dominio dell’Asia centrale. Fleming scolpisce una trama colma di sentimenti umanissimi: l’ammirazione per l’imponenza dei monasteri, lo spaesamento di fronte alla vastità degli altipiani, la paura dell’incontrollabilità della natura. Il tutto con una lingua colta e fiorente di citazioni letterarie (Shakespeare su tutti).
Bello, spericolato, colto, autoironico, dandy e avventuriero. Ricorda qualcuno? Già! Abbiamo creduto a lungo che James Bond fosse una trasposizione letteraria di Ian. Ma a ben vedere e soprattutto leggere Peter, è lampante che per molti tratti Ian si sia ispirato al fratello maggiore. All’annoso interrogativo sull’identità dell’agente 007, potremmo dunque quasi rispondere: “Il suo nome è Fleming, Peter Fleming”.
Quei militari che torturano gli oppositori e i giornalisti
“Oggi non hanno neanche tentato di arrestarci, volevano solo ucciderci”, ha scritto M. alle 22. Il 27 marzo, la Giornata nazionale delle forze armate che commemora l’inizio della controffensiva birmana contro l’occupazione giapponese nel 1945, la giunta ha marciato nella capitale Naypyidaw, mentre i suoi soldati facevano strage di civili. Solo Russia, Cina, India, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, Laos e Thailandia, partner commerciali o vicini prudenti, hanno inviato dei loro rappresentanti alla sfilata. Il giorno prima, le televisioni ufficiali avevano avvertito gli abitanti di non scendere nelle piazze se non volevano rischiare di farsi sparare addosso. Più di 150 persone, tra cui diversi bambini, hanno perso la vita in tutto il Paese quel giorno, ribattezzato il Giorno della vergogna, portando a 650 morti il bilancio ufficiale delle vittime della repressione dal colpo di stato del primo febbraio scorso.
M. è un giovane fotoreporter del collettivo The Myanmar Project: “Dal 9 marzo le violenze si sono intensificate – racconta -. Mi ero abituato a fare foto con una mano e a rinviare i lacrimogeni con l’altra. A restarmene nascosto per ore nell’attesa che i soldati si allontanassero dopo aver represso le manifestazioni. Ma oggi è un orrore. Un ragazzino che vive nel mio quartiere è stato colpito da quattro proiettili alla gamba e non può più camminare. Pensava che sarebbe morto”.
Il 24 marzo, verso San Pya Market, M. stava rientrando a casa dopo una manifestazione quando cinque uomini in moto lo hanno picchiato e gli hanno rubato tutto, telefono, soldi, carta di credito: “Pensavano fossi uno studente che aveva manifestato. Se avessero saputo che sono un giornalista mi avrebbero ucciso”. Per i membri del collettivo lavorare è sempre più difficile. Sono ricercati dalle autorità e non possono più accedere a internet da quando, a metà marzo, alcune reti wifi pubbliche sono state tagliate.
In tutte le province, le giornate sono scandite dai lamenti delle cerimonie funebri, le notti dal rumore delle granate stordenti. I militari hanno installato le loro basi negli ospedali e nelle scuole, hanno sparato sulle ambulanze, saccheggiato negozi e bruciato case. Nel quartiere di Kyauk Myaung hanno minacciato di violentare le donne. I corpi di manifestanti arrestati pochi giorni prima sono stati cremati in mezzo alla strada o gettati nelle fogne con i segni delle torture subite, tanto da non potere essere più identificati. Zaw Myat Lynn, membro della sezione locale della Lega nazionale per la Democrazia (Lnd), il partito di Aung San Suu Kyi, è stato restituito alla sua famiglia senza denti, con la faccia logorata dall’acido e il torace ricucito grossolanamente. Nella maggior parte delle località, a eccezione di Mandalay e Mawlaymine, i centri nevralgici della contestazione, il terrore svuota le strade. Il 14 marzo Hlaing Thar Yar, vasta zona industriale ad est di Yangon dove vivono più di 700 mila lavoratori migranti del settore tessile, è stata assediata dai militari, che al loro passaggio radono al suolo tutto. S. ha potuto raccogliere il racconto di un residente: “Si sentono spari tutto il giorno, le persone non possono uscire di casa perché i soldati sparano a vista. Sparano con le mitragliatrici contro le case dove si svolgono i funerali. Mancano cibo e acqua, luce e internet sono stati tagliati quasi ovunque”. La maggior parte delle famiglie, vittime di soprusi per tre giorni e tre notti, ha ripreso l’esodo.
Oggi solo brandelli di orrore vengono rivelati al mondo. Più di cinquanta giornalisti sono stati arrestati, a decine sono stati picchiati, la maggior parte lavora clandestinamente, come N., giornalista indipendente: “Ho smesso di pubblicare video delle manifestazioni sul mio canale perché non mi sento al sicuro. Dal 22 marzo, i militari cercano di controllare le amministrazioni, compreso il Consiglio della Stampa del Myanmar. Stanno facendo una lista dei professionisti dei media per arrestarli e confiscare il loro materiale”. Mentre la grande maggioranza dei giornalisti stranieri ha lasciato il paese con dei voli di rimpatrio, una reporter statunitense della Cnn è arrivata in Myanmar il 30 marzo scorso per lavorare scortata dai militari. Cinque persone che hanno testimoniato davanti alla sua telecamera in un mercato di Yangon sono state arrestate subito dopo che la troupe della Cnn se ne era andata. A Pyay, Z. teme che il silenzio sarà riempito solo dalla propaganda ufficiale: “Il 13 marzo abbiamo seppellito i nostri primi martiri. La gente sta cercando altre forme di organizzazione perché la repressione nelle strade è troppo violenta. Il primo aprile, sono state interrotte le connessioni wifi private, che vengono utilizzate dai giornalisti, dagli attivisti e dalle aziende”. La settimana scorsa l’erogazione dell’elettricità è stata interrotta un giorno in tutto il paese dalle 11 alle 16. Per Soe Myint, capo redattore del media Mizzima, “è una tattica militare. Interrompere le comunicazioni crea confusione – spiega – e per le autorità dopo è più facile diffondere la loro propaganda”. I membri del The Myanmar Project stanno cercando dei modi alternativi per inviare foto e video, utilizzando applicazioni di conversione degli sms in foto, carte sim importate dalla Thailandia che permetterebbero a alcuni tipi di smartphone di connettersi o inviando degli hard disc nei Paesi vicini. Swe Min, capo redattore del Myanmar Now finito in prigione negli anni ’90, ricorda che “quando il regime militare ha regnato tra il 1962 e il 2010, i giornalisti temevano principalmente di finire in cella. Oggi – dice – i giornalisti hanno solo due possibilità: o fuggire in esilio come prima del 2011 o continuare a lavorare rischiando la tortura o la morte, perché le atrocità commesse oggi sono senza precedenti. Le licenze della maggior parte dei media indipendenti sono state revocate e se entriamo in contatto con delle fonti la giunta tenterà di localizzarle. Temo soprattutto la sospensione totale delle comunicazioni, che le persone non possano neanche telefonare. D’ora in poi agiremo nella clandestinità, come delle spie”. Diverse agenzie di stampa o Ong, come l’Iimm (Independent investigative mechanism for Myanmar), hanno lanciato delle piattaforme sicure per raccogliere le informazioni sul campo. Ma da settimane i giornalisti locali lavorano prendendo enormi rischi, senza protezione né assicurazione e nell’impossibilità spesso di essere remunerati. Z. spiega: “I conti bancari sono già stati limitati in modo da poter ricevere solo bonifici da 100.000 kyat (60 euro, ndr) al giorno. Tutti i servizi bancari sono paralizzati. È anche pericoloso recarsi al bancomat. Una persona che voleva ritirare i suoi risparmi dalla banca KBZ è stata arrestata per disobbedienza civile”.
Come milioni di cittadini, i giornalisti del collettivo versano una parte del loro magro reddito al fondo di solidarietà del Movimento di disobbedienza civile (Mdc) che sostiene i manifestanti o ai fondi del Committee representing pyidaungsu hluttaw (Crph), il governo in esilio formato da deputati della Lnd che cerca di diventare il legittimo interlocutore della comunità internazionale. La giunta ha bloccato anche i conti della Open Society, fondata da George Soros e presente in Myanmar dagli anni ’90. Yangon, nel golfo di Martaban, una città dinamica all’inizio del XX secolo, ha cominciato a decadere con la dittatura militare degli anni ’60. Per i membri delle minoranze etniche e i discendenti di migranti dall’Asia meridionale e dalla Cina, stabilitisi a Yangon durante la colonizzazione britannica, lasciare la città ora sarebbe un affronto ai loro antenati che avevano invece costruito la città con il sudore delle loro fronti. “Ogni giorno moriamo un po’ di più quando veniamo a sapere che dei bambini sono stati uccisi dai soldati. Non possiamo più aspettare – dice N. – abbiamo bisogno dell’aiuto internazionale perché non abbiamo i mezzi per difenderci da questo massacro. Questa è l’ultima battaglia per i nostri diritti”.
(Traduzione di Luana De Micco)