Nessun ripensamento sul No all’aumento delle spese militari. E se sarà “il governo a forzare”, allora sarà “il governo a mettersi in fibrillazione, non è il Movimento 5 Stelle”. Parola di Giuseppe Conte, che a Mezz’ora in più tiene il punto sulla questione che da settimane agita la maggioranza.
Nel giorno in cui gli iscritti votano per la sua leadership – c’è tempo fino alle 22 di stasera –, l’ex premier assicura che al Senato il M5S non replicherà il voto favorevole espresso alla Camera, quello che ha dato il via libera a un ordine del giorno per alzare al 2 per cento del Pil le spese militari (come da antichi accordi con la Nato): “Noi non vogliamo la crisi – scandisce Conte – ma spero in una prospettiva di buon senso. Mi confronterò con Draghi nei prossimi giorni”. Questa volta, è il ragionamento, non si può rinunciare a una battaglia identitaria: “Siamo la forza di maggioranza relativa, se si tratta adesso di discutere un nuovo indirizzo che non era nel patto fondativo del governo, faremo valere la nostra presenza”.
Non sarà facile. Perché il resto della maggioranza – come anche la parte più “draghiana” del Movimento – è invece già schiacciata sul Sì all’odg (analogo a quello approvato alla Camera) presentato a Palazzo Madama da FdI. La Lega, nonostante da giorni Matteo Salvini indossi la felpa pacifista, ha deciso di adeguarsi: “Noi voteremo come alla Camera”, fa sapere il capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo. E così farà il Pd, nonostante una manciata di voci in dissenso (ieri Graziano Delrio lo ha ripetuto ad Avvenire: “Non è così che si risponde alla guerra”).
Si tratterà (oggi è previsto un vertice di maggioranza) ma quell’invito di Conte a “non forzare” lascia intendere che il M5S non gradirebbe affatto l’arma fine-di-mondo evocata nelle ultime ore, un altro voto di fiducia per mettere al riparo il governo. E se “la collocazione euroatlantica non è in discussione”, per il leader M5S c’è un tema di opportunità: “Non ho mai messo in dubbio gli accordi sull’aumento della spese militare presi nel 2014. Ma la tempistica ipotizzata non è un dogma indiscutibile. I nostri alleati conoscono la sofferenza dell’Italia dopo due anni di pandemia”. Tradotto: ci sono “altre spese”, altre priorità.
Un concetto a cui la maggioranza sembra sorda, nonostante dall’inizio della guerra in Ucraina anche il Papa abbia usato parole durissime contro il riarmo. Ancora ieri, il Pontefice ha rivolto un appello a “ripudiare la guerra”, un luogo di morte “dove i padri e le madri seppelliscono i figli”, dove “i potenti decidono e i poveri muoiono”. Secondo Papa Francesco, la retorica delle armi come “unica soluzione” non sta in piedi: “È passato più di un mese – ha detto all’Angelus – dall’inizio di questa crudele e insensata guerra, che come ogni altra guerra rappresenta una sconfitta per tutti. La guerra non può essere qualcosa di inevitabile: l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolirla, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia”.