Conte boccia ancora il riarmo e avvisa: “Il governo non forzi”

Nessun ripensamento sul No all’aumento delle spese militari. E se sarà “il governo a forzare”, allora sarà “il governo a mettersi in fibrillazione, non è il Movimento 5 Stelle”. Parola di Giuseppe Conte, che a Mezz’ora in più tiene il punto sulla questione che da settimane agita la maggioranza.

Nel giorno in cui gli iscritti votano per la sua leadership – c’è tempo fino alle 22 di stasera –, l’ex premier assicura che al Senato il M5S non replicherà il voto favorevole espresso alla Camera, quello che ha dato il via libera a un ordine del giorno per alzare al 2 per cento del Pil le spese militari (come da antichi accordi con la Nato): “Noi non vogliamo la crisi – scandisce Conte – ma spero in una prospettiva di buon senso. Mi confronterò con Draghi nei prossimi giorni”. Questa volta, è il ragionamento, non si può rinunciare a una battaglia identitaria: “Siamo la forza di maggioranza relativa, se si tratta adesso di discutere un nuovo indirizzo che non era nel patto fondativo del governo, faremo valere la nostra presenza”.

Non sarà facile. Perché il resto della maggioranza – come anche la parte più “draghiana” del Movimento – è invece già schiacciata sul Sì all’odg (analogo a quello approvato alla Camera) presentato a Palazzo Madama da FdI. La Lega, nonostante da giorni Matteo Salvini indossi la felpa pacifista, ha deciso di adeguarsi: “Noi voteremo come alla Camera”, fa sapere il capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo. E così farà il Pd, nonostante una manciata di voci in dissenso (ieri Graziano Delrio lo ha ripetuto ad Avvenire: “Non è così che si risponde alla guerra”).

Si tratterà (oggi è previsto un vertice di maggioranza) ma quell’invito di Conte a “non forzare” lascia intendere che il M5S non gradirebbe affatto l’arma fine-di-mondo evocata nelle ultime ore, un altro voto di fiducia per mettere al riparo il governo. E se “la collocazione euroatlantica non è in discussione”, per il leader M5S c’è un tema di opportunità: “Non ho mai messo in dubbio gli accordi sull’aumento della spese militare presi nel 2014. Ma la tempistica ipotizzata non è un dogma indiscutibile. I nostri alleati conoscono la sofferenza dell’Italia dopo due anni di pandemia”. Tradotto: ci sono “altre spese”, altre priorità.

Un concetto a cui la maggioranza sembra sorda, nonostante dall’inizio della guerra in Ucraina anche il Papa abbia usato parole durissime contro il riarmo. Ancora ieri, il Pontefice ha rivolto un appello a “ripudiare la guerra”, un luogo di morte “dove i padri e le madri seppelliscono i figli”, dove “i potenti decidono e i poveri muoiono”. Secondo Papa Francesco, la retorica delle armi come “unica soluzione” non sta in piedi: “È passato più di un mese – ha detto all’Angelus – dall’inizio di questa crudele e insensata guerra, che come ogni altra guerra rappresenta una sconfitta per tutti. La guerra non può essere qualcosa di inevitabile: l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolirla, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia”.

Siria. Mosca vuol chiudere l’ultimo valico e bloccare gli aiuti ai civili

La Russia potrebbe chiudere l’ultimo corridoio umanitario dell’Onu in Siria in risposta alle tensioni con l’Occidente per l’invasione dell’Ucraina, avvertono i funzionari Onu impegnati sul campo. Più di 1.000 camion di aiuti passano ogni mese attraverso il valico di frontiera di Bab al-Hawa tra Siria e Turchia, destinati ai 3,4 milioni di persone che vivono nella regione siriana nord-occidentale di Idlib, uno degli ultimi bastioni del territorio controllato dai ribelli nel Paese.

Mosca, principale sostenitore del governo di Bashar al-Assad, ha già usato il suo potere di veto sul Consiglio di sicurezza, insieme alla Cina, per chiudere i valichi in Giordania, Iraq e Turchia che l’Onu aveva stabilito per garantire gli aiuti ai civili su tutte le aree del conflitto che ha devastato il Medio Oriente. La Russia afferma che Damasco è in grado di distribuire tutti gli aiuti internazionali e che gli attraversamenti in territorio controllato dai ribelli sono una violazione della sovranità del governo.

Il compromesso dell’ultimo minuto nel luglio 2021 al Consiglio di sicurezza Onu tra Usa e Russia consentì un’estensione di 12 mesi del passaggio di aiuti attraverso il valico di Bab al-Hawa scadrà quest’estate. Adesso mentre Mosca e l’Occidente si affrontano nell’Europa orientale, molti temono che il Cremlino possa cercare ritorsioni in Siria. La crisi umanitaria – dopo 11 anni di conflitto – è particolarmente grave: il tasso di povertà è del 90%, con 14,6 milioni di persone che dipendono dagli aiuti umanitari. Ad aggravare le cose è la totale dipendenza della Siria dal grano russo. Il conflitto in Ucraina sta già facendo salire i prezzi delle materie prime e l’inflazione vola: quest’anno ha toccato il 140%. Il governo sta già razionando alimenti di base come grano, zucchero, olio da cucina e riso.

Un rapporto del Center for Strategic and International Studies di Washington ha rivelato che Assad ha frodato milioni di dollari in aiuti internazionali distorcendo il tasso di cambio: Damasco si è intascato 51 centesimi di ogni dollaro degli aiuti in Siria nel 2020.

 

Ultima fermata Užhorod: l’altra faccia della guerra

“Užhorod è letteralmente sommersa. Sono arrivati circa 50.000 rifugiati. In tempi normali, la città conta poco più di 110.000 abitanti”. Stanislav Dvornytskyi, 28 anni, è seduto al tavolino di un caffè nel centro pedonale della città. Užhorod è il capoluogo della regione Transcarpazia, la più grande città dell’ovest dell’Ucraina, al confine con la Slovacchia. Un po’ più a sud c’è l’Ungheria, un po’ più a nord la Polonia. Le targhe delle auto parcheggiate in città indicano che le persone arrivano da tutta l’Ucraina, da Kharkiv, Odessa, Luhansk, Kiev, la capitale, che dista da qui quasi 800 chilometri. Alcune auto hanno anche la vecchia targa della Crimea, di quando la regione era ancora ucraina, prima dell’annessione alla Russia nel 2014. Sembra un giorno normale nel centro storico di Užhorod: coppie che passeggiano con i loro bimbi, un uomo che cammina mangiando un gelato, dei giovani che pattinano lungo le rive del fiume Už. Dei visitatori fanno la fila davanti all’ingresso del castello, costruito nel XII secolo sui resti di un’antica fortezza dei tempi del regno di Svatopluk I.

In questi giorni a Užhorod ci sono tante persone, o forse anche di più, di quante ne arrivano il primo fine settimana di aprile per assistere alla fioritura dei ciliegi di Sakura, il pendant ucraino dell’Hanami giapponese. Stanislav Dvornytsky conosce bene la sua città natale, che ha dovuto lasciare per andare a studiare e lavorare a Leopoli. Nel 2017 si è trasferito in Repubblica Ceca, a un centinaio di chilometri da Praga. È tornato a fine dicembre per le vacanze e da allora non è più ripartito. All’inizio della guerra ha fatto domanda per entrare nella Difesa territoriale, ma gli è stato risposto che avevano abbastanza gente e che sarebbe stato più utile come volontario. I primi giorni del conflitto, Užhorod è stata travolta dall’afflusso di persone che lasciavano le città dell’est dell’Ucraina. “La prima settimana è stata davvero infernale alla frontiera – spiega Stanislav -. E da allora c’è sempre molto lavoro da fare”. Ci mostra le sue mani piene di graffi, escoriazioni, piccole ferite. “I primi giorni è stato emotivamente molto difficile. Ora va un po’ meglio, ma è complicato, non sappiamo cosa succederà la prossima settimana”. Grazie ai suoi contatti in Repubblica Ceca, Stanislav ha fatto arrivare a Užhorod medicine e cibo. “Ma ora che almeno 200.000 mila persone hanno attraversato il confine, anche la Repubblica Ceca deve far fronte all’emergenza dell’accoglienza e quindi qui arrivano meno pacchi”. Gli abitanti di Užhorod si stanno mobilitando ma, nota Stanislav, “la maggior parte continua a lavorare normalmente. La loro vita non è cambiata molto rispetto a un mese fa. Per loro, la guerra, almeno per ora, si svolge su YouTube e in televisione”. Cathia, 15 anni, e sua madre Miroslava Maximovych non hanno più il tempo di guardare la tv. Da quando è iniziato il conflitto e sono cominciati ad affluire i profughi, madre e figlia si stanno dando da fare lungo il confine slovacco. Tutti i giorni, anche oggi, circa 2.000 persone lasciano l’Ucraina a piedi. Anche il flusso delle auto non si ferma mai. Il posto di frontiera alla fine della strada nazionale 8 è uno dei tre hotspot che permette di entrare in Slovacchia. Ce ne sono stati fino a nove lungo il confine. Il primo giorno di guerra, Cathia e sua madre hanno fatto una lunga fila per donare il sangue. Ma, inutilmente, perché ce n’era già abbastanza. Anche in città, dove era stato allestito un centro di accoglienza per i profughi, avevano abbastanza volontari e il loro aiuto non era necessario. Allora hanno deciso di raggiungere la frontiera.

All’inizio per attraversarla ci volevano più di quattro giorni e altrettante notti. La fila di auto in uscita si estendeva su diversi chilometri. “Faceva un freddo gelido – ricorda Cathia -. Non avevamo niente. Eravamo nel caos più totale”. Allora c’è chi ha portato un tavolo da campeggio, chi una teiera, chi una caffettiera: “I commercianti del quartieri sono venuti a darci una mano. Dei ristoratori hanno donato le loro macchine da caffè professionali, per preparare tè e caffè caldi. Abbiamo anche potuto cucinare in grandi quantità”. Adesso “50 volontari stanno fissi lì al posto di frontiera, facendo turni di sei ore, giorno e notte”, spiega Miroslava Maximovych, che lavora per una società slovacca di corsi di lingua. Miroslava può lavorare a distanza, ma poiché è pagata a missione, di questi tempi non guadagna granché. “Ma non importa. In questo momento a noi ucraini non interessano i nostri stipendi, conta solo la vittoria”, dice con un sorriso. Cathia non sta andando a scuola in questo periodo. Le vacanze, che si sarebbero dovute tenere a fine marzo, sono state anticipate. Tra qualche giorno ricominceranno le lezioni, ma la didattica si farà a distanza: “Mi emoziona molto vedere qui dei bambini che, fino a poche settimane fa, avrebbero fatto di tutto pur di non andare a scuola, e ora invece piangono perché sanno che non potranno andarci”. Madre e figlia sorridono. Cathia si emoziona quando racconta la storia di un ragazzino che le ha detto di essere arrivato in treno da Kiev, facendo tutto il viaggio chiuso dentro il bagno, traumatizzato dai bombardamenti. O quando racconta di quei bambini che hanno passato tanti giorni in automobile nell’attesa di poter attraversare la frontiera. Racconta anche una scena al limite del surreale, quando, una notte, un giovane ucraino ha preso la chitarra ed è andato cantando di auto in auto per rallegrare chi aspettava di partire. “Facciamo il possibile per restare positivi”, dice Cathia. Torniamo nel centro di Užhorod. Il ristorante Korchma Komitat Unh si trova a due passi dalle ex cantine di vino chiuse in epoca sovietica e recentemente riaperte ai turisti, che ora sono state trasformate in centro di transito per i profughi. Seduto ad un tavolo del ristorante c’è Bandy Sholtes, scrittore, capelli arruffati e una grosso boccale di birra (birra e vino sono ancora in vendita qui a Užhorod, diversamente da Leopoli). È molto preoccupato: il suo migliore amico in arrivo da Odessa, che ha accolto a casa a sua, qui a Užhorod, potrebbe arruolarsi nell’esercito: “È un incubo per me sapere che potrebbe andarsene. Lui dice che non gli importa nulla. L’altro giorno ci scherzava su. Ma io lo so che in fondo non è un soldato. Ha anche due figli”. Bandy Sholtes ritiene che la sua città “è cambiata molto dall’inizio della guerra, con tutti questi profughi – osserva -, tutti questi volontari al lavoro”. Dice proprio la “mia” città.

La famiglia di Bandy vive a Užhorod da quattro generazioni. Anche sua moglie è originaria di Užhorod. Una città dalla storia complicata: “I miei nonni sono nati nell’impero austro-ungarico, sono stati cecoslovacchi, poi ungheresi, poi sovietici, poi ucraini. Il tutto senza essersi mai trasferiti. Deve essere un caso unico in Europa”. Anche l’infanzia di Bandy Sholtes è stata segnata da queste vicissitudine storiche: “Ho imparato l’ungherese dai miei genitori, ma parlavo russo all’asilo, ucraino alle elementari. Dove vivevo da piccolo, c’erano ucraini, russi, ebrei, ungheresi. Io stesso mi sentivo più ungherese che ucraino”. Bandy Sholtes è dunque uno scrittore ucraino, che porta un nome ungherese e scrive in russo. “In Ungheria, gli ungheresi non mi considerano ungherese. In Ucraina, gli ucraini non mi considerano ucraino. In fondo penso che la mia identità si riassuma alla città di Užhorod, neanche a tutta la Transcarpazia, solo a Užhorod”. Bandy Sholtes ritiene tuttavia che la storia così particolare della città di Užhorod non incida molto sul modo in cui le persone affrontano la guerra: “Siamo tutti uniti. È la nostra patria ad essere attaccata”. E aggiunge: “Tutti hanno capito che non stiamo combattendo contro la Russia, ma contro il male, contro il diavolo. Mosca sta portando avanti una guerra contro le libertà, contro i diritti umani, contro lo stile di vita europeo”. Dalle finestre del ristorante, vediamo che i volontari di Užhorod si stanno rimettendo al lavoro. Nuovi rifugiati sono arrivati in città.

(Traduzione di Luana De Micco)

Le false coincidenze per fare le guerre

Tre “coraggiosi” leader europei arrivano nottetempo a Kiev, e fuori c’è il coprifuoco totale, per due giorni. Mentre parlano con il presidente Zelensky si susseguono boati come mai prima.

Le sirene fischiano e nessuno bombarda. Gli impercettibili progressi dei colloqui fra russi e ucraini svaniscono. Il segretario di Stato Usa Tony Blinken è in giro per l’Europa e il 9 marzo uno degli ospedali di maternità di Mariupol viene bombardato. È una strage di donne incinte e di bambini, dice Zelensky; è una montatura, dice il ministro degli Esteri russo Lavrov, forse anche perché in realtà ci sarebbero solo tre feriti e la città è in mano alle milizie che Mosca definisce naziste. I bambini trucidati si riducono poi a una bambina di 6 anni, morta di disidratazione. Lavrov si deve incontrare il 17 marzo in Turchia con l’omologo ucraino per il primo salto di qualità e di livello dei negoziati e il giorno prima, ancora a Mariupol viene bombardato il teatro nel quale si trovavano “migliaia di persone”, secondo i nostri giornali, in centinaia, secondo il sindaco; uccisi dai bombardamenti russi che sapevano che il teatro era un rifugio per i civili, secondo gli ucraini, o dagli ultras neo-nazisti ucraini della brigata Azov che ce li avevano messi apposta, secondo i russi. Alcune crepe nella narrazione di entrambi i campi compaiono subito, ma si presta poca attenzione quando dai “rifugi sotterranei del teatro distrutto” emergono un centinaio di persone incolumi e, quando, fortunatamente, le immagini del giorno dopo riprese da uno dei “rifugiati” che stanno organizzando l’evacuazione dell’edificio queste persone scendono dai piani alti del teatro verso l’uscita. E i bunker sotterranei? Poi arrivano altre notizie contrastanti. La verità si saprà alla fine della guerra e dipenderà da chi la vince. Intanto il mondo scandalizzato da una parte e rassicurato dall’altra continuerà a fornire armi ancora più efficaci agli ucraini: parola di Biden. Zelensky e le milizie possono stare tranquilli: la guerra continua.

Perché è tutto così cinicamente scontato? È semplice: per via delle coincidenze. Kosovo 1999, la situazione sul terreno sta volgendo a favore della Serbia. La polizia effettua rastrellamenti ed elimina i “patrioti”. Le accuse di eccidi s’intrecciano. La Serbia acconsente all’invio di una missione di verifica dell’Ocse. I Paesi membri dovrebbero darne 300, l’Italia ne ha pronti 130. Ne partiranno una decina. Il capo della missione, l’ambasciatore americano William Walker, si fida di più dei 90 forniti dalla Vinnell corporation. Tutta gente esperta di guerra: ex militari, operativi della Cia e polizie varie. Lo stesso Walker è un diplomatico esperto, ma sfigato, ovunque vada compaiono squadroni della morte, eccidi di civili e guerre. Prima dei colloqui “di pace” fra Nato e Serbia la polizia serba organizza un tour di giornalisti per assistere ad alcune operazioni antiterroristiche per il controllo del territorio. L’appuntamento è a Racak. Quando arrivano i giornalisti, vengono casualmente trovati in un fosso una cinquantina di corpi di civili. Walker si affretta a dire che è un massacro intenzionale dei serbi, “sono centinaia di vittime innocenti tra cui donne e bambini trucidati in una esecuzione di massa”, tuona la democratica segretaria di Stato Madelaine Albright. I colloqui parigini saltano: è guerra.

Pian piano si accerta che tra le vittime non c’erano né donne né bambini, che i corpi appartenevano a combattenti albanesi uccisi nel corso di mesi in varie parti del Kosovo e accatastati nottetempo nel fosso. Alcuni di essi sono stati opportunamente svestiti e rivestiti. Le ferite mortali di tutti sono incompatibili con una esecuzione di massa. Il freddo invernale ha conservato i corpi e comunque la storia dell’eccidio del giorno prima viene smontata. Ma gli ex-terroristi dell’Uck possono essere soddisfatti. La guerra della Nato li consacrerà vincitori. E le coincidenze continueranno. L’Ocse organizza e sorveglia le elezioni locali e ventotto esponenti del partito moderato vengono uccisi. Le chiese ortodosse saltano in aria ad ogni cambio di Rappresentante dell’Onu e comandante di Kfor; si annuncia la visita di Kofi Annan ed esplode un’autobomba nel centro di Pristina, un telecomando viene casualmente trovato in un appartamento già occupato dalle forze speciali inglesi. Arriva l’intero Consiglio di sicurezza e salta una ferrovia, arriva il segretario generale della Nato e sei bambini vengono presi a fucilate. Per due volte Onu e Nato bloccano le iniziative unilaterali di dichiarazione dell’indipendenza e si verificano altri eccidi e incidenti. Bisogna dire agli altolocati turisti di guerra, e qualcuno ci ha provato, di starsene tranquilli a casa. Perché ogni loro brindisi alla pace formulato dove si combatte coincide con i massacri. E dovrebbero essere più cauti quelli che evocano armi biologiche, attacchi chimici e porcherie del genere e le altre che la fantasia dei criminali riesce ad escogitare: perché in tutti i teatri di guerra appena se ne parla si avvera. Preveggenza? No, pura coincidenza.

E ci sono altre coincidenze: in Kosovo arriva la principessa Anna d’Inghilterra e non succede niente, arriva Wolfowitz mentre sta organizzando la guerra in Iraq e la Brigata inglese lascia le operazioni, subito dopo se ne va anche il reggimento russo; arriva una commissione del Senato americano per smantellare Camp Bondsteel, ma ci ripensa e non succede niente, arriva l’ex presidente Clinton per fare una conferenza a Pristina e non succede niente: il popolo albanese gli è grato per averlo liberato dalla dittatura e gli intesta un viale. Il Tribunale dell’Aja spicca un mandato di cattura per i kosovari responsabili di crimini contro albanesi e serbi, e non succede niente. Spariscono carteggi immani di prove documentali e della novantina di testimoni a carico non si presenta nessuno. Una ventina sono stati ammazzati e gli altri convinti a ritrattare. Per coincidenza, gli arrestati e accusati diventeranno ministri. La gente? La popolazione albanese è tutta compatta nell’odio verso la Serbia, i Roma, gli Ashkalia e le altre minoranze di “maiali”. È quasi compatta nella celebrazione della resistenza e dei patrioti. Erano non più di 2mila i combattenti adottati dalla Nato, ma dopo i bombardamenti se ne “imbucheranno” altri 23mila e qualcuno dell’Uck se ne lamenta. La prevista smilitarizzazione delle formazioni partigiane, non avverrà mai. Inizieranno invece le ritorsioni e le vendette personali. I 600mila profughi albanesi (sul milione di abitanti) che vengono evacuati per consentire i bombardamenti non si allontaneranno oltre la ventina di chilometri dai confini con Macedonia e Albania. Rientreranno quasi tutti. Gli altri, sparsi un po’ in tutto il mondo, rimarranno nei paesi ospitanti o saranno aiutati a rientrare. Come la Germania che ne incluse 160mila (ai quali alcuni dei Lander avevano rifiutato lo status di “rifugiato”) nelle liste di rientro obbligatorio. I serbi? Non ci sono quasi più, sono scappati dalla guerra e dalle vendette in 200mila. Le loro case sono occupate, le fabbriche distrutte, le cooperative abbandonate, in alcune parti del Paese i sopravvissuti sono protetti dalle forze militari. Il Battaglione greco deve proteggere una (di numero) nonna con nipotina a Mitrovica sud e scortarle per andare a comprare il pane e a scuola dall’altra parte del ponte. I reggimenti italiani da 23 anni devono proteggere quattro frati custodi del monastero di Decane e il Patriarcato di Pec. Vent’anni fa due suore ortodosse si ostinavano a coltivare cavoli nella campagna della Drenica. Nessuno le proteggeva. O forse sì.

 

Bombe e referendum per l’ipotesi “coreana”

È stata domenica anche per Kiev, ieri. Meno sirene antiaeree, meno esplosioni di sottofondo in una città gelata dal nevischio al mattino e riscaldata dal sole nel pomeriggio. Poche persone per le strade nelle aree centrali, soprattutto i padroni di cani, che qui sono numerosissimi. I negozi che negli ultimi giorni hanno riaperto sono rimasti in gran parte chiusi. Prove di normalità in attesa che domani scuole e università ricomincino i corsi: naturalmente online, ma comunque un segnale.

È andando nelle periferie settentrionali che si viaggia a ritroso nel tempo e si ritrovano i segni di battaglie che non si sono davvero fermate un momento nell’ultima settimana. I colpi sordi delle esplosioni sono più frequenti, i check point tra Irpin, sulla riva occidentale e quelli di Brovary, a est del Dnper, restano in allerta: più a nord i combattimenti vedono da una parte gli ucraini tentare di liberare le cittadine satelliti della capitale per ampliare l’area-cuscinetto che permette a Kiev di respirare; dall’altra sono i russi a rinsaldare le posizioni oltre il confine bielorusso, come nell’area di Chernihiv, dove l’evacuazione dei civili da parte delle organizzazioni umanitarie ucraine è sotto il costante rischio di attacchi.

Naturalmente è all’est che la “fase due” dell’“operazione militare”, come viene chiamata dal Cremlino, ha il suo fulcro. L’obiettivo ormai dichiarato – se per ripiego o per piani già stabiliti, non è ancora così chiaro – è quello di ottenere la continuità territoriale dalla Crimea a Luhansk (una delle due “repubbliche indipendenti” proclamate dai filorussi insieme a Donetsk) cercando poi di inglobare le aree del Donbass che ancora resistono all’avanzata sul terreno; senza dimenticare Odessa la cui conquista da parte russa priverebbe Zelensky dello sbocco sul Mar Nero e permetterebbe al Cremlino di collegarsi alla repubblica separatista filo-russa della Trasnistria, che forma il confine ucraino con la Moldavia.

Solo allora, sostengono diversi analisti occidentali, Mosca potrebbe intavolare concrete trattative con Kiev e procedere con l’annessione dei territori a maggioranza russofona dopo un’intesa che a quel punto potrebbe accontentare le due parti. Già ieri esponenti delle repubbliche separatiste al confine annunciavano prossimi referendum sull’adesione a Mosca, allo stesso modo di quello che nel 2015 ha riportato la Crimea sotto il diretto controllo del Cremlino, quasi senza colpo ferire. Uno “scenario coreano” con il Paese diviso nettamente in due, sosteneva ieri il capo dell’intelligence di Kiev.

Per arrivare a questo, sarebbe comunque questione di altre settimane di battaglie, di civili uccisi o messi in fuga, di distruzione delle infrastrutture del Paese. Per piegare la volontà, e le capacità, del governo ucraino, Mosca è tornata a colpire anche l’occidente del Paese: ieri un altro deposito di carburante di Leopoli è stato distrutto, costringendo le autorità cittadine a distribuire le riserve energetiche in diversi depositi nascosti. E sopra la battaglia sul terreno si combatte senza sosta quella mediatica, con colpi dati e restituiti in tempo reale tra i canali social sostenitori degli ucraini e quelli delle truppe russe. Il profluvio di video che danno conto di quello che una parte è riuscita a distruggere dà l’impressione che i due schieramenti dispongano di una quantità di mezzi, uomini e armamenti notevole. Quel che manca è quasi sempre la certezza di ciò che viene mostrato, il quadro più ampio per calcolare il valore delle rivendicazioni stentoree. Che la prima vittima della guerra sia la verità è una vecchia storia che si ripete, da migliaia di anni.

Armi biologiche in Ucraina: Biden jr. inguaiato dalle mail

È vero che, come sostiene il Cremlino, Hunter Biden, il figlio del Presidente degli Stati Uniti, ha cofinanziato una società americana impegnata, per conto del Pentagono, nella ricerca e sviluppo di armi biologiche in Ucraina?

Per fare chiarezza su questa storia, potenzialmente l’ennesimo imbarazzo provocato da Hunter all’amministrazione statunitense, bisogna riannodare fili complessi muovendosi nel terreno minato della propaganda, uno dei principali fronti dello scontro in corso in Ucraina. E tornare indietro di qualche giorno.

Giovedì scorso il ministro della Difesa russo indice una conferenza stampa in cui accusa Biden figlio di finanziare laboratori di armi biologiche in Ucraina, e il miliardario vicino al Partito Democratico americano George Soros di supportare la produzione di antrace. Il documento, intitolato “Il coordinamento di laboratori biologici e ricerca scientifica fra Ucraina e Stati Uniti” vuole dimostrare l’esistenza di una organizzazione ad altissimi livelli che mirerebbe, fra l’altro, alla produzione di una “variante estremamente patogena di antrace”. Per l’agenzia russa Sputnik, bandita in occidente perché considerata fonte di propaganda del Cremlino, le informazioni sarebbe contenute in documenti riservati ritrovati da soldati russi in Ucraina.

Secondo il diagramma mostrato in conferenza stampa, di questo piano farebbero parte anche due prestigiose istituzioni scientifiche Usa, l’Agency for International Development e il Centers for Disease Control and Prevention (noto anche alle recenti cronache italiane per il suo ruolo nel contrasto al Covid) e almeno 31 laboratori finanziati dal Pentagono per condurre ricerche illegali.

Secondo Igor Kirillov, capo del dipartimento per la difesa radiologica chimica e biologica delle forze armate russe, “la portata del programma è impressionante”.

La conferenza stampa viene liquidata da una serie di analisti occidentali come propaganda russa, con il chiaro scopo di trovare una giustificazione all’invasione dell’Ucraina e di accusare gli Stati Uniti e i suoi alleati di volere utilizzare armi biologiche. Il Pentagono replica ricordando di aver investito 200 milioni di dollari dal 2005 nel Programma di riduzione della minaccia biologica, cioè nella sorveglianza ucraina dei rischi biologici.

Ma, lo rivela il Daily Mail in esclusiva, nelle accuse russe ci sarebbe un elemento di verità, sulla scia di quanto già scritto dal New York Times, inizialmente dubbioso sulla vicenda. Secondo email riservate ottenute dal quotidiano britannico, Hunter Biden avrebbe effettivamente ottenuto e veicolato finanziamenti a Metabiota, una società americana fornitrice del ministero della Difesa e specializzata in agenti patogeni in grado di provocare pandemie. Tramite la sua società di investimenti Rosemont Seenca Technology Partners, il figlio del presidente avrebbe investito in Metabiota almeno 500 mila dollari, al contempo raccogliendo milioni per la società da investitori come Goldman Sachs.

E avrebbe presentato i vertici di Metabiota alla controversa società energetica ucraina Burisma, nel cui consiglio di amministrazione Hunter ha servito dal 2014 al 2019, cioè proprio negli anni in cui gestiva gli investimenti di Metabiota. Lo scopo della proposta di collaborazione? Lavorare a un “progetto scientifico”, chiamato Science Ukraine Project, che avrebbe coinvolto laboratori biologici ucraini.

Come risulta dal documenti ufficiali, fra il febbraio 2014 e il novembre 2016 il ministero della Difesa Usa finanzia Metabiota con 18,4 milioni di dollari, di cui 307.091 destinati a progetti di ricerca in Ucraina. Progetti ucraini su cui Metabiota avrebbe lavorato sotto il controllo di Black&Veatch, fornitore del Pentagono che, scrive il Daily Mail, ha “profondi legami” con le agenzie di intelligence miltare, e che in Ucraina “ha costruito laboratori di massima sicurezza destinati ad analizzare malattie fatali e armi biologiche”. Che ora, questo il timore, potrebbero cadere in mani russe.

Secondo la ricostruzione del Mail, Hunter Biden sarebbe stato particolarmente coinvolto nelle attività di Metabiota: in una mail a lui diretta, nell’aprile 2014, la vice presidente Mary Guttieri invia un memo che fornisce una panoramica della presenza della società in Ucraina e suggerisce come “potremmo far leva sul nostro team, network, e idee per rafforzare l’indipendenza culturale ed economica dell’Ucraina dalla Russia e la sua integrazione nella società occidentale”.

Propositi molto ampi, per una società specializzata in ricerca scientifica. “Viene da chiedersi, qual era il vero scopo dell’impresa?” è il commento al Daily Mail di Sam Faddis, ex ufficiale della Cia che ha esaminato le email.

“Che errore su Putin”. Biden sbugiardato da Macron e Blinken

Non era forse mai capitato a un presidente degli Stati Uniti, neppure all’imprevedibile e vulcanico Donald Trump, di essere così coralmente “corretto” da alleati e collaboratori. Per tutta la domenica, la Casa Bianca e l’intero staff di Joe Biden hanno sostenuto che il presidente non intendeva dire quel che ha detto: che gli Usa vogliono un “cambio di regime” a Mosca, mettere cioè politicamente fuori gioco il presidente russo Vladimir Putin, a causa dell’invasione dell’Ucraina.

L’operazione coordinata di damage controlvuole evitare che il Cremlino prenda sul serio le parole di Biden, che su Putin si lascia spesso scivolare la frizione lessicale: assassino, criminale di guerra, dittatore, macellaio sono alcuni degli epiteti già appioppati al leader russo, con cui, se vuole la pace, l’Occidente dovrebbe negoziare.

Vanno intanto avanti le trattative dirette tra Ucraina e Russia: le due delegazioni si vedranno, da oggi a mercoledì – domani e mercoledì, precisano i russi – probabilmente in Turchia, visto l’accordo raggiunto ieri tra Putin e il numero 1 di Ankara Recep Erdogan. Pare un passo avanti, almeno rispetto agli ultimi round solo virtuali.

Il segretario di Stato Antony Blinken assicura che gli Usa non hanno una strategia per un cambio di regime in Russia, nonostante Biden, sabato, a Varsavia abbia detto che Putin “non può restare al potere”. Blinken arzigogola che Biden voleva solo dire che “Putin non può avere il potere di fare una guerra o impegnarsi in aggressioni”; e ammette che il destino di Putin è “una scelta dei russi”.

Il presidente francese Emmanuel Macron, che è il più attivo fra i leader Ue e Nato a tenere i contatti con Putin, ammonisce: “Non si deve alimentare una escalation di parole o azioni, non avrei detto ‘macellaio’” – e, sicuramente, non avrebbe detto il resto –. Tra oggi e domani Macron organizzerà con Putin un’evacuazione di civili da Mariupol.

Anche Londra prende le distanze dalla sortita di Biden: esponenti del governo di Boris Johnson riconoscono che “sta ai russi decidere da chi essere governati”, pur esprimendo l’auspicio che l’invasione e i contraccolpi economici determino “la sorte di Putin e dei suoi accoliti.” Il “ministro degli Esteri” Ue Josep Borrell chiarisce che l’obiettivo è “fermare la guerra”, non rovesciare Putin.

La durezza verbale di Biden nei confronti del presidente russo ne incrina la credibilità diplomatica e non gli fa guadagnare punti in politica. Per un sondaggio della Nbc, il gradimento del presidente è al 40 per cento, come una settimana fa in un altro sondaggio, in calo dal 43 per cento di gennaio. Sette americani su 10 hanno scarsa fiducia nelle sue capacità di gestire il conflitto in Ucraina; otto su 10 ritengono che l’invasione si tradurrà in prezzi della benzina più alti – già successo – e temono che inneschi una guerra nucleare.

A soffiare sul fuoco del conflitto sono le fonti di Kiev. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky torna a chiedere armi offensive, carri armati e caccia-bombardieri, mentre il capo dell’intelligence Kyrylo Budanov sostiene, sul Guardian, che Mosca, avendo fallito nel prenderne il controllo, mira a dividere in due il Paese; e annuncia azioni di guerriglia nei territori occupati dalla Russia.

Per tranquillizzare i russi e gli alleati, l’ambasciatrice degli Usa presso la Nato Julianne Smith parla di “una reazione umana” da parte del presidente, dopo quello che aveva visto e sentito incontrando rifugiati ucraini nello stadio nazionale di Varsavia. Il Giappone giudica la crisi ucraina la più grave dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Pare che i funzionari della Casa Bianca siano stati colti di sorpresa dalla sortita di Biden, che non era nella traccia del discorso di Varsavia.

Non è la prima volta che il presidente non sta al copione e improvvisa. Esponendosi al fuoco amico: “Una gaffe orrenda”, sottolinea il senatore repubblicano James Risch. Si rifà vivo pure Donald Trump: “Putin è intelligente, ma invadere l’Ucraina è stato un errore”, da un estremo all’altro.

Un ex diplomatico di rango statunitense, attualmente presidente del Council on Foreign Relations, Richard Haas, ammonisce che le parole di Biden hanno reso “una situazione difficile più difficile e una situazione pericolosa più pericolosa”. Non sarà semplice, aggiunge Haas, citato dalla Bbc, “rimediare al danno provocato, ma suggerisco ai collaboratori del presidente di mettersi in contatto con le controparti e di chiarire che gli Usa sono pronti a relazionarsi con il governo russo in carica”.

Ma mi faccia il piacere

Neolingua/1. “Escalation anti-armi del capo M5S” (Corriere della sera, 25.3). “L’escalation grillina: ‘Se il Def aumenta i fondi alla difesa, pronti a bocciarlo’” (Repubblica, 27.3). Quindi l’escalation la fa chi vuole meno armi e la de-escalation chi ne vuole di più. Orwell, dove sei?

Neolingua/2. “Pronte le nuove armi per Kiev. Draghi: ‘Cercare la pace’” (Repubblica, 25.3). “Le armi fanno vivere la pace” (Enrico Letta, segretario Pd, 27.3). È il disarmo che la ammazza.

La sfiga. “È la sfida decisiva fra democrazie e regimi” (Francis Fukuyama, storico americano, Corriere della sera, 22.3). Vince chi ne ammazza di più.

Filo-spinato. “Orsini, sociologo filoputiniano” (Domani, 24.3). “Docente filorusso” (Giornale, 24.3). “La Rai straccia il contratto del filo-Putin Orsini” (Repubblica, 25.3). “Orsini, il professore idolo dei putiniani” (Salvatore Merlo, Foglio, 25.3). ”Orsini, il sociologo filo-Putin” (Giornale, 25.3). “Orsini, il Paladino di Putin” (Francesco Merlo, Repubblica, 25.3). “La fauna da talk che piace al Cremlino. La Tass loda Orsini” (Repubblica, 26.3). Per la cronaca, Orsini non ha mai detto un monosillabo a favore di Putin in vita sua: solo durissime parole di condanna.

Turbe. “Alla Luiss c’è una fronda piuttosto nutrita di prof, nel cui novero spiccano personalità illustri come Sabino Cassese, decisamente turbati dal fatto che il collega Orsini si fregi in tv del brand Luiss” (Repubblica, 26.3). Oh no, Cassese è turbato perché un docente della Luiss risulta docente della Luiss: e adesso come facciamo?

Cerasa invade il Vaticano. “Caro Papa, la pazzia è solo quella di Putin” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 25.3). Francesco: mo’ me lo segno.

L’arma segreta. “E ora mettiamo Putin con le spalle al muro” (Roberto Formigoni, Libero, 20.3). Putin cambia la combinazione della cassaforte.

Il pazzo ringrazia. “Draghi ringrazia il Papa” (Corriere della sera, 26.3). Che aveva dato dei “pazzi” ai capi di governo che vogliono aumentare la spesa militare al 2% del Pil, cioè a lui. Pazzo, ma riconoscente.

Come passa il tempo. “Erdogan è un dittatore di cui però si ha bisogno” (Mario Draghi, presidente del Consiglio, 8.4.21). “Draghi vede Biden ed Erdogan” (Corriere della sera, 25.3.22). Bisogno di qualcosa?

Modestamente. “Berlusconi ha definito Salvini ‘il politico più coerente, trasparente e affidabile’” (Giornale, 21.3). Dopo di lui.

Doni. “Medvedev e Putin sono un dono di Dio per la Russia” (Silvio Berlusconi, FI, presidente del Consiglio, 11.9.2010). “Il Cavaliere definisce Marta Fascina ‘dono di Dio’” (Repubblica, 20.3). Ma non saranno troppi, ’sti doni?

Mestiere incerto. “Non ho capito quale fosse la reale missione degli ufficiali russi a Bergamo nel marzo 2020, in piena pandemia… Compiti sanitari, di intelligence? Conte potrebbe forse spiegarlo” (Concita De Gregorio, Repubblica, 25.3). Mentre lei scriveva, Conte lo spiegava al Copasir, dopo averlo già fatto in una dozzina di interviste, confermate dai vertici dei Servizi, dal sottosegretario delegato Gabrielli e dallo stesso Copasir. Ma lei fa la giornalista, mica è tenuta a saperlo.

Un vero analista. “La retromarcia dei populisti” (Giovanni Orsina, Stampa, 23.3). Meloni primo partito, Lega terzo: praticamente estinti.

Una tantum. “Fermare la guerra si può. Per il Donbass serve un accordo sul modello Trentino Alto Adige, che garantisca autonomia e libertà. L’Europa prenda una iniziativa diplomatica, non lasciamo la responsabilità del dialogo solo a Turchia o Cina. #StopWar” (Matteo Renzi, leader Iv, 8.3). Segnatevela, perché ne dice una giusta ogni dieci anni. Fino al 2032 siamo a posto.

Genny ’a Poltrona. “La querela è un atto intimidatorio e strumentale verso un giornalismo libero” (Gennaro Migliore, deputato Iv, 26.3). Ce l’ha con le querele al Fatto di Renzi e Migliore?

Parmigiano grattato. “Vignali ci riprova a Parma: rivincita su toghe e grillini. L’ex sindaco di centrodestra, costretto a lasciare a causa di un’inchiesta giudiziaria, è stato assolto e riabilitato” (Libero, 27.3). Infatti ha patteggiato 2 anni di carcere per corruzione e peculato e restituito al Comune mezzo milione di euro rubati.

È andata così. “Mascherine: la Procura grazia Arcuri” (Giornale, 26.3). È il modo garantista per dire che le accuse di corruzione e peculato sono state archiviate perché Arcuri era innocente.

Il titolo della settimana/1. “Verso un nuovo scontro di civiltà” (Paolo Guzzanti, Giornale, 27.3). Per trovarne almeno una.

Il titolo della settimana/2. “Giusto pregare, ma facciamolo armati” (Fausto Carioti, Libero, 27.3). Giusto: tutti in chiesa col bazooka.

Il titolo della settimana/3. “I valori della Nato” (Kurt Walker, Repubblica, 23.3). In dollari o in morti?

Il titolo della settimana/4. “Ecco cos’ha in testa Berlusconi” (Libero, 22.3). Catrame?

Il titolo della settimana/5. “Cari amici, sarà ora di capire cosa è stata davvero Tangentopoli?” (Giuseppe Gargani, Dubbio, 23.3). Sì: rubavano.

Clooney e Pitt di nuovo insieme. E la Morante diventa una serie

George Clooney e Brad Pitt reciteranno di nuovo insieme: questa volta nei panni di due “risolutori” della malavita ingaggiati per lo stesso lavoro, in un thriller ancora senza titolo diretto per Apple Studios da Jon Watts, il regista 40enne del Colorado, autore degli ultimi tre film di enorme successo della saga di Spider-Man.

Il romanzo del 1974 di Elsa Morante La Storia, già adattato nel 1986 da Luigi Comencini in film tv di 4 ore con Claudia Cardinale, sarà al centro di una nuova trasposizione in una serie tv di Francesca Archibugi per Picomedia e Raifiction, interpretata da Jasmine Trinca e sceneggiata da Giulia Calenda, Ilaria Macchia e Francesco Piccolo.

Avrà presto una versione italiana Call my agent (Dix pour cent), la serie tv francese ideata da Fanny Herrero in onda con grande successo per 4 stagioni, imperniata sulle vicissitudini di un’agenzia per artisti alle prese con le vicende professionali e personali dei più popolari attori del momento. Diretta da Luca Ribuoli e prodotta da Palomar, prevederà come nell’originale la partecipazione in ogni puntata di una diversa guest star, a partire probabilmente da Pierfrancesco Favino e Paola Cortellesi.

Fausto Brizzi sta per tornare a dirigere Enrico Brignano in Da grandi, un remake della commedia del 1987 Da grande di Franco Amurri con Renato Pozzetto: nella trama, un bambino di 8 anni prende improvvisamente l’aspetto di un uomo di 40.

Partiranno a maggio tra Monopoli e Bari le riprese della seconda stagione di Le indagini di Lolita Lobosco, la serie campione di ascolti di Rai1, diretta da Luca Miniero e prodotta da Bibi Film e Raifiction, con Luisa Ranieri nei panni dell’affascinante vicequestore in servizio presso la Squadra Mobile di Bari in lotta contro il crimine e i pregiudizi.

La maledizione di Grohl: dopo Cobain, perde anche l’amico batterista Taylor Hawkins

Si era fatto carico del dolore di Dave Grohl dopo lo strano suicidio di Kurt Cobain. E l’elaborazione del lutto si era trasformata, grazie a Taylor Hawkins, nella geometrica potenza dei Foo Fighters, la più gioiosa e feroce rock band degli ultimi 25 anni. Ora l’improvvisa morte del 50enne Hawkins nel Medina Hotel di Bogotà si può leggere in molti modi: di certo, è una perdita enorme per la scena r’n’r.

Hawkins era un formidabile batterista: occuparsi dei tamburi nel gruppo di Grohl, che quel ruolo aveva rivestito nei Nirvana, è molto più di un segno di stima. Hawkins era per Dave “il fratello nato da un’altra madre, l’amico per cui mi beccherei una pallottola”, il compagno che ha portato la squadra a un livello più alto. Perché all’indomani della fine di Cobain, Grohl era pietrificato. Si scopriva ad aspettare l’impossibile telefonata che svelasse l’atroce burla: dai, Kurt non si era sparato. Ma l’apparecchio restava muto: così Dave decise di far evolvere i progetti solisti nella band Foo Fighters. Si sarebbe concentrato su voce e chitarra, affidando le bacchette a William Goldsmith. Però il suono pareva irrisolto, il mood pessimo. Agli esordi, i FF erano solo un balocco consolatorio per Grohl, ma per buona sorte incontrò Taylor, che lavorava per Alanis Morissette, e che dei Nirvana era stato un fan: “Ascoltai Smells Like Teen Spirit e capii cosa era accaduto quando i Beatles erano apparsi all’Ed Sullivan Show”. Con i capelli biondi a tenda e la rasatura trascurata, Hawkins ricordava un Cobain reincarnato in uno spirito luminoso. A volte, nei Foo Fighters, Taylor ricacciava giocosamente il boss dietro la batteria e si prendeva lo spot per cantare: con il fegato di sparare un pezzo sacro come Rock and Roll in faccia ai Led Zeppelin nel gala a Washington voluto da Obama, così come aveva già fatto a Wembley quando ai Foo Fighters si erano aggiunti Jimmy Page e John Paul Jones. O di cimentarsi con i gioielli degli amati Queen, Somebody to love, We are the champions, magari accanto a Brian May o Roger Taylor. Non gli bastavano i FF, viveva per suonare. Di tanto in tanto fondava band collaterali: Coattal Riders, Birds of Satan, Nhc.

Aveva collaborato anche con Vasco Rossi per L’uomo più semplice. Hawkins “meditava” in mountain bike, peccato perdesse di vista il segnale di pericolo. Nel 2001 era finito in overdose e non nascondeva i problemi con la droga. A portarselo via è stato un infarto, ore prima di un festival in Colombia. L’ultimo live era stato giorni fa in Argentina, nel pieno di un tour che dovrebbe approdare a Milano, il 12 giugno. In Italia i Foo Fighters sono venerati: l’iniziativa Rockin’ 1000 li ha indotti, in passato, a venire in concerto qui. Ma adesso chissà. Qualcuno dovrà convincere Grohl a non aspettarsi telefonate dagli spettri. Perché di nuovo, in linea, c’è solo il destino bastardo.