Uno scontro fra religioni da mezzo milione di euro. Da una parte i Testimoni di Geova, che denunciano la “discriminazione” subita dal Comune di Roma con un “eccesso di potere”. Dall’altra le Suore Cistercensi di Santa Susanna, che si sono sentite chiamate in causa tanto da ricorrere due volte (perdendo) alla giustizia amministrativa. In mezzo, il dilemma annoso che colpisce la Capitale (laica ma anche religiosa) d’Italia: i luoghi di culto devono pagare l’Imu? E ci sono “culti” di serie A o di serie B? Il braccio di ferro con gli eredi italiani di Charles Taze Russel scatta nel settembre 2020, quando la Congregazione riceve dalla società Aequa Roma una cartella esattoriale di ben 477.713,76 euro relativa all’Imu non pagato nel 2015. Il riferimento è alla sede italiana di via della Bufalotta, appena fuori il Gra, un enorme edificio con due parchi e un parcheggio, su cui il Comune vuole si paghino le tasse. “L’utilizzo del compendio immobiliare è stato ritenuto non idoneo a beneficiare delle esenzioni di imposta previste per legge”, scrive la società capitolina che si occupa della riscossione dei tributi. I legali dei Testimoni di Geova – riconosciuti ente di culto nel 1986 – fanno ricorso, chiedendo al Comune di visionare “il trattamento tributario applicato agli immobili (…) appartenenti ad altre Confessioni religiose presenti nel territorio di Roma Capitale”. Al diniego del Comune, la Congregazione va al Tar Lazio invocando nientemeno che la convezione europea per i diritti dell’uomo. E il Tar accoglie il ricorso. Apriti cielo (è proprio il caso di dirlo). Fra i documenti richiesti ci sono quelli relativi al Monastero delle Suore Cistercensi di S. Susanna, antichissima chiesa paleocristiana dell’Aventino, su cui le suore non pagano l’Imu (che avrebbe un importo spropositato). Così le monache a loro volta fanno ricorso al Consiglio di Stato, ma vince ancora la Congregazione: i giudici infliggono una multa di 2 mila euro alle Bernardine e il 14 ottobre 2021 ordinano a Roma Capitale di consegnare tutti i documenti ai legali dei Testimoni di Geova. Che ora stanno studiando le carte. Per i giudici amministrativi, infatti, la consegna della documentazione è “ininfluente rispetto all’esistenza dell’obbligazione avente a oggetto il pagamento del tributo in capo al monastero o al suo eventuale effettivo adempimento”. Vuoi vedere che i Testimoni di Geova finiranno per chiedere che anche le suore versino le stesse imposte?
È morto Giuliani, studiava il radon per predire i sismi
A causa di una malattia lampo, è morto Giampaolo Giuliani, il ricercatore noto per lo studio sul gas radon come precursore sismico. “Un uomo generoso, caparbio, legatissimo alla famiglia e per il quale la parola ‘amicizia’ ha un grande valore”, così è stata annunciata la sua morte sulla pagina della Fondazione Giuliani. Tecnico dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario, era distaccato nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Aveva conquistato una notorietà internazionale all’indomani del sisma de L’Aquila del 6 aprile 2009, quando fu portato su Rai 1 dal concittadino Bruno Vespa, per parlare degli studi che gli avrebbero permesso di predire la terribile scossa che distrusse il capoluogo d’Abruzzo e le sue frazioni. Tante le testimonianze che sostenevano che Giuliani, attraverso i suoi allarmi, aveva consentito di uscire di casa prima della furibonda scossa delle 3.32, ma entrò in conflitto con la comunità scientifica italiana che lo accusò di essere un ciarlatano. Tra i suoi detrattori l’allora capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso.
Aeroporti, vigneti, ville, hotel… La calata degli oligarchi in Italia
Pluto è atterrato in Maremma. L’ultima incursione c’è stata all’asta con cui ha comprato una manciata di azioni dal Comune di Scansano, territorio famoso per il Morellino. Il vino però non c’entra. Le 712 azioni, pagate 2.050 euro, sono una frazione del capitale di Seam, Società esercizio aeroporto Maremma, che gestisce il traffico civile nell’aeroporto di Grosseto, scalo prevalentemente militare, base degli Eurofighter. L’aeroporto è usato per voli charter e voli privati di ricchi turisti. La Maremma, dopo la Versilia, attrae molti miliardari russi – ora a rischio sanzioni – che comprano ville, soprattutto all’Argentario, tenute agricole per milioni di euro, alberghi. Nel mirino anche stabilimenti balneari, da Punta Ala a Capalbio.
Tra gli acquisti cominciati nel 2014 e fino a novembre del 2018, primo azionista dell’aeroporto di Grosseto è diventato la Ilca, una Srl di Firenze che possiede il 35,26% di Seam. Per capire chi è il proprietario bisogna però volare fino a Cipro. Il 100% della Ilca, infatti, appartiene a una società di Nicosia, la Plutoworld Limited. Da lì si risale fino a Mosca, alla Aeon Infrastructure, il proprietario è Roman Trotsenko, 51 anni, magnate che in Russia controlla 14 aeroporti. La sua ricchezza è stimata da Forbes in 2,3 miliardi di dollari, nella classifica del 2021 era il numero 1.299 tra i più ricchi del pianeta. Sommando le quote hanno una partecipazione più alta di lui gli enti locali, Provincia (25,25%), Regione (7,08%), Camera di commercio (5,43%). Due anni fa, Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli, ha comprato il 20% di Seam da banca Intesa e Popolare di Vicenza. Il presidente è Tommaso Francalanci, indicato da Trotsenko. Secondo il bilancio Ilca l’investimento nella Seam, costato 1,042 milioni, è “strategico e duraturo”. Pur avendo pochi passeggeri (3.297 l’anno scorso), l’aeroporto è un avamposto ideale per i miliardari russi che vogliono occupare la Maremma.
Attraverso Plutoworld, Trotsenko ha comprato anche Torre Civette società agricola Srl, sede a Firenze, che sta investendo per coltivare “semi oleosi” e affitta terreni per produrre vino, ha immobilizzazioni materiali per quasi 14 milioni. Per ora il bilancio è in perdita, con un rosso accumulato di tre milioni dal 2018 al 2020.
Molti oligarchi amici di Vladimir Putin hanno messo le radici all’Argentario.
Tra i primi, German Khan, 60 anni, nato a Kiev, patrimonio stimato da Forbes in 7,7 miliardi, numero 224 nella classifica dei ricchi 2021. Cofondatore di Alfa Eco, che commercia materie prime e di Alfa Bank, la più grande banca privata in Russia, possiede villa Cacciarella, con vista sul Giglio. Costruita da Carlo Feltrinelli, era finita a Stefano Ricucci per 34 milioni. A Khan è costata 18 milioni. L’oligarca di origine ebraica ha donato 50 mila euro al Comune per le panchine sul lungomare di Porto Santo Stefano.
Un’altra villa, con 200 ettari di terreno, è stata acquistata da Arkady Rotenberg, l’insegnante di judo di Putin, comproprietario della più grande società di costruzioni di gasdotti e linee elettriche in Russia, Strojgazmontažsia. Konstantin Nikolaev, 50 anni, ha investito 4 milioni in una tenuta vinicola a Bolgheri. È tra i proprietari di Globaltrans, la più grande società privata di trasporti ferroviari.
Terra di conquista dei miliardari amici del Cremlino è la Sardegna. I fratelli ceceni Musa eMavlit Bazhaev nell’ottobre 2014 hanno comprato il Forte Village di Santa Margherita di Pula da Idea Fimit per 180 milioni. L’anno precedente avevano rilevato la gestione da Mita Resort di Emma Marcegaglia. Hanno accumulato miliardi di dollari con l’estrazione di gas e petrolio e con le miniere di platino.
In Costa Smeralda ci sono almeno 50 ville di russi. Tra questi, Roman Abramovich, proprietario della squadra di calcio inglese Chelsea FC e Alisher Usmanov, il magnate dell’acciaio ed ex manager di Gazprom che è stato proprietario del 30% dell’Arsenal, quota venduta nel 2018 per 700 milioni di dollari: ha un patrimonio secondo Forbes di 15,2 miliardi di dollari, numero 99 tra i Paperoni del pianeta. Ha comprato la villa di Romazzino più di 13 anni fa da Antonio Merloni per circa 30 milioni. Nove anni fa fu avvistato in una festa estiva, in compagnia di Putin e di Silvio Berlusconi. Qualcuno fantasticò: Gazprom vuole comprare il Milan. Usmanov ha donato 500 mila euro alla Regione Sardegna per combattere il Covid.
Ha interessi in Italia Viktor Vekselberg, il barone dell’alluminio, numero 262 nella classifica dei ricchi del 2021, ricchezza stimata da Forbes in 8,9 miliardi di dollari. Nel 2014 con la sua Renova ha comprato Octo Telematics, società di servizi per le assicurazioni auto. La quota si è ridotta al 48,55% nel 2018. A vendere Octo è stato il gruppo di soci guidati dal fondo Charme II di Luca Cordero di Montezemolo. Nel 2015 Vekselberg ha comprato il “Grand Hotel a Villa Feltrinelli” a Gargnano (Brescia) sul lago di Garda, attraverso la Camerlex Holdings Limited di Cipro. Una stanza costa da 1.450 euro a 2.750 a notte, la stagione apre il prossimo 19 aprile. Victor Kharitonin, amico di Abramovich, proprietario di Pharmstandard, ha investito nei vini in Franciacorta.
Elena Loss, nata nel 1962 a Rostov, nel 2020 ha comprato la società termale Sorgente Sant’Elena a Chianciano (Siena) attraverso la società svizzera Elacua Holding Limited. L’anno successivo è arrivata a Latronico (Potenza), con un progetto di turismo termale da 24 milioni. A parte Chianciano, secondo una visura camerale, possiede le società agricole Il Castelletto di Pienza e Miravalle di Chiusi, Miravalle Terme di Chiusi, Russit Srl di Latronico, Pizzica società agricola di Bernalda (Matera). A metà dicembre un tribunale di Mosca ha ordinato il suo arresto perché avrebbe tentato di sfilare illegalmente la società Pharmaservice al senatore Dmitry Savelyev e a Elena Tereshkova, figlia di Valentina, la prima donna andata nello Spazio. Loss è domiciliata a Sarteano (Siena), ma sarebbe fuggita a Londra.
Swift e armi: Italia e Germania aprono, ma sul gas non cedono
Volodymir Zelensky strappa ancora nuovi risultati dall’Europa sul fronte delle sanzioni bancarie e delle forniture di armi.
Dopo le resistenze dei giorni scorsi, in particolare di Italia e Germania, che avevano impedito di inserire l’esclusione della Russia dal sistema di pagamenti internazionali che consente alle banche di dialogare direttamente tra loro, lo Swift, ieri l’Unione europea si è spostata più chiaramente in supporto del Paese aggredito anche se l’aiuto non si spinge fino a mettere a repentaglio le forniture di gas. E oggi potrebbe tenersi una nuova riunione dei ministri degli Esteri Ue per decidere nuove sanzioni.
La prima importante apertura viene dal presidente del Consiglio. Mario Draghi e il presidente ucraino, infatti, si sentono al mattino e chiudono l’incidente che li aveva contrapposti il giorno prima. Da indiscrezioni pubblicate dal sito Dagospia e non smentite, sembra addirittura che la mancata comunicazione tra Draghi e Zelensky sia dipesa da un funzionario di Palazzo Chigi che aveva messo l’ucraino in attesa.
Zelensky twitta rapidamente che l’Italia ha garantito il sostegno sullo Swift segnando “una nuova pagina nella storia dei nostri Stati”. La notizia viene poi confermata da una dichiarazione di Palazzo Chigi. Prima ancora che la Presidenza del Consiglio possa inviare il proprio comunicato, è Enrico Letta, che sta svolgendo il ruolo più netto e visibile a sostegno dell’Ucraina, a riprendere il tweet di Zelensky commentandolo positivamente.
La conferma più importante viene però dalla ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, e dal vice cancelliere, Robert Habeck, che rivelano di essere al lavoro “su come limitare i danni collaterali del disaccoppiamento da Swift in modo tale da colpire le persone giuste”. L’obiettivo è “una restrizione mirata e funzionale dello Swift”.
La Banca centrale europea e la Commissione europea dovranno valutare l’impatto della mossa che però dovrebbe escludere i pagamenti che coinvolgono le forniture di gas. È il punto dolente dell’Unione europea che ritorna sul tavolo a ogni passaggio decisivo e fintanto che la dipendenza dalle fonti energetiche russe resterà quella attuale, circa il 36% del fabbisogno, sarà inaggirabile.
La svolta si coniuga alla mossa analoga che sta per essere maturata negli Stati Uniti dove Joe Biden ha chiesto ai suoi funzionari di discutere della questione con la Federal Reserve. Gli Stati Uniti sembrano volersi concentrare sulle sanzioni in modo diverso da quanto deciso finora, anche perché “l’alternativa alle sanzioni contro la Russia per punirla per l’invasione dell’Ucraina sarebbe l’inizio della Terza guerra mondiale” ha detto ieri Biden. L’approccio non è ovviamente privo di implicazioni interne: la lobby energetica statunitense è subito partita all’attacco della Casa Bianca per spingere il presidente ad abolire le misure prese per ridurre la produzione di combustibili fossili. Un innalzamento delle sanzioni alla Russia sul fronte del gas consentirebbe a tutta l’economia occidentale di rivedere gli impegni presi, anche in reazione alle grandi mobilitazioni ambientaliste degli ultimi anni, sul climate change.
Le novità riguardano però anche il sostegno militare all’Ucraina con la decisione tedesca di consegnare 1000 armi anticarro e 500 missili Stinger “ai nostri amici in Ucraina” come annuncia il cancelliere tedesco Olaf Scholz ottenendo il visto ringraziamento di Zelensky: “Continua così, cancelliere Olaf Scholz”.
Ma forniture di armi vengono annunciate anche da molti altri Paesi a cominciare da Olanda e Belgio. E dall’Italia, che dopo il decreto approvato venerdì, potenzierà la propria presenza aerea in Romania, Lettonia e nell’area sud dell’Alleanza (Mediterraneo orientale e Mar Nero. Ma potrebbe anche prevedere forniture dirette di armi all’Ucraina nella direzione auspicata dal segretario del Pd. Ieri palazzo Chigi ha fatto sapere che “l’Italia fornirà all’Ucraina assistenza per difendersi”. Su quell’”assistenza” potrebbe aprirsi qualche dissenso nella maggioranza e, come rileva il deputato dem Filippo Sensi, anche qualche “varco nella nostra parte”, intendendo il fronte progressista. Se ne discute martedì in Parlamento.
Lo spione e il comico: la guerra dei due Vladi
L’anti-Putin si presenta davanti alla telecamera in diretta web. Stupisce il suo sangue freddo. Dal 24 febbraio, da quando cioè Mosca ha sferrato il colossale attacco all’Ucraina, Volodymyr Zelensky, il comico che volle farsi presidente, è divenuto l’eroe di un popolo che resiste ai bombardamenti russi, anche a costo di sacrificare la propria vita, come i 13 doganieri dell’Isola dei Serpenti che hanno mandato affanculo la Marina russa perché chiedeva la loro resa. O come il geniere che s’è fatto esplodere per distruggere un ponte, impedendo l’avanzata dei tank russi.
“Abbiamo resistito e risposto con successo all’attacco del nemico”, comincia Zelensky, mostrandosi in pile e maglietta militare. Il comico che era in lui è morto e sepolto. Come il presidente naïf che chiedeva a Putin un incontro “da uomo a uomo”. Il nuovo Zelensky è risoluto. Non ha abbandonato Kiev, come affermano le fake news del web. Replica alle menzogne con un video girato davanti alla Bankova, il Quirinale ucraino. In un altro video, scuote le coscienze addormentate dell’Europa: “Il popolo ucraino merita e ha il diritto di entrare a far parte dell’Ue”.
Sta di fatto che l’uomo delle risate si è trasformato nel Macron del Dnepr. Zelensky, infatti, ammira il presidente francese, cui si ispira. Il capo dell’Ucraina impara in fretta. Storia, geopolitica, rapporti di forza militare devono essere affrontati con coraggio, dignità, fierezza. Sono tempi selvaggi, conta dimostrare fermezza sul sentiero della guerra. Lo dice agli ucraini. E all’Occidente pavido.
Un’inaspettata trasformazione. Sino a pochi giorni fa i pregiudizi nei confronti di Zelensky erano ancora piuttosto diffusi. Quali garanzie politiche e diplomatiche poteva dare un divo della tv che nel 2012 arrivò a guadagnare sino a 15 milioni di dollari l’anno (fonte: Forbes Ukraine) e che era più aduso ai conflitti del set che non a quelli bellici? Le circostanze straordinarie. In cui l’Ucraina è ostaggio e vittima della geopolitica. La volontà di Putin di cambiare l’ordine del mondo. L’Ucraina è un test, dice Zelensky, poi toccherà ad altri. Zelensky ha il senso teatrale delle parole. È passato dalla comicità alla tragedia in due anni e mezzo. Poi, negli ultimi due mesi, all’epica: “Non deporremo le armi, difenderemo il nostro Paese, perché la verità è la nostra arma, la verità è che questa è la nostra terra, il nostro Paese, i nostri figli. Noi difenderemo tutto ciò”.
Per decifrare l’irresistibile ascesa di Volodymyr Zelensky, classe 1978, bisogna guardare le 51 puntate di una serie tv (tre stagioni) che Netflix dovrebbe acquistare al volo: Sluha Narodu, “il servitore del popolo”, andate in onda dal 16 ottobre 2015 al marzo del 2019 in Ucraina sul canale Kvartal 95 e in Russia su TNT, ma inedite altrove. Laddove il protagonista è Vassili Goloborodko, maldestro professore di liceo incarnato da Zelensky. I suoi allievi lo filmano mentre si scatena contro gli oligarchi e la corruzione. Il video diventa virale, il successo nei social network catapulta, suo malgrado, il prof alla Bankova. Vassili diventa presidente. Come Zelensky, meno di quattro anni dopo. Col 73,2% dei voti: un plebiscito. La fiction fatta realtà. Il presidente vero combatte corruzione e oligarchi. Come il presidente finto. La realtà, tuttavia, è peggio: i nemici di Zelensky lo mandano in rotta di collisione con Mosca. Lo accusano di essere un populista arrogante e anti-russo. Mosca e i secessionisti gli rinfacciano d’aver dato corda ai neonazisti, di averli insediati al governo. I neonazisti ucraini sono l’1 per cento, non siedono in Parlamento, come invece accade altrove in Europa. Appena eletto, Zelensky incappa in una gaffe tremenda. Trump per 400 milioni di dollari in armamenti, pretende un’inchiesta sulla società del gas Burisma in cui opera il figlio di Joe Biden. Scandalo. Fa però passare una legge che impedisce agli oligarchi di finanziare i partiti. Toglie l’immunità ai deputati. Sulla questione del Donbass, che in campagna elettorale aveva promesso di risolvere, sbatte tuttavia contro Putin. Nel 2021, Zelensky caccia tre media russi e mette agli arresti domiciliari l’oligarca Viktor Medvedchuk: la figlia ha per padrino Putin. Si scava la fossa. Eppure, Zelensky aveva vissuto a Mosca in anni cruciali, dal 1997 al 2003, proprio quando Putin scalava il potere. Così come aveva vissuto la transizione post-sovietica nella sua Kryvyi Rih, grosso centro industriale e minerario a sud di Kiev, famosa anche per essere la città più lunga d’Europa (si snoda per 126 chilometri) preda della criminalità, con i re del carbone e dell’acciaio che intessevano stretti rapporti con Mosca.
Di famiglia russofona, nonno militare dell’Armata Rossa, parenti ingegneri sovietici, di origini ebree, Zelensky ha più cultura russa che ucraina. A Mosca diventa ricco e famoso. Ma quando Putin annette la Crimea alla Russia, Zelensky rompe ogni rapporto con Mosca. L’anno dopo crea la serie tv che lo consacra. I sondaggi lo indicano probabile presidente. Lui si candida il 31 dicembre 2018. Coltiva la sua immagine anti-sistema. La gente si fida. Come oggi, col nemico che lo ha identificato “obiettivo numero 1 e la sua famiglia numero 2”.
Lo spione e il comico: la guerra dei due Vladi
Probabile che l’isolamento anti Covid in cui Vladimir Putin ha vissuto negli ultimi due anni, abbia moltiplicato le sue ossessioni, fino alla spallata zarista con cui, in queste ore, ha rotto il suo involucro sterilizzato, rimettendo in moto il motore dell’Armata rossa e il nero della Storia.
In una sola notte il padrone della Russia e di diecimila bombe atomiche, si è ripreso l’intera attenzione del mondo. Sta bombardando i fratelli ucraini, in nome “dell’autodifesa del popolo russo” che al netto delle bugie di propaganda, significa riprendersi i granai dell’Ucraina, le coste strategiche del Mar Nero, la rivincita sul lungo assedio della Nato che in trent’anni, un Paese dell’Est alla volta, gli ha sigillato i confini e l’apnea. Persuaso che l’Occidente non verserà sangue per Kiev, gli è bastato quell’inciso in forma di minaccia: “Chi interferisce, subirà conseguenze mai viste”. Solo Pechino è stata autorizzata a mettergli una mano sulla spalla. Per godersi da lontano lo spettacolo, vedi mai che l’attacco venga utile per replicarlo sulle coste di Taiwan, sempre in nome dell’autodifesa. Proprio come noi occidentali, i buoni delle favole, abbiamo fatto nell’ultima ventina d’anni in Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia, Siria, Centro Africa.
Putin viene dal ghiaccio della Guerra fredda, ma ha imparato a non temere quella calda. Ha spianato col fuoco la Cecenia. È entrato con i carri in Georgia. Si è preso la Crimea e il Donbass. Ha cancellato, con il polonio o con il piombo, ogni forma di opposizione interna. Ha piegato al suo servizio gli oligarchi. Ha punito persino le atletiche interferenze delle Pussy Riot, spedite a rivestirsi in Siberia.
La sua storia contiene enigmi e spiegazioni. È nato a Leningrado il 7 ottobre del 1952. Madre impiegata, padre operaio. Quartiere di casermoni a schiera. Due fratelli maggiori morti di malattia. Lui abbastanza duro da sopravvivere. “Ho passato l’infanzia in strada e nei cortili. Ho imparato a difendermi”. Frequenta il liceo e la palestra. A vent’anni è cintura nera di Judo. “Il Judo mi ha insegnato la flessibilità. Che significa sfruttare le debolezze dell’avversario a tuo vantaggio”. Dopo la laurea in Giurisprudenza, nel 1976 entra nel Kgb, i servizi segreti sovietici: “Era il mio sogno”. Studia tedesco. Perfeziona le tecniche di controllo e archiviazione. Sua prima destinazione: Dresda, Germania Orientale, anno 1985, a spiare le vite degli altri con i cugini della Stasi. Ha attitudine al comando. Conosce gli uomini e le loro debolezze, sa sfruttarle a suo vantaggio. Diventa tenente colonnello. Quando la Germania implode si toglie di dosso la polvere del Muro e torna in Russia, dove Gorbaciov sta dismettendo l’impero invaso dalla ruggine e dal disordine. Scansa i molti complotti in corso. Costruisce la sua rete di alleanze tra i militari. Veste giubbotti di pelle, guida auto veloci, ascolta gli Abba. Si mette nella scia di Anatolj Sobcek, sindaco di San Pietroburgo, che lo inizia alla politica professionale. Entra come deputato nella Duma, e poi nell’orbita di Boris Eltsin che ha piegato a colpi di cannone i disordini del 1993, ma che non riesce a fronteggiare l’assalto degli oligarchi al petrolio, al gas, alle miniere, ai cantieri navali. Oltre agli arsenali che valgono oro nel mercato clandestino delle guerriglie planetarie, comprese quelle delle grandi mafie.
Primeggia per freddezza nell’emergenza. Quando il rublo e la guerra in Cecenia vanno in malora, anno 1997, Eltsin gli affida la guida dell’Fsb, i nuovi servizi segreti che sono il perfezionamento di quelli vecchi. Ma è nell’ultima notte del secolo, il 31 dicembre 1999, che Putin diventa l’uomo del nuovo millennio. Il vecchio Eltsin lo nomina presidente ad interim in diretta tv, sgocciolando parole confuse e barcollando per la vodka: “Mi dimetto. Ci vuole un uomo giovane, forte, deciso”.
Putin è pronto per abitare da solo gli immensi saloni del Cremlino. Dirà: “Quella notte ho preso su di me la vita di milioni di persone. Era il mio destino e dovevo accettarlo”. Il giorno dopo è sul fronte ceceno, a motivare l’esercito fino ad allora sconfitto. Riorganizza gli Spetsnaz, i reparti d’assalto delle Forze speciali, li incita alla repressione più dura, che vuol dire rastrellare e cancellare tutti i Paesi della rivolta, nessun prigioniero.
Tre mesi dopo vince le elezioni con il 70 per cento dei voti. Promette benessere incoronato da un nuovo inno alla nazione. Fa ordine tra gli oligarchi: arricchitevi, ma senza interferire con la politica. Prova a disobbedirgli Michael Khodorkovsky, padrone della Yukos, l’uomo più ricco della Russia. Lo fa arrestare di notte per frode fiscale. Il tribunale lo condanna a nove anni di lavori forzati in Siberia. Tutto il suo impero viene requisito dallo Stato. L’esempio funziona a meraviglia. Chi esita sceglie l’esilio dorato a Londra. Chi ci sta, si inchina e ringrazia con generosi omaggi.
Identico pugno di ferro con il terrorismo. Risolve con il gas l’assalto di un commando ceceno al teatro Dubrovka, Mosca, anno 2003, 130 civili sacrificati come danni collaterali. Addirittura 330 morti, di cui 186 bambini, quando le sue Teste di cuoio entrano nella scuola di Beslan, Ossezia del Nord, anno 2004, sequestrata da 32 fondamentalisti islamici.
Controlla e isola i dissidenti. Qualche volta li cancella. Anna Politkovskaja, la giornalista che aveva denunciato le atrocità in Cecenia, viene uccisa con quattro colpi di pistola, dentro l’ascensore di casa. L’ex spia Litvinenko, che accusa Putin di essere il mandante degli attentati a Mosca, viene avvelenato a Londra.
Ignora le accuse. E intanto rimette in moto l’economia. Moltiplica il Prodotto interno lordo. Il reddito annuo sale a 29 mila rubli. Il benessere e non solo il controllo gli garantiscono i suoi quattro mandati presidenziali. Governa con i ministri più fidati, ma prende decisioni in proprio. Tutto concorre alla sua epica imperiale: va a cavallo a torso nudo, nuota nei laghi ghiacciati, gioca a Hockey, spara al poligono, va a caccia dell’orso, ma difende la tigre bianca della Siberia.
Secondo la Cia è l’uomo più ricco del mondo. Patrimonio stimato: 200 miliardi di dollari. La sua nuova residenza a Gelendzik, sul Mar Nero, svelata dal dissidente Alexei Navalny, è più grande del Cremlino. Frequenta solo egoarchi, il turco Erdogan, il bielorusso Lukaschenko, il nostro Berlusconi che ora fa finta di niente. Nessuno sa mai dove dorma o viva. Ha una moglie, due figlie. Ma compare sempre solo. In quella che i servizi segreti inglesi chiamano “modalità bunker” e che finirà per soffocarlo. Prima di quanto altro sangue, lo vedremo.
L’Onu inutile. La Russia usa il veto contro la risoluzione
Che le Nazioni Unite fossero sempre più inutili per risolvere le controversie internazionali era evidente da tempo. Ma con la risoluzione votata dal Consiglio di sicurezza che condanna l’invasione russa dell’Ucraina e chiede l’immediato ritiro delle truppe di Mosca, potrebbe aver toccato un punto di non ritorno. La Russia, membro permanente del Consiglio, depositaria del diritto di veto, ha infatti votato contro mentre la Cina, altro membro permanente (insieme a Usa, Francia e Gran Bretagna) si è astenuta. Un segno di distinzione da Mosca, ma comunque un problema per l’efficacia del dispositivo onusiano. A favore hanno votato undici Stati membri mentre insieme alla Cina si sono astenuti India ed Emirati Arabi Uniti. La risoluzione comunque non è stata approvata e gli Usa hanno annunciato che trasferiranno la risoluzione all’Assemblea generale dove la Russia non ha diritto di veto. Zelensky ha rivendicato una grande vittoria, ma poi ha chiesto anche di “privare il Paese aggressore del diritto di voto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. Misura estrema, ma che getta luce sul ruolo moribondo di una istituzione che nella crisi in atto non sta svolgendo alcun ruolo.
Gli ultimi treni dei profughi. Leopoli tra caos e umanità
Questa guerra che sta facendo centinaia di vittime e decine di migliaia di profughi non è cominciata quattro giorni fa, un mese fa, e nemmeno un anno fa.
Nel 2014 iniziano gli scontri nella regione orientale dell’Ucraina, il Donbass: un conflitto che per otto anni il mondo non ha voluto vedere.
Oggi, le nottate sono scandite dal suono della sirena che annuncia possibili bombardamenti dell’aviazione russa. Non solo a Kiev, capitale sotto l’assedio che fieramente resiste all’Armata “rossa”, ma anche a Dnipro, Mariupol, Kramatorsk (nell’est del paese) e Leopoli (a ovest), dove si stanno ammassando tutti quelli – soprattutto donne e bambini – che arrivano dalla capitale, finché funzioneranno i treni e ci sarà carburante nelle stazioni di servizio. E con la sirena, i civili escono assonnati dalle proprie stanze da letto, e già vestiti si mettono rapidamente le scarpe ed escono di casa per andare a ripararsi nei rifugi sotterranei.
“Appena suona la sirena abbiamo dieci minuti di tempo per nasconderci” dice in un inglese spigoloso Sasha, il volontario responsabile della scuola convertita in dormitorio per tutti coloro che in fuga dal Paese passano per Leopoli, l’ultima grande città prima del confine. I bunker sono spesso degli scantinati dove le persone passano ore in attesa di una nuova sirena, questa volta dell’allarme atteso, che annuncia la fine del rischio di bombardamenti.
Insieme a Sofia, alla sua bambina di un anno e ad altre 30 persone, abbiamo così trascorso le ultime ore della notte. L’odore di umido unito a quello di sudore rimane nelle narici per le ore successive fino a quando il buio lascia spazio a una nuova alba e nell’arco di poche ore la città si trasforma con un via vai di persone in fuga. Negli ultimi giorni, migliaia di persone hanno raggiunto Leopoli, la città più occidentale dell’Ucraina, per scappare dagli attacchi dell’esercito di Putin e per cercare, con qualsiasi mezzo a disposizione, di lasciare il Paese. La guerra, la paura di non arrivare in tempo, di dimenticare qualcosa o qualcuno, la tristezza, le famiglie divise dal cuore spezzato, accompagnano la nuova partenza. La stazione diventa il centro nevralgico della città, con sempre più gente in attesa a causa dei molti treni cancellati, dirottati o rimandati. E, ora dopo ora, sempre più persone affollano la hall, così tante da non riuscire più a muoversi, proprio come in treni che non partono più. Senza un piano preciso, ancora più persone prendono la macchina riempita di tutto quello che sono riusciti a portare nella frenesia della fuga, e con la sola speranza di non morire colpiti da un razzo Katyusha o schiacciati da un carro armato.
Migliaia di futuri profughi diretti in Europa arrivano in massa verso il confine polacco. Guardo in faccia le persone intorno a me e penso alle guerre passate e alle loro conseguenze, alle politiche italiane e a quelle europee verso tutti coloro che da un giorno all’altro diventeranno profughi alla ricerca della fine dell’incubo, di una nuova vita lontana dallo spettro della guerra e un sogno di pace.
La grande fuga dall’est: “I soldati russi sono qui”
“State andando al confine con la Polonia? Stanno arrivando i russi?”. Una cittadina di Kramatorsk sotto choc rischia di essere investita per chiedermelo.
La fuga verso ovest è iniziata e la guerra “vera”, quella fatta di bombardamenti contro civili, degli scontri tra carri armati, di cadaveri abbandonati lungo le strade, sta raggiungendo le città che finora aveva risparmiato. Un folto gruppo di giornalisti internazionali lascia, in carovana, la città fantasma di Kramatorsk.
Anche Olga Kosse, una cooperante di 29 anni che lavora per la Ukraine Childrights Network, una delle ong che aiutano i bambini che devono crescere in mezzo alla guerra, sta cercando di raggiungere Dnipro e poi forse spostarsi ancora più a ovest. Aveva 21 anni e viveva a Donetsk quando la guerra l’ha conosciuta anche lei. Dopo due anni vissuti nella Repubblica separatista di Donetsk, è stata espulsa e ha dovuto lasciare tutta la sua vita in un appartamento prima di partire nella notte. Fugge con una borsa marrone tra le mani, la accompagna la sua fidata cagnetta Sima: “Non ho figli e lei è come se lo fosse. È un déjà vu, non posso credere che stia accadendo di nuovo”. Dal 2014 al 2016, infatti, ha lavorato nei territori controllati dai separatisti con Responsable Citizens, “cittadini responsabili”, una ong che aiutava le persone che vivevano vicino alle zone di contatto, i diversamente abili e i bambini. Ma nel 2016 tutto è cambiato, quando il governo separatista ha cercato di prendere il controllo di tutte le organizzazioni non governative che lavoravano nel Paese e di gestire, a suo piacimento, gli aiuti umanitari che ricevevano. “Il mio ufficio è stato chiuso, così come quello di tutte le altre associazioni e ong, solo la sede della Croce Rossa Internazionale è rimasta aperta. Hanno anche arrestato il nostro responsabile ed è stato detenuto ingiustamente per 21 giorni, quindi espulso. Poi anche io sono stata espulsa”.
Mentre fuggiamo dall’est, per le strade colonne di carri armati, jeep e camion portano soldati e armi lungo l’arteria principale della regione, quella che collega Donetsk con Dnipro e poi continua verso ovest.
“State sulla destra” dicono ai numerosi check-point che controllano minuziosamente i veicoli in transito, perché i convogli militari corrono veloci e non hanno tempo da perdere. Sul confine di ogni città, i volontari riempiono sacchi di sabbia, allestiscono barricate, si preparano a essere attaccati.
La tensione cresce anche tra le forze armate, così come la rabbia. A una troupe di Al Jazeera, che nel pomeriggio stava filmando alcuni veicoli militari russi in movimento, è stato intimato di interrompere le riprese con le armi e sono stati esplosi alcuni di colpi in aria. “Togliete le insegne press e tv dalle auto, i russi si stanno travestendo anche da giornalisti, per infiltrarsi nelle nostre città e potreste diventare un obiettivo” dicono i soldati ucraini. La paranoia corre più veloce dei convogli e la diffidenza prende il sopravvento. La coda per raggiungere Dnipro sembra non scorrere mai.
Già a 30 chilometri dai confini della città, migliaia di veicoli attendono, da ore, di riuscire a raggiungerla.
Alle porte della città che va difesa a ogni costo, capoluogo della regione di Dnipropetrovs’k, importante porto fluviale del Paese, imponenti blocchi di cemento, sacchi di sabbia e uomini armati ne sorvegliano gli ingressi.
Sulla E50, la strada europea che corre per circa 6000 km e attraversa tutto il continente, dalla Francia alla Repubblica russa del Daghestan, le gru allestiscono nuove barriere per rallentare ulteriormente il traffico.
Il sole filtra tra i piloni della sopraelevata, sotto alla quale è stato strategicamente allestito un piccolo centro di comando al riparo dagli attacchi aerei e, poco più in là, un carro armato difende il ponte sul fiume Dnepr: il più strategico della città.
Kiev: chi parte e chi resta in attesa dell’apocalisse
“Strade della città deserte, solo militari a presidiare i grandi incroci e civili armati a costruire barricate”, racconta il reporter Cosimo Caridi, che lascia Kiev sull’autobus partito dall’ambasciata italiana mentre cresce l’attesa per l’inizio di quella che potrebbe essere la grande battaglia finale coi rinforzi inviati da Mosca per piegare la resistenza ucraina e deporre Zelensky. Sull’autobus c’è anche la giornalista Roberta Zunini: “Il rischio è che la guerra si trasformi in un conflitto urbano, casa per casa. E sarà complicato distinguere le parti perché ci sono sabotatori russi con insegne ucraine e gruppi di civili armati senza insegne”.
A Kiev è coprifuoco dal pomeriggio di ieri fino alle 8 di domani mattina: “Per una più efficace difesa della città tutti i civili trovati in strada saranno considerati del gruppo di sabotaggio nemico”, annuncia il sindaco Vitalii Klitschko; la notte tra venerdì e sabato “è stata dura, ma non ci sono truppe russe nella capitale” informa Klitschko in attesa della nuova offensiva le cui immagini, se ci sarà stata, questa mattina avranno già fatto il giro del mondo su web, radio e tv. Ieri Kyiv Independent ha aggiornato il bollettino degli scontri che si stringono a tenaglia su Kiev, con i parà russi atterrati a Vasylkiv, 40 chilometri a sud, e i bombardamenti sulla centrale elettrica di Troieshchyna. L’attacco sabato, prima dell’alba, è sostanzialmente respinto, sostengono le forze armate ucraine trionfanti e in mattinata ricompare nel distretto governativo, attraverso un video su Twitter, il presidente Volodymyr Zelensky: “Non credete alle fake news, sono ancora qui”. E ancora: “Non mi serve un passaggio (riferito all’offerta-salvataggio degli Usa, ndr) ma munizioni”.
Risuonanopoi le sirene dell’allarme antiaereo e chi può scende nella metro ridotta a rifugio. Notizie di esplosioni e combattimenti in diverse zone di Kiev, anche vicino ai palazzi governativi, si rincorrono tutto il giorno. La Difesa britannica nel tardo pomeriggio puntualizza: “L’avanzata delle forze russe rallenta a causa di gravi difficoltà logistiche e della forte resistenza ucraina, gli scontri della notte tra venerdì e sabato hanno probabilmente coinvolto un numero limitato di gruppi di sabotatori già posizionati, ma la conquista della capitale rimane l’obiettivo primario di Mosca”.
I supermercati e le farmacie sono chiuse. Rimane aperta qualche bottega alimentare, fino all’esaurimento delle scorte. Molti cercano di partire. La stazione centrale di Kiev è presa d’assalto finché ci sono treni, nessuno chiede il biglietto. “Ho intenzione di restare fino all’ultimo per i tanti connazionali che ci stanno chiedendo aiuto”, comunica l’ambasciatore italiano Pier Francesco Zazo.
Se ne vanno da Kiev per provare a raggiungere il confine con la Moldavia i nostri giornalisti Roberta Zunini e Cosimo Caridi: “Siamo su un mezzo messo a disposizione dal ministero dell’Interno ucraino, con un uomo di scorta. Siamo partiti dall’ambasciata nel pomeriggio e abbiamo raggiunto un convoglio dell’Osce a cui ci siamo accodati. Siamo tra i fortunati che possono andarsene dalla città prima di quella che forse sarà la grande battaglia finale. Le strade sono sgombre, ma ai distributori di benzina ci sono lunghe code se è rimasto carburante; siamo riusciti a rifornirci a Vinnytsya, quattro ore dal confine moldavo; non è chiaro se l’autista dovrà fermarsi per riposare. Dal convoglio Osce ci siamo separati ore fa, procediamo da soli. Con il buio i check point non si vedono più, ma civili armati si fanno notare con le torce con cui segnalano all’autista di doversi fermare, perché c’è il coprifuoco e siamo obbligati a mostrare i nostri documenti. All’ambasciata ci hanno fatto firmare una dichiarazione per assumerci la responsabilità della partenza”. In Italia sono le 22 di ieri. Sul vecchio autobus ci sono venti persone con l’autista e una guardia armata, in viaggio nel buio pesto dell’Ucraina, nella notte dell’Europa.