Vaccini, pioggia di ricorsi nella scuola

La decisione della quinta sezione del Tar Lazio di ordinare la restituzione di metà degli stipendi arretrati a tre agenti penitenziari non vaccinati, che segue precedenti pronunce di rigetto di altri giudici romani e non solo, riaccende le speranze di migliaia di lavoratori soggetti all’obbligo vaccinale contro il Covid (ora in vigore anche per tutti gli over 50). Ci riprova il sindacato Anief, che aveva promosso un ricorso a cui hanno aderito circa 2.000 lavoratori della scuola (dove i sospesi sono poco meno di 10 mila): sulla sospensiva, negata dalla terza sezione del Tar Lazio, dovrà pronunciarsi il Consiglio di Stato, ma l’Anief nel frattempo prepara un ricorso straordinario al capo dello Stato che, in caso di rigetto, può consentire di riportare la questione al Tar. E ancora: “Stiamo promuovendo i ricorsi al giudice del lavoro, stiamo depositando le prime 30 di 300 adesioni nei vari tribunali del Paese – dice Massimo Pacifico, presidente dell’Anief, che dichiara 53 mila iscritti –. Siamo stati i primi a fare i ricorsi contro il green pass”. Pendono anche cause di lavoratori dell’università. Altri ricorsi, in ambito sanitario, sono stati respinti.

Ora però il tema sollevato, per gli agenti penitenziari, dagli avvocati Luigi Parenti, Nicolò D’Alessandro e Lauricella, va al di là della legittimità dell’obbligo vaccinale in sé, già sancita dal Consiglio di Stato, incentrandosi sulla proporzionalità di una sanzione che azzera lo stipendio, ben più pesante della sospensione disciplinare – comminata per fatti gravi, a volte reati – che prevede l’assegno alimentare in genere pari a metà stipendio. A questo parametro sembra essersi adeguata la quinta sezione del Tar Lazio, presieduta dal giudice Leonardo Spagnoletti.

Il 16 marzo, peraltro, un’altra sezione del Tar Lazio, la prima bis, deciderà se confermare o meno il decreto monocratico d’urgenza del presidente Riccardo Savoia che ha sospeso l’allontanamento a zero stipendio di 26 militari di varie forze armate (su circa 10 mila sospesi), assistiti dall’avvocato Giulia Monte in convenzione con il sindacato Itamil. Alcuni comandi, oltre a pagare gli stipendi, hanno richiamato in servizio i non vaccinati. Sempre il 16 marzo il Consiglio di giustizia amministrativa siciliano terrà udienza sul ricorso di uno studente di scienze infermieristiche, escluso dal tirocinio in ospedale perché non vaccinato: il ministero della Salute è stato chiamato a fornire tutte le spiegazioni scientifiche del caso, vedremo quale sarà la decisione. La questione dell’obbligo vaccinale è già all’attenzione della Corte costituzionale perché l’ha sollevata il Tar di Milano nel caso di uno psicologo sospeso. E perfino della Corte di Giustizia dell’Unione europea: ai magistrati di Lussemburgo l’ha rimessa a dicembre un giudice del lavoro di Padova davanti al quale si discute, tra l’altro, del possibile contrasto tra l’obbligo vaccinale per i sanitari e il principio di non discriminazione contenuto nel regolamento Ue 953/2021 sul certificato vaccinale europeo. La Corte europea dei diritti umani, che ha sede a Strasburgo, ha già respinto ricorsi contro gli obblighi vaccinali.

Al Dap è favorito il giudice che vuole allentare il 41-bis

Ha plaudito alla Corte costituzionale che ha svuotato l’ergastolo ostativo per mafiosi e terroristi che non hanno collaborato. Ha parlato di antimafia “arroccata nel culto dei martiri” e la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che in Parlamento si è profusa in retorica in vista del trentennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio, lo sceglie come nuovo capo del Dap al posto di Dino Petralia, in pensione anticipata. Il designato è Carlo Renoldi, consigliere della prima sezione penale della Cassazione, esponente di Magistratura democratica. Un semplificatore elementare, pensa che chiunque sia contro l’allentamento del 41-bis e dell’ostativo sia un giustizialista, e pure arcaico. Ma la scelta non sorprende: Cartabia era vicepresidente quando nell’ottobre del 2019 la Consulta stabilì che era incostituzionale l’ostativo che fino ad allora impediva a ergastolani mafiosi (la stragrande maggioranza) e terroristi non collaboratori di chiedere i permessi premio. Ed era già ministra nell’aprile 2021 quando la Corte ha bocciato l’ostativo alla libertà condizionata, rinviando al Parlamento la modifica entro il prossimo maggio. In questo lasso di tempo c’è stato un cambio di posizione dell’Avvocatura dello Stato. Nel 2019, ministro Bonafede, si era schierata contro la tesi di incostituzionalità della Cassazione, accolta dalla Consulta, mentre l’anno scorso si è allineata.

Per capire il pensiero del giudice Renoldi è utile ascoltare il suo intervento del 29 luglio 2020 a un convegno sul carcere organizzato a Firenze. Renoldi decanta i provvedimenti “epocali” della Consulta “che hanno riscritto importanti settori dell’ordinamento penitenziario” e si congratula per la sentenza che apre ai permessi premio per mafiosi ergastolani non collaboratori, perché “ha minato alle fondamenta i dispositivi di presunzione di pericolosità sociale che sono incentrati sull’articolo 4-bis dell’Ordinamento penitenziario”. Altro merito della Consulta è l’aver “riconosciuto finalmente il divieto di effetto retroattivo della Spazzacorrotti”, quella di Bonafede.

Altro faro per Renoldi è la Cedu e la “sentenza Viola” contro l’Italia: “Ha acquisito alla dimensione del diritto convenzionale il principio della flessibilità della pena, del finalismo rieducativo con la conseguente incompatibilità con l’ergastolo ostativo”. Tuttavia, spiega, “a queste aperture sul piano normativo, molto importanti” ci sono state reazioni opposte “abbastanza trasversali”. E qui parte l’attacco. Era il 2020, quando non immaginava il ruolo che gli sarebbe stato proposto: “Mi riferisco al Dap, ad alcuni sindacati della polizia penitenziaria, ad alcuni ambienti dell’antimafia militante, ad alcuni settori dell’associazionismo giudiziario e anche ad alcuni ambiti della magistratura di Sorveglianza. Un Dap che in questi anni è rimasto profondamente ostile a quegli istituti che tentano di varare una nuova stagione di diritti ‘giustiziabili’ per le persone detenute. Un atteggiamento miope di alcune sigle sindacali che declinano ancora la loro nobile funzione in una chiave microcorporativa”. Poi il siluro alle posizioni antimafia, contro lo svuotamento dell’ostativo: “Pensiamo all’antimafia militante arroccata nel culto dei martiri, che certamente è giusto celebrare, ma che vengono ricordati attraverso esclusivamente il richiamo al sangue versato, alla necessaria esemplarità della risposta repressiva contro un nemico che viene presentato come irriducibile, dimenticando ancora una volta che la prima vera azione di contrasto nei confronti delle mafie, cioè l’affermazione della legalità, non può essere scissa dal riconoscimento dei diritti”. Non per “esercizio di buonismo, ma come gesto politico ed etico di fedeltà alla Costituzione”. Da chi è costituito per Renoldi il mondo dell’antimafia? Da “associazioni, testate editoriali, soggetti istituzionali, un mondo nel quale accanto a figure animate da un giustizialismo ottuso ci sono però personalità che appartengono alla cultura democratica la cui voce sul carcere ultimamente è stata però declinata solo sul versante del contrasto alla criminalità organizzata, come se la grande questione carceraria potesse essere ridotta ai temi pure importati dalla mafia, del 41-bis”. Con i giustizialisti “democratici” vuole “riannodare i fili del dialogo”. Chissà se considera “ottuso” o dialogante Roberto Tartaglia, il vicecapo del Dap, ex pm del processo sulla trattativa Stato-mafia insieme a Nino Di Matteo, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene.

Matteo fa come B., ma i giornali stanno zitti

Forse l’ostentata teatralità di Silvio Berlusconi rendeva più facile indignarsi rispetto a quando, anni dopo, le stesse cose le ha combinate qualcun altro. Fatto sta che quando fu l’ex Cavaliere, nel 2011, a chiedere al Parlamento di sollevare il conflitto di attribuzione sul caso Ruby, i giornali usarono toni per i quali oggi – in preda a una smania “garantista” – si denuncerebbero da soli. Adesso invece lo “scudo” a favore di Matteo Renzi sull’inchiesta Open è passato quasi sotto silenzio, senza diritto di soggiorno sulle prime pagine e negli editoriali dei principali quotidiani. Sintomo di come cambino i tempi, i leader e i giornali.

Su Repubblica, per esempio, il tema della sensibilità istituzionale era parecchio sentito. Il 6 aprile 2011, giorno dopo della vergogna parlamentare su Ruby, Curzio Maltese firmava un editoriale dal titolo “Le bandiere della dignità”, denunciando apertamente la bassezza morale di chi aveva votato per salvare Silvio: “Chissà se esiste un deputato, uno solo su 314, capace di credere davvero che Berlusconi quella notte abbia telefonato in questura per evitare l’incidente diplomatico. Uno che non abbia votato una menzogna puerile in totale malafede, in cambio di posti, poste, poltrone, privilegi, soldi ,auto blu, contratti, consulenze”. Questa, chiosava Maltese, “è soltanto una democrazia molto corrotta”.

Sullo stesso giornale, Beppe D’Avanzo ne faceva anche una questione tecnica, per cui “i giuristi ridono degli sgorbi che vedono raccolti dalla decisione del Parlamento”. Concita De Gregorio, firma di Repubblica all’epoca all’Unità, era netta nel descrivere “una maggioranza di governo servile, comprata da un anziano miliardario ricattato da frotte di prostitute e deputati, assoldati entrambi per tacere o per mentire sul suo conto”.

Sulla stessa linea, la Stampa si affidava a un avvocato di lungo corso come Carlo Federico Grosso per raccontare l’imbarazzo di quanto successo a Montecitorio: “La maggioranza ha cercato di porre le premesse per bloccare il processo Ruby. A breve ci sarà il voto sull’abbreviazione della prescrizione. Dopodomani, se anche questi tentativi dovessero fallire, voteranno magari l’improcedibilità a prescindere, l’immunità assoluta o quant’alto di immaginabile sul terreno della protezione penale personalissima del capo del governo?”.

Persino il Corriere della Sera, non certo l’emblema di un giornale militante, con Massimo Franco sottolineava “la realtà di un centrodestra che vuole proteggere il premier e sottrarlo alle aule dei tribunali”, in un editoriale preoccupato riguardo all’imminente “ingorgo giudiziario” provocato dalle forzature di Berlusconi.

Un simile coro di proteste oggi può sembrare bizzarro, se si pensa che mercoledì, appena dopo il voto del Senato su Renzi, né La Stampa né il Corriere hanno messo in prima pagina la notizia, infilata invece da Repubblica – senza commenti – a pagina 13. Troppo forte la concorrenza del gossip su Totti&Ilary.

Renzi chiama Letta al centro “Dal Pd arrivano bei segnali”

Matteo Renzi ha l’aria distesa. Maglioncino a lupetto, jeans e sneakers bianche. Durante l’intervento fluviale che apre l’assemblea nazionale di Italia Viva c’è un passaggio rivelatorio: “Abbiamo il 3 per cento nei sondaggi e il 4 per cento dei parlamentari. Ma ci bastano questi numeri per far ballare tutti gli altri”. L’ex premier pare aver trovato una dimensione, dopo i fasti del passato: libero dal consenso, libero dal bisogno di piacere. Sembra dire: non mi servono i voti, mi basta sopravvivere lì al centro per essere ancora decisivo.

Tutto quello che desidera Renzi è qui, in questo piccolo centro congressi vicino piazza di Spagna. Una Leopoldina romana, dove si ricrea anche la scenografia pop della kermesse originale: il palco con poltroncine e tavolino basso, cubi colorati, gli schermi sul tono viola col marchio del partito e uno spazio per la web radio di Italia Viva, con Roberto Giachetti che imperversa dietro al microfono. In platea c’è un gruppo dirigente minuto e compatto, che ride a tutte le sue battute e applaude ogni frase. Ci sono i parlamentari – Boschi, Rosato, Nobili, Faraone, Bonifazi e gli altri – e un centinaio di delegati dalle varie regioni italiane. Ma nonostante la Leopoldina si allunghi fino a metà pomeriggio, di fatto inizia e finisce col lungo intervento del capo: il resto è puro contorno.

Interrotto solo da risa, applausi e sussurri del pubblico (“È il numero uno, è sempre il numero uno”), Renzi dissemina ottimismo: “C’è uno spazio riformista al centro”. Il famigerato “campo largo”. “Non so se aspettano Biancaneve o il Principe azzurro – dice – di certo non possono occuparlo i sette nani, leader autoproclamati e acclamati sui giornali”. In questo “grande” centro, si sente legittimato a fare la voce del leader e intanto dileggia il “nano” Carlo Calenda. Gli ricorda che è stato lui a fargli fare il ministro e gli dà dell’irriconoscente. Anzi, con formula andreottiana, uno con la “sindrome del beneficiario rancoroso”.

Renzi divide i due estremi populisti, scegliendosi nemici curiosi: “A destra ci sono Meloni e Salvini, a sinistra Di Battista e Landini” (stavolta Giuseppe Conte non è citato). Al centro, l’architrave del nuovo equilibrio sarebbe il Partito democratico, al quale Renzi domanda: “Il Pd c’è o no? Questo è il tema vero”. I toni sono di sfida, ma molto, molto più distesi che nel recente passato. È stato chiaramente molto apprezzato l’atteggiamento dei dem nel voto del Senato su di lui e sul conflitto di attribuzione, contro i magistrati di Firenze: “Sulla giustizia il Pd ha dato segnali importanti, ora vediamo cosa farà Letta”. Renzi non gli chiede nemmeno più di mollare i Cinque Stelle perché è sempre convinto che siano destinati a dissolversi da soli. E lancia un pronostico sibillino, piuttosto minaccioso: “Vedrete, cambieranno atteggiamento. Succederà tra pochi mesi, appena qualcosa li coinvolgerà direttamente, si scopriranno garantisti anche loro. Bisogna vedere se il Movimento ci arriverà vivo però”. Poco prima aveva riavvolto il nastro sul Quirinale, rivendicando il pieno merito della conferma di Sergio Mattarella: “Su Elisabetta Belloni c’era già un accordo chiuso. Solo noi eravamo contro, in beata solitudine. Il capo dei Servizi può diventare capo di Stato solo in Egitto o in Russia”.

Il resto sono le solite schermaglie e idiosincrasie personali. Renzi attacca l’Anpi sull’Ucraina (“Dichiarazioni vergognose, i partigiani veri avrebbero saputo da che parte stare”), contesta i giudici, insulta il direttore del Fatto, Marco Travaglio (“è un pregiudicato, come Grillo, lo pagano per non azzeccarne una”). Sulla guerra solo una breve e doverosa introduzione, nella quale rinnova la proposta già lanciata l’altro ieri: “Nato ed Europa parlino con una voce sola, un fronte comune con un inviato speciale, Angela Merkel”.

Renzi guarda al 2023 e si sente di nuovo il Macron italiano, come qualche anno fa. “Ai tempi della Leopolda 19 (la prima dopo la fondazione di Italia Viva, ndr), ci cercavano tutti. Quella crescita è stata azzannata nella culla dai sequestri della Procura di Firenze. Nei sondaggi viaggiavamo al 10%”. Ora ha scoperto che si vive bene anche con il 3. Finché resta una piccola platea da galvanizzare.

B., Salvini e il filorusso. Dell’Utri si fanno una pizza da Briatore

Pizze che roteano, cori da stadio e fazzoletti bianchi agitati a mo’ di panolada. Per una sera, quella di venerdì, le terribili immagini della sofferenza ucraina sono rimaste fuori dal “Crazy Pizza”, il ristorante milanese di Flavio Briatore in via della Moscova che una settimana fa ha aperto una filiale anche nel cuore di Roma, in via Veneto. I partecipanti alla festa venerdì sera erano illustrissimi: Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, accompagnati dai rispettivi uomini e donne di fiducia. Una serata di “relax” l’ha definita il leader della Lega che viene ripreso in diversi filmati ad applaudire, a cantare i cori in onore di Berlusconi (“c’è solo un presidente”) e a brindare in compagnia. Foto e video che stridono con l’immagine dismessa, ecumenica, pacifista e pro-immigrazione che il leader della Lega ha voluto dare di sé negli ultimi giorni arrivando addirittura a deporre un mazzo di fiori davanti all’ambasciata ucraina a Roma con tanto di video sui social. Concetto che Salvini ha ribadito anche ieri chiedendo “lo stop delle bombe” e “l’accoglienza” dei profughi.

Poi però ci sono le immagini in pizzeria. Con i cori e gli “hip hip hurrà” per Briatore lanciati proprio da Berlusconi, appena tornato dallo stadio Meazza dove aveva assistito al triste pareggio tra il Milan e l’Udinese. Attovagliati con lui e Salvini c’erano anche la compagna dell’ex premier Marta Fascina, la fedelissima Licia Ronzulli, Adriano Galliani e Marcello Dell’Utri, seduto al fianco del leader azzurro. Sia Salvini che Berlusconi hanno fatto sapere che durante la cena si è parlato molto di Milan ma non del centrodestra: “Tra i mille problemi che ci sono…” ha detto Salvini ai cronisti. E, in mezzo ai festeggiamenti e ai cori, di Ucraina si è parlato, come ha spiegato il segretario della Lega. Che si è informato con Berlusconi sui suoi rapporti diplomatici con Mosca e se avesse intenzione di contattare direttamente Vladimir Putin, amico di vecchia data dell’ex premier, o i suoi emissari. Bocche cucite invece filtrano da Arcore, anche se si fa sapere che nelle ultime ore Berlusconi ha “intensificato” i suoi canali con Mosca. E non è un caso, quindi, che alla cena di venerdì fosse presente anche Dell’Utri: l’ex senatore di FI, che ha scontato una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è tornato in pianta stabile a villa San Martino dopo l’assoluzione in Appello sulla Trattativa Stato-mafia. Prima lo ha consigliato a lungo sul Quirinale e negli ultimi giorni è diventato uno dei suoi principali consiglieri sul conflitto in Ucraina. Il primo che informa Berlusconi sugli sviluppi della guerra è Valentino Valentini, deputato azzurro e responsabile dei rapporti internazionali con solide entrate diplomatiche con Mosca. Ma anche Dell’Utri sta riguadagnando la fiducia del leader di FI sulla crisi ucraina.

Dell’Utri può contare su fonti dirette a Mosca. Era stato proprio lui, raccontano fonti accreditate in FI, il garante del legame tra Berlusconi e Putin e ha un’amicizia di lunghissima data con Antonio Fallico (i due erano compagni di scuola), ex consulente di Gazprom e oggi presidente di Banca Intesa Russia e dell’associazione Conoscere Eurasia. Putin ha conferito a Fallico l’Ordine dell’amicizia, l’Ordine d’onore e il ministero degli Esteri russo la Medaglia “per il contributo alla cooperazione internazionale”. Prima che scoppiasse la guerra il presidente di Banca Intesa Russia aveva profetizzato: “Escludo categoricamente che la Russia di Putin possa invadere l’Ucraina, non è nel suo interesse, né politico né economico”. Oggi, a 72 ore dall’invasione, Berlusconi non ha ancora condannato la guerra voluta dall’amico Putin.

“L’Europa ha sprecato 30 anni: Kiev non sia una nuova Sarajevo”

“L’Occidente doveva essere più prudente, sapendo che non si può rispondere con la forza”. Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, l’ipotesi di intervento armato lo considera “follia pura”, nell’angoscia “che la situazione vada del tutto fuori controllo”. Perché “siamo in un periodo in cui le guerre sono avventure senza ritorno”. Tanto è vero che ieri mattina ha lanciato un appello per “Kiev città aperta” portato agli ambasciatori russo e ucraino in Italia. “Kiev è una città di tre milioni di abitanti, importante per l’Ucraina, ma anche per il mondo slavo storicamente e per Europa. Si tratta di una città santa, dove il popolo russo e ucraino insieme hanno scelto il cristianesimo ortodosso. Vogliamo rifare Aleppo e Sarajevo? Vogliamo combattimenti casa per casa? Vogliamo distruggere un’intera popolazione?”.

Professore, qual è il senso di questo appello? E non siamo già oltre?

Una città aperta è quella dove si crea uno spazio in cui non si combatte. Ora sul terreno ci sono l’esercito federale russo e quello ucraino: devono accettare di non sfidarsi l’un l’altro. Roma fu proclamata città aperta nel 1943. Dal punto di vista umanitario significa molto.

In una guerra forse più prevedibile di quanto è sembrato, quanto ha sbagliato l’Occidente?

Era sicuramente più prevedibile. Non averla prevista ha voluto dire anche sperare fino alla fine. Non si aggrega un esercito di queste dimensioni per nulla. Ora siamo davanti a un’invasione, ma c’è una storia di 30 anni in cui abbiamo sprecato la pace a seguito della caduta del Muro nel 1989. Non abbiamo costruito un’architettura pacifica in Europa. Noi come Europa con la Russia ci siamo sfidati e poi legati, come con i gasdotti. Non è stato lungimirante. Ma ora è il momento di fermare la guerra.

Le sanzioni sono abbastanza?

Non lo so. Anche perché Vladimir Putin le aveva messe in conto. Serve riprendere il negoziato, cogliere i segnali.

Ottanta anni di pace forse ci hanno fatto male?

Con la scomparsa della generazione che ha conosciuto la guerra, è scomparsa la paura della guerra. Rischiamo di diventare bellicisti. Ma nello stesso tempo va detto che, dopo anni di indifferenza, nell’opinione pubblica è riapparso il pacifismo, con tante manifestazioni.

Intanto, sono in arrivo i rifugiati.

Ci sono colonne ucraine che si stanno recando in Occidente. Milioni di ucraini lasceranno il Paese. Al Consiglio europeo se n’è parlato, ma bisogna fare qualcosa di concreto. L’Ungheria ha iniziato a dire che bisogna fermare i migranti. E allora, dove sta la solidarietà con l’Ucraina tanto sbandierata?

Quali saranno gli altri effetti sull’Europa?

Intanto, quelli economici. E poi c’è la questione del gas, con la ripresa del carbone come possibile conseguenza. Ma soprattutto, noi Paesi europei dobbiamo metterci insieme, con una difesa e una politica estera comune, una condivisione della politica delle frontiere, con la redistribuzione dei migranti. Chi ci sta ci sta, e gli altri Paesi faranno parte di un raggio più largo.

Draghi non è stato troppo defilato?

Ha avuto una posizione molto prudente, molto corretta. Per il futuro c’è attesa nei confronti dell’Italia. D’altra parte l’aeroporto di Mosca, con gli arrivi di Scholz e Macron, era parecchio affollato. Draghi si pone come riserva.

Ma non è stato condizionato dal difficile equilibrio tra l’impossibilità di rompere con Mosca e il suo atlantismo?

Si tratta di una storia vecchia. Ma non va impostata in termini di Guerra fredda. La nostra dipendenza dalla Russia e i legami con gli Usa non sono contraddizioni, ma realtà in un mondo globale.

Qual è il ruolo della Cina?

Il riavvicinamento russo-cinese è una novità sullo scenario geopolitico. Ed è un fatto di grandissima importanza.

Pace, le piazze gremite. L’Italia torna insieme per dire no alla guerra

“Questa aggressione non è stata decisa dalla sera alla mattina. Fa parte di una strategia precisa che è figlia di un crescendo di logiche populiste, sovraniste e nazionaliste negli ultimi anni…”. Chissà se a Matteo Salvini e Giorgia Meloni e forse anche a qualche pentastellato, saranno fischiate le orecchie mentre Maurizio Landini, leader della Cgil, scandiva queste parole dal palco della manifestazione per la pace ieri mattina in piazza Santi Apostoli, a Roma. Perché sono proprio i leader della destra, che Landini sembra avere in mente, senza nominarli, ma non solo: anche i loro alleati in Europa, da Viktor Orbán a Marine Le Pen o giù di lì. Insomma, per il sindacalista, l’azione di Vladimir Putin non è il gesto isolato di un folle, ma s’inquadra in un preciso disegno geopolitico e propagandistico che negli anni ha visto molti attori in Europa. Come dimostrano le magliette e le dichiarazioni pro-Putin del recente passato salviniano e non solo ripescate in queste ore.

Intanto, però, la Rete italiana pace e disarmo, insieme a sindacati e associazioni, si godono una piazza Santi Apostoli stracolma: l’affluenza di gente accorsa per far sentire la sua presenza contro la guerra in Ucraina è enorme, tanto da sconfinare nella vicina piazza Venezia. “Avremmo dovuto scegliere una location più grande”, ammettono gli organizzatori. C’è di tutto, e tutti con la mascherina: giovani, anziani, intere famiglie con bambini, tantissimi, anche molto piccoli. E poi giovani e giovanissimi, forse alla loro prima manifestazione. Bandiere arcobaleno, di Europa Verde, dei sindacati (Cgil, Cisl e Uil), di Rifondazione, Libera ed Emergency. Un ragazzo gira con un cartello: “I’m russian, sorry for that”. Si chiama Maxim, ha 24 anni, è un russo adottato da una famiglia italiana. “Quello che non sopporto è che Putin chiami gli ucraini ‘suoi fratelli’ e poi li bombardi senza pietà, colpendo anche obiettivi civili”, dice, esprimendo poi solidarietà “ai miei compatrioti che a Mosca hanno il coraggio di scendere in piazza rischiando le botte e il carcere”.

Sul palco si alternano gli interventi, ma senza politici. Ministri e parlamentari restano sotto ad ascoltare. Ci sono i ministri Roberto Speranza e Andrea Orlando, insieme a Federico Fornaro e Loredana De Petris di LeU, Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, Angelo Bonelli di Europa Verde, Arturo Scotto di Articolo Uno. Per il Pd passano anche il vice segretario Giuseppe Provenzano e Gianni Cuperlo. “Non è pensabile che la guerra torni a essere lo strumento che regola i rapporti tra gli Stati. In questi anni abbiamo assistito al riarmo e ora il rischio di conflitto nucleare è concreto”, afferma Landini. “La priorità assoluta ora è far cessare le armi. Lavoriamo a sanzioni molto dure”, sostiene Speranza. Sfumatura leggermente diversa per Fratoianni, secondo cui “vanno usate sanzioni, ma ben ragionate e misurate, perché a soffrirne poi sono i civili”. Si valuta, naturalmente, l’opzione Russia fuori dal sistema di pagamento Swift, ma “tutto deve esser deciso a livello europeo”, sottolinea Orlando. Mentre Bonelli invita Draghi a “istituire subito un’unità di crisi energetica per puntare su alternative e rinnovabili in sostituzione del gas russo”.

La piazza è al contempo gioiosa e preoccupata: le immagini delle bombe su Kiev, dei feriti e dei palazzi sventrati hanno sconvolto tutti. E sembra un passaggio di testimone ideale con la grande manifestazione di venerdì a Bologna e la fiaccolata al Colosseo, illuminato di giallo e di blu, ancora a Roma. Ieri cortei e iniziative hanno coinvolto moltissime città, da Torino a Firenze, da Cagliari a Napoli. E anche in Europa, come a Parigi. A Milano c’erano 30 mila persone, tra largo Cairoli e piazza Duomo. Tra la folla anche il gruppo musicale “La rappresentante di lista” e Beppe Sala. “Sui profughi dall’Ucraina Milano farà la sua parte”, ha detto il sindaco. A Roma si è chiuso sulle note di Give peace a chance di John Lennon. Con la gente che restava in piazza e quasi non se ne voleva andare.

Night club, morfina e picnic al cimitero: è Lenny Bruce!

Il Concilio ecumenico ha dato il permesso al Papa di diventare suora. Solo al venerdì, però (Lenny Bruce)

LA STAND-UP COMEDY

La volta scorsa abbiamo riassunto le origini della stand-up comedy statunitense. Lenny Bruce e Mort Sahl, negli anni 50, le diedero quei tratti moderni che oggi identificano il genere. Per capire meglio cosa sia uno stand-up comedian stiamo ripercorrendo l’arte e la vita di Lenny Bruce.

Geller Dramatic Workshop. Scuola di recitazione molto nota a Hollywood. Subito dopo il congedo, Lenny va a frequentarne il corso di tecnica drammatica e dizione. Durante il saggio finale, nella scena del braccio della morte fa ridere il pubblico avvicinandosi alla sedia elettrica con la camminata di Charlot.

Joe Maini. Versatile sassofonista che Lenny impiega come spalla durante i suoi monologhi al Duffy’s di Los Angeles, nel ’56. Parodiano canzoni famose: da Cole Porter ricavano “It’s delightful, it’s delicious, it’s Dilaudid!” (il Dilaudid è un derivato della morfina); da Nat King Cole, “Mona Lisa, Mona Lisa, pass the reefer / Caught a whiff of what you’re smoking, let’s get high”. (“Monna Lisa, passa lo spinello / Ho fiutato cosa stai fumando, sballiamoci”)

Crescendo. Night club di Los Angeles dove si esibivano big dello spettacolo come June Christie e i Mills Brothers. Nel ’57, i proprietari assumono Lenny per intrattenere il pubblico prima dei concerti. Lenny inventa numeri crudeli che gli procurano una qualche notorietà. Per esempio si avvicina a una coppia fra il pubblico, e telefona alla loro giovane baby-sitter: “Pronto, casa Parker? È Betty Bird? Oh, Miss Bird, ho cattive notizie. I signori Parker hanno avuto un incidente sulla statale per San Bernardino. Purtroppo sono morti entrambi. C’è qualcosa che posso fare per lei?”. Mentre lo choc lascia in apnea la ragazza e il pubblico, Lenny scoppia a ridere, e informa la poveretta che si tratta di uno scherzo: i Parker sono seduti lì vicino a lui, voleva parlarci? Arrestato per uso di narcotici, Lenny accetta di collaborare con la polizia, e fa arrestare alcuni fra i maggiori spacciatori di Hollywood. Viene rilasciato. Lenny torna al Crescendo nel 1960. È il suo periodo di maggior creatività. Nascono monologhi che diventeranno celebri: “Poiché moralisti e puristi sostengono Las Vegas in quanto capitale mondiale dell’intrattenimento, ti aspetteresti che l’attrazione allo Stardust Hotel sia la Passione di Cristo, o una mostra di Monet, o il New York City Ballet con Eugene Ormandy che dirige l’orchestra. Invece no. Qual è l’attrazione principale? Tette e culi. ‘Ma non puoi mettere la scritta Tette e culi sulle insegne luminose. È volgare’. Le tette sono volgari? ‘No, le parole. Potrebbero vederle i bambini’. Non ti credo. E se mettessi Gluteus maximus e pectorales maiores? ‘Così sarebbe pulito’. Per te, idiota, ma sarebbe sporco per i latini!” (“Tits ‘n’ Ass”); “Cristo e Mosé nella cattedrale di San Patrick si guardano intorno. Cristo è confuso dalla magnificenza degli interni. Perché nel suo viaggio ha attraversato Spanish Harlem, e si sta chiedendo cosa diavolo ci facessero 50 portoricani in una stanza quando quella vetrata decorata vale diecimila dollari al metro quadro. E quel tizio aveva un anello che ne vale 8000. Perché i portoricani non vivevano qui? Questo era lo scopo della chiesa: essere per la gente. Il vescovo Sheen li vede che stanno discutendo, e corre dal Cardinal Spellman che è al pulpito. SHEEN: ‘Pssst! Spellman! Vieni giù. Devo dirti una cosa. Loro sono qui’. SPELLMAN (bisbiglia): ‘Piantala di rompere, idiota’. SHEEN: ‘Idiota ’sto cazzo. Farai meglio a scendere’. OK. Mette su il coro per dieci minuti. SPELLMAN: ‘Allora?’ SHEEN: ‘È terribile! Terribile! Loro sono qui’. SPELLMAN: ‘Loro chi?’ SHEEN: ‘Cristo e Mosè!’ SPELLMAN: ‘Mi prendi per il culo? Dove?’ SHEEN: ‘Laggiù. Non ti voltare, possono vederci’ SPELLMAN: ‘Quali sono?’ SHEEN: ‘Quelli luminosi’ SPELLMAN: ‘Sono armati?’ SHEEN: ‘Non lo so’
SPELLMAN: ‘Cosa vorranno?’ SHEEN: ‘Non ne ho idea. Dare un’occhiata ai conti?’” (Christ and Moses); e “To is a Preposition, Come is a Verb” (bit.ly/3IjGvwj).

Marvin Zeidler. Proprietario di un famoso negozio di abbigliamento a Las Vegas. Commissiona a Lenny alcuni spot radiofonici. Nel primo, fulminante, si ode una donna in orgasmo: “Oh!… Oh!… Oh!… Oh!” LENNY: “Oh? Oh, oh cosa? Oooooh, Zeidler & Zeidler, 800 North Vermont!”.

Ann’s 440. Locale di San Francisco dove Lenny viene definitivamente scoperto nel 1958. In quegli anni San Francisco è la culla di una sorta di Rinascimento, la città dei beatniks, della poesia, del jazz, e della nuova comicità anti-establishment di Mort Sahl. Con le sue esibizioni all’hungry i (“l’intellettuale affamato”), Sahl rivoluziona l’immagine dell’entertainer: vestito casual, parla in modo esplicito di attualità politica e di costume, come facevano un tempo Mark Twain e Will Rogers: “Qualcuno dovrebbe inventare un nuovo giubbotto: il giubbotto McCarthy, un giubbotto normale, con in più una cerniera-lampo sulla bocca”. A San Francisco, Lenny perfeziona la propria tecnica satirica, che consiste nel rappresentare i potenti (siano essi uomini politici, leader religiosi, o Dio stesso) come cinici affaristi, o degenerati senza scrupoli. È di questo periodo uno dei suoi monologhi più riusciti, Religions, Inc., dove parodia i tele-evangelisti Billy Graham e Oral Roberts trattandoli come manager pubblicitari che devono piazzare il prodotto sui giornali e in tv. “ORAL ROBERTS (al telefono con papa Giovanni): ‘Ehi, Johnny! Come sta la signora?’ (…) Posso darti lo Steve Allen Show il 19. Devi solo salutare con la mano. Metti l’anello grosso. Sì. Sì. Sì. No, nessuno sa che sei ebreo!’”.

Cloister. Il trionfo a San Francisco procura a Lenny un ingaggio al Cloister, il nuovo night club di Chicago fra i cui proprietari figura Hugh Hefner, l’editore di Playboy.

Sick. Con questo aggettivo (“malato”), i settimanali Time e Life etichettano il nuovo tipo di comicità che va affermandosi in America alla fine degli anni 50. È una comicità cinica, e di denuncia. Il termine finirà per comprendere un po’ di tutto: l’umorismo di Mad e quello di Jules Feiffer, le vignette di Charles Addams e i monologhi di Nichols e May, la comicità tradizionale di Shelley Berman e quella hipster di Dick Gregory. Anche Lenny Bruce viene definito “sick comic”. La sua risposta all’articolo di Time: “Mi piacerebbe che Time

s’occupasse di un altro tipo di malattia, quella per cui un insegnante in Oklahoma guadagna al massimo 4000 dollari l’anno, mentre Sammy Davis jr. ne prende 10.000 per una settimana a Las Vegas”. Sulla copertina del suo nuovo LP, intitolato The sick humor of Lenny Bruce, si vede Lenny che sta facendo un picnic in un cimitero.

(95. Continua)

Piemonte, sisma 3.4 nel cuneese. Scossa avvertita anche a Torino

Una scossadi terremoto è stata registrata alle 15.49 in Piemonte. Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha avuto magnitudo di 3.4, con epicentro a Polonghera, nel Cuneese. Il sisma è stato avvertito dalla popolazione anche a Torino, sono numerose le segnalazioni anche sui social. “Raga, ma era il terremoto?”, chiede Jessica su Twitter. “Ragazze, ma solo io ho sentito la scossa di terremoto a Torino?”, aggiunge FedEx sul social. “Nell’ora del riposino pomeridiano sono stato cullato da una scossa di terremoto”, conferma Filippo.

Onorato: “Piano Grimaldi-Salvini per farci fallire”

“Grimaldi e la Lega vogliono farci fallire”. Il comunicato stampa di Vincenzo Onorato è durissimo. L’armatore, indagato per traffico di influenze illecite a Milano insieme al fondatore del M5s, Beppe Grillo, ieri ha rilasciato una nota al vetriolo. “Da anni ritengo sia in atto una strategia per portare al fallimento la prima infrastruttura sul mare del Paese, pianificata dal Gruppo Grimaldi con l’appoggio della Lega e finanziato prima dal signor Antonello Di Meo e oggi dal fondo J Invest”. Onorato prende spunto da un’altra inchiesta, per insider trading, nata dalle sue denunceche, secondo quanto scrive Repubblica, vede indagato il finanziere già vicino a Moby, Antonello Di Meo. “Basta leggere i quotidiani per constatare quanto i Grimaldi e Matteo Salvini siano legati”. Il leader della Lega ha replicato: “Non ho piani per far fallire aziende, abbiamo un ministro che sta lavorando per salvarle, le aziende. I complotti non sono la mia passione. Lascio rispondere la magistratura”. A stretto giro la controreplica di Onorato: “Aspetto anch’io che la magistratura vada a fondo”. In serata è arrivata anche la dura risposta di Grimaldi, che annuncia un’azione legale nei confronti del numero uno della società competitor: “Il Gruppo Grimaldi respinge con fermezza ogni capziosa e strumentale insinuazione circa la volontà di acquisto di parte dei debiti delle società che fanno capo a Onorato. Ne è riprova il fatto che i suoi titolari hanno già più volte rifiutato le proposte pervenute, ostandovi motivi di etica personale e imprenditoriale”.