Falcomatà, sindaco sospeso: respinto ricorso sulla Severino

Il tribunale civile di Reggio Calabria ha confermato la sospensione di Giuseppe Falcomatà (Pd) da sindaco di Reggio Calabria. I giudici hanno rigettato il ricorso presentato contro i decreti del prefetto che, a novembre, a causa della legge Severino lo aveva sospeso in seguito alla condanna rimediata al termine del processo “Miramare” a un anno e 4 mesi di carcere per abuso d’ufficio. In particolare, il Tribunale ha ritenuto i motivi del ricorso “assolutamente infondati”. Le questioni di legittimità costituzionale sono state giudicate “inammissibili” e “irrilevanti”.

Strage Bologna, chiesti ergastolo e isolamento per Paolo Bellini

La Procura generale di Bologna ha chiesto l’ergastolo, con isolamento diurno di tre anni, per Paolo Bellini, accusato di essere uno degli autori della strage del 1980 alla stazione di Bologna. Contro l’ex terrorista di Avanguardia nazionale, secondo i Pg Nicola Proto e Umberto Palma, ci sono “macigni probatori”. In particolare un video, girato la mattina del 2 agosto 1980 da un turista svizzero, in cui compare un uomo con i baffi e i capelli ricci riconosciuto dall’ex moglie come Bellini. La donna ha ammesso di aver mentito in passato, quando gli aveva fornito un alibi. “Abbiamo qualificato il fatto come crimine punito dall’articolo 285 del codice penale, perché si tratta di un crimine contro la personalità dello Stato”, ha spiegato Palma, per poi concludere: “La strage non colpisce soltanto le vittime malcapitate, ma offende un valore, il valore principale della nostra Repubblica, che è la democrazia. Perché se io con il sangue tento di condizionare la vita democratica, i flussi di voto, il consenso, e tento di far scattare una reazione che possa influenzare la vita politica del Paese, offendo la Costituzione, il Paese stesso, l’Italia”. Dopo 69 udienze arriva così a conclusione il tredicesimo processo sulla strage bolognese. Bellini è imputato in concorso con gli ex Nar già condannati e con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, tutti deceduti e non più imputabili, ma ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato in cui persero la vita 85 persone. La strage, secondo i magistrati, fu finanziata a partire dal 1979 dai vertici della P2 grazie ai soldi distratti dal Banco Ambrosiano.

La Procura generale ha chiesto anche una pena di 6 anni per l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, accusato di depistaggio, e di 3 anni e 6 mesi per Domenico Catracchia, ex amministratore di un condominio in via Gradoli, a Roma, responsabile secondo l’accusa di false informazioni ai pm per sviare le indagini.

Ostia, l’Appello riduce pena a Claudio Cirinnà

Ridotta in Appello la condanna per Claudio Cirinnà e assolto il figlio Riccardo. I due, fratello e nipote della senatrice Monica Cirinnà, del tutto estranea all’inchiesta, erano tra i 28 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare del luglio 2020 in seguito all’indagine della Dda di Roma che aveva smantellato la famiglia Senese, tra cui il capo clan Michele Senese, detto Michele O’ Pazz. Le accuse, a vario titolo, erano di usura, autoriciclaggio, estorsione e intestazione fittizia di beni per aver prestato e chiesto soldi a una persona che si trovava sottoposta anche alle indebite “attenzioni” del clan di Camorra. Claudio Cirinnà, secondo gli inquirenti, non aveva relazioni dirette con il gruppo di Michele Senese.

Puglia, altro assessore indagato in Regione

L’assessore al Personale della Regione Puglia, Giovanni Francesco Stea, è indagato per concorso in tentata induzione indebita a dare o promettere utilità, nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Bari per fatti risalenti al 2019, quando Stea era assessore all’Ambiente. L’inchiesta è relativa a controversie in corso tra la Regione e un’azienda che si occupava della direzione lavori e della sicurezza negli interventi sul rischio idrogeologico in alcuni comuni. Stea avrebbe tentato di convincere i referenti della ditta a risolvere la questione in sede stragiudiziale e a ritirare una denuncia, garantendo successivi incarichi. Diverse le indagini a Bari, di varia natura, sui componenti della giunta regionale guidata da Michele Emiliano.

La Cassazione assolve Ieffi: “Non fu turbativa”

Assolto dopo due condanne. La Corte di Cassazione ha sollevato l’imprenditore Antonello Ieffi dalle accuse di turbativa d’asta, indagato dalla Procura di Roma su un lotto di gara Consip da 15,8 milioni euro per l’acquisto e la fornitura di 3 milioni di mascherine mai arrivate in Italia. I supremi giudici hanno annullato senza rinvio “perché il fatto non sussiste” la sentenza di appello impugnata dal nuovo difensore dell’imprenditore, l’avvocato Carlo Bonzano. Ieffi, che era stato arrestato in pieno lockdown, il 9 aprile 2020 e scarcerato dopo un mese, era stato condannato sia in primo che secondo grado a 2 anni e mezzo di carcere.

Escort, l’ex autista di Lavitola: “Buste chiuse da Grazioli”

“Da Palazzo Grazioli ho preso buste chiuse, formato A4. Credo contenessero documenti: non le ho mai aperte”. Lo ha riferito Rafael Manuel Chavez, ex autista e fattorino di Valter Lavitola, ascoltato ieri mattina in aula come testimone al processo che vede alla sbarra Silvio Berlusconi con l’accusa di aver pagato l’imprenditore Gianpaolo Tarantini per mentire ai pm baresi che indagavano sulle escort condotte alle feste nelle sue residenze private. Chavez rispondendo alle domande del pubblico ministero Eugenia Pontassuglia ha confermato di essere andato diverse volte a Palazzo Grazioli dove in tre occasioni avrebbe ritirato buste chiuse, ma altre volte avrebbe anche consegnato telefoni e regali. I suoi riferimenti erano sempre gli stessi: il maggiordomo Alfredo Pezzotti o la segretaria dell’ex premier Marinella Brambilla. Nell’aula “E” del tribunale di Bari, ieri il giudice Valentina Tripaldi ha rigettato la richiesta della difesa dell’ex premier, di autorizzazione alla Camera dei Deputati per la trascrizione di 5 intercettazioni: la richiesta di autorizzazione, avrebbe di fatto allungato ancora di più i tempi di un processo già particolarmente lungo. I fatti risalgono al periodo tra l’estate 2010 e l’agosto 2011: Berlusconi, per l’accusa, avrebbe offerto a “Gianpi” (condannato in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione) 500 mila euro, le spese legali, l’affitto di un appartamento ai Parioli, e anche un lavoro fittizio che spiegasse il suo elevato tenore: tutto per non svelare la verità su quelle serate.

“Tutelare Gratteri, è sotto attacco”: Area invoca il Csm

Aprire una pratica a tutela di Nicola Gratteri e di tutti i pm di Catanzaro. L’hanno chiesta i 5 consiglieri al Csm di Area, la corrente progressista. “Da alcune settimane – si legge nella richiesta al Comitato di presidenza – è in atto una quotidiana campagna di stampa nei confronti dei magistrati di Catanzaro, che vengono accusati esplicitamente di agire per fini personali, di sottoporre a tortura persone innocenti”. Sebbene, proseguono i togati, “il diritto di critica nei confronti delle iniziative giudiziarie è connotato irrinunciabile del sistema democratico, può e deve essere esercitato anche in maniera severa, non può mai tradursi, però, in invettive gratuite o in aggressioni personali nei confronti di magistrati da anni impegnati nel contrasto al crimine organizzato”. C’è un rischio, avvertono i consiglieri, “quello di delegittimare l’azione della magistratura e dello Stato in un territorio difficile come la Calabria, nel quale è fortissima la presenza della criminalità organizzata e la sua capacità di penetrare la società e le istituzioni a ogni livello”.

Tolto 41-bis al boss che uccise Fava: “Non più temibile”

“Aver revocato il regime di massima sicurezza del 41-bis a un capomafia del rango di Aldo Ercolano, ignorando le indicazioni contrarie espresse dalle Dda e dalla Dia, rappresenta un assist agli interessi di Cosa nostra. Mi auguro che il ministro della Giustizia Marta Cartabia intervenga”. Lo afferma Claudio Fava, presidente della commissione antimafia siciliana e figlio del giornalista Pippo Fava, ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984 a Catania. Tra i mandanti dell’omicidio c’era proprio Ercolano, considerato rampollo dell’omonima famiglia mafiosa e nipote del padrino Benedetto ‘Nitto’ Santapaola. Ercolano è detenuto dal 1994 e sta scontando diverse condanne all’ergastolo. “È stata riscontrata la mancata pericolosità di collegamento con l’esterno e con la criminalità organizzata – spiega il legale Fabio Federico -. È la quarta revoca del 41-bis, dal 2010 a oggi i tribunali di sorveglianza hanno ripetutamente detto che non è pericoloso, inoltre Ercolano ha dichiarato la sua chiusura con il passato deviante”.

“Scappare dai giudici è una vergogna”

Quando nel 2011 toccò a Silvio Berlusconi chiedere la cortesia ai colleghi parlamentari di sollevare il conflitto di attribuzione sul caso Ruby, il Partito democratico era all’opposizione. E denunciò con profondissima indignazione quel voto grottesco, servito a ribadire che sì, quella minorenne finita nelle grazie dell’ex premier poteva essere davvero la nipote di Mubarak. Oggi nella sfida di Matteo Renzi alla procura di Firenze il Pd sta dall’altra parte, contro i magistrati.

Non è il partito di undici anni fa, è chiaro: non c’è più il segretario Pier Luigi Bersani, ha vissuto la stagione renziana e ha cambiato pelle in via definitiva (anche perché molti fedeli del culto rignanese sono rimasti acquattati al Nazareno e ne riempiono i gruppi parlamentari). Fa comunque una certa impressione misurare la mutazione leggendo le parole di allora, quando i dem definivano la fuga di Berlusconi dai magistrati “una vergogna nazionale”. Anche perché alcuni dei suoi leader erano gli stessi.

L’attuale segretario Enrico Letta definiva il voto su Ruby con parole di fuoco: “Per difendere Berlusconi la maggioranza e il governo stanno facendo un danno alle istituzioni che rimarrà nella storia del Paese”. Anche Dario Franceschini, oggi ministro della Cultura, seppe dimenticare il suo proverbiale aplomb moderato: “C’è una differenza ormai intollerabile tra quello che accade nel mondo e il Parlamento, che lavora solo sui problemi di Berlusconi”, dichiarò a margine del voto sul conflitto di attribuzione. Debora Serracchiani, oggi capogruppo alla Camera, scomodò la storia romana: “L’imperatore Caligola nominava senatore il suo cavallo, oggi Berlusconi ordina alla sua maggioranza di credere nello ‘zio Mubarak’: non so chi sia più perverso”. Poi denunciò “l’uso strumentale delle assemblee parlamentari” e si domandò quanto grande fosse “il suo timore della giustizia”.

Parole definitive anche da Anna Finocchiaro, che di recente qualcuno nel Pd voleva proporre per il Quirinale: “Questa discussione e questa decisione sono esclusivamente, perdonatemi la volgarità, una marchetta nei confronti del Presidente del Consiglio”. Mentre per la capogruppo di allora in commissione Giustizia, Donatella Ferranti, quel voto sul conflitto di attribuzione era un tentativo di “sovvertire i principi cardine dello Stato democratico”.

“Open, nessun reato dei pm: le chat acquisite lecitamente”

Per i magistrati di Genova i colleghi di Firenze non hanno commesso reati nell’indagine sulla Fondazione Open. Il perché lo scrivono in tre pagine in cui chiedono di archiviare il procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo e i pm Luca Turco e Antonino Nastasi, indagati per abuso d’ufficio dopo la denuncia di Matteo Renzi dello scorso 11 febbraio. Si tratta dei tre pm fiorentini che hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio per finanziamento illecito nei confronti di Renzi e altri nell’ambito dell’indagine sulla Fondazione Open (udienza preliminare il 4 aprile). Renzi li ha denunciati per violazione dell’articolo 68 della Costituzione (sulle guarentigie parlamentari) e abuso d’ufficio, lamentando che erano stati “acquisiti senza autorizzazione a procedere” i suoi messaggi Whatsapp di giugno 2018 con l’imprenditore Manes (non indagato) e le mail con l’imprenditore Marco Carrai, indagato per finanziamento illecito nella stessa indagine fiorentina su Open. Renzi nella sua denuncia fa anche riferimento all’estratto del conto corrente finito agli atti.

Su questi fatti la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha sollevato un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale: per la giunta era necessaria l’autorizzazione preventiva del Senato. La relazione è stata approvata (con 167 voti sì e 76 no) anche dal Senato. Vedremo cosa deciderà la Consulta.

Intanto nella richiesta di archiviazione la Procura di Genova spiega perché l’autorizzazione a procedere per acquisire l’estratto del conto corrente del senatore non era necessaria: “Si è trattato – scrivono i pm – di acquisizioni documentali (…) che non rientravano nella nozione di corrispondenza per cui potevano, così come ha precisato anche la Suprema Corte (…), essere oggetto di sequestro senza previa autorizzazione della Camera di appartenenza”. Ci sono poi le email e messaggi, risalenti a quando Renzi era già senatore. Tra questi quelli con Carrai, il quale ha presentato ricorso contro le perquisizioni del 2019, incassando diversi pareri favorevoli della Cassazione, l’ultimo, senza rinvio, il 18 febbraio. Le chat di Carrai saranno sfilate dal processo.

Per i pm di Genova, però, sulle chat non c’è un problema di acquisizione. I messaggi del senatore, spiegano nella richiesta di archiviazione, sono finiti agli atti in modo casuale e non “mirato”: “Non si ravvisano – scrivono i pm – evenienze dalle quali si possa desumere che ci si trovi in presenza di acquisizioni ‘mirate’, emergendo anzi elementi di segno opposto”. Inoltre “i sequestri – continuano i pm – sono stati eseguiti nei confronti di soggetti non legati dal rapporti di parentela” con Renzi, ma “direttamente sottoposti a indagine (Carrai) o ai quali erano riferibili contributi (Manes) a favore della Fondazione, rispetto alla quale lo stesso querelante ha sempre precisato non rivestire cariche formali”.

La questione, secondo i pm genovesi non è dunque se si potevano sequestrare le chat, ma il loro utilizzo nel procedimento Open e su questo, spiegano, deve decidere il giudice di Firenze competente. Non è una questione di “illiceità delle acquisizioni probatorie, che evidentemente non sussiste” – è scritto nella richiesta di archiviazione –, semmai di “utilizzabilità degli elementi probatori acquisiti nei confronti del parlamentare, essendo invece pacifica l’utilizzabilità nei confronti degli altri indagati non tutelati”. E così i pm concludono: “Deve ritenersi esclusa ogni ipotesi di reato in relazione alle condotte dei magistrati (…), trattandosi invece di questione endoprocessuale, che appartiene alla esclusiva competenza del giudice penale di Firenze competente (…) che in questa sede non può essere valutata”.

Sarà il Gup di Genova – davanti al quale Renzi chiederà di essere interrogato – a decidere se archiviare. “Se Genova impiega solo 10 giorni (per decidere sulla denuncia, ndr) – ha detto il leader di Iv – significa che ha una straordinaria efficienza (…). Sono certo che sia sempre così per tutti e non solo quando gli indagati sono colleghi magistrati”. Essendo questioni procedurali, spiegano fonti investigative, le indagini si sono basate sullo studio della giurisprudenza e delle sentenze di Cassazione: ciò basta per chiedere l’archiviazione.