Casaleggio vuole tenersi gli elenchi degli iscritti

I 5stelle sono un campo di battaglia, quindi gli Stati generali traballano, così anche Giuseppe Conte non può più fidarsi. “A questo punto anticipiamo la verifica di governo”, ha scandito nella riunione con i capigruppo di maggioranza, mercoledì. Perché è vero, “avevo detto che avremmo aspettato gli Stati generali del M5S, ma a questo punto…”. Tanto ha potuto la richiesta di Alessandro Di Battista di due giorni fa di fermare tutto causa Covid, peraltro subito respinta dal capo politico reggente Vito Crimi: “Gli Stati generali si faranno”. Anche perché al Movimento serve rapidamente una nuova guida politica. Però a seminare ostacoli c’è sempre Davide Casaleggio, il patron dell’associazione Rousseau, che vorrebbe Di Battista capo politico. Ieri ha occupato il blog delle Stelle con un pdf dal titolo “M5S, verità e false credenze”. Un libretto per attivisti ed eletti, come lo definisce l’associazione, che riepiloga le norme ma di fatto rispiega come la pensano Casaleggio e i suoi sul Movimento. Soprattutto, il manager piazza un avviso ai naviganti sull’elenco degli iscritti, la dote più importante che ha in pancia Rousseau: “Gli elenchi non possono essere dati a eletti e attivisti perché la comunicazione a terzi dei dati personali e sensibili degli iscritti senza il loro consenso costituirebbe una violazione della privacy”. Tradotto, Casaleggio vuole tenersi i dati. Ad oggi sconosciuti non solo ai facilitatori regionali, che li reclamano da tempo, ma anche a Crimi. Dal M5S ostentano tranquillità: “Il percorso congressuale va avanti”. Però, giurano fonti qualificate, “Casaleggio mente nel riferimento a terzi. I facilitatori non possono essere considerati tali: basta far firmare loro una dichiarazione sul trattamento dei dati”. Ergo, il tema degli elenchi sarà centrale alle prossime assemblee. E potrebbe provocare uno sconto durissimo con Rousseau. Mentre rimane il sospetto che Casaleggio possa chiedere di invalidare tutto.

 

“Cerchio magico di toghe e pubblici ufficiali”. L’ex giudice Saguto condannata a otto anni

Otto anni e sei mesi per Silvana Saguto, ex presidente della Sezione misure di prevenzione a Palermo, ritenuta “la figura centrale di un vincolo associativo stabile”, sei anni e due mesi per il marito Lorenzo Caramma, sei mesi per il figlio Emanuele, assolto il padre, Vittorio Saguto. Si è chiuso con pesanti condanne il processo di Caltanissetta al “cerchio magico” composto da “pubblici ufficiali e magistrati che hanno tradito la loro funzione per interessi privati”, come ha detto il pm Bonaccorso, accusati di avere gestito sequestri e confische di beni tolti alle cosche favorendo parenti, amici e conoscenti. Tra i condannati anche il docente universitario Carmelo Provenzano (sei anni e 10 mesi), la moglie Maria Ingarao (4 anni e due mesi), la cognata Calogera Manta (4 anni e due mesi), e il preside della facoltà di Giurisprudenza di Enna, Roberto Di Maria (2 anni e 8 mesi). Condanne anche per l’ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo (3 anni) e per il colonnello della Dia, Rosolino Nasca (4 anni).

Chi prenderà cosa e quando. Guida ragionata ai nuovi ristori

 

Tassisti arrivano 1.000 ma non bastano

Il signor Carlo, tassista romano, così come il suo acerrimo nemico, il noleggiatore con conducente (Ncc) Augusto di Milano, potranno usufruire di un indennizzo pari al 100% di quanto hanno ottenuto con il dl Rilancio. Le due categorie sono rientrate in extremis tra i beneficiari dei contributi a fondo perduto previsti dal dl Ristori perché gli ultimi provvedimenti nazionali e regionali per contenere il Covid-19 penalizzano pesantemente anche le loro attività, diminuendo drasticamente i clienti. Quanto prenderanno? Esattamente lo stesso importo percepito in estate grazie al dl Rilancio. Ad esempio, se il tassista Carlo ha ottenuto mille euro di contributo a fondo perduto su 5 mila euro di perdita di fatturato denunciata (il contributo è stato pari al 20% della differenza del fatturato e corrispettivi di aprile 2019 rispetto al fatturato e corrispettivi di aprile 2020 con un volume di affari inferiore a 400mila euro e l’importo del contributo per le persone fisiche non poteva comunque essere inferiore a 1.000 euro), ora – secondo quanto annunciato dal premier Giuseppe Conte e dal ministero dell’Economia Roberto Gualtieri – entro metà novembre riceverà esattamente lo stesso importo direttamente sul proprio conto corrente. Il 100% di quanto già riconosciuto non è stato una percentuale ritenuta adeguata dai tassisti che anche ieri hanno protestato in diverse città italiane. Lunghi cortei di taxi si sono registrati a Napoli, Firenze e Palermo. È stato indetto uno sciopero nazionale il prossimo 6 novembre.

 

Baristi, albergatori, gelatai Assegni tra 5 e 25 mila euro troppe disparità di orari

I proprietari di bar, gelaterie e pasticcerie avranno il 150% di quanto già ricevuto con il contributo a fondo perduto arrivato in estate. Sono le attività che devono abbassare le serrande alle ore 18. Secondo i calcoli del ministero dell’Economia, per queste categorie il ristoro medio andrà tra i 5.173 euro e 25mila euro. “La cifra effettiva dipende dal calo di fatturato registrato in aprile rispetto allo stesso mese dell’anno prima”, spiega il commercialista Gianluca Timpone che ha elaborato i dati dei vari casi riporta in pagina. Dunque, il barista Giancarlo che ha un locale di famiglia a Torino con una perdita di fatturato di 60mila euro, se in estate ha preso 12 mila euro grazie alla prima tranche di contributi a fondo perduti previsti dal Dl Rilancio, ora potrà ottenere 18mila euro (il 150% del 20% di perdita di fatturato registrata). I nuovi aiuti vengono stanziati rispetto all’aiuto previsto dal decreto Rilancio, che a sua volta era pari al 20%, 15% o 10% della perdita subita, rispettivamente per chi aveva ricavi fino a 400 mila euro, tra 400mila euro e un milione di euro, e tra un milione e 5 milioni di euro. La base di calcolo è sempre quella che va da aprile 2019 ad aprile 2020, includendo quindi un mese in cui c’era il lockdown nazionale e le attività erano tutte chiuse con ricavi pari a zero. Non è più previsto un tetto massimo di 5 milioni di euro di volume di affari. Per le aziende con fatturato superiore a 5 milioni di euro il ristoro è stato invece previsto un ristoro pari al 10% del calo del fatturato con un tetto massimo di indennizzo pari a 150mila euro”. La somma degli assegni erogati in estate e quelli che arriveranno a metà novembre oscilla fra il 5 e il 7% del volume d’affari annuale. A lamentarsi sono soprattutto gli albergatori che si aspettavano ristori maggiori, ma gli è stato concesso di continuare l’attività ristorativa per i clienti che soggiornano negli hotel.

 

Gestori teatri, piscine, catering la ristoratrice prenderà il doppio di giugno come chi si occupa di fiere

Si è allargata fino a 460mila imprese la platea dei beneficiari degli aiuti a fondo perduto stanziati dal dl Ristori, incluse quelle con un fatturato annuo superiore ai 5 milioni di euro che quest’estate erano rimaste escluse. Ed è proprio negli indennizzi del 200% che si trova il maggior numero di queste attività che vanno dalla ristorazione alle organizzazioni di convegni, dal gestione di teatri alle sale bingo, dalle piscine alle palestre passando per sale giochi, stabilimenti termali e servizi di biglietteria per venti teatrali, sportivi o d’intrattenimento. Facciamo anche qui un po’ di conti e prendiamo il caso della signora Maria, che gestisce una trattoria storica a Palermo: nel 2019 ha incassato meno di 300 mila euro, ad aprile 2020 è rimasta chiusa per il lockdown mentre 12 mesi prima aveva incassato 20mila euro. In questo caso si applica il 20% all’intero fatturato di aprile 2019 che ammonta a 4mila euro, cioè la somma che ha percepito a giugno in base al decreto Rilancio. Ora per calcolare il nuovo indennizzo basta moltiplicare per due il primo ristoro ottenuto (il 200% di 4mila euro): la signora Maria prenderà 8 mila euro. Lo stesso calcola va fatto anche per Ugo, il gestore di un teatro che, a differenza della ristoratrice, si è visto chiudere completamente l’attività. Ugo ora potrà emettere dei voucher per tutti gli spettatori che già avevano acquistato il biglietto. Più complicata resta la situazione per i gestori di palestre e piscine, costrette a chiudere, dopo aver avviato dispendiose procedure di sanificazione. Per il ristoro ci sarà un doppio binario: per chi lo ha già ottenuto, l’indennizzo sarà automatico e arriverà con bonifico sul conto corrente da parte dell’Agenzia delle entrate entro il 15 novembre. Per gli altri, l’Agenzia riaprirà il canale per le istanze e il ristoro arriverà, nelle intenzioni, entro la metà di dicembre. Gli aiuti basteranno?

 

Discoteche 150mila euro ma fermi da 7 mesi

Tra le categorie che riceveranno maggiori contributi ci sono le discoteche, le sale da ballo e i night club, che dopo una stagione estiva durata per i più fortunati meno di due mesi, sono state chiuse già prima dell’ultimo Dpcm in seguito all’aumento dei contagi. Ai proprietari di queste strutture andrà il 400% di quanto riconosciuto in estate. Facciamo il solito esempio. Se il signor Flavio, proprietario di una discoteca in Sardegna e un fatturato in perdita di 500 mila euro con il precedente ristoro ha preso 50mila euro, ora ne prenderà 150mila. Un importo che non è il 400%, visto che il dl Ristori ha fissato un limite massimo di indennizzo proprio a 150mila euro. Si arriva a questa cifra perché con il dl Rilancio era previsto un ristoro massimo del 10% per tutte le attività che avevano una soglia di fatturato tra 1 e 5 milioni di euro. Se, invece, Mario, il proprietario di una sala da ballo, in estate avesse già ottenuto 35mila euro (con ricavi in perdita di 233 mila circa), il suo nuovo indennizzo sarebbe di 140.000 mila visto che nel precedente dl Rilancio la percentuale di ristoro per le attività che avevano ricavi tra 400mila euro e 1 milione di euro saliva al 15%. I gestori delle discoteche piangono miseria. Già negli scorsi mesi hanno chiesto 120mila euro a fondo perduto. Ma a ballare sono solo le cifre reali sul settore, specie quando si tratta di pagare le tasse: tre discoteche su quattro hanno un indicatore di affidabilità fiscale scarso o pessimo.

Milano, manca il personale Fiera svuota anche le Rsa

Doveva essere il jolly nel momento della crisi, invece l’Ospedale alla Fiera di Milano si sta rivelando un enorme problema per la sanità lombarda. Il motivo? La mancanza di personale. Mentre gli ospedali milanesi collassano sotto il peso dei ricoveri – “non c’è più posto per i pazienti. Avanti così, si rischia di morire in ambulanza o in casa, come accadeva in primavera”, avvertiva ieri Maurizio Viecca, primario di Cardiologia all’ Ospedale Sacco – l’Astronave di Guido Bertolaso si prendeva cura di soli 12 pazienti, affidati ai medici del Policlinico.

Ma per rendere operativi tutti i 102 posti annunciati servirebbero 102 rianimatori e 306 infermieri. Forze che gli uffici dell’assessore Giulio Galera non trovano. A testimoniare l’affanno di questi giorni, le due delibere della Direzione Welfare emanate nell’arco di sei giorni. Con la prima, la determina del 21 ottobre – come anticipato dal Fatto – si stabiliva che 7 ospedali lombardi (Policlinico, Niguarda, San Gerardo, San Matteo, Varese, Legnano/Busto, Humanitas) dovessero fornire altrettante équipe sanitarie. Ognuna, composta da 16 medici e 48 infermieri che avrebbe dovuto occuparsi di un modulo da 16 posti letto di Ti, la “struttura a stecca”.

Un ordine di scuderia suonato a vuoto, perché, come racconta un medico al Fatto, “con il casino che c’è, è finita l’epoca nella quale Trivelli (Marco, dg della sanità, ndr) scrive e le direzioni sanitarie si mettono sull’attenti!”. E, infatti, le équipe non sono arrivate. Perché, come dice il consigliere regionale di +Europa, Michele Usuelli, “in guerra, gli eserciti si tengono stretti i loro soldati migliori”, nel caso specifico, gli anestesisti-rianimatori. Tanto che Trivelli è costretto a diramare un’altra delibera il 26 ottobre, con la quale rivolge al personale di “tutte le strutture accreditate regionali” una chiamata “a collaborare per consentire l’attivazione delle Strutture sanitarie temporanee” di Milano e Bergamo.

E così pur di occupare l’Astronave in Fiera, si svuotano gli ospedali e le Rsa. La nuova delibera prevede infatti sì di mantenere la struttura a stecca, ma le équipe saranno composte da sanitari (liberi professionisti, partite iva, precari) di strutture diverse, che non hanno mai lavorato insieme. E, per invogliare a rispondere alla call – “preferibilmente su base volontaria” – sono stati previsti premi e incentivi. “A tale personale verrà riconosciuta l’indennità di missione, la possibilità di alloggiare, senza alcun onere, in strutture ricettive nei pressi della temporanea sede lavorativa (…), nonché l’accesso a sistemi di premialità concordati con le Ooss di categoria”. Un sistema premiale che sta creando un effetto perverso: siccome di infermieri sul mercato ce ne sono pochi, molti di quelli che stanno rispondendo provengono dalle Rsa. Così sono sempre di più le residenze che si stanno ritrovando senza personale. Alla Fondazione Carisma di Bergamo, secondo la Fp-Cgil, “su 100 infermieri, hanno fatto richiesta di trasferimento in 50”.

 

Dal deejay ai neoborbonici. Così la rivolta corre in chat

Venerdì pomeriggio. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca si presenta con la lastra di un polmone malato a favore di telecamera e affonda: “Bisogna chiudere tutto, la Campania lo farà a brevissimo”. Passano pochi minuti e su Facebook spunta un evento pubblico. La locandina è emblematica: il faccione del governatore è circondato dalle fiamme e da una scritta a caratteri cubitali “Insorgiamo”. È il segnale. L’evento è organizzato da “Gli Insorgenti” un gruppo organizzato su Facebook nato il 17 ottobre dall’idea di Gigi Lista e Ylenia Petrillo. Ai campani questi due nomi dicono molto: sono i gestori di un sito molto seguito (Ischia Press)­ che vuole fare “pressione al pensiero unico e contro il monopolio dell’informazione di massa” e che grazie a contenuti negazionisti (“A Pescara c’è stato un morto annegato in mare, dichiarato poi morto di Covid”), neo-borbonici e da ultras del San Paolo è riuscita a raggiungere ben 73mila follower.

Sicché in pochi minuti parte la chiamata “alla rivoluzione” alle 22.30 dalla piazzetta Orientale in centro storico a Napoli contro le misure “dispotiche” di De Luca: la voce del flash mob si sparge in tutti i quartieri, dal Pallonetto alla Pignasecca, terra dove il confine tra tifoseria ultras e affiliazione camorristica è labile. E quindi in piazza ci vanno pochi ristoratori e la protesta diventa guerrilla urbana. A mezzanotte e 58, Lista – organizzatore della prima protesta – fa una diretta per condannare la violenza ma per dire che “la colpa di quello che accade è di Vincenzo De Luca”. Venti minuti dopo sul gruppo “Gli Insorgenti” viene pubblicata una foto della abitazione di De Luca a Salerno con due pattuglie della polizia a presidiare la zona. I commenti sotto sono tutti dello stesso tenore: “Se scende in strada si becca il linciaggio” scrive Javier. “Bisogna abbattere il criminale” risponde Andrea oppure c’è chi invoca la protesta in tutta Italia così “andiamo a prendere nelle piazze tutti i traditori dello Stato”.

Spulciando tra i commenti, in molti chiedono di spostarsi su altri canali non intercettabili, come Telegram, app di messaggistica istantanea dove tutto scompare dopo 24 ore. Come a Firenze dove la manifestazione prevista per venerdì in Piazza della Repubblica è stata organizzata su whatsapp senza autorizzazione: sul canale di messaggistica gira un volantino (“Fate girare Firenze”) in cui si specifica che “il tempo delle richieste è finito”.

Tra whatsapp e telegram, ci si organizza per gli striscioni mischiati a intemerate complottiste. E così la Digos sta individuare gli organizzatori: il timore è quello di infiltrazioni ultras e del gruppo sovranista “Movimento Popolare di Liberazione”. Frange di neofascismo via social ci sono anche a Torino e Trieste: sotto la mole i due ispiratori sono stati il dj Hermes Gori, condannato nel 2018 a tre anni e dieci mesi per traffico di droga, che ha postato su Facebook l’invito a manifestare in piazza Castello “contro la dittatura” e il militante di FdI di Settimo Torinese Marco Liccione. A Trieste 150 manifestanti hanno assaltato la prefettura dove poco prima stava manifestando il gruppo di estrema destra “Son Giusto” contro “i porti aperti e i bar chiusi”. Ieri è arrivata la conferma anche dal Comitato per l’Ordine e la Sicurezza del Viminale: dietro le proteste non c’è stata una regìa unica, ma gli scontri sono riconducibili ad antagonisti di destra e sinistra, ultras e criminalità.

“Vattene, buffone!” I ristoratori cacciano Salvini dalla piazza

L’occasione per soffiare sul fuoco è ghiotta: 150 ristoratori, pasticcieri e lavoratori dello spettacolo furibondi contro il governo per le nuove restrizioni. Un piatto su cui buttarsi a capofitto. E così è: alle 11.45 di una mattinata soleggiata, Matteo Salvini si presenta in piazza del Pantheon e inizia a girovagare tra le tovaglie bianche e le stoviglie di argento piazzate per terra dagli esercenti per protesta. Molti lo ignorano, qualcuno lo riconosce, anche solo per il codazzo di telecamere alle spalle: “Ma perché è venuto Salvini? Cosa c’entra, noi in piazza non lo vogliamo”.

Lui stringe qualche mano, scatta qualche selfie, ma nessun organizzatore gli si avvicina. Ma è già tutto preparato: in fondo alla piazza fa un collegamento con le tv e poi, sempre a favore di telecamere, si ferma a parlare con un ristoratore che gli chiede se arriveranno i soldi promessi. Il leader della Lega poi accenna il solito comizio – “I 5 miliardi previsti sono una mancia, noi romperemo per vigilare che arrivino” – ma a quel punto però accade quello che Salvini non aveva previsto: prima qualche fischio, poi dalla folla dei ristoratori parte il coro “Buffone, buffone, vattene”.

E lui, dopo solo un quarto d’ora, non può che lasciare la piazza per evitare la contestazione. “Noi non avevamo invitato Salvini – spiega il presidente di Fipe Roma, Sergio Paolantoni – siamo apolitici, nessuno ci doveva mettere il cappello”. Al termine della manifestazione l’irritazione è evidente: “Non era una manifestazione dell’opposizione – spiegano gli organizzatori – ma non possiamo nemmeno impedire a un parlamentare di venire”. Insomma, Salvini si è imbucato senza che nessuno lo sapesse. Oggi a soffiare sul fuoco ci proverà Giorgia Meloni che alle 11.30 sarà davanti al Mibact per un flash mob con i lavoratori del turismo ma l’esito non potrà essere lo stesso di Salvini visto che il sit-in è organizzato da FdI. Ma la strategia di cavalcare la paura e lo scontento – anche grazie alle reti Mediaset dove il leader del Carroccio va quasi ogni sera per raccogliere la disperazione di tassisti e ristoratori, come martedì su Rete 4 da Mario Giordano – sta fallendo su tutta la linea.

Dopo la cacciata dalla piazza, ieri è scoppiato il caso dei giovani leghisti che martedì sera si sono uniti al sit-in non autorizzato di Forza Nuova in piazza del Popolo dal quale sono nati gli scontri e i danneggiamenti nel quartiere Prati. La “prova” dell’adesione è uno striscione tricolore – “L’Italia riparte dai giovani”– messo in bella vista all’appuntamento leghista in supporto degli esercenti in piazza Cavour, portato in corteo fino a piazza del Popolo al grido di “Conte Conte vaff…” e “c’avete rotto er c…” e poi esposto fra fumogeni e petardi quando a prendere il comando è stato il vicesegretario nazionale di FN, Giuliano Castellino, che ai giornalisti urlava: “Dovete andare via! È la piazza nostra! Piazza unica!”.

Quelli che in Questura definiscono “militanti trasversali” sono invece rimasti a fianco del gruppone riunitosi attorno a Castellino e al leader nazionale Roberto Fiore, con il loro striscione in bella vista, fino al primo giro di sirene e alla carica del camion idrante della Polizia sbucato da via del Corso appena sono esplose le prime bombe carta. “Non c’è stata alcuna adesione a quella manifestazione – dice Claudio Durigon, coordinatore romano della Lega, contattato dal Fatto – i ragazzi sono subito andati via appena hanno visto che la situazione stava degenerando. Non c’è stato alcun coinvolgimento. La nostra manifestazione era quella di piazza Cavour, che è stata pacifica e rispettosa”.

Torna il tormentone dell’unità nazionale: ma vogliono solo la testa del premier

Il nocchiere che rivede la bufera insiste. Nel giorno delle voci incontrollate su un lockdown nazionale, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per ora smentisce, con foga: “Dobbiamo dare il tempo alle misure restrittive appena approvate di dispiegare appieno i loro effetti”. Ma dalla maggioranza sbuffano e gli chiedono di cambiare: di essere meno accentratore, innanzitutto, e di aprirsi, di provare a parlare anche con le opposizioni. “Non possiamo andare avanti così, senza sapere quali saranno i prossimi provvedimenti”. È stato il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio, a sbottare nell’incontro tra Conte e i capigruppo di maggioranza, che martedì sera è andato avanti per circa tre ore. Gli ha fatto eco Maria Elena Boschi (Iv): “Serve immediatamente un punto politico”. Parole e toni che sono il segno di un clima: da parte della maggioranza è partito il processo a Conte. Con il Pd che ha una lista di lamentele ogni giorno più lunga. Il premier, sostengono, non cura il Parlamento e gli eletti. Non coinvolge davvero l’opposizione. Non governa la situazione. “Galleggia e basta”.

Non a caso il segretario Nicola Zingaretti ieri ha scritto una lettera a Repubblica, in cui chiede che il governo “si concentri” soprattutto “sull’efficienza e la serietà, sul dialogo e l’apertura con il Paese, le persone, le forze produttive e sociali, il tessuto associativo e sul coinvolgimento e confronto con le forze di opposizione”. Parole che ricordano quelle dell’intervista di pochi giorni fa di Silvio Berlusconi al Giornale: “Su questo argomento non ci possono essere equivoci: nessun voto per salvare il governo, tutti i voti necessari per fare le cose utili al Paese”. Plaude Andrea Marcucci, capogruppo dem in Senato, ponte di collegamento con i renziani, evocando pure l’unità nazionale: “Spero che Salvini e Meloni leggano con attenzione la saggia intervista di Berlusconi. Serve coesione per salvare l’Italia, non il governo”. Che ci sia un piano concordato tra Nazareno e Forza Italia viene smentito da entrambe le parti. L’obiettivo del segretario del Pd è da una parte cercare di spaccare l’opposizione, dall’altra spingere il premier a coinvolgerla. Si tratta anche in parte del gioco del cerino: se Conte dimostrerà di non riuscirci, sarà più facile trarre le conseguenze. Dall’altra parte, dentro FI, non si fidano affatto delle chiamate di Zingaretti. Per dirla con Annamaria Bernini, capogruppo degli azzurri in Senato: “Non ci viene consentito neppure di votare sulle comunicazioni del premier, derubricate sempre più spesso a semplici informative. Il sospetto che sia in atto un gioco delle parti tra Conte e Zingaretti è più che legittimo”.

Le carte restano coperte, le tracce si confondono. Ma unendo puntini e dissensi, la voglia di far fuori il premier sembra salire sempre di più anche dentro i giallorosa. Lo ammettono anche i 5Stelle, dove non hanno gradito la virulenza di Boschi nella riunione di mercoledì. Il M5S rimane dalla parte di Conte, lo giurano più o meno tutti. Ma anche dai 5Stelle chiedono che il premier sia meno solo. Per esempio, ha suscitato malumori la scelta di ieri del premier di prendere in mano la trattativa sull’azienda Whirlpool. “Così di fatto ha commissariato i ministri” sussurrano fonti di governo. Conte sa, percepisce certi mal di pancia e certi sguardi. Ma è convinto di dover procedere così, mettendoci la faccia. Mercoledì sera ha promesso una verifica di governo, innanzitutto per calmare i renziani e parte del Pd. Si farà prima delle conclusione degli Stati generali del M5S, fissata per metà novembre. E il Movimento in serata fa sapere che “far partire un tavolo politico non è un problema”. Sperando che il lockdown nazionale di cui tutti parlano non arrivi prima.

“Charlie” mette in mutande Erdogan, lui sporge querela

Quando si è scoperto in mutande sulla copertina di Charlie Hebdo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non ci ha visto più: “La mia ira non è dovuta all’attacco ignobile contro la mia persona, ma agli insulti contro il profeta Maometto”. La caricatura, pubblicata ieri, lo mostra sbracato su una poltrona, pancia all’aria, con una lattina in una mano, mentre con l’altra solleva la gonna di una donna velata scoprendole il fondoschiena: “Oooooh, il profeta!”, esclama. “In privato Erdogan è molto divertente”, è il titolo della vignetta. La redazione di Charlie, vittima di un attacco jihadista nel 2015, che ha già ripubblicato le vignette di Maometto condannate da Erdogan, non si arrende mai, come dice sempre. Il presidente turco li ha definiti “farabutti”. In un comunicato, Ankara ha poi annunciato “azioni giudiziarie e diplomatiche”, tanto che ieri sera il ministero degli Esteri ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata francese per protestare. Altra denuncia, contro Geert Wilders, leader dell’estrema destra olandese, che ha condiviso sui social una caricatura di Erdogan con una bomba sulla testa. La Procura turca ha aperto un’inchiesta. La nuova vignetta di Charlie Hebdo è l’ultimo episodio di un braccio di ferro che oppone Parigi e Ankara da diversi giorni. La scorsa settimana, in un omaggio a Samuel Paty, l’insegnante decapitato da un islamista ceceno, Macron ha ribadito la sua difesa della libertà di espressione, che include anche le caricature. Erdogan, dopo aver consigliato a Macron di farsi curare la salute mentale e di averlo accusato di fomentare l’islamofobia in Europa, ha lanciato un appello a boicottare il made in France e diversi Paesi arabi, dal Pakistan al Kuwait al Qatar, hanno seguito l’esempio. Migliaia di persone hanno manifestato in Bangladesh, Tunisi ha condannato “l’offensiva anti-musulmana” della Francia; il leader religioso iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ha attaccato il presidente Macron definendo “stupida” la difesa della pubblicazione delle vignette su Maometto. “Malgrado le intimidazioni, la Francia non rinuncerà ai suoi valori”, ha ribadito ieri Gabriel Attal, portavoce del governo francese. Parigi, che ha il sostegno dell’Ue, chiederà delle sanzioni “a livello europeo” contro la Turchia “che moltiplica le provocazioni”. Ma intanto, con le tensioni che crescono di giorno in giorno, il ministero degli Esteri ha invitato i francesi che vivono in Turchia e negli altri Paesi musulmani “a essere prudenti”.

Campagna da 10 miliardi. Elezioni Usa, gli uomini d’oro

Una campagna da 10 miliardi di dollari, forse 11: la campagna 2020 è la più costosa di sempre, nonostante si faccia in uno degli anni più disgraziati per l’economia statunitense, pandemia e tracollo della ricchezza e del lavoro. Dieci miliardi è la spesa complessiva in vista dell’Election Day sostenuta non solo da Donald Trump e Joe Biden, i candidati alla Casa Bianca dei due maggiori partiti, ma da tutti gli aspiranti alla nomination – i Democratici erano una trentina – e dai candidati alla Camera (435 seggi) e al Senato (34 seggi in palio). Complessivamente, il 50% in più di quanto si spese nel 2016.

E dire che l’inflazione in questi anni è stata rasoterra. Cifre molto approssimative e da prendere con beneficio d’inventario, un po’ perché le somme – si sa – si tirano solo alla fine e un po’ perché sarà sempre difficile collocare certe poste. Ad esempio, i soldi investiti in se stessi da magnati in cerca di politica: Donald Trump da una parte, una pletora dell’altra, tra cui Michael Bloomberg, che avrebbe speso almeno cento milioni di dollari per ballare – e maluccio – un solo giorno, il Super-Martedì delle primarie democratiche il 3 marzo, e i miliardari filantropi Tom Steyer e Andrew Yang. Chi ha raccolto di più e ha speso di più sono Trump e Biden. Ma si sa che arrivare alla Casa Bianca – o anche solo provarci – costa un sacco di soldi: la campagna elettorale perdente più onerosa nella storia Usa è finora stata quella di Hillary Clinton nel 2016, 621 milioni di dollari, davanti a quella di Mitt Romney nel 2012, 536 milioni di dollari. Trump e Biden hanno speso in modo equivalente, ma il magnate, che vanta un patrimonio personale forse superiore alla realtà – ma lui tende a ingigantire tutto – ha incassato molto meno. La raccolta di Biden superava i 784 milioni di dollari, stando agli ultimi dati disponibili: 531 milioni ricevuti tramite il comitato elettorale e 253 milioni di dollari per altre vie; quella di Trump non andava oltre i 685 milioni di dollari, un centinaio in meno. 476 tramite il comitato e 208 per altre vie. A inizio ottobre, Trump risultava avere già speso 538,5 milioni e Biden circa 549: il democratico ha dunque affrontato il rush finale con un gruzzolo di oltre 235 milioni, ben superiore a quello di Trump, poco meno di 164 milioni. Fra le curiosità d’un percorso non sempre oculato, i 10 milioni circa spesi da Trump e Bloomberg per uno spot durante il Super Bowl, la finale del campionato di football Usa disputata a febbraio. E il fatto che Kamala Harris dovette abbandonare le primarie per mancanza di fondi, rifacendosi, però, poi, con la candidatura a vice-presidente.

Biden ha speso più di Trump in spot televisivi. Trump ha invece investito più di Biden sui social: quasi 240 milioni contro poco più di 180, un quarto in meno. Ma ciò non ha evitato al presidente litigi quasi quotidiani con Facebook e Twitter, che spesso consigliano agli utenti di usare cautela con i suoi post e tweet più spericolati. Sia a Biden che a Trump, i mega-doni sono giunti aggirando la legge che prevede un tetto massimo di 250 mila dollari a donatore. Ed entrambi hanno beneficiato della prassi delle grandi aziende dell’industria manifatturiera ed energetica e delle tele-comunicazioni di foraggiare sia Repubblicani che Democratici, per evitare di finire in castigo per un quadriennio. Biden è il beniamino delle aziende che controllano i social network e in genere dei protagonisti della Silicon Valley: investono su di lui Alphabet, che controlla Google (3,7 milioni), Microsoft (2,6 milioni) e molte altre imprese high-tech. Il suo maggior benefattore è però un gruppo fondato da un ex dell’Amministrazione Clinton, Eric Kessler: l’Arabella Advisors, 18,9 milioni di dollari.

Trump ha dalla sua Sheldon Adelson, il re dei casinò, uno degli uomini più ricchi del mondo, che, di riffa o di raffa, gli ha fatto arrivare 75 milioni. Fra i top contributors del magnate candidato c’è pure il Blackstone Group, tre milioni. Ieri, è stato il giorno del voto per Biden, in Delaware, di persona, mentre i Democratici avvertivano: stop al voto per posta, c’è il rischio che le schede non siano più recapitate in tempo utile. Trump, per la prima volta nella media dei sondaggi di RealClearPolitics, supera Joe Biden in Florida, uno degli Stati in bilico, anche se con un esiguo +0,4%: 48,2% a 47,8%.

Germania Negozi, scuole e asili aperti: ristoranti chiusi

Con il nuovo record di quasi 15.000 nuove infezioni in 24 ore il Paese che più di tutti in Europa aveva retto all’urto del Covid sta dando segni di cedimento e tenta l’ultima o forse la penultima carta: il lockdown-light a partire da lunedì prossimo per un mese. “Stiamo vivendo una crescita esponenziale dei contagi” ammette Merkel dopo il vertice con i governatori dei Land. Il virus corre “e i contagi sono duplicati rispetto a una settimana fa” prosegue. Se si va avanti così “il sistema sanitario in poche settimane raggiunge il suo limite” e ci si ritroverebbe “in una situazione di emergenza sanitaria nazionale” a cui seguirebbe anche un collasso delle infrastrutture, dice Merkel senza indorare la pillola. Si è poi perso il vantaggio che aveva salvato la Germania nella prima fase della pandemia: il tracciamento. “Non possiamo più dire nel 75% dei casi da dove ha origine l’infezione” e l’unica cosa che resta è abbassare la curva dei contagi. Per farlo sono necessarie misure “dure” e “gravose”. “Abbiamo pensato alle priorità politiche”, mette in chiaro subito la cancelliera, anticipando le critiche e le proteste che da giorni montano sui giornali e nelle piazze. Fondamentale è mantenere in vita l’economia nel suo complesso e lasciare in funzione scuole e asili. Per questa ragione le misure colpiscono il tempo libero, l’unica cosa a cui è possibile rinunciare. Ristoranti e locali verrano chiusi (mantenendo l’opzione del cibo da asporto), così come teatri, cinema, sale da concerto, palestre, piscine. Sarà vietato pernottare in albergo se non per stringenti motivi di lavoro. Rimarranno invece aperte le strutture del commercio all’ingrosso e al dettaglio, introducendo la regola dei 10 mq2 a cliente. Anche i contatti pubblici saranno ridotti: resterà possibile l’incontro di 2 nuclei familiari per volta (massimo 10 persone) e i controlli nelle abitazioni private sarà potenziato. La durezza delle misure tuttavia non sorprende nessuno. Ieri a Berlino sono scesi in piazza i lavoratori del settore degli eventi (che fattura 130 miliardi all’anno), insieme a ristoratori e albergatori. Il rischio di non sopravvivere alla seconda ondata di crisi per il comparto è molto serio. Ed è per questo che prima ancora che circolassero le indiscrezioni sulle decisioni del vertice, è uscita la notizia che il governo stanzia nuovi aiuti alle imprese colpite dal nuovo mini lockdown per circa 10 miliardi.