Per Dio non ci sono amici o nemici, ma solo figli: “È ingiusto, come l’amore”

Vediamo gente che si avvicina a Gesù. Luca li guarda e tira una conclusione: sono tutti pubblicani e peccatori. Non c’è tra loro un solo “giusto”. E sono lì per ascoltare Gesù. Poi c’è altra gente. Chi sono? Non li vediamo, però. Li ascoltiamo con gli orecchi di Gesù, il quale sente cosa dicono. Racconta l’evangelista: I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. E allora il Maestro racconta una parabola: C’era una volta un uomo che aveva due figli. Non ci dice nulla di loro. Si sofferma su uno dei due: vuole la parte di patrimonio che gli spetta. Il padre non è morto. Ma il figlio ha bisogno che si arrivi alle conseguenze della sua sparizione dalla faccia della terra: l’eredità. Il padre non batte ciglio: divise tra loro le sue sostanze. L’altro figlio che fa? Non sappiamo. Il tempo di fare le valigie e il figlio — sappiamo ora che è il più giovane — partì per un paese lontano. La distanza affettiva diventa fisica. Dove va? Non sappiamo. Ma quel che conta è che va lontano. E là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Il giovane dissolve tutto: radici e patrimonio. Si cancella. Alla fine non ha più nulla. Non è più nulla. Arriva una grande carestia. Ha fame e si mette al servizio di uno che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Il giovane invidia i porci. Vorrebbe essere un porco. Almeno loro hanno carrube da mangiare. Ma nessuno gli dava nulla, commenta Luca. Come se ci fosse bisogno di chiedere permesso per mangiucchiare qualche carrubba per smorzare la fame. Come se col salario non potesse comprare qualcosina. E invece no: lui attende che qualcuno gli dia qualcosa. Questo giovane libertino deve dipendere. È un bohémien? No: un inetto. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!”. Deve dipendere, come un salariato. Il suo non è un ragionamento affettivo. Ha sguardo lucido, e a tratti cinico. Non gliene importa nulla del padre. No, non si pente, ma deve capire come fare a sopravvivere. Allora costruisce a tavolino una strategia di ricatto affettivo. Tornerà da suo padre e gli dirà: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”.

Cambio di scena. Vediamo il padre, adesso. Quest’uomo lo vede arrivare da lontano. Il figlio era lontano, infatti. In tutti i sensi. Sta camminando. Il padre allora gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Le braccia si stringono, il bacio colma ogni lontananza che viene annullata. Il figlio ripete a memoria la frase costruita a tavolino. Il padre neanche ascolta le sue parole vuote e automatiche. Agisce. Dice ai servi di prendere le cose più belle: vestito, anello, sandali… Fa ammazzare il vitello grasso della festa perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. Già, era morto. Era dissoluto. Si era dissolto. Ed ecco apparire il figlio maggiore. Era nei campi a lavorare sodo. Ora è indignato per le festa e l’accoglienza di suo fratello. Non voleva entrare. La paternità per lui è inaccettabile perché è ingiusta: abbraccia il disobbediente, avvicina il lontano, reintegra a sé che gli divora la sostanze, bacia l’inetto, gioisce per il figlio che sembra un personaggio di Svevo, fa festa sempre e comunque per lui. È l’immagine di Dio per il quale non c’è l’amico e il nemico, ma solo figlio. Dio è ingiusto, sì, come solo l’amore sa esserlo. E questo rende tristi chi vive solo di giustizia e ingiustizia, chi vive di pesi e misure, chi non sa che l’amore vero non ammette giustificazioni.

*Direttore de “La Civiltà Cattolica”

 

Adesso bisogna trovare i “perché” della guerra

Siamo in guerra. Perché? Christiane Amanpour, giornalista americana famosa per le sue interviste ai top politici del mondo, alcuni giorni fa aveva due domande per Dmitry Peskov, autorevole portavoce di Putin. Perché questa guerra? E perché la guerra è diventata subito enorme e spaventosa, con un presagio di conclusione tragica?

Da brava indagatrice di eventi, la Amanpour si è accorta che tutto il mondo sta discutendo il modo in cui Putin conduce la guerra in Ucraina, molta crudeltà e niente scrupoli. Ma nessuno sembra insistere sulla domanda fondamentale: perché? Uno Stato enorme, ricco, pesante, armato, non aveva altra risorsa per dire le sue ragioni? Troppo grande questa guerra, l’invasione immediata di un intero Paese, con distruzione la più vasta possibile, per essere la punizione di un disubbidiente o dire alla Nato di non alzare la cresta. Troppo costosa, in uomini, armi e danaro, se non è preludio a qualcosa di spaventoso che potrebbe venire e forse sta per venire? Osservata da vicino, l’operazione in cui Putin ha imbarcato la grande Russia di cui vuole essere l’eroe, ha rimosso subito negli antagonisti e possibili nemici l’angosciosa attesa del ciclone in arrivo e l’inclinazione ad accettare subito anche comportamenti capricciosi per evitare il peggio. Spesso i potenti lo fanno. Ma in Ucraina il peggio è arrivato subito, annunciato solo da una notizia dell’intelligence americana (“la Russia invade l’Ucraina fra tre giorni”) mentre tanti nel mondo dicevano “ma figurati!”. Sembrava una trovata politica, o una fake-news della Cia, ma i russi non hanno smentito, e una vasta invasione è iniziata. Molti governi del mondo sembrano allo stesso tempo dissociarsi dal modo in cui Putin lancia la sua guerra verso il peggio, aggiungendo bombe al fosforo bianco e missili ultra veloci, contro un Paese resistente, ma non una potenza. E nello stesso tempo, dedicandosi più ai modi possibili per evitare il danno su se stessi a causa delle sanzioni alla Russia, piuttosto che ascoltare ciò che chiedono gli ucraini invasi, certo appelli concitati e non necessariamente realistici. Poi c’è la questione delle armi. Dare o non dare armi convenzionali? Come mostra ogni immagine di ogni televisione del mondo, Putin sta usando le sue armi come se fosse grano su un terreno fertile. Qui il frutto sono i morti, quasi tutti civili, fra essi un numero di bambini che sembra voluto per allargare il terrore (vedi la scelta dei luoghi da colpire: scuole, ospedali, grandi casamenti civili). Eppure Putin, in mezzo a noi, ha i suoi fan, è ancora un personaggio che non puoi paragonare a Hitler, e resta diffusa la persuasione (anche per coloro che sono contro tutte le guerre) che la sua guerra, per quanto aspra e cattiva, sia stata provocata dalla Nato, che è imperialista e dunque vuole allargarsi, anche se non lo ha fatto. Per la prima volta (dopo Hitler) c’è un certo consenso per il cattivo umore di Putin come legittima causa di guerra, invasione, distruzione, deportazione e uso di armi speciali. E c’è un certo fastidio per il presidente ucraino, che non la smette di raccontare quello che i russi stanno facendo al suo Paese e non si stanca di chiedere aiuto, cioè armi. In molti si rendono conto che aiutare Zelensky vuol dire mettersi nella lista nera dei non simpatici a Putin, e si irritano anche solo per il fatto di essere chiamati in causa. Facciamo un’offerta per i bambini in fuga (anche da soli) e non se ne parli più. Purtroppo, in Italia, sono accadute negli ultimi giorni cose sgradevoli. Forse siamo stati un po’ impetuosi, a causa dei tanti cadaveri sparsi nelle inquadrature tv, quando abbiamo deciso sulle sanzioni, e questo attivismo ci ha fatto includere subito nella lista nera di Putin.

In conclusione, abbiamo una guerra in corso, sull’orlo estremo del pericolo nucleare, generata dalla mente di Putin e dalla sua ossessione della Grande Russia di cui si sente l’Uomo della Provvidenza , incoraggiato da un filosofo, Dugin, che si dice il suo mentore e che certo ama molto le bombe al fosforo. Pensate al fastidio del cerchio interno di Putin per quel suddito ucraino che si è salvato perché è uscito a fumare una sigaretta, mentre sulla sua casetta cadeva il missile della guerra giusta.

 

La bella Gigliola contesa, tra asini innamorati, rudi contadini e fraticelli

Dalle novelle apocrife di Luigi Riccoboni. Ad Avignone c’era un contadino che amava battere col bastone la moglie e l’asino: era una persona tanto stupida e cattiva quanto la moglie era bella e l’asino utile. Un fraticello gioviale, Isidoro, era turbato da quella violenza, e poiché non era insensibile a quella donna attraente escogitò un piano.

Con l’aiuto di un amico, un giorno seguì di nascosto il contadino. Lo videro legare la cavezza della bestia a un albero e poi inoltrarsi nella boscaglia, al che Isidoro tolse la corda dall’asino e se la mise al collo, mentre l’amico portava l’asino al convento. Quando il bifolco ritornò, e vide il frate al posto dell’animale, cacciò un urlo, lasciò cadere la fascina che stava portando, si fece il segno della croce e disse, terrorizzato: “Signore, pietà! Un asino trasformato in frate!”. “Non temere, amico mio”, gli disse Isidoro. “Ammira, invece, la potenza di Dio. Credevi di avere in stalla un somaro, e invece stavi ospitando un frate sfortunato. Caddi in tentazione, e la giustizia divina mi punì mutandomi in una umile bestia da soma. Ma ho sofferto così tanto che Dio mi ha restituito il mio sembiante. Questa cavezza disonorevole” aggiunse togliendosela “è l’ultimo vestigio della mia ignominia”. L’altro si inginocchiò davanti a lui, e implorò perdono per le percosse inflitte a un somaro così santo. Isidoro lo aiutò a rialzarsi: “Che quei ricordi non ti affliggano, buon uomo, poiché i colpi del tuo bastone hanno accorciato la mia penitenza, e affrettato la mia liberazione”.

Il villico invitò il frate a casa sua, e Isidoro accettò di buon grado, “anche se” disse “è duro per me tornare sulla scena della mia umiliazione”. Arrivati, Isidoro raccontò la storia anche alla bella sposa del contadino, Gigliola, che lo ascoltava con devozione e compassione, poiché ricordava il suo povero vitto di paglia cattiva ed erbacce di campo; e volendo dunque dargli prova della sua pietà per gli stenti passati, e della sua felicità per la condizione presente, gli cucinò come cena una pollastrella in umido, a fuoco lento, nel brodo di carne e nel sugo di pomodoro, con patate novelle, carote, sedano e cipolle. Gli versò un bicchiere di rosso robusto. “No”, disse il fraticello. “Meglio che mi astenga dal vino: mi portò al peccato. Che ne beva il suo buon marito, per rinfrancarsi dalle fatiche dei campi”. Quello tracannava bicchieri come se la sua sete fosse inesauribile, finché, al termine della serata, piegò le braccia sulla tavola, poggiò la testa sulle braccia, e prese a russare. Isidoro continuò la conversazione con Gigliola, facendola divertire con storielle allegre e ammiccanti, a cui la donna replicava con civetteria. Dopo un po’, giocavano in un’altra parte della casa. “Questo nostro passatempo non ti trasformerà di nuovo in un asino?” gli domandò Gigliola quando si ritrovarono abbracciati. “Per te, gentile signora, correrò questo rischio”, le disse Isidoro.

Fu grande la sorpresa del frate la mattina dopo, quando, tornato al convento, gli dissero che durante la notte il somaro era scappato. Ugualmente sorpreso fu il contadino quando, quel sabato, vide il suo asino in vendita alla fiera. Lo riconobbe dall’orecchio piegato, cui avvicinò le labbra per sussurrare: “Buon frate, la carne ribelle ti ha giocato dunque un altro scherzo?”. L’asino, infastidito, scosse la testa come se dicesse no. “Dimmi pure di no”, disse il contadino, “ma io ti conosco bene. C’entra mia moglie?”. L’asino scosse di nuovo la testa. “Non mentire!” urlò il contadino, mentre tutti, vedendo un uomo che parlava con un asino, scoppiavano a ridere. Ritenuto pazzo, fu rinchiuso in prigione, e da quel giorno Gigliola fu assidua al convento. Isidoro conosceva bene il cuore umano? No, conosceva bene gli asini.

 

Il piano dell’Ue (a venire): più terra coltivata e aiuti di Stato

“L’Europa non morirà di fame”, dice il commissario Ue all’Agricoltura, Janusz Wojciechowski. Anche al netto del fatto che qualche europeo, in realtà, già soffre la fame in tempi normali, quello a cui andiamo incontro è un periodo assai complicato per la produzione di cibo. La proposta del politico polacco è semplice: “Apriamo la possibilità di usare la terra agricola esclusa dalla produzione per gli obblighi green, cioè 4 milioni di ettari”, terra che sarebbe dovuta restare “a maggese e che può essere usata per produrre cibo e mangimi” (per questi ultimi l’Europa è particolarmente dipendente dall’Est, e dall’Ucraina in particolare, mentre per il grano assai probabilmente pagheremo a caro prezzo quello di India e Usa). Quattro milioni di ettari, per capirci, sono la superficie dei Paesi Bassi: “È molto importante per la produzione aggiuntiva di cibo, che è assolutamente necessaria in questa situazione”.

Al di là della terra su cui coltivare, decisione che andrebbe peraltro presa subito perché i tempi della natura non sono quelli di Bruxelles, c’è anche il tema dei costi: quelli agricoli alla produzione sono schizzati alle stelle insieme al prezzo del gas, dei carburanti e degli imballaggi. Coldiretti in Italia stima un +30% abbondante, che in soldi farebbe circa 8 miliardi: di fatto molte aziende faranno fatica a produrre anche avendo terreni aggiuntivi.

E qui arriva il piano che si va elaborando in sede Ue, al solito assai sotto le necessità. Gli aiuti diretti al settore della Commissione dovrebbe valere 500 milioni in tutto, più interessante invece la sospensione del divieto di aiuti di Stato per alcuni settori, tra cui agricoltura e pesca. La maggior parte del costo, in ogni caso, finirà per pesare sui consumatori finali.

Se per l’Europa la scarsità di cibo sul mercato mondiale si riduce in gran parte a un problema di prezzo, per aree del pianeta meno ricche sarà una catastrofe. Il Consiglio Ue di venerdì ha varato il piano “Farm”: gli obiettivi sono aumentare la trasparenza sugli stock mondiali, garantire gli approvvigionamenti ai Paesi più a rischio, incoraggiare nuove produzioni nei Paesi più fragili. Il modello è il programma “Covax” per la distribuzione dei vaccini Covid: non proprio una storia di successo…

“Le prime vittime sono il Nordafrica e il Medioriente”

Aun mese dall’inizio della guerra in Ucraina – che, assieme alla Russia, è tra i massimi produttori di cereali e fertilizzanti – nel mondo circola la parola “scarsità”. “Per quanto riguarda il grano l’impennata della domanda mondiale si è combinata con una riduzione dell’offerta dovuta alla scarsità dei raccolti in diverse parti del mondo causata innanzitutto da condizioni climatiche avverse”, ci dice Eugenio Dacrema, analista economico del World Food Programme dell’Onu: “Poi l’introduzione di tariffe sull’export da parte della Russia, il più grande esportatore al mondo, ha contribuito a spingere in alto i prezzi”. Quanto ai fertilizzanti, invece, “i prezzi sono saliti a causa dei forti aumenti dei costi di produzione, dovuti al gas, a cui si aggiungono le restrizioni all’export imposte da Cina e Russia, due tra i più importanti produttori al mondo”.

La crisi Ucraina ha accelerato questi trend?

Le difficoltà di far arrivare mercantili nel Mar Nero dall’inizio del conflitto ha di fatto interrotto le esportazioni da Ucraina e Russia. L’imposizione delle sanzioni a Mosca ha poi reso difficile e costoso acquistare i suoi beni. Il mercato, peraltro, incorpora già nei prezzi attuali i forti rischi che verranno dalle produzioni future inevitabilmente ridotte, a cominciare da quella ucraina, quinto esportatore mondiale di grano, che rischia di non riuscire a completare i raccolti e le semine di quest’anno a causa della guerra.

Cosa comporta, invece, la scarsità di fertilizzanti?

Gli alti costi causeranno con ogni probabilità un loro minore impiego in gran parte del mondo, portando a raccolti più limitati e quindi a una diminuita offerta di beni primari nei prossimi mesi. Tutto questo sta causando un effetto domino soprattutto nei Paesi più vulnerabili e un grave rischio di peggioramento delle prospettive. Se pensiamo che già ora sono 44 milioni le persone a un passo dalla carestia e 276 milioni quanti vivono in una insicurezza alimentare acuta, si capisce la gravità del momento attuale. Quello che sta accadendo è una catastrofe al cubo.

Che succederà se la guerra dovesse proseguire abbastanza a lungo?

Nell’immediato ci aspettiamo difficoltà nel reperire le derrate e repentini aumenti dei prezzi al consumatore nei Paesi che si approvvigionano direttamente dal Mar Nero. Tra questi ci sono soprattutto quelli dell’area “Mena”, vale a dire Egitto, Tunisia, Libia, Marocco, Iraq, Libano, Sudan e Yemen. Se pensiamo che il Libano, già in una gravissima crisi economica, importa oltre il 50% del proprio fabbisogno di grano dall’Ucraina, lo Yemen distrutto da 7 anni di guerra il 22%, la Tunisia il 42%, ci si rende conto del devastante impatto che questa guerra sta avendo e avrà sulla sicurezza alimentare di questi Paesi.

Quali altri Paesi rischiano?

Nel giro di due o tre mesi ci saranno problemi anche nell’Africa Subsahariana e in Asia. Russia e Ucraina insieme risolvono quasi il 30% delle esportazioni globali di grano, il 20% di quelle del mais. L’Ucraina produceva cibo che sfamava 400 milioni di persone in vari Paesi nel mondo. Qualora la guerra dovesse proseguire, la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente, anche perché l’insicurezza alimentare può innescare problemi sociali e portare a rivolte. Nei Paesi con economie più solide, il problema della scarsità dei beni agricoli e l’aumento dei prezzi si avvertirà maggiormente fra sei-nove mesi circa.

Il World Food Programme per cui lei lavora si troverà dunque a dover assistere più persone e ad avere bisogno di più fondi ?

Esatto. Quest’anno il costo stimato delle nostre operazioni di assistenza alimentare – spesso l’unica fonte di sopravvivenza per circa 137 milioni di persone in più o meno 80 Paesi nel mondo – è di 18,9 miliardi di dollari. Già prima dell’invasione dell’Ucraina il gap tra i fondi necessari e quelli disponibili per i prossimi sei mesi superava il 60%. Ma per ciò che sta accadendo in queste settimane in Ucraina stimiamo di dover far fronte a un aumento di circa 70 milioni di dollari al mese”.

Grano e non solo: il mondo rischia la fame

Il pane scarseggia già. E sabato prossimo inizia il Ramadan, periodo in cui di solito le persone spendono di più per fare la spesa. “Scaffali vuoti, lunghe code, panifici aperti solo al mattino”, raccontava già una settimana fa un reportage di Le Figaro da Tunisi. Il Paese africano più vicino all’Italia, prima tessera del domino delle Primavere arabe che dieci anni fa hanno ridisegnato la mappa del potere tra Nord Africa e Medio Oriente, è anche quello che rischia di subire per primo gli effetti della guerra in Ucraina scatenata da Vladimir Putin. “Stiamo entrando in una crisi alimentare senza precedenti”, ha dichiarato giovedì il presidente della Francia, Emmanuel Macron, sempre attento a quello che succede a sud del Mediterraneo, dati gli interessi di Parigi.

I prezzi delle materie prime agricole sono alle stelle e alcuni dei maggiori esperti prevedono che il rialzo non si fermerà presto. “Questo potrebbe causare un aumento della fame e della povertà, con conseguenze pesanti sulla stabilità globale”, è l’allarme lanciato da Gilbert Houngbo, presidente dell’Ifad, il fondo internazionale dell’Onu per lo sviluppo agricolo. Il conflitto europeo coinvolge infatti due dei più grandi esportatori al mondo di grano e mais, elementi cardine per la dieta di buona parte della popolazione globale.

I dati delle Nazioni Unite sulla dipendenza dei vari Paesi dall’agricoltura di Ucraina e Russia dimostrano che il Continente più a rischio è l’Africa. E che la Tunisia è una delle nazioni messe peggio: importa circa il 50% del grano da Kiev, una quota superiore a quella di quasi tutti gli altri Paesi. La guerra che sta devastando l’Ucraina ha portato il governo guidato da Volodymyr Zelensky a bloccare le esportazioni di grano, orzo e altri prodotti alimentari. Per questo il pane scarseggia già nei supermercati della piccola repubblica del Maghreb, dove la disoccupazione giovanile è al 42,8% (dati del terzo trimestre 2021), poco più alta di quando la rivoluzione costrinse alla fuga il dittatore Ben Ali. Era il 2011.

Oggi a guidare la Tunisia c’è Kais Saied, presidente eletto democraticamente, che da qualche tempo ha iniziato ad essere accusato di mire autocratiche per aver sospeso il Parlamento e licenziato mezzo governo. La rabbia popolare contro i suoi metodi ha già innescato varie manifestazioni, l’ultima delle quali è andata in scena domenica scorsa a Tunisi, ma i problemi principali che Saied deve affrontare adesso sono finanziari. Con il deficit in crescita (Fitch, che lo prevede all’8,5% sul Pil nel 2022, la scorsa settimana ha abbassato il giudizio a CCC) e il debito pubblico arrivato sopra l’80%, il Paese rischia il default. Lo ha scritto martedì scorso anche Morgan Stanley, secondo cui “se il tasso di deterioramento delle finanze pubbliche dovesse continuare, è probabile che la Tunisia non riuscirà a ripagare i suoi debiti”. Gli analisti della banca americana hanno aggiunto che il crack potrebbe avvenire l’anno prossimo, a meno che Tunisi non decida di chiedere un prestito al Fondo monetario internazionale e inizi a fare significativi tagli alla spesa pubblica. La ricetta potrebbe però portare in dote altre critiche a Saied, perché ridurre la spesa mentre i prezzi aumentano fa di solito infuriare chi fa già fatica a vivere. E i prezzi, ha detto martedì alla Cnbc Jim Cramer, guru delle commodities agricole, non scenderanno presto: “Sia il grano che il mais sono diretti verso l’alto, forse molto in alto. È l’ultima cosa che vorremmo vedere, ma potremmo doverci abituare”.

La situazione di Tunisi non è molto diversa da quella del resto del mondo. “L’emergenza cibo sarà reale, il costo delle sanzioni non lo paga solo la Russia, ma anche i nostri alleati europei”, ha detto il presidente degli Usa, Joe Biden, durante la visita a Bruxelles di questa settimana. I prezzi del cibo erano già in salita da qualche mese, spinti dai rincari di gas e petrolio iniziati a dicembre. La guerra in Ucraina ha fatto da booster. “L’inflazione alimentare nell’Ue ha raggiunto il 5,6% rispetto a febbraio del 2021”, ha ricordato la Commissione europea. I dati di marzo diranno quanto ha pesato finora il conflitto in corso.

Russia e Ucraina insieme sono responsabili del 30% delle esportazioni mondiali di grano, cui si aggiungono percentuali rilevanti di mais, orzo, olio di semi di girasole. Non tutti i Paesi subiscono però le conseguenze allo stesso modo. Quelle che rischiano di più adesso sono le nazioni maggiormente dipendenti dalle importazioni ucraine: Libano, Moldavia, Qatar, Pakistan e Indonesia sono in cima alla classifica, oltre appunto alla Tunisia. Diverse sono invece le conseguenze per chi ha legami strettissimi con la Russia, come ad esempio Benin, Sudan, Tanzania, Rwanda, Madagascar, Egitto. Mentre Kiev ha vietato le esportazioni per soddisfare la domanda interna, Mosca continua a vendere all’estero le sue materie prime alimentari. Il problema sono le sanzioni, prima fra tutte l’esclusione delle banche russe dal circuito Swift. “Questa misura – spiega Alessandro Zappa, analista della società di trading Kommodities Partners – rende più scomodi i pagamenti, ma non li blocca. Sono sempre possibili triangolazioni attraverso banche di Paesi non sanzionati, come ad esempio quelle di Pechino, e il sistema cinese Cips può essere per certi versi un’alternativa allo Swift. Il problema principale, per molti, non è dunque quello di non poter comprare prodotti agricoli dalla Russia, ma di doverle acquistare a prezzi più alti”.

La direttrice operativa del Fondo monetario internazionale, la bulgara Kristalina Georgieva, non a caso ha detto a metà marzo di essere particolarmente preoccupata per l’Egitto, che con i suoi 100 milioni di abitanti dipende per il 60% proprio delle importazioni di grano di Mosca (e per un altro 20% dall’Ucraina).

Alla fine, molto potrebbe dipendere dalle condizioni contrattuali che ogni nazione riuscirà a ottenere dalla Russia. Alcuni Paesi africani sembrano aver tenuto a mente questo punto quando, mercoledì 2 marzo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato una risoluzione per condannare l’invasione dell’Ucraina e chiedere a Mosca di ritirare le truppe. Dei 193 paesi membri dell’Onu, 141 hanno detto sì, 35 si sono astenuti e 5 hanno votato contro. Forse è casuale, ma tra le nazioni africane che non si sono schierate contro Putin, parecchie sono legate a doppio filo al grano russo: Madagascar, Namibia, Repubblica del Congo, Sudan, Uganda, Tanzania, solo per citarne alcune. Il rischio maggiore è legato ora ai tempi del conflitto. “Il peggio si vedrà tra 12-18 mesi”, ha previsto Macron, perché adesso “l’Ucraina non può seminare”. Insomma, se la guerra non finirà presto, l’anno prossimo il granaio d’Europa non sarà in grado di sfamare il mondo. A pagare il conto più salato, ancora una volta, saranno Africa e Medio Oriente.

“Per noi vantaggi sopravvalutati”

“Cameri è considerato spesso un sito di produzione degli F-35, ma in realtà c’è l’assemblaggio. La parte di produzione è marginale e i vantaggi industriali per l’Italia sono sopravvalutati”: Francesco Vignarca è coordinatore delle Campagne nella Rete Italiana Pace e Disarmo e insieme a Fondazione Finanza Etica, negli anni, ha portato avanti iniziative di cosiddetto azionariato critico: hanno, ad esempio, comprato azioni di Leonardo e partecipano alle assemblee per avere trasparenza sulle informazioni.

Qual è il ruolo dell’Italia in questa produzione?

Prende le briciole. Lockheed ha bisogno di un appoggio in Europa per assemblare gli aerei, ma la produzione massiccia resta in America. Noi siamo entrati nel programma perché dovevamo acquistare 131 F-35, sono stati spesi 900 milioni di euro per lo stabilimento e si parlava di un ritorno occupazionale per 10 mila operai. Poi gli F-35 da acquistare sono diventati 90 e i posti di lavoro 6.500, indotto incluso. Alla fine i posti sono diventati 3.600 di cui 2.100 effettivi. Dal 2016 al 2020 Cameri non ha mai avuto un organico superiore a 1.031 dipendenti, incluse le somministrazioni: 675 nel 2016, 698 nel 2017, 956 nel 2018, 1031 nel 2019 e 996 nel 2020. Meno del 40% dell’ultima proiezione, il 10% della proiezione iniziale.

Ora cambierà qualcosa?

È difficile pensare che con l’aumento delle commesse aumenti la capacità produttiva. Si allungherà solo la durata di vita della fabbrica. Tra 2019 e 2020 sono stati prodotti, di componenti alari, tra 37 e 41 pezzi e 10 velivoli totali. Assemblare più aerei richiederà più anni e metà dei posti promessi.

C’è un risvolto strategico?

L’acquisto dei 90 aerei italiani. Basta. La narrazione dei vantaggi industriali è inconsistente. Il fatturato nel 2020 è stato poco più di 300 milioni, nel 2019 un po’ più alto ma grazie alla componentistica.

È stata dunque una scelta di alleanza con gli Usa?

Sì e sarebbe stato meglio se fosse stata presentata così. Basti pensare ai racconti degli ultimi anni: per gli Eurofighters hanno parlato di coproduzione europea, sugli F-35 di integrazione Nato (anche se ci sono Paesi Nato come Francia e Spagna che non li usano) e ora abbiamo 2 miliardi nella realizzazione dei Tempest in virtù delle collaborazioni di Leonardo. Le scelte insomma hanno motivazioni politiche, nulla a che fare con l’operabilità e l’industria.

A cosa servono gli F-35?

A garantire la capacità nucleare della Nato. Gli attuali Tornado stanno andando a fine vita e devono essere sostituiti: gli F-35 sono compatibili con le nuove bombe B61-12 che arriveranno in Ue nei prossimi mesi.

Gli F-35 in Europa li faremo a Cameri: accordo Usa-Italia

L’Italia aumenterà la produzione di cacciabombardieri F-35, i controversi velivoli da guerra con la tecnologia più avanzata al mondo, progettati dall’americana Lockheed Martin. Nella fabbrica di Cameri (Novara) saranno prodotti anche gli F-35 comprati da altri Paesi europei, come la Svizzera e, probabilmente, la Finlandia, la Germania, il Belgio e la Polonia. Finora sono usciti dalle linee di assemblaggio solo una parte degli aerei destinati alle nostre forze armate e all’Olanda e le ali anche per una parte dei caccia che vengono prodotti da Lockheed nel suo stabilimento principale, a Fort Worth, in Texas.

La Faco (sigla inglese che sta per “linea di assemblaggio finale e verifica”) di Cameri, appartiene all’Aeronautica militare che l’ha costruita, con una spesa di 800 milioni di euro, ma è gestita dalla divisione velivoli di Leonardo, l’ex Alenia. Sono solo due le linee di produzione dell’F-35 al di fuori degli Stati Uniti, l’altra è in Giappone.

L’aumento della produzione e il potenziamento di Cameri sono previsti da un negoziato politico riservato tra il governo Draghi e quello americano, condotto dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ed è coinvolta anche la Lockheed. Le trattative erano in fase avanzata prima che la Russia dichiarasse guerra all’Ucraina e che, tra i paesi europei, esplodesse la voglia di riarmo e di aumento delle spese militari ad almeno il 2% del Pil, come chiedono gli Stati Uniti. Una delizia per le industrie del settore.

Il piano di Guerini prevede un annuncio in Parlamento quando l’accordo con gli Usa sarà raggiunto. Il tema è delicato, per le polemiche che hanno ritmato le fasi della partecipazione al programma F-35. L’Italia ha aderito con la firma di un Memorandum il 23 dicembre 1998, nel primo governo d D’Alema. Ma la discussione era cominciata nel 1996 (esecutivo Prodi). La conclusione del negoziato tra Guerini e il Pentagono sarebbe imminente, secondo fonti del settore difesa.

Un segnale è la decisione della “pacifica” Svizzera, che lo scorso dicembre ha deciso di comprare 36 F-35. Due giorni fa Berna ha annunciato che 24 dei suoi velivoli saranno costruiti a Cameri, i primi 8 li fornirà Lockheed. I rimanenti 4 potrebbe costruirli in Svizzera la Ruag, altrimenti si faranno a Cameri. Per capire l’impatto, finora nella fabbrica italiana era prevista la costruzione di 29 velivoli per l’Olanda, oltre a una parte di quelli per l’Italia, che ne ha già ricevuti una ventina (una parte però costruiti in Texas) e dovrebbe arrivare a 28 entro quest’anno.

Nel sito novarese saranno probabilmente fabbricati anche i 35 cacciabombardieri scelti dalla Germania il 14 marzo, la prima decisione presa dal governo dopo l’annuncio del cancelliere Olaf Scholz che la spesa militare verrà aumentata di 100 miliardi (tutti per armi ed equipaggiamenti) e che verrà portata a più del 2% del Pil. Secondo fonti industriali è probabile che si costruiscano a Cameri anche i 64 F-35 comprati dalla Finlandia, che in dicembre ha firmato un ordine da 9,4 miliardi di dollari. Altri Paesi che potrebbero diventare “clienti” della fabbrica italiana sono il Belgio e la Polonia, che hanno già deciso di comprare gli aerei da Lockheed.

Non è in discussione un aumento degli aerei comprati dall’Italia, sono confermati 90 velivoli. Il piano iniziale ne prevedeva 131, una decisione presa nel 2009 durante il governo Berlusconi e approvata dal Parlamento. Un dossier della Camera ricorda che era prevista una spesa globale di 18,2 miliardi di dollari “a condizioni economiche 2008”, pari a 12,9 miliardi di euro spalmati fino 2026, oltre agli 1,2 miliardi spesi nelle fasi precedenti. Il numero dei velivoli fu tagliato a 90 durante il governo Monti per le polemiche sui costi.

Inoltre si discute di creare a Cameri un centro di manutenzione unico per tutti gli F-35 presenti in Europa, compresi quelli che verranno inviati nei prossimi anni dagli Stati Uniti per rafforzare le difese Nato. Secondo fonti della difesa Washington ha in programma di dislocare 500 F-35 nei prossimi anni, in gran parte in Germania e Italia. Ci sarebbe lavoro garantito per altri 40 anni.

La logica dell’accordo prima di tutto è politica. Gli Stati Uniti cercano di rafforzare i legami con un paese amico, dopo la Brexit l’Italia è considerata l’alleato naturale dagli Usa nell’Unione europea. Lockheed vede un affare non solo perché Cameri è l’unica linea di assemblaggio in Europa, mentre quella di Fort Worth è vicina alla saturazione. Lockheed sta discutendo per estendere la sua influenza ad altri accordi industriali in Italia, sia con la Difesa sia con Leonardo e altre industrie.

Se gli accordi saranno confermati l’attività del sito di Cameri, che occupa 1.100 addetti, verrà molto ampliata. C’è chi parla di raddoppiare o perfino di triplicare l’attività. Circolano stime di un ritorno industriale di almeno 30 miliardi, cifre tutte da verificare. È evidente che ci sarebbe un impatto, più lavoro a Cameri e più ricavi per Leonardo e le aziende dell’indotto. Ma non si sta parlando di una fabbrica di automobili o di frigoriferi…

I nazi-illuminati dell’Azov: prima le torture, ora Kant

Dopo la foto glamour della bambina-soldato con fucile e lecca-lecca, il Gruppo Gedi, non insensibile al valore (simbolico e pecuniario) delle armi, ci regala un’altra piccola, romantica epopea.

Repubblica intervista Dmytro Kuharchuck, 31 anni, comandante del battaglione Azov, un’unità della Guardia nazionale ucraina esplicitamente nazista, almeno a voler prender sul serio le svastiche, i simboli runici, i tatuaggi delle SS dei suoi componenti.

Titolo dell’intervista: “Non sono nazista, ai soldati leggo Kant. Il reggimento Azov lotta per la nazione”. Accipicchia: Kant, il padre dell’Illuminismo tedesco, uno dei pilastri del pensiero filosofico europeo. “Dmytro”, si legge, “non è il tipo di combattente che ti aspetti di trovare nell’Azov. Misura le risposte, legge Kant e argomenta non solo col bazooka”. Un moderato, un centrista liberale.

Ma vediamo chi sono, questi ragazzoni che alla sera leggono la Critica della ragion pura alla luce dei fuochi da campo sotto le bombe russe. Soprannominati anche “Uomini in nero”, o “Corpo Nero” (sicuramente per l’eleganza dei loro outfit), dopo diverse denunce di Amnesty International nel 2016 sono indicati in un rapporto dell’OSCE come “responsabili dell’uccisione di massa di prigionieri, di occultamento di cadaveri nelle fosse comuni e dell’uso sistematico di tecniche di tortura fisica e psicologica”. “Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me”, cita Dmytro sognante, dimenticando le fosse comuni sotto di lui.

Dmytro, dice Rep, “conferisce direttamente col capo, Andrij Biletsky, che nel 2014 formò il Reggimento mettendo insieme gruppi di ultranazionalisti ucraini e attivisti di Maidan”. Wow! E vediamo chi è questo capo: membro del Parlamento ucraino dal 2014 al 2019, Biletsky è cofondatore dell’Assemblea Social-nazionale, in cui obiettivi sono “la protezione della razza bianca” mediante un sistema di “nazionecrazia antidemocratica e anticapitalista” e l’eradicazione di “capitale speculativo sionista internazionale” (Wikipedia). Come si vede, gente illuminata, idealista, cosmopolita. “Costruiamo relazioni che non si basano solo sul curriculum militare ma anche su principi morali universali”, dice Dmytro. Quali principi? Nel 2010, Biletsky disse che la missione dell’Ucraina era “guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale contro gli Untermenschen (popoli inferiori, ndr) guidati dai semiti” (ibidem). Qui praticamente c’è tutto Kant, ma pure un po’ di Hegel, Voltaire, Spinoza e Hume.

Certo l’Ucraina non è, come dice Putin, una nazione di nazisti. Ciò nondimeno il 19 marzo il presidente Zelensky ha dichiarato “eroe dell’Ucraina” il maggiore Prokopenko, comandante di un distaccamento speciale di Azov. E dal 2010 è eroe nazionale Stepan Bandera, collaborazionista dei nazisti durante la Seconda guerra Mondiale e uccisore di migliaia di ebrei e polacchi, il cui compleanno è festa comandata.

Così succede che per giustificare l’impegno bellicista del nostro governo, che trova 13 miliardi sull’unghia per le spese militari mentre per la Sanità e 6 milioni di poveri non scuce che spiccioli (e le due diverse destre di Italia viva e Fratelli d’Italia vogliono eliminare anche il reddito di cittadinanza), si costruisca una narrazione in cui il governo ucraino è l’incarnazione del bene, al punto che le sue milizie naziste finiscono ritratte sul quotidiano progressista fondato da Scalfari. (Orsini no, il capitano del Battaglione Azov sì. Avercene. Capito come siamo messi?).

Commovente lo sforzo di romanticizzare la guerra, come fossero, i soldati dell’Azov, giovani intellettuali idealisti europeisti alla Byron, di quelli che negli anni venti dell’Ottocento andarono a combattere in Grecia contro l’Impero Ottomano. Nazionalismo e vitalismo, da sempre marchi del fascismo, presentati come esuberanza giovanile e amore per la democrazia, una specie di requisiti per l’Erasmus, via.

Che aspettiamo a invitare Dmytro al Festival del cinema di Roma, intervistato da Antonio Monda quale virgulto della gioventù liberale e riformista che sconfigge i populisti filo-russi (magari gasandoli)? Sempre che i pacifisti, ancora fermi al vetero-intellettualismo marxista e ignari delle potenzialità democratiche delle bombe, non si mettano di mezzo con la loro smania di censura.

“Gli ospiti ci servono: se la Rai non li paga più, i talk chiudono”

“Se la Rai vietasse i contratti agli ospiti, allora vorrebbe dire chiudere i talk show in prima serata nella televisione pubblica”. Bianca Berlinguer, conduttrice di #Cartabianca, negli ultimi giorni è stata al centro del dibattito politico dopo che il vertice di Viale Mazzini ha deciso di bloccare il contratto da lei deciso ad Alessandro Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss, per essere ospite fisso per sei puntate nella sua trasmissione (a 2 mila euro a puntata).

Del caso si è discusso in Cda e il vertice Rai sta pensando a una policy aziendale: mettere un tetto ai compensi o vietarli del tutto. Più la seconda ipotesi, però.

Spero non sia così, vorrebbe dire mettersi fuori dal mercato. Negli ultimi 2 o 3 anni tra i programmi d’informazione, e in particolare quelli di prima serata, si è creato un vero e proprio mercato degli opinionisti. Piaccia o no, questa è la realtà. E io devo competere con due programmi agguerriti come quello di Giovanni Floris sul La7 e quello di Mario Giordano su Rete4. Se non vengono da me, vanno da loro, che dispongono di più mezzi e hanno molti più ospiti sotto contratto. Inoltre, si rischia di penalizzare parecchio le produzioni interne. Quelle in appalto a società esterne potrebbero fare come gli pare e quelle prodotte internamente, come la mia, no.

È proprio questo mercato degli opinionisti a essere messo sotto accusa.

Innanzitutto voglio dire che ho apprezzato moltissimo la scelta del professor Orsini di partecipare alla mia trasmissione a titolo gratuito, nonostante avesse ricevuto in precedenza offerte più allettanti della mia da altri programmi. Gli ho chiesto di venire in trasmissione già martedì prossimo.

Detto questo…

Ogni conduttore a inizio anno, o anche nel corso della stagione, deve poter decidere quali ospiti siano i più competenti e utili per contribuire al livello e alla vivacità del dibattito in studio. E, una volta fatta questa scelta, è inevitabile contrattualizzarli. Altrimenti il rischio è impoverire la trasmissione a tutto vantaggio della concorrenza. La Rai non può pensare di stare sul mercato auto penalizzandosi. Inoltre, la prima serata è una fascia oraria completamente diversa: io devo mettere sul piatto un programma molto ricco e vario, della durata di 3 ore, che sia all’altezza della competizione non solo con le reti private, ma anche con gli altri programmi della stessa Rai.

Perché ha scelto Orsini?

Perché lui esprime in modo molto efficace le sue posizioni che rappresentano una parte dell’opinione pubblica. C’è solo un modo per garantire il pluralismo: far esprimere le proprie idee a persone competenti, e nessuno ha mai negato che lui lo sia, e metterle a confronto con chi la pensa diversamente. Questo cerco di fare nella mia trasmissione.

Cos’ha pensato davanti allo stop a Orsini?

Sono rimasta molto amareggiata perché la prerogativa di chi ha la responsabilità di un programma è poter scegliere i contenuti e decidere gli ospiti del dibattito. Reputo grave il fatto di non essere stata consultata. È come se un direttore di giornale non avesse la facoltà di scegliere chi scrive gli articoli, i commenti e gli editoriali. O come se la proprietà licenziasse un editorialista senza nemmeno comunicarlo al direttore.

Ha parlato coi vertici?

Ho parlato con l’amministratore delegato, Carlo Fuortes. Con cui, da quando è arrivato, ho stabilito un ottimo rapporto.

Il diktat su Orsini è stato politico: il Pd ha detto che “il servizio pubblico non può dare soldi ai pifferai di Putin”.

I politici, specialmente i membri della Vigilanza, hanno tutto il diritto di esprimere le loro opinioni, ma la Rai ha il diritto altrettanto sacrosanto di fare le sue scelte in piena autonomia, secondo ciò che ritiene utile all’azienda e alla qualità dei programmi.

Tra l’altro c’è un precedente che la riguarda…

Sì, quando la rete mi ha imposto di rinunciare a Mauro Corona, un ospite per me assai importante. Che per fortuna è potuto tornare a #Cartabianca a settembre, con la nuova direzione della Rai.

Ora c’è la guerra, prima l’attenzione era tutta sul Covid. Lei aveva sotto contratto anche i virologi?

Assolutamente no: chi è venuto spesso da me, ovverosia Galli, Bassetti e Crisanti, l’ha sempre fatto a titolo gratuito, ma si tratta di scelte esclusivamente personali.

Aldo Grasso l’ha aspramente criticata.

Non rispondo mai ai critici televisivi. Faccio solo notare che non ho mai letto una recensione negativa di Aldo Grasso ai programmi della rete del suo editore.