Poker col morto

Avvertenza: quello che segue non ha nulla a che vedere con la nostra vita quotidiana al tempo della pandemia, dei vaccini e del Recovery Fund. Ma riguarda lo stallo politico creato dal leader più irresponsabile mai visto, che ha paralizzato tutto e tutti mentre si dovrebbe correre a razzo. E ha trasformato la crisi di governo in una partita a poker quando è salito al Quirinale e ha fatto il gioco delle tre carte, fornendo tre versioni della posizione di Iv: la più morbida a Mattarella, la più dura in sala stampa, una via di mezzo alle agenzie. Un trucchetto da magliari per trattenere gli italomorenti tentati di mollarlo. Lo scopo era trasferire sul Colle il gioco al massacro e tirarla in lungo per far fuori Conte, spaccare M5S e Pd e separarli, impapocchiare un’ammucchiata con pezzi di partiti sparsi (FI e Lega incluse) e dirottare i fondi del Recovery verso le note lobby. Mattarella, con l’incarico di esplorazione a Fico, dà le carte, i tempi e il via alla partita.

Ma le partite a poker si giocano con le regole del poker, almeno per chi vuol vincerle. Si comincia a carte coperte, senza muovere un muscolo facciale, e solo alla fine si va a vedere. Conte accetta la sfida e attende gli eventi in modalità Zen. I 5Stelle, la segreteria Pd, LeU e il nuovo gruppo Europeista stanno al gioco, alcuni con notevoli sacrifici personali dopo gli insulti subìti per due mesi da uno che dà del dittatore e del trumpiano a Conte, poi fa il barbarodurso del tiranno saudita che finanzia il jihad e fa tagliare a pezzi i giornalisti liberi, a cui l’amico Biden ha sospeso le forniture di F-35; dà del giustizialista a Bonafede, poi intasca 80 mila euro dai garantisti di Riyad che mozzano le mani ai ladri, decapitano i tossici, crocifiggono o lapidano gay, infedeli e donne libere (chissà che ne dicono le fantastiche Bellanova, Boschi, Bonetti e Annibali). Tutti sanno che, se e quando siederà al tavolo con gli altri, la sua bulimia di potere grande come il suo ego lo spingerà a sfasciare tutto con le solite pretese irricevibili. Dice bene Di Battista: l’“accoltellatore professionista, sentendosi addirittura più potente di prima, aumenterà le coltellate”. Ma la narrazione dell’Innominabile, avallata da giornaloni e cicisbei da talk, è che sono stati Conte&C. a cacciarlo per sostituirlo coi responsabili, ergo ora devono scusarsi e pregarlo in ginocchio. In questo momento, a inizio partita, chiunque metta un veto su Iv scopre le carte anzitempo e gli consente di tenere compatta la truppa. Sarà lui, a fine partita, seduto al tavolo col suo 2% insieme a tutti gli altri, a calare: cioè a rispettare i rapporti di forza oppure a rompere coi soliti veti. A quel punto i 46 ostaggi italomorenti decideranno se seguirlo fino al macello delle urne, oppure mollarlo e rendersi finalmente utili.

Le emissioni zero sono il futuro, ma per ora costano troppo

“L’elettrificazione è una tecnologia complessa e onerosa, con costi che si ridurranno solo con gli effetti di scala, con i volumi. Molte comunità non hanno il potere d’acquisto necessario per permettersi l’incremento di costo che comporta un motore elettrico”. E ancora: “Credo che le automobili, purtroppo, diventeranno molto più care nei prossimi anni. Questa è una cosa che nessuno vuole ammettere, nemmeno i politici perché vogliono spingere sull’elettrico, ma un powertrain elettrico costa tre o quattro volte più di uno tradizionale. Ci vorranno dieci anni per ridurne il prezzo alla metà, quindi tra dieci anni costerà ancora il doppio”.

Quelle che potrebbero suonare come dichiarazioni di sindacalisti o rappresentanti dei consumatori sono invece parole e musica degli amministratori delegati di Stellantis e Renault, rispettivamente Carlos Tavares e Luca de Meo. E non sono nemmeno le prime, visto che il numero uno di Toyota, Akio Toyoda, e il presidente del consiglio di sorveglianza di Bosch, Franz Fehrenbach, avevano già espresso perplessità su come le auto a emissioni zero (che zero poi non sono) vengano “spinte” oltre ogni logica tecnica e commerciale.

L’industria delle quattro ruote non è impazzita, sta solo cercando di dire quello che nell’ambiente è noto da tempo: il mercato mondiale non è ancora pronto a recepire grossi volumi di veicoli 100% elettrici, dunque i ritorni sugli investimenti (già fatti e ingenti) sono a rischio. L’auto a batteria è di certo il futuro, ma non quello prossimo.

In Europa decolla l’“Airbus delle batterie”

In tema di accumulatori per veicoli elettrici, è ben noto lo strapotere tecnologico e commerciale di paesi come la Cina o la Corea. Anche favorito dal ritardo cronico della risposta di altre realtà, come quelle europee.

Nel Vecchio continente qualcosa ha cominciato a muoversi nel 2019, quando paesi con una forte industria dell’auto come Germania e Francia hanno fatto pressione sull’Unione europea affinché mettesse in piedi un programma per le batterie, che inizialmente prevedeva la costruzione entro il 2023 di due siti produttivi (in ognuno dei due paesi), con l’impiego complessivo di 3.000 persone. L’investimento iniziale era così suddiviso: 2,21 miliardi di euro versati da Francia e Germania più altri 3,2 miliardi di euro garantiti da Bruxelles. A cui se ne sarebbero dovuti aggiungere altri quattro da aziende automotive e dell’energia.

Qualche giorno fa, il capitolo successivo. La Commissione europea ha infatti dato nuovo impulso al consorzio continentale delle batterie per veicoli elettrici (da qualcuno ribattezzato come “Airbus delle batterie”), approvando il progetto per la creazione di un colosso continentale in grado di contrastare quelli asiatici.

Il piano si chiama “European Battery Innovation” e coinvolge 12 paesi e 42 “attori” industriali (dalle start-up alle multinazionali dell’auto, passando per le università e le organizzazioni di ricerca), la metà dei quali italiani.

Per la precisione i paesi coinvolti, oltre al nostro, saranno Germania, Francia, Austria, Belgio, Croazia, Finlandia, Grecia, Polonia, Slovacchia, Spagna e Svezia. Che potranno erogare finanziamenti fino a 2,9 miliardi di euro, sbloccando altri 9 miliardi provenienti dai privati.

Al centro del progetto c’è la sostenibilità completa delle batterie, che dovrà essere garantita sin dalle fasi di estrazione delle materie prime necessarie alla loro fabbricazione e fino allo smaltimento e al riciclo dei vecchi accumulatori.

 

L’auto elettrica inquina molto più dell’ibrida. Il nodo è la ricarica

Akio Toyoda, presidente di Toyota, ha detto che una transizione frettolosa alle auto 100% elettriche a batteria provocherebbe danni ambientali. Il manager giapponese non ha tutti i torti. Il nodo è tutto nell’approvvigionamento energetico: produrre 1 kWh di elettricità in Europa equivale a emettere nell’atmosfera 238 grammi di anidride carbonica. Le emissioni raddoppiano se lo stesso kWh viene generato in Asia, dove l’utilizzo di fonti rinnovabili è assai più limitato. E, purtroppo, a oggi la quasi totalità delle batterie è fabbricata in Asia, con grande dispendio di energia e produzione di Co2.

Abbiamo messo a confronto una Toyota Corolla Hybrid con un’auto elettrica molto diffusa (con accumulatori prodotti in Asia), di analoga categoria e potenza, entrambe costruite in Europa. L’impronta di carbonio (la quantità di anidride carbonica emessa) derivante dalla loro fabbricazione è molto simile, batteria esclusa. Quest’ultima, da 58 kWh, comporta l’emissione di circa 5,2 tonnellate di Co2. L’ibrida, secondo il ciclo di omologazione Wltp (Worldwide harmonized Light-Duty vehicles Test Procedure), emette 106 grammi di Co2/km.

L’auto elettrica, invece, emette una quantità di Co2 uguale a quella generata durante la produzione dell’elettricità necessaria per costruire e rifornire la sua batteria. Secondo i dati Wltp, il modello elettrico percorre 6,3 km/kWh. Ovvero 38 g di Co2 ogni chilometro percorso, se rifornita in Europa. Non solo: per avere un senso ambientale, l’elettrica deve recuperare le 5,2 tonnellate derivanti dalla fabbricazione della sua batteria, disperse nell’aria prima ancora di vendere l’auto).

A conti fatti, sono circa 76 mila chilometri da percorrere, in Europa, col modello 100% elettrico prima che la vettura comporti un concreto vantaggio ambientale rispetto all’ibrido (in Europa percorriamo in media 12 mila km l’anno). Negli Usa, dove l’elettricità è meno green, il suddetto chilometraggio sale a 115 mila, mentre in Cina addirittura a 289 mila.

Se poi si optasse per una batteria più grande, da 77 kWh, l’impronta di carbonio passerebbe da 5,2 a 6,9 tonnellate: in tal caso le medie di pareggio chilometrico sull’ibrida si alzerebbero, a loro volta, del 33%. Significa che, attualmente, non solo l’auto elettrica con batteria asiatica non produce benefici ambientali rispetto a un modello termico o ibrido a basse emissioni ma, anzi, risulta nociva per il controllo climatico: avrà senso ambientale comprare un’elettrica piuttosto che un’ibrida tradizionale solo quando l’auto elettrica e la sua batteria saranno costruite con energia quanto più possibile derivata da fonti rinnovabili.

Festival, i dubbi del Cts. Braccio di ferro su Sanremo

La crisi l’ha aperta di prima mattina un tweet al vetriolo di Lucio Presta, agente di Amadeus, con un pizzino che prelude al “ritiro” del direttore artistico da Sanremo (rito renziano): “Governo caduto, ristori non approvati, Recovery in alto mare, mancanza di vaccini, economia a pezzi e vedo ministri importanti, giornalisti importanti, parlare solo di Sanremo e figuranti. Ora capisco perché un grande Paese come il nostro è a rotoli. #inadeguati”. La minaccia arriva in risposta alla presa di posizione dei ministri Speranza e Franceschini, contrari alla presenza di pubblico all’Ariston. La parola chiave della giornata più nera di questo Festival è “spettacolo” (termine che compare anche nel regolamento ufficiale di Sanremo 2021, nel paragrafo relativo alla direzione artistica): se l’evento è da considerarsi tale, non sarebbe ammissibile un pubblico di figuranti; mentre se lo si giudicasse una trasmissione televisiva, il teatro Ariston si potrebbe (in parte) riempire di spettatori-comparse come accade in molti programmi.

Siccome Sanremo è lo specchio del Paese, Amadeus all’ora di pranzo è salito al Colle di Viale Mazzini per annunciare un possibile passo indietro: senza figuranti, che sono contrattualizzati e fanno parte dello “spettacolo”, ci rivediamo nel 2022. Il conduttore però dovrebbe aver firmato un contratto, in base al quale ha fatto la selezione dei cantanti e fin qui lavorato, in forza del quale in caso di inadempienza dovrebbe pagare una penale e risarcire il “maggior danno” (nel caso di Sanremo molto costoso). Il contratto si modifica solo consensualmente, con un’intesa tra le due parti. Senza dire che Amadeus è un volto Rai: rompere con Viale Mazzini significherebbe una brusca battuta d’arresto della sua carriera. I ministri non hanno gradito l’aut-aut e la disinvoltura con cui Amadeus ha parlato di “Festival della normalità”, davanti a un Paese in clausura da un anno e con cinquecento morti al giorno.

E quindi? La palla ora passa ai tecnici del Cts, investiti della questione da Speranza con una nota indirizzata al coordinatore Agostino Miozzo (nota in cui il ministro ricorda che, secondo il Dpcm vigente, gli spettacoli con il pubblico non sono consentiti). Una delegazione del Cts si è confrontata ieri con i dirigenti Rai, ma la decisione sarà presa nei prossimi giorni. Già questa mattina se ne parlerà in una riunione del Comitato, convocata alle 12. Da quanto trapelato ieri, le perplessità del Cts sul protocollo di sicurezza sono ancora molte e non riguardano solo il nodo del pubblico, ma soprattutto il rischio assembramenti e la compatibilità dell’evento con un’eventuale zona rossa o arancione. Quindi il paragone con altre trasmissioni è irrilevante: la questione è quanta gente si muove per un’intera settimana in una città piena di vicoli e vie strette. Dunque, stando a quanto risulta al Fatto, i membri del Cts sarebbero più orientati a non autorizzare i figuranti. Al massimo, valutando la situazione anche in base alla cubatura dell’Ariston, potrebbero concedere 100-150 comparse, la metà di quanto previsto fino a ora dagli organizzatori. La soluzione salomonica salverebbe capra e cavoli: Sanremo si farebbe, certo in un clima più cupo e avvelenato. La parziale apertura invece scontenterebbe il mondo del teatro e della lirica, che da giorni sta protestando per la disparità di trattamento. D’altro canto lo svolgimento del Festival con un ridotto pubblico di figuranti, potrebbe essere l’occasione per rilanciare il dibattito su una riapertura in sicurezza di cinema e teatri.

La giornata di ieri ha oscurato la polemica sul presunto razzismo di Ibrahimovic, dopo il battibecco in campo con Lukaku: la presenza del campione pare confermata, per tutte e cinque le serate. Tanto che la Lega di Serie A sta cercando di spostare la partita del 2 marzo: Milan-Udinese, prevista per le 21, dovrebbe essere anticipata alle 15 per consentire al campione di raggiungere Sanremo dopo il fischio finale.

Intanto in Liguria le autorità sanitarie registrano l’arrivo della variante inglese, in tre province (Imperia esclusa). Preoccupa molto anche il focolaio in una Rsa proprio a Sanremo, che dalla fine dell’anno a oggi ha fatto registrare 19 vittime. Il sindaco Alberto Bianchieri (Pd), parla apertamente di “dramma” in caso di annullamento. E spiega: “Meglio che si svolga anche in edizione ridotta, ma in sicurezza e nelle date stabilite. Dopo un 2020 devastante dal punto di vista economico-finanziario, la mancata realizzazione del Festival, unitamente alla chiusura del Casinò, porterebbe il Comune al default”. Sulla Città dei fiori incombe anche un’altra spada di Damocle, quella dei numeri. Con uno stop per un aggravarsi dell’epidemia (ammette Biancheri: “Valuteremo insieme alla Prefettura e alla Asl la fattibilità dell’evento fino all’ultimo”), la Rai non sarebbe tenuta a pagare al Comune i 5 milioni previsti dalla convenzione, in base a una clausola espressamente prevista nell’accordo siglato quest’anno.

Insomma, staremo a vedere: Sanremo è Sanremo, ma anche il Covid non scherza.

Accesso agli atti, ha vinto la stampa

Non ci sono barriere all’uso del Freedom of Information Act (Foia) nel Regno Unito. Qualunque giornalista o cittadino nel mondo – non importa la sua nazionalità, il luogo in cui risiede o si trova – ha il diritto di chiedere i documenti interni delle istituzioni pubbliche inglesi attraverso il Foia e di presentare appello ai tribunali di Sua Maestà nel caso in cui gli vengano negati. A stabilirlo sono stati i giudici O’Connor dell’Upper Tribunal di Londra e Macmillan del First-tier Tribunal, che questa settimana hanno emesso una sentenza su ricorso di più parti, tra cui chi scrive. Fin dal 2015, portiamo avanti una battaglia per difendere il diritto della stampa di accedere con il Foia a tutti i documenti del caso Julian Assange e WikiLeaks, in modo da poterlo ricostruire fattualmente. Questo lavoro giornalistico ha richiesto numerose azioni legali in Inghilterra, Usa, Australia e Svezia, dove abbiamo sempre potuto appellare nei vari tribunali il rifiuto delle autorità di rilasciarci la documentazione. Poi, però, improvvisamente, nell’agosto scorso il First-tier Tribunal di Londra ha messo in discussione il nostro diritto di citare in giudizio Scotland Yard, dal momento che non siamo né cittadini inglesi, né presenti sul suolo britannico. Il tribunale ha quindi sospeso a tempo indefinito il nostro Foia, a quel punto abbiamo presentato ricorso. Questa settimana la sentenza: una vittoria che va ben oltre il caso WikiLeaks, perché ormai non esiste un’importante questione nazionale – dall’immigrazione alla finanza – che non richieda di cercare informazioni in altri Paesi, come il Regno Unito, appunto. A rappresentarci sono due avvocate londinesi di alto profilo: Estelle Dehon, dello studio legale Cornerstone Barristers e Jennifer Robinson di Doughty Street Chambers, quello di Amal Clooney. “È una decisione che accogliamo con grande soddisfazione”, dichiara Estelle Dehon al Fatto Quotidiano. “Conferma quanto sia ampio il diritto all’informazione, rinforzando la sua importanza nel mantenere la nostra democrazia in salute”.

Non solo donne: aborto, rivolta contro Kaczynski

Varsavia urla. Ripetendo la stessa frase contro il cielo buio “Io sento, io penso, io decido”, cantando I will survive, o intonando semplicemente un coro di “bastardi, vaffanculo”, le donne polacche hanno marciato unite fino alla sede centrale del Pis, il partito ultraconservatore Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski, e poi fino al palazzo della Corte costituzionale che ha reso esecutiva la legge che ha cancellato per sempre il loro diritto di scelta. In Polonia da oggi abortire è reato: lo dice il nuovo emendamento già approvato il 22 ottobre scorso, ma posticipato a causa delle proteste e scontri con le forze dell’ordine che avevano invaso la nazione durante il picco pandemico.

La legge è entrata in vigore al buio, in silenzio, quasi in segreto quando il Pis ha reso nota la sua improvvisa pubblicazione in Gazzetta ufficiale, accompagnata dalle motivazioni della Corte costituzionale “che giustificano la regolamentazione della protezione della vita”. Legislatori anonimi: sono rimasti segreti i nomi dei cento autori della legge che adesso permette l’interruzione di gravidanza solo se mette a rischio la vita della madre o risulta frutto di incesto o violenza, entrambi atti difficili da provare.

“Questi uomini fanno solo ciò che sanno fare meglio: toglierci diritti e libertà. Questa è la decadenza dello Stato”. Dalla massa arrabbiata si leva una voce più alta ed è quella di Marta Lempart, tra i membri più noti di Straik Kobiet, il movimento “Sciopero delle donne”, promotrice delle proteste dal 2015. L’attivista richiama tutti alla lotta in campo aperto: non è solo “un crimine contro le ragazze, ma contro avversari e minoranze: è urgente che ognuno esprima la propria rabbia, prendetevi le strade”. Per sbeffeggiare valori vetusti e antiquati di una patria che le reprime nel ruolo esclusivo di donne e madri, le ragazze di Straik Kobiet, in rosso come le puerpere del romanzo distopico Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, sono già entrate negli ultimi mesi perfino nella cattedrale di Stanislaus Kostka a Lodz. Per Piattaforma civica si tratta di una provocazione del Pis, “un insabbiamento per nascondere le tracce della capitolazione nella lotta al Covid-19 e il fallimento della campagna vaccinale”. Se questa norma legislativa “è una guerra contro le donne” per Wanda Nowicka, membro del partito Sinistra, le attiviste per i diritti umani non hanno paura di chiamarla “tortura”. Nel 2020, per malformazioni del feto, in Polonia sono stati compiuti solo 1.074 aborti dei totali 1.100, ma da oggi quelli risulterebbero illegali. Non solo le strade: anche le sale operatorie clandestine del Paese sono piene, come quelle delle cliniche private delle nazioni confinanti che le ragazze polacche raggiungono. Le più abbienti vanno in Germania, le più povere in Repubblica ceca. Poiché già prima dell’entrata in vigore della legge la maggioranza dei dottori polacchi si rifiutava far abortire le donne, secondo stime delle ong, sono 200 mila gli aborti compiuti in maniera illegale in Polonia o nel rispetto della legge all’estero.

Non più un solo Paese, ma due: c’è una Polonia in piazza che ripudia la Polonia al governo, quella che però trae voti e potere dalle zone rurali più povere e tradizionaliste della nazione e compiace le politiche retrograde della chiesa cattolica e del suo elettorato. Marce di rabbia così partecipate non si scorgevano nel panorama polacco dal 1980, l’epoca in cui si protestava con Solidarnosc contro i sovietici. Oggi gli uomini che occupano le strade insieme alle donne contro la repressione della loro libertà condannano un governo autoritario. Per il sindaco di Varsavia, città testa d’ariete contro le scelte dei conservatori, ciò che ha deciso di fare il Pis è “un atto consapevole e calcolato ai danni dello Stato, compiuto contro la volontà dei polacchi”. Per Rafal Trzaskowski “non solo le donne, ma è l’intera nazione ad averne avuto abbastanza”.

Stile Vietnam: economia e manette

Un’economia per molti versi spregiudicatamente capitalista, una politica rigidamente comunista, senza troppo curarsi della libertà di espressione e del diritto al dissenso. Non c’è solo la Cina che risponde a queste coordinate: anche il Vietnam, spesso in contrasto con il suo potente e scomodo vicino, fa coesistere aperture economiche e chiusure politiche. Una linea che il congresso in corso del Partito comunista vietnamita pare avviato a confermare, specie dopo avere ottenuto riconoscimenti internazionali sul fronte della pandemia. Il Vietnam ha finora registrato 1.500 contagi e 35 decessi, con una popolazione di circa 86 milioni di abitanti e una superficie analoga a quella dell’Italia – e, quindi, una densità molto maggiore –. Nell’analisi del Lowy Institute, un centro studi australiano, il Vietnam è sul podio mondiale della migliore gestione della pandemia, immediatamente dietro la Nuova Zelanda – immancabilmente prima, in tutte le classifiche mondiali positive – e a pari merito con Taiwan. L’Italia è al 59° posto, appena dietro la Germania, su 98 Paesi censiti; gli Usa sono al 94°, il Brasile è ultimo. Certo, l’inclinazione asiatica alla disciplina e al rispetto delle disposizioni ha il suo peso; e uno può anche pensare che le autorità di Hanoi non siano proprio trasparenti nel comunicare i loro dati. Ma governo e partito hanno affrontato la pandemia con grande fermezza. E i risultati ci sono stati, consentendo alle due principali figure del regime, il presidente della Repubblica e capo del partito, Nguyen Phu Trong, e al premier Nguyen Xuan Phuc, di arrivare al congresso in posizioni di forza. Tanto più che l’economia ha continuano a espandersi lo scorso anno – il Pil è cresciuto del 2,9% –, nonostante tutte le altre ‘tigri’ del Sud-Est asiatico abbiano subito contrazioni.

I dati positivi stridono con la repressione del dissenso e un giro di vite al controllo dell’informazione: tre noti giornalisti sono stati arrestati e imprigionati a gennaio, per delitti contro la Stato, e il numero dei prigionieri di coscienza – in pratica, dei dissidenti – è più che raddoppiato, da 84 a 170, tra un congresso del Partito e l’altro, cioè dal 2016 e oggi. Ma gli attivisti pro diritti dell’uomo non vedono un contrasto: il governo, il partito, i leader si sentono al di sopra di critiche e proteste. Con il congresso, il Partito comunista del Vietnam deve rinnovare la sua leadership – ma molte saranno le conferme – e decidere a chi affidare la gestione delle relazioni con una Cina immanente ai confini settentrionali e sempre più assertiva nella sua politica di egemonia, militare oltre che politica, nel Sud-Est asiatico e nel Mar cinese meridionali. Pure i rapporti con gli Stati Uniti sono ‘caldi’, segnati da tensioni commerciali che non saranno automaticamente superate con il cambio della guardia alla presidenza tra Donald Trump e Joe Biden. Se il Vietnam non è più quello di Ho Chi Minh e del generale Giap, e guarda alla Cina di Xi Jinping con un misto di spirito d’emulazione ed invidia, l’America ha ormai smesso di nutrire sensi di colpa nei suoi confronti: i protagonisti del conflitto sono ormai ultrasettantenni, in massima parte fuori dalle stanze dei bottoni. Avviati martedì e destinati a durare fino al 2 febbraio, i lavori del congresso si tengono al National Convention Center di Hanoi e sono assolutamente blindati: si svolgono in larga parte a porte chiuse, con fuori misure di sicurezza eccezionali. Numerosi i posti chiave da rinnovare. Trong, il capo del partito, che dal 2018 copre pure le funzioni di capo dello Stato, mira a essere confermato per un altro termine alla guida del partito, anche se non dovrebbe mantenere il doppio incarico. Un rinnovo del mandato di Trong, 76 anni, conservatore e vicino alla leadership cinese, darebbe impulso alla sua campagna anti-corruzione che sta colpendo il partito, la polizia e le forze armate. “Negli ultimi cinque anni, c’è stato un incremento misurabile del livello di repressione nel Paese”, non solo dei diritti e delle critiche, ma anche dei reati, spiega all’Afp Jonathan London, un esperto di Vietnam di un think tank olandese. E ciò riflette l’agenda di Trong per una maggiore disciplina nel partito e nel Paese.

Pure il premier Phuc, 66 anni, vuole restare al suo posto: è forte dei risultati raggiunti sul fronte della crescita economica e dell’integrazione del Vietnam nel sistema internazionale, con la partecipazione all’Asean, il ‘mercato comune’ del sud-est asiatico e con una serie di accordi commerciali internazionali. Ed è lui a guidare la robusta risposta del Vietnam all’epidemia da coronavirus.

Quali che saranno le scelte delle persone, non dovrebbero esserci cambi di politica significativi: avanti con le aperture economiche, ma non accompagnate da aperture verso il pluralismo politico, vivendo la costante contrapposizione tra vicinanza alla Cina – non solo geografica – e competizione con essa anche nel Mar cinese meridionale.

Recovery plan il solito ignoto

Il Recovery Plan – che, piaccia o no, scolpisce l’Italia del 2027 – ha la malasorte di essere commentato senza essere letto. Eppure si tratta di 167 pagine scritte in buon italiano, con tabelle molto chiare, divise in sei parti ineludibili, le “missioni”, dedicate ad altrettanti temi suggeriti dall’Europa: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

Si è detto che il presidente Conte ha elaborato il Recovery Plan nel chiuso del suo studio, con una stretta consorteria di fedelissimi. Chi ha letto il documento e ne ha potuto valutare la complessità sa che ciò non è possibile. In effetti, all’elaborazione del documento lavora da mesi una squadra di esperti del Mef che si è confrontata con tutte le parti sociali e alla quale confluiscono di giorno in giorno dossier, promemoria, proposte e critiche provenienti da ministeri, ordini professionali, sindacati e lobby. Del resto, si tratta di allocare 219 miliardi, che poi sono 224 e, da qui al 2026, arriveranno a 312.

Francesco Giavazzi, sul Corriere del 2 settembre scorso ha scritto che “nell’elenco degli oltre 600 progetti che i ministeri hanno sottoposto al governo per i finanziamenti del Recovery fund, troverete solo cappotti termici, alta velocità e autostrade, più qualche investimento industriale proposto dalle aziende, dall’Ilva alla Fincantieri. Niente riforme, né nella scuola, né all’università, né, ci mancherebbe, nel mercato del lavoro”.

Nelle 167 pagine del Recovery Plan c’è ben più dei cappotti termici e dell’alta velocità. Oltre a un elenco preciso delle fonti dalle quali il Piano ricava i suoi finanziamenti, vi è una descrizione dettagliata delle sei “missioni” raccomandate dall’Europa e, per ogni “missione”, vi sono le varie parti componenti. Ad esempio, la missione che riguarda la digitalizzazione è distinta in Pubblica amministrazione, imprese, turismo e cultura. Le componenti sono 16 in tutto e, per ognuna, sono previsti gli specifici interventi concreti. Per ognuna delle missioni, delle componenti e degli interventi, sono indicati i miliardi assegnati.

L’impianto del Piano è ciclopico come ciclopiche sono le sue ambizioni esplicite: portare l’Italia fuori da questa crisi epocale, sulla frontiera dello sviluppo europeo, facendone un Paese più moderno, verde e coeso. I soldi per farlo ci sono, e ci sono anche i sei percorsi obbligati. Si tratta, dunque, di un’occasione storica che, illuminata da quel grande specchio ustorio che è la pandemia, fornisce tutto il materiale didattico per condurre un grande dibattito, un grande seminario nazionale, una riflessione profonda sul nostro futuro e su quello – sempre evocato dai retori – dei nostri figli.

In un Paese serio, i media avrebbero fatto a gara per descrivere il Piano al loro pubblico, vivisezionarlo, analizzarne le conseguenze sulla vita delle città e delle persone. Ma le nostre serate sono già tutte assegnate a quiz televisivi e a grandi fratelli che non lasciano spazio alla riflessione sulla polis. Se qualcosa del Piano si viene a sapere è solo perché di tanto in tanto, nei talk show, qualche commentatore ne brandisce sgangherate citazioni a sostegno di generiche accuse contro il Governo.

Dal coro di critici che accusano il Piano di avere obiettivi poco ambiziosi (come hanno scritto molti giornali) o di non avere un’anima (come ha detto Renzi), si stacca un giudizio tanto concreto quanto onesto di Enzo Cipolletta su InPiù: “Non sarà un piano esaltante, ma almeno riusciremo a spendere le risorse, ciò che darà comunque un contributo importante alla crescita. Se poi si potrà fare di più e meglio, ben venga, ma non buttiamo a mare quello che già c’è”.

Del resto, se si mette a confronto il Piano elaborato dal nostro governo con quello francese o con quello alternativo contrapposto da Forza Italia, il primo giganteggia.

Ciò che io segnalerei agli estensori di questo Recovery Plan, e su cui essi, volendo, farebbero ancora in tempo a intervenire, è l’esigenza di un approccio più sistemico, che tenga in maggior conto ciò che avverrà nel mondo da qui al 2027. Sappiamo per certo che i prossimi anni saranno segnati dall’ingegneria genetica con cui vinceremo molte malattie, dall’intelligenza artificiale con cui sostituiremo molto lavoro intellettuale, dalle nanotecnologie con cui gli oggetti si relazioneranno tra loro e con noi, dalle stampanti 3D con cui costruiremo in casa molti oggetti. Tutto questo, insieme alla legge di Moore, per cui la potenza dei microprocessori raddoppia ogni 18 mesi, del riconoscimento vocale, delle piattaforme e della robotica, comporterà un jobless growth per cui, molto probabilmente, i posti di lavoro perduti saranno meno di quelli creati.

A quest’effetto del progresso tecnologico sul mercato del lavoro, che si manifesterà nel medio-lungo termine, va aggiunto quello di medio termine dovuto allo sviluppo organizzativo. Se, come pare plausibile, almeno 5 milioni di lavoratori resteranno in smart working anche dopo la pandemia, ciò determinerà un crollo dei consumi di abitazioni, di carburante, di mezzi di comunicazione e il licenziamento di migliaia di addetti alla guardiania e alle pulizie degli uffici, alle mense aziendali e ai negozi proliferati nelle zone direzionali. Vi è, infine, un effetto immediato della pandemia che, secondo le stime di Marco Leonardi, consigliere del ministro Gualtieri, nei prossimi mesi determinerà la chiusura di molte imprese e il licenziamento di 200-250 mila lavoratori.

Non c’è dubbio che gli investimenti in alcuni settori, come la rivoluzione verde e la transizione ecologica (cui sono assegnati 69,80 miliardi), l’istruzione e ricerca (28,49 miliardi), le politiche per il lavoro (12,62 miliardi) creeranno occupazione, ma c’è da chiedersi quanti posti di lavoro saranno distrutti dalla digitalizzazione, indispensabile ma comunque labour saving, delle imprese e della Pubblica amministrazione (38,30 miliardi).

Un ragionamento analogo vale per la Sanità, cui vanno 19,72 miliardi. Nella prima bozza del Piano gli stanziamenti previsti per questo settore erano minori, ma un coro di proteste si è levato sull’onda emotiva del Covid-19 che ha messo in luce l’attuale scarsità di personale e di strutture sanitarie. Ma è sbagliato tarare il fabbisogno futuro di queste risorse basandosi sul picco di una pandemia che, per fortuna, si ripete raramente. Di sicuro l’Intelligenza artificiale, di cui è prossimo l’uso massiccio nel lavoro diagnostico, nell’assegnazione delle terapie e perfino nella chirurgia a distanza, sostituirà migliaia di medici proprio negli anni in cui arriveranno sul mercato del lavoro le attuali matricole di Medicina. Qualcosa di analogo vale anche per la teledidattica, capace di ridurre notevolmente il fabbisogno di insegnanti.

Sono questioni non da poco, tuttavia affrontabili con una visione, un’analisi e un intervento sistemici.

 

Sanremo, il vero problema del paese

L’Italia è alle prese con due problemi minori, le forniture dei vaccini e la possibile crisi di governo, più un serio affare di Stato: se e come fare il Festival di Sanremo. Il premier incaricato Amadeus è sull’orlo delle dimissioni nonostante l’appoggio di Fiorello, nonostante abbia imbarcato i Responsabili Ibrahimovic e Naomi Campbell e ottenuto sponde dal servizio pubblico televisivo. Si è studiato un protocollo di sicurezza su misura da fare invidia all’ospedale di Bertolaso: red carpet sanificato in Corso Matteotti, un pubblico di figuranti che per esserci non pagano, ma sono pagati (più o meno come a Montecitorio). Si valuta una nave di appoggio; per ora non coinvolta l’aviazione, ma non si sa mai.

Si fatica a capire questa ostinazione a volere in piena pandemia mondiale una kermesse che incarna l’idea platonica dell’Assembramento, qualcosa che stride per il pessimo gusto prima che per lo show in sé. Gli italiani sono barricati in casa, tutti i teatri meno l’Ariston chiusi da mesi, la didattica si può fare a distanza, ma per le canzoni e le gag è di rigore la presenza. Lo diciamo anche a difesa di Amadeus: se davvero si farà, con o senza pubblico di figuranti (ammesso che ci sia una differenza), sarà uno spettacolo tremebondo, grottesco, finto allegro, che è notoriamente il massimo della tristezza. Un figurante di se stesso. C’è una sola cosa saggia da fare, aggiornarsi all’anno prossimo, in fondo è successo anche alle Olimpiadi. Intanto, da questo psicodramma ancora in corso abbiamo una prima certezza in settant’anni: Sanremo è stato musica, spettacolo, costume, cultura popolare. Questa immunità su cui forse lo stesso Trump avrebbe dei dubbi, questa ostinazione a difendere la festa nazionale del kitsch in un anno in cui la vita di tutti è sospesa, ci dice che anche Sanremo è definitivamente mutato nella vera ossessione di questo Paese. Televisione, nient’altro che televisione. E guai a chi la tocca.