Prodi mette alla prova la solidità dell’Europa. Granato: limite superato

PROMOSSI

Semplice. Dario Nardella ha commentato così le assenze di diversi parlamentari al discorso del premier ucraino: “Chi sarà volutamente fuori dall’aula è a favore dell’invasione russa. Si possono non condividere le parole drammatiche di #Zelensky ma disertare la seduta è mancanza di rispetto e sensibilità verso un popolo sofferente. La politica è ascolto. La piazza di #Firenze l’ha dimostrato”. Come non condividere queste parole?

Voto: 7

 

Ue a tappe.“Non abbiamo più tempo da perdere, bisogna che Francia, Spagna, Italia e Germania si mettano insieme, come è stato con l’euro, e facciano una cooperazione rafforzata per la politica estera comune. Bisogna fare pressioni sulla Francia per fare questa cosa”: ne ha ben donde di parlar così Romano Prodi. “L’Europa? È troppo frammentata, se fosse unita giocherebbe un ruolo di primo piano”, rincara il Professore. Ed è innegabile che forza e debolezza dell’Europa siano due facce della medaglia che la guerra ucraina ha tirato fuori. Perché è vero che il fronte europeo si è mostrato molto più compatto di quanto lo stesso Putin si aspettasse, ma è altrettanto vero che il ritardo nel trasformarsi in soggetto politico lo rende più debole oggi nel far sentire la propria voce e più dipendente dagli Stati Uniti come capofila dell’asse occidentale. Quando si offre all’Ucraina l’ingresso nell’Ue, con tutte le complicazioni che porterebbe con sé, bisogna al contempo interrogarsi sulla solidità di questa Unione e sulla disponibilità di ogni singola nazione ad abdicare a pezzetti di sé per prendere parte ad un progetto realmente condiviso.

Voto: 7

 

BOCCIATI

L’Alternativa c’è. Esiste un limite a tutto. Persino all’irriverenza e alla stupidità del complottismo. Persino al desiderio di mettere in discussione un’evidenza solo per distinguersi dall’opinione mainstream. Persino al lusso di affermare un’idiozia solo per provare il piacere sottile di affermare ‘siamo in un Paese libero e ciascuno ha il diritto di dire quello che vuole’. Ecco, Bianca Laura Granato, che passeggia attorno a quel limite dall’inizio della legislatura che l’ha vista diventare un ‘personaggio’, questa volta l’ha superato a piè pari. La senatrice, ex M5S, attualmente approdata alle file del Gruppo Misto, si è assentata durante il discorso di Zelensky alla Camera: “Avevo un impegno sul territorio, mica lo rimando per un intervento da remoto senza contraddittorio”. La stravagante parlamentare, divenuta celebre grazie al rifiuto di mostrare il green pass per accedere al Senato, ha temuto che la notorietà no vax potesse non essere sufficiente per garantirle un ruolo di primo piano nella Storia e così ha scelto di traslare i suoi sospetti dal ‘siero’ al premier ucraino: “Se uno è davvero sotto le bombe non riesce nemmeno a collegarsi”. Sono stati in molti sui social a fare ironia sulla benedizione di aver ridotto il numero dei parlamentari, alla luce della pasta di cui sono fatti parecchi dei soggetti che oggi siedono sugli scranni. ‘L’alternativa c’è’ si chiama la componente del Misto a cui ha aderito la Granato. L’alternativa c’è davvero: non mandare mai più soggetti del genere in Parlamento.

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Paganesimo. A Mosca le streghe putiniane esistono davvero: un sabba per maledire i nemici

Un sabba per la vittoria dello zar Vladimir. I neomaccartisti del pensiero atlantista a caccia di streghe putiniane saranno contenti. In Russia le streghe esistono davvero, con tanto di scopa d’ordinanza. Forse è una solo trovata propagandistica, fatto sta che il 12 marzo a Mosca trenta tra donne e uomini, ossia streghe e stregoni, hanno formato un cerchio magico per propiziare la vittoria in Ucraina e maledire i nemici dell’amato presidente: “Coloro che cercano di investirci, coloro che hanno deciso di abbandonarci, coloro che mentono in tutto ciò che dicono, per sempre questi nemici saranno maledetti!”. E poi in coro: “Accidenti! Accidenti”.

Il video è su Youtube e dalla capitale russa a darne notizia è stato Vladimir Rozanskij su AsiaNews. A organizzare il sabba è stata Aljona Polin, indicata come “la strega più importante della Russia” nonché “fondatrice dell’associazione ‘Grandi streghe della Russia’”. All’interno di un’ampia sala, Aljona ha guidato il rito pagano. Per terra uno scialle, un ritratto di Putin e una candela accesa. E lei al centro, addobbata con una tunica nera decorata con immagini di uccelli rapaci, il cappuccio tirato sul capo. Intorno ad Aljona, un cerchio appunto di trenta persone vestite come lei.

La donna ha invocato: “Chi ascolta ma non sente, chi vede ma non vede, chi c’è, c’era e ci sarà, non dimenticherà la mia parola: alza la forza della Russia, guida il nostro presidente Vladimir Putin sulla via della giustizia”. La strega numero uno della Russia è un personaggio da rotocalco, tra magia, tarocchi e il consueto merchandising per allocchi. In un’intervista a MoskoNews le hanno chiesto della sua vicinanza (come consigliere) a Putin e ai soliti servizi segreti. Lei ha risposto: “Il mio obiettivo è migliorare la qualità della vita sulla Terra”.

Già, la Terra. In Russia la tradizione delle streghe è plurisecolare, parte integrante del paganesimo slavo precedente all’avvento del cristianesimo ortodosso. La devozione per la Madre Terra e per le forze della Natura, nel suo piccolo, conferma la visione esoterica e salvifica del conflitto ucraino che si ha in Russia nel nome di Putin, in una sorta di culto mistico ed ecumenico del Capo. Teoricamente in contrasto, pagani e cristiani condividono infatti una fiducia simmetrica nel valore “metafisico” di questa guerra. Laddove Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie e fedelissimo putiniano (lo zar mangia solo prodotti che arrivano dagli orti del capo degli ortodossi), ha ravvisato nell’invasione dell’Ucraina anche l’urgenza di difendersi dai mali dell’Occidente, in particolare dalla “sodomia”. Non a caso nella Chiesa ortodossa, giorno dopo giorno, sta emergendo una tendenza alla Rasputin per chi consiglia meglio Putin in senso escatologico.

Insomma la guerra sta rinvigorendo e consolidando il culto del Capo e c’è da segnalare pure che a Bolshaya Yelnya, un villaggio sul Volga a 410 km a est di Mosca, Madre Fotina, al secolo Svetlana Frolova, un decennio fa fondò una comunità religiosa per adorare Putin con preghiere, icone e riti. Per queste suore putiniane – l’abito è grigio – il Caro Vladimir è la reincarnazione di San Paolo e da quando è presidente è stato investito dallo Spirito Santo.

 

In Italia. Il Parlamento nel 2021 aveva già approvato programmi per 31 miliardi. Ed è record di missioni

La guerra in Ucraina ha liberato le brame militariste del governo Draghi. La Camera ha approvato l’ordine del giorno per portare le spese militari al 2% del Pil, da 25,8 a 38 miliardi l’anno, ma già a settembre il premier aveva indicato la strada: “Ci dobbiamo dotare di una difesa più significativa e spendere molto di più di quanto fatto finora”. Negli ultimi anni c’è stata una crescita costante nella spesa militare, come riporta l’Osservatorio Milex: 21 miliardi e mezzo nel 2019, 23 miliardi del 2020, 25 miliardi del 2021, fino ai 25,8 miliardi del 2021. L’anno passato è stato un anno record non solo per il bilancio delle spese militari, ma anche per il numero (e la spesa) delle missioni militari italiane all’estero. Ben 40, due in più rispetto l’anno passato, per un totale di circa 9.500 soldati dispiegati in tre continenti (Europa, Asia e Africa). Un record per numero di missioni, mentre per unità impegnate il dato è inferiore solo al 2005, quando l’escalation del conflitto in Afghanistan aveva portato a 10 mila i militari schierati. Ben 1,2 miliardi di euro stanziati per il 2021, quasi 100 milioni in più rispetto al 2020. Un incremento che porta a 20 miliardi e 500 milioni la somma dei soldi spesi per le forze armate italiane nel mondo dal 2004 a oggi. Missioni militari il cui scopo è spesso proteggere gli interessi delle multinazionali fossili. Secondo Greenpeace, due terzi delle spese delle operazioni militari all’estero riguardano la difesa di fonti fossili.

Negli ultimi quattro anni l’Italia ha speso 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari, come Mare Sicuro, al largo delle coste libiche e l’operazione Gabinia, nel Golfo di Guinea, collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’Eni. E il Parlamento, in tutto ciò, svolge un ruolo marginale. “Decine di programmi militari sono stati approvati dedicando due, tre minuti per ognuno, mentre un terzo delle missioni militari viene approvato senza alcun dibattito”, dice Fabrizio Coticchia, professore in Scienza politica all’Università di Genova. Un passo avanti se si considera che prima del 2016, anno in cui è stata approvata la legge 145 che consente al Parlamento di avere una discussione su ogni missione, tutte le missioni militari all’estero venivano votate insieme, “per cui era impossibile discutere nel concreto ogni missione”, continua Coticchia.

Il 2021 è stato un anno record anche per il numero di programmi di riarmo inviati al Parlamento. Ben 31, di cui 23 già approvati, per un valore di 31 miliardi, 15 già finanziati. Caccia, droni, missili, mezzi blindati, radar etc. approvati senza nessun voto contrario. In Italia industria della difesa e governo spesso si confondono. Lo Stato detiene il 30,2% di Leonardo e il 71,32% di Fincantieri, e tra politica e industria ci sono legami così stretti che “spesso si finanzia e si compra quello che l’industria propone di sviluppare”, spiega Elio Calcagno, ricercatore dello IAI. La pressione dell’industria è fortissima e le porte girevoli tra politici e manager sono frequenti. Come il caso di Marco Minniti, da ministro degli interni a presidente della Fondazione Med-Or di Leonardo, o di Guido Crosetto, passato da sottosegretario alla Difesa nel governo Berlusconi a Presidente dell’Aidad (Federazione Aerospazio, Difesa, Sicurezza).

Genova, Amburgo e gli altri. Tutti i porti delle tratte armate

Sono le sei di mattina, la lanterna svetta sul porto di Genova. Un portuale indica la banchina dove la Yanbu ha attraccato il giorno prima. La nave appartiene alla Bahri, compagnia marittima saudita che gestisce il trasporto di petrolio e la logistica militare di Riyadh. Delle sue 90 navi, 6 trasportano armi. La Yanbu è una di queste: arriva dagli Stati Uniti, una notte di riposo prima di partire verso le coste dell’Arabia Saudita. Il rituale si ripete ogni tre settimane. Il suo arrivo è anticipato dalle camionette della polizia che prevengono qualsiasi tentativo di proteste. “Nemmeno ci fosse la bomba atomica dentro”, dice un lavoratore. L’atomica non c’è, ma ci sono carri armati, mezzi blindati, elicotteri ed esplosivi, per la maggior parte americani, utilizzati nel conflitto in Yemen.

Nel 2019 Disclose ha rivelato che la Yanbu aveva caricato sei container di munizioni ad Anversa e si stava dirigendo a Le Havre per caricare 8 cannoni Caesar, fabbricati da Nexter, azienda del governo francese. La reazione pubblica fu immediata. La Yanbu non fece scalo in Francia e proseguì verso Genova per caricare quattro generatori elettrici dell’italiana Teknel. “Sono da ritenersi ad uso militare – spiega Carlo Tombola di The Weapon Watch – sia per la tipologia sia per il destinatario: la Guardia Nazionale Saudita, corpo militare dispiegato in Yemen”. I portuali organizzarono uno sciopero con pacifisti, gruppi di sinistra e sindacati “Porti chiusi alle armi, porti aperti ai migranti” era lo slogan che dava il benvenuto alla nave. Dopo un blocco di otto ore, la Yanbu abbandonò il porto senza i generatori. “Adesso che a Genova le Bahri non caricano più armi italiane, lottiamo per impedire il transito di armi verso paesi in conflitto”, dice Riccardo Rudino, del Calp, collettivo autonomo dei portuali impegnato contro “le navi della guerra.”

La legge 185/90 vieta l’esportazione di armi, ma anche il loro transito, verso Paesi “in stato di conflitto armato”, “in cui sia dichiarato l’embargo totale o parziale di forniture belliche” e “i cui governi siano responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. L’Arabia Saudita – spiega Tina Marinari di Amnesty Italia – viola i diritti umani, è sotto embargo ed è impegnata nel conflitto in Yemen”. La protesta riguarda anche la sicurezza sul lavoro. “Le Bahri trasportano esplosivi. Il porto è dentro Genova. Un’esplosione provocherebbe la distruzione di parte della città e la morte di centinaia di persone” dice Josè Nivoi, leader del Calp.

Martin Dolzer, ex membro del Parlamento di Amburgo, guida il movimento “Ziviler Hafen” per fare di Amburgo, città in cui ci sono 90 aziende che producono armi, un “porto libero dalle armi”. “Le navi Barhi non passano, ma ci sono molte armi che partono dalla Germania verso Paesi dove i diritti umani sono calpestati”, dice Dolzer. Nel contratto di lavoro, aggiunge, i portuali devono firmare una clausola in cui accettano di lavorare con navi che trasportano armi. Il movimento punta a raccogliere 65 mila firme (ad oggi sono 16 mila) per attivare un referendum che vieti l’esportazione di armi dal porto e l’istituzione di un tribunale col compito di giudicare, sulla base della legge, le responsabilità dei crimini commessi. Oggi le Bahri continuano ad attraccare a Genova e anche a Sagunto, sud della Spagna, dove a ottobre c’è stato un carico di armi iberiche. Si sospetta però che l’Arabia Saudita continui i trasporti “in modo più discreto, con altre navi di piccole compagnie”, dice Luis Arbide, portavoce de “La guerra empieza aquí”, (La guerra inizia qui), commissione che monitora le navi Bahri in Spagna. I portuali sentono di essere stati abbandonati dalla politica e dai sindacati. Cinque del Calp sono stati indagati per associazione a delinquere per i presìdi contro la Bahri. “La Digos è entrata in casa alle 5 del mattino, ci ha sequestrato telefono e pc e trattato come delinquenti”, confida Riccardo Rudino. “D’altronde la Liguria produce armi: Oto Melara, Fincantieri, Leonardo. Questo crea problemi a livello politico”, spiega José Nivoi. Il processo è fermo, ma pende come un cappio sul collo dei portuali. “Non mi pento di quello che ho fatto”, dice Riccardo. Il 31 marzo terrà una manifestazione “in solidarietà dei popoli ucraino e russo, a difesa del principio secondo cui l’Italia ripudia la guerra e si astiene da ogni fornitura militare alle parti belligeranti”.

Il “Peace fund” che esporta armi. L’esperienza non insegna nulla

Il 21 marzo i ministri degli esteri europei hanno deciso due cose importanti: la sospensione della più costosa missione militare europea, in Mali, e il raddoppio, a un miliardo di euro, delle armi da inviare all’Ucraina. Quest’ultima scelta nasce da una guerra scoppiata ai nostri confini, per l’Africa, invece, è la conseguenza del cambio di priorità e l’ammissione di un cocente fallimento. Entrambe le decisioni si appoggiano sul nuovo strumento legislativo creato nel 2021, lo European Peace Facility (EPF). Il nome è però ingannevole: l’Ue sperava, con l’invio di armi e uomini, di portare la pace, finora ha alimentato guerre e flussi migratori.

L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato le procedure. In poche ore si è deciso di usare 500 milioni per rimborsare i governi Ue che mandano armi a Kiev, poi la cifra è raddoppiata. Dopo pochi giorni è stato montato un hub di coordinamento in Polonia, con procedure ultra-rapide, inusuali per gli standard della burocrazia europea. Le armi sono arrivate in Ucraina, ma è difficile avere un resoconto dopo la consegna. Come faranno i funzionari del Facility Fund, che già prima della guerra si lamentavano di non avere abbastanza risorse, a controllare a chi andranno e che uso ne verrà fatto? Fonti a Bruxelles ammettono che non c’era tempo di entrare in questo genere di “dettagli”. Il servizio esterno dell’Ue si copre dicendo che “le decisioni sui rimborsi sono prese all’unanimità dai Paesi membri”. Ma le nostre analisi incrociate tra istituzioni Ue e Stati fanno sollevare molti dubbi sul sistema di finanziamento di armi ai Paesi terzi.

Maturato nell’era Mogherini, tra l’invasione russa della Crimea e l’arrivo di Trump, il Facility Fund ha una dotazione di 5,7 miliardi nel Bilancio 2021-2027, destinati a rimborsare i governi Ue che inviano un “supporto finanziario, tecnico o materiale” in teatri di guerra. La decisione va presa all’unanimità al Consiglio Ue, gli Stati organizzano l’invio di armi o uomini e l’Ue rimborsa. Il controllo spetterebbe ai parlamenti nazionali, che però già controllano poco il proprio export di armi, figuriamoci quando i soldi sono europei. E così si è aggirato in un colpo solo l’articolo 41 del Trattato, che vieta all’Ue di partecipare alle guerre mentre il Parlamento europeo, trattandosi di un’operazione tra governi, è tagliato fuori da qualunque decisione e controllo.

Dirk Vopel, deputato SPD nella commissione di difesa del Bundestag, conferma che “il Fondo per la Pace manca ancora di un controllo parlamentare” a Berlino. E da Strasburgo, Hannah Neumann, eurodeputata verde tedesca, spiega: “Noi siamo totalmente esclusi. Così non aiuteremo la difesa europea, ma gli azionisti delle grandi compagnie di armi”.

Anche al Consiglio Affari esteri si sono accorti di quanto sia pericoloso il fondo per la pace che manda armi in giro per il mondo. Dopo aver approvato un extra-budget di 24 milioni per il Mali, a dicembre, una settimana dopo hanno ricevuto la doccia fredda dal governo provvisorio in carica a Bamako: le elezioni legislative previste il 22 febbraio venivano sospese sine die. La guerra in Ucraina ha aiutato i ministri europei a decidere di sospendere l’operazione africana. Andata avanti per quasi dieci anni, dal 2013, è costata più di tutte le altre operazioni militari (400 milioni). La European Union Training Mission, prima solo per il Mali, poi dal 2017 estesa a tutto il Sahel, è stata un cocente fallimento. Con i nostri soldati, provenienti da 25 paesi europei (anche dall’Italia), abbiamo formato 16.000 soldati maliani, alcuni di questi hanno fatto due colpi di Stato tra il 2020 e il 2021, entrambi guidati dal colonnello Assimi Goita, addestrato da tedeschi e francesi.

È vero che nella capitale Bamako il primo colpo di stato è stato applaudito da molti, stanchi della corruzione e di come il governo avesse gestito i conflitti armati, ma noi avevamo negoziato con quel governo. I soldati maliani, formati dagli europei, sono stati poi coinvolti in molteplici violazioni dei diritti umani: esecuzioni extragiudiziali, sparizioni, torture documentate dall’Armed Conflict Location & Event Data Project, che riferisce come nel 2020 le forze statali maliane abbiano ucciso più civili dei gruppi jihadisti per i quali la Francia aveva mosso tutta l’Europa a impegnarsi in Mali. Nel frattempo nel Paese africano sono apparsi centinaia di mercenari russi della società privata Wagner, facendo scricchiolare le certezze degli europei.

“Ci sono bambini rapiti, drogati e addestrati a combattere, bambine costrette a sposarsi. È da dieci anni che i paesi europei sono in Mali, ma non hanno risolto niente – dice Soumaila Diawara, scrittore e poeta maliano, rifugiato politico in Italia – I paesi europei stanziano miliardi per l’Africa, ma non si domandano dove vanno a finire”.

Non va meglio sull’export di armi. In Ue non c’è una legislazione comune, ma l’impegno dei governi a notificare a un gruppo di lavoro sulle esportazioni di armi convenzionali (COARM), in seno al Consiglio, volume e Paesi destinatari. Se uno stato membro rifiuta una licenza di esportazione di armi a una nazione (per ragioni umanitarie o politiche), deve notificarlo attraverso COARM e così altri Stati membri possono offrirsi per effettuare quell’esportazione.

Tra 2013 e 2020, su 323.602 licenze concesse, solo 2.210 sono state negate, lo 0,7%. Tutto, ancora una volta, senza trasparenza: le informazioni su quali Paesi negano le licenze sono classificate, tranne che nei Paesi Bassi. Le industrie di armi possono poi usare filiali in altri Stati per aggirare i divieti di esportazione di armi. La tedesca Rheinmetall, per dire, ha usato la sua filiale italiana per le bombe all’Arabia Saudita, poi trovate nello Yemen. Secondo i nostri dati, la Germania è oggi il paese che esporta più armi all’estero, seguita da Francia, Spagna e Italia.

Sempre più strategici, ma il mezzo europeo sarà pronto nel 2029

“Dobbiamo diventare un attore autonomo e strategico. Per questo dobbiamo dotarci di un arsenale di hard power”, annunciava nel 2020 il Commissario francese alla difesa, Thierry Breton. Il ruolo dei droni turchi Bayraktar TB2, impiegati dalle forze ucraine contro la Russia, mostra come questa tecnologia sia sempre più decisiva nei teatri di guerra. La Commissione ha puntato sull’Eurodrone per la nuova stagione di riarmo: nel 2019 questo progetto ha ricevuto 100 milioni di euro (senza gara) su un totale di 500 milioni. Un segnale politico per siglare l’alleanza tra 4 grandi paesi: Francia, Germania, Italia e Spagna (in totale spenderanno 7,1 miliardi di euro) e le rispettive industrie, Airbus Defence and Space, Dassault Aviation e Leonardo. L’Ue finanzia ma non decide, spiega una fonte di Airbus: “La Commissione non ha il diritto di intervenire nei negoziati che abbiamo condotto coi paesi coinvolti”.

Saranno 60 gli Eurodroni prodotti e consegnati ai quattro partner: l’Italia ne acquisterà 15 per 2 miliardi di euro. “L’attenzione del governo italiano verso i droni è crescente”, sottolinea Francesco Vignarca di Rete Pace e Disarmo, che ricorda come a settembre il governo abbia aperto alla possibilità di armare i droni Reaper, fino a quel momento usati per missioni di sorveglianza. L’eurodrone avrà un’apertura alare di 30 metri e una capacità di sorveglianza o di attacco per circa 20 ore. La prima consegna però non arriverà prima del 2029, ben 15 anni dopo il lancio del progetto, col rischio che “compreremo un equipaggiamento obsoleto quando sarà pronto”, dice il senatore francese Cedric Perrin. Questo progetto, d’altra parte, arriva dopo 20 anni di tentativi di sviluppare un drone europeo: tutti falliti per le divisioni fra i Paesi, che alla fine hanno finito per comprare droni “MALE” stranieri, come gli americani Predator e Reaper e gli israeliani Hermes e Heron.

La svolta arriva nel 2013 quando la Francia annuncia l’acquisto dei Reaper americani da impiegare nella missione in Mali. A quel punto “Dassault, Airbus e i colleghi di Leonardo dicono ‘un momento, noi sappiamo come costruire questi droni, abbiamo una grande industria aeronautica, vogliamo produrli noi’”, rivela una fonte vicina ad Occar, l’agenzia con sede a Bonn che gestisce i programmi europei di cooperazione nel campo degli armamenti.

Qui arrivano i primi problemi, perché ogni paese ha in mente un uso diverso per il drone: la Francia vuole un’arma da impiegare nel Sahel, la Germania punta ad attività di sorveglianza sul proprio territorio. Alla fine passa la proposta tedesca, Airbus Defence (società franco-tedesca-spagnola) diventa capofila del progetto. Il presidente della commissione Difesa del Senato francese, Christian Cambon, è molto critico: “Con due motori e un peso di dieci tonnellate, questo drone sarà troppo pesante, troppo costoso e difficile da esportare”.

Altro motivo di scontro è stato la necessità o meno di armare l’Eurodrone. Il 3 febbraio 2021 la coalizione di governo tedesca stabilisce che “è un progetto concepito principalmente come un sistema di ricognizione”. In aprile, poi, la commissione Bilancio del Bundestag indica come requisito per il via libera del progetto che “nessuna munizione potrà essere acquistata per il sistema Eurodrone e che non ci sarà nessun addestramento alle armi tattiche per gli operatori”.

La forza dell’eurodrone sta nell’essere un prodotto completamente europeo, una tecnologia che non dipende da paesi terzi. “I primi Reaper acquistati dalla Francia erano completamente gestiti dagli americani. Quando si voleva farlo volare da qualche parte, bisognava chiedere il permesso al Congresso Usa” spiega Perrin.

Ed è proprio sulla minaccia del controllo Usa che si gioca la scelta su chi fornirà i motori, una commessa da 500 milioni di euro. Airbus Defence dovrà scegliere fra il Catalyst di Avio Aero, azienda italiana di proprietà dell’americana General Electric, e l’Ardiden TP3 di Safran Helicopter Engines. “Sarebbe scioccante che i contribuenti europei finanziassero un soluzione non europea”, ha dichiarato a La Tribune Franck Saudo, ad di Safran, alludendo alla possibilità che l’esportazione del mezzo sarebbe subordinata all’ok di Washington. Bugie, replica Avio Aero. Posizione confermata da una fonte vicina a Occar: “Safran fa il suo gioco. Secondo una nostra prima analisi, il motore di Avio soddisfa le condizioni quanto quello di Safran. Saranno i costi e le prestazioni a guidare la scelta”. La decisione, rinviata più volte, è attesa a giorni.

La Difesa comune Ue non c’è, il regalo per le lobby invece sì

C’era un clima nuovo al Consiglio europeo di giovedì scorso a Bruxelles. Da sempre bistrattata come una politica gelosamente nazionale, la Difesa europea ora è diventata centrale nei discorsi dei capi di governo. La guerra “modellerà la politica europea per i decenni a venire”, ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera, Josep Borrell. “Dobbiamo investire di più e meglio nelle capacità di difesa”, gli hanno fatto eco i leader nell’ultimo summit di Versailles. L’invasione dell’Ucraina era l’ingrediente mancante per quell’unità di vedute che ora possiamo leggere nella “Bussola Strategica”, il nuovo GPS politico dei 27: “L’Ue contribuirà positivamente alla sicurezza globale e transatlantica, è complementare alla Nato, che rimane il fondamento della difesa collettiva per i suoi membri”.

È la quarta bozza, riscritta in fretta e furia dopo le bombe russe. Per le altre tre ci sono volute 50 riunioni e 20 libri bianchi inviati da ogni Paese. Si litigava su tutto, soprattutto sulla percezione delle minacce: per la Francia il Sahel e il terrorismo; per i Paesi del Sud la pressione migratoria e il controllo del Mediterraneo; per i baltici e l’Est la sola minaccia è sempre stata Mosca. Nel novembre 2021 la parola “Russia” appariva solo 6 volte, nel documento finale ben 17.

La ritrovata unione contro Putin non vuol dire però che siamo pronti a un esercito europeo. Nell’Ue rimangono 27 politiche estere e di difesa, la Nato è il collante e l’operazione EU Rapid Deployment Capacity, appena approvata, con soli 5.000 uomini che dal 2025 potrebbero essere operativi, partirà solo se si troverà la volontà politica e gli Stati disposti a finanziarla.

Intanto, però, l’Europa ha cominciato a finanziare la produzione di armi. Il tabù è caduto nel 2015, dopo l’invasione russa della Crimea. La lobby delle industrie d’armi si è presentata a Bruxelles nel “Gruppo di personalità” riunito dalla Commissione per decidere il calendario futuro: su 16 ospiti 7 avevano un legame diretto con l’industria (Airbus Group, BAE Systems, Finmeccanica, MBDA, Saab, Indra e i lobbisti ASD), due politici, Michael Gahler e Elisabeth Gigou, sono da sempre sostenitori di una difesa europea. La società civile e le università erano assenti.

Poi sono arrivati la Brexit, Trump e i suoi attacchi alla Nato, gli attentati a Parigi e Bruxelles. Intanto le proposte del gruppo di esperti erano maturate. Nel 2017 è nata la Pesco, una cooperazione rinforzata tra 25 governi europei (fuori Danimarca e Malta) per coordinare dei progetti comuni. Nel 2017 è arrivato il PADR con 90 milioni per i primi 18 progetti di armi. Nel 2019-20 si è passati a 500 milioni con il programma EDIDP e 41 progetti. I maggiori beneficiari sono 4 paesi: la Francia, leader del settore, con 48 progetti, la Spagna 41, l’Italia 37 e la Germania 30.

“Di solito si fa prima la politica estera, la politica di difesa, e poi si comprano le armi. Qui facciamo il contrario”, spiega Francesco Vignarca della Rete Italiana Disarmo. Il prof. Fabrizio Coticchia, dell’università di Genova, spiega che “la volontà di rinunciare a un pezzo di sovranità per decisioni comuni non c’è. Lo stesso vale per l’intelligence: un agente segreto francese non condividerà mai informazioni sulla Libia con un italiano o un tedesco. Per non parlare di come sono spartiti i progetti industriali di ricerca nelle armi, senza controllo democratico”.

L’industria, quella grossa, ringrazia. Su 302 aziende che hanno ricevuto finanziamenti da EDIDP, cinque – Airbus, Thales, Leonardo, Indra Sistemas e Dassault – partecipano a 23 dei 41 progetti, per un valore di 363 milioni. I 4 paesi beneficiari sono anche azionisti di queste società in un settore nella mani di pochi player aggrovigliati tra loro: Airbus possiede parte di Dassault, che controlla parte di Thales, che a sua volta possiede altre aziende (come Edisoft in Portogallo o Naval Group in Francia) o è partner di Leonardo per controllarne altre (Telespazio ed Elettronica).

Sarebbe materia di indagine per l’Antitrust Ue per capire se dei colossi così interdipendenti si muovono in un terreno di reale concorrenza e non determinano commesse e costo delle armi. I cinque colossi sono anche partecipati da tre grossi fondi americani, Blackrock, Vanguard e Capital, azionisti sia delle società europee che dei loro competitor americani Boeing, Lockheed Martin, Raytheon Technologies, General Dynamics e Northrop Grumman. Parte dei soldi pubblici per il riarmo Ue, insomma, volerà via dall’Europa.

Queste partecipazioni incrociate nello stesso settore dovrebbero essere materia dell’Antitrust, ma la Commissione ha risposto a Investigate Europe che si muoverà quando ci sarà una denuncia. È difficile che arrivi, perché anche le piccole imprese sopravvivono all’ombra dei colossi. “In Francia il governo e l’industria delle armi sono molto legati – dice la deputata verde Hannah Neumann, membro della sottocommissione per la sicurezza e la difesa – Quando i funzionari dei governi decidono l’assegnazione dei fondi Ue, i lobbisti siedono quasi al tavolo”.

Succede nel “Programme Committee”, un oscuro comitato dove i governi decidono ogni anno che programmi di armi finanziare insieme. Un gruppo di esperti “indipendenti”, scelti dai ministeri della Difesa, seleziona le proposte e aiuta la Commissione nella scelta di progetti e compagnie. Il nome degli esperti è segreto, per evitare – dice Bruxelles – che “siano messi sotto pressione”, però così nessuno può controllare se abbiano conflitti d’interessi. Nell’unica lista che siamo riusciti a vedere, del gruppo di esperti che consiglia il Commissario al mercato interno Thierry Breton, l’80% ha legami con l’industria. C’è anche un ufficio speciale dentro l’Agenzia europea per la difesa (EDA), chiamato “Porta d’ingresso”, per consigliare le imprese nel trovare altri fondi europei per progetti di difesa legati per esempio al clima, alla parità di genere o ai giovani.

Chi è escluso completamente dai giochi è l’Europarlamento. Poteva votare sul programma annuale del nuovo “Fondo di Difesa”, ma Commissione e Consiglio hanno proposto di ridurre i suoi poteri a un semplice “avviso”, senza neppure ricevere i documenti: la maggioranza degli eurodeputati ha accettato questo nuovo corso. “Quando abbiamo incontrato i funzionari della Direzione Politiche industriali della Commissione – spiega Laetitia Sedou dello European Network Against Arms Trade – ci hanno detto ‘stiamo solo attuando un programma industriale, le vostre considerazioni etiche non ci riguardano’. Anche dal gabinetto di Federica Mogherini, all’epoca responsabile della politica estera Ue, ci hanno detto che ‘sono solo programmi industriali, su cui non abbiamo controllo’. Così nessuno si prende la responsabilità del nuovo Fondo di Difesa”.

Il Trattato europeo (articolo 41) vieta infatti di imputare al bilancio Ue “spese derivanti da operazioni aventi implicazioni militari o di difesa” e così progetti e spese vengono fatti passare come “politica industriale” per “migliorare la concorrenza”. Niente di meno vero, come si è visto. “Il Fondo per la Difesa è stato presentato come un progresso per l’Europa. Ma per me, il fatto che gli Stati possano aprire il bilancio europeo e attingervi è una regressione per l’Europa, l’Europa diventa una vacca da mungere, una fonte di finanziamento senza vincoli democratici”, dice Sedou.

Questa guerra piace tanto a chi non l’ha mai vissuta

Questa Europa in guerra è governata da una generazione che non sa cosa sia la guerra. Quella che si era trovata costretta a fare la Resistenza, aveva fondato su quell’esperienza lacerante un’idea di Europa radicalmente diversa. Alle Fosse Ardeatine si legge: “Qui fummo trucidati, vittime di un sacrificio orrendo. Dal nostro sacrificio sorga una patria migliore, e duratura pace tra i popoli”. Nessuna estetica del morire per la patria: il sacrificio era orrendo, la patria da cambiare. Il fine non negoziabile: mai più tornare indietro, mai più un’altra guerra. Come il Cristo risorto dell’ultimo Donatello, sui pulpiti di San Lorenzo: vincitore, ma disfatto. Un soldato anche lui sconfitto: un vincitore che con la morte non vuole, non può, avere più niente a che fare.

Il ripudio costituzionale della guerra, ben più di un rifiuto, nasce qua. In Costituente si dirà che è la scuola, non più l’esercito, il presidio della nazione. Nel Manifesto di Ventotene è senza appello la condanna degli stati-nazione: “La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo ‘spazio vitale’ territori sempre più vasti. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti”. E oggi vediamo coi nostri occhi che “basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere”.

La nostra generazione di potenti ci trascina verso l’abisso perché non ha vissuto la guerra. E perché ha scelto di essere terribilmente ignorante: convinta che bastassero finanza e tecnologia, ha rinunciato con disprezzo alla cultura umanistica. “Fare soldi per fare soldi per fare soldi”. Già: a che mai poteva servire conoscere Omero, leggere Erasmo, guardare Donatello? Eppure è lì che si trova la medicina contro il veleno della guerra. Lungo millenni di stragi inenarrabili, lì si è addensata la forza di pensieri e parole capaci di conservarci umani, resistendo nonostante tutto all’amore per la guerra. Proprio ciò che servirebbe al manipolo di tecnocrati e affaristi che ora gioca con i missili senza nemmeno il pathos della consapevolezza, senza provare un grammo di orrore per ciò che prepara.

Accostate il discorso di Draghi davanti a Zelensky (secco freddo cinico pedestre, senza un sussulto di responsabilità) all’inno omerico ad Ares (il Marte dei romani), anonimo capolavoro del pensiero antico, in cui si invoca il dio della guerra perché freni la guerra: “Ascoltami soccorritore dell’umanità … irradia di lassù la tua amica luce sopra le nostre vite, e la tua forza guerriera: così che io possa scacciare dalla mia testa l’odiosa viltà, e frenare quello slancio fallace del mio animo, e trattenere quella stridula voce nel mio cuore che mi provoca a gettarmi nella guerra agghiacciante. Tu, o beato, donami il coraggio: lasciami indugiare al sicuro nelle leggi della pace, e sfuggire così allo scontro con i nemici, al destino di una morte violenta”. Il coraggio della pace, la forza della pace: e la viltà della guerra, la debolezza di cedere ad essa. Quanto avremmo bisogno di queste parole, oggi: di questo modo di guardarci dentro. “L’inno – commenta James Hillman – risponde a questa antica domanda: come iniziano le guerre? Nella stridula voce nel cuore del popolo, nella propaganda della stampa, nei capi che vedono nemici ovunque e cercano pretesti per combattere. Slancio fallace e ondata di falsità si promuovono a vicenda, sicché siamo ingannati da un senso di urgenza e ci giustifichiamo con l’ipocrisia di nobili proclami”.

Non è forse quello che sta succedendo? Mandiamo armi convenzionali, ci prepariamo a quelle chimiche, rompiamo il tabù nucleare. Corriamo, a rotta di collo, ad aumentare la spesa militare. La retorica dell’eroismo sale, come una febbre maligna. Come la propaganda: Putin è Hitler, “vuole arrivare a Berlino”, anzi “a Lisbona”. L’Ucraina deve entrare nella Ue, anzi nella Nato: a un passo dall’apocalisse atomica. E via, in un folle crescendo che brucia, in pochi giorni, decenni di saggezza.

Così l’intera Europa sta al gioco paranoico del despota Putin, parla la sua stessa lingua, invoca lo stesso fuoco della guerra invece che la freddezza della pace – fatta di attesa, indugio, dialogo, ponderazione, mediazione, compromesso. E i peggiori sono i potenti che si dicono cristiani: “Essi reprimono e nascondono tutto ciò che potrebbe conservare la pace, esagerano ed esasperano tutto ciò che possa dare inizio a una guerra” – notava Erasmo, sgomento.

Intanto, gli ucraini combattono: lo fanno per i valori dell’Occidente, diciamo. Per noi. Noi: gli ipocriti. Noi che alimentiamo la guerra, invece di costruire la pace. Noi che ci diamo da fare perché la guerra si prolunghi. “Dulce bellum inexpertis”, diceva ancora Erasmo: solo chi non l’ha provata sul proprio corpo può desiderare che la guerra duri ancora.

“In guerra dal salotto con soluzioni semplici: una recita grossolana”

Professor Niola, c’è un furore bellicista, un’arietta da combattimento, una voglia di fare a cazzotti. Sembra quasi che non vediamo l’ora di dirci in guerra con la Russia e regolare i conti definitivamente.

Diceva il grande Max Weber che il furore della follia bellica fa effetto anche a chi non combatte. Magari nel salotto di casa si esercita fantasticando con la mente: bum, bum.

Questo clima non è mai appartenuto all’Italia che ha fatto sempre fatica a schierarsi, a indossare la tuta da combattimento. Andreotti, Berlinguer e Craxi, per dire dei tre maggiori esponenti politici dell’ultimo spicchio di Novecento, hanno sempre scelto di fare un passo di lato davanti a questioni che imponevano una scelta di campo. Eravamo così codardi ieri?

Penso invece che la posizione italiana fosse saggia e intelligente. Si è andata indebolendo quando abbiamo perso interpreti di uguale peso politico.

Oggi sembriamo tifosi.

Per quel poco che capisco di politica mi pare che il clima muscolare sia stato agevolato dalla convinzione che Lega e Cinque Stelle fossero intimi della Russia. C’è così stato un raddoppio di motivazioni, una voglia in più di regolare i conti con Mosca con l’intento non dichiarato di regolarli in casa nostra.

Davvero solo questo?

Abbiamo avuto la pandemia nella quale si è consolidato un linguaggio di parte, muscolare, antagonista, anche patriottico. Avevamo il virus come nemico. Dai canti dal balcone all’inno di Mameli, dai fondi delle pentole come rulli di tamburo siamo passati alla lotta in campo libero. C’è stata la guerra con i no vax: su ambedue i fronti uno scambio intenso di parole come pallottole.

La guerra ci ha dunque trovati già bene armati con le parole.

Sa che Thomas Hobbes, il padre del pensiero politico moderno, utilizzava due distinte parole per dire guerra? La prima, in senso proprio, era war. L’altra, per definire una condizione di stato, era warre. Si avvicina alla nostra guerra fredda. In questo tempo le parole orientano, costruiscono una realtà da cima a fondo. Ricorda la barzelletta?

Quale barzelletta?

Il nonno ateo che al nipotino, allevato alla preghiera dalla mamma timorata di Dio, domanda: piccolo, vuoi più bene al diavolino o alla madonnaccia? La parola dunque influenza, condiziona, risolve persino la questione.

Si dice che la questione è semplice: stare con l’Ucraina oppure con la Russia.

Dobbiamo stare con l’Ucraina, è del tutto naturale. Ma non dobbiamo abdicare al nostro pensiero.

Convengo con lei.

Non deve bastarci questo assunto.

C’è guerra fredda anche tra il popolo della semplificazione e quello della complessità. Chi complica i ragionamenti aiuta la Russia, si dice.

Beh, l’eccessiva semplificazione rappresenta però una recita politica grossolana. Si ricordi che le dittature adottano sistemi semplificati di orientamento del pensiero. La soluzione è sempre a portata di mano, la vittoria vicinissima. La complessità ci aiuta invece a guardare le questioni e approfondire le contraddizioni.

Però gli effetti della cancel culture, la più barbarica delle operazioni di reset di ogni pensiero dissonante, si sono visti anche da noi.

Quel che è accaduto alla Bicocca a Milano, aver cassato il programma di lezioni su Dostoevskij, ci fa capire in quale tempo viviamo.

Il tempo della warre.

Ecco Hobbes, appunto la warre. L’ispessimento delle parole, la voglia di trovare il nemico e metterlo in riga con tutti gli epiteti possibili, anche con la derisione, anche con l’offesa personale. I social sono il catino della contumelia, il deposito dell’oltraggio e di ogni altra zozzeria.

Durerà questa guerra delle parole?

Credo di no, dico di no. Penso che ancora qualche settimana e poi cambieremo programma in tv.

Riabilitato Sputnik: “Efficace al 93%”. Spallanzani: “In linea con S. Marino”

Nel 2021, Sputnik V avrebbe protetto gli italiani esattamente come ha fatto Astrazeneca. In un periodo in cui le fiale arrivavano in Italia con il contagocce. Il dato si evince da uno studio promosso dal ministero della Salute dell’Argentina e pubblicato su Lancet. Gli scienziati sudamericani hanno analizzato un maxi-campione da 1,2 milioni di persone che avevano ricevuto il russo Sputnik V (687mila), l’inglese AstraZeneca (358mila) e il cinese Sinopharm (237mila), indagando la protezione di questi vaccini nel prevenire il decesso tra gli over 60. Alla conta finale, per Sputnik il risultato positivo è arrivato al 93%, per AstraZeneca il 93,7% e per Sinopharm all’85%. Nel periodo preso in esame erano presenti nel Paese sudamericano, le varianti Gamma, Lambda e Alpha. Per tutti e tre i farmaci, la conclusione è stata una vaccinazione “efficace nella prevenzione dell’infezione e del decesso”.

I risultati dello studio argentino, tra l’altro, sono in linea con quello – ancora in fase di referaggio – che l’Istituto Spallanzani di Roma ha svolto sui dati prodotti dall’Istituto per la sicurezza sociale di San Marino. Nel piccolo Stato enclave, infatti, le prime due dosi del ciclo vaccinale sono state assicurate grazie all’acquisto del farmaco russo. “I dati di San Marino ci hanno permesso di verificare come, fino al periodo della variante Delta, il vaccino Sputnik V assicurasse una protezione dall’infezione dell’80%, fino al 60% dopo 6 mesi. La protezione dalle ospedalizzazioni era invece dell’85% per tutto il periodo”, anticipa al Fatto il direttore scientifico dello Spallanzani, Enrico Girardi. “Hanno fatto troppo presto il funerale a Sputnik e Astrazeneca”, ha invece dichiarato all’AdnKronos Mauro Pistello, vicepresidente della Società italiana di microbiologia: “Lo studio argentino è ben fatto. È dimostrato che Sputnik ha funzionato bene se la popolazione è vaccinata con due dosi come in Argentina, non come in Russia dove spesso non si è finito il ciclo vaccinale”.

Già in passato la rivista britannica Lancet – che in materia medico-scientifica è un’istituzione – aveva già promosso Sputnik V, mettendolo in linea con gli altri vaccini in quel momento presenti sul “mercato” mondiale. Come nel febbraio 2021, quando rilanciò uno studio degli inglesi Ian Jones e Polly Roy che ne quantificava l’efficacia al 91,6%.

Nel gennaio 2022, invece, sempre l’Istituto Spallanzani – che fino allo scoppio della guerra in Ucraina aveva in piedi una partnership con i ricercatori dell’Istituto Gamaleya di Mosca – aveva effettuato e pubblicato uno studio di laboratorio in cui si diceva che “le persone vaccinate con Sputnik V mantengono un’attività neutralizzante contro Omicron, e tale attività si mantiene in buona parte anche a distanza di 3-6 mesi dalla vaccinazione”. A posteriori, lo studio è stato criticato da alcuni organi di stampa, sia per il campione ridotto (15 persone) sia per l’eccessivo entusiasmo con cui fu lanciata la notizia. “Non era affatto uno studio comparativo – racconta ancora il prof. Girardi – ne abbiamo fatti di simili e in altri contesti anche con vaccini diversi. Spesso in questi studi di laboratorio si utilizzano campioni ridotti, a volte anche inferiori al nostro. In quel momento era nostro interesse verificare come i vaccini presenti in Italia o comunque su cui potevamo lavorare avessero conservato una parte della loro efficacia in era Omicron”. L’interesse di Spallanzani per lo Sputnik V nasceva anche dalla partnership con l’Istituto Gamaleya, interrotta tuttavia con l’inizio delle sanzioni verso la Russia.