Capire la rivolta? Sono fascisti confusi: il Novecento è finito

Capire ogni rivolta: è l’impegno scritto nel Dna della cultura di sinistra, che guarda con interesse a ogni ribellione, anche la più anomala, e che istintivamente simpatizza e parteggia per ogni moto che contesti il potere. Magari dandosi poi il compito di “raddrizzarlo”, di correggerne gli errori, ridurne gli estremismi, esercitare la propria “egemonia”, assumerne la guida. È la dialettica movimenti/potere che fa parte della grande storia del Novecento. Ebbene: le rivolte di questi giorni per protestare contro le chiusure anti-pandemia ci segnalano, se ce ne fosse ancora bisogno, che il Novecento è proprio finito. A Milano, Torino, Roma, Napoli sono andate in scena rivolte innescate da movimenti compositi e contraddittori, che naturalmente sarà bene analizzare, studiare, conoscere. Ma quello che già siamo riusciti a capire – sempre pronti a correggerci se i fatti ci smentiranno – è che quei riots metropolitani non sono la spontanea discesa in piazza di una comprensibile e giusta ribellione contro il potere da parte dei senza-potere, dei fuori-dalla-storia che confusamente ma legittimamente cercano per una sera d’imporsi come protagonisti, se non della storia, almeno della cronaca e dello spettacolo d’arte varia dell’informazione italiana. No. Ci sarebbero buoni motivi di rivolta. Soprattutto al Nord, dove amministrazioni regionali incapaci e criminogene hanno oggettivamente aiutato la pandemia con un lungo elenco di errori. Hanno per anni indebolito la sanità pubblica e abbandonato i medici di base e i presidi territoriali; hanno lasciato aperto a febbraio il focolaio di Alzano e Nembro, hanno mandato a marzo gli infetti a contagiare gli ospiti delle residenze per anziani, hanno buttato soldi in un inutile ospedale in Fiera in cui ora spostano medici e infermieri sguarnendo ospedali più preparati; negli ultimi mesi non hanno fatto nulla per prepararsi alla prevedibilissima seconda ondata, non potenziando le Usca (i medici che curano a casa), lasciando allo sbando il sistema di tracciamento dei contagi, non rafforzando i trasporti pubblici in vista della riapertura delle scuole.

Ma i casseurs di Milano e delle altre città non pongono alcuno di questi problemi. Protestano contro le chiusure di bar e locali – necessarie e anzi tardive per non morire di Covid. Invocano la “libertà” di tenere tutto aperto e di girare senza mascherine. “Piove, governo ladro”: dove la pioggia è una pandemia mondiale in cui il governo italiano non è stato dei peggiori. Quale rivolta, quale disagio, quale ribellione portano in strada i ragazzi di Milano e delle altre città? Una melassa confusa in cui si mescolano negazionismo e no-mask, da una parte, e richiesta d’aiuti statali per gli ex liberistissimi gestori di bar e locali, che scoprono quello Stato che alcuni di loro (speriamo pochi, pochissimi!) dimenticavano quando si trattava di rilasciare lo scontrino fiscale. Tra i ragazzi degli scontri ci sono giovani delle periferie, ultrà delle curve, piccoli spacciatori, segnalati per rissa e piccoli reati, soldati semplici delle mafie. Sono i gruppi fascisti – diciamolo – gli apprendisti stregoni di queste sgangherate rivolte. Forza Nuova, Ultima Legione, Casapound, che cercano di rappresentare fasce di piccola borghesia impoverite e incattivite dalla crisi e poi dalla pandemia. I centri sociali di sinistra e gli antagonisti di area anarchica partecipano stando a guardare, nella speranza di capire ed egemonizzare la protesta – fermi allo scenario dei grandi conflitti del Novecento. Ma sono i fascisti – ripetiamolo – a convocare gli appuntamenti e a cercare di “Cavalcare la tigre” (è il titolo di un libro del fascista Julius Evola) di una protesta che è insieme terrapiattistica e sanfedista. Capire ogni rivolta, sì. Ma proprio per averla capita, conviene respingerla, abbandonando ogni ambiguità e ogni nostalgia per il Novecento.

 

Lo stop agli spettacoli non è, di per sé, le fine della cultura

In queste ore l’allarme rispetto alla diffusione del Covid ha raggiunto livelli di guardia. È comprensibile. Ma se la paura diventa panico e non è attraversata da un pensiero razionale e fattivo, la situazione non potrà che peggiorare.

Probabilmente e, aggiungo inevitabilmente, ci sono stati errori e ritardi. La scienza stessa ha parlato linguaggi diversi a conferma che essa non può offrire la “verità”, piuttosto ridurre le probabilità dell’errore. Eppure il governo ha combattuto bene. E se guardiamo freddamente le cifre, ci accorgiamo che la civilissima Francia presenta un contagio circa il doppio del nostro. Infine, i provvedimenti assunti con l’ultimo Dpcm da Conte sono del tutto simili a quelli che si stanno decidendo in Germania e in altri grandi Paesi europei.

So perfettamente che in queste settimane pagheranno tante categorie già in sofferenza. I ristoratori, i commercianti, il settore dello sport e di altre attività di svago e ludiche. Si diano risarcimenti congrui e immediati. Gualtieri si è mosso con decisione in questa direzione. Pagheranno, inoltre, la cultura, lo spettacolo, le attività creative e artistiche. Anche a questi operatori, anzi soprattutto a loro, si dia un sostegno straordinario, come sta avvenendo grazie all’impulso del ministro Franceschini. Dobbiamo fare di tutto per riparare ora a questa tragedia. Altrimenti, tale danno potrebbe essere irreversibile. Le restrizioni assunte sono necessarie. Anche perché la ricerca scientifica in tempi ragionevoli potrebbe arrivare a soluzioni definitive. Dobbiamo evitare la beffa di chi potrebbe perdere la vita nelle prossime settimane, similmente a quei soldati uccisi in combattimenti inutili nel maggio del ’45 alla fine della guerra.

Detto questo, sono il primo a riconoscere che c’è qualcosa di speciale e negativo nella sospensione delle attività culturali, dello spettacolo e dell’arte fruita dal vivo. Eppure non credo che, se transitorio, lo stop rappresenti necessariamente uno spegnimento totale di ogni possibilità di crescita intellettuale e spirituale. Se non si può uscire la sera, diciamo ai nostri ragazzi di prendere in mano un libro. Perché da anni le librerie chiudono nel silenzio. Diciamo loro di sollecitare i padri a raccontare le loro vite. Come testimonianza di storie personali che si intrecciano con lo scorrere degli avvenimenti pubblici. Diciamo loro di frugare tra le vecchie cassette riposte da qualche parte. Magari con film da rivedere insieme alle famiglie. Un capolavoro è sempre una cosa nuova, alla quale attingere ogni volta in modo diverso e creativo. Diciamo loro di sfogliare i vecchi album di fotografie dei cari, degli amici, dei paesaggi di un tempo. E fantasticare. Per vivere anche la noia in modo attivo, fantasioso, sognante. Diciamo loro, soprattutto, che la felicità non si trova percorrendo sempre più in fretta la superficie delle cose e del mondo. Piuttosto immergendosi nelle infinite profondità del proprio essere: sta quasi tutto lì ciò che dà senso all’esistenza, che forma un’identità, che arricchisce la consapevolezza.

Occorre tornare presto alla normalità. Alla socialità. Alla cultura vissuta insieme. Ma la pausa non è necessariamente il digiuno dell’animo. Certo, spesso si è rischiato la vita per affermarne il diritto attraverso la cultura. Sono stati momenti di inderogabile esigenza politica e morale. Il popolo di Leningrado, sotto le bombe tedesche, accorse in massa a teatro. Per ascoltare la “prima” della magnifica sinfonia di Šostakóvic, per affermare la resistenza della città contro la forza bruta germanica. Anzi, contro ogni forza bruta. Ora non siamo al punto di chiedere estremi atti di eroismo. Anche perché allora ognuno rischiava “solo” la propria vita. Mentre oggi si metterebbe in pericolo, per proprio piacimento, la vita di chi ti è accanto.

 

Combattiamo tra di noi, ma non contro il covid

Doveva accadere. E dunque accade che invece di fare la guerra al virus, abbiamo cominciato a farcela tra noi. Da settimane stiamo tutti parlando, anzi strillando, come se il contagio non fosse molto semplicemente, molto umanamente, colpa nostra, ma dipendesse dal destino, dalla sfortuna, dalla politica, dal governo. Specialmente dal governo: “Era annunciatissima, prevedibilissima la seconda ondata!” scrivono i professionisti da divano, puntando il dito dell’accusa. Anche se i più svelti a farlo sono gli stessi, proprio gli stessi, che fino a quindici giorni fa dicevano il contrario. A cominciare dai giornali della destra cialtrona: “Basta con la dittatura sanitaria!”, “Siamo al Covid terrorismo!”, “Riaprite gli stadi!”, “Lasciateci lavorare”, “Libertà! Libertà!”. Che poi sono le frasi urlate nei cortei di queste notti, al netto dei sassi, dei saccheggi e delle molotov accese dai neofascisti e dagli ultras in crisi di astinenza da stadio.

Dal pulpito di Confindustria oggi ascoltiamo la stessa musica: “Il governo si è fatto cogliere impreparato su scuola, trasporti, sanità, locali pubblici” si lamentano. Dimenticandosi di tutte le spallate date al governo in questi mesi dal presidente Carlo Bonomi “per accelerare la ripresa concentrando i soldi sulle imprese”, altro che trasporti e sanità. E i contro-appelli degli industriali a febbraio e marzo, specialmente nelle aree più industrializzate del Veneto, Lombardia, Piemonte, per non chiudere nulla, lavorare, lavorare, lavorare, fino a quando le strade dei capannoni hanno coinciso con quelle attraversate dai camion dell’esercito che trasportavano le bare.

Tutti veloci, quanto lo sono i borseggiatori, a scaricare le proprie responsabilità e a illuminare quelle altrui per dichiarare, finalmente, guerra al bersaglio grosso. Come se non fossimo stati noi tutti piccoli cittadini – i nostri figli, i nostri parenti, i nostri amici, i nostri vicini di casa – a esserci infettati a vicenda, negli abbracci e nella dimenticanza, salendo in ascensore o scendendo in metropolitana, in ufficio o al bar. A cominciare da questa estate, davanti al mare, nelle piazze, ai mercati della festa, tutti con così tanta voglia che l’onda nera del contagio fosse passata per sempre da aver creduto che sarebbe bastato pensarlo per renderlo vero. Il virus è mutato, il virus si è indebolito, il virus va scomparendo: via le cautele, basta con le mascherine, con le restrizioni, lasciateci vivere: l’assedio era diventato un fantasma e finalmente il fantasma si stava dissolvendo.

E invece stava proprio accadendo il contrario. E cioè che muovendoci tutti, muovevamo anche la pandemia, nostra compagna di viaggio dalla Lombardia alla Sardegna, da Venezia alla Versilia, dalle Dolomiti al Salento. Siamo tutti andati e tornati con il virus in valigia in un collettivo e spensierato free delivery che ci ha spinto nella trappola di oggi.

Guardate le cento foto che avete (che abbiamo) archiviato a luglio, agosto, settembre nelle nostre memorie portatili. In ognuna c’è una cena, un compleanno, una festa all’ora dell’aperitivo, un tramonto sul lungomare. Moltiplicatele per gli spostamenti che avete (che abbiamo) fatto e troverete il danno che insieme abbiamo allestito.

La rabbia che ha acceso gli scontri nelle nostre città è esattamente figlia di quella frustrazione per una colpa che non vogliamo ammettere, insieme con il baratro economico che di nuovo si spalanca.

Viviamo nella bambagia dell’Occidente, insofferenti all’altruismo e ai sacrifici, persuasi che il danno, la malattia, addirittura la morte, siano eventualità remote. Interferenze da cancellare con tutte le procedure della modernità e le endorfine dei consumi. Meno che mai ci sfiora il sospetto che sia proprio la nostra vita a riprodurre e moltiplicare il Covid. Per questo andiamo costantemente a caccia di un colpevole. Per assolvere noi stessi e farci così tanta guerra tra noi, da dimenticarci del nostro nemico comune, il virus, che ci divide anziché unirci.

 

Le norme sociali dei comici sarebbero assai dannose, se impiegate in altri campi

l motivo per cui le norme sociali dei comici sono dannose è che, a differenza del copyright, non considerano gli interessi della società nel loro complesso. Altri aspetti negativi: 1) Le norme sociali dei comici vietano non solo il riuso delle espressioni, ma anche delle idee. Vogliono impedire il furto di battute (joke stealing), ma in realtà proibiscono l’uso di battute simili, premesse simili, idee simili: cioè non proibiscono il furto, ma la somiglianza (Rothman, 2009). Questo è un limite enorme allo sviluppo creativo delle gag. Inoltre, il divieto sulle idee viola la libertà di espressione. 2) Le norme sociali dei comici non ammettono il fair use, non prevedono un processo equo, né la possibilità di appello. 3) La valutazione della trasgressione non segue protocolli definiti, è del tutto arbitraria. 4) Il danno alla reputazione dell’ipotetico trasgressore può durare per sempre, e quindi è sproporzionato rispetto a qualunque presunta trasgressione. Robin Williams, vincitore di tre Grammy Awards per il miglior album comico dell’anno, non poteva entrare serenamente in un locale di stand-up neppure dieci anni dopo le accuse di presunti plagi. Come se non bastasse, il web, con la sua assenza di oblio, oggi rende perenne la gogna anonima. 5) La sanzione tramite violenza (o minaccia di violenza) è illegale. 6) A differenza delle norme sociali dei cuochi e delle fandom, che incoraggiano il riuso purché ci sia attribuzione, quelle dei comici impediscono qualunque riuso, anche con attribuzione, poiché il riuso di una gag la usura. Le norme sociali dei comici sarebbero assai dannose, se impiegate in altri campi creativi; né sono accettate all’unanimità in quello comico, visto che certi campioni non sono tenuti a uniformarvisi (Oliar & Sprigman, 2008; Rothman, 2009). 7) Le norme sociali dei comici sono informali, e sono state create senza che sia stato possibile discuterle. Per tutte queste ragioni, limitano in modo primitivo i diritti della collettività (Rothman, 2009).

In Italia, il diritto d’autore tutela i joke in quanto opere letterarie; ma, come nel resto del mondo occidentale, non ci sono precedenti di comici che fanno causa a comici (vale il de minimis), e le controversie sono regolate seguendo le norme sociali della comunità comica, con tutti gli eccessi e i malintesi del caso. L’unico precedente legale in materia di plagio di joke si trova nella sentenza (2012) che mi fece vincere la causa intentata da Telecom Italia Media all’epoca di Decameron (La7, 2007). Il giudice scrisse: “Non vi è prova della mancanza di originalità del monologo in questione, considerato che la circostanza che l’artista, nell’elaborazione della sua opera creativa, si ispiri ad altri soggetti, non esclude l’originalità dell’opera medesima.” Per decidere quanto sia riconoscibile l’apporto creativo che dà “originalità” e fa escludere il plagio, non basta la semplice comparazione degli elementi isolati (un classico di chi accusa a capocchia, o con malizia): va sempre considerato il contesto, che definisce il tipo di relazione fra gli elementi. “In un contesto diverso, un testo dice cose diverse: è un altro testo” (Rotstein, 1993). Per tacciare filosofi come Giordano Bruno di plagio dagli eretici, dunque di eresia, la furba Inquisizione ritagliava le frasi dai due testi e le appaiava, una pratica truffaldina tuttora usata in campo artistico per delegittimare concorrenti e avversari.

Morale della favola: poiché ignoranti, invidiosi e bacchettoni (che spesso coincidono) sono la maggioranza, non c’è nulla di più sincronizzabile di un linciaggio.
(8. Fine)

 

Mail box

 

 

Mannelli mi ha sorpreso più di tutti, complimenti

Questa volta i complimenti vanno a Mannelli. È da un po’ che quando compare Conte in Tv mi aspetto una scena come quella rappresentata nella Sua vignetta. E avrebbe anche ragione. Bravo Mannelli.

Carmen Puricelli

 

Il lockdown “ammazza” i pazienti psichiatrici

Ho una figlia autistica di 32 anni e dal 10 marzo al 27 maggio il blocco totale ha significato per lei e per la famiglia l’abbandono totale e il confinamento in casa a eccezione dell’ora d’aria quando il tempo la permettevano. Sopravvissuti, da quel periodo infelice ne siamo usciti provati e ancora a oggi i servizi non si sono riavviati o sono ancora azzerati. Adesso c’è già chi vuole chiudere nuovamente tutto. In questo caso sarebbe un atto di cilviltà che il governo prevedesse anche al suicidio assistito per un trapasso indolore nell’aldilà.

Roberto Maria Bacci

 

Il contagio mostra i limiti dell’evoluzione umana

Manifestanti che difendono gli interessi dei commercianti, distruggendo le vetrine dei commercianti, fascisti che protestano contro una presunta “dittatura sanitaria”, Subumani che a Rimini distruggono le auto di medici e infermieri. E gente convinta che i governanti abbiano dato disposizione alle autoambulanze di girare a vuoto per terrorizzare tutti. Che dire, appare evidente il fallimento di tutta la teoria sull’evoluzione umana. La nostra specie è ancora viva per una mera questione di casualità.

Valentina Felici

 

Diritto di replica

Nella pubblicazione, seppur parziale, sul Fatto della lettera della commissione Affari istituzionali della Regione Lombardia in risposta a un articolo sull’Orac, compare la sola firma della presidente Cappellari, ma la lettera aveva carattere istituzionale, trovava condivisione bipartisan ed era stata sottoscritta dalla stragrande maggioranza dei componenti la commissione: oltre alla presidente Cappellari (Lega), anche la consigliera Maria Rozza (Pd), e i consiglieri regionali Francesca Ceruti, Alex Galizzi, Francesco Ghiroldi, Simone Giudici, Floriano Massardi, Gigliola Spelzini, Marco Alparone, Gabriele Barucco, Giacomo Cosentino, Jacopo Scandella, Fabio Pizzul, Nicolò Carretta, Angelo Orsenigo, Patrizia Baffi, Michele Usuelli ed Elisabetta Strada.

Aurelio Biassoni, Regione Lombardia

 

Gentile Direttore, in Ats Milano il 20 ottobre gli addetti al contact tracing erano 145 e non “appena 7” come da lei scritto il 21. La sua affermazione errata procura un allarme ingiustificato e non aiuta i cittadini a conoscere la realtà. Ats non usa nascondere i problemi. Nei giorni scorsi ha segnalato le difficoltà legate alla rapida ripresa dei contagi e ha richiesto la collaborazione di tutti per frenare un’epidemia che a Milano corre più forte del sistema di tracciamento. Attribuire l’andamento dei contagi alla sanità lombarda non aiuta certamente a migliorare una situazione che sta colpendo tutte le Regioni senza badare a modelli sanitari o orientamenti politici. L’elevato numero di contagi sta provocando ritardi nell’attività di indagine, nonostante il personale sia stato triplicato (da 45 a circa 150), perché l’attività richiede ore nel contesto attuale dove i contatti sociali sono vari e complessi. È palese che a fronte di un tale aumento si creino code nel tracciamento dei contatti di persone che, comunque, sanno già di essere positive e sono in isolamento. I laboratori di analisi hanno infatti il mandato di informare subito tutte le persone che risultano positive al tampone, ed esse possono consultare il referto con un accesso semplificato sul fascicolo sanitario elettronico. Ats agisce dando priorità alle scuole nelle quali abbiamo isolato migliaia di contatti di positività emerse a scuola. È stato poi avviato un portale dove le persone positive segnalano sintomi, supportano le indagini fornendo indicazioni sui conviventi, e prenotano i tamponi di controllo. Certo che la sua preoccupazione in questo momento sia la corretta informazione per evitare gli allarmismi da lei biasimati nella sua risposta.

Walter Bergamaschi Dg Ats Milano

 

Gentile dott. Bergamaschi, apprendiamo con soddisfazione la notizia che “al contact tracing attualmente sono impegnati 145 addetti”. Significa che la Ats Milano Città Metropolitana (oltre 3,5 milioni di utenti) si è resa conto a ottobre che avere 40 addetti – lo stesso numero che non più tardi di una settimana fa ha confermato in diretta tv lo stesso assessore al Welfare e Sanità Giulio Gallera – non era evidentemente sufficiente. Circa i mesi passati, invece, tocca ricordare che 7 (2 dei quali in part time) sono stati dal mese di settembre i lavoratori deputati alla ricezione delle centinaia di migliaia di telefonate di utenti disperati, in cerca di risposte. Dall’inizio della pandemia, questi lavoratori hanno ricevuto oltre 85mila chiamate. Un numero impressionante, se si considera che a giugno erano rimasti solo in 4 gli addetti al centralino, dato che molti dei colleghi distaccati in primavera al servizio contact tracing, in estate sono stati richiamati nei rispettivi uffici dai dirigenti preoccupati di non raggiungere gli obiettivi aziendali e di perdere così il bonus previsto. Segno, converrà, di una gestione forse non avveduta di un servizio fondamentale che, alla ripresa dei contagi, e sull’onda dell’”allegra estate” che abbiamo vissuto, ora è collassato. E a dirlo non siamo noi. “Non riusciamo a tracciare tutti i contagi. Chi sospetta di aver avuto un contatto a rischio o sintomi stia a casa”. Vittorio Demicheli, direttore sanitario Ats Milano , il 19 ottobre scorso.

Serie A e virus. Dopo questo disastro andrebbe riformato il campionato

 

 

Da appassionato di calcio ho una perplessità legata al campionato: non è troppo compromesso dal Covid? La variabile virus non sta alterando la regolarità? Ci sono partite assurde, secondi tempi miseri e soprattutto formazioni non prevedibili.

Giulio Massetti

 

Gentile Giulio, le sue perplessità sono legittime e condivisibili. Alle voci da lei elencate aggiungerei solo l’alto numero dei gol, dettaglio che ha trasformato le partite in “divertenti” rodei, ammesso che l’aggettivo sia spendibile in uno scorcio così drammatico. Gli stadi deserti erano eccezioni che scattavano per motivi esclusivamente disciplinari. Sono diventati la norma, una norma triste e curiosa per i riflessi psicologici: sui più giovani che, dall’assenza di pubblico – e, dunque, dei fischi, degli insulti – ricaverebbero una serenità di crociera più marcata. Pensi, per esempio, al Milan pre e post lockdown: pedalava in gruppo, oggi lo guida. E sui più maturi che, viceversa, potrebbero faticare a inventarsi quegli stimoli che recuperavano, in larga misura, proprio dal tifo contro. Aperta parentesi: pessimo il messaggio di Cristiano Ronaldo sul tampone (“Una c…ta”). Chiusa parentesi. La “presunzione di virus” rende paradossalmente regolare l’irregolarità dei tornei. Può capitare a tutti e, anche se a tutti non capita, ogni società sa di essere ostaggio dello stesso destino. La Uefa ha posto dei paletti: con 13 disponibili – fra i quali almeno un portiere – si gioca comunque. È il minimo dell’equità, il massimo consentito dall’emergenza. Un’emergenza che per convinzione, oltre che per convenzione, abbiamo paragonato a una “guerra”. Obietterà: in tempi di guerra non si giocava. Giusto. Questo è un conflitto che, sotto le bombe del Covid, si rifugia dove può: persino nel calcio. Al prezzo di una anomalia tecnica che aggrega e disgrega, sprona e deprime.

Mal comune non sarà mezzo gaudio, ma per ora si è scelta questa linea: dalla Francia all’Inghilterra, dalla Germania alla Spagna. Resistere, resistere, resistere. La speranza – vana, temo – è che dalla pandemia possa uscire la riforma dei campionati, con relativo taglio delle squadre. In Serie A, soprattutto. Servirebbero dirigenti meno contagiati dal campanile. Merce rara.

Roberto Beccantini

Zanda senza un domani: il dem lascia il giornale

Non c’è più Domani per Luigi Zanda. Il senatore del Pd ha lasciato la presidenza del consiglio di amministrazione del nuovo giornale di Carlo De Benedetti dopo nemmeno 50 giorni dall’uscita del primo numero. Una nomina lampo, durata meno di sei mesi. Zanda ha annunciato di aver lasciato il suo ruolo nell’amministrazione del quotidiano perché il ruolo “è incompatibile” con l’esercizio della funzione parlamentare. Questa, almeno, è la motivazione ufficiale: “Una posizione di conflitto di interessi politico-editoriale che, per mio costume e per mia profonda convinzione, non posso sottovalutare”. È perlomeno curioso che il navigato senatore del Pd non avesse intravisto questo potenziale conflitto d’interessi nel momento in cui aveva accettato la nomina. Chissà cos’è cambiato nel frattempo. Zanda ha ammesso pure di non essere d’accordo con la linea editoriale della creatura di De Benedetti, ma pure in questo caso sorprende che non si fosse informato prima. Anche perché il senatore aveva promesso di lasciare la carica di tesoriere del Pd, per evitare di cumulare incarichi inopportuni, ma quelle dimissioni invece non sono mai arrivate.

Pieni poteri agli scienziati (alternativi)

In questi giorni poco allegri, il mio ristoro preferito è la fervida attesa di Matteo Salvini, che prende la parola in Senato, per illustrare le misure anti Covid alternative a quelle del governo. Elaborate, su sua proposta, da un Comitato tecnico scientifico parlamentare, anch’esso alternativo, composto da dieci scienziati, parecchio alternativi e “ovviamente autorevoli che possano fornire un’altra voce rispetto a quella ufficiale”. Un protocollo da sottoporre poi allo speciale Comitato di salute pubblica proposto dal pd Andrea Marcucci, “un luogo vero di unità nazionale dove condividere le informazioni e le decisioni”. Tali proposte alternative, autorevoli e, s’intende, unitarie, saranno emulsionate per essere trasmesse al Cts governativo e da qui, dopo le opportune valutazioni, spedite a Palazzo Chigi. A questo punto sarà cura del premier convocare in diretta Skype i presidenti delle 20 Regioni, i sindaci delle città capoluogo, i rappresentanti di forze sociali, categorie produttive, associazioni, ordini professionali e movimenti per la difesa del cittadino. Quindi, il contenuto dell’ampio e proficuo dibattito sarà omogeneizzato e calato in un testo all’esame preventivo dei capi-delegazione della maggioranza per essere portato successivamente in Consiglio dei ministri (non prima di avere ottenuto la vidimazione “a futura memoria” di Matteo Renzi, e degli onorevoli Faraone e Rosato, possibilmente autenticata dal notaio). Dopodiché, il conseguente Dpcm dovrà superare l’esame di Camera e Senato, e quello di tutti i talk show

televisivi. Nel frattempo, mentre la comunità dei virologi si scannerà con gli amministratori locali su lockdown sì o no, Giuseppe Conte potrà serenamente adempiere al suo ufficio sapendo che, come scrive Stefano Folli su Repubblica, avrà davanti a sé tre scelte. 1) il suo esecutivo potrà andare avanti “tra polemiche e risse, ma con un premier diverso da lui”; 2) oppure nascerà un governo di unità nazionale “affidato a un’alta personalità al di fuori dei partiti”, che dunque non sarà lui; 3) o altrimenti si raggiungerà “un accordo di qualche mese tra le forze politiche, in cambio di un patto per andare al voto appena passata la burrasca” ma (che te lo dico a fare) presieduto da un nome che non sarà il suo.

Ps. Ciò che avete letto è tratto dai giornali di questi giorni e non dai verbali di un ospedale psichiatrico. Saperlo, tuttavia, non ci consolerà abbastanza quando saremo tutti in terapia intensiva.

Italia divoratrice di suolo: il doppio della media Ue

Qui ci vogliono, al più presto, fatti concreti per ambiente e territorio. È quanto propone in un recente documento Gian Luigi Ceruti autore con Antonio Cederna della bella e incisiva legge n. 394 del 1991 sulle aree protette: un grande piano di manutenzione del territorio concorrerebbe a evitare tante sciagure umane ed economiche e darebbe subito lavoro a migliaia di operai, di tecnici, di giovani. In Italia si continua a dire che l’ambiente è una “questione fondamentale”. Lo dice il papa stesso quasi ogni giorno rifacendosi a Francesco d’Assisi. Lo ripetono i politici più colti e avveduti (non Matteo Salvini certamente). Vi insistono con ostinata buona volontà i nostri scienziati. Lo credo bene visto che il Paese è periodicamente sconvolto, scosso, sommerso da alluvioni, frane, colate di fango, smottamenti ormai irrefrenabili. Se il terreno prima a coltivazione o a bosco, viene impermeabilizzato con nuovi insediamenti edilizi, con nuovi piazzali, mega-parcheggi, interporti, dove volete che vada quell’acqua piovana? Le statistiche che vi mostriamo evidenziano che la corsa al consumo di suolo libero, agricolo, boschivo, ecc. non si ferma, non rallenta.

Soprattutto in Lombardia e nel Veneto (siamo oltre al 12%) e difatti è lì che col maltempo i danni si verificano, inesorabili. Ma sempre alta è la Campania col 10,36 in un anno (quasi 141.000 ettari “mangiati!”) pur essendoci Comuni del Casertano, Casavorano, dove il verde esistente è ridotto a qualche aiuola. E sta crescendo, facendosi turisticamente del male, la Puglia con 162.000 ettari di verde “impermeabilizzati” in un anno e la Sicilia balzata a oltre i 185.000 ettari.

Una delle regioni per le quali si denuncia da anni una politica dissipatrice della buona terra e delle acque è certamente il Veneto sempre nel gruppo di testa delle regioni che consumano e quindi sprecano più suoli liberi, agricoli, boschivi. Una regione densa di cementifici e quindi di cave, regolari e abusive, in cui le ruspe minacciano persino i Parchi più preziosi come quello degli Euganei caro a Petrarca. Una regione sulla quale certamente il maltempo si accanisce e nella quale però esondazioni, straripamenti, vere e proprie alluvioni si susseguono con una frequenza impressionante creando enormi difficoltà alla secolare rete di fiumi e canali. Le Regione presieduta dal supervotato Luca Zaia, ha votato una sua legge sul consumo di suolo rendendolo più elastico visto che l’assegnazione annua di terreni liberi da consumare può venire incrementata se viene presentata in Regione la domanda per un nuovo centro commerciale o per un polo di smistamento. Nel 2019 il Comune italiano che ha registrato il più alto consumo di suolo è stato, guarda caso, Verona.

Se guardiamo attentamente le statistiche, vediamo che quelle italiane mostrano una tendenza divoratrice che è poco meno che doppia della media europea e che il Veneto supera di parecchi punti la stessa elevata media italiana (12,2 contro 7,6). Eppure i buoni esempi europei non mancano. Per quello tedesco dobbiamo risalire agli anni 90 quando Angela Merkel era soltanto l’ambizioso ministro dell’Ambiente, ben lontana dal pensare che sarebbe diventata una sorta di Lady Europa.

Per la Gran Bretagna dobbiamo rimontare fino a un governo del laburista Tony Blair, il quale fissò una quota massima di Brown belts, le zone già edificate, e le Green Belts, le zone ancora verdi. E la cosa ha funzionato. Al punto che il sindaco laburista del tempo, Ken Livingstone, detto “Ken il rosso”, non consumò per gli sviluppi di Londra un solo metro di verde compensando quello consumato con nuove acquisizioni e agevolando il riuso edilizio o l’edilizia di sostituzione. Politica ammirevole che tuttavia non gli fruttò elettoralmente visto che perse la poltrona a vantaggio del liberista e confusionario Boris Johnson. Ora il sindaco di Londra è di nuovo laburista e ci si augura che abbia ripreso la saggia politica di Livingstone. E da noi? Fermi a Zaia e a Fontana. Ma i cattivi imitatori crescono in fretta.

Consip, Verdini interrogato dai magistrati: “Mai pressioni sull’ex manager Marroni”

Mai esercitato pressioni sull’ex amministratore delegato di Consip Luigi Marroni. È la verità di Denis Verdini che nei giorni scorsi è stato sentito dai pm di Roma. È stato proprio l’ex parlamentare a chiedere di essere interrogato dopo che nei suoi confronti è stato chiuso uno dei filoni dell’indagine Consip, quello in cui è accusato di turbativa d’asta e concussione. Secondo le accuse, Verdini, con altri, tra cui l’ex parlamentare Ignazio Abrignani, “agendo per conto della Cofely Spa, turbavano la gara FM4”, indetta dalla centrale acquisti. Verdini è accusato anche di concussione: per i pm, “con abuso della sua qualità e dei suoi poteri, all’epoca sostenitore della maggioranza di governo” e quindi in grado di influire sulle nomine, “costringeva Marroni”, “a erogare a Ezio Bigotti (…) l’utilità consistita nell’incontrarlo e ascoltarlo in quanto interessato a conoscere notizie riservate sulla gara FM4 e a sollecitare una minore resistenza di Consip nei contenziosi pendenti con le società riferibili a Bigotti”. Tutte accuse che, sentito qualche giorno fa, Verdini ha respinto, ribadendo anche di non aver esercitato alcuna pressione su Marroni. Su questo era stato sentito, ma come persona informata sui fatti, anche l’ex Ad di Consip. Ai pm che gli chiedono quante volte abbia incontrato Bigotti, Marroni dice che “vi fu un secondo incontro, nell’ottobre 2016, su richiesta di Verdini all’osteria ‘Il Moro’”. Verdini, spiega Marroni, “mi chiese un favore. Premetto che benché il figlio di Verdini e il figlio della mia compagna hanno in comune la gestione di un’attività commerciale, tra me e Verdini non vi erano rapporti di vicinanza o frequentazione. Lo incontravo negli appuntamenti istituzionali…”. Il manager spiega anche: “Il prologo della richiesta di Verdini era una richiesta che Abrignani rivolse al presidente di Consip Ferrara, quella di inserire Casalino – già Ad di Consip – nell’organismo di vigilanza. Io espressi una forte opposizione (…). Di questa questione ne parlai con Lotti (Luca, parlamentare Pd, ndr) (…); in particolare fu Lotti a chiedermi dell’inserimento di Casalino in Odv. Io gli esposi le ragioni per cui questo non poteva avvenire (…). Nel medesimo contesto tuttavia mi chiese di essere gentile con Verdini ‘che ci tiene su il governo’, perché da quell’ambiente politico veniva la sponsorizzazione di Casalino. Per questa ragione, quando Verdini mi chiese di incontrare Bigotti, risposi affermativamente”. Sull’incontro al ‘Moro’, Marroni spiega che Bigotti “contestò l’atteggiamento molto rigoroso di Consip nei confronti delle sue società in sede di contenziosi amministrativi”. Alla domanda se vi fossero state pressioni da parte di Verdini, Marroni risponde: “No, Verdini ci mise intorno al tavolo per farci parlare… non intervenne”.