Finché c’è guerra…

La scena è questa. Il presidente ucraino Zelensky, braccato dai russi sotto le bombe a Kiev, chiama Palazzo Chigi chiedendo del premier italiano e si sente rispondere dal consigliere diplomatico: “Prenda un appuntamento telefonico”. Poi, con calma, il premier richiama Zelensky senza riuscire a parlargli. E corre in Parlamento a commuoversi, glissando sulla prima parte della storia: “Zelensky mi ha cercato stamattina, avevamo stabilito una telefonata alle 9.30, ma a quell’ora non era più disponibile, è nascosto a Kiev da qualche parte”. A Zelensky, già furioso per i pigolii italioti sulle sanzioni, girano i santissimi che producono un tweet drammatico e sferzante: “Oggi, alle 10.30, ci sono stati pesanti combattimenti e sono morte delle persone. La prossima volta cercherò di spostare il programma di guerra per parlare con Mario Draghi in un momento specifico: nel frattempo l’Ucraina continua a lottare”. Ora sostituite “Mario Draghi” col nome e il cognome di un altro premier (uno a caso) e immaginate lo sdegno unanime misto a shignazzi di tg, talk, giornali e politici assortiti. Invece Draghi è come Dash: lava più bianco. Nessun titolo o commento indignato, anzi trovare la notizia completa è impossibile (fuorché su Dagospia). Rep la nasconde in una micro-brevina a pag. 14 senza la prima parte: “Zelensky ‘punge’ Draghi”. Anzi, “punzecchia” (Domani). Ma è solo un “malinteso” (Giornale). Anzi, per il Corriere è colpa del presidente ucraino che “fraintende le parole del premier”. E vabbè, dai, sarà rincoglionito dalle bombe.

Nessuno di quanti dipingevano Draghi come il nuovo capo dell’Europa al posto della Merkel spiega come mai il fu SuperMario s’è ridotto a bonsai e prende sberle da tutti: dai russi, dagli ucraini e persino dagli amici inglesi e americani che non lo riconoscono più. E nessuno gli ricorda, a proposito dei “giorni più bui dell’Europa” nel dopoguerra, che una guerra l’Europa l’ha già vissuta nel 1999 nell’ex Jugoslavia, e per mano della Nato. Del popolo ucraino non frega niente a nessuno: tutti usano la guerra per le proprie guerricciole domestiche. Biden ha ripetuto ossessivamente per tre mesi che la guerra era decisa quando non lo era ancora, per provocarla, far dimenticare l’ignominiosa débâcle afghana e tentare di salvarsi alle elezioni di medio termine. Macron ha le Presidenziali. E i nostri provincialotti giocano alla guerra per sistemare i loro campi larghi e le loro maggioranze Ursula. Infatti mettono Putin in conto a M5S, Meloni e Salvini senza dire una parola sul suo compare B., che per 20 anni ha detto e fatto per lui ciò che nessun altro ha mai fatto o detto in tutto il resto del mondo. Miserabili pagliacci.

I capitalisti del XXI secolo raccontati nel dettaglio, con nomi e cognomi

In tempi di guerra guerreggiata è sempre utile soffermarsi a guardare le dinamiche più profonde che governano il pianeta. Quelle “strutturali” per quanto l’analisi strutturale, in senso marxiano, ancora preziosa e geniale in molti suoi aspetti, non spieghi sempre e comunque tutto. Ma il libro di Rugemer si rende divertente nella sua descrizione della mappa del capitalismo mondiale e dei processi della sua riorganizzazione, grazie alla dichiarata trasparenza dell’approccio scelto. Insomma, l’autore fa i nomi e i cognomi di coloro che, spesso dietro i consigli di amministrazione e le cariche apicali, posseggono davvero interi settori economici e incassano profitti stratosferici.

Di questo nuovo capitalismo, che si è affermato in modo pervasivo a partire dalla grande crisi finanziaria del 2007, “al primo posto ci sono le organizzazioni sul modello di BlackRock, le più potenti. Al secondo posto i fondi di private equity (le cosiddette “locuste”), gli hedge fund e i venture capitalist. Al terzo posto le banche di investimento, le nuove banche private (…). Al quarto posto i cosiddetti cinque “cavalieri dell’Apocalisse”: Google, Apple, Microsoft, Facebook, Amazon”. L’elenco prosegue anche con le imprese emergenti sull’uso delle piattaforme digitali tipo Uber, Deliveroo, Netflix, etc. Alla visione internazionale del mondo capitalistico si associa l’osservazione di quanto sta avvenendo nel nuovo capitalismo veicolato dalla Cina, mentre l’azione di queste mega società viene descritta anche nel nuovo confronto-scontro tra Stati Uniti e Unione europea.

Sembra di rileggere un’analisi dell’imperialismo globale come quella avanzata da Lenin nel 1916, che non a caso viene preso a riferimento. In tempi in cui le potenze globali si scontrano anche sui campi di battaglia, fare il punto sulla struttura reale del capitalismo può essere un utile esercizio.

 

Capitalisti del XXI secolo

Werner Rugemer

Pagine: 378

Prezzo: 25

Editore: Castelvecchi

 

Trilogia in salsa ispanica: l’eroina Scott sgomina mafiosi russi sulla Costa del Sol

È un fenomeno stranamente intrigante quello di Antonia Scott, la trentenne iperintelligente protagonista del thriller ispanico del momento, Lupa Nera di Juan Gómez-Jurado (traduzione di Elisa Tramontin). La trama è una sorta di complottone alla Larsson buonanima – non a caso questo è il secondo volume di una trilogia – ma lo stile, il ritmo e i personaggi hanno un’attrazione magnetica sul lettore, sino alla fine. E a funzionare sono soprattutto i dialoghi esistenziali tra Antonia e l’ispettore Jon Gutiérrez, un omone gay di Bilbao. I due dopo l’exploit non del tutto risolto di Regina Rossa, il primo libro, si ritrovano ad andare da Madrid a Marbella: la Costa del Sol sfigurata dalla bolla immobiliare e colonizzata dalla nazione più mafiosa del mondo, cioè la Russia, con tanti clan a comandare su droga, prostituzione eccetera.

A Marbella è stato ammazzato un piccolo boss ma la moglie è sfuggita ai sicari. È una donna spagnola di nome Lola e tutti la cercano. Il marito Yuri ha tradito il padrino locale, che a sua volta deve rispondere alla spietata madrepatria russa. L’affare è più complesso di quel che appare e Lola forse è più di una mogliettina dedita esclusivamente allo shopping. E così oltre alla polizia di Marbella, ai mafiosi, ad Antonia e Jon, arriva a cercarla pure l’infallibile e crudele Lupa Nera, già allevata dal Kgb come super agente killer e poi assoldata dai clan, dopo la fine dell’Urss. Ma chi sono Antonia Scott e il fedele Jon? Fanno parte di un progetto segreto, Regina Rossa appunto, e agiscono fuori dai binari ufficiali, rispondendo a un capo di nome di Mentor. Antonia va avanti a furia di aiutini chimici per stimolare la mente, ha un marito in coma e un figlio che non vuole stare con lei. Sullo sfondo c’è il filo della storia iniziata nel primo capitolo. Non resta che aspettare il terzo e ultimo.

 

Lupa Nera

Juan Gómez-Jurado

Pagine: 414

Prezzo: 18,50

Editore: Fazi

“Provo sempre dolore da dentro prima di scrivere”

La maestra Meira, quando era bambino, gli chiese di tenere un diario in cui annotare pensieri e accadimenti. Fu uno dei primi germogli sbocciati sui rami dell’albero della scrittura di Eshkol Nevo, autore israeliano che, sulle tracce di Yehoshua e Oz (di cui è stato allievo), sfodera l’innata capacità di raccontare luci e ombre sia del suo Paese sia del genere umano, la sua più grande passione insieme ai viaggi e alle albicocche, il frutto che per lui rappresenta “il fascino delle cose che nella vita sono limitate nel tempo e si apprezzano di più”.

Non immaginava che sarebbe diventato scrittore. Da adolescente si accorse però che le sue fantasie onanistiche erano più dettagliate di quelle degli amici: “Le loro andavano dritto al sodo, come un’istantanea. Nelle mie c’erano ostacoli, conflitti, figure a tutto tondo”, gli stessi ingredienti dei suoi romanzi. A 25 anni, in Sudamerica (terra in cui ambienta Neuland immaginando la rifondazione dello Stato d’Israele in una fattoria a sud di Buenos Aires), si mise a scrivere lettere alla fidanzata e, poiché non accadeva niente dove viveva, cominciò a inventare, fantasticare. Così le missive risultavano più fluide. Insomma, con la penna ci andava a nozze. Confessioni, queste, contenute ne L’ultima intervista in cui Nevo, tra finzione e verità, risponde alle domande giunte per lui su un sito web.

51 anni, nato a Gerusalemme, nipote di Levi Eshkol, tra i padri fondatori dello Stato d’Israele, si è lasciato sedurre da carta e inchiostro dopo aver studiato psicologia e aver lavorato in pubblicità. Cresciuto in una famiglia laica, in cui “l’ebraismo era considerato un non problema”, sente forti le sue radici. “Mi sono reso conto di quanto io sia ebreo da quando sono diventato scrittore: scrivere in ebraico, utilizzare nella mia lingua parole che hanno un senso profondo e sfaccettato mi fa scoprire la mia identità”. Se ne La simmetria dei desideri i bigliettini a cui i protagonisti affidano i propri desideri richiamano il muro del pianto di Gerusalemme, ne l’ultimo Le vie dell’Eden, edito da Neri Pozza come i precedenti (per lui l’Italia è seconda patria letteraria, la considera “casa”), l’ispirazione giunge dal Talmud in cui si narra di quattro persone che entrarono nel Pardès, il giardino dell’Eden, e di come solo una ne uscì incolume.

Si sa, cedere alle tentazioni è rischioso. Il Paese natale e la sua cultura respirano tra le righe. Incentrate sulle relazioni, tra amicizia, amore, erotismo, gioie e dolori, animate da uomini e donne tormentati in conflitto tra loro, e per questo vivi fino all’osso, le storie di Nevo attingono forza da tre elementi: fame, dolore, inquietudine. Quando era coinvolto in un adattamento di Tre piani (il romanzo da cui Nanni Moretti ha tratto l’omonimo film) per un teatro di Tel Aviv la drammaturga gli disse: “Ti pensavo sazio e soddisfatto del tuo status. Invece hai fame”. Fame intesa come desiderio. “Senza fame ci si arrende”, rispose.

Quel desiderio ha talvolta vacillato, l’ultima durante la pandemia, ma Nevo – lo racconterà lunedì a Bologna nella lectio magistralis dal titolo Hope per le “Umberto Eco Lectures” – ha trasmutato paura e incertezza in speranza. “O sei ottimista o non lo sei. Sulla speranza, invece, ci puoi lavorare, puoi coltivarla. Gli ultimi due anni sono stati duri, sono sopravvissuto leggendo e scrivendo”. È infatti durante il lockdown che Le vie dell’Eden ha preso forma. Come in Tre piani, in cui coglie tre personaggi, residenti nello stesso palazzo su piani diversi, in un momento di crisi anche qui tre vicende apparentemente slegate – un omicidio, una faccenda di molestie e una sparizione – s’intrecciano. Imperniato sul tema del peccato e della fiducia, della colpa e dell’innocenza e sulla meccanica della confessione, Le vie dell’Eden mostra i protagonisti nella loro autentica e fallace umanità, tra rovelli interiori, passioni divoranti e pure un bel po’ di tristezza. “Prima di cominciare a scrivere sanguinavo dolore da dentro. Poi mi sono trovato a distribuire la mia tristezza ai personaggi nelle storie che inventavo”. Trasferire rimpianti e amarezze nei libri può esser terapeutico per chi scrive ma pure per chi legge. Cogliere il lato oscuro di qualcun altro aiuta a percepire il proprio come meno pesante da sopportare.

Il “Primo sangue” (di papà) non mente

Non c’è stagione editoriale senza una nuova commedia gotica di Amélie Nothomb. Da trent’anni esatti l’autrice belga timbra il cartellino in libreria con i suoi peculiari volumi sottili, perfetti per ingannare il tempo in un viaggio di sola andata. Anche Primo sangue, fresco di stampa per Voland, si snoda lungo un centinaio di pagine. In copertina c’è la stessa Nothomb, alla stregua di una dark lady in posa estatica. Un’esca forse indovinata per questa storia che, fedele a una scrittura piana, corre sul filo di un protratto spleen.

L’io narrante si trova davanti a un plotone di esecuzione. Sia all’inizio del testo: “Rifiuto l’ingiustizia della mia morte, chiedo ancora un momento”, sia alla fine: “Sono vivo e lo resterò”. Tra questi due estremi a raccontarsi è un diplomatico che ripercorre 28 anni della propria biografia, dalla nascita in un milieu di aristocratici declassati a una terribile presa di ostaggi in Congo a metà degli anni 60. Non è un personaggio di fantasia ma il padre dell’autrice, scomparso nel marzo 2020. È dunque una storia famigliare autentica quella di Patrick Nothomb.

L’infanzia è immortalata con toni da realismo magico (ricorda per sommi capi quella della stessa Amélie come l’ha tratteggiata in Sabotaggio d’amore). Accudito dai nonni materni (padre militare morto e madre anaffettiva), Patrick trascorre il Natale e le vacanze estive presso il ramo paterno. Il nonno Pierre, avvocato con titolo nobiliare e poeta dilettante, nasconde dietro le mura del castello di Pont d’Oye una realtà simile a una fiaba dei fratelli Grimm. Ha 13 figli, zii di Patrick, di cui cinque suoi coetanei. I più piccoli sono denutriti perché lungo la tavolata, a pranzo e a cena, vengono serviti per ultimi a fronte di vivande contese e di per sé scarse. L’indigenza è tale che si batte per il freddo durante i rigidi inverni delle Ardenne: “Sopravvivere all’infanzia restava un’esperienza darwiniana per i figli di Pierre Nothomb”. Patrick, illuminato dalle poesie di Rimbaud, cresce con il sogno di diventare un portiere e alla prese con una seccatura ricorrente: sviene alla vista del sangue. Si laurea in legge e supera il concorso in diplomazia. Frattanto sposa Danièle, una ragazza di bassa estrazione malvista dal nonno, che lo richiama alla sua reputazione blasonata: “È stato un Nothomb a redigere la Costituzione del nostro Paese”. Ma a conferirgli lo status di eroe e dunque la dignità romanzesca è la sua professione di console presso la comunità belga di Stanleyville in Congo. Nel 1964 con 1.500 compatrioti si trova al centro della più grande presa di ostaggi del XX secolo da parte dei ribelli locali. Grazie al suo coraggio riesce a preservare per quattro mesi la vita di uomini e donne fino alla loro liberazione da parte dei paracadutisti inviati dal governo di Bruxelles.

Patrick ipnotizza il suo “pubblico” di carcerieri con una sorprendente abilità, al pari di Scheherazade, nel tessere storie: “Finché regnava la parola, potevo sperare di cavarmela”. Un talento affabulatorio capace di sedurre e di sospendere il corso del tempo. Proprio come accade, guarda caso, nella narrativa della figlia Amélie. Buon “primo sangue” non mente.

 

Primo sangue

Amélie Nothomb

Pagine: 128

Prezzo: 16

Editore: Voland

Professione reporter: così Bob Capa diventò il più incisivo fotografo di guerra

Ebbe una vita spericolata fino all’ultimo, Robert Capa (1913-1954), fino a quando mise un piede su una mina fatale a sud-est di Hanoi. E pensare che quando il giovane ungherese Endre ErnoőFriedman – questo il suo vero nome – si trasferisce diciassettenne a Berlino per studiare scienze politiche non sospetta che diventerà il primo foreporter di guerra e che di lì a venire i suoi prossimi vent’anni (gli ultimi) li trascorrerà a inquadrare le vite degli altri da dietro la sua Leika. Anzi, l’impegno artistico in cui si profonde all’inizio è la scrittura.

Endre, però, rincorre gli istanti e non ha pazienza. Gli piace scattare foto ma di incarichi seri nessuna traccia. Lasciata la Germania a causa dei venti nazisti, a Parigi conosce giovani colleghi più affermati come David Seymour, Henri Cartier-Bresson e Gerda Taro, che diventa la sua compagna. Ed è proprio Gerda, mentre sono in volo verso la Spagna per documentare la Guerra civile, a suggerirgli di cambiare nome: Friedman non funziona, ne serve uno che – lo racconterà lui stesso anni dopo – “sembri americano”, in modo da potersi atteggiare a fotografo famoso. Così, il 23 settembre del ’36 sulla rivista francese Vu viene pubblicato il celebre scatto del miliziano colpito a morte a Cordova: la prima foto di Bob Capa. Tale ascesa si conclamerà, poi, con i reportage sul secondo conflitto mondiale – indimenticabili le immagini per Life di Palermo e Agrigento, dove pure incontra un giovane Andrea Camilleri –, lo sbarco in Normandia, ma anche lontano dalle trincee. E ci pensa la mostra Robert Capa. Fotografie oltre la Guerra a villa Bassi ad Albano Terme (fino al 5 giugno) a raccontare questo suo aspetto inedito, interessato allo spirito e alla cultura del suo tempo: ecco, allora, Picasso in spiaggia con la compagna Françoise Gilot, Henri Matisse intento a disegnare, Ingrid Bergman sul set di Arco di Trionfo di Lewis Milestone o le immagini del Tour de France del ’38, dove all’improvviso al posto della corsa sceglie di immortalare gli spettatori. Immerso fino al collo nella battaglia o nella vita, dunque, Capa narra sempre la nostra umanità.

 

“Un inadeguato” di successo: Salce

Che c’è da ridere di uno che non vuole fare l’attore ma è costretto – dalle circostanze, dal cognome, dalle aspettative altrui – a recitare? Molto, almeno a dar retta a Emanuele Salce, figlio d’arte di Luciano Salce, figlioccio d’arte di Vittorio Gassman, showman di successo grazie a Mumble Mumble… ovvero confessioni di un orfano d’arte.

Ora l’attore è tornato in scena, col sodale Paolo Giommarelli, all’Off/Off di Roma: sul palco porta il Diario di un inadeguato, ovvero Mumble Mumble atto II, scritto insieme ad Andrea Pergolari e diretto da Giuseppe Marini. La trama è strutturata in due quadri, entrambi autobiografici (nella finzione; in realtà, chissà): il primo è una storia d’amore, che riannoda il filo con il primo Mumble Mumble; il secondo è una (tragicomica) esperienza di “morte”, quantomeno invocata, dopo un debutto disastroso in teatro quale “primattore cane e raccomandato”.

“Eros e thanatos, come sempre – si legge nelle note di sala –, “pulsioni di vita e pulsioni di morte: la morte dell’amore e l’amore per la morte”. Il piglio psicoanalitico è denunciato e sin recitato: ci pensa Giommarelli a mettersi nei panni dello strizzacervelli per poi camuffarsi da regista o da amico artista. È lui il testimone, il primo spettatore, lo sparring partner di Salce.

Anche il pubblico fa la sua parte, come in una stand-up comedy: la sala è piena – vip compresi, come il gaudente e plaudente Gianni Letta in prima fila con la moglie – e gli ammiratori sono molti. Lo si capisce dalle risate anticipate, scappate di bocca prima ancora che l’attore finisca le battute: della liaison con la belloccia Amanda (che chiudeva rovinosamente il primo spettacolo) gli spettatori sanno già molto, o almeno abbastanza, quanto basta per lasciarsi andare all’ilarità di fronte a un “inadeguato” 33enne incapace di intrattenere una relazione con una donna.

Siparietti a parte – la parodia dei defunti padri è sempre ficcante, così come i funerali della “ziastra” Gassman e l’esercito di “parafamiliari” ingombranti –, il canovaccio più divertente è il secondo, quando Salce non teme più il confronto col primo monologo e si lascia andare a un flusso di coscienza metateatrale: adesso è alla vigilia dei 40 anni, scritturato per caso da un amico come interprete di una pochade, in preda allo sconforto profondo di non essere all’altezza del ruolo e inseguito da idee suicidarie. Il teatrante debuttante vorrebbe gridare al mondo: “Io non valgo un cazzo… E poi mi sarei buttato dalla finestra”. Con la coscienza a posto.

Salce è bravo a condurre il gioco (anche grazie al compagno-spalla Giommarelli) dentro e fuori la recita, alternando registri comici e drammatici, attacchi di panico e autoironia, sentimenti e commenti: la drammaturgia, tuttavia, è un poco disomogenea; c’è uno iato tra prima e seconda parte col risultato di troppi finali, stop and go, cadute e ripartenze. Ma c’è sempre il teatro a tenere assieme tutto: “Il teatro, il treno su cui avrei dovuto salire”. Persino, a volte, per salvarsi la vita.

 

Teatro Off/Off, Roma, fino a domani

“Diario di un inadeguato ovvero Mumble Mumble II”

Emanuele Salce

“Belfast”, lettera d’amore di Branagh alla sua città

È il tempo dei self-biopic. A cui s’aggiunge, almeno come ispirazione autobiografica, il fresco vincitore della Berlinale, Alcarràs. Accanto al “nostro” Sorrentino candidato tra gli internazionali, agli Oscar esplode con 7 nomination quello di Kenneth Branagh, il da tempo annunciato e atteso Belfast. Ed esplodere sembra il verbo più adatto a questo film che mette le bombe al centro della memoria di Branagh bambino quando, nell’agosto del 1969, fu testimone dell’inasprirsi del conflitto nordirlandese proprio sotto casa sua.

Accompagnato dalla musica e dalla voce inconfondibili di Van Morrison, che ha firmato l’intera soundtrack, Belfast però non è un film sulla guerra, è soprattutto una nostalgica lettera d’amore alla città natale che il cineasta ha dovuto abbandonare con la famiglia da piccolo quando la brutalità della Storia stava superando l’innocenza dell’infanzia.

Entrando in scena nei panni del biondissimo, lentigginoso e chiacchierone bambino che fu, Branagh compie il non facile gesto di auto-rappresentazione, consapevole di mettere il proprio sguardo al servizio dell’immaginazione infantile, seducente quanto fallace, in un avvolgente bianco & nero.

La ricognizione testimoniale del dramma storico diventa fiaba e sogno, l’incanto e il gioco prendono necessariamente il sopravvento sui “misteriosi” guai che accadono alla sua famiglia. Negli occhi del baby Kenneth (detto “Buddy”) tutti celebrano Belfast, luogo di magie, di canti tradizionali struggenti e scatenati balli popolari, nutriti da quell’inconfondibile ironia e sorriso che da sempre permette agli irlandesi di superare i soprusi dei vicini britannici. È in questo clima di contraddizioni che il piccolo Ken inizia a manifestare la passione per il cinema, creandosi un mondo auto-protetto dall’immaginazione per resistere alla distruzione in corso “laffuori”.

Seppur emozionante, e con distinti momenti di scrittura e regia, Belfast non riesce, purtroppo, a trasformare l’ispirazione del ricordo frammentario in un racconto cinematografico narrativamente e formalmente convincente, limitandosi alla patina della buona confezione di rado capace di graffiare con visionarietà la tela della memoria.

Con “Il legionario” il conflitto razziale ora è dentro casa

I motivi per farsi piacere Il legionario non mancano. Innanzitutto, ha le idee chiare, può essere raccontato in poche parole, virtù sconosciuta a tanto cinema italiano. La sinossi, chi scrive da Trieste in giù se la segnasse: “Daniel è l’unico poliziotto di origine africana del Reparto Mobile di Roma. Deve sgomberare un palazzo occupato in cui vivono 150 famiglie. Una è la sua”. A firmare soggetto e sceneggiatura, a sei mani con Giuseppe Brigante e Emanuele Mochi, è il regista Hleb Papou: classe 1991, natali in Bielorussia, dal 2003 in Italia, l’opera prima Il legionario sviluppa il corto omonimo con cui si è diplomato in Regia al Centro Sperimentale nel 2016.

Altro pregio non sottovalutabile, la durata: 81 minuti, misura fisiologicamente aurea, Hitchcock avrebbe plaudito. Di periferie, guerra tra poveri, proletariato in camera e tinello il nostro cinema ha abboffato lo schermo, e non solo quello, risolvendosi il più delle volte nell’oleografia, con indicazione geografica romana, la riduzione del conflitto per esito, il volemose bene per mantra. Qui il registro cambia, e sensibilmente: riflettendo l’Italia multiculturale odierna e segnatamente inquadrando le seconde generazioni, Papou trasforma “un’immagine che mi era venuta in mente nel 2014, ovvero di un poliziotto di pelle nera in uno dei reparti più duri della Polizia, un ragazzo che in uno Stato democratico rivendica il diritto di essere un celerino, contro tutti gli stereotipi”.

Eppure, al di là degli sfottò razzisti di cui è bersaglio, lo scontro non è tra Daniel e i colleghi, a cui film meno profondi e ambiziosi si sarebbero risolti, bensì rinnova il mito fondativo dell’Urbe, rispolverando Romolo e Remo, ovvero l’origine fratricida: da un lato, il celerino; dall’altro, suo fratello, “un occupante che lotta per il diritto di avere un tetto sopra la testa”. Questo – e in mezzo ci sta la madre piena di pietas – è il colpo messo a segno da Il legionario: il conflitto è cosa loro, ossia cosa nostra, con un affrancamento dall’opposizione noi-loro che ha tutti i crismi della libertà poetica e politica, vale a dire dell’autorappresentazione.

Se l’ironia, e il sarcasmo, è romana, la temperie è poco italiana: Clemart e Mact, che producono con Rai Cinema, e Fandango, che distribuisce, portano in sala un oggetto identificabile più con i contemporanei polizieschi francesi, da I miserabili a BAC Nord, che con ACAB (2012) di Stefano Sollima, che pure aveva in Pierfrancesco Favino un celerino moralmente lacerato. Ma la valenza sociologica, il precipitato antropologico eccede la divisa: Il legionario prende di petto l’emergenza abitativa, facendo dell’ipercritica realtà romana – 92 insediamenti abusivi e 12 mila occupanti – tema d’indagine e interrogativo etico.

Avercene di questi esordi, lucidi per analisi, coraggiosi per umanità: premiato a Locarno e Annecy, Hleb Papou ha un promettente avvenire. Intanto, Il legionario: da vedere.

 

Pipistrello rock: “Batman”

“La mia prima volta in costume, il privilegio di essere Batman”. Robert Pattinson oggi è soddisfatto, ma è stata dura: cinque anni di attesa, tre di lavorazione, 15 mesi di riprese, un polso rotto e il Covid. Non bastasse, una parola d’ordine a uso e consumo del pubblico: far dimenticare. Il Batman migliore, quello della trilogia del Cavaliere oscuro di Christopher Nolan, Batman Begins (2005), The Dark Night (2008) e The Dark Knight Rises (2012), col volto di Christian Bale. E il Batman peggiore, quello di Ben Affleck – sarebbe dovuto tornare anche qui… – per la regia di Zack Snyder in Batman v Superman: Dawn of Justice (2016) e corollari. L’alba di una nuova era non ammette indeterminatezza, dunque The Batman, con l’articolo determinativo e persino qualche crisma della origin story: se dalla bacheca (il Leone d’Oro di Venezia, poi due Golden Globes e due Oscar) al box office (un miliardo e 74 milioni di dollari) la sua acerrima nemesi ha beneficiato della cura Todd Phillips & Joaquin Phoenix in Joker del 2019, l’Uomo Pipistrello avrebbe dovuto stare a guardare?

DC Comics punta esplicitamente a replicare quel successo, e il ritorno al futuro della creatura di Bob Kane e Bill Finger passa per l’inedita coppia dietro e davanti la macchina da presa: Matt Reeves, il regista di Cloverfield e due “Pianeti delle scimmie” e, appunto, Pattinson, il vampiro Edward Cullen di Twilight divenuto il darling di tanto cinema d’autore, da Cosmopolis di Cronenberg a Good Time dei Safdie, da High Life di Claire Denis a The Lighthouse di Robert Eggers. Dal 3 marzo sul grande schermo, The Batman ha l’onere della prova e l’onore di provarci: dopo Spider-Man (No Way Home è arrivato a 1 miliardo e 833 milioni di dollari, sesto risultato di sempre), il botteghino globale è pronto a consegnarsi a un altro campione in calzamaglia? Accreditato di un budget di cento milioni, potrebbe soffrire di ansia da prestazione: sopra tutto alle nostre latitudini, la missione è da salvatore della patria, pardon, della sala, prostrata dal Covid e ora minacciata dalla guerra in Ucraina. Nel cast la Catwoman Zoë Kravitz, l’Enigmista Paul Dano, il detective Jim Gordon di Jeffrey Wright, John Turturro, Peter Sarsgaard, Jayme Lawson, Andy Serkis per Alfred e il Pinguino Colin Farrell, The Batman rifà i connotati al duplex Batman e Bruce Wayne, il primo vagabondo e vigilantes, il secondo orfano e rimuginante, entrambi inclini alla vendetta. La sintesi che Reeves, anche sceneggiatore, affida a Pattinson non ha la memoria corta, ma plurima: “Volevo un’aura rock-and-roll e solitaria, un incrocio tra Kurt Cobain e Howard Hughes. Bruce ha rinunciato a essere un Wayne, è una rock star che anziché uscire ed esibirsi la notte diventa Batman”. Se non psicanalitico, il voltaggio è introspettivo, sofferto: “Bruce non è più un playboy, dedito alla socialità e perfino sciocco come nei film precedenti, ma è solo, isolato, e questo è affascinante. Matt lo vedeva piuttosto nichilista, ma in ballo – obietta Pattinson – ci sono anche le emozioni: Bruce non sa se salverà il mondo, se nei panni di Batman funzionerà, ma sa che non ci sono altre opzioni. C’è una sorta di disperazione in lui, stavolta non è in pieno controllo, vive l’oscurità”.

Le ricadute investono l’Uomo Pipistrello, sia nella forma: “Pochi i vantaggi della tecnologia, arriverà la Batmobile, ma di base ha solo un’armatura antiproiettile” che nella sostanza: “È molto vulnerabile, eppure non molla, come se fosse guidato dalla rabbia. Ho l’impressione che voglia continuare a ricreare la notte in cui morirono i suoi genitori, sicuramente è più preoccupato di vedersi svelata la propria identità che di soccombere”. L’attitudine è “al mystery e al lavoro del detective” che Wright, il primo Jim Gordon di colore, associa “agli anni Settanta di Sidney Lumet, de Il braccio violento della legge e di Tutti gli uomini del presidente”, ma anche “al cuore, alla vera natura di quel che è Batman”. Altre eredità le provvede l’Enigmista di Dano, che dal costume “abbastanza sconvolgente” al terrore che parimenti diffonde tra colpevoli e innocenti, si prova radicalmente diverso dalle incarnazioni passate, in primis Jim Carrey, e guarda non solo per gli indovinelli al serial killer Zodiac di David Fincher. Tutto è “umano, molto umano”, dalla Gatta di Zoë Kravitz a Gordon, “alla sua idea e ideale di integrità, all’operato al servizio della collettività”, nondimeno, uno spettro si aggira per Gotham, precipitato fedele e inquietante di questi tempi. Sarà che l’Uomo è appunto Pipistrello, e ne vediamo pure uno ingabbiato nel finale, sarà che la sua maschera è perfettamente complementare a quelle che indossiamo ancora oggi, ma The Batman ha un nemico ancor più scellerato dell’Enigmista e più infido del Pinguino: la pandemia.