Da domani, e almeno fino al primo dicembre, la Francia è di nuovo in lockdown. Di fronte a un’epidemia di Covid galoppante, Emmanuel Macron ha dovuto ammettere che la strategia portata avanti dal suo governo finora “non è stato sufficiente”: “Abbiamo fatto tutto bene? No, ma abbiamo fatto il possibile. Dobbiamo riconoscere che siamo sommersi dall’epidemia. La violenza di questa seconda ondata ha sorpreso tutti i Paesi d’Europa. E sarà più assassina della prima”, ha detto ieri sera il presidente, in un intervento tv molto atteso. Da domani dunque chiudono bar, ristoranti e negozi non essenziali. Lo smart working sarà il più possibile privilegiato. Ma a differenza di marzo, fabbriche e servizi pubblici resteranno aperti, così come le scuole, dagli asili ai licei. Le riunioni negli spazi pubblici saranno vietate e si tornerà a uscire con l’autocertificazione all’interno della propria regione. Le frontiere resteranno aperte, ma per entrare in Francia bisognerà sottoporsi al tampone. Un primo bilancio sarà stilato tra 15 giorni per valutare la riapertura di certi negozi. Parigi ha martellato per mesi che il lockdown totale sarebbe stato evitato, che bisognava imparare a “convivere con il virus”. L’8 ottobre il ministro della Salute Véran diceva che chiudere tutto “non era necessario”. Il 14 Macron confermava che la situazione era “sotto controllo”. E invece da giorni l’epidemia è fuori controllo. Si registrano tra 40 mila e 50 mila nuovi contagi ogni giorno, ma potrebbero essere 100 mila. Il tasso di positività è al 19%. Il 58% dei letti in ospedale è occupato da malati Covid, il 67% a Parigi. I ricoverati in terapia intensiva sono più di 3.000, ma si stima che a metà novembre saranno 9.000. “Se non diamo una frenata brutale ora, i medici saranno costretti a scegliere chi curare”, e si rischiano “400 mila morti” ha detto Macron. Si poteva evitare? Già a fine luglio il presidente del consiglio scientifico, Jean-François Delfraissy, aveva allertato sulla “seconda ondata” che avrebbe colpito il Paese “tra ottobre e dicembre”. E i primi di settembre lo stesso Delfraissy parlava di “decisioni difficili” da prendere, ma subito. Invece il coprifuoco a Parigi e nei 54 dipartimenti è scattato solo il 22 ottobre, senza risultati. Per i medici, che lo chiedono da giorni, chiudere tutto era urgente per alleggerire gli ospedali al collasso. Più di 35.700 persone sono morte di Covid-19.
Covid-19: dove e come funziona il lockdown
Con l’arrivo della seconda ondata di Coronavirus e diversi Paesi già costretti a lockdown parziali o totali, è utile rivolgere l’attenzione a quelli dove la risposta governativa ha funzionato.
Il potere centrale di Pechino
Originato a Wuhan, il virus si è propagato oltreconfine anche a causa della iniziale negligenza delle autorità locali. Malgrado questo, e sempre che si possa contare sulla trasparenza di Pechino, su una popolazione di oltre un miliardo e 439 milioni i positivi a oggi sono solo 91.222, i morti 4.739. Come è possibile? Gli esperti segnalano alcuni fattori decisivi. Ad esempio l’esistenza di un sistema centralizzato di risposta alle epidemia e la consapevolezza della popolazione, che ancora ricorda l’impatto della Sars. Solo il 3% della popolazione anziana vive in case di cura, che in altri paesi sono stati focolai di contagio. Ha poi contato molto la rapidità della reazione: i primi casi a Wuhan sono stati segnalati nel dicembre 2019; il 10 gennaio la Cina aveva rilasciato la sequenza genomica del virus e subito dopo la città è stata sottoposta a 76 giorni di lockdown stretto, presto esteso all’intera regione dell’Hubei. In tutta la Cina sono stati creati 14 mila centri di testing vicino alle stazioni del trasporto pubblico, mentre l’apertura delle scuola veniva ritardata e i movimenti della popolazione ridotti. A Wuhan sono state testate 9 milioni di persone in pochi giorni. La Cina è fra i massimi produttori mondiali di equipaggiamento protettivo, che non è quindi mai mancato. L’obbligo di indossare le mascherine è stato sempre osservato dalla popolazione, ed è stato messo in piedi un efficace sistema di controllo di eventuali trasgressori, compreso l’incoraggiamento ufficiale della delazione. In più sono stati realizzati rapidamente enormi ospedali da campo, e questo ha ridotto la necessità di isolamento e contagio domestico. Entro agosto Wuhan era libera dal Covid, mentre l’economia cinese ha segnato un +4.9% nel terzo trimestre del 2020.
Nuova Zelanda, il successo sotto analisi da Lancet
È il Paese più spesso citato per fare confronti con l’Europa. Ma ha una popolazione di poco più di 5 milioni di abitanti, con una densità relativamente bassa, di 19 persone per chilometro quadrato. La gestione dell’epidemia è stato un grande successo: a oggi risultano in totale solo 1.943 casi positivi, con 25 morti. Nell’ultima settimana, che sta vedendo una piccola recrudescenza, i positivi sono stati 31, ma non ci sono state vittime. La risposta neozelandese è già oggetto di studi prestigiosi. In un report pubblicato a metà ottobre, la rivista Lancet nota come la risposta immediata in Nuova Zelanda si sia basata sul piano nazionale di gestione di un pandemia influenzale, aggiornato al 2017 e basato su un strategia di mitigazione e contenimento del picco per attutire l’impatto sul sistema sanitario. Questo ha portato il governo di Jacinda Ardern a “chiudere le frontiere” e imporre fin dal 3 febbraio l’obbligo di quarantena ai viaggiatori in arrivo da aree ad alto rischio. Malgrado questo, il numero di casi positivi ha cominciato a crescere fin dai primi di marzo; il 23 marzo il governo ha annunciato un lockdown totale: il 25 il Parlamento ha votato a favore di una legislazione di emergenza che dava all’esecutivo pieni poteri e dal 26 sono state chiuse scuole, uffici e luoghi di socializzazione. Nel frattempo il Paese aumentava la capacità di test e tracciamento: una media di 10 mila tamponi al giorno. Il confinamento è rimasto in vigore fino al 13 maggio, e solo dall’8 giugno, quando il paese è stato dichiarato ufficialmente libero dal Covid dopo 24 giorni senza nuovi casi, le precauzioni sono scese a livello 1: è rimasto in vigore l’obbligo della quarantena per tutti gli arrivi dall’estero, a cui si è poi aggiunta l’imposizione di un test al terzo e 12° giorno. Di fatto l’impatto del Covid sulle attività economiche è stato limitato a circa due mesi.
Giappone, la riuscita con qualche perplessità
Quello giapponese è un caso che lascia gli esperti molto perplessi. Il Paese sembrava ad alto rischio a causa della vicinanza con la Cina, della densità abitativa e della anzianità della popolazione. Al contrario, su 126 milioni di abitanti ha registrato solo 98.146 positivi e 1.726 morti. Il governo centrale non ha imposto un lockdown generale – non aveva i poteri per farlo – ma ha raccomandato alla popolazione di prendere precauzione, evitando i luoghi pubblici. Questo approccio, unito all’abitudine di indossare mascherine, salutare con un inchino e alla tradizione di estrema pulizia ha avuto l’effetto di un lockdown di fatto, che ha evitato la crisi di salute pubblica, ma anche attutito quella economica.
Seul, tutti connessi fra carte di credito e cellulari
Separata dal Mar Giallo dalla Cina epicentro del virus, la Corea del Sud è stato uno dei Paesi più rapidi nell’imporre contromisure ufficiali. Risultato: solo 21.146 casi e 461 morti su oltre 51 milioni di abitanti. Un successo dovuto alla rapida implementazione di un sistema di tracciamento innovativo, che connette dati da carte di credito e smartphone per identificare contatti entro 4-12 ore da un test positivo. Il lockdown è durato sei settimane da metà marzo, con le restrizioni cautamente ridotte dalla seconda metà di maggio, quando è iniziato il ritorno a scuola e sono stati riaperti locali, musei e scuole. Ad agosto c’è stata una recrudescenza che è stata contenuta e nella ultime due settimane sono stati riaperti, pur con misure precauzionali, locali come karaoke e night-club. Sono riammessi gli eventi sportivi al 30% della capacità degli stadi.
Singapore: la gestione in mano alla task-force
Già il 22 gennaio, prima del caso zero, il governo ha formato una task-force interministeriale per gestire la pandemia. Le prime misure restrittive sono state annunciate il 3 aprile, mentre continuava una campagna di tracciamento, soprattutto nei dormitori dei quartieri poveri della città, dove la densità abitativa è di 8 mila persone al chilometro quadrato. Su una popolazione totale di 5.850.342, i casi positivi sono stati 57.987, con solo 28 morti. A giugno hanno riaperto scuole e attività commerciali. Ai primi di ottobre i contagi erano sotto controllo e il Paese si prepara alla Fase 3, la riapertura delle attività economiche, prevista per fine anno, da sostenere con attività di monitoraggio.
A proposito di vaccini, l’Europa ha battuto un colpo. Durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo piano di coordinamento Ue per il contrasto alla seconda ondata, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che “l’Ue potrà contare su milioni di dosi di vaccino al mese da aprile”.
Mezza Italia è già da “scenario 4”: cioè da zona rossa
Sono da poco passate le sette della sera quando Palazzo Chigi decide di mettere fine al tam tam che non si è fermato per tutto il giorno: “False le voci di un lockdown imminente, diamo il tempo alle misure restrittive appena approvate di fare effetto”. Tradotto significa che almeno per la prima settimana di novembre, Giuseppe Conte non ha intenzione di girare la chiave. Dopo non si sa. Perché è vero che al governo sono “pronti a tutto” e “scongiurano” ma non escludono la necessità di tornare alla serrata totale. Ma sono pure ben consapevoli che un terzo decreto in due settimane alimenterebbe ancora di più la sfiducia nel governo che già monta nel Paese. “La fase è critica, anche per il governo”, spiegano da ambienti Pd. Per questo “Conte deve avere la forza di tenere”, è il ragionamento che fanno i giallorosa: è l’unico modo che ha di verificare se le decisioni che ha preso riescono a piegare la curva dei contagi. Certo i numeri non fanno ben sperare e le decisioni delle cancellerie europee – ovvero la Francia che chiude tutto e la Germania che lascia aperte le scuole ma chiude più di noi – soffiano nella direzione avversa. E poi c’è quel riferimento, che Conte ha voluto esplicitare ieri durante il question time alla Camera: lo “scenario 3” di un documento dell’Istituto superiore di Sanità (“Prevenzione e risposta a Covid-19: evoluzione della strategia e pianificazione”) che circola dai primi del mese ed è pubblico dal 12 ottobre. Scenario 3 su appena 4, ha evitato di precisare il presidente del Consiglio.
Quel documento non ha certo valore normativo ma lo scenario 3 si verifica quando Rt, il tasso di riproduzione del virus che misura quante persone in media vengono contagiate da ciascun infetto, a livello regionale si colloca tra 1,25 e 1,5. Prevede tra l’altro la “chiusura dei locali notturni” (stabilita con l’ultimo Dpcm) ma anche chiusure di scuole e università (e infatti è stata introdotta la didattica a distanza al 75 per cento alle superiori e totale negli atenei), “limitazioni agli spostamenti” e altre “restrizioni su scala subprovinciale” nelle aree più colpite. La media di Rt in realtà è già 1,5 sui dati diffusi la scorsa settimana, ormai vecchi perché relativi ai primi 14 giorni di ottobre. E ci sono le altre condizioni previste dall’Iss: “Cluster non più distinti tra loro, nuovi casi non correlati a catene di trasmissione note, graduale aumento della pressione per i Dipartimenti di Prevenzione” delle Asl, che a dirla tutta sono già stati travolti tanto che il governo ha chiesto (tardivamente) alla Protezione civile un nuovo bando per assumere personale e ha fatto l’accordo con i medici di famiglia per affidare a loro parte dei tamponi che le Asl non riescono a fare. Dal 14 ottobre, dicono i dati giornalieri, Rt è aumentato ancora. Al ministero della Salute valutano che alcune Regioni siano già vicine o sopra il 2: Lombardia, Piemonte, Campania, Liguria ma anche Umbria e Val d’Aosta e l’elenco non è completo. Hanno già un piede nello scenario 4 dell’Iss, che scatta con Rt sopra 1,5 per tre settimane. Non prevede il lockdown nazionale, ma “possibilità di restrizioni regionali e/o provinciali” sì. L’altro dato che preoccupa è quello delle terapie intensive, dove i ricoverati ieri erano 1.536, raddoppiano in media in 10 giorni e quindi a breve supereranno la quota di 2.300, fissata come il limite oltre il quale salta l’attività ordinaria degli ospedali.
Su questa base si riproduce lo schema di gioco delle scorse settimane con il ministro della Salute Roberto Speranza e parte del Pd che preconizzano misure più drastiche. Perfino Matteo Renzi, per quanto “provocatoriamente”, dopo aver criticato il Dpcm ha detto “meglio il lockdown che le chiusure a metà”. Lo dicono diversi sondaggi che sono sui tavoli dei ministri e del presidente del Consiglio, non solo quello Swg pubblicato ieri dal Messaggero, secondo il quale il 28 per cento degli italiani giudica adeguate le misure in vigore, il 25 per cento le ritiene eccessive ma il 36 per cento le considera insufficienti. Le scelte di Francia e Germania vanno nella stessa direzione. Di qui il tam tam su un possibile lockdown già lunedì prossimo. Conte ieri l’ha stroncato. Già la scorsa settimana è stato costretto a emanare nuove restrizioni senza attendere i 15 giorni dalle precedenti, datate 18 ottobre. La pressione proseguirà.
Sala e “DeMa” contro Speranza e le chiusure
L’invito a mettere sotto lockdown Milano e Napoli pronunciato martedì da Walter Ricciardi non è piaciuto a Giuseppe Sala e Luigi de Magistris. Che il consulente di Roberto Speranza arrivi a dire che nei capoluoghi di Lombardia e Campania “uno può prendere il Covid entrando al bar, al ristorante, prendendo il bus” e che “in queste aree il lockdown è necessario” non è andato giù ai sindaci, che ieri hanno inviato una lettera al ministro “per chiedergli se quella è un’opinione del suo consulente o è un’opinione del ministero e, nel caso fosse un’opinione del ministero, se è basata su dati e informazioni che il ministero ha e noi non abbiamo”, ha spiegato Sala. “Sarebbe interessante capire a nome di chi parla Ricciardi – dicono fonti di Palazzo san Giacomo –. Se le convinzioni del professore sono corroborate da solide analisi scientifiche è meglio che le comunichi al ministro che cofirma i Dpcm con il presidente Conte”. Rimostranze che non hanno lasciato indifferente il ministero dal quale dopo le 21 è partita una missiva di risposta ai due primi cittadini: “L’Istituto Superiore di Sanità e attraverso esso la cabina di regia, sono in grado di predisporre un focus specifico sulle città di Milano e Napoli che sarà a disposizione delle regioni e dei comuni interessati”.
“Di soglie oltre le quali una città debba essere chiusa non si è mai discusso – spiega una fonte del Comitato tecnico-scientifico –. Nelle riunioni del Cts non abbiamo mai fornito indicazioni circa le soglie oltre le quali possano essere decisi lockdown territoriali. Anzi ci si è sempre rimessi alle situazione epidemiologiche locali, che possono variare da Regione a Regione e imporre decisioni diverse, anche più restrittive, rispetto a quelle prese dal governo. Solo all’inizio si ragionò insieme circa la possibile chiusura delle aree più colpite della Lombardia. Poi non è più accaduto”. Le indicazioni finora disponibili sono quelle contenute nella circolare con cui il 30 aprile il ministero della Salute ha avviato il monitoraggio settimanale delle Regioni e il documento del 12 ottobre in cui il dicastero e l’Iss delineano 4 possibili scenari di gravità crescente circa la diffusione del virus. Il primo testo contiene, ad esempio, l’indicazione secondo cui con oltre il 30% dei posti di terapia intensiva occupati scatta una soglia di “allerta”. “Ma è ovvio che se arrivo al 30% delle T.I. occupate il sistema va in allarme – spiega la fonte –. Il testo, però, dice solo che quella è una soglia critica, non che oltrepassata quella si deve chiudere”.
Nell’ultima versione il secondo documento prevede, invece, che tra il 12 e il 18 ottobre la maggior parte delle Regioni si trovassero nello “scenario 3” (una “situazione di trasmissibilità sostenuta con rischi di tenuta del sistema” e Rt regionali “tra 1,25 e 1,5”) e molte avessero già un piede nel 4, il più grave. “Lo strumento misura l’impatto dell’epidemia sui sistemi sanitari regionali – chiosa la fonte -. Per ora non sono state stabilite relazioni tra questi valori e la possibilità di chiusure”.
Lombardia, un terzo di tutti i casi. Ma Conte: “Lockdown fake news”
I numeri dell’epidemia – per quanto fosse prevedibile – peggiorano ancora e le voci di un nuovo lockdown si sono rincorse per tutto il giorno. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, intervenuto in mattinata al question time alla Camera sul nuovo Dpcm, assicura che il decreto è finalizzato “a scongiurare un lockdown generalizzato che danneggerebbe ancor di più l’economia del Paese”. Concetto ribadito in serata durante un incontro con i sindacati: “Diamo il tempo alle misure restrittive appena approvate di dispiegare appieno i loro effetti. L’obiettivo è riportare la curva sotto controllo”. E arriva a definire le voci sul lockdown una fake news.
L’obiettivo di una curva epidemiologica sotto controllo – al momento – non sembra a portata di mano: “L’epidemia – ha detto il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro – è oggi largamente diffusa in tutta Italia. L’indice Rt, che descrive la velocità di diffusione del virus, dà l’idea della crescita che stiamo vivendo: è in tutte le regioni superiore a 1 e molte lo superano ampiamente”. Questo livello di Rt delinea una “situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa con rischi di tenuta del sistema sanitario nel medio periodo”, lo “Scenario 3”, ovvero quello in cui attualmente si trova l’Italia, come ha ricordato anche Conte, citando lo studio del Comitato tecnico-scientifico.
Quanto ai numeri del contagio, ieri è stata un’altra giornata all’insegna dei record. Raggiunto, per l’ennesima volta, il picco massimo dei nuovi positivi nell’arco di 24 ore: 24.991, +4,4% rispetto ai 21.994 di martedì. Record anche di tamponi effettuati: 198.952, oltre 21 mila in più del giorno prima. Il tasso di positività (il rapporto tra contagi rilevati e test effettuati) si mantiene stabile al 12,5%, ma in molte zone d’Italia, soprattutto in alcune province della Lombardia, è ben più alto.
Prosegue l’impennata dei ricoveri che stanno mettendo a dura prova il sistema sanitario nazionale (“A Milano siamo al collasso – ha detto ieri Maurizio Viecca, primario di Cardiologia all’Ospedale Sacco – si rischia di morire in ambulanza o a casa, come accadeva in primavera”): i pazienti ricoverati con sintomi sono attualmente 14.981 (+ 1.026 in 24 ore), quelli gravi in terapia intensiva raggiungono quota 1.536, +125 nelle ultime 24 ore, due in meno rispetto al giorno precedente, ma una quarantina in più della media stabile della scorsa settimana.
Le 205 vittime di ieri (16 in meno di martedì) portano i decessi totali per Covid dall’inizio dell’epidemia a 37.905.
La situazione peggiore è sempre quella della Lombardia, dove ieri si sono registrati 7.558 nuovi casi (47 morti), quasi 2.500 in più del 27 ottobre, quasi il doppio del 26, circa duemila in più del 25. Numeri ancor più allarmanti se si considera che il grosso dei nuovi contagi si concentra nelle contigue province di Milano (2.708, 1.092 solo a Milano città), Monza (822) e Varese (1.902). Situazione critica anche in Piemonte (2.827 nuovi positivi e 19 morti), Campania (2.427, 17) e Veneto (2.143, 12). Sale la curva del contagio, aumentano le frizioni tra governo e autonomie locali. Nei giorni scorsi le Province autonome di Trento e Bolzano avevano deciso di non rispettare alcune norme del Dpcm, motivo per cui ieri il ministro per gli affari regionali Francesco Boccia ha impugnato i provvedimenti adottati della Provincia autonoma di Trento. Lo stesso provvedimento – dichiara il ministro in una nota – sarà attivato per tutte le Regioni e le Province autonome che decideranno di aggirare le disposizioni del Dpcm. È in corso di valutazione l’ordinanza della Provincia autonoma di Bolzano”.
Scatto in avanti anche della Regione Puglia, dove il presidente Michele Emiliano ha richiuso le scuole a partire da domani: “È sospesa l’attività didattica in presenza nelle scuole pugliesi di ogni ordine e grado”, dichiara Emiliano annunciando un’ordinanza. Una decisione dettata “dall’evidenza dei dati rilevati dai Dipartimenti di prevenzione – ha concluso –. Sono almeno 286, nonostante qui la scuola sia iniziata il 24 settembre”.
Sala di attesa
Anche oggi tutti si concentreranno sul numero dei nuovi positivi di ieri: 25mila su 200mila tamponi, contro i 22mila su 174mila di martedì (i morti sono in lieve calo, ma si riferiscono a casi di due settimane fa). Pochi segnaleranno che, almeno per un giorno, il rapporto positivi-tamponi rimane stabile (12,5%: se sia un fatto statistico passeggero o il primo timido frutto delle nuove misure del 13 ottobre e della paura crescente, è presto per dirlo). E pochi noteranno che 200mila tamponi in un solo giorno sono una bella smentita al mantra “Da marzo non si è fatto nulla” (a marzo i tamponi erano 20mila al giorno: un decimo di oggi). Ma c’è un altro dato che disturba chi non parla mai dagli unici responsabili della (dis)organizzazione sanitaria: le Regioni. La seconda ondata, diversamente dalla prima, investe tutto il territorio nazionale. Ma corre a velocità molto diverse da zona a zona. Prendiamo gli ultimi tre giorni. In alcune Regioni i nuovi casi giornalieri sono simili o in calo: Emilia-Romagna 1146 lunedì, 1413 martedì, 1212 ieri; Toscana 2.171, 1823, 1708; Lazio 1698, 1993, 1963; Campania 1981, 2761, 2427. In altre aumentano fino a quasi raddoppiare, ma non in una settimana come avveniva finora, bensì in tre soli giorni: Veneto 1129, 1526, 2143; Piemonte 1625, 2458, 2827; Liguria 419, 1127, 926. Poi c’è la Lombardia, sempre più fuori concorso e controllo: 3570, 5035, 7558 (rapporto positivi-tamponi 18,2%). Cioè i casi lombardi di ieri sono più del doppio di lunedì e 2700 (un terzo) si registrano a Milano.
Ricordate le polemiche, gli scaricabarile, le indagini sulla mancata zona rossa ad Alzano e Nembro? Ora i dati di Milano e mezza Lombardia (la meno toccata dalla prima ondata: Milanese, Brianza e Varesotto) sono infinitamente più gravi e allarmanti di quelli della Val Seriana a fine marzo per infetti, contatti non tracciati, morti, ospedali saturi. Che si aspetta a cinturare per qualche settimana questi territori e quelli di Napoli e di metà Campania e Piemonte, che da soli fanno 13mila contagi, cioè più della metà del totale nazionale? Mentre Fontana e De Luca dicono, disdicono e contraddicono, i sindaci Sala e De Magistris scrivono a Speranza per sapere se la proposta del suo consulente prof. Ricciardi su lockdown mirati sia a titolo personale o rifletta anche il suo pensiero. Ma il pensiero dei due sindaci, di grazia, qual è? Che aspettano a chiedere le zone rosse per difendere i propri concittadini e i propri ospedali dal Covid e il resto d’Italia da un lockdown generale? Sala se la prende comoda: “Abbiamo 10-15 giorni per decidere”. Chiederà di chiudere Milano quando sarà già chiusa tutta l’Italia.
“Crassical Collection”: tornano i vecchi “grossolani” del punk
In un mondo in cui anche esperti del settore considerano il genere Trap come il Punk del Ventunesimo secolo, un’uscita come Crassical Collection del collettivo Crass (termine traducibile in “grossolani” e mai nome fu più azzeccato per una band punk) è utile a far chiarezza su alcuni punti fondamentali. E per rendersi conto delle differenze esistenti di stile su quella che è una vera e propria attitudine anarcoide, e soprattutto sul messaggio che molti gruppi con la loro musica intendevano lanciare.
Dopo una manciata di album, singoli e centinaia di concerti, gli inglesi Crass nel 1984 si sciolgono dopo aver segnato un’epoca e aver dato vita a un sottogenere ben definito, facendosi promotori di un’attitudine musicale che unisce il punk estremo a tematiche politiche, sociali, ambientali e una forte ideologia anarchica. Durante gli Anni 70 e i primi Anni 80, infatti, i Crass erano in prima linea nella scena punk londinese, promuovendo l’anarchia quale ideologia politica e rendendo popolare il movimento punk anarchico. Nel tempo, i Crass pubblicarono una serie di dischi che sfidavano lo status quo e definivano il significato delle parole “rivoluzione rock”: non è un azzardo affermare che nessun gruppo si è avvicinato al loro feroce idealismo. Molte band, infatti, hanno pontificato sul cambiamento del mondo, ma i Crass sono stati gli unici che hanno davvero impressionato per coerenza. Se il Punk fino ad allora era prettamente maschile, i Crass si presentavano sul palco con due donne in formazione, che si confrontavano con il loro pubblico e davano le loro versioni sulle questioni di genere, senza mai apparire dogmatici. Non è neppure un caso se erano considerati come l’anello mancante tra gli hippy della controcultura e la retorica arrabbiata del Punk. E il fatto che siano diventati grandi senza passaggi radiofonici, per via di una musica così intransigente, è la testimonianza non solo delle loro capacità comunicative, ma anche della loro volontà, al tempo, di sperimentare.
Oggi, sfruttando l’onda lunga del revival, a distanza di quasi 40 anni, i Crass annunciano la pubblicazione di Crassical Collection, i leggendari album del collettivo seminale, restaurati dai nastri originali in analogico. Ristampati e arricchiti da un nuovo packaging, rivedono la luce Stations of the Crass (1979), Feeding of the Dive Thousand (The Second Sitting) (1981), Penis Envy (1981), Christ – The Album (1982), Yes Sir, I Will (1983), Ten Notes on a Summers’ Day (1986) e Best Before 1984 (1986). Fedeli alla linea, i proventi derivanti dalle vendite saranno devoluti per una buona causa a Refuge.org.uk.
“È un momento difficile, ma la musica lo rende ‘Facile’”
“Uno Stato che sceglie di chiudere il ‘superfluo’ comparto cultura ha deciso di abdicare al futuro”. La rabbia di Boosta è senza freni, all’indomani del decreto del governo. “La cultura è un collante e un calmante sociale”, riflette il tastierista dei Subsonica, “ed è una delle ultime scale mobili della società contemporanea”. Se scendi, il pensiero alto sparisce e l’economia muore.
La sua protesta Boosta l’ha ribadita su Instagram con due scatti del proprio volto: “Nel caso i musicisti scomparissero ecco la mia foto da allegare ai cartoni del latte”. Eppure, ci spiega, la sua forma di resistenza in tempo di peste l’aveva messa in atto con il tour solista Boostology “di fronte a duecento persone che non volevano arrendersi, e l’applauso più bello era il loro silenzio assoluto. Sentivo il rumore delle foglie che cadevano dagli alberi. Il disagio di questi mesi ci ha comunque restituito la percezione dell’ascolto. Di noi stessi e degli altri”. E opportunità creative come l’album Facile “che avrei forse messo in cantiere fra dieci anni, se la band non fosse stata costretta allo stop. Con i Subsonica abbiamo molto materiale su cui lavorare e un paio di tournée in sospeso.
Ora l’astronave è nel- l’hangar”.
Facile è invece un progetto con il marchio dell’incanto: dodici brani strumentali di piano solo e percorsi elettronici, “come una colonna sonora per i nostri film interiori. Chi ascolta ne inventa trama e senso”. Un gioiellino, Facile, che evoca l’intimismo di Satie, le vertigini di Jarrett, i percorsi devianti di Eno. E quel titolo, che Davide “Boosta” Dileo giura di non aver riciclato dall’album di Mina in cui era ricompresa anche una sua canzone. “Me ne sono accorto solo a cose fatte. In partenza volevo realizzare due dischi, Facile e Difficile, perché oltre a questi 12 pezzi ne ho altri otto. In realtà la musica non è mai complicata, visto che ti connette agli altri. E te lo ricorda anche per vie misteriose: un giorno sono andato alla Galleria di Arte Moderna qui a Torino per la mostra di Helmut Newton. In una saletta c’era anche una installazione dedicata al compositore Giuseppe Chiari. Ho visto un ipnotico video di un suo concerto con l’inquadratura fissa delle mani sulla tastiera. All’ingresso notai delle tele, su ciascuna era impressa una lettera. Ne usciva la frase ‘la musica è facile’. Non è un segno questo?”.
Di solito gli auspici si cercano scrutando il cielo, come sa Boosta che ha il brevetto di pilota. “Invidio Bruce Dickinson”, scherza, “che gode della fiducia degli altri Iron Maiden e li scarrozza in tour sul jet. Ogni volta che lo propongo ai Subsonica quei bastardi mi rispondono: ‘Prendiamo il treno’”. Così Davide si è abituato al volo in solitario. “In certe mattine mi affaccio alla finestra e penso alle mie rotte: le Alpi, i laghi. Il paradosso è che volare mi manca, ma non ne sento l’esigenza. È come se in questi tempi spietati io non riuscissi a rinunciare alla solidità dei piedi ancorati al suolo”. Di due voli conserva una memoria limpida: “Al battesimo dell’aria l’istruttore scende, tu resti ai comandi e ti dici: ok, decollo, ma poi lo riporterò a terra? E poi un cross country di addestramento: dovevo atterrare in tre aeroporti. Ma a Voghera c’era nebbia, non vedevo la pista. La mia tensione era totale. È come fare arti marziali senza prendere le mazzate”.
Alle follie Boosta è abituato: “C’era questo alberghetto a nord delle isole Lofoten, in Norvegia. Dopo la sauna, la doccia era un tuffo nel Mar Glaciale Artico. A più riprese. Due secondi in acqua, poi correvi dentro”. La musica di Facile può fungere da soundtrack alle avventure epiche.
O romantiche. Come il flash del primo bacio: “Il 22 novembre 1985, la festa di una compagna di scuola. Ero in prima media: arrivò questa ragazzina di seconda, Amanita. Mi schioccò un bacio a stampo sulle labbra. Mi sembrava incredibile. Ma forse voleva far ingelosire il fidanzatino”. Sorride, Boosta, prima di un lampo cupo. “Le mie due figlie hanno più o meno quell’età. Chissà se quando sarà finita la triste era del Covid avranno, come tutta la loro generazione, la consapevolezza di poter coltivare l’amore”.
Le nuove “bolle” spaziali. Cruise, set in volo con Musk
Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Quando Tom Cruise va a girare nello spazio, lo stolto guarda Tom Cruise. Perché la rivoluzione epocale è un’altra, e riguarda il cinema, segnatamente la fantascienza, di cui si sta per dichiarare la fine. Per come l’abbiamo conosciuta, tra libri, film e sguardi verso le stelle, e per come è etimologicamente, il composto di fantasia e scienza che, adattando l’inglese science fiction, Giorgio Monicelli coniò nel 1952 per battezzare la collana Urania.
Se Cruise mette davvero piede sulla stazione spaziale internazionale con troupe, pur ridottissima, al seguito, che ne è del fantastico, che ne è di 2001: Odissea nello spazio, che ne è di George Clooney – rosicherà? – nel vuoto cosmico di Gravity o nel prossimo The Midnight Sky per Netflix, che ne è di Matt Damon – rosicherà? – nel buen retiro orbitante di Elysium?
Fondando de facto la Realscienza, Cruise mette a repentaglio la Storia del Cinema, raccontata nella primordiale distinzione tra l’effetto-realtà dei fratelli Auguste e Louis Lumière di L’Arrivée d’un train à La Ciotat (1896) e la vocazione immaginifica e immaginaria di Le Voyage dans la lune (1902) di Georges Méliès. Curò egli stesso gli effetti speciali, con il missile che finisce nell’occhio del nostro satellite, ma se ora l’effetto speciale è proprio la realtà? Che accade se il nostro immaginario collettivo si riduce a diario di bordo, se la più temeraria, tracotante e gratificante delle Mission: Impossible fa della fantascienza un documentario, e viceversa?
Tra un anno, pandemia permettendo, sarà già successo: a dar retta allo Space Shuttle Almanac, troveremo il cinquattottenne Tom Cruise a bordo dello SpaceX Crew Dragon di Elon Musk nel suo primo viaggio turistico programmato per l’ottobre del 2021. Destinazione l’Iss (International Space Station), l’attore sarà accompagnato dal suo regista di fiducia Doug Liman (Edge of Tomorrow), ai comandi ci sarà il veterano Michael Lopez-Alegria, il quarto posto è disponibile. La Nasa è parte del progetto, l’amministratore Jim Bridenstine si è spellato le mani via Twitter: “Nasa ix excited to work with @TomCruise on a film aboard the @Space_Station!”. Ed è la versione con il naso all’insù del sempiterno American Dream a trazione scientifico-industriale: “Abbiamo bisogno di media popolari – ha aggiunto Bridenstine – per ispirare una nuova generazione di ingegneri e scienziati a trasformare in realtà gli ambiziosi piani della Nasa”.
Insomma, che la fantascienza vada pure a farsi benedire, la Realscienza di Cruise ha i piedi ben piantati per terra e le spalle coperte: 200 milioni di dollari di budget (stima), Christopher McQuarrie story advisor, P.J. van Sandwijk produttore, Universal si è fatta sotto per assicurarsi i diritti del film, ancora senza titolo. A proposito, con un tot di scaramanzia, Ground Control to Major Tom non sarebbe male. Del resto, a Cruise non tremeranno le gambe, nemmeno da demiurgo del “pioneeering movie”, del “first narrative feature film – an action adventure – to be shot in outer space” che ha mandato in visibilio la stampa d’Oltreoceano, e non solo. Ha sprezzo del pericolo e pellaccia dura, tanto da fare egli stesso gli stunt dei propri film. Per l’attuale settimo capitolo, diretto da McQuarrie, l’abbiamo recentemente visto a Roma sgommare al volante per Monti e inforcare una moto della Polizia ai Fori, a Venezia saltare da una gondola all’altra – in Norvegia ha fatto di meglio: botte da orbi sul tetto di un treno lanciato ad alta velocità – ma la saga di Mission: Impossible l’ha già presa più volte in parola: in Fallout s’è fratturato un’anca balzando da un palazzo all’altro (s’è pure appeso a un elicottero); in Rogue Nation s’è attaccato – sì, all’esterno – a un Airbus 400 in decollo; in Ghost Protocol ha scalato il Burj Khalifa di Dubai, eseguendo i suoi numeri al 123esimo piano del grattacielo. Ora gli tocca lo spazio profondo, e la messa in pratica della teoria – Niccolò ci perdoni – cruisiana: moto di rotazione, le teste degli altri attori al cospetto di cotanta impresa, e moto di rivoluzione, dalla Fanta alla Realscienza.
Malgrado quel che lascerebbe intendere il cognome, “crociera”, il suo viaggio al termine della sci-fi rischia seriamente di derubricare Stanley Kubrick a Jerry Calà, 2001: Odissea nello spazio a Odisseo nell’ospizio (2019). “Utilizzo le mie capacità nel modo più completo; il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare”, sosteneva il supercomputer Hal 9000: ebbene, detto da Tom Cruise come vi suona?
Migranti, Erdogan ricatta la Ue. La risposta non è l’accoglienza
L’esercito turco ha cominciato l’addestramento della Guardia costiera libica. L’ha annunciato il ministero della Difesa di Ankara. Erdogan, dopo aver salvato Al-Serraj dall’offensiva di Haftar, passa all’incasso e mette le mani sulla rotta dei migranti del Mediterraneo centrale. Un tempo si cercava di dominare le rotte commerciali. Potenze mondiali nacquero grazie al controllo di Suez e dello Stretto di Gibilterra o di Malacca. Oggi, con la crisi della globalizzazione e con la crescita delle diseguaglianze economiche a livello mondiale causa pandemia, il controllo dei flussi migratori è diventato un’arma strategica. La Turchia è entrata in guerra in Siria per il petrolio, per indebolire Assad, per spartirsi un pezzo del business della ricostruzione e ha ingrossato il proprio esercito di migranti: una “legione straniera” di disperati da poter schierare sul confine greco o bulgaro e ottenere in cambio da Bruxelles tutto quel che si vuole.
Erdogan si è assicurato dalla Ue miliardi di euro, il via libera alla dottrina Mani Vatan (Patria Blu) – il controllo del Mediterraneo orientale – e la libertà di azione contro i curdi e gli armeni in Nagorno Karabakh. Erdogan si muove da sultano, reprime il dissenso interno, muove le sue truppe e l’Europa che fa? “Si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. L’Ue è miope, lacerata, succube di Washington, fiaccata dalla pandemia e da scelte fallimentari. Nel 2011 i francesi colpirono Gheddafi con l’obiettivo di indebolirci e di vendicarsi, una volta per tutte, del sostegno che un pezzo di Stato italiano diede alla lotta di liberazione algerina. Risultato? L’Italia, grazie a Napolitano e alla pavidità di Berlusconi uscì con le ossa rotte ma a indebolirsi fu tutta l’Europa, travolta da atti terroristici e ondate migratorie. Per non parlare delle sanzioni alla Russia e all’Iran imposte da Washington per ferire Putin e il governo degli Ayatollah ma che hanno colpito gli interessi europei, italiani in primis. Anche i flussi migratori, che aumenteranno quando la pandemia finirà, travolgeranno soprattutto un’Europa incapace di comprendere che l’unico sostegno per gli africani è garantire loro il diritto a non emigrare. Che Erdogan utilizzi i migranti come arma ricattatoria è noto. Ne ebbi conferma quando visitai Usivak, un centro accoglienza a 40 km da Sarajevo. A Usivak mi portò Amir, un ragazzo di Herat, città dell’Afghanistan occidentale. Era arrivato in Bosnia dopo aver attraversato l’Iran, la Turchia, la Bulgaria e il Kosovo. Indossava una mimetica recuperata nel campo profughi, una pashmina con i colori del suo Paese e l’anello sciita. Ci siamo conosciuti alla stazione di Ilidža. A Ilidža ci si arriva con il tram num. 3 che parte dal centro di Sarajevo e percorre la città da nord a sud costeggiando la Miljacka, il fiume di quella che era la Gerusalemme d’Europa, ma che durante l’assedio si è trasformata nella città dei cimiteri. Il tram lambisce il punto dal quale Gavrilo Princip sparò all’Arciduca Francesco Ferdinando; poi fiancheggia il mercato cittadino dove due bombardamenti serbi uccisero 111 civili; infine attraversa la periferia di Sarajevo dove sui casermoni popolari ci sono ancora i segni delle granate mentre i polmoni di chi li abita sono segnati dalle ciminiere delle fabbriche costruite tra i palazzi per volere dei governi jugoslavi. All’ingresso del campo c’erano una trentina di ragazzi. Erano afghani, pachistani, siriani e marocchini. Quella mattina avevo visto molti giovani marocchini bere yogurt al centro di Baščaršija, la parte ottomana di Sarajevo. Mi stupì incontrarne così tanti. Mi spiegarono che era più facile entrare in Europa attraverso i Balcani che via Gibilterra. Erano tutti arrivati a Istanbul in aereo e senza bisogno del visto. La Turkish airlines ha collegamenti con sei città marocchine: Casablanca, Marrakesh, Agadir, Fès, Oujda e Tangeri. I ragazzi di Tangeri vedono l’Europa a occhio nudo, sta lì, davanti a loro, eppure per raggiungerla prendono un aereo, oltrepassano il Bosforo e attraversano tutta la penisola balcanica prima di cercare di entrare a Graz o Trieste.
A Erdogan non bastava il controllo della rotta balcanica. Ecco una delle ragioni della penetrazione turca in Libia. Davanti a tutto questo è evidente che non possa essere l’accoglienza, ancor di più se interessata, la modalità per affrontare i flussi migratori.
È appena uscito Il diritto di non emigrare, un libro del Prof. Pallante. Pallante, pur apprezzando i sostenitori dell’accoglienza generosa, sostiene che accogliere non affronti nessuna delle ragioni per le quali milioni di africani lasciano le loro case. Inoltre sottolinea quanto le politiche dei respingimenti e quelle dell’accoglienza interessata, siano due facce della stessa medaglia: quella dello sfruttamento. C’è chi sfrutta i migranti per racimolare voti cavalcando la paura e chi li sfrutta per tentare di tenere in piedi un sistema basato sulle diseguaglianze.
Nel libro c’è una frase pronunciata da Boeri, ex presidente dell’Inps: “Se chiudessimo le frontiere ai migranti non saremmo in grado di pagare le pensioni. Ogni anno gli stranieri versano 8 miliardi di euro in contributi e ne prelevano 3. Un giorno avranno la pensione però molti torneranno al loro Paese d’origine. I loro versamenti saranno a fondo perduto”.
Questo concetto è intriso di inconsapevole razzismo. Così come è razzista la narrazione relativa ai migranti che fanno crescere il Pil, che fanno lavori pesanti e sottopagati che versano contributi che non vedranno mai. Questo è sfruttamento, affarismo, speculazione sulle disgrazie altrui. I flussi migratori aumenteranno se non cambieremo del tutto il paradigma con il quale affrontare il fenomeno. L’accoglienza è una virtù, ma non è utile alle rivendicazioni africane quanto il sostegno ai gruppi politici che lottano per vivere dignitosamente a casa propria.
È stata pubblicata l’ultima enciclica di Bergoglio, Fratelli tutti. Scrive il Papa: “Coloro che emigrano sperimentano la separazione dal proprio contesto e spesso anche uno sradicamento culturale e religioso. La frattura riguarda le comunità di origine che perdono gli elementi più vigorosi e intraprendenti e le famiglie quando migra uno o entrambi i genitori, lasciando i figli nel Paese di origine. Di conseguenza, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Il diritto di restare a casa propria è la chiave per affrontare la tragedia dei flussi migratori. Altro che porti chiusi o cooperative aperte. Ne va del futuro degli africani e degli stessi europei. Ancor di più oggi che uomini politici senza scrupoli trattano i migranti come armi per le loro estorsioni.