Conte contro le armi fino in fondo: “Anche se avrò tutti addosso”

Per una volta l’avvocato si è tolto la giacca, come a dire che presto potrebbe essere il tempo della sua trincea. “Sono disposto a correre il rischio di avere tutti contro se questo basta a fare gli interessi dell’Italia e dei cittadini”, giura Giuseppe Conte in sei minuti e qualcosa di video, tutti all’attacco. “Noi del M5S non possiamo più stare sulla difensiva, dobbiamo rialzare la testa” teorizza.

Tradotto, è disposto anche alla crisi di governo, l’ex premier, pur di non spostarsi dal no all’aumento delle spese militari, la battaglia con cui cerca un ritorno alle origini grilline, per tenersi stretta la base. “Sarò il presidente di un M5S che dice no all’aumento massiccio delle spese militari soprattutto in un momento del genere, ma diremo sì a investimenti choc sulle rinnovabili e a sostegno senza precedenti di imprese e lavoratori in crisi” s’impegna. Mentre ai suoi confida: “Se credono che sia tattica si sbagliano, su questo non si può tornare indietro, la nostra gente non capirebbe”. Avanti, insomma, anche a costo di andare in collisione con Mario Draghi e con un esecutivo che l’avvocato non ama, anzi: “Questo governo di emergenza non è certo quello dei nostri sogni, abbiamo difeso le nostre conquiste che altrimenti sarebbero state cancellate”. Ma d’ora in poi non vuole più concedere nulla. L’ha capito anche il Pd, dove si chiedono dove possa arrivare. “Ma ora filtra preoccupazione anche dal Quirinale” soffiano un paio di grillini di governo, non entusiasti. Temono lo strappo del Conte che pretende un mandato largo dagli iscritti: “Se il risultato sarà così risicato sarò il primo a fare un passo indietro”. E che avverte gli avversari, cioè i dimaiani: “Non posso consentire che ci sia chi proprio al nostro interno lavora per interessi propri”. Sillabe che sorprendono i parlamentari vicini al ministro, che da settimane aveva spento polemiche e dibattito.

Ma il Conte che cerca la reinvestitura – comunque appesa ai ricorsi degli attivisti a Napoli – picchia ugualmente sui governisti: “Non votatemi se pensate che il M5S debba stare nelle stanze dei bottoni e se pensate che deve diventare una forza moderata e conservatrice, o che si sforza di piacere a tutti anche diventando la brutta copia di partiti divisi in correnti”. Intanto fuori si tratta, perché in Senato ci sono rogne. Cioè il decreto per l’invio delle armi all’Ucraina e l’ordine del giorno al testo di Fratelli d’Italia, che chiede di mantenere l’impegno ad aumentare la spesa militare al 2 per cento del Pil, già approvato alla Camera con un odg della Lega. Una mina, per il governo. Così ora il Pd lavora per un ordine del giorno di tutta la maggioranza, in cui il riferimento all’aumento della spesa sia molto blando. Ma il M5S freme. E allora quella del voto di fiducia – con cui cadrebbero odg e emendamenti – è una strada concreta. Anche se a Palazzo Chigi non hanno ancora deciso. Aspettano prima di tutto di capire se andrà in porto la mediazione perché la fiducia, stando ai numeri, non sarebbe necessaria. Paradossalmente, sarebbe un aiuto a Conte.

Il sospetto che Draghi voglia andare al muro contro muro con l’avvocato circola. Tanto è vero che non è ancora tramontata l’ipotesi del parere favorevole del governo all’odg di Fratelli d’Italia. A quel punto la Lega si spaccherebbe e forse si dividerebbero anche i 5Stelle. Mentre il Pd potrebbe votare a favore. È un percorso pericoloso, che andrà comunque valutato fino a lunedì sera, quando è in programma una riunione di maggioranza. Una volta approvato il dl Ucraina, si porrà il problema di come rendere effettivo l’aumento della spesa militare. Dovrebbe essere previsto nelle prossime due Finanziarie. Ma nel prossimo Def ci saranno delle indicazioni, anche se generiche. Comunque un possibile problema, per questo governo.

Biden ignora il Pentagono: deputati e media lo spingono verso la guerra

Newsweek. Per un mese il settimanale ha prodotto servizi e testimonianze di esperti d’intelligence e militari statunitensi sullo sviluppo delle operazioni russe che non si scostavano di molto dalla narrazione dei media volta a sostenere (o suggerire) la versione dell’Ucraina. In questi giorni ha pubblicato delle strane nuove testimonianze e pareri di esperti leggermente diversi. Che il settimanale stia diventando complottista e filo putiniano? Forse no. Forse è soltanto l’esercizio giornalistico di dare un’informazione più aderente alla realtà sul terreno e meno alla propaganda (l’altrui e propria). È un tentativo che sin dall’inizio del conflitto pochi avevano fatto cercando di rimanere sul piano della razionalità e quasi nessuno considerava plausibile perché ottenebrato dalle emozioni vere o presunte, in buona o cattiva fede. “Benché distruttiva come è la guerra ucraina, la Russia sta causando meno danni e uccidendo meno civili di quanto potrebbe fare (dicono gli esperti dell’intelligence Usa). Il comportamento della Russia nella brutale guerra racconta una storia diversa da quella ampiamente accettata, secondo la quale Putin intende demolire l’Ucraina e infliggere il massimo dei danni civili possibili. Esso rivela l’azione strategicamente equilibrata del leader russo”. Incredibile! “La distruzione è massiccia – riferisce un esperto della Defense Intelligence Agency (Dia) – specie se confrontata con ciò che europei e americani sono abituati a vedere, ma – dice lo stesso analista – i danni associati a un combattimento terrestre che impegna pari opponenti non deve rendere ciechi su ciò che sta realmente accadendo”.

 

Kiev: in un mese 55 edifici danneggiati e 222 vittime

E qui, l’anonimo esperto elenca una serie di fatti desunti da materiali classificati (segreti) del Pentagono. È un bene che sia anonimo perché non finisca in galera e soprattutto perché non appaia così cieco e smemorato quando accenna a cosa da trent’anni europei e americani sono stati abituati a vedere. Ma dice apertamente che la quasi totalità dei missili lanciati dalla Russia hanno colpito obiettivi militari. Il cuore di Kiev è stato a malapena toccato, le cifre di 55 edifici danneggiati e 222 persone morte dal 24 febbraio, in una città di 2,8 milioni di persone non sono perdite da guerra di distruzione. Un altro esperto aeronautico afferma che “se ci convinciamo che la Russia stia bombardando indiscriminatamente o che stia fallendo nello scopo di infliggere maggiori danni perché il suo personale non è adeguato al compito o perché è tecnicamente inadatto, allora non stiamo guardando il conflitto reale”. Nei primi 24 giorni di conflitto la Russia ha effettuato 1400 sortite di attacco aereo e lanciato quasi 1000 missili (meno di quanto gli Usa abbiano fatto in un giorno durante la guerra del 2003 in Iraq). La maggior parte degli interventi aerei sono stati in supporto alle truppe di terra (CSA appoggio ravvicinato) il rimanente 20% è stato effettuato su aeroporti militari, caserme e depositi logistici. In ogni caso il livello di morte e distruzione è basso se comparato alla capacità russa. È “duro ingoiare il fatto che la carneficina e la distruzione potrebbero essere molto peggiori, ma questo ci viene mostrato dai fatti – dice l’analista della Dia – e mi fa pensare che Putin non sta intenzionalmente attaccando i civili. Forse si rende conto del fatto di dover limitare i danni per lasciare spazio ai negoziati”. Un’altra vulgata è che la Russia abbia fallito la campagna aerea per la supremazia dell’aria anche grazie alle difese contraeree ucraine. In realtà la campagna aerea è stata limitata ai primissimi giorni dell’attacco “quando sono stati colpiti 65 aeroporti (di cui 11 la prima notte) e 50 siti di difesa aerea, incluse 18 installazioni militari di radar early-warning. Furono lanciati 240 sistemi d’attacco di cui 166 missili dall’aria, da terra e dal mare”. Gli attacchi furono quasi esclusivamente di breve raggio come la maggior parte dei missili (Tochka -70/120 Km e Iskander <400 Km). La narrazione di questi eventi portò alla “prematura ed errata impressione” che si fosse trattato di un’enorme operazione di acquisizione della superiorità aerea che avrebbe dovuto danneggiare così tanto le infrastrutture ucraine da garantire una rapida vittoria sul campo. Era la classica interpretazione di chi attribuisce ad altri ciò che avrebbe fatto nei loro panni: “un’immagine speculare”.

 

Aeroporti, treni, elettricità: no attacchi sistematici

Dopo un mese di combattimenti, la continuazione del fuoco su obiettivi puntuali racconta una storia diversa. La Russia non ha soppresso completamente le difese ucraine, non ha stabilito la superiorità aerea su tutta l’Ucraina. Gli aeroporti lontani dal teatro di battaglia terrestre sono ancora funzionanti e alcuni nelle città più importanti non sono stati mai bombardati. Il tessuto delle comunicazioni dell’intero paese è ancora funzionante e intatto. Non c’è stato attacco metodico sulla rete dei trasporti o delle infrastrutture che potesse impedire le difese terrestri e i rifornimenti. “Le centrali elettriche colpite riguardano le aree dei combattimenti o le vicinanze d’installazioni militari. Nessuna di esse è stata colpita intenzionalmente”. In pratica non c’è stata nessuna campagna aerea di distruzione programmata per conseguire risultati di natura strategica. Questa autolimitazione è stata utilizzata dall’Ucraina per enfatizzare i successi della propria difesa aerea smentiti dalla stessa Nato che in un briefing per il Consiglio atlantico ha dichiarato: “Il fatto che le batterie missilistiche contraeree S-300 si muovano liberamente sul territorio è un chiaro indizio della capacità della Russia di condurre azioni dinamiche”. Entrambe le versioni dell’Ucraina e della Nato sono sbagliate. Secondo l’analista della Dia “qualunque sia la ragione, è chiaro che i russi hanno evitato di bombardare l’area metropolitana di Kiev. Può essere che essi non abbiano le capacità occidentali di conseguire la superiorità aerea e nemmeno la capacità di acquisizione dinamica degli obiettivi aerei, ma questa non è una guerra per la superiorità aerea è una guerra terrestre. L’aeronautica è subordinata alle operazioni terrestri per le quali qualsiasi obiettivo strutturale distrutto (ponti, comunicazioni, aeroporti) diventa inutilizzabile anche da parte delle proprie forze”. Mentre si leggono queste considerazioni molto razionali su Newsweek, un’altra fonte (che ovviamente sarà definita “complottista e filo putiniana”: Joe Lauria del Consortium News 25.3) le commenta osservando che si tratta di una vera e propria “bomba di verità” (anzi due) lanciata dal Pentagono per mettere in evidenza come il presidente Biden sia intrappolato tra il Dipartimento di Stato da una parte che vorrebbe evitare il confronto militare diretto tra Usa e Russia e dall’altra il Congresso e i grandi media che, sostenendo la narrazione del presidente ucraino, vorrebbero uno scontro diretto tra Nato e Russia. “Le corporazioni di media occidentali, sulla base quasi esclusiva di fonti ucraine, riportano che la Russia sta perdendo la guerra, che la sua offensiva è in stallo e che in preda alla frustrazione ha deliberatamente attaccato i civili e spianato a suon di bombardamenti le città. Biden si è bevuto questa parte della storia definendo il presidente russo un criminale di guerra. Ha anche detto che la Russia sta pianificando un attacco chimico sotto falsa bandiera per incastrare l’Ucraina”.

Tutto questo accade mentre il presidente americano in Europa e tra i consoci del G7, della Nato e del Consiglio europeo lancia ancora minacce e accuse ribadendo le tesi ucraine. Occorre perciò, più che mai riflettere su cosa significhino sia le bombe di verità recenti sia quelle di menzogna ormai datate.

 

La favola dell’intervento di deterrenza

Se ciò che dicono le fonti di Newsweek e del Pentagono è verità, si conferma vero anche ciò che ha detto Putin quando parlava di operazioni speciali limitate. Allora non sono le azioni della Russia a preoccupare, ma quelle di chi vuole la guerra totale al punto da costruire narrazioni lucrando sulla disperazione e il senso patriottico della propria popolazione e sulla dabbenaggine o peggio della malafede degli altri. Se la Russia non vuole la distruzione dell’Ucraina significa che fino a questo momento ha voluto tenere il conflitto al livello di “bassa intensità” (che comunque non è mai bassa per chi lo deve subire) e a due parti contrapposte. Ciò significa che ogni evento che alteri uno dei parametri (bassa intensità e due parti) comporta l’automatico innalzamento del conflitto, vale a dire la messa in campo di tutto il potenziale militare e di violenza che ancora non si è visto. Tra gli eventi determinanti l’escalation figurano le interferenze esterne con azioni militari (aiuti in armi, interventi diretti e indiretti nel conflitto, fallimento di negoziati, incidenti e provocazioni ecc.). La situazione attuale vede la Nato e tutti gli europei allestirsi per una guerra che ritengono poter combattere al livello attuale. Non è così: ogni operazione eventuale contro la Russia o a supporto dell’Ucraina contro la Russia avverrà in un contesto di elevazione del livello. La favola dell’intervento di deterrenza o di difesa dell’alleanza s’infrange sulla realtà: la conta degli aeroplanini e dei carrarmatini da muovere in aria e a terra non servirà a niente in un contesto di scontro di media o alta intensità.

Sempre in termini razionali, ci si può chiedere chi abbia interesse ad uno scontro di tale livello in Europa. Qui le idee del Pentagono e del Dipartimento di stato collimano: occorre evitare lo scontro diretto tra Stati Uniti e Russia. Il Congresso (o almeno la sua maggioranza trasversale) e i grandi media vorrebbero evitare il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e mandare avanti la Nato, vale a dire l’Europa. È un teorema semplicistico ma cinico di chi se ne frega dell’Europa e dell’Ucraina. La guerra “regionale” condotta dalla Nato (comandata dagli Stati Uniti) dovrebbe coinvolgere soltanto il nostro continente senza sottoporre gli Stati Uniti e i loro territori al pericolo di risposte sopra le righe (conflitto nucleare strategico). Mentre Pentagono e Dipartimento di Stato si rendono conto che Nato significa Stati Uniti, i signori del Congresso e i media pensano si possano separare i due ambiti.

 

Il solito grosso affare: chi tira il grilletto?

Questa convinzione non è peregrina: viene dalla consapevolezza che la Russia non vuole attaccare gli Stati Uniti e che gli Stati Uniti non si faranno coinvolgere in una guerra che sfiori i propri territori. La prospettiva è che l’escalation colpirà solo l’Europa e che una volta distrutta Stati Uniti e altri potranno impegnarsi per ricostruirla: un affare fenomenale. E probabilmente lo stesso Biden sarà indotto a scegliere questa “soluzione”. Lo tirerebbe fuori dalle pastoie interne. Sarebbe riconfermato perché guerra durante squadra che vince non si cambia e così via. È una follia, ma è esattamente la strada che stiamo percorrendo. Esistono però, come in ogni guerra, alcuni fattori irrazionali. Uno di essi è il grilletto del conflitto: se la Russia ha avviato l’invasione con obiettivi limitati non aveva alcuna intenzione di ampliarlo, ma di fronte a un evento “indesiderato” potrebbe decidere di passare allo stadio successivo; allora il grilletto dell’indesiderato possono premerlo la stessa Ucraina (che di irrazionali ne ha molti) o un Paese della Nato (Gran Bretagna, Polonia, Stati baltici, Stati che mandano gioiosamente armi e munizioni?). Quando si sentono le voci di operazioni false flag, le accuse di guerra chimica o di guerra nucleare tattica, in genere chi le diffonde è chi le sta preparando. È irrazionale ma è successo. Avviare una guerra regionale sperando che non coinvolga gli Stati Uniti può scontrarsi con l’irrazionalità di chi considera questa speranza come un punto debole e quindi farà di tutto per tirarceli dentro. La Russia? È improbabile, ma altri Paesi messi alle strette potrebbero farlo e qui la storia insegna che chi ha tirato per la giacca gli Usa nelle due guerre mondiali passate è stata la Gran Bretagna. Non c’è due senza tre.

Odessa, prove di sbarco nemico Chernihiv soffre Razzi su Leopoli

Kiev non crede al Cremlino quando dice che le sue mire sono ristrette al Donbass e in effetti le attività dell’esercito russo restano ancora su più fronti. Ieri c’è stato un tentativo da parte dei ricognitori della Marina di avvicinarsi a Odessa, ma gli ucraini li hanno respinti, secondo la versione fornita da Vladislav Nazarov, ufficiale del South Operational Command. C’è poi la questione dei miliziani assoldati; il giornale di opposizione Novaya Gazeta racconta di 800 combattenti di Hezbollah in contatto con il gruppo armato Wagner, con una paga di 1.500 dollari al mese per ciascuno. Uffici di reclutamento di Hezbollah sarebbero attivi in Siria nelle città di Qusayr, Aleppo, Yabrud e Sayyida-Zeynab, e in Libano nel sobborgo meridionale di Beirut. Sul fronte, Slavutych, una cittadina a pochi chilometri da Chernobyl è stata presa da Mosca; come è accaduto in situazioni analoghe, il sindaco è stato sequestrato dai militari e poi rilasciato dopo qualche ora. Drammatica la situazione a Chernihiv, vicino al confine con la Bielorussia, da giorni isolata per la distruzione di un ponte stradale sul fiume Desna, cruciale per i collegamenti con Kiev. “È più facile contare le case intere che quelle distrutte”, ha detto il sindaco Atroshenko. Anche Leopoli ieri ha subito un attacco con razzi, cinque i feriti. Sull’altro lato della barricata, nella capitale russa riappare il ministro della Difesa Shoigu, dopo 12 giorni di assenza, seppur in immagini mostrate in televisione dal suo stesso dicastero; per Kiev, Shoigu ha avuto un infarto di recente. Resta incerta la sorte del capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, pure lui ormai da giorni lontano dai riflettori.

L’emiro condanna l’aggressione russa e pensa a vendere il gas

Lo sceicco del Qatar, Tamin al-Thani, che guida il piccolo ma ricchissimo stato del Golfo, fin dall’inizio dell’aggressione russa contro l’Ucraina ha espresso la propria contrarietà spiegando che Doha rifiuta la violazione della sovranità territoriale delle nazioni alterandone i confini. Rispetto agli altri regni dell’area alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, che hanno reagito in modo assai tiepido alla richiesta di sostegno da parte del governo ucraino, per non dire che hanno voltato le spalle all’amministrazione americana,

Doha invece sta tentando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. La ragione principale è da individuarsi nel fatto che il Qatar, rispetto agli altri stati del Golfo è quello più ricco di gas e pertanto si rende conto che può fornirlo, almeno in parte, al posto della Russia. Non è un caso che lo scorso 5 marzo, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi fossero andati proprio a Doha per discutere di cooperazione energetica. Lo sceicco al-Thani tuttavia, essendo ben conscio della possibilità del proprio paese di soddisfare solo in minima parte le richieste dell’Europa in tema di approvvigionamento di gas, preferisce giocarsi la carta della mediazione nella crisi ucraina allo scopo di migliorare i già buoni rapporti con Washington e, allo stesso tempo, non irritare troppo Mosca. Del resto il Qatar nell’ambizione di accreditarsi come mediatore tra Kiev e Mosca si allinea con la Turchia, il Paese della Nato con cui ha una relazione strettissima da anni, non solo perché entrambi questi stati sono i portabandiera della Fratellanza Musulmana sunnita, ma perché hanno bisogno l’uno dell’altro. Doha, che non ha un esercito vero ha necessità di mantenere la fortissima partnership militare con la Turchia mentre quest’ultima, non avendo risorse energetiche, sa di poter contare sull’acquisto a basso costo di gas qatarino.

Seguendo l’amico Recep Tayyip Erdogan, lo sceicco dall’immenso patrimonio anche in termini soft power e proprietario della emittente al Jazeera sta cercando di giocare la propria partita in questo frangente storico dirimente per gli equilibri mondiali futuri provando a fare da mediatore. Se ci riuscisse, ne gioverebbe anche in altre zone dello scacchiere geopolitico dove Doha e Ankara hanno interessi divergenti rispetto a quelli di Putin. Il luogo dove la Russia e il Qatar-Turchia si combattono è la Libia. Mosca sostiene l’ex generale nonché uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar e tutta la compagine politica orientale mentre Doha, assieme ad Ankara, finanzia il governo tripolino riconosciuto dall’Onu.

“Putin se ne vada” Ma la Casa Bianca poi deve smentire

Si arricchisce la galleria degli epiteti che Joe Biden riserva a Vladimir Putin: dopo averlo definito “assassino” e “criminale di guerra”, lo qualifica come “macellaio” incontrando a Varsavia gli esuli dall’Ucraina. Il presidente americano aggiunge: la Russia sta “strangolando la democrazia” e vuole farlo “non solo in casa sua”; Putin “è un dittatore che cerca di ricostruire un impero” e “non può rimanere al potere”. Infine, per il capo della Casa Bianca, il capo del Cremlino ha “l’audacia” di dire che “ha ragione” ma “non ci sono giustificazioni per l’invasione dell’Ucraina” e queste azioni minacciano di portare “decenni di guerra”. Biden ci tiene a dire al popolo russo “non siete voi i nostri nemici” e conclude riferendosi a Putin: Ieri sera però lo staff di Biden è stato costretto a fare marcia indietro: un funzionario della Casa Bianca ha smentito che il presidente Biden, cerchi un cambio di governo in Russia. “Il senso del discorso del presidente era che a Putin non può essere permesso di esercitare il potere sui suoi vicini o sulla regione. Non stava parlando del potere di Putin in Russia o di un cambio di governo”. Gli appellativi del presidente Usa per il presidente russo non soddisfano, però, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i suoi ministri. E irritano, invece, il Cremlino: “I nuovi insulti restringono ancora di più le possibilità di ricucire i rapporti tra Usa e Russia”, dice il portavoce Dmitry Peskov. E aggiunge: “È strano che uno che approvò i bombardamenti sulla Serbia (nel 1999, ndr), accusi ora Putin”. Peskov poi ricorda che “chi governa la Russia non è qualcosa che decide Biden. È solo una scelta dei cittadini della Federazione Russa”.

A Varsavia, Biden vede a sorpresa i ministri ucraini degli Esteri Dmytro Kuleba e della Difesa Oleksi Reznikov e assicura loro che gli Stati Uniti “saranno con l’Ucraina sempre, fino alla vittoria”, senza però che loro soldati mettano piede sul territorio ucraino. “Ciò che accade in Ucraina cambia tutto il XXI secolo”, dice Biden, secondo i media polacchi. I ministri di Kiev gli presentano una lista di equipaggiamenti militari necessari all’esercito ucraino. Il presidente Usa garantisce “ulteriori sforzi per aiutare l’Ucraina a difendere il suo territorio” e far sì che Putin “risponda per la brutale aggressione, comprese nuove sanzioni” – la citazione viene dalla Casa Bianca –. Ma Kiev non cela il suo disappunto per l’esito della trilogia dei Vertici, Nato, G7 e Ue, tra giovedì e venerdì, a Bruxelles, e per la sostanza della visita di Biden in Polonia: “Siamo molto delusi”, afferma Andriy Yermak, capo di gabinetto di Zelensky, intervenendo a un think tank conservatore di Washington. Yermak – riferisce il Washington Post – critica la linea di Stati Uniti e Paesi Ue definendola di “acquiescenza”. “Ci aspettavamo più coraggio, decisioni più forti. Invece la Nato sembra più preoccupata di evitare una escalation del conflitto e di non provocare la Russia” che delle sorti dell’Ucraina. Ed è proprio così, anche se gli emissari di Kiev insistono: “Abbiamo bisogno di cose molto concrete e siamo costretti a ricordarvele continuamente”. Le voci di un cambio di strategia della Russia nel conflitto, con l’obiettivo d’assumere il controllo delle aree russofone del Donbass, non convincono gli Usa: “Non sono sicuro” che sia così, dice Biden. La sua Amministrazione non lesina, invece, le sanzioni contro Mosca e ne prepara di nuove: la prossima tornata mette nel mirino le società russe di prodotti e servizi ai militari e all’intelligence, compresi i componenti a doppio uso (civile e militare). Lo anticipa il Wall Street Journal. Guardando, invece, alla Polonia, Biden, nel colloquio con il presidente Andrzej Duda, conferma che “l’articolo 5 è un obbligo sacro” riferendosi all’articolo del Trattato dell’Atlantico del Nord per cui un attacco contro uno o più membri dell’Alleanza è considerato un attacco contro tutti i Paesi Nato.

Alice e gli altri “figli della guerra” Sono nati in mezzo al finimondo

“Alice è il suo nome, e davvero ora vive nel Paese delle meraviglie. Doveva nascere giovedì 24 febbraio, poi il cesareo è stato anticipato a domenica. Vivevamo nei pressi di Hostomel (una delle cittadine a nord di Kiev dove si è combattuto anche ieri e che ospita un aeroporto militare, ndr): siamo tornati dall’ospedale e martedì stesso abbiamo lasciato la nostra casa senza portare via nemmeno il cane e il gatto. Non sapevamo che tutta la nostra vita potesse entrare in un’auto. Noi quattro – io, mio marito, mia figlia di 6 anni e Alice – abbiamo viaggiato verso sud: eravamo gli unici sulla strada, abbiamo guardato costantemente il cielo per avvistare aerei o missili, e siamo arrivati a Vasilkiv, da amici. Anche lì c’è un aeroporto militare e dopo tre giorni la situazione si è fatta pericolosa; allora siamo ripartiti verso la regione dei Carpazi dove siamo da allora ospiti di parenti. E ci sembra un paradiso, per ora”.

Viktoria Kuzmik, 35 anni, nella videochiamata dall’area di confine con la Romania racconta della nuova vita lontano da Kiev, mentre la neonata dorme appoggiata al suo seno: “Riesco a continuare a lavorare in smart working fortunatamente: sono nella direzione digitale della tv pubblica. Pensiamo di tornare a Kiev non appena avremo vinto – dice con convinzione – meglio qui che fuori dal nostro Paese. Solo se mio marito finirà per arruolarsi, allora forse noi andremo in Bulgaria dove abbiamo chi ci può ospitare. L’Europa deve capire che quel pazzo non può continuare a terrorizzare tutti i nostri, e i vostri figli; sono una donna pacifica, ho sempre pensato che tutto si potesse risolvere con il dialogo: negli ultimi giorni sono contenta ogni volta che vedo video dei soldati russi uccisi. Sì, so bene cosa sia la propaganda, ho studiato questo all’università, so che c’è da una parte e dall’altra: è in situazioni simili che bisogna rimanere con la testa fredda per evitare di prendere decisioni sbagliate”. Andando verso l’ospedale numero 1, nella zona centrale della Capitale, a uno dei tanti check-point due guidatori litigano per il tamponamento tra le loro vecchie Lada sovietiche, mentre un paio di rider sfrecciano in motorino per le consegne; poco più il là una fila si snoda per entrare dal barbiere: la città, nonostante i regolari tonfi delle esplosioni provenienti dal fronte settentrionale, sta riaprendo sempre più. Anche dal benzinaio le file delle auto si allungano: i prezzi, per ora, sono rincarati meno, e continuano a esser più bassi che in Italia.

Kuldeep Komar, da 26 anni a Kiev, offre pasti gratis a tutti nel suo ristorante ‘New Bombay Palace’. “Ho abbastanza soldi, quelli non sono un problema”: oggi nel menu, del quale approfittano soprattutto anziane signore, gulash e riso al curry. Qualcuno chiede l’elemosina per strada. Il coprifuoco indetto al mattino, e che sarebbe dovuto durare tutto domani, è stato revocato, mentre è entrata in vigore l’ora legale. All’ingresso del reparto di pediatria, un’infermiera colora pigramente con matite gialle e blu un foglio. Entrando nella stanza dove è stata da poco portata Tania, la prima cosa che si nota è la culla di Nikita (il ‘vittorioso’): è nato alle 11 e 30, come riporta il cartellino nella culla: 4.180 chili di peso; seminascosto dalla cuffia azzurra, dorme placidamente. “È il mio primo figlio – dice distesa a letto con aria tra il beato e l’ancora sofferente la madre 35enne – le doglie sono iniziate alle 2 di notte, mio marito mi ha portato qui, dove ero già stata un paio di volte, quasi sempre nei sotterranei per via dei bombardamenti e delle sirene che, nonostante l’affetto delle infermiere, mettevano angoscia. Mi domandavo: possibile che mio figlio debba vedere, se mai sarà, questo quando aprirà gli occhi? Invece mi sono adattata, mio marito mi ha rassicurata dicendo che non avrebbero mai preso Kiev. Lui non ha ancora visto suo figlio, è in giro a prendere quel che serve per quando torneremo a casa, non lontano da qui: vogliamo che Nikita veda dove è nato e possa crescere nella nostra città”.

Anche un’altra Tania è in ospedale per evitare problemi: sua figlia Ania, il nome della nonna, dovrebbe nascere il 3 maggio, ma i medici non escludono possa accadere prima. La giovane madre tiene le dita delle mani intrecciate attorno al grembo. “Rimango qui, non voglio andare altrove, senza mio marito, senza la mia famiglia: ho fiducia nel mio Paese e ho paura che mi prenda la ‘sindrome del rifugiato’. Ho ancora la speranza che Ania possa nascere con la pace, e comunque ‘Slava Ukraina’, gloria all’Ucraina”.

A queste parole Tania sente che la bambina sta scalciando, si alza e se ne va via con il sorriso…

Fermiamoli

Se pensiamo che Putin, autocrate criminale e guerrafondaio (da 20 anni, però), abbia invaso l’Ucraina per prendersela tutta, ingoiarsi l’intera ex-Urss e poi, novello Hitler, “arrivare a Lisbona” (l’autorevole Severgnini), dobbiamo essere conseguenti: freghiamocene dei trattati, che ci vietano persino di inviare armi all’Ucraina, e scateniamo la terza guerra mondiale: No-fly zone, missili anche atomici e truppe. Non le invierebbero gli Usa, che adorano appiccare fuochi ai nostri usci e lasciarci raccogliere cocci, morti e profughi; ma quell’esaltato di BoJo, gli invasati polacchi e i servi sciocchi italioti non vedono l’ora. Se invece, come scrive il Fatto dal primo giorno e ora pure i giornaloni (ma per dire che i russi sconfitti battono in ritirata), Putin punta ai territori russofoni di Crimea, Donbass e corridoio sul mar Nero che già controlla, alla neutralità e al disarmo dell’Ucraina, dobbiamo porci qualche domanda. Che senso ha imbottire di armi l’Ucraina, cioè perlopiù milizie mercenarie che dopo una tregua sarà difficilissimo disarmare? Che senso hanno gl’insulti di Biden che, novello Bush jr., riparla di “esportare la democrazia” e illude gli ucraini sulla riconquista di tutti i territori e pure sulla caduta di Putin, contro ogni evidenza e a prezzo di altre stragi e distruzioni? Cosa vogliono gli opinionisti embedded (quasi tutti) che, a chi evoca un compromesso che garantisca la sovranità dell’Ucraina rimasta e la sicurezza degli altri attori dell’area, rispondono come al primo giorno di guerra, e cioè che ogni concessione negherebbe che gli aggressori sono i russi (cosa che tutti sanno e dicono)? E che senso ha insistere su un vecchio impegno del governo Renzi con la Nato per passare da 25 a 38 miliardi l’anno in armi, anziché ridiscuterlo alla luce del progetto di esercito Ue che costerebbe molto meno a ogni Stato membro?

Leggete il generale Mini a pagg. 4-5: tallonato dal Congresso e dai media della lobby delle armi, Biden ignora i report del Pentagono sulle vere intenzioni di Putin, per allungare e allargare la guerra. E chi in Europa gli va dietro, da BoJo a Draghi, è – come dice il Papa – “un pazzo”. La maggioranza degli italiani non segue i media da sbarco: vedi i sondaggi. L’unico leader che contrasta la deriva bellicista è Conte, che oggi e domani si spera otterrà molti voti online per rafforzarsi dentro e fuori il M5S e resistere alle pressioni indicibili che subisce perché si arruoli. Poi ci sono SI di Fratoianni, Alternativa, le voci isolate nel Pd (Delrio, Bindi, Boldrini) e nella Lega, e l’associazionismo (Pax Christi, Anpi, Emergency, Cgil, Uil, pacifisti e ambientalisti…): vanno sostenuti tutti, per rompere il fronte Sturmtruppen che, ridendo e scherzando, lavora alla terza guerra mondiale.

Rileggere la Siria: quando la lotta per la “resistenza” fu lasciata sola

Il libro di Rabinovich e Valensi permette di recuperare una delle guerre più atroci del nuovo millennio. Mezzo milione di morti e 12 milioni di sfollati hanno prodotto una ferita acuminata nel cuore del Medio Oriente che si è riversata sull’Europa in vario modo: profughi (si ricordi la politica di Merkel), estensione del terrorismo islamista e conseguente crescita dei fenomeni di nazionalismo e sovranismo reazionario.

A ricostruire quella guerra, in modo molto lineare, sono due studiosi israeliani, uno dei quali, Rabinovich, è stato anche ambasciatore e mediatore proprio tra Israele e Siria.

Si ripercorrono le varie tappe dell’ascesa al potere del partito Baath e della famiglia Assad, ma soprattutto la genesi della “rivoluzione” siriana del 2011, sull’onda delle Primavere arabe, del generoso tentativo di un vasto movimento di opposizione – molto vasto mai veramente unitario e alla fine costretto a fare i conti con le formazioni islamiste – di rovesciare il regime di Assad, le manovre interessate di tutti gli attori regionali e il comportamento dei grandi attori internazionali, Stati Uniti e Russia in testa.

E qui il libro è davvero molto utile, perché permette di andare oltre la retorica dentro cui siamo immersi in questi giorni. Sulla Siria si intravede chiaramente la ricostruzione di un mondo bipolare, con la Russia che coglie l’opportunità di ritagliarsi di nuovo uno spazio mondiale. Ma gli Stati Uniti, che pur non amando Assad lo preferiscono al rischio di un successo delle formazioni islamiste, di fatto concordano con Mosca quella parziale stabilizzazione, che è in atto ora, avallando i bombardamenti russi (ricordate Aleppo?), il recupero del regime siriano, sacrificando anche i battaglioni curdi, di fronte all’invasione militare della Turchia. Tutto l’amore per la libertà, la pace, la resistenza dei popoli di cui oggi l’Occidente si vanta, dov’erano nella tragedia siriana?

 

 

“Lasciam perdere la felicità: va bene per le icone pop”

La scena finale de L’attimo fuggente vede Todd, allievo timido e insicuro, salire per primo sopra un banco e, rivolto al professor Keating, pronunciare la celebre battuta: “O capitano, mio capitano.” Todd è Ethan Hawke, diciannovenne alla sua prima parte importante.

Era il 1989 e da allora non si contano i film interpretati, scritti e diretti. Una versatilità che l’ha portato a recitare Cechov e Shakespeare a teatro. Forse però è la parabola di scrittore il suo segno di distinzione nello star-system. Le sue opere tradiscono una vocazione letteraria autentica. Si sente l’eco di una formazione solida (tra le letture rivendicate il newyorchese Bernard Malamud) e di un esorcismo contro la dimensione collettiva del set. “Una delle ragioni per cui ho deciso di scrivere è che avevo bisogno di un po’ di tempo per me” ha dichiarato. Chissà che anche il karma non ci abbia messo del suo visto che il bisnonno era fratello del padre del drammaturgo Tennessee Williams.

I suoi primi romanzi, L’amore giovane e Mercoledì delle ceneri, sono storie di formazione che mostrano che cosa significa essere adulti. Nel primo a macerarsi di slanci affettivi e incomprensioni sono un attore e una cantante rock. Nel secondo un soldato dell’esercito e un’infermiera lungo un verbosissimo on the road. La presa di coscienza avviene attraverso storie d’amore sgangherate che insegnano a giovani ancora irrisolti che la festa dell’adolescenza è finita e il passaggio alla maturità richiede una robusta iniezione di disincanto: “Nessuno può essere felice per il resto della sua vita. Quindi la felicità lasciamola perdere. La domanda interessante è: siamo in grado di mettere su casa insieme?”.

Nato nel 1970 in Texas, figlio di genitori divorziati, Hawke coltiva sin da bambino la passione per il grande schermo. Tenta diversi provini fintanto che non è scritturato, nel 1985, per un film di fantascienza dove debutta, appena quattordicenne, a fianco del compianto River Phoenix. La carriera cinematografica è scandita da decine di pellicole. Dal ruolo di snob fallito in Giovani, carini e disoccupati del 1994 a quello di recluta accanto al poliziotto cinico Denzel Washington in Training Day, che gli frutta una nomination all’Oscar. Nel 2004 è un testimone ambiguo coinvolto nelle indagini dell’agente Fbi Angelina Jolie in Identità violate. Nel 2014 è un padre divorziato nel film-esperimento Boyhood: al fine di seguire la crescita dei personaggi di pari passo con quella degli attori, le scene sono state girate a intervalli regolari con lo stesso cast dal 2002 per dodici anni.

Alla fine degli anni 90 sposa Uma Thurman, dalla quale ha due figli. Dopo il divorzio con l’attrice si unisce a una baby-sitter dalla quale ha altrettanti figli. Il suo nuovo romanzo Un raggio di buio, in libreria da mercoledì per Sur, pur sotto le mentite spoglie della fiction, sembra ricalcare più di uno snodo biografico. Il libro, alla stregua di una pièce teatrale, è suddiviso in cinque atti. Il protagonista, William, è un attore trentenne impegnato in un allestimento dell’Enrico IV di Shakespeare a Broadway. Il suo privato è in frantumi: costretto a badare ai suoi due bambini, è in procinto di divorzio con la moglie, una rockstar di successo, per colpa di un suo tradimento con una ragazza sudafricana. Tra sbronze e sniffate di cocaina si misura con il suo talento nella parte del cavaliere Henry Percy che muore in duello. Un raggio di buio mostra come il demone del successo si infili nella vita privata di un artista e come possa sabotarla nel compromesso eterno con la sua immagine pubblica.

La magia di esibirsi davanti a una platea oltrepassa però le corruzioni della fama: “Il mondo esterno tende a glorificare solo gli aspetti più insignificanti e superficiali della vita degli attori, elevandone la personalità fino a trasformarli in idoli di plastica, ma la vera gioia della recitazione sta nell’assenza di personalità. Al momento di assumere e abitare le caratteristiche di un altro essere umano capisci che ogni elemento della tua personalità è malleabile. Puoi fare quella cosa lì, indossare la pelle di un altro essere umano, ma tu resti te stesso”.

John Banville trasloca da Dublino alla costa basca, sulle tracce della misteriosa April

Stavolta il dottor Quirke, anatomopatologo, “trasloca” da Benjamin Black a John Banville e “gioca” in trasferta, non nell’amata e cupa Dublino. Bensì sulla costa basca di San Sebastián, dove il medico è in vacanza con l’amata consorte Evelyn, psichiatra. Con Il dubbio del killer (traduzione di Irene Abigail Piccinini), Banville rimescola personaggi e storie dei suoi romanzi passati. Da un lato, appunto, Quirke, protagonista della serie firmata dal grande romanziere irlandese con lo pseudonimo di Benjamin Black. Dall’altro l’ispettore Strafford, detective dell’ultimo noir di Banville, Delitto d’inverno. In mezzo c’è poi April Latimer, già al centro di un altro libro, Congetture su April.

Premesso questo, Quirke in Spagna un po’ si annoia, un po’ riflette sull’amore profondo per Evelyn. Potrebbe quasi dire di essere felice ma ha paura di perdere tutto questo: “Niente è tanto allarmante quanto la felicità, specie quando è di un genere ordinario”. Senza dimenticare che ancora non si è liberato completamente dall’atavica schiavitù dei superalcolici. La coppia è in un caffè quando il medico intercetta una discussione tra un uomo e una donna, seduti a un altro tavolino. Lei ha un accento irlandese e Quirke ha forte la sensazione di averla già vista. Passo dopo passo realizza che la donna potrebbe essere April Latimer, figlia di un eroe patriottico e nipote di un ministro. Anni prima il fratello di April confessò di aver ucciso la sorella anche se il corpo non venne mai ritrovato. Così Quirke telefona alla figlia Phoebe, la migliore amica di April, e le chiede di raggiungerlo in Spagna. Il romanzo incrocia le peripezie di uno psicopatico bisessuale che fa il killer, Terry Tice. Siamo nella Spagna franchista degli anni Cinquanta e al solito Banville dà prova del suo solido talento letterario. Epperò il finale presenta più di un’omissione. Drammatico ma anche svogliato.