Vediamo gente che si avvicina a Gesù. Luca li guarda e tira una conclusione: sono tutti pubblicani e peccatori. Non c’è tra loro un solo “giusto”. E sono lì per ascoltare Gesù. Poi c’è altra gente. Chi sono? Non li vediamo, però. Li ascoltiamo con gli orecchi di Gesù, il quale sente cosa dicono. Racconta l’evangelista: I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. E allora il Maestro racconta una parabola: C’era una volta un uomo che aveva due figli. Non ci dice nulla di loro. Si sofferma su uno dei due: vuole la parte di patrimonio che gli spetta. Il padre non è morto. Ma il figlio ha bisogno che si arrivi alle conseguenze della sua sparizione dalla faccia della terra: l’eredità. Il padre non batte ciglio: divise tra loro le sue sostanze. L’altro figlio che fa? Non sappiamo. Il tempo di fare le valigie e il figlio — sappiamo ora che è il più giovane — partì per un paese lontano. La distanza affettiva diventa fisica. Dove va? Non sappiamo. Ma quel che conta è che va lontano. E là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Il giovane dissolve tutto: radici e patrimonio. Si cancella. Alla fine non ha più nulla. Non è più nulla. Arriva una grande carestia. Ha fame e si mette al servizio di uno che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Il giovane invidia i porci. Vorrebbe essere un porco. Almeno loro hanno carrube da mangiare. Ma nessuno gli dava nulla, commenta Luca. Come se ci fosse bisogno di chiedere permesso per mangiucchiare qualche carrubba per smorzare la fame. Come se col salario non potesse comprare qualcosina. E invece no: lui attende che qualcuno gli dia qualcosa. Questo giovane libertino deve dipendere. È un bohémien? No: un inetto. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!”. Deve dipendere, come un salariato. Il suo non è un ragionamento affettivo. Ha sguardo lucido, e a tratti cinico. Non gliene importa nulla del padre. No, non si pente, ma deve capire come fare a sopravvivere. Allora costruisce a tavolino una strategia di ricatto affettivo. Tornerà da suo padre e gli dirà: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”.
Cambio di scena. Vediamo il padre, adesso. Quest’uomo lo vede arrivare da lontano. Il figlio era lontano, infatti. In tutti i sensi. Sta camminando. Il padre allora gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Le braccia si stringono, il bacio colma ogni lontananza che viene annullata. Il figlio ripete a memoria la frase costruita a tavolino. Il padre neanche ascolta le sue parole vuote e automatiche. Agisce. Dice ai servi di prendere le cose più belle: vestito, anello, sandali… Fa ammazzare il vitello grasso della festa perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. Già, era morto. Era dissoluto. Si era dissolto. Ed ecco apparire il figlio maggiore. Era nei campi a lavorare sodo. Ora è indignato per le festa e l’accoglienza di suo fratello. Non voleva entrare. La paternità per lui è inaccettabile perché è ingiusta: abbraccia il disobbediente, avvicina il lontano, reintegra a sé che gli divora la sostanze, bacia l’inetto, gioisce per il figlio che sembra un personaggio di Svevo, fa festa sempre e comunque per lui. È l’immagine di Dio per il quale non c’è l’amico e il nemico, ma solo figlio. Dio è ingiusto, sì, come solo l’amore sa esserlo. E questo rende tristi chi vive solo di giustizia e ingiustizia, chi vive di pesi e misure, chi non sa che l’amore vero non ammette giustificazioni.
*Direttore de “La Civiltà Cattolica”