“Scuola, in 70mila rischiano di finire senza contratto”

“Il 31 marzo più di 70 mila persone rischiano di non avere più il contratto di lavoro”. A lanciare questo allarme è la segretaria della Cisl Scuola, Maddalena Gissi. Stiamo parlando di insegnanti, collaboratori scolastici e personale amministrativo definito “contingente Covid”, persone che sono state assunte per tamponare l’emergenza pandemica nelle aule: di fronte alla necessità di smembrare le classi, agli ingressi scaglionati e altro ancora, il personale assunto ha aiutato i dirigenti scolastici a gestire la complessa situazione.

L’idea era nata dall’ex ministra Lucia Azzolina nei primi mesi della crisi sanitaria. Il nuovo inquilino di Viale Trastevere, arrivato a Roma il 13 febbraio 2021, nell’estate scorsa, seppur all’ultimo momento, ha confermato questa opportunità dando vita a un tira molla sulla data di scadenza dei nuovi contratti che ora sono a termine con la fine dello stato di emergenza. A settembre si era deciso di arrivare fino a fine dicembre. Poi s è passati al 31 marzo.

Una data molto vicina che preoccupa le organizzazioni sindacali: “Dal primo aprile le scuole resteranno sempre aperte per tutti: saranno infatti eliminate le quarantene da contatto. È molto importante – dice la segretaria della Cisl Scuola – ma ora è urgente confermare gli organici Covid”.

Finora dal governo non è arrivata alcuna certezza. La presidente pentastellata della Commissione istruzione della Camera, Vittoria Casa, ha presentato un emendamento al decreto Sostegni Ter: “È assolutamente necessario – spiega – mantenere distanziamento e sdoppiamento delle classi. Dobbiamo mettere le scuole nelle condizioni di terminare l’anno scolastico in maniera regolare, questo chiederemo anche al ministro Roberto Speranza. Il governo ha fatto uno sforzo importante fino a primavera, che si arrivi fino a giugno”.

È la stessa richiesta di Gissi: “Gli organici Covid non sono stati utili solo per garantire il servizio durante l’emergenza pandemica. Ora ci aspettiamo un riconoscimento dalla presidenza del Consiglio attraverso il finanziamento degli ultimi mesi sino al termine delle attività didattiche, evitando interruzioni che arrecherebbero danno agli studenti e all’ordinaria offerta formativa. È un appello accorato che non può essere disatteso; ci saranno sicuramente fondi ed economie già nelle casse del ministero dell’Istruzione”.

D’altro canto su questa partita nei mesi scorsi c’è stata parecchia confusione. A ottobre, nel Documento programmatico di bilancio per il 2022, approvato dal Consiglio dei ministri c’era scritto: “Viene disposta la proroga fino a giugno dei contratti a tempo determinato stipulati dagli insegnanti durante l’emergenza Covid-19”. La doccia fredda è arrivata a fine dicembre quando il governo ha firmato la proroga ma fino alla fine dello stato d’emergenza.

È rimasto l’interrogativo sull’ulteriore possibilità di prorogare i contratti fino alla fine dell’anno scolastico. Secondo i sindacati con i fondi residui e un possibile nuovo stanziamento, il ministero sarebbe stato pronto, già allora, ad assicurare il posto di lavoro di questi settanta mila precari fino a giugno. Ora siamo arrivati al capolinea: il prossimo mese sarà decisivo.

Il Tar: “Gli agenti non vaccinati han diritto a metà stipendio”

Ai poliziotti penitenziari non vaccinati contro il Covid-19, in attesa della decisione nel merito, spetta l’“assegno alimentare pari alla metà del trattamento retributivo di attività”. Non è possibile tenerli a casa senza stipendio, come prevede la legge sull’obbligo vaccinale per le forze dell’ordine (come del resto per i lavoratori della sanità e della scuola, per i militari e ora anche per tutti gli altri lavoratori sopra i 50 anni).

Così ha deciso ieri la Quinta sezione del Tar del Lazio, presidente Leonardo Spagnoletti con la collega Virginia Arata relatore ed estensore, confermando i primi decreti monocratici emessi d’urgenza all’inizio del mese e specificando la regola di metà stipendio. L’ordinanza sul ricorso di uno degli agenti penitenziari – assistito dagli avvocati Luigi Parenti, Niccolò Maria d’Alessandro e Raffaella Lauricella – ha rinviato il caso all’udienza pubblica del 6 maggio. Il tema, scrivono i giudici, è il “doveroso bilanciamento di valori costituzionali, tra la tutela della salute come interesse collettivo – cui è funzionalizzato l’obbligo vaccinale – e l’assicurazione di un sostegno economico vitale, idoneo a sopperire alle esigenze essenziali di vita – nel caso di sospensione dell’attività di servizio per mancata sottoposizione alla somministrazione delle dosi e successivi richiami, c.d. booster –, tenuto conto che la sospensione è dichiaratamente di natura non disciplinare e implica la privazione integrale del trattamento retributivo”.

Il punto è qui: la sospensione disciplinare, che segue a fatti gravi a volte anche di carattere penale, prevede l’assegno alimentare pari a metà dello stipendio; per i vaccinati nulla di tutto questo. Non è escluso che i giudici, il 6 maggio, sollevino questioni di costituzionalità e mandino gli atti alla Consulta. Potrebbero investire i principi di uguaglianza e di ragionevolezza (articolo 3 della Costituzione) come il diritto del lavoratore, che per legge ha diritto a conservare il posto anche se non si vaccina, a una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (articolo 36). Tutt’altra cosa è la legittimità in sé dell’obbligo vaccinale contro il Covid-19, in favore della quale si è già pronunciato il Consiglio di Stato anche sulla scorta di precedenti sentenze della Corte Costituzionale su altri obblighi. La questione dei vaccini anti-Covid, peraltro, è già arrivata alla Consulta dal Tar di Milano, presidente Domenico Giordano, con l’ordinanza dello scorso 9 febbraio sul ricorso di un iscritto all’Albo degli psicologi a cui è stato consentito, in attesa della decisione, di svolgere la sua attività (l’Ordine l’aveva sospeso, come prevede la legge contestata) ma solo da remoto e non in presenza.

A breve il ministero della Giustizia, datore di lavoro degli agenti penitenziari, dovrà decidere se fare appello al Consiglio di Stato contro le sospensive disposte ieri a Roma. I tempi sono stretti ma la questione potrebbe finire a Palazzo Spada anche prima dell’udienza di merito del 6 maggio.

È chiaro, peraltro, che al Tar Lazio i magistrati non sono tutti d’accordo. La prima sezione quater e la quarta, infatti, hanno finora respinto le istanze di sospensiva di lavoratori non vaccinati, come altri tribunali regionali. Il presidente della prima sezione bis Riccardo Savoia, invece, le ha accolte per almeno 26 militari, assistiti dall’avvocato Giulia Liliana Monte in convenzione con il sindacato Itamil. Questi, almeno in parte, sono stati perfino richiamati in servizio dai comandi di appartenenza. Nei loro casi, però, i decreti monocratici d’urgenza non sono stati ancora confermati in sede collegiale: se ne discuterà il prossimo 11 marzo. Intanto, sempre ieri, la quinta sezione del Tar Lazio ha sospeso i provvedimenti a carico di agenti penitenziari non vaccinati che però erano in malattia o in aspettativa e quindi, in ogni caso, non avrebbero lavorato.

Solo davanti ai giudici amministrativi romani pendono almeno un centinaio di ricorsi. Il Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Siciliana deve invece decidere sul caso di un studente di Scienze infermieristiche che, non essendo vaccinato, è stato escluso dal tirocinio in ospedale. Lo farà dopo aver letto le articolate spiegazioni tecniche richieste al ministero della Salute sui fondamenti dell’obbligo vaccinale. I lavoratori sospesi perché non vaccinati sono circa diecimila nei comparti sicurezza e difesa, almeno altrettanti fra scuola e università e 7 mila nella sanità. Tutti interessati, almeno potenzialmente, alle cause in corso nella Capitale e altrove.

“La loro è una doppia guerra: in 25 troppo gravi per lasciare il reparto”

La pace è la “condizione minima” perché i bambini e le bambine possano affrontare il cancro. E invece sono costretti a “nascondersi negli scantinati”, “rinviare i trattamenti” o, nel peggiore dei casi, sono bloccati in terapia intensiva. “Stanno vivendo una situazione di dolore portato allo stato estremo”, racconta Damiano Rizzi, presidente di Soleterre. La fondazione onlus dal 2003 cura circa mille pazienti oncologici all’anno, tra Kiev e Leopoli. E nella Capitale gestisce una casa di accoglienza gratuita per le famiglie che vengono da lontano. E ora chiede aiuto: “Servono farmaci, viveri, soldi. Sarà una catastrofe umanitaria”.

Com’è la situazione?

Ci sono 25 bambini che sono troppo gravi per lasciare l’ospedale, morirebbero. Nove famiglie hanno trascorso le scorse notti negli scantinati della nostra casa: proveremo a trasferirle, ma ora è difficile spostarsi.

Sono garantite le cure minime?

Cerchiamo di mantenere la continuità dei trattamenti, ma in condizioni di guerra è quasi impossibile: le chemioterapie devono essere fatte per infusione, e non è facilissimo. Stanno continuando le cure per i pazienti gravi, per gli altri abbiamo posticipato le cure. La priorità ora è mettere in salvo la vita.

Il personale medico?

Stanno attaccando la città, e le persone sono nei rifugi. Stiamo lavorando con risorse minime.

E i bambini come stanno vivendo?

Per loro è una doppia guerra. Se riusciamo a provare empatia per i civili, che sentono le sirene suonare e devono proteggersi, pensiamo ai bambini malati di tumore: sono in una situazione, se possibile, ancora più complicata. Già normalmente sono pazienti fragilissimi e hanno bisogno di un ambiente che faccia sentire loro accolti, protetti. Ora non hanno più un luogo dove stare, persino l’ospedale non va bene. Devono mettersi nei bunker per proteggersi dalle bombe. E chi è in terapia intensiva nemmeno quello può fare. Il dolore è portato a uno stato estremo.

Di cosa avete bisogno in questo momento?

Servono farmaci, viveri e soldi per trasportare i bambini che non possono interrompere le cure. Abbiamo bisogno di nuovo personale: medici e psicologi, per integrare il nostro staff. E poi dovremo dare un aiuto ad altre situazioni. Ci sarà una catastrofe umanitaria: il Paese era già in ginocchio, ora temiamo ondate di profughi interni.

Gli ucraini si sentono abbandonati?

Da otto anni dicono che questa non è una guerra civile. Si sentono inascoltati. Credo che ci siano almeno tre narrazioni diverse e in questo momento è difficile attribuire colpe se non a Putin.

Voi come state?

Mentre parliamo, il nostro personale è con i bambini nei bunker e in ospedale. Prendersi cura della vita in una condizione così è simbolicamente potentissimo: nonostante le bombe continuiamo a curare bambini ammalati di cancro. L’unica buona notizia che si può dare è che ci siamo e ci saremo fino alla fine.

A Kiev non fermiamo le cure per i bimbi malati di cancro

Intanto che i potenti della Terra manifestano il loro stupore per l’invasione bellica della Russia in Ucraina – prevedibile, e per certi aspetti aiutata dalle politiche perpetrate per anni dagli stessi Paesi che oggi si dicono stupiti – e, intanto che gli stessi minacciano sanzioni che lo Zar aveva senz’altro messo in conto e dunque inutili, Kiev e dintorni vivono numerose tragedie. Una di queste è la stessa che vidi con i miei occhi otto anni fa, durante il precedente conflitto, quando decisi di accompagnare Vauro nel suo viaggio verso l’Ucraina, affiancati da Damiano Rizzi, presidente della Fondazione Onlus Soleterre, e dal nostro giornalista Alessandro Ferrucci.

Visitammo l’ospedale pediatrico di Kiev e le case di accoglienza che ospitavano bambini sottoposti a cure oncologiche e le loro madri. Sì, perché in mezzo alle bombe c’erano, ci sono tragedie che si consumano ogni giorno, comprese quelle che ancora oggi la catastrofe di Chernobyl produce. Le condizioni in cui operava Soleterre erano già allora difficilissime, perché la sanità in Ucraina non passava i medicinali e dunque le condizioni economiche aggravavano la situazione. Ho visto sguardi di bambini e delle loro madri che non dimenticherò mai. I loro occhi gridavano aiuto e, allo stesso tempo, grazie di essere qui. Sì, perché spesso si verificavano malattie che richiedevano un forte tempismo sull’intervento, come siringare liquido dal cranio di un bambino o somministrare un farmaco con estrema urgenza. Medicinali che spesso mancavano. C’era anche carenza di medici, perché le loro condizioni economiche, di vita, in quel Paese, già allora non erano quelle che ci immaginiamo per una persona che fa questa importante professione. Mi avevano raccontato che alcuni di loro per “arrotondare” facevano anche più lavori.

Il lavoro di Soleterre era preziosissimo. Quando visitai la loro casa famiglia, dopo aver visto l’ospedale, sentii però un immenso e piacevole calore perché in quel luogo c’erano tutti gli sforzi per accudire e dare conforto a madri e a famiglie che da luoghi lontani da Kiev si erano dovute spostare verso la Capitale per le cure oncologiche. Ebbene, oggi, durante questo nuovo conflitto, Soleterre – che non ha mai smesso il suo operato – si è prodigata per organizzare un’evacuazione di urgenza dei bambini ricoverati, perlomeno di quelli in grado di spostarsi. Ma c’è una priorità ancora più importante. Quella di continuare a curare quei piccoli pazienti speciali anche sotto i bombardamenti.

Noi con la nostra Fondazione umanitaria Fatto Quotidiano (www.fondazioneilfattoquotidiano.org) abbiamo deciso di aiutarli. E oltre al nostro contributo diretto abbiamo fatto partire una raccolta fondi straordinaria per consentire a Soleterre di intervenire più rapidamente possibile, dando supporto per tutto ciò che serve in questa condizione difficilissima. In queste situazioni, noi comuni cittadini si è pervasi da un senso di impotenza che si trasforma a volte in rabbia per la stridente assurdità, ormai diventata anche scontata da dire, di Paesi impegnati nello spendere soldi in armamenti, anziché destinarli alla valida alternativa della rinascita in primis del servizio sanitario (che peraltro anche in Russia è fortemente carente, e il Covid lo ha messo in luce).

Allora oggi la nostra innocente chiamata alle armi in risposta ai missili è sostenere Soleterre e i nostri bambini. Perché i bambini ucraini, come tutti i bambini vittime di sofferenze, ingiustizie e guerre sono i nostri bambini. Siano russi, ucraini, africani, sudamericani, afghani, siriani, italiani. Sono i nostri bambini. Sbrighiamoci.

Mail Box

 

Come si poteva evitare la spaccatura sociale?

Questa settimana, noi lettori del Fatto Quotidiano e ascoltatori di Prima pagina ci godiamo la conduzione della vicedirettrice Maddalena Oliva. L’altra mattina, in particolare, è stata chiarissima sull’infelice voto al Senato su Matteo Renzi e sulle obiezioni all’imposizione del Green pass, entrambi dei cavalli di battaglia del Fatto. Oliva ha detto che l’imposizione della certificazione ha certamente contenuto i contagi e i morti, ma ha creato una spaccatura nella società fra vaccinati e non. Ha anche aggiunto che sono state diffuse delle informazioni troppo ottimistiche in merito all’effetto del Green pass, sempre in modo mai polemico o aggressivo, con uno stile dunque diverso da quello di Marco Travaglio. Bene, assolutamente vero, però vorrei sapere: come si poteva fare a combattere malati e morti, ed evitare spaccature sociali?

Stefano Valenziani

 

Caro Stefano, bastava lasciare i vaccini facoltativi: l’obbligo non ha portato ad alcun aumento superiore a quello che si sarebbe fisiologicamente registrato con le norme precedenti, visto che senza obblighi né ricatti l’85% degli italiani adulti si erano già vaccinati spontaneamente. Poi, contro i contagi, i vaccini da soli servono a poco: servivano Ffp2, nuovi mezzi pubblici, aerazione nei locali, nuove aule nelle scuole per garantire le distanze, e smart working nella Pubblica amministrazione. Tutte cose che il governo si è ben guardato dal fare.

M. Trav.

 

Ma l’assegno di fine mandato è stato abolito?

I parlamentari nazionali e regionali hanno ancora diritto di usufruire dell’assegno di reinserimento lavorativo o è stato abolito?

Paolo Alta

 

I parlamentari percepiscono un assegno di fine mandato pari all’80 per cento dell’importo lordo dello “stipendio” mensile, per ogni anno di mandato effettivo. Per consiglieri e assessori è pari a una mensilità dell’indennità di carica lorda per ogni anno di mandato fino a un massimo di dieci mensilità. Ai consiglieri laici del Csm spetta un lauto assegno per il reinserimento nel mondo del lavoro a compensazione del divieto di esercitare la libera professione durante il mandato.

Ila. Pro.

 

Per favore, non dite più che il Pd è di sinistra

A proposito dell’articolo pubblicato dal Fatto “Pd e destre anti-pm, M5S e LeU pro. Assalto alle toghe: il leader di Italia Viva mente su Open come B.” vorrei dirvi: per favore, quando parlate della sinistra non considerate più il Pd, ma aggiungetelo alle forze di destra, perché ormai questo è diventato.

Raffaele Fabbrocino

 

No Vax: bisogna capirli invece di ghettizzarli

Tra gli argomenti sostenuti dai No vax, tre mi sembrano quelli che meritano attenzione. Il primo riguarda la rivendicazione del diritto fondamentale dell’individuo alla libertà di scelta, che con l’obbligo della vaccinazione e del Green pass verrebbe negato. Bene, ma lo Stato ha origine nel momento in cui l’uomo assume la consapevolezza che per poter sopravvivere e auto-realizzarsi in una comunità ha bisogno di porre un limite alla propria libertà. Lo Stato tutela sì le libertà individuali, ma anche l’interesse e la sussistenza della collettività. Ragion vuole che anche lo “stato di emergenza” sia il più limitato possibile, dove non devono svanire completamente le opportune proporzioni tra i diritti della collettività e quelli del singolo, sempre però in un’ottica in cui l’interesse comune prevalga. Il secondo punto riguarda la scienza che rincorre un virus estremamente mutante. Gli epidemiologi contemporanei non hanno una visione comune su quale sia il modello esplicativo dei fenomeni naturali più affidabile in assoluto, ma resta un fatto: la scienza, causa il limite intrinseco del suo metodo, non offre verità certe e assolute, ma più o meno probabili. Da un lato occorre guardarsi bene da coloro che erigono la scienza a oggetto di fede, ma anche da chi scivola nella pseudo-scienza sbandierando teorie e pratiche terapeutiche alternative inappropriate. Anche in questo caso una equilibrata capacità di giudizio dovrebbe considerare le scienza ufficiale un punto di riferimento fondamentale dal quale non si dovrebbe prescindere. Strettamente connesso a questo secondo argomento entra in gioco il terzo tema. Dati i limiti della scienza emerge che il No vax, paralizzato da una legittima giustificata paura dei possibili effetti avversi dei vaccini, stenta ad immunizzarsi rimanendo sospeso nel limbo dell’indecisione. Anche in questo caso il buonsenso invita a recarsi dal proprio medico di fiducia o da uno specialista e verificare se il suo stato di salute è in condizione di ricevere il vaccino senza subire più effetti nocivi di quanti ne dovrebbe sopportare se non lo facesse.

Rocco Luchetta

Scuola. Forma lavoratori efficienti oppure cittadini consapevoli?

 

In un articolo di Silvia Truzzi di qualche giorno fa mi ha colpito questa frase: “La scuola forma cittadini, non lavoratori: c’è tutto il tempo, dopo, di imparare a lavorare. Prima bisogna imparare a pensare, anche per non farsi sfruttare!”. Trovo questa frase molto generica e qualunquista. Lo dico non per offendere, ma per definire una concezione atavica dell’istruzione scolastica! In Italia, come in ogni altro Paese europeo, ci sono delle scuole, tipo i licei, che preparano a un certo percorso, avviano per lo più verso la continuazione degli studi a livello universitario o specialistico, ma ci sono anche scuole professionali che preparano anche alla professionalità di lavori per i quali non c’è bisogno di un percorso universitario. Se accanto alle ore scolastiche si offre in maniera intelligente e retribuita la possibilità di esercitare in pratica anche ciò che a scuola si studia in teoria, non credo proprio che sia da considerare un modello deleterio e sfruttante. Il problema risiede nell’organizzazione di uno Stato non solo della scuola! Così che uno studente in Medicina non finisca il periodo universitario senza aver mai fatto un’iniezione su una persona vera (solo un esempio)! Credo che una scuola seria dove pratica e teoria siano coordinate in modo intelligente, cioè retribuendo le ore spese-utilizzate in lavoro pratico, sia un arricchimento per i giovani che si troveranno all’ingresso nel mondo del lavoro non come dei pulcini che escono dalla stoppa, ma studenti con una buona base di istruzione professionale! Io vivo in un Paese che usa questo tipo di scuola e constato ogni giorno, direttamente e indirettamente, che i giovani sono molto più preparati dei giovani italiani, almeno all’ingresso nel mondo del lavoro!

G. Mazzei

 

Gentile Mazzei, ho due obiezioni. La prima è che gli stage (parola in cui rientrano una serie di esperienze diverse nell’ambito dell’istruzione superiore) sono di norma gratuiti. La seconda è che essere preparati al mondo del lavoro non significa solo saper fare ciò di cui c’è bisogno (che peraltro cambia continuamente). E in ogni caso i lavoratori sono prima di tutto cittadini: la scuola dovrebbe dar loro la capacità di sviluppare un pensiero critico, anche per esercitare consapevolmente diritti e doveri. Non è una bella società quella in cui gli individui servono (verbo che in questo caso funziona sia nell’uso transitivo che intransitivo).

ST

Quarta dose, dubbi legittimi

La tecnica non cambia. Si comincia a parlare di una “possibile” strategia vaccinale, dopo pochi giorni questa diventa raccomandabile per le fasce fragili, quindi si avanza l’ipotesi che si trattino anche i sanitari. Trascorsi ancora due o tre giorni, arriva la conferenza stampa che annuncia la somministrazione per tutti e l’obbligo per altri. Tutto ciò in barba a quanto consigliato da Ema o da Oms che sono utilizzate solo quando bisogna giustificare le proprie decisioni. Sta accadendo in questi giorni con la quarta dose. Non siamo contrari al vaccino, né alla quarta o centesima dose, purché la scelta sia supportata da solidi risultati scientifici. Non esistono. Israele e Usa sono stati i primi Paesi a proporla, ma i risultati non sono ancora evidenti. Ema e non solo, hanno mostrato perplessità. Si è parlato dell’effetto exaustion, che potrebbe verificarsi con un eccesso di dosi in così breve intervallo di tempo. Praticamente, quando il nostro sistema immune viene stimolato eccessivamente dallo stesso antigene (microrganismo) finisce per assopirsi e a non reagire più. Peraltro, oltre a dimostrare che questo non accada con la prospettata quarta dose, bisognerebbe anche chiedersi se avesse un’utilità e per chi. Sappiamo ad esempio che con le prime due dosi abbiamo preparato il nostro sistema immune a rispondere nel caso venisse a contatto con SarSCoV2, con la terza gli abbiamo impresso la memoria. Le nostre cellule T infatti hanno imparato a riconoscere il virus anche quando gli altri anticorpi circolanti si abbassano. Questo effetto dura oltre i nove mesi dalla terza somministrazione e potrebbe durare anche per molti anni, anche se non possiamo ancora provarlo. Inoltre i vaccini che stiamo usando sono quelli che sono stati costruiti utilizzando il virus Wuhan e numerosi lavori hanno dimostrato che le nuove varianti possono “bucarli”, riducendo l’efficacia fino al 40%. La scienza, quindi, suggerirebbe un vaccino annuale (forse anche più distanziato) e aggiornato. Né la storia infettivologica (mai quattro dosi di vaccino così ravvicinate), né gli studi scientifici giustificano una quarta dose.

 

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Per Confindustria, l’energia verde va bene solo se dà soldi

Ormai è tutto sostenibile, basta che faccia fare soldi. Proprio in questi giorni la migliore conferma è venuta da un articolo pubblicato il 25 febbraio sul Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, intitolato “Transizione verde e rischi di prendere decisioni affrettate” dove si critica l’Europa, rea di fare “scelte che non tengono conto degli impatti, sia a livello economico che sociale, a maggior ragione per Paesi come l’Italia in cui la produzione industriale ha una quota importante sul Pil”. E si fanno tre esempi: a) il bando alle plastiche monouso perché “si rischia di cancellare con un tratto di penna intere filiere con conseguenti ricadute a livello economico e sociale”; b) il settore automotive dove “si è fissato al 2035 la deadline per il motore endotermico, senza prima aver effettuato una stima di impatto economico, sociale e finanziario”; c) l’energia, per la troppa accelerazione verso obiettivi di decarbonizzazione.

Questi sono solo – conclude l’articolo – “alcuni degli ambiti in cui le posizioni espresse dall’Europa sembrano prescindere da qualsiasi considerazione di sostenibilità tecnologica, finanziaria, industriale e sociale”. Ecco allora il nocciolo del problema. Per Confindustria la “sostenibilità” che conta non è quella “in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri” (come la definiva la prima Conferenza Onu sull’ambiente del 1992, sulla scia del rapporto Brundttland del 1987), ma quella “tecnologica, finanziaria, industriale e sociale”; insomma, quella che non tocca i profitti e l’economia. Perché, altrimenti si corre il rischio di “prendere decisioni affrettate”.

Forse qualcuno dovrebbe spiegare a Confindustria, anche a costo di dispiacerle, che i tempi per la transizione ecologica non li decide l’economia ma la rapidità dei cambiamenti climatici con tutto il loro fardello di alluvioni, disastri, carestie ecc. E probabilmente (ma speriamo di no) quelle che definisce decisioni affrettate sono, invece, tardive se guardiamo al futuro dell’umanità e non al profitto economico. E forse, visto che ci siamo, qualcuno dovrebbe spiegare a Confindustria che, finalmente, da pochi giorni, l’Italia ha inserito tra i principi della Carta costituzionale, “la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, aggiungendo che ogni attività economica deve essere indirizzata e coordinata “a fini sociali e ambientali”.

 

La nostra privacy è sotto l’attacco delle “Big Tech”

 

“La privacy è un diritto umano, la competizione un tema che ha a che fare con il comportamento dei mercati e la necessità che regole chiare possano garantire maggiore efficienza”

(da Privacy e competizione di Ivana Bartoletti e Lucia Lucchini – “Agenda digitale”, 21 febbraio 2022)

 

Chi naviga in mare aperto, sa bene che può trovarsi ad affrontare rischi e incognite di ogni genere. Chi naviga in Rete, invece, non sempre è consapevole dei pericoli che si nascondono dietro il mistero degli algoritmi. Eppure, chiunque frequenti Internet avrà provato qualche volta l’inquietante sensazione di essere seguito, pedinato, spiato da un “Grande Fratello” di orwelliana memoria che osserva e registra i nostri comportamenti e le nostre abitudini, bombardandoci poi con la pubblicità mirata, le offerte speciali, gli avvisi commerciali. O magari, con informazioni di carattere sociale o politico.

È un potere occulto, fondato sulle nuove tecnologie e in particolare sull’intelligenza artificiale, che invade le nostre vite e in qualche misura riesce anche a condizionarle. Un imperialismo digitale in grado di orientare o determinare le scelte dei consumatori e virtualmente quelle degli elettori. Nell’interessante saggio citato all’inizio, si richiama perciò l’attenzione sulla necessità di contenere il potere delle Big Tech che “hanno ormai la capacità di categorizzare algoritmi che a loro volta si nutrono di insiemi di dati in grado di processare testi e discorsi, di rilevare e computare facce e oggetti di qualsiasi tipologia”.

Si tratta, insomma, di una subdola e sistematica violazione della nostra riservatezza personale, a scopi di sfruttamento economico e commerciale. “Forse è arrivato il momento – osservano le due autrici – di definire la privacy come il filo conduttore tra tutte le iniziative del digitale, dalla competizione alla governance, piuttosto che come una disciplina separata”. Ed è proprio questo il punto su cui sarà bene riflettere, per adottare norme, misure, precauzioni, in modo da limitare lo strapotere delle Big Tech e difenderci dalla loro invadenza.

Finora la privacy è stata intesa come un diritto a sé, da tutelare – appunto – in nome della riservatezza e a protezione dei dati cosiddetti sensibili (salute e vita sessuale, origine razziale o etnica, convinzioni religiose o filosofiche, opinioni politiche, appartenenza sindacale). Ma, di fronte all’invasione degli algoritmi che sono anche più pericolosi dei marziani, è arrivato il momento di alzare il tiro e passare magari al contrattacco. E ciò anche per difendere l’autonomia e la trasparenza della Rete.

Noi cittadini contestiamo spesso, e a giusta ragione, il potere politico, economico o mediatico e i rispettivi abusi. Ma quello di colossi sovranazionali come Google o Amazon è uno strapotere ancora più insidioso e invasivo che non incombe soltanto sull’e-commerce. Entra nelle nostre case, nei nostri computer e perfino nei nostri smartphone, come ha scritto recentemente sul Sole 24 Ore Guido Scorza, componente del collegio del Garante sulla Privacy. È una sorta di schedatura di massa, di cui non tutti e non sempre siamo coscienti quando digitiamo l’accesso a un sito o accettiamo i cookie come fossero innocui dolcetti fatti in casa.

In un sistema di democrazia economica, la competizione è senz’altro un fattore di crescita e di progresso. A patto, però, che rispetti le regole della libera concorrenza: dalla trasparenza fino alla correttezza delle pratiche commerciali. E la privacy deve rappresentare un confine invalicabile, off limits. Altrimenti, si rischia di precipitare in un Far West digitale dove domina la legge del più forte e più prepotente.

 

Tra Usa e Russia meglio non sdraiarsi su Biden

Il nostro ministro della Difesa Lorenzo Guerini, a proposito della questione ucraina, ha dichiarato due giorni fa: “La violazione dell’integrità territoriale di un Paese non è accettabile e costituisce una minaccia alla pacifica convivenza di popoli e Stati”. Ineccepibile. Ma come mai allora, la Nato o parte di essa, in realtà soprattutto gli americani che ne hanno l’assoluto controllo, hanno potuto violare impunemente, più volte, l’integrità territoriale di altri Paesi, dalla Serbia nel 1999 all’Iraq nel 2003, per finire con la più sciagurata di tutte queste operazioni e cioè l’aggressione nel 2011 alla Libia del colonnello Mu’ammar Gheddafi? Tutte queste aggressioni non solo non avevano la copertura dell’Onu ma furono fatte contro la volontà dell’Onu.

La questione ucraina è estremamente intricata e richiama parecchi precedenti della storia recente. Il parallelo più calzante è quello Serbia/Kosovo. Il Kosovo faceva parte della Serbia ed era considerato dai serbi la “culla” della loro Nazione. Ma nel frattempo si era affermata in Kosovo una maggioranza albanese che pretendeva l’indipendenza di quella regione dalla Serbia, dall’altra parte c’era il diritto della Serbia a preservare l’integrità del proprio territorio. Insomma: due ragioni a confronto che avrebbero dovuto essere risolte dal reale rapporto di forza fra i contendenti. Invece intervennero gli americani che decisero che la Serbia aveva torto, gli indipendentisti kosovari ragione e per 72 giorni bombardarono una grande capitale europea come Belgrado. A questa situazione che è della fine degli anni Novanta (del 1999 per la precisione) molto somiglia a quella attuale che vede lo scontro fra l’Ucraina e la regione auto dichiaratasi indipendente del Donbass. L’Ucraina ha tutte le ragioni di difendere la propria integrità territoriale nei confronti di questa regione, così come le aveva la Serbia nei confronti del Kosovo e infatti i primi combattimenti di questa guerra di cui si conosce l’inizio ma non si può prevedere la fine, sono state fra le forze regolari dell’esercito ucraino e gli indipendentisti. Ma poi si è andati ben oltre. Perché in gioco c’è anche la Russia che ha le sue ragioni nel prendere la parte degli indipendentisti, che sono russofoni o addirittura russi propriamente detti, molto di più di quanto ne avessero gli americani in Kosovo di cui i cittadini yankee ignoravano addirittura l’esistenza (Bill Clinton per spiegare ai propri concittadini cosa fosse mai questo misterioso Kosovo dovette distendere una grande carta geografica e, come un professore delle medie, indicare ai propri concittadini dove mai si trovasse il Kosovo). Con questo precedente è difficile pretendere che la Russia sia indifferente alle ragioni degli indipendentisti del Donbass. Seguendo l’esempio degli americani hanno attaccato l’Ucraina e bombardato Kiev. E se era inaccettabile che gli americani bombardassero Belgrado altrettanto e forse più inaccettabile è che i russi bombardino Kiev e abbiano addirittura cominciato a invadere quel Paese. Continuando a giocare, fra russi e americani, a chi ce l’ha più grosso si è arrivati a questo punto, estremamente pericoloso, che si poteva abbastanza facilmente evitare. Quel che premeva veramente a Putin e lo aveva dichiarato, era che l’Ucraina non entrasse nella Nato per non avere i missili americani ai propri confini. È, a posizioni invertite, quello che successe a Cuba quando i sovietici schierarono dei missili sull’isola di Castro a 1000 chilometri di distanza dai confini statunitensi. Gli eventuali missili Nato in Ucraina sarebbero invece proprio ai confini del territorio russo. Nella crisi di Cuba prevalse il buonsenso, Chruscev ritirò i missili e gli americani respirarono, insieme al mondo intero perché è la volta in cui si è stati più vicini alla terza guerra mondiale.

Una buona mediazione l’aveva offerta il cancelliere tedesco Scholz quando ha incontrato Putin a Mosca, e disse: “L’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è all’ordine del giorno”, rimandando quindi tutto alle calende greche. Prefigurando quindi, come ha scritto l’ambasciatore Sergio Romano, un’Ucraina versione Svizzera. Ma non è bastato. L’aggressività degli americani ha incarognito ulteriormente Putin per ragioni che con l’indipendentismo del Donbass ha poco a che fare. La realtà è che né a Putin né tantomeno agli americani importa un fico secco del Donbass e anche dell’Ucraina, quelli che sono in gioco sono i rapporti di forza fra le due superpotenze di cui gode solo la Cina che se ne sta a guardare. Nel mezzo di questo scontro c’è un’ Unione europea che è un gigante economico ma che è un nano militare perché a differenza delle due Superpotenze non possiede, Francia a parte, quell’arma di deterrenza decisiva che è l’Atomica.

Bisognerebbe togliere alla Germania democratica l’anacronistico divieto di possedere la Bomba visto che ce l’hanno paesi molto meno rilevanti come il Pakistan, il Sudafrica, Israele. Ma questa possibilità è molto di là da venire con 80 basi militari, anche nucleari, Nato – americane in Germania e 60 in Italia, ma soprattutto perché l’Europa oltre che un nano militare è anche un nano politico non riuscendo a trovare una unità d’intenti fra gli Stati, con storie così diverse, che la compongono. Nel mezzo del mezzo c’è l’Italia che è un nano militare, un nano politico, ma non un nano economico perché è un Paese, pandemia a parte, di forti consumatori. Anche noi abbiamo i nostri interessi nazionali. Alla luce di questi interessi a chi dobbiamo essere più vicini in questo confronto mondiale: agli Stati Uniti o alla Russia? A me pare che, sia pur con tutte le cautele del caso, noi si abbia interesse ad avere più buoni rapporti con la Russia che con gli Stati Uniti: per ragioni energetiche (secondo il ministro Cingolani il 45 per cento del gas ci arriva dalla Russia), per vicinanza geografica e, se me lo permettete, anche culturale perché Dostoevskij, Tolstoj, Gogol, Cechov fanno parte della cultura europea, e quindi anche italiana, molto più delle “serie” con cui le grandi produzioni americane stanno inondando da anni le nostre televisioni. Quindi sarebbe quanto mai opportuno che il nostro premier, Mario Draghi non si sdraiasse, appiattito come una sogliola, ai piedi di Joe Biden.