Quali sono i cinque motivi per cui non funzionano le relazioni uomo-donna

E ora, per la serie “Lanciare la mano e nascondere il sasso”, la posta della settimana.

 

Caro Daniele, sono già al terzo matrimonio, ma anche questo sta scricchiolando. (Davide Piscaglia)

 

Nessuna relazione, alla lunga, funziona. Al massimo ci si sopporta. Perché nessuna relazione funziona? I motivi principali sono cinque. 1) Perché gli uomini sono stronzi. Guarda Putin. 2) Perché far felice una donna è impossibile. Io sarò stato sfortunato, ma non ho mai incontrato una donna felice in vita mia. Sì, all’inizio del rapporto, forse, i primi due mesi; poi cominciano tutte a sbuffare. “Uffa! Uffa!” Cosa c’è? Non si sa. Non è contenta. E ne ho conosciute tantissime, perché se lavori in tv uno dei vantaggi è che puoi avere tutte le donne che vuoi. Che è una bella soddisfazione per uno come me, se si considera che al liceo le ragazze mi rivolgevano la parola solo per dirmi di smettere di guardarle. Le donne non sono mai contente perché tu non sei la loro prima scelta. L’hai mai sorpresa che ti fissa senza dire niente? In quel momento sta pensando: “Ma come cazzo sono finita con ’sto stronzo?”. Io le capisco. Ragazze, lo so, è dura. Tutti quei film con Brad Pitt e George Clooney e Richard Gere che incontrano per caso una cassiera, se ne innamorano, la portano a letto, le infilano un dito su per il sedere e alla fine se la sposano… Sveglia! Nella vita reale, Brad Pitt, George Clooney e Richard Gere non ne hanno il tempo. Io sì! 3) Perché non era vero amore. Una cosa frequente. Come fai a capire che non era vero amore? C’è un semplice indizio: se non hai mai pensato di ucciderla, non era vero amore. Se non hai mai messo gli occhi su un flacone di topicida rimuginando sul da farsi per almeno 15 minuti e l’unico motivo per cui non hai fatto nulla è un episodio di CSI dove incastravano uno che aveva ammazzato la moglie con un topicida, non era vero amore. 4) La noia. Nelle coppie ci si annoia. Una relazione va tenuta viva. Un mio amico era incredibile. Un giorno torna a casa dall’ufficio, sua moglie apre la porta: sorpresa, è vestito da soldato francese. “Bonsoir, mademoiselle!” Il giorno dopo è un poliziotto, entra, comincia a girare per la casa con le manette e i distintivi, la arresta. Il giorno dopo non entra dalla porta, salta dentro la finestra, è un clown. Fa capriole in salotto, getta la moglie di qua e di là. Il giorno dopo lei lo ha lasciato: era pazzo! Un altro mio amico invece aveva una compagna che voleva fare sesso sei volte a notte. Ma lui non aveva cinque amici. 5) Certi aspetti della vita di coppia spaventano le donne. Le donne sono sensibili. Mai parlare con loro di cose che invece a noi maschi piace tanto raccontare, tipo la volta che hai cagato uno stronzo così grosso che ti sei dovuto alzare dalla tazza per spezzarlo. “Era così grosso che mi sono dovuto alzare dalla tazza per spezzarlo! Dove vai? È interessante! Era così puzzolente che sembrava merda di cadavere! E adesso viene il bello!”. Ma forse l’unico, vero motivo è che siamo diversi. Per esempio le donne non si vantano mai delle dimensioni delle loro vagine. Se gli uomini fossero donne, sarebbe un continuo: “Ho una vagina enorme! Guarda qua che roba! Porta le bocce e i birilli!”. Il fatto è che gli uomini non capiscono le donne. Per capire cos’è una donna, dobbiamo innanzitutto guardare alla parola stessa: DONNA. In sostanza, è composta da due parole distinte: DON e NA. Cosa significano queste due parole? È un mistero. Ecco perché anche la donna lo è.

 

Che fanno i capi dell’Occidente e cosa dovremmo invece fare noi

 

SCUOTERE, SCUOTERSI.

I capi dell’occidente vogliono difendere / l’Ucraina puntando sul denaro, / scelta coerente in un mondo / ormai pienamente monoteista: /per tutti un solo Dio, l’economia.

Speriamo che funzioni, ma se pure passa / presto questa crisi / nessuno butterà via le sue armi / e comunque / la prossima stagione balneare / conta di più / dei bambini, dei vecchi, / per non parlare delle mucche / o dei piccoli animali schiacciati / durante la marcia dei carri armati.

Forse i capi dell’Occidente dovrebbero dire / agli ucraini: veniamo anche noi a Kiev, / prendiamo un aereo e arriviamo, / ci mettiamo in piazza, annunciamo al mondo / dalla piazza di Kiev che vogliamo buttare via / tutte le armi e fare tutti insieme una sola battaglia: / guarire la terra dal male che le abbiamo fatto, / accudire la terra, sognare un altro mondo / e intanto custodire i fragili, difendere / dalle bombe anche una cesta di frutta / sul tavolo di un pensionato ucraino.

I capi dell’occidente fanno i loro affari / ma ad essere sinceri anche i nostri: / noi per protesta dovremmo metterci il cappotto in casa / e rinunciare al riscaldamento, / noi pure dovremmo fare un sacrificio / per essere vicini alla badante ucraina / che in queste ore trema per i suoi figli.

E poi in questi casi il primo sacrificio / dovrebbero farlo gli scrittori, gli intellettuali, / non certo gli operai a cui in questi giorni / comunque tocca lavorare.

Siamo noi che dovremmo spingere i potenti del mondo / a prendere l’aereo e andare lì e sentire / il nero tremore della guerra.

Siamo noi per prima che dovremmo mettere / un doppio piumino sul letto e dormire al freddo / in questi giorni, dire che il gas assassino non ci serve, / dire che non ci serve questo mondo pieno di armi, / dire che non ci serve la Nato e non ci serve un mondo / regolato dai mercati.

Non so se siamo capaci di essere migliori, / ma dobbiamo provarci, dovevamo farla già durante / la pandemia e non lo abbiamo fatto.

Vediamo se questa guerra ci scuote, / bisogna scuotere l’inerzia della bontà, / bisogna capire che la furbizia non ci salva / e mai ci salverà.

Basta ipocrisie, le guerre sono costi&benefici

Dire che attraverso ciò che pagano per l’importazione del gas russo Italia e Germania finanziano, indirettamente, la guerra criminale di Putin, è una pura realtà. Certo, sono numerosi i Paesi che comprano energia da Mosca, ma Roma e Berlino, a quanto leggiamo, si oppongono in sede europea alla possibilità di escludere la Russia dal sistema internazionale di pagamento Swift. Poiché, se congeli il contatore, dopo non puoi lamentarti se ti lasciano al buio. Legittimo e comprensibile che ogni Stato si preoccupi del benessere dei cittadini. Se non fosse che nel proteggere i propri interessi la si piantasse di strillare “sanzioni” “sanzioni”, come se l’enfasi dei superlativi potesse fermare l’avanzata nemica. Il quale nemico, brutto, sporco e cattivo, ha scelto comunque di battersi lasciando sul terreno morti e feriti, mentre le democrazie occidentali non possono permettersi perdite senza scatenare il fronte interno. Esse la guerra la concepiscono solo se il rischio è il più possibile azzerato (i famosi “bombardamenti chirurgici” Nato su Belgrado). A loro piace vincere facile, soprattutto se dall’altro lato della barricata c’è un fantoccio tipo Saddam. Un altro modo per risparmiarci l’insopportabile ipocrisia di queste ore sarebbe quello di ammettere, una buona volta, che la guerra, come tutte le imprese umane, si basa sul calcolo costi-benefici. In base al quale, evidentemente, i vari Biden, Macron, Johnson, Scholz, Draghi non avendo nessuna voglia di “morire per Kiev” hanno lasciato che il popolo ucraino se la sbrigasse da solo. Con apprezzabile sincerità, l’altra sera, a Piazzapulita, Enrico Letta proponeva una specie di cartello europeo per concordare un prezzo più basso delle forniture di gas da contrattare con lo Zar Vlad. Dal quale, dunque, continueremo a importare il beneficio energetico in cambio di un inevitabile costo morale. Nessuna meraviglia perciò se il premier ucraino Zelensky si sente preso in giro e non risponde alle telefonate del collega italiano. Se gli resta un gettone lo userà per arrendersi all’aggressore.

Referendum Giustizia, Lega e Radicali senza soldi e spot: il quorum è a rischio

“Abbiamo sbagliato a non presentare le firme a ottobre, adesso ce ne stiamo rendendo conto…”. Dai piani alti di via Bellerio il referendum sulla giustizia non viene solo visto come un’opportunità per rilanciarsi. Adesso è fonte di preoccupazione. Perché, dopo l’ammissibilità della Corte Costituzionale di cinque quesiti su sei, Matteo Salvini ha dato mandato ai suoi di organizzare la campagna referendaria con un obiettivo: raggiungere il quorum. Se questo non accadesse, il segretario rischia di soccombere dopo la batosta del Quirinale. Ma il quorum, secondo i sondaggi, è quasi un miraggio. E non solo per lo scarso interesse dei cittadini sui quesiti referendari: i comitati promotori infatti non avranno a disposizione i soldi e gli spazi televisivi fondamentali per organizzare una seria campagna elettorale. Il motivo è semplice: a ottobre , nonostante le mirabolanti dichiarazioni dei vertici della Lega che annunciavano di aver superato le 700 mila sottoscrizioni, la richiesta alla Cassazione sui quesiti era stata avanzata da nove consigli regionali leghisti, mentre il partito aveva deciso di non depositare le firma raccolte. Una decisione che ha creato molti malumori sia tra i Radicali che nel Carroccio. Perché ha un effetto pratico sulla campagna referendaria: i due partiti hanno perso l’accesso a una somma di denaro che sarebbe servita per organizzare gazebo e comizi (2,5 milioni, 500 mila euro per ogni quesito), ma anche agli spot televisivi. Un mezzo fondamentale per raggiungere il quorum visto che, come fanno notare da via Bellerio, gli anziani si informano per lo più in tv. Per non parlare dei fondi che mancano: i due partiti non potranno recuperare i soldi già spesi per raccogliere le firme con lo Spid, ma dovranno anche pagare di tasca propria la campagna. E sarà un’impresa improba visto che la Lega ha da tempo difficoltà economiche: secondo l’ultimo bilancio disponibile del 2020, il Carroccio ha dimezzato la sua liquidità da 3,1 a 1,6 milioni e il suo avanzo netto è passato da 900 a 400 mila euro. Gli spot e i finanziamenti spetteranno solo ai consigli regionali. L’altro ostacolo per raggiungere il quorum riguarda la data del voto: il Viminale è orientato ad accorpare il referendum con il secondo turno delle elezioni amministrative (12-13 giugno) quando però la partecipazione crolla. Tant’è che la Lega sta facendo le barricate: “Lamorgese accorpi il referendum al primo turno” ha chiesto Salvini.

Piazze piene: tornano i pacifisti

Una grande giornata di mobilitazione come non se ne vedevano da tempo. E un importante segnale di vita per movimenti e associazioni pacifiste, che sembravano quasi scomparse. Manifestazioni, cortei, sit-in e fiaccolate contro l’invasione russa in Ucraina andranno in scena oggi un po’ in tutta Italia.

Ma un bell’assaggio si è avuto anche ieri a Bologna e a Roma. Nel capoluogo emiliano il clou, con circa 10mila persone accorse per una fiaccolata-evento a piazza Maggiore, in un tripudio di bandiere arcobaleno e coi colori giallo-blu dell’Ucraina. Dal palco, tra gli altri, hanno parlato il cardinale Matteo Zuppi e lo scrittore Alessandro Bergonzoni. “Putin non ti lasceremo mai fare la guerra in santa pace”, ha detto quest’ultimo. Poi è arrivato Gianni Morandi, che ha imbracciato la chitarra e cantato “C’era un ragazzo…”, canzone pacifista per eccellenza del repertorio del cantante bolognese, reduce da Sanremo. Infine è apparso anche Romano Prodi. “Grazie, è bellissimo vedervi così in tanti, sono quasi commosso, ne avevamo bisogno…”, le parole del Professore.

Assai partecipata è stata anche la fiaccolata dal Campidoglio al Colosseo organizzata dal Comune di Roma che ha visto la presenza di Enrico Letta e altri dem, a partire dal sindaco Roberto Gualtieri (“l’aggressione russa è inaccettabile”, ha detto), ma pure esponenti di Fratelli d’Italia. Con l’anfiteatro Flavio illuminato di giallo e di blu. “Putin sei un buffone”, “Putin vattene”, alcuni degli slogan rivolti al presidente russo dai manifestanti. Oggi la manifestazione principale sarà a Roma, a piazza Santi Apostoli, alle 10.30, organizzata dalla Rete Italiana Pace e Disarmo che ha visto l’adesione di Cgil, Cisl e Uil, ma anche di associazioni come Anpi, Arci, Emergency, Libera, Legambiente e Unione studenti. Come forze politiche aderiscono Sinistra italiana, Europa verde, Sinistra civica ed ecologista, Rifondazione comunista. A Milano, invece, l’appuntamento sarà alla 15 in largo Cairoli; a Firenze alle 10 a Ponte Santa Trinità; a Napoli alle 11 a largo Berlinguer; a Torino alle 11 in piazza Castello; a Cagliari alle 10 in piazza Garibaldi. “È il momento che il popolo della pace scenda nelle piazze per chiedere di cessare il fuoco, ritirare le truppe russe e riaprire la strada della diplomazia”, dice Nicola Fratoianni di Sinistra italiana.

E a molti la memoria torna al grande corteo contro la guerra in Iraq che 19 anni fa, nel febbraio 2003, portò a Roma 3 milioni di persone. “Fu la più grande manifestazione pacifista mai avvenuta in Italia”, dissero allora gli organizzatori. Oggi sarà difficile ripetere quei numeri con un singolo evento ma, visto il proliferare di iniziative lungo tutto lo stivale, magari ci si potrà avvicinare. Sarà anche interessante vedere i vari leader dove andranno. Letta e Beppe Provenzano saranno a Roma, come molti altri. Pure a Milano ci saranno facce note, come il sindaco Beppe Sala. Mentre non è previsto, per ora, un impegno di Matteo Salvini.

Letta si mette l’elmetto, Salvini invece “prega”

Nel giro di una mattinata, le coordinate della politica italiana si ribaltano: Enrico Letta indossa l’armatura e l’elmetto e chiede aiuti militari per difendere l’Ucraina, Matteo Salvini invece per una volta mostra umanità e compassione chiedendo “corridoi umanitari” per accogliere “i profughi ucraini”. Ruota intorno a questi due interventi, apparentemente contrapposti, il dibattito di ieri mattina tra Camera e Senato seguito all’informativa del premier Mario Draghi sulla crisi ucraina. Rimane ancora silente Silvio Berlusconi, che con Vladimir Putin ha un’amicizia di lunga data: fonti di FI fanno sapere che l’ex premier sta attivando in prima persona i suoi canali diplomatici.

A pranzo il Consiglio dei ministri si riunisce per approvare il “decreto Ucraina” che prevede un incremento di soldati nelle missioni già in campo per un totale di 3.400 nuovi militari, di cui 1.400 per rafforzare le missioni Nato nei paesi baltici e altri 2.000 se saranno chiesti altri rinforzi entro il 2023. Tra questi 250 alpini e 139 carri armati in Lettonia, 130 militari e 12 aerei in Romania, 235 tra il mar Nero e il Mediterraneo orientale. Inoltre il Cdm ha proclamato lo stato d’emergenza per dare alla Protezione civile tutti i mezzi per rispondere alla crisi e un milione di euro alla Farnesina per il supporto agli italiani all’estero.

Nel dibattito parlamentare tutti i partiti danno un segnale di unità: il mandato pieno al premier di andare a trattare in Europa contro l’invasione russa e i leader chiedono in coro di non “dividersi” sulla guerra. Anche Fratelli d’Italia si accoda per rispettare “l’unità nazionale”. Poi, però, durante il dibattito in aula emergono le sfumature. Il primo a parlare a Montecitorio è il capogruppo del M5S Davide Crippa che chiede all’Ue “di prevedere un meccanismo solidaristico” perché l’Italia “non può farsi carico da sola delle sanzioni”. Il vicesegretario della Lega Lorenzo Fontana, mente della diplomazia di Salvini, condanna “fermamente” l’invasione della Russia (pur specificando che “aver fatto sentire l’orso in gabbia non è stata una scelta lungimirante”) ma invita il governo italiano a rendersi il prima possibile “autosufficiente dal punto di vista energetico”. L’intervento che più sorprende, però, è quello di Enrico Letta. Il segretario del Pd paragona la crisi ucraina all’11 settembre, chiede “sanzioni più dure possibili” ma poi invoca anche l’intervento militare: “Vi chiediamo se non sia il caso di dare un aiuto più concreto agli ucraini per difendersi” spiega Letta. Un concetto che il segretario dem ribadisce poco dopo incontrando l’ambasciatore ucraino in Italia Yaroslav Melnyk: “Dovremmo aiutare l’Ucraina a difendersi, fornendo loro materiale e attrezzature militari che li aiutino concretamente a respingere gli invasori”. FdI, per bocca del capogruppo Francesco Lollobrigida (Meloni è negli Usa per la convention dei Repubblicani), è duro sull’invasione russa ma poi chiede che l’Italia si armi: “Con un F-35 si comprano migliaia di redditi di cittadinanza”.

Ma a destra i toni con cui viene condannata l’azione di Putin sono diversi. Meloni è durissima, Salvini e Berlusconi invece il nome del presidente non lo fanno nemmeno. E dunque l’intervento del leader della Lega al Senato all’ora di pranzo è un esercizio di equilibrismo: Putin non viene mai citato (“bisogna dialogarci”), chiede l’autosufficienza dell’Italia con il nucleare, invoca la mediazione di Draghi tra Kiev e Mosca. Ma è il più cauto sulle sanzioni (“lasciano l’Italia al buio e al freddo”) e apre le braccia agli ucraini in difficoltà: “Spalanchiamo le porte a chi scappa – spiega – Mentre spesso si parla di guerre finte, questi profughi scappano da guerre vere”.

Crediti Mps, la Procura di Milano alza il tiro. Tra i nuovi 7 indagati anche Morelli e Tononi

Fa un balzo avanti l’indagine milanese su 11 miliardi di crediti deteriorati che, per l’accusa, non sarebbero stati contabilizzati correttamente nei conti di Mps. Lo si legge nella richiesta di proroga d’indagine arrivata al gip Guido Salvini. Agli ex vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola (che nel filone sui derivati Alexandria e Santorini sono stati condannati in primo grado a 6 anni per aggiotaggio e false comunicazioni sociali per la semestrale 2015) e Paolo Salvadori (condannato a 3 anni e 6 mesi) si aggiungono sette indagati. Tra questi Marco Morelli, ad di Mps nominato nel 2016 dal governo Renzi, e Massimo Tononi, ex presidente della banca e di Cdp, già sottosegretario al Mef nel secondo governo Prodi, oggi presidente di Banco Bpm, e altri due ex presidenti di Mps, Alessandro Falciai e Stefania Bariatti. La proroga risulta fino al 31 maggio, anche se la Procura conta di chiudere tra poche settimane con la richiesta di processo. Il periodo sotto esame, dal 2012 al 2015, è esteso sino al bilancio 2017, al reato di false comunicazioni sociali per alcuni si aggiunge quello di falso in prospetto e si punta anche a nomi vicini alla politica. L’inchiesta, coordinata dai pm Roberto Fontana e Giovanna Cavalleri, è stata una corsa a ostacoli: nel 2019 i primi tre pm titolari (oggi indagati a Brescia per l’inchiesta Mps con l’accusa di omissione di atti d’ufficio) avevano chiesto l’archiviazione. Richiesta respinta dal gip perché non ricostruiva “in modo organico la vicenda dell’esposizione dei crediti deteriorati”. Ricostruzione che il giudice affidò a un pool di periti: secondo la relazione i crediti deteriorati non sarebbero stati contabilizzati in modo corretto dal 2012 al 2017. Conferma che oggi l’accusa trae dall’analisi diretta di 100 crediti, su oltre mille, tra quelli segnalati dalle ispezioni di Bankitalia e Bce. L’analisi sui conti 2015 condotta da Francoforte stabilì, come attesta un verbale del 2 giugno 2017, che l’indice patrimoniale di vigilanza Cet1 reale della banca era allo 0,58%, rispetto al 10,2% chiesto dalla Bce e al 12% dichiarato da Mps al 30 settembre 2015. Per la Bce mancavano accantonamenti su crediti per 7,55 miliardi. Eppure il 5 luglio 2017 la Bce guidata da Mario Draghi e la Commissione Ue approvarono la ricapitalizzazione prudenziale del Monte (costata allo Stato 5,4 miliardi), gestita da Paolo Gentiloni, presidente del consiglio, Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, e Alessandro Rivera, ex responsabile Policy e Regulation e oggi direttore generale del Mef.

Azerbaigian e Usa, neanche il Gnl può rimpiazzare Mosca

Il petrolio e il carbone si possono sostituire, ma il gas proprio no. Almeno non nel breve termine. Nonostante sia il principale veicolo di rivalsa, la sanzione potenzialmente più dannosa per la Russia di Vladimir Putin, il blocco dell’acquisto di metano non è stato infatti preso in considerazione dai leader occidentali come strumento per sanzionare l’invasione dell’Ucraina. I numeri spiegano perché. Mosca vende all’Unione europea circa il 38% del gas che consumiamo, è di gran lunga e da decenni il principale fornitore, oltre che il più economico. Per impoverire le casse pubbliche russe, l’Ue potrebbe aumentare gli acquisti dagli altri Paesi collegati via gasdotti, incrementare la produzione interna, importare più gas naturale liquefatto (Gnl), ma nell’immediato tutte queste misure, anche se realizzate contemporaneamente, non permetterebbero di sganciarsi completamente dalle forniture di Putin.

Secondo le statistiche del 2020, l’Ue consuma ogni anno 394 miliardi di metri cubi di gas. La Russia è il secondo Paese produttore di gas al mondo, ma soprattutto è quello che ne esporta di più: circa 250 miliardi di metri cubi all’anno, che finiscono praticamente tutti in Europa. L’unico modo per chiudere i rapporti immediatamente, facendo perdere a Putin di colpo il denaro su cui basa una buona parte del bilancio dello Stato, sarebbe quello di comprare da qualcun altro questi 250 miliardi di metri cubi di gas all’anno, ma al momento è impossibile. Per i livelli di produzione attuali, nel mondo non c’è gas che l’Ue possa comprare per rimpiazzare quello russo. Il livello di dipendenza cambia da Stato a Stato – Italia e Germania sono tra i più vincolati insieme ai Paesi dell’Est Europa, la Francia meno grazie al nucleare, Spagna e Portogallo quasi per niente per via dei molti impianti Gnl, l’Olanda conta sulla produzione nazionale – ma nell’insieme l’Ue non ha alternative da mettere in campo subito. La Norvegia, già secondo fornitore europeo, ha fatto sapere che è al massimo della sua capacità produttiva e non è in grado di sopperire a mancanze russe, l’Azerbaigian ci vende già i 10 miliardi di metri cubi che può esportare via Tap (l’ampliamento del gasdotto è ancora un progetto e tra gli azionisti del giacimento da cui proviene il gas è presente la compagnia russa Lukoil), l’Algeria potrebbe aumentare le forniture ma sarebbero pochi miliardi di metri cubi in più. Qualcosa potrebbe arrivare dall’Olanda e in generale da un aumento della produzione europea, ma in totale si tratta di pochi miliardi di metri cubi in più. Più rilevante il potenziale del gas liquefatto. Gli Usa ne esportano 100 miliardi di metri cubi. Anche se li vendessero subito tutti all’Ue, dirottando le navi destinate in Asia in nome della guerra a Putin, resterebbero comunque ancora 100-150 miliardi di metri cubi da trovare per essere indipendenti completamente dalla Russia. Questo gas mancante sul mercato non c’è.

Di sicuro tutto questo Putin lo aveva tenuto in considerazione prima di annunciare l’invasione dell’Ucraina, e lo sanno bene adesso anche i leader dell’Ue, che infatti in questi giorni non hanno mai parlato ufficialmente di interrompere gli acquisti di metano dalla Russia. L’indipendenza energetica da Putin non è però impossibile. Non è fattibile nell’immediato, ma il blocco dei 27 potrebbe in teoria liberarsi in poco tempo dalle forniture russe. Lo può fare mantenendo le promesse sul taglio delle emissioni, puntando soprattutto su energie rinnovabili, oppure tornando sul carbone e sul petrolio, o spingendo sul nucleare. Di sicuro, l’invasione russa dell’Ucraina modificherà gli equilibri energetici mondiali almeno per un po’ di tempo, indebolendo i legami commerciali tra Ue e Russia. Non è detto che alla fine l’arma del gas si ritorca contro Putin.

Più carbone? Senza gas c’è solo il taglio dei consumi

Si pensa allo scenario peggiore, a quello che si aprirebbe per l’Europa se la Russia chiudesse o riducesse le forniture di gas, lasciando Italia e Germania senza la metà di quello consumato ogni anno (la media Ue è del 40%). Al momento l’aggressione di Mosca ha innescato rialzi dei prezzi, ma non sta intaccando le forniture, in alcuni momenti sono perfino aumentati i volumi. Se però dovessero interrompersi, ci sarebbero conseguenze pesanti e potrebbe scaturire da diverse azioni: danneggiamento delle infrastrutture, una scelta della Russia o, più probabilmente, la conseguenza delle sanzioni allo studio contro Mosca. Colpire l’export energetico russo provocherebbe un contraccolpo automatico alle forniture verso l’Europa. Lo stesso avverrebbe escludendo Mosca dal sistema internazionale dei pagamenti bancari Swift: gli europei non potrebbero più pagare il gas al colosso russo Gazprom.

Così, ieri, durante l’informativa al Parlamento, Mario Draghi ha tracciato la strategia energetica dell’Italia per affrancarsi dal gas russo sia nel breve che nel lungo periodo. Di fatto anche il premier ha detto che aver ritardato la transizione energetica e il ricorso alle rinnovabili, così come l’aver rallentato la produzione nazionale di gas anche per calcoli di mercato, ci ha reso vulnerabili. La prima vittima rischia di essere proprio la transizione ecologica.

L’ipotesi più rilevante per risolvere nel breve periodo l’emergenza riguarda la possibilità di puntare sulle centrali a carbone “per colmare eventuali bisogni nell’immediato” e parallelamente – ha ribadito per ben due volte Draghi – essere pronti a calmierare il prezzo dell’energia. Il 45 per cento del gas che l’Italia importa proviene dalla Russia a fronte di una graduale riduzione della produzione nazionale nell’ultimo decennio. Aprire nuovi pozzi di gas, però, richiede molto tempo e, come è ormai noto, se pure si estraesse tutto il gas disponibile nel sottosuolo basterebbe solo a garantire un’autonomia di pochi mesi. Prima che scoppiasse la crisi Ucraina, il governo aveva scelto di potenziare i giacimenti già esistenti per aumentare la produzione nazionale. Ora, invece, si fa la conta delle centrali a carbone: da noi ce ne sono sette, due delle quali (gestite da Enel) erano già state avviate alla riconversione e adesso si trovano in un limbo. L’Italia aveva infatti deciso di eliminare il carbone come fonte energetica entro il 2025 (cosiddetto “phase out”) e a quanto pare dovrà rimandare l’obiettivo promesso alla Cop26 di Glasgow. La Spezia, Fusina (Venezia), Torrevaldaliga Nord (Civitavecchia), Brindisi e Portoscuso (Sulcis, Sardegna) sono tutte gestite dall’Enel. A Monfalcone, in provincia di Gorizia, c’è invece una centrale di A2a, mentre a Fiume Santo, vicino Porto Torres, l’impianto è gestito da Ep produzione. Il dietrofront del governo, con la riapertura delle centrali, potrebbe incontrare diversi ostacoli. “Questo annuncio – ha detto ieri il sindaco di La Spezia – ha gettato nell’incertezza e sconforto la cittadinanza perché abbiamo appena raggiunto lo storico risultato, al 31 dicembre 2021, della fine della produzione a carbone nella centrale Eugenio Montale. È necessario chiarire che la Centrale non ha più l’Autorizzazione Integrata Ambientale per produrre energia con il carbone, e la sua riattivazione presupporrebbe un iter amministrativo lungo e complesso, nonché adeguamenti tecnici ed economici che risulterebbero molto difficili da raggiungere, specie in tempi ragionevoli per far fronte a un’emergenza nazionale”.

L’altra prospettiva di approvvigionamento riguarda il gas liquido (Gnl), metano trasformato e reso trasportabile con le navi su rotte non vincolate ai gasdotti e che coinvolgono Paesi come Stati Uniti e Australia (ne leggete a destra). A gennaio, in Europa c’è stato un record di forniture di Gnl, pari a 10 miliardi di metri cubi arrivati in via straordinaria attraverso rotte marittime. Il governo ora punta ad aumentare le forniture.

“Il Presidente americano, Joe Biden, ha offerto la sua disponibilità a sostenere gli alleati con maggiori rifornimenti, e voglio ringraziarlo per questo” ha detto Draghi. Ma ha poi posto il problema del numero ridotto di rigassificatori in funzione. Oggi ce ne sono pochi e sottoutilizzati e non a caso si sta tornando a parlare del maxi-progetto Enel di Porto Empedocle. “Investire in rigassificatori non è la risposta: ci vorrebbero almeno cinque anni mentre la proposta dell’associazione dell’industria elettrica di installare 60 GW di rinnovabili in tre anni avrebbe un impatto molto maggiore”, spiega Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia. Nell’ultimo decreto bollette, l’esecutivo ha semplificato ancora le norme per ottenere il via libera, ma troppo poco per gli ambientalisti. E così il gas resta la priorità.

Infine, le rotte. Il governo vorrebbe incrementare i flussi da gasdotti non a pieno carico – come il Tap dall’Azerbaijan, il TransMed dall’Algeria e dalla Tunisia, il GreenStream dalla Libia. A fare i conti su questa possibilità ieri, è stato anche il sito specializzato Staffetta Quotidiana. In questi giorni la domanda giornaliera italiana di gas è stata su livelli modesti soprattutto grazie alle temperature miti “al punto che ancora nei giorni precedenti l’invasione, i saldi dell’import erano temperati da piccoli volumi in esportazione verso l’Austria e la Svizzera”. Tutt’altro scenario si avrebbe però nell’eventualità che le temperature tornino ad abbassarsi (come dovrebbe accadere questo fine settimana) facendo salire la domanda giornaliera. “Alcune delle nostre fonti principali di approvvigionamento stanno già oggi fornendo tutto il contributo possibile: è il caso del Tap, già al massimo tecnico, dei terminali di Gnl, anch’essi a ‘tavoletta’, e della produzione nazionale. Altre fonti, come l’Algeria, la Libia e il Nord Europa e soprattutto lo stoccaggio, potrebbero forse aumentare, ma non è certo e in ogni caso non in misura tale da rassicurare”. Nella migliore (o peggiore) delle ipotesi, mancherebbero sempre i quantitativi dell’intera domanda industriale e bisognerebbe rifornirsi su altri mercati con prezzi in rialzo per l’aumento della domanda.

Intanto, dietro l’angolo sono pronte misure di emergenza che secondo Draghi includeranno una “maggiore flessibilità dei consumi di gas”, “sospensioni nel settore industriale” e regole “sui consumi di gas nel settore termoelettrico”. Insomma, una forma di razionamento delle forniture elettriche, mai visto negli ultimi decenni.

Una guerra nata dalle troppe bugie

Paragonando l’invasione russa dell’Ucraina all’assalto dell’11 settembre a New York, Enrico Letta ha confermato ieri in Parlamento che le parole gridate con rabbia non denotano per forza giudizio equilibrato sulle motivazioni e la genealogia dei conflitti nel mondo.

Perfino l’11 settembre aveva una sua genealogia, sia pure confusa, ma lo stesso non si può certo dire dell’aggressione russa e dell’assedio di Kiev. Qui le motivazioni dell’aggressore, anche se smisurate, sono non solo ben ricostruibili ma da tempo potevano esser previste e anche sventate. Le ha comunque previste Pechino, che ieri sembra aver caldeggiato una trattativa Putin-Zelensky, ben sapendo che l’esito sarà la neutralità ucraina chiesta per decenni da Mosca. Il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Unione europea non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria.

È dall’11 febbraio 2007 che oltre i confini sempre più agguerriti dell’Est Europa l’incendio era annunciato. Quel giorno Putin intervenne alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo, sostituendo quello vigente ai tempi dell’Urss, del Patto di Varsavia e della Guerra fredda. L’allargamento a Est della Nato era divenuto il punto dolente per il Cremlino e lo era tanto più dopo la guerra in Jugoslavia: “Penso sia chiaro – così Putin – che l’espansione della Nato non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza o con la garanzia di sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa quest’espansione? E cos’è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario generale Nato, signor Wörner, a Bruxelles il 17 maggio 1990. Allora lui diceva: ‘Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all’Urss una stabile garanzia di sicurezza’. Dove sono queste garanzie?”.

Per capire meglio la sciagura ucraina, proviamo dunque a elencare alcuni punti difficilmente oppugnabili.

Primo: né Washington né la Nato né l’Europa sono minimamente intenzionate a rispondere alla guerra di Mosca con una guerra simmetrica.

Biden lo ha detto sin da dicembre, poche settimane dopo lo schieramento di truppe russe ai confini ucraini. Ora minaccia solo sanzioni, che già sono state impiegate e sono state un falso deterrente (“Quasi mai le sanzioni sono sufficienti”, secondo Prodi). D’altronde su di esse ci sono dissensi nella Nato.

Alcuni Paesi dipendenti dal gas russo (fra il 40 e il 45%), come Germania e Italia, celano a malapena dubbi e paure. Non c’è accordo sul blocco delle transazioni finanziarie tramite Swift. Chi auspica sanzioni “più dure” non sa bene quel che dice. Chi ripete un po’ disperatamente che l’invasione è “inaccettabile” di fatto l’ha già accettata.

Secondo punto: l’Occidente aveva i mezzi per capire in tempo che le promesse fatte dopo la riunificazione tedesca – nessun allargamento Nato a Est – erano vitali per Mosca. Nel ’91 Bush sr. era addirittura contrario all’indipendenza ucraina. L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali– da Bush padre a Kohl, da Mitterrand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’Alleanza non si sarebbe estesa a Est “nemmeno di un pollice” (assicurò il Segretario di Stato Baker). Nel ’93 Clinton promise a Eltsin una “Partnership per la Pace” al posto dell’espansione Nato: altra parola data e non mantenuta.

Terzo punto: la promessa finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti. In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri, schierando armamenti offensivi in Polonia, Romania e nei Paesi Baltici ai confini con la Russia (a quel tempo la Russia era in ginocchio economicamente e militarmente, ma possedeva pur sempre l’atomica). Nel vertice Nato del 2008 a Bucarest, gli Alleati dichiararono che Georgia e Ucraina sarebbero in futuro entrate nella Nato. Non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di “impero della menzogna”. Se ricorda che le amministrazioni Usa non hanno mai accettato missili di Paesi potenzialmente avversi nel proprio vicinato (Cuba).

Quarto punto: sia gli Usa che gli europei sono stati del tutto incapaci di costruire un ordine internazionale diverso dal precedente, specie da quando alle superpotenze s’è aggiunta la Cina e si è acutizzata la questione Taiwan. Preconizzavano politiche multilaterali, ma disdegnavano l’essenziale, cioè un nuovo ordine multipolare. Il dopo Guerra fredda fu vissuto come una vittoria Usa e non come una comune vittoria dell’Ovest e dell’Est. La Storia era finita, il mondo era diventato capitalista, l’ordine era unipolare e gli Usa l’egemone unico. La hybris occidentale, la sua smoderatezza, è qui.

Il quinto punto concerne l’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra. Ma Putin non è stato il primo a violarlo.

L’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento).

Il ritiro dall’Afghanistan ha messo fine alla hybris e la nemesi era presagibile. Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’Ue – il maltrattamento delle minoranze russe.

Non abbiamo difeso e non difendiamo i diritti, come pretendiamo? Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-Usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica. Riarmando il fronte Est dell’Ue foraggiamo le industrie degli armamenti ed evitiamo alla Nato la morte celebrale che alcuni hanno giustamente diagnosticato. Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere.