Addio a Gianni Cavina. Pupi Avati lo conosceva bene, benissimo: l’attore feticcio di diciassette (17!) film, il padrino di battesimo – ricambiato – del figlio, l’amico “di mille cene vissute insieme: Gianni ne era il centro, e lo gratificava”. La prima volta sul set fu condivisa, Balsamus, l’uomo di Satana nel 1968, e per l’ottantunenne attore anche l’ultima, Dante, che vedremo a settembre. Pupi Gianni l’ha voluto a ogni costo, e siccome non deambulava gli ha dato il ruolo di “un allettato, il notaio Pietro Giardino: è a lui che il Boccaccio di Sergio Castellitto chiederà conto di Dante”. Cavina, ricorda Avati con la voce strozzata, “s’era imposto: voleva quella parte, e io con lui”. La malattia lo debilitava già da tempo, ma, “mi ha confessato la moglie, nelle ultime due settimane si era aggravata. Gianni voleva le luci sempre accese e che venisse svegliato se si assopiva: aveva paura della morte, l’avvertiva”. La corporatura incuteva timore, “io non ho avuto alcun problema, altri sì: la stazza di Gianni spesso veicolava insofferenza”, l’indole no: “Era spiritoso, dunque intelligente, intelligentissimo”. Natali a Bologna il 9 dicembre del 1940, l’apprendistato teatrale con Franco Parenti, poi gli Avati, Pupi e il fratello produttore Antonio, con cui Gianni insieme a Maurizio Costanzo scriverà uno degli horror migliori realizzati nel nostro Paese, La casa dalle finestre che ridono (1976). Ha l’arte, Cavina, non sempre la parte almeno quella che conta: caratterista a geometrie variabili, dal giallo alla commedia sexy, per esempio Cornetti alla crema, 1981, regia di Sergio Martino, con Lino Banfi e Edwige Fenech. Avati scuote la testa, tristemente consapevole di essere stato “l’unico domicilio artistico, o quasi, che il cinema italiano abbia voluto riservargli”. Perché? Conviene, “Gianni non era facilissimo. Tanto per il grande quanto per il piccolo schermo. Che combinazione, 1979, con Rita Pavone: finì per dare un cazzotto a Teddy Reno, e perse il sabato sera di Rai Uno. Per sempre”. Se non inconfutabilmente i premi distinguono il valore, nel caso di Cavina il Nastro d’Argento quale migliore attore non protagonista per Festival, 1997, regia ovviamente di Avati, ha ratificato “il suo vertice: faceva l’agente scaricato da Massimo Boldi, e come lo faceva… L’agente è come la prima moglie, quando hai successo lo molli, e Gianni seppe incarnarlo magistralmente”. Con lo stesso Pupi diede prova di versatilità, duttilità e poliedricità: il voltaggio di genere, le tinte forti degli esordi, quali l’horror Thomas e gli indemoniati (1970), La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1975), del quale firma il copione con gli Avati e recita con Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio, e l’erotico Bordella (1976), ancora co-scritto, e quindi la maturità artistica, al tavolo da poker di Regalo di Natale dieci anni più tardi. Ma il traguardo è precario, la consacrazione di là da venire, la consapevolezza indefettibile: nel 1987 incide l’LP Faccia affittasi. Un indizio, se non una prova. Il successo, o giù di lì, ha l’identikit seriale de L’ispettore Sarti, il bolognese Antonio, dal 1991 al 1994. Nel 2006 Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio, sempre e comunque Avati, Gli amici del bar Margherita, Una sconfinata giovinezza, Il cuore grande delle ragazze e, il ritorno alle comuni origini, Il signor Diavolo nel 2019, dove è l’indimenticabile sacrestano. Il ruolo è forse sintomatico, ma non sono stati preclusi i miracoli, a Gianni Cavina.
41 sfumature di Ilary Blasi
C’è uno stile alla Ilary Blasi. “Ma infatti lo sto iniziando a capire, qualcuno lo sostiene; tra un po’ ci sarà una mia imitazione”.
Il segreto.
In realtà non c’è, ed è questo il bello: boh.
Il bello del boh.
Sono così sempre; quando inizia la trasmissione è come se fossi a cena con gli amici.
A cena con gli amici non dovrebbe commuoversi.
Mi sono commossa?
Giovedì, in trasmissione, con Cicciolina.
No, commossa no. Attenta. Perché è carina, dolce, mi piace tantissimo ed è portatrice di una storia di vita incredibile.
È stata pure una spia ungherese?
Davvero? Un po’ alla Marilyn Monroe: i più grandi segreti si rivelano a letto…
(Ilary Blasi, 41 anni ad aprile e da sempre davanti ai riflettori; è oramai una delle veterane della tv. Con l’occhio della telecamera sa giocare, anzi vuole giocare; poi mantiene un pizzico di dialetto romano, dà quel tocco di intimità, dosa l’esposizione del suo corpo e durante la conduzione dell’Isola dei famosi – lunedì e giovedì su Canale 5 – livella i tratti drammatici con una sana presa in giro dei concorrenti. E non evita le domande, anche private).
Secondo Mara Maionchi, per tenere bene qualunque palco è necessario risultare erotici. Lei è erotica?
Lo sono? Nel caso grazie per il complimento. Mi piace.
La Maionchi ha ragione?
In realtà penso a tutto meno di risultare erotica: sono sempre scaciata (traduzione: vestita alla bell’e meglio).
In tv non è scaciata.
Però la conduzione è friendly; (ci ripensa, ancora) e che ne so, forse trasmetto un retrogusto erotico.
L’erotismo è un collante.
Assolutamente! Però bisogna bilanciarlo con altri aspetti perché alla base va mantenuto un particolare equilibrio, tra il clima di gioco e il lato serio.
Anni fa ha dichiarato al Fatto: non provo ansia.
Ancora oggi non è di casa; (pausa e poi corregge il tiro) mi riferisco alla famiglia d’origine; piuttosto conosciamo l’adrenalina, il brivido, il divertimento.
Nessuna ansia neanche prima della diretta.
Quando si accendono i riflettori sto bene. Non penso al numero di spettatori. A volte pure in maniera eccessiva.
I suoi figli la guardano?
No, non mi si filano di pezza, forse un pochino la femmina, la mezzana. Il maschio no. E non commentano mai: torno a casa e non chiedono nulla.
Tra un anno e mezzo suo figlio è maggiorenne: potrebbe andare all’Isola…
Se lo conosco, non parteciperebbe: è timido e riservato.
E se accettasse?
(Silenzio) È impossibile.
In famiglia siete da sempre sotto i riflettori.
Ogni secondo.
Nel 2018 tra le parole dell’anno di Google c’erano “Blasi e parrucca”.
(Ride) Sta scherzando?
No.
È stupendo.
È vivisezionata.
Me ne sto accorgendo ora: ogni cosa che dico, accade, non accade, diventa notizia.
Quindi?
Le strade sono due: o non hanno un cazzo da scrivere, o sono strana io, cado in situazioni particolari e non me ne rendo conto.
Veterana della tv.
Sì, è chiaro, non sono di primo pelo sia come conduttrice sia nella vita. Sono a metà.
Rispetto agli inizi a Passaparola, siete sbocciate lei e la Toffanin. Qual è il vostro valore aggiunto?
Il mio è Francesco Totti (ride) tanto dicono tutti così.
Un continuo…
Per anni il refrain è stato: se non fosse stata la moglie di Totti, non avrebbe combinato nulla.
Avrà aiutato.
Nel gossip, a far parlare di me e avere gli occhi puntati addosso: all’epoca non c’erano ancora i social, e il cliché calciatore-ballerina era il più banale.
Inseguiti dai paparazzi.
Dopo i Mondiali del 2006 siamo partiti per la Polinesia: eravamo tranquilli, in un’isola semi-privata, in una stanza costruita sull’acqua, con il nulla davanti. E una mattina abbiamo visto una barchetta con un tizio armato di obiettivo. E noi: “Noooo, ma chi è ’sto matto?”.
Torniamo al valore aggiunto, a parte Totti.
Le idee chiare: già da piccolissima avevo un obiettivo: desideravo presentare, avevo deciso quali programmi, e sono arrivata quasi a tutti.
E poi?
È capitato Passaparola dove, diciamolo, è contato l’aspetto fisico e una botta di culo; poi dopo un anno mi sono fidanzata con Francesco e lì il mio destino appariva segnato.
Da cosa?
Sarebbero stati normali un calendario e una trasmissione di calcio. Peccato che di pallone non ho mai capito nulla; (pausa) andare allo stadio è stata una fatica, un lavoro.
Chiacchierava sempre.
Non guardavo nulla, non mi interessava e ho preso una quantità di freddo che è ancora nelle mie ossa.
E allora?
Scelsi di andare da Fazio a Che tempo che fa: era una sorta di pulizia dell’immagine.
Da Fazio si è mai sentita in imbarazzo?
No, però molti degli ospiti non li conoscevo; (sorride) all’epoca venivano solo politici.
Qualche politico le chiedeva di Totti?
Non mi sembra.
Non le hanno chiesto neanche una maglietta?
Ma quello accade sempre! Saluta il capitano, saluta tuo marito, ce l’hai una maglietta?
Quante magliette.
Ecco, chiariamo: sono finite! Ha smesso da cinque anni, adesso, al massimo, posso regalare le mutande.
Insomma, da Fazio.
Andai via perché ero incinta; tempo dopo mi chiamò Panariello per Sanremo.
Nel frattempo.
Sparita e ogni tanto ancora mi piace; non devo esserci per forza.
A cosa si dedica?
(Ride) Ai fatti miei. La famiglia. Viaggio. Gli amici. Vado al cinema, anche da sola; (pausa) la mia vita la trovo divertente.
Arrivano le Iene.
Sono state una palestra meravigliosa, soprattutto perché erano in diretta; quel programma si adattava perfettamente alla mia vita: un giorno la settimana andavo a Milano, restavo 24 ore e tornavo. Tutto il resto del tempo stavo con i figli.
Di tutte le stagioni alle Iene, quali sono le istantanee preferite.
Gli ultimi anni con Teo (Mammucari) e l’affiatamento costruito con la Gialappa’s. Ridevamo proprio. Se c’erano i servizi lunghi andavamo dai Gialappi, scherzavamo, e quando tornava la diretta era complicato trovare la giusta serietà, e magari dovevamo mandare un blocco sulla guerra.
È permalosa?
Mi diverte prendere in giro e impazzisco se qualcuno lo fa con me.
Non prova ansia, non è permalosa: ha vinto.
Non voglio fare la figa, è veramente così.
Un difetto.
Orgogliosa e vendicativa.
Vendicativa?
È brutto da ammettere, ma un pochetto sì. Ma solo se il prossimo mi rompe le palle.
Per Funari il talento è amico di violenza e crudeltà.
Del sano cinismo ci vuole; serve per proteggersi.
Intorno a lei c’è invidia?
Non ci penso; sicuramente è un bene capire come relazionarsi, ma se devo dire qualcosa non sto zitta.
Ha massacrato in diretta Fabrizio Corona.
Appunto, sempre a difesa. Non attacco per prima.
Ha mai picchiato?
No, mai alzato le mani.
Niente schiaffi.
Giusto una sculacciata sul culo ai figli.
Ha dichiarato: “Vorrei fare l’attrice, ma non mi chiama nessuno”.
Per anni mi sono concentrata sulla tv, ma in anzianità mi diverte l’idea del cinema; il cinema mi piace proprio tanto.
Nuda come la Ranieri per Sorrentino, accetterebbe?
Sì, perché?
Per il nudo integrale.
Vabbè, non dobbiamo concentrarci su quello; (pausa lunga) magari non inizierei così, piano piano.
C’è chi dice: gli artisti nascono con la De Filippi e muoiono con la Blasi.
Sono la lapide?
Nascono con Amici e finiscono all’Isola…
Dipende, per alcuni il reality si tramuta in rinascita, gli diamo una lucidata, mentre altri sono sconosciuti.
Ci sono personaggi che le chiedono di partecipare?
Cicciolina quando venne alle Iene.
Fame di riflettori.
Gli spazi si sono ridotti, i programmi sono meno; è un po’ il gioco delle sedie: in continuazione ne tolgono una.
E se lei restasse in piedi.
C’è il piano B.
Qual è?
(Pausa) È tutta la vita che mi parlano del piano B, ma ho preso in considerazione solo l’A.
Se fosse andata male con Passaparola, il B sarebbe stato nell’aria…
Per forza: avevo partecipato a tutti i provini possibili e venivo sistematicamente scartata. Quello di Passaparola era l’ultimo.
Ha iniziato da bambina con gli spot.
(Ride) E ho continuato con i fotoromanzi insieme ad Antonio Zequila.
Un rimpianto.
Avrei voluto conoscere la Carrà; (sorride) ho cercato di entrare a Carramba, ma non mi hanno presa.
Lei è una artista?
Secondo me, no.
Secondo altri?
Nemmeno.
A cosa ha rinunciato?
Ho una famiglia, ho mantenuto i vecchi amici, ho lavorato. Non mi sono persa nulla; (pausa) forse la scuola a causa dei fotoromanzi: gli scatti erano a scopo di lucro, con i soldi mi toglievo gli sfizi.
Stava antipatica alle compagne di classe?
A qualcuna sicuramente.
Peccato lo studio…
Mi sento un po’ ignorante. A volte penso all’università.
È sempre in tempo.
Infatti. Chissà.
È un segnale per i figli.
Eh, sono delle capre; (pausa) magari se resto senza sedia mi iscrivo all’università.
Se divorzia ha più tempo.
Ah, sarebbe conveniente.
Si è parlato di separazione. Che è successo dopo…
Ho cercato di capire il perché stava accadendo.
Siete un’anomalia: insieme da una vita.
Forse è quello; in quei giorni ho ricevuto affetto, persone dispiaciute; (pausa) in Italia, in particolare a Roma, amano Francesco: è il capitano, brava persona, ha dei valori.
Quindi…
Mi domando perché questo ragazzo così amato, ogni tanto viene dipinto come fedifrago, fijo de ’na mignotta, traditore.
Suo marito viene tacciato di ingenuità.
Sì, ma che c’entra?
Si fida di persone sbagliate.
Quello sicuro!
Promette al Fatto che non siete in crisi e state insieme?
(Ride) Sono cresciuta con una massima: di certo c’è solo la morte, per il resto non si può mai sapere.
Le corna si dicono o si tacciono?
(Sospirone) Dipende dal finale che si vuole dare a una storia.
Simona Ventura le ha manifestato solidarietà.
È vero, come se fosse la mia migliore amica, come se vivesse in casa con noi. Boh.
Il libro della sua vita.
Shantaram e Venuto al mondo della Mazzantini; ora sono con Cambiare l’acqua ai fiori e ho finito Yoga di Carrère.
Lei chi è?
Ilary.
A luglio Draghi come Mancini, oggi Mancini come Draghi?
È spiacevole dopo una tragedia collettiva, seppur sportiva, mettersi a indicare col ditino gli atteggiamenti ridicoli e spavaldi che l’hanno preceduta. Ma c’è stata una stagione di servilismo assoluto del giornalismo italiano in cui ogni avvenimento veniva collocato nel cono di luce della leadership magica di Mario Draghi. Anche i successi musicali, pure il tennis, le Olimpiadi e soprattutto il calcio. Conviene ricordarlo oggi, non per antagonismo infantile o gusto di rivalsa, ma perché certe pagine di giornalismo, oltre la soglia del patetico, si spera di non dimenticarle per non leggerle mai più.
Era luglio, l’Italia provava a mettere il naso fuori dall’ennesima ondata pandemica e si concedeva una sbornia di felicità collettiva per il trionfo della nazionale a Wembley, la vittoria degli Europei in casa dell’Inghilterra. Una grande impresa sportiva, certo. Ma sui quotidiani, accanto ai Mancini e ai Donnarumma, trova spazio un altro improbabile eroe: il presidente del Consiglio.
“Effetto Draghi nel pallone. Super Mario aiuta Super Mancio”, scrive un ispiratissimo Messaggero all’indomani, il 12 luglio. “In quale maniera? Il premier lo zampino nella vittoria della Nazionale lo ha messo così: creando un contesto internazionale favorevole all’Italia, presentandola ovunque nei consessi europei e mondiali come un Paese serio e credibile, mettendo la sua faccia a garanzia del volto rinnovato dell’intera nazione”. Di lì a vincere le partite, è un attimo. “Ora esportiamo un tridente niente male: Mattarella, Draghi e Mancini. Siamo rispettati nel mondo”, suggerisce il giornale di Caltagirone, trionfante.
Repubblica non si risparmia e attribuisce all’aura di Draghi anche l’exploit di Matteo Berrettini a Wimbledon: “Essere arrivati a giocarsi due finali è per lui (il premier, ndr) in ogni caso, un’iniezione di fiducia per gli italiani, dopo mesi difficili in cui la pandemia e la crisi economica hanno fiaccato il Paese. Di più: l’idea di un’Italia al centro d’Europa, protagonista su più fronti, capace di liberare le energie migliori. Come se la contesa sportiva possa rappresentare quell’ambizione di centralità – anche politica – che l’ex banchiere non ha mai nascosto di voler affermare con il suo esecutivo”.
In quei giorni la galleria dei titoli è deliziosa: “Europei, Mancini come Draghi” (Affari Italiani, 5 luglio), “Mancini, Mattarella, Draghi e ‘il metodo’. Governare l’Italia” (Agi, 12 luglio), “Gli Azzurri, i Maneskin, Draghi: Nyt celebra l’Italia: ‘È la rinascita’” (Huffington Post, 13 luglio), “Il New York Times celebra l’Italia: grazie a Draghi e gli Azzurri ‘un Paese più forte’” (La Stampa, 13 luglio). “C’è chi parla di Draghi portafortuna” (The Italian Times, 3 agosto).
Un altro passaggio illuminante è sulla Repubblica dell’11 agosto (in tempo per attribuire al premier anche i copiosi ori olimpici di Tokyo): “Dalla vittoria dei Maneskin all’Eurovision al trionfo degli Azzurri agli Europei di calcio fino al medagliere più ricco di sempre alle Olimpiadi: è il momento dell’Italia, divenuta, grazie al premier, un modello per la Ue a giudizio del quotidiano britannico” (Repubblica riprendeva, volentieri, un articolo del Financial Times).
La traduzione servile dei successi sportivi in successi del premier non si può ovviamente attribuire al premier medesimo. Ma va anche detto che Draghi non fece proprio nulla per non incoraggiare questa fantasiosa associazione di idee. La sua retorica fu insolitamente frizzante e divertita durante il ricevimento onorifico della Nazionale a Palazzo Chigi (“’Ndo stai? E che parate!’: Draghi interrompe il discorso per complimentarsi con Donnarumma”, Open, 13 luglio). Quel giorno sarà pure ricordato per la famigerata “trattativa Stato-Bonucci”: c’era il Covid, ma agli Azzurri fu concesso il bagno di folla nel centro di Roma, sopra a un autobus scoperto. Si poteva forse negare quel tributo agli eroi nazionali?
Oggi, a soli 8 mesi, il calcio italiano è tornato nella polvere. Il giorno dopo l’incredibile eliminazione contro la Macedonia del Nord, che è costata all’Italia il secondo Mondiale consecutivo, sulla stessa stampa dei servi encomi estivi, è andata in scena la consueta liturgia, l’ennesima ricerca dei colpevoli e delle ragioni del nostro declino sportivo. Nessuno – e ci mancherebbe altro – si è sognato di tirare in mezzo il presidente del Consiglio. Mica è lui che va in campo, sarebbe da pazzi, no?
Mort da ridere con clisteri, fisica nucleare e… spie russe!
Ci sono gruppi che non ho offeso? (Mort Sahl)
LA STAND-UP COMEDY
Dicevamo di Lenny Bruce. Nell’America conformista di Eisenhower, l’altro innovatore della stand-up comedy fu Mort Sahl. Faceva monologhi satirici sull’attualità commentando, spesso a braccio e con continue digressioni, le notizie del giornale che teneva in mano. Rispetto ai comici impomatati e in smoking del vaudeville, e a quelli in giacca a quadri della Borscht Belt, che all’epoca dominavano ancora le scene con le loro battute convenzionali (Qc #94), Sahl è il primo di una generazione di comici intellettuali: “Quando frequentavo il corso di analisi statistica all’università, c’era un tizio che faceva i calcoli senza usare mai il Sigma. Usava le proprie iniziali. Perché era lui la deviazione standard”. E aggiunge: “Se capite questa battuta, non dovreste essere qui. Dovreste telefonare a un ufficio governativo, perché hanno bisogno urgente di voi”. Bob Hope lo definisce “il comico preferito dai fisici nucleari”. Sul palco sembra un universitario (camicia bianca aperta, pullover con scollo a V, calzoni di cotone, mocassini) che sta conversando con degli amici: “Ho preso la benzedrina. Può darti una visione molto ampia del mondo, puoi decidere il destino dell’uomo e altri problemi urgenti, tipo qual è il calzino sinistro?”. Mai sboccato, propone le sue battute ciniche con allegria: “Krusciov dice che può bombardare qualsiasi città americana. Vorrei sapere se accetta richieste”. Anticipò la satira di The Onion e del Weekend Update; ogni monologhista colto (Bob Newhart, Woody Allen, George Carlin, Bill Maher, Lewis Black, Jon Stewart, fra i tanti) gli deve qualcosa. Difficile collocarlo politicamente: fu amico di Democratici (Stevenson, Kennedy) e Repubblicani (Haig, Reagan); votò per Stevenson, Kennedy, Nixon, Reagan, Ross Perot; diffidava di Obama; e fu feroce sia contro Trump che Hillary Clinton. “Era un radicale che ridicolizzava l’insensibilità dei Repubblicani, il compiacimento dei Democratici, e l’opportunismo di tutti” (Weber, 2004). Sahl: “La satira è questo: un clistere”.
1953: esordisce all’hungry i (“l’intellettuale affamato”), un locale di San Francisco dove si suona musica folk. È il primo comico a essere scritturato dal proprietario, Enrico Banducci, che era in vena di esperimenti. Sahl teme che il pubblico non rida, per cui parla veloce. La cosa funziona, i giornali parlano di lui (“Il ribelle senza pausa”), riportano le sue battute: Sahl diventa famoso, e gira gli Stati Uniti facendo monologhi in night club, teatri, campus universitari. “I negozi Brooks Brothers non hanno specchi: per farti vedere come stai, i commessi ti mettono davanti un altro cliente”. “Sono per la pena di morte. Devi giustiziare le persone, altrimenti quando imparano?.”
1954: si esibisce al Blue Angel, un night club di New York. Fra gli spettatori, un giovane Woody Allen, che vede in quel nuovo stile informale un esempio da imitare: “Sahl rivoluzionò il genere. Il suo approccio era completamente diverso. Aveva intuizioni geniali, faceva battute che imponevano al pubblico di pensare. Guardarlo mi fece venire voglia di fare lo stand-up comedian. Era la cosa migliore che avessi mai visto. C’era bisogno di una rivoluzione, tutti erano pronti per una rivoluzione, ma doveva venire qualcuno che potesse farla ed essere grande. Quello fu Mort. Dopo vennero Lenny Bruce, Nichols e May, tutti i comici di Second City. Mort era l’avanguardia. Ristrutturò la comicità: le sue battute erano scritte con astuzia, e ne cambiò il ritmo. Certo, avevano contenuti diversi dai soliti, ma la rivoluzione fu nel modo in cui metteva giù le battute” (Lax, 1975).
1956: debutta in tv nel varietà The NBC Comedy Hour.
1958: registra all’hungry i il primo long playing di stand-up comedy della storia: si intitola “The Future Lies Ahead”. SAHL: “Eisenhower ha tenuto un discorso in tv, l’altra sera. Ha fatto il 7% di share. Zorro ha fatto il 18”. “Ero in tour con Dave Brubeck. Un sabato arriviamo a Portland, nel Maine, un posto deprimente. Dovevamo fare spettacolo, ma era il 27 gennaio, e salta fuori che Brubeck non fa spettacolo il 27 gennaio perché è il compleanno di Mozart, e il natale di Mozart Brubeck preferisce passarlo in famiglia, con i figli eccetera. Ognuno di noi ha delle stranezze. Così vado in città insieme con un altro scapolo del gruppo, vogliamo vedere com’è la vita notturna. Prendiamo un taxi e chiediamo al tassista dove c’è da divertirsi a Portland. Una cosa da maschi. E così ci porta in un posto dove pescano di frodo”. “Posso parlarvi della Beat Generation perché l’ho vista da vicino. Lavoravo al Greenwich Village, e un giorno l’FBI arresta il colonnello Rudolf Abel, la prima spia russa a essere arrestata dalla fine della guerra. A Washington non ci credono: ‘Come fate a dire che è una spia russa?’. Erano scettici perché non ne avevamo mai avuta una. Cerchiamo di primeggiare alle Olimpiadi e di costruire auto migliori, ma non avevamo mai avuto una spia. Una cosa così avvilente che crearono una Commissione per trovare le spie. Era il loro lavoro, e viaggiavano di qua e di là in cerca di spie. Ma se non ce ne sono, non ce ne sono. E così, ogni volta che la Russia metteva in galera un americano, la Commissione metteva in galera un americano. Ricordate? Ma finalmente beccano Abel, e molti di noi erano felici. E quando lo portano alla Corte federale di Filadelfia, chiamano a testimoniare un sacco di persone che vivevano al Village e lo conoscevano da anni. E questi testimoni sono tutti beatnik, gente che legge poesie di fronte a gruppi jazz, che porta il montgomery e i sandali, che dipinge in pattini a rotelle, che fa gioielli, gente così. E tutti dicono che conoscono Abel da sette anni, da quando si trasferì in MacDougal Street al Village, ed erano andati a dargli il benvenuto nel vicinato portando l’hascisc e le pipe lunghe e tutto il resto. Il pubblico ministero chiede se sapevano che era una spia russa, perché sta cercando di costruire un caso di cospirazione. E quelli dicono tutti: ‘Oh, sì, certo. Quando arrivò, gli abbiamo chiesto cosa faceva, e lui ci ha risposto: ‘Sono una spia russa’. E noi abbiamo pensato: Be’, questo è il Village’”. “Sono andato al raduno del predicatore Billy Graham. Nel vostro interesse: una sorta di test per i consumatori. Ho trovato significativo che la cronaca giornalistica della sua ‘Crociata per salvare le anime’ non fosse nelle pagine religiose del sabato o della domenica, ma in quelle finanziarie”’.
(99. Continua)
“Marta Fascina incinta” Ma Arcore smentisce
L’indiscrezione è stata pubblicata da Roberto Alessi, direttore di Novella 2000 e grande esperto di gossip, sul portale web MOW: Marta Fascina, 32enne compagna di Silvio Berlusconi, sarebbe incinta e l’ex premier diventerebbe padre per la sesta volta a 86 anni. Da Arcore lo ritengono un gossip “falso”, una “fake news”. Anche se da ambienti azzurri si spiega che la giovane, dopo essere stata accontentata col matrimonio, un figlio lo vorrebbe. Fascina e Berlusconi si sono “non sposati” il 19 marzo (la festa del papà) con una cerimonia che non ha valore legale a causa delle proteste dei figli del Caimano che temevano per l’eredità. Ma alla giovane arriverà un premio in denaro.
A Parma riecco Vignali: si candida dopo la condanna
Due anni per peculato e corruzione e un debito che, al momento delle dimissioni, sfondava gli 800 milioni di euro. Con questo curriculum Pietro Vignali, sindaco di Parma tra il 2007 e il 2011 con il centrodestra, si ricandida per guidare la sua città, sostenuto da Forza Italia e Lega (Giorgia Meloni, per ora, sta a guardare).
Undici anni fa, quando fu costretto a dimettersi con il Comune soffocato dalle inchieste e dai conti in rosso, il disastro di Vignali garantì una prateria elettorale al Movimento 5 Stelle, che a Parma ottenne il primo grande successo alle amministrative con Federico Pizzarotti (poi vincitore pure nel 2017, senza il M5S). Tutta acqua passata, almeno per lui, che per la verità non si è mai rassegnato a passare da colpevole. Basti pensare al revisionismo collettivo di cui gode da un paio d’anni, quando è stato archiviato per il reato di assunzioni straordinarie ed è stato riabilitato dal Tribunale di Bologna. Circostanze che hanno fatto cadere nell’oblio il patteggiamento a due anni chiesto e ottenuto dallo stesso Vignali per chiudere il filone principale dell’inchiesta a suo carico. Ieri Vignali ha formalizzato la propria candidatura in conferenza, smentendo di aver lasciato il Comune a un passo dal default: “Il debito era 156 milioni, il bilancio era sano”. Vero, se non fosse che a martoriare Parma era il collasso delle partecipate, considerate le quali il debito sfondava gli 800 milioni, come poi certificato dai successivi bilanci.
L’Antitrust multa le “lobby”, esulta il Piccolo America
Nuovo capitolo nella battaglia tra i ragazzi del Cinema America e le associazioni di categoria del grande schermo. Un duello che ha visto anche colpi bassi – l’abbiamo raccontato sul Fatto – come quando Anec Lazio (la lobby locale degli esercenti cinematografici) ha ritirato un contratto di sponsorizzazione a Radio Rock, “colpevole” di una consolidata partnership con l’associazione Piccolo America. Nella sfida per la gratuità del cinema in piazza, Valerio Carocci e i giovani di Trastevere hanno vinto un’altra battaglia: l’Antitrust ha sanzionato Anec e Anica (associazione delle industrie cinematografiche) con una multa di oltre 90 mila euro per il “boicottaggio nei confronti delle arene estive gratuite per le stagioni 2018, 2019 e 2020”. Secondo il giudizio dell’autorità garante della concorrenza, Anec e Anica “hanno posto in essere un’intesa (…) finalizzata a ostacolare le arene gratuite nell’approvvigionamento delle opere cinematografiche (…) limitando così, a valle, l’offerta del prodotto cinematografico al consumatore finale”.
Mihajlovic: “Darò un’altra lezione alla mia malattia”
“Si vede che questa malattia è molto coraggiosa per avere ancora voglia di affrontare uno come me, ma io sono qua e se non gli è bastata la prima lezione gliene daremo un’altra”. Fiero, determinato, coerente con se stesso. Come lo è stato sempre durante la sua vita e la sua carriera, entrambe rocambolesche. Ieri Sinisa Mihajlovic ha convocato una conferenza stampa improvvisa per annunciare che dovrà affrontare un nuovo “ciclo terapeutico”, dopo il trapianto di midollo subito a causa della leucemia mieloide acuta, di cui l’attuale allenatore del Bologna ha scoperto di essere affetto nell’estate del 2019. “Mi è stato consigliato di intraprendere un percorso terapeutico che possa eliminare sul nascere ogni ipotesi negativa”, ha spiegato, utilizzando poi una metafora calcistica: “Questa volta non entrerò in scivolata su un avversario lanciato, come ho detto due anni e mezzo fa, ma giocherò di anticipo per non farlo partire”. Come già accaduto nel 2019, l’ex calciatore di Roma, Lazio e Inter non lascerà la panchina del Bologna, ma salterà solo alcune partite restando tuttavia alla guida tecnica della squadra rossoblu. All’ospedale Sant’Orsola di Bologna, infatti, dice di aver già fatto “allestire nella stanza del reparto tutto il necessario a livello tecnologico per seguire la squadra h24… dagli allenamenti a tutto il resto”. Unanimi i messaggi di sostegno e vicinanza all’allenatore serbo. Dai suoi ex club, ai tifosi di tutta Italia, passando dai politici, sono arrivate dimostrazioni d’affetto. “Non mollare mai. Siamo al tuo fianco anche in questa nuova battaglia!”, gli ha scritto ad esempio la Lazio, mutuando il titolo dell’inno introdotto proprio negli anni in cui Mihajlovic vinse lo scudetto in maglia biancoceleste.
Lo strano caso di Iren e del notaio amico del sindaco
Sta accadendo qualcosa di strano attorno a Iren, la grande multiutility dell’energia quotata in Borsa e controllata da una maggioranza guidata dai Comuni di Torino, Genova e Reggio Emilia? E che ruolo potrebbe aver avuto (o non ha avuto) la Città di Torino, oggi retta dal sindaco Pd Stefano Lo Russo? A parlare per prima di questa vicenda era stata, il 4 marzo scorso, la Verità. Raccontando che il notaio torinese Andrea Ganelli, grande sostenitore di Lo Russo (e suo finanziatore) il 1° e il 3 marzo aveva inviato due email a Massimo Menchini, segretario del comitato di Assogestioni, azionista di Iren. Nella prima, Ganelli chiedeva un incontro “nell’interesse delle fondazioni Compagnia di San Paolo, Cassa di Risparmio di Torino e Cassa di Risparmio di Cuneo… in vista della prossima assemblea di Iren”. Le tre fondazioni sono anch’esse azioniste della multiutility e il notaio aveva condiviso, per conoscenza, l’email con i loro segretari generali. Formale la risposta, 24 ore dopo, di Menchini: “Non mi è possibile dare seguito…”.
Il grande sponsor di Lo Russo a questo punto accusa il colpo e il 3 marzo risponde (ancora in copia con le fondazioni) cercando di non peggiorare la situazione: “La richiesta era esclusivamente votata a verificare se e come avviare una libera e facoltativa interlocuzione…”. La replica, questa volta, arriva dopo solo tre ore e usa i toni legali: “La ringrazio per la sua comunicazione che porterò, come la precedente, in consiglio. Al fine di evitare qualsivoglia fraintendimento, anche per la verbalizzazione (che il comitato è tenuto ad effettuare in base alle richieste degli organi di vigilanza), le chiederei chiarimenti sull’oggetto, i termini e i destinatari della sua richiesta e sulla rappresentanza con cui lei la porta”. Insomma: “Per chi stai lavorando, caro notaio Ganelli?”. Il messaggio implicito, “per chi stai lavorando”, non lascia dubbi e il notaio smette di scrivere. Da quel momento, però, la storia scatena un incidente con i sindaci di Genova e di Reggio Emilia, mentre a Torino ha prodotto un’interrogazione da parte del capogruppo M5S Andrea Russi. Le voci che si rincorrono sostengono che qualcuno abbia voluto spostare verso il Piemonte il baricentro di Iren. Per capirlo, bisogna ricapitolare brevemente l’attuale assetto della multiutility. Da sempre, tutto si basa sul patto di sindacato, depositato in Consob, tra le tre città che si dividono in parti uguali 12 dei 15 membri del cda e si ripartiscono anche presidente, vicepresidente e ad. Una governance che a lungo a soddisfatto Torino che guardava agli utili e alle quote della multiutility come una garanzia per i suoi bilanci in rosso dopo le “mani bucate” per le Olimpiadi del 2006.
Assogestioni, invece, in passato ha sempre espresso la lista di minoranza: eleggendo ogni volta gli altri tre consiglieri. Di qui gli interrogativi sull’improvvida iniziativa del notaio: Ganelli aveva, sì o no, un mandato (per conto delle fondazioni bancarie come dichiara, e – attraverso di esse – addirittura della Città di Torino?) per concertare con Assogestioni un aumento dei futuri consiglieri “torinesi”, violando il patto di sindacato?
In una prima discussione con i capigruppo comunali, Lo Russo ha negato tutto. Ora, però, i 5S ripropongono tutte le loro domande, al sindaco, invitandolo ad agire in tutte le sedi, a cominciare dalla Consob. Che potrebbe avviare una sua indagine senza aspettare le risposte di Lo Russo.
Liberi tutti, ma non nelle Rsa I parenti degli ospiti in rivolta
Tutti liberi, tranne gli ospiti delle case di riposo. Di fatto, per gli anziani ricoverati nelle Rsa e per i disabili accolti nelle Rsd, il lockdown imposto nella primavera del 2020 dalla prima ondata pandemica non si è mai interrotto. Nemmeno ora. Nonostante la legge n. 11 dello scorso 18 febbraio abbia stabilito che i familiari possono avere accesso alle strutture per visitare i loro cari ogni giorno per almeno 45 minuti. Norma che viene preceduta però dalla precisazione che “ai direttori sanitari è data facoltà di adottare misure precauzionali più restrittive. In pratica, la legge garantisce tre quarti d’ora quotidiani ma lascia ai vertici delle strutture un margine di discrezionalità. Margine che molte Rsa stanno utilizzando.
Ed è proprio contro questo spazio di discrezionalità che si preparano a manifestare quasi 20 comitati dei parenti degli anziani. Domani mattina incontreranno Mauro Palma, il Garante dei diritti delle persone private della libertà, che al massimo, però, può esercitare una moral suasion. Poi il 30 marzo manifesteranno a Roma, davanti alla sede del ministero della Salute, e a Milano, Torino e Firenze davanti alle Prefetture. “Il problema è solo questo, la discrezionalità – dice Claudia Sorrentino, del Coordinamento nazionale dei comitati –. I direttori sanitari si arrogano il diritto di fare ciò che vogliono. Mia madre è ricoverata in una struttura di Roma, posso stare con lei per trenta minuti. Quando ho chiesto al direttore sanitario di concedere i 45 minuti previsti dalla legge mi ha risposto che mi potevano essere tolti anche quei trenta minuti”. Un caso tra i tanti. I comitati sono sorti un po’ in tutta Italia. Perché quello spazio di manovra concesso ai dirigenti sarebbe ampiamente sfruttato un po’ ovunque. Ma d’altronde, come spiega Cesare Maffeis, presidente dell’associazione Acrb di Bergamo, a cui fanno capo oltre trenta Rsa, un motivo c’è. “Le nostre strutture sono l’ultimo miglio di un percorso lastricato di normative nazionali e regionali – dice Maffeis –. Abbiamo innumerevoli regole a cui sottostare, come l’obbligo di garantire camere vuote nel caso che un anziano contragga il virus e debba essere isolato. Ma né lo Stato né la Regione ci dicono come gestire l’accesso dei parenti. Se apro rischio di trovarmi con duecento persone dentro la struttura. E a rispondere di eventuali contagi o decessi, poi, è il direttore sanitario, responsabile civilmente e penalmente di quanto accade. Nelle residenze ci sono state infezioni anche di recente. Le istituzioni devono assumersi le loro responsabilità. Ora ci sono troppe interpretazioni, abbiamo bisogno di indicazioni chiare”. Insomma, nessuno dimentica la tragedia della prima ondata: di oltre 9 mila morti nelle Rsa, il 40% era da attribuire al Covid.
È cosiche per adesso siamo al muro contro muro. Quando va bene, denunciano i familiari, gli incontri avvengono in condizioni che ricordano il regime detentivo: separati spesso da un vetro dai loro genitori o nonni, senza la possibilità di toccarli. C’è chi, esasperato, si è rivolto ai carabinieri. È successo in varie regioni tra Lombardia, Piemonte, Veneto e Trentino, ma i militari non sono intervenuti. Del resto i parenti cercano sponde istituzionali anche perché temono ritorsioni. “Abbiamo scritto una lettera a una casa di riposo di Vicenza che non consentiva a una signora di vedere la propria madre – spiega Roberta Nagero, del Comitato Anchise (Varese), che ha membri in tutta Italia –. Per tutta risposta la direzione della casa di riposo ha chiamato la signora dicendole che non poteva più occuparsi di sua madre e l’ha messa alla porta”. Oggi per accedere alle Rsa, quando e dove è possibile, è necessario disporre del Green pass rafforzato (con terza dose di vaccino) o di esito negativo di un tampone antigenico rapido o molecolare eseguito nelle precedenti 48 ore, a patto che si sia anche in possesso della certificazione rilasciata con il completamento del ciclo vaccinale primario o in seguito alla guarigione dall’infezione. Ma nessuno, in realtà, contesta queste misure. Tutti invece hanno paura di rappresaglie. “Mia madre – ricorda Nagero – poco tempo fa si è fratturata il bacino. Mi hanno avvertita due giorni dopo”.