Pechino vuole l’avvio dei colloqui: “Trovate un accordo con Kiev”

Forse Minsk, forse Varsavia. Prima di interrompere del tutto i contatti con i russi, ieri Oleksiy Arestovych, consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, aveva proposto che i colloqui per la pace si svolgessero nel bastione Nato, in Polonia, e non sotto l’egida del caudillo bielorusso Aleksandr Lukashenko, come aveva proposto il Cremlino. A discutere “lo status di neutralità dell’Ucraina” nella Capitale bielorussa sono pronti i funzionari della delegazione russa, ha detto Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo. L’avvio delle trattative non significherà però, riferisce il Cremlino, la fine di pallottole, attacchi e bombe contro i gialloblu. Ieri mattina il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha aperto alla stessa opzione di dialogo con Kiev nonostante l’incontro con i rappresentanti delle Repubbliche ribelli del Donbass, rimarcando di nuovo però che la Russia rimarrà in campo a “difendere” e “liberare” l’Ucraina.

Che i negoziati tra i due Paesi ex-sovietici ora in guerra abbiano inizio lo ha chiesto ufficialmente anche Pechino. Mentre Ucraina e Russia litigano, la Cina non è ufficialmente in scena, ma la sua ombra si allunga sempre di più sulla mappa europea che continua a bruciare. Ieri il presidente Putin ha raggiunto al telefono l’omologo cinese Xi: il capo del Dragone, per la prima volta, si è pronunciato apertamente sulla crisi ribadendo che “la Cina rispetta sovranità e integrità”, ma che “l’unica soluzione al problema è tramite la diplomazia”. Pechino chiede che Kiev e Mosca trovino un terreno comune per dare avvio ai colloqui che mettano fine all’azione militare russa, che ha spezzato le vite di centinaia di civili, gli equilibri politici dell’Unione e spinto al collasso le Borse mondiali.

Nemmeno a Pechino la chiamano “invasione”: è “un’operazione speciale”, compiuta dalle truppe di Mosca a causa dell’allargamento Nato, riferiscono i media di Stato.

Putin e Xi lo avevano già detto al resto del mondo alle Olimpiadi invernali, tra medaglie e podi dei Cinque cerchi: Cina e Russia vivono una nuova primavera dei loro rapporti con “una cooperazione senza limiti e senza precedenti”. Né la Federazione, né la Repubblica comunista vogliono chiamarla alleanza o unione, ma un nuovo fronte est si è allineato e dimostra di avere il potere di cingere il prossimo limes d’Europa.

Mentre cadono bombe sull’Ucraina, arrivano accuse e sanzioni sulla Federazione: partono da Bruxelles e Lussemburgo. La Cina, ha detto ieri il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, “si oppone a qualsiasi sanzione illegale che leda interessi legittimi della Russia”. L’Ovest non aspetta che cali la polvere degli attacchi per accusare di complicità nell’aggressione Pechino: l’Alto Rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, ha riferito ieri di aver chiamato il ministro degli Esteri di Xi per ricordargli che in ballo “non c’è solo l’Ucraina, ma il rispetto del diritto internazionale di tutti”.

Sul fronte interno il potere dello zar viene messo in discussione. “Vi chiedo perdono per il mio Paese”: i russi si inginocchiano per scusarsi con il popolo ucraino spezzato da missili e piombo. Moltiplicati i messaggi di registi, artisti, attivisti russi che si rivolgono alle autorità affinché la guerra si fermi. Nonostante gli arresti di ieri, anche oggi i cittadini di San Pietroburgo sono scesi in strada per protestare contro la guerra.

Dalla Ue le sanzioni, ma light: niente Swift “Ne arrivano altre”

A parole tutti si dicono per sanzioni forti, senza precedenti. Ma quando si tratta di spiegare perché tra queste sanzioni non ci sia quella probabilmente più forte, l’esclusione della Russia dal sistema di pagamenti internazionali Swift, i ministri degli Esteri alzano gli occhi al cielo e fischiettano. Lo fa l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell che definisce il pacchetto di sanzioni “molto forte” ma non prevede lo Swift “perché la discussione non è matura”.

Nel pacchetto di sanzioni c’è l’indicazione di congelare i beni all’estero dello stesso Vladimir Putin e del suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ma anche in questo caso Borell deve ammettere di non essere “al corrente dei segreti delle ricchezze” dei due russi. E poi, al termine del Consiglio europeo Affari esteri, si deve ammettere che ci sarà un “terzo pacchetto” di sanzioni il che, insieme all’ipocrisia sullo Swift, autorizza a parlare di un’altra prova a vuoto della diplomazia europea.

Il codice Swift, utilizzato quotidianamente da 11.000 istituti bancari in 40 milioni di diverse operazioni, è necessario in tutte le operazioni di trasferimento di denaro internazionali e garantisce in ogni momento la tracciabilità del movimento. Il presidente ucraino e il suo ministro degli Esteri, come scriviamo nell’articolo a fianco, lo hanno chiesto esplicitamente, sia all’Europa che agli Stati Uniti (e negato anche da Biden). Anche la polemica di ieri mattina sulla “agenda di guerra” è servita come pressione sull’Italia, tra i paesi più restii a procedere in quella direzione. Le ragioni di questa resistenza sono state candidamente espresse dal ministro dell’Economia, Daniele Franco, al termine dell’Ecofin informale di Parigi. Franco ha osservato che “se una sanzione dovesse interrompere la possibilità di pagare, e quindi interrompere i flussi di gas naturale, per un Paese come l’Italia che utilizza il gas russo per circa il 43% del suo fabbisogno e circa il 15-16% del suo bisogno di energia, il venir meno subitaneo di questo tipo di forniture potrebbe essere un problema”.

Avvertendo la delicatezza della polemica Luigi Di Maio si affretta a precisare che dall’Italia non è mai venuto “alcun veto” alle proposte della Commissione europea votate sempre diligentemente. Lo stesso fa palazzo Chigi. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmitry Kuleba cerca di incastrare l’Italia dicendo di aver avuto l’assicurazione che il nostro paese ha sostenuto il bando della Russia dallo Swift. Ma la dichiarazione non viene confermata (non almeno al momento in cui scriviamo).

E in ogni caso, al termine del Consiglio europeo degli Affari esteri la misura non figura tra quelle adottate e nessuno vuole assumersene la responsabilità. Francia e Spagna affermano di essere state sempre favorevoli, la Germania adotta la stessa posizione italiana, nessuna obiezione precisando però che la misura “non è sul tavolo”. E non essendo sul tavolo non è stata messa ai voti. Le sfumature della politica internazionale consentono spesso di sostenere qualsiasi posizione. Ma alla fine restano i documenti ufficiali.

Il secondo pacchetto di sanzioni approvato ieri ha come misura più emblematica il congelamento dei beni finanziari di Putin e Lavrov, insieme a un certo numero di oligarchi russi e anche bielorussi. Sono previsti divieti contro l’esportazione di aerei, parti e attrezzature dell’industria aeronautica e spaziale, tecnologie per la raffinazione dell’industria petrolifera. Alle banche Ue sarà vietato di accettare depositi di cittadini russi oltre i 100 mila euro. Tra gli esclusi dalle sanzioni, però, ci saranno i beni di lusso, su pressione ancora dell’Italia.

La Russia verrà anche estromessa dal Consiglio di Europa (organizzazione pletorica per la promozione della democrazia e i diritti umani di cui l’Italia ha la presidenza). La finale di Champions viene spostata da San Pietroburgo a Parigi mentre il Manchester United ha concluso il suo accordo di sponsorizzazione con Aeroflot. E ci sarà anche l’esclusione dalla competizione canora Eurovision. Alla fine il danno peggiore per Putin è che un russo o una russa non potranno emulare i Maneskin.

Zelensky fulmina Draghi: “Ora cambio l’agenda della guerra per parlargli”

Nel giorno più nero di Volodymyr Zelensky, costretto ad apparire in video per dimostrare di non essere fuggito dal Paese, non ci voleva proprio la polemica che lo ha contrapposto al presidente del Consiglio Mario Draghi. O forse, in fondo, è stata utile per spuntare un maggior sostegno internazionale. A sera, infatti, Zelensky può vantare una telefonata di sostegno diretto da parte del presidente Usa, Joe Biden e anche una differenziazione dell’atteggiamento italiano nella partita europea delle sanzioni.

La polemica era nata a seguito dell’intervento di Draghi alla Camera dei deputati. Quando cita il presidente ucraino e il suo intervento in video durante il Consiglio europeo della sera prima, fra gli applausi dell’aula, fa sapere che aveva fissato un appuntamento telefonico “ma non è stato possibile, poi, fare la telefonata, perché il presidente Zelensky non era più disponibile”. La risposta di Zelensky è amara e sarcastica allo stesso tempo (non a caso è stato un attore comico nella sua precedente vita): “Oggi alle 10:30 agli ingressi di Chernihiv, Hostomel e Melitopol ci sono stati pesanti combattimenti”, twitta sul proprio profilo social. “Le persone sono morte. La prossima volta cercherò di spostare l’’agenda bellica per parlare con #MarioDraghi a un’ora precisa. Nel frattempo, l’Ucraina continua a lottare per il suo popolo”.

A Palazzo Chigi rimangono molto sorpresi dall’interpretazione delle parole del premier italiano che non voleva mancare di rispetto al collega ucraino. Ma Zelensky ha utilizzato il proprio “sfogo” anche come avvertimento ai Paesi europei e come invito a fare di più per l’Ucraina. Soprattutto come monito a non abbandonarlo nel giorno in cui Vladimir Putin ha invitato l’esercito ucraino a farlo fuori e a sedersi a un tavolo di trattativa per arrivare alla pace con la Russia.

Tutte le dichiarazioni rese nel corso della giornata vanno in questa direzione. Lamenta l’eccessiva “lentezza” dei Paesi europei. Di fronte a un’invasione che definisce una “guerra contro l’Europa” e contro “l’unità dell’Europa” si aspetta aiuti più consistenti: “Abbiamo bisogno di un’assistenza internazionale efficace”. E ancora: “Mi appello ai ‘Nove di Bucarest’ (formato da Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia ) per aiuti alla Difesa, sanzioni, pressioni sull’aggressore. Insieme dobbiamo portare la Russia al tavolo dei negoziati. Abbiamo bisogno di una coalizione contro la guerra”.

Al di là dell’aiuto militare e della coalizione, a cui dall’Italia risponde prontamente il segretario del Pd, Enrico Letta, il più lesto in queste giornate a schierarsi dalla parte dell’Ucraina, Zelensky preme perché le sanzioni contro la Russia siano davvero efficaci. Lo dice alla presidente della Commissione europea – “Non tutte le possibilità di sanzioni sono state ancora esaurite. La pressione sulla Russia deve aumentare”. E ne parla poi con Andrzej Duda, il premier polacco, poi con Boris Johnson, con la premier svedese Magdalena Andersson, ma soprattutto, in serata, con Joe Biden, a cui riconosce gratitudine per il supporto ricevuto finora.

La telefonata con Biden mette il suggello alla giornata perché indica all’interno e all’esterno che Zelensky non è ancora scomparso di scena, gode dell’appoggio internazionale, in particolare del Paese più autorevole e forte, e quindi è lui l’uomo con cui Putin deve fare i conti, almeno fino a oggi.

La polemica con Draghi e lo svolgimento della giornata producono anche il riposizionamento italiano in tema di sanzioni. Prima è Luigi Di Maio a garantire che dall’Italia “non c’è alcun veto a sanzionare l’accesso di Mosca al sistema Swift”. Lo stesso fa Palazzo Chigi: “Non vi è alcuna richiesta di eccezione sulle sanzioni da parte dell’Italia”. E infine il tweet del ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba “Il mio collega (Di Maio, ndr) mi ha assicurato che l’Italia sosterrà il bando della Russia dallo Swift”. Mentre scriviamo il ministro Di Maio non ha ancora confermato questa dichiarazione di Kuleba.

“Qui per adottare due bambine: le bombe hanno infranto il sogno”

Ci sono momenti in cui la piccola storia e la grande storia si sovrappongono. Per una coppia di commercialisti cinquantenni del centro Italia questa coincidenza è risultata inizialmente positiva per trasformarsi in poche ore in una catastrofe che sta distruggendo il sogno di una vita. Da 8 anni stanno tentando di adottare una coppia di bambini e sembrava che ormai ce l’avessero fatta. “A causa delle notizie di una guerra imminente nel Donbass, avendo ottenuto solo 10 giorni fa la data dell’udienza per la sentenza di adozione presso il tribunale di Kiev, fissata per il 28 di questo mese, abbiamo deciso di prendere il volo per Kiev del 23 per essere certi di arrivare in tempo”, dice la signora Maria (nome di fantasia perché vuole evitare di essere riconosciuta). Ma il presidente Putin la pensava diversamente e la guerra aveva invece come obiettivo proprio Kiev dove si trova anche l’orfanotrofio in cui vivono le due sorelle ucraine di 11 e 8 anni che avrebbero dovuto adottare. “Eravamo già venuti qui 3 mesi fa per l’abbinamento. Visto che le bimbe le abbiamo conosciute di persona e avevamo avuto subito una forte intesa con loro, ci eravamo lasciati con la certezza di poterle portare il prima possibile in Italia. E ora il tribunale non solo è chiuso ma potrà finire in macerie, per non parlare dell’incolumità delle bambine che hanno già avuto una vita tanto difficile”. Abbiamo chiesto perché avessero scelto due orfani ucraini. “Perché è un Paese vicino all’Italia e ora sembra il più lontano di tutti. Non sappiamo quando potremo rientrare, speriamo che il nostro governo riesca a tirarci fuori da qui e ad aiutarci a non sprecare anni di battaglie per diventare genitori e loro, le nostre figlie”.

Sul ponte dei profughi solo donne e bambini

Attraversano a piedi il ponte che segna il confine tra Ucraina e Romania, tra guerra e pace. Sono i dolci volti segnati dalla paura e dal dolore di lasciare una parte della famiglia dall’altra parte. Sono donne e bambini, perché gli uomini, giovani, restano a combattere in patria, e gli anziani rimangono per non abbandonare le loro case.

È un triste risveglio per tutti noi, ma specialmente per i nostri fratelli ucraini di origine romena che vivono in Ucraina del sud-ovest, zona Zakarpatia. Proprio all’alba del giovedì era la festa dell’amore e della rinascita – Dragobete –, ma si sono svegliati a suon di esplosioni a soli nove chilometri dal confine, in Ivano Frankivsk, la regione occidentale dell’Ucraina che confina con la Romania.

La mia città è Sighetul Marmatiei e si trova esattamente al confine, nel nord-ovest della mia patria. Al di là del “ponte vecchio” c’è la città gemella Solotvino dove vivono tuttora centinaia di migliaia di romeni.

Terribile notizia per il popolo ucraino e per quelli più fortunati che abitano vicino ai confini con Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Moldavia, il primo pensiero era di mettere in salvo i loro figli fuori dai confini. Sono rimasti invece i genitori anziani che non volevano lasciare le loro case.

Già nella notte di giovedì il punto di dogana di Solotvino-Sighet è stato preso d’assalto dagli ucraini e romeni e anche da molti turisti stranieri in settimana bianca a Bukovel. Code di ore e ore in macchina, ma anche a piedi sul ponte, mamme con carrozzine e trolley e documenti per poter arrivare quanto prima lontano dalla guerra.

I cittadini di Sighet si sono mobilitati e li hanno aspettato e tuttora li aspettano con tè caldo, latte e biscotti per i bimbi, panini e tessere telefoniche per poter restare in contatto con i loro cari.

Solo in un giorno sono entrati in Romania dal punto di dogana oltre 1.500 persone. E il flusso non si interrompe, Sembra che molti siano solo in transito per raggiungere i loro cari a Occidente, ma il 25 per cento resta a Sighet per aspettare di poter tornare alle loro case.

La situazione è straziante e gli abitanti della mia città hanno aperto le porte delle loro case per ospitare i vicini ucraini e rispondono commossi: “Potevamo essere anche noi come loro!”.

Le organizzazioni umanitarie parlano ormai di un flusso di centinaia di migliaia di persone che si riverseranno dai confini occidentali dell’Ucraina in Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania.

La foto che ha fatto il giro del web è stata scattata dal mio giovane amico fotografo di Sighet, Alex Culac, che era lì nella notte ad aspettare dei parenti e ha colto in una foto tutta la situazione drammatica che viviamo oggi. La bambina con la valigetta spicca nel buio della notte sul ponte che divide la guerra dalla pace.

“Tornatevene a ovest”. Il tricolore dello Zar sventola sul Donbass

Una lunga fila di macchine attraversa le strade buie di Kramatorsk: gli ucraini abbandonano le loro case e fuggono verso ovest, sulla strada per Dnipro.

Camion militari sorpassano le auto in coda. Alla stazione dei treni, in una sala d’attesa tinta di blu per le luci d’emergenza, Maria cerca di raggiungere la sua famiglia a Kiev: “Non riesco a sentirli da ieri e non rispondono al telefono” dice. È trascorsa una notte di esplosioni, colpi di armi automatiche di grosso calibro non lasciano tregua al silenzio.

Kramatorsk inizia ad avere paura: qualcosa sta cambiando molto rapidamente. Per queste strade c’è Yulia, che ha nello zaino una bandiera ucraina. Davanti al municipio della città la estrae all’improvviso e, dopo essersi guardata bene intorno, inizia a sventolarla alta sopra la sua testa, davanti agli occhi fieri di suo padre Sergey, 58 anni, che la sta accompagnando a donare il sangue per il suo Paese. Non è facile per la giovane o per i suoi esporsi: “I miei amici vogliono solo la pace, non vogliono tifare per nessuna delle due diverse fazioni e non rilasciano interviste, hanno troppa paura”. “Volevo andare davvero a Leopoli o in Europa. Avevo preparato tutto pochi mesi fa. Ma quando tutto è iniziato il 23 febbraio, ho capito che dovevo proteggere la mia casa, la mia famiglia, la mia libertà. Sono pronta a prendere le armi e rimandare indietro i soldati russi. A ogni costo. Anche se sono solo un’insegnante, sono pronta a morire per il mio Paese” aggiunge Yulia, mentre attende in fila al centro trasfusionale della città. I soldi nelle banche sono terminati e nelle ultime attività commerciali rifiutano le carte di credito: tutti hanno necessità di avere soldi in contanti. Intanto i russi continuano ad avanzare in tutta l’Ucraina e anche Kherson è caduta, dopo la ritirata strategica della sera precedente e si continua a combattere intorno a Charkiv, nel nord del Paese. Tredici guardie di frontiera che pattugliavano le acque ucraine dell’Isola dei Serpenti sono diventati gli eroi del Paese: quando i russi hanno intimato di abbassare le armi, i marinai gialloblu hanno risposto “nave russa, idy na chuy”, (“vai a fare in culo”). Sono state le ultime parole pronunciate prima di morire dei soldati che ora il Paese ammira e rimpiange. Le truppe di Mosca sono intanto riuscite a riconquistare il canale dell’acquedotto che gli ucraini avevano bloccato per non far arrivare forniture idriche alla Crimea.

In città i simpatizzanti filo-russi tornano alla carica dopo anni di silenzio e lo spettro delle prime manifestazioni del 2014 e della violenza nelle strade torna a riproporsi dopo otto anni. “Ma ovviamente questa volta è molto peggio” continua Yulia. “Questa è la guerra vera ed è rischioso indossare simboli nazionali. A volte fa paura esprimere una posizione filo-ucraina. Quando ho esposto la bandiera un passante mi ha detto “vaffanculo, tornatene a Leopoli”. La città è spaccata, come lo era nel 2014. Ma anche tra i filo-russi inizia a serpeggiare il malcontento. In molti pensavano davvero che Putin avrebbe attaccato, ma quasi nessuno credeva che avrebbe colpito Kiev. “Doveva sfondare le linee ucraine e riprendersi tutto il Donbass fino alla Crimea, cosa c’entra la Capitale?” dice uno dei giovani che aveva supportato le forze separatiste, ma senza mai esporsi troppo. Anche questa volta le sue posizioni non sono cambiate, ma confida che sono in tanti a non essere d’accordo con questa escalation continua di violenza. Le forze di difesa territoriale di Kramatorsk si stanno organizzando e chiamano a gran voce gli abili alle armi: non c’è più tempo per i training del fine settimana, ogni uomo è indispensabile e deve essere armato e pronto a combattere in caso di attacco. Nella città pronta alla guerra, l’unica bandiera ucraina che sventola è quella del municipio della città e nessuno sa per quanto ancora.

Inferno Kiev: caccia a Zelensky. Putin: “Drogati e neonazisti”

La prima raffica non mette paura, come a non accorgersene. Alla seconda il rumore delle pallottole fa gelare il sangue. La strada è sgombra, non si vede chi spara. In serata gli scontri attorno alla città sembrano intensificarsi. “Cinque esplosioni si sono verificate a un intervallo di 3-5 minuti, vicino alla centrale elettrica Chp-6”, scrive il sindaco di Kiev Vitaliy Klychko. I mezzi corazzati dell’esercito russo sono dentro Kiev da ore, a fronteggiarli ci sono i militari ucraini, pochi, e i civili che il presidente Volodymyr Zelensky ha armato e coccolato per anni. Secondo il ministero della Difesa ci sono 400 mila uomini e donne che dall’annessione russa della Crimea si “allenavano” per i giorni dell’assedio russo. A loro parlava il presidente ucraino quando chiedeva una difesa popolare contro le truppe di Mosca.

Zelensky nel messaggio della notte dell’invasione indossava una maglietta militare: “Tutti coloro che hanno esperienza di combattimento e possono unirsi alla difesa dell’Ucraina devono recarsi nei centri appropriati”. L’ultimo video, diffuso ieri pomeriggio, lo riprende con la mimetica vicino al Parlamento: “Siamo qui, difenderemo l’Ucraina”. Nelle ore precedenti si era detto disponibile a trattare, ma poi Putin ha tagliato corto: “Le autorità ucraine sono una banda di drogati e neofascisti”, aggiungendo che potrebbe trattare ma con l’esercito ucraino se i militari deponessero il proprio presidente: “Con l’esercito al potere accordo più facile”.

Per le operazioni in Ucraina i soldati russi sono 200 mila. Grossomodo lo stesso numero dei soldati a disposizione di Kiev. Ma la superiorità di Mosca è tutta negli armamenti. Aviazione, missili a lungo raggio a cui Zelensky non ha modo di rispondere. Il primo giorno dell’attacco il Cremlino ha lanciato oltre 100 missili. C’era la volontà di creare il panico nelle file nemiche. Putin è certo della superiorità delle sue truppe, ma iniziare una guerra strada per strada nella Capitale potrebbe costargli molto cara però con il passare delle ore l’obiettivo russo è sempre più chiaro: il presidente Zelensky. Una sorta di caccia all’uomo. Decapitare la struttura della difesa ucraina permetterebbe al Cremlino di vincere senza dover combattere contro tutti gli ucraini. Da parte sua, Zelensky sa cosa rischia: “Questa potrebbe essere l’ultima volta che mi vedete vivo”, ha detto ai leader dell’Ue in videoconferenza. Per supportare le pattuglie di Difesa Territoriale, gruppi paramilitari riconosciuti dal governo ucraino negli ultimi mesi, ieri il ministero dell’Interno ha pubblicato sul proprio sito le istruzioni per realizzare i cocktail esplosivi e distribuito 18mila armi ai volontari civili.

Ci sono volute quasi 24 ore, ma le armate russe scese dal nord hanno conquistato l’aeroporto di Hostomel, nella zona nordoccidentale della Capitale. In questo modo il Cremlino ha aperto un collegamento diretto per aviotrasportare mezzi e militari per alimentare lo scontro a Kiev. In più è stata confermata, tra le truppe che si trovano in Bielorussia, la presenza delle milizie cecene di Ramzan Kadirov: il leader della Repubblica Cecena guida di 10 mila uomini considerati tra i più pericolosi e sanguinari soldati del mondo. “Zelensky, che potrebbe anche diventare ex presidente, chiami il nostro presidente, il comandante supremo Vladimir Putin, e chieda scusa”, ha minacciato Kadirov prima di iniziare a pregare con i suoi uomini.

Zelensky rimane molto attivo su Twitter, prima in mattinata cinguetta contro il premier Draghi che in Italia ha detto in Parlamento di non esser riuscito a parlargli (“cambierò l’agenda di guerra per telefonare a Draghi”), poi in serata ringrazia il presidente Biden: “Rafforzamento delle sanzioni, assistenza concreta alla difesa e una coalizione contro la guerra sono stati i temi che ho appena discusso con Joe Biden. Grato agli Stati Uniti per il forte sostegno all’Ucraina”.

Carneade, chi era costui?

La caccia agli amici di Putin in Italia non risparmia neppure il direttore d’orchestra russo che il “liberale” Sala vuole cacciare dalla Scala perché non si dissocia dal suo presidente. La tesi dominante degli “atlantisti” è che gli amici di Putin sono i “sovranisti”: Salvini, Meloni e ovviamente i 5Stelle. Senza dimenticare Al Bano e Cutugno. Eppure a noi, antiputiniani da sempre, sovviene un piccolo premier che si vantava: “Mi sono fatto spiegare da Putin come prendere il 71% alle elezioni” (16.3.2004). Lo elogiava come “fiero anticomunista che ha vissuto l’assedio di Stalingrado” (23.12.05) ben 10 anni prima di nascere. Ostentava con lui “un’amicizia fraterna”: “Putin mi dice ‘Caro Silvio’, io rispondo ‘Caro Volodia’” (3.4.02), “Ho detto alle figlie di chiamarmi zio” (16.10.02). Annunciava che “la Russia di Putin è matura per entrare nell’Unione europea: deve accadere” (28.5.02). Entrava e usciva dal Cremlino (“un’orchestra di 50 elementi suona le mie canzoni”) e dalle dacie dell’amico, con o senza peluche sul capino. Scavava un tunnel abusivo alla James Bond nella scogliera di villa Certosa per farlo entrare coi cacciatorpedinieri. Svelava: “Con Putin avremo una linea telefonica diretta e protetta per gestire le emergenze e i nostri rapporti una volta alla settimana” (16.10.02).

Rispondeva per lui “da avvocato difensore non richiesto” alle domande sulle feroci repressioni in Cecenia: “Realtà distorte dalla stampa: in Cecenia c’è un’attività terroristica con molti attentati contro cittadini russi senza una risposta corrispondente dalla Russia, che anzi ha organizzato un referendum democratico” (6.11.03). Riceveva in dono un lettone a baldacchino e ricambiava con un copripiumino istoriato dalla loro foto. Mimava il gesto del mitra a una giornalista russa che osava fare una domanda a Vlady, facendola piangere. Definiva Putin “un dono del Signore” (10.9.10), “uomo sensibile, aperto, ha senso dell’amicizia e rispetto per tutti, soprattutto per gli umili, e profonda comprensione della democrazia” (22.10.10). Anche quando fregava la Crimea all’Ucraina: “Ha assolutamente ragione lui: porta le truppe al confine perché la Crimea ha paura che Kiev compia stragi” (20.5.14), “è il numero uno dei leader mondiali, quello con la visione più lucida. Lo assumerei in una mia impresa, ha un’idea molto chiara della pace del mondo” (5.10.18), “è il più colto e anche il più democratico. Tutto il contrario di com’è dipinto sui media. Dobbiamo andare in Europa per far sì che la Russia si unisca a noi: ormai è un Paese occidentale” (16.2.19). Com’è che si chiamava l’ometto? No, perché o è morto e sepolto, oppure chi allora batteva le mani e si divertiva un mondo e oggi se l’è scordato ci prende per il culo.

Germania, tutti i dubbi rispetto al “bando” endotermico

Il cammino verso il bando alle vendite di vetture con motori endotermici nel 2035, proposto dalla Commissione europea, si fa sempre più complicato. Dopo le rimostranze dell’industria automotive continentale, le titubanze della politica e la timida risposta dei mercati continentali a quella che veniva dipinta come la “rivoluzione” (finora mancata) dell’elettrico, adesso i dubbi vengono alimentati proprio da chi in Europa l’auto l’ha inventata e l’ha fatta crescere, tra un’invenzione e uno scandalo: la Germania. Che dopo il sostegno tout court alla mobilità a elettroni, si sta accorgendo che forzare i tempi della transizione insistendo a testa bassa su una sola tecnologia potrebbe essere controproducente. “Vogliamo consentire i propulsori a combustione interna dopo il 2035, ma solo se possono essere alimentati esclusivamente con combustibili sintetici”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti, Volker Wissing, aprendo di fatto la stagione delle alternative. Ovvero la possibilità di guardare anche ad altre soluzioni per tutelare l’ambiente, come ad esempio l’uso di e-fuel e affini, la cui ricerca e sviluppo non a caso viene portata avanti da parecchie aziende tedesche tra cui Porsche. “Oggi non abbiamo abbastanza veicoli elettrici. Dobbiamo aumentarne la disponibilità, Quindi è meglio che le persone ricorrano alla tecnologia dell’ibrido come soluzione intermedia. E per il futuro non possiamo puntare solo sulla mobilità elettrica o sull’idrogeno. Abbiamo bisogno di mantenere un approccio tecnologico neutrale”, ha concluso Wissing. Niente di più saggio.

Tesla multata perché “è inquinante”

Stavolta a violare il Clean Air Act, raccolta di norme che regolamenta la protezione dell’ambiente negli Usa, è stata la modaiola Tesla di Elon Musk, fra i principali produttori di automobili elettriche. Lo ha stabilito l’agenzia governativa Epa, quell’Environmental Protection Agency che nel 2015 portò a galla lo scandalo dieselgate della Volkswagen.

L’accusa avanzata al costruttore? Livelli eccessivi di inquinamento nel reparto verniciatura della fabbrica situata a Fremont, in California.

Pertanto, all’azienda, è stata comminata una multa da circa 275 mila dollari, poco più di 240 mila euro al cambio attuale.

Spicci per la multinazionale californiana. Tuttavia, la multa non fa affatto bene all’immagine della Tesla, che ultimamente aveva già avuto qualche piccola scaramuccia con l’Epa per (risibili) questioni legate all’autonomia della Model S.

Più precisamente, il colosso statunitense dell’auto a batteria ha violato il National Emission Standards for Hazardous Air Pollutants for Surface Coating of Automobiles, cioè il pacchetto di regole su emissioni e inquinanti in fase di verniciatura.

A insospettire gli uomini dell’Epa, peraltro, sarebbe stata la serie di incendi che ha colpito ripetutamente il reparto di verniciatura dell’azienda fra ottobre 2016 e settembre 2019: ciò avrebbe spinto gli investigatori ad avviare un’inchiesta su attrezzature e macchinari adoperati in fabbrica e, in particolar modo, sui filtri utilizzati sulle condotte di aerazione. Epa ha pertanto accusato Tesla di non aver “sviluppato e/o implementato un programma di pianificazione delle attività lavorative in grado di ridurre al minimo le emissioni di inquinanti atmosferici pericolosi, prodotti dallo stoccaggio e dalla miscelazione di liquidi usati nelle operazioni di verniciatura dei veicoli” e di aver trascurato di misurare – ed eventualmente contenere – le emissioni totali del reparto verniciatura, non rispettando l’obbligo di legge di raccogliere i relativi dati e di compilare appositi registri.

Un paradosso per chi, perlomeno su carta, fa del green un asset aziendale e un grimaldello per le vendite.