“La Russia tifa ancora Donald, ma questa volta non è compatta”

L’ultimo capitolo del libro Gli uomini di Putin di Catherine Belton, storica corrispondente del Financial Times a Mosca, oggi della Reuters (pubblicato in Italia da La nave di Teseo), è dedicato a un rampante imprenditore americano sommerso dai debiti per la costruzione di uno dei suoi casinò e, in seguito, accerchiato da una pericolosa fauna post sovietica, fra membri della malavita e servizi segreti di Mosca, che quei debiti li ripagheranno in parte: quell’uomo è Donald Trump, adesso in corsa per il secondo mandato in Usa. “Negli ultimi 4 anni – dice Belton –, Trump ha portato grandi benefici al Cremlino: ha fatto a pezzi l’ordine nato dalla fine della Guerra Fredda, ha messo a repentaglio la stabilità politica, la posizione dominante mantenuta tradizionalmente dagli Usa è stata erosa”.

In alcune pagine lei descrive lo stupore e la contentezza del Cremlino per la vittoria di Trump nel 2016. Una scena che potrebbe ripetersi nel 2020?

Dobbiamo aspettare il responso delle agenzie Usa che indagano per accertare se ci sia stata di nuovo un’interferenza russa. Ma sul supportare Trump stavolta l’élite di Mosca è divisa, secondo quanto ho sentito dalle mie fonti. Credo che la disastrosa risposta data da Trump alla pandemia lo ha indebolito agli occhi di molti.

L’America è cambiata. Ma dopo la guerra in Ucraina, la crisi economica, i numeri dei contagi del virus, lo è anche la Russia.

Quando l’economia russa era in crescita, c’era un patto silenzioso tra Putin e la popolazione: non interessava la corruzione degli oligarchi, perché gli standard di vita miglioravano. Adesso questo patto non c’è più. Putin, con l’ultimo referendum, si è comunque assicurato il potere fino al 2036, ma credo si sia a stancato di essere presidente e parte dell’élite è stanca che lo sia.

Potrebbe abbandonare la presidenza se volesse?

Putin è ostaggio del sistema che lui stesso ha creato.

Trump e l’asso nella manica. La sua base non tradisce

Donald Trump non ha ancora perso, anzi può ancora vincere. Joe Biden è ben partito per vincere, ma può ancora perdere. Il monito lo lanciano analisti e politologi che invitano alla prudenza quei media più propensi ad anticipare il successo, a valanga, o quasi, del candidato democratico. Ci si basa un po’ sui precedenti storici – la sconfitta di un presidente in carica è evento relativamente raro: c’è stata solo due volte negli ultimi novant’anni – e un po’ sulle elezioni del 2016, quando Trump riuscì nella rimonta con sorpasso di Hillary Clinton, grazie anche alla sorpresa d’ottobre delle sconcertanti decisioni dell’allora direttore dell’Fbi, James Comey. Anche se i paragoni con il passato devono pur tenere conto delle specificità del 2020: la pandemia danneggia Trump, per il numero delle vittime, l’entità dei contagi, il colpo di freno all’economia; e Biden è un rivale che non entusiasma i suoi sostenitori, ma non li divide neppure, come invece faceva Hillary Clinton. Pochi andranno alle urne per votare Biden, ma piuttosto per cacciare Trump; ma pochissimi non ci andranno per non votare Biden. Inoltre, l’ex vicepresidente di Obama sarà solo un decent man, un uomo perbene – che, di questi tempi, non è comunque poco –, ma ha accanto a sé una vice aggressiva e preparata, Kamala Harris, che etnicamente gli porta neri e asiatici e che lo copre sul fronte Law & Order col suo passato da giurista e procuratore.

La Cnn evidenzia elementi di parallelismo tra il 2020 e il 1980, quando il presidente Jimmy Carter, democratico, arrivò al voto nel pieno d’una crisi economica – il secondo choc petrolifero – e senza avere risolto la crisi degli ostaggi con l’Iran e fu travolto a valanga da Ronald Reagan. L’Economist ritiene che Biden vincerà e che Trump non abbia quasi più il tempo per recuperare, perché i giorni al voto sono solo sei e perché si sono già espressi oltre 60 milioni di elettori. Ma entrambi i media tratteggiano un sentiero per il successo di Trump, impervio da percorrere, ma non impossibile. Tre ne sono i passaggi obbligati.

I fedelissimi – Trump non ha mai avuto dalla sua la maggioranza dell’opinione pubblica, ma ha praticamente mantenuto sempre il consenso del 40% degli elettori, un intreccio di maschi bianchi, rednecks, suprematisti, fondamentalisti, ex Tea Party. Questo zoccolo duro di sostenitori entusiasti, che si calano in testa i berretti ‘Make America Great Again’, nonostante siano dichiaratamente made in China, non sta abbandonando il magnate neppure adesso, impermeabile alla pandemia, alle tasse non pagate, a menzogne e contraddizioni. Il problema, però, è che Trump fa meno presa oggi che nel 2016 sui conservatori moderati, che gli avevano allora dato il beneficio del dubbio (cioè che il presidente fosse meglio del candidato) e che ne sono rimasti delusi e persino spaventati.

Gli Stati in bilico – Le regole elettorali Usa consentono a Trump di dare per perso il voto popolare, senza però alzare bandiera bianca. C’è da scommettere che il magnate perderà il voto popolare più nettamente che nel 2016, quando Hillary lo staccò di tre milioni di suffragi; ma manciate di voti negli Stati in bilico possono rovesciare a suo favore il computo dei Grandi Elettori. Il problema, qui, è che gli Stati in bilico sono tutti Stati che Trump vinse nel 2016: il magnate non può quindi strappare Stati a Biden, ma deve difendere i suoi (e alcuni, come Wisconsin e Michigan, appaiono perduti).

Il panico fra i democratici – Biden resta ostentatamente poco visibile: lo si nota perché lo si vede poco, teme il virus e teme di fare delle gaffes. La ‘strategia del basement’ (di casa sua, a Wilmington, nel Delaware) lo espone agli sfottò di Trump, ma ne fa pure emergere l’intrinseca debolezza di leader e di candidato. Il magnate cerca di indurlo al passo falso, contando anche sul fatto che i Democratici si stanno comportando come la squadra che vince 1 a 0 al 90’ e si fa prendere dalla paura e si chiude dietro temendo di subire il gol dell’1 a 1 nel recupero. Il che spesso avviene. Ecco perché Trump continua a mandare messaggi di questo tenore su Twitter: ‘I Veri Sondaggi dicono ora che sto VINCENDO. Migliori (e più eccitanti) comizi di SEMPRE’, con quelle lettere maiuscole che piacciono tanto ai suoi sostenitori.

Patrimoniale, tasse ai ricchi e investimenti. La Spagna vara una manovra di sinistra

Giustizia fiscale, “chi più ha, più paga”; aumento del 3% della tassazione sui redditi da capitale oltre i 200 mila euro e del 2% per quella dei redditi da lavoro che superano i 300 mila euro; incremento della patrimoniale dell’1% per i capitali privati oltre i 10 milioni di euro; più un aumento delle imposte su dividendi e plusvalenze. Ma anche aumento del salario dei dipendenti pubblici dello 0,9%, diminuzione della pressione fiscale per i fondi pensione e incentivo al ritiro dal lavoro per chi ha raggiunto il limite d’età, incremento del salario minimo garantito del 5% e inserimento di un tetto massimo per gli affitti. Il governo spagnolo rosso-viola di Pedro Sánchez e Pablo Iglesias ha varato la “manovra di Bilancio più progressista della storia”, la prima, dopo quella di lacrime e sangue del governo di destra di Mariano Rajoy del 2018 e ancora in vigore, dopo che la successiva, presentata dai socialisti del 2019, licenziata come “la più a sinistra della storia” fu boicottata dagli indipendentisti con la conseguente caduta dell’esecutivo Sánchez-1. Questa volta i rosso-viola – che hanno voluto dare un segnale forte a sinistra dopo il tonfo a -11% del Pil – dovrebbero avere i numeri per approvare “il Bilancio dei record” come è stato soprannominato, vista l’ingente spesa pubblica prevista: 239 miliardi di euro che comprendono già i 27 della prima tranche di aiuti europei. A goderne sarà la Sanità, con la medicina di base che vedrà un incremento di spesa del 150% rispetto all’ultima manovra. “La pandemia ci ha insegnato che il sistema sanitario va rinforzato”, ha spiegato Sánchez. Seguono educazione (1,5 miliardi solo per la formazione), la Ricerca (3,2 miliardi in più) e il Piano digitale per la Pa (70 miliardi fino al 2022), infrastrutture e trasporti (6 miliardi in più). Per finire è previsto un incremento dell’aiuto a turismo e cultura, due dei settori più colpiti dalla pandemia e alle piccole e medie imprese del 150%. Seppure il maggiore gettito fiscale atteso dalla manovra non sarà ingente, visto che toccherà “solo” 16 mila grandi contribuenti, lo 0,08% di 20 milioni totali – quello del governo spagnolo è un segnale politico per rinsaldare il tessuto sociale sfaldato dalla pandemia. “Ci arriviamo anche in Italia a una patrimoniale?”, scrive su Facebook il portavoce di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, commentando le misure anticrisi della Spagna e ricordando che anche Leu ha proposto la patrimoniale. “Non è un’idea folle, ma una misura di civiltà e di giustizia sociale”, conclude.

Cdp non rialza il prezzo: oggi Atlantia decide. Tempi lunghi

È l’ennesima tappa di una trattativa infinita, e – a meno di rotture – non sarà l’ultima. Ieri il cda della Cassa depositi e prestiti ha licenziato l’offerta ad Atlantia per rilevare l’88% di Autostrade per l’Italia in mano alla holding controllata dai Benetton. Il colosso aveva dato una settimana di tempo a Cdp e ai due fondi esteri in cordata, Blackstone e Macquarie, per avere un’offerta vincolante e un prezzo “più adeguato”, ma viene accontentata solo in parte. Mentre andiamo in stampa, filtra che Cdp non ha rivisto la forchetta di prezzo con cui valuta l’intera Aspi tra gli 8,5 e i 9,5 miliardi, al lordo però dei contenziosi legali e di quanto emergerà dall’analisi dello stato dei conti (a spanne si arriverebbe intorno a 7-8miliardi). L’offerta della Cassa e dei due fondi prevede anche un Memorandum of Understanding che fisserà alcune tappe: 10 settimane per l’analisi dei conti, con uno step intermedio che dovrebbe esserci dopo le prime quattro per cercare di fissare un prezzo. Cdp e soci si impegnano anche a rilevare il 12 % di Autostrade in mano ai cinesi di Silk Road e ad Allianz in caso decidessero di vendere. Oggi è già fissato il consiglio di amministrazione di Atlantia che deve decidere cosa fare. Il 30 è prevista l’assemblea dei soci della holding che deve decidere se procedere alla vendita in autonomia di Aspi (che verrebbe quotata o ceduta in un’asta competitiva al miglior offerente), cosa che farebbe saltare la trattativa con Cdp e gli accordi col governo. Verosimilmente Atlantia concederà altro tempo alla Cassa e terrà aperta l’assemblea, che potrebbe approvare un piano che non si realizzerà mai. In ogni caso, se non ci sarà una rottura, i tempi si allungano.

Al di là dei tecnicismi, il nodo resta il prezzo. I Benetton controllano il 30% di Atlantia, il 40% è in mano a grossi fondi esteri che promettono battaglia e vogliono una valutazione di Aspi intorno agli 11-12 miliardi, prezzo che farebbe fare a tutti una lauta plusvalenza visto che Atlantia “prezza” a bilancio la controllata a 6 miliardi. Determinante per il prezzo è il nuovo Piano economico e finanziario (tariffe, pedaggi etc.) presentato da Aspi e stroncato dall’Autorità dei Trasporti (lo leggete a sinistra) perché estremamente generoso. Andrà modificato. L’impressione è che a rimetterci saranno gli automobilisti.

Se resta il piano di Autostrade, automobilisti spennati in eterno

La stima del valore che può avere Autostrade per l’Italia (Aspi), e del prezzo per chi voglia acquistarla, dipende dalla previsione degli utili futuri e dalle clausole contenute nel piano economico finanziario (Pef). Il ministero dei Trasporti ha trasmesso alla Autorità di settore (Art), a fine settembre, la proposta di aggiornamento del Pef elaborata dall’Autostrade. Il ministero l’ha evidentemente condivisa, ma l’Art ha poi reso noto il suo parere che contiene numerose critiche al documento che – se accolte – comporterebbero rilevanti peggioramenti per Autostrade. C’è da chiedersi: ma c’è tanto spazio per valutazioni arbitrarie o il ministero pecca per superficialità o eccessiva accondiscendenza verso la concessionaria?

Non possiamo addentrarci nei risvolti di un documento complesso e soggetto a una giungla di regolamenti vecchi e nuovi. Consideriamo un esempio, quello della famosa “Gronda”, il passante autostradale di Genova. Si tratta di un mega investimento da circa 5 miliardi, che fu assegnato ad Aspi 15 anni fa, senza gara. Nel Pef si prevede che Autostrade sia remunerata, ai tassi assai elevati previsti, anche per questo investimento: nel prezzo di oggi viene quindi scontato anche il flusso di profitto atteso da un investimento che Aspi non farà e che forse non le avrebbero lasciato fare dopo il crollo del ponte Morandi e che non sappiamo ancora, dopo 15 anni, se e quando verrà fatto. Chi acquista comunque non ci rimetterà: a pagare alla fine sono sempre i pedaggiati.

Secondo il Pef la Gronda dovrebbe essere costruita e ammortizzata con i pedaggi entro la scadenza della concessione, nel 2038. Per arrivare a tanto il Pef prevede sia un forte incremento dei pedaggi (1,75% l’anno) sia, soprattutto, un rilevantissimo incremento del traffico da 47,6 a 60,2 miliardi di veicoli/km. Ricordiamo che in passato Autostrade (e il Ministero) stimavano che non vi sarebbe stato pressoché alcun incremento di traffico sino al termine della concessione. Ma allora la stima di un traffico piatto serviva ad ottenere incrementi di tariffa più elevati per gli investimenti in terze corsie. L’eventuale crescita del traffico sarebbe andata comunque interamente a beneficio del concessionario. Oggi la stima di un forte aumento del traffico serve invece a evitare di prefigurare incrementi di tariffa troppo elevati che renderebbero il Pef inaccettabile. Se il traffico poi aumenterà di meno non sarà Autostrade ma qualcun altro a doversi far carico di alzare ancora i pedaggi.

Nel Pef il capitale investito da remunerare e rimborsare include anche 6 miliardi di avviamento che la società Autostrade iscrisse a bilancio quando scorporò le attività concessorie. Poiché fece questo scorporo per sua convenienza e libera scelta non si vede perché una cifra tanto elevata debba essere remunerata e pagata dai pedaggiati. Si remunera (sempre a carico dei pedaggiati) anche il calo del traffico dovuto al Covid: ma la convenzione del 2007 non prevedeva che il “rischio traffico” fosse a carico del concessionario? Se il traffico aumenta i benefici vanno al concessionario, se cala pagano i pedaggiati?

Le opere realizzate o in corso di realizzazione continueranno ad essere remunerate ad un Tasso di rendimento (Tir) pari al 13,71%, che fu stabilito molti anni fa quando i tassi erano elevati, ma che appare oggi addirittura mostruoso, considerando anche che viene riconosciuto su opere che vengono realizzate con moltissimi anni di ritardo e che certo non sono state finanziate ai tempi in cui furono assentite.

Le tariffe future dovranno anche finanziare spese di manutenzione previste molto più elevate che negli anni passati: ma è proprio il contenimento delle manutenzioni negli anni passati che ha contribuito ai fenomenali utili registrati da Autostrade e subito tradotti in dividendi ad Atlantia, la holding che controlla il concessionario e che è controllata dai Benetton. C’è anche qui qualcosa che non torna.

L’Authority lamenta poi che il Pef non espliciti gli indici di solidità patrimoniale per valutare le condizioni di equilibrio finanziario della concessione. Su questo punto in passato la vigilanza del ministero è stata davvero nulla. Mentre le clausole capestro sull’indennizzo in caso di revoca, introdotte con la convenzione del 2007, venivano giustificate con la necessità di rendere “bancabile” il programma della società nessuno al ministero si preoccupava di limitare la distribuzione di dividendi che ha prosciugato le finanze di Aspi rendendo, quelli si, la società poco “bancabile” e bisognosa di un urgente aumento di capitale.

Non stupisce dunque che siano tanti i fondi d’investimento esteri che hanno investito nella Autostrade dei Benetton e che ora accompagnerebbero la Cassa depositi e prestiti nel rilevarne il controllo: è difficile trovare altrove un popolo che accetti di essere tanto spennato per così tanto tempo, senza un sussulto di ribellione.

*Economista dei trasporti, Autore de “La svendita di Autostrade” (Paper First)

Aiutano i disabili a scuola: sono invisibili per la politica

Se si vuol toccare con mano il rispetto della Costituzione da parte di una Repubblica che si dice fondata sul lavoro nel primo articolo e proclama la rimozione delle diseguaglianze all’articolo 3, basta entrare in una scuola e vedere come sono trattati gli assistenti dei disabili.

C’è una figura fondamentale per assolvere questa missione costituzionale: l’AEC, Assistente educativo culturale. Non è un caso che nessuno conosca l’acronimo. Gli AEC sembrano invisibili per la politica come spesso lo sono i disabili. Non hanno i titoli né i diritti di un insegnante di sostegno. Eppure sono loro nei fatti a garantire i diritti degli studenti e delle loro famiglie.

Solo a Roma sono circa 3 mila e il 16 ottobre hanno ricevuto l’ennesimo ceffone: la bocciatura in Campidoglio della proposta di iniziativa popolare per internalizzare il servizio e renderli finalmente lavoratori con diritti come gli altri. Eppure sono gli AEC che prendono in consegna il bambino disabile quando i genitori lo accompagnano a scuola. Lo portano in classe e restano con lui quando (spesso) non c’è l’insegnante di sostegno per carenze di organico. Sono gli AEC che lo accompagnano a mensa (senza mangiare anche loro perché non ne hanno diritto) e poi in bagno quando i “bidelli” si rifiutano di farlo. Non dipendono dai comuni ma dalle cooperative o imprese sociali, di qui la battaglia per l’internalizzazione del Coordinamento AEC romano. Sono pagati 8,5 euro lordi all’ora, cioè meno di 1.100 euro al mese. Lordi.

In media lavorano 36 ore a settimana e non hanno diritto a ferie o malattia. Il Coronavirus ha reso questa situazione ancora più ingiusta. In tempi normali il rischio è che lo studente si ammali a lungo e l’AEC non venga pagato.

Ora però capita che il disabile sia sano ma un’intera classe o una scuola sia chiusa. Il rischio sulle gracili spalle dell’AEC si è appesantito.

I contratti con le coop sociali spesso non prevedono tutele. Se la coop non presta il servizio, il comune non paga. Se il comune non paga, l’AEC non mangia. A meno che la cooperativa non si faccia carico graziosamente dei suoi problemi economici.

Solo a Roma ci sono più di 30 coop in concorrenza tra loro e ognuna pratica agli operatori un trattamento diverso. La giunta Raggi aveva tentato una gara unica, ma tutto si è arenato davanti alla giustizia amministrativa.

Molti evitano di rilasciare dichiarazioni perché le cooperative non amano pubblicizzare la loro condizione di sfruttati. Germano Monti, operatore e portavoce del comitato romano AEC ci mette la faccia e spiega “I 3 mila AEC di Roma seguono 10 mila alunni dalle materne alle medie. In tutta Italia saremo circa 55mila eppure nessuno si rende conto che con il Covid la situazione già grave è diventata esplosiva. Le cooperative non forniscono dispositivi di protezione adeguati. I ragazzi disabili non sono in grado di mantenere la distanza sociale. Non tengono la mascherina, spesso sputano mentre parlano e cercano il contatto. Molti operatori si stanno ammalando di Covid. Tra malati, un paio anche gravi, e isolati in quarantena solo a Roma abbiamo superato i cento AEC”. Anche il rischio economico aumenta. “Quasi tutti gli AEC – spiega sempre Monti – stanno lavorando con orari ridotti. Un po’ perché cambiano gli orari e un po’ perché i genitori non mandano a scuola i figli immuno-depressi”.

Durante la scorsa primavera poche cooperative hanno anticipato lo stipendio agli AEC che non prestavano servizio e la cassa integrazione è arrivata tardi. “A me e a centinaia di colleghi – racconta Monti – è arrivata la scorsa settimana”.

Un altro AEC ci racconta sotto garanzia di anonimato: “La beffa è che siamo considerati dipendenti a tempo indeterminato però senza l’estate. L’unica soluzione per me sarebbe l’assunzione non da parte del comune, ma a livello nazionale sotto il Miur”.

Monti ritiene questa strada molto in salita. “La legge 104 del 1992 assegna questi servizi ai comuni e quindi bisognerebbe cambiare la 104 il che mi sembra difficile”. Per questa ragione 12mila cittadini hanno firmato un’iniziativa popolare per far approvare una delibera comunale che internalizzasse il servizio almeno a Roma. La delibera è stata però bocciata grazie all’astensione del M5S e del Pd scatenando l’ira del comitato romano AEC.

Secondo la consigliera Maria Teresa Zotta intervenuta per il M5S in Campidoglio, la delibera non andava approvata perché c’erano da fare prima altri passi come la modifica di una legge regionale. Il M5S si è impegnato a risolvere il problema. “Mi piacerebbe crederlo – chiosa Monti del Comitato AEC romano – ma in dieci mesi di tavolo tecnico con l’assessore Antonio De Santis del M5S, non abbiamo concluso nulla”.

Trascinata nuda e sull’acqua fredda. Due agenti sospesi

Una storia di omissioni, falsi e di violenza nel carcere femminile di Rebibbia. I fatti risalgono allo scorso luglio e ora per due agenti penitenziari, una donna e un uomo, è arrivata la sospensione dalle funzioni per un anno. I pm di Roma, coordinati dal procuratore capo Michele Prestipino, li accusano di concorso in falso ideologico e di abuso di autorità. Agli atti ci sono anche i video delle telecamere. La vicenda risale alla notte tra il 21 e il 22 luglio. La detenuta, scrive il gip, è stata “trascinata di peso a terra con la forza in un’altra cella”. “Il trascinamento di peso della detenuta, nuda e sull’acqua fredda, non è stato posto in essere per salvaguardare l’incolumità della stessa (avendo la detenuta cessato le intemperanze) apparendo invece motivato da stizza e rabbia per i danni causati dalla donna”. La detenuta, infatti, aveva danneggiato un termosifone in seguito al diniego di una sigaretta. La donna ha anche raccontato che l’agente della penitenziaria le “avrebbe intimato il silenzio (…) minacciandola che qualora avesse parlato le violenze si sarebbero ripetute”.

Emiliano-M5S, prove d’intesa sulla Giunta

New Deal per la Puglia, decarbonizzazione dell’Ilva, raccolta differenziata al 70% e potenziamento del reddito di cittadinanza rafforzando i centri per l’impiego. Sono questi i punti su cui da lunedì il governatore della Puglia Michele Emiliano e i parlamentari e gli europarlamentari di Pd e M5S hanno iniziato a costruire un programma condiviso per i prossimi cinque anni. Il neo presidente, non ancora proclamato per i ricorsi al Tar sugli eletti, ha incontrato per quattro ore deputati, senatori ed europarlamentari grillini pugliesi via Zoom per illustrare il proprio programma e trovare punti di incontro. Alla riunione non erano presenti i parlamentari contrari all’alleanza (come Barbara Lezzi), ma Emiliano l’ha definita “una giornata molto interessante” con “molti spunti di lavoro” da presentare al Consiglio regionale. Reazioni positive anche dai 5S tra cui il senatore Gianmauro Dell’Olio e Giovanni Vianello. La riunione potrebbe preludere all’offerta di un posto in giunta al M5S.

I tribunali ora tornano alla Fase 1: udienze a porte chiuse e interrogatori da remoto

Nel decreto legge Ristori approvato ieri dal Consiglio dei ministri, c’è anche un mini-pacchetto Giustizia col ritorno di misure anti Covid negli uffici giudiziari. Si ripristinano i collegamenti da remoto, ma con paletti. Per quanto riguarda le indagini preliminari, sia le persone indagate sia le persone offese possono essere sentite da remoto, se ritengono anche nello studio dell’avvocato che le rappresenta. C’è sempre la possibilità di garantire la riservatezza del confronto indagato-difensore. Da remoto possono essere sentiti i consulenti dei pm o della polizia giudiziaria, pure nei loro studi, ma il difensore di un indagato può opporsi a questa modalità “ove il compimento dell’atto preveda la sua presenza”. Il giudice delle indagini preliminari può essere in video collegamento, ma solo per l’interrogatorio. Tornano a porte chiuse le udienze dei processi penali e civili, anche se in tempi “normali” il pubblico e i giornalisti possono assistere. L’udienza può celebrarsi da remoto, ma non quando è prevista la discussione finale o quando devono essere esaminati testimoni, consulenti o periti, a meno che acconsentano le parti. Per quanto riguarda i processi penali con imputati detenuti, qualora la loro presenza fisica sia ritenuta rischiosa, nell’ottica di evitare il contagio del Covid, è previsto che possano partecipare in videoconferenza. E veniamo alle udienze che toccano migliaia di persone: saranno udienze cosiddette cartolari quelle per separazione consensuale e divorzio congiunto se tutte le parti che avrebbero diritto ad assistere all’udienza vi rinunciano espressamente. Per quanto riguarda le deliberazioni collegiali, sia per i procedimenti civili sia per quelli penali, i giudici possono assumerle da remoto. Se, invece, si tratta di un processo con giudice monocratico, può partecipare all’udienza da remoto non dall’ufficio ma da un luogo diverso solo se si trova in quarantena o isolamento fiduciario per Covid. Per tutti gli atti è consentito il deposito per posta elettronica certificata. Il deposito di atti alle procure “avviene esclusivamente mediante deposito dal portale del processo penale telematico” e “si intende eseguito al momento del rilascio della ricevuta di accettazione da parte dei sistemi ministeriali”. Per evitare afflussi rischiosi nelle cancellerie è consentito agli avvocati l’accesso agli atti dopo la “discovery” da remoto. Accesso ai registri da remoto pure per i cancellieri in smart working.

Mail Box

 

La sanità in Lombardia è una vera vergogna

Dopo aver ascoltato le sollecitazioni delle varie autorità scientifiche, ho iniziato ai primi di ottobre a telefonare alla Asst di Lecco per avere un appuntamento. Ho 73 anni ed essendo un cosiddetto soggetto fragile, oggi 26 ottobre, mi è stato dato un appuntamento prioritario al… 19 novembre! Ne deduco che ai soggetti “normali” la vaccinazione antinfluenzale verrà fatta il prossimo anno… Date voce a tanti lombardi che si trovano nelle mie stesse condizioni; questa situazione è semplicemente scandalosa. E questo sarebbe il modello di eccellenza lombardo? Una vergogna.

Giuseppe Gentile

 

Solidarietà a chi non si è mai fermato

A chi si lamenta e protesta preferisco coloro che, con intraprendenza e fantasia, trovano risposte creative con proposte innovative che offrono ai clienti proposte alternative. Poi leggo Elena Stancanelli che è arrabbiata perché ha bisogno di cinema, teatro, concerti, un diritto conquistato a fatica. Esca qualche volta dagli apericena, dai teatri, dai cinema, dai concerti, dalle serate mondane dal mondo finto dei suoi romanzi e dalla città. Faccia un giro sul territorio e scoprirà che ci sono ancora contadini, e contadine che dopo essersi spaccati la schiena non vedono l’ora di andarsi a coricare. Li abbiamo lasciati nell’alto Medioevo. Eppure sono loro che ci nutrono, che ci procurano, sottopagati, il cibo che spesso sprechiamo. Una mirabile sintesi di ingiustizia sociale e ambientale e di diritti ancora da conquistare, a ogni latitudine. E speriamo che l’epidemia possa rovesciare, restituendoci una scala di valori reali che riconosca dignità a tutti.

Melquiades

 

Libertà per Lauriola, pacifica attivista NoTav

Il 17 settembre l’attivista No Tav Dana Lauriola, storica portavoce del movimento, viene tradotta in carcere a seguito di una condanna a 2 anni di reclusione. Per la magistratura torinese, Dana è colpevole di aver preso parte a una manifestazione nel lontano 2012, in cui lei e altri 300 attivisti bloccarono per circa 20 minuti il casello autostradale di Avigliana, in Val di Susa. Nello specifico ciò che le viene contestato è l’essere intervenuta con un megafono durante l’azione, distribuendo volantini e lasciando passare gratuitamente le auto, causando un danno economico, già rimborsato, di 777 euro alla società che detiene la concessione della tratta Torino-Bardonecchia. La suddetta manifestazione si svolse in modo pacifico e nonviolento: questo è uno dei motivi che ci spinge a prendere parola come Fridays for Future. Come attivisti e attiviste per il clima, impegnati nella lotta alla crisi climatica ed ecologica, ci sentiamo particolarmente colpiti da questa vicenda perché un domani potremmo essere noi a subire gli stessi attacchi. Chi lotta per il futuro non può essere considerato un criminale. Proprio la scorsa settimana a Roma più di 60 attivisti di ExtinctionRebellion hanno bloccato l’ingresso della sede amministrativa di Eni per ben 53 ore, senza che la notizia venisse riportata da alcuna testata. Solidarietà, quindi, a Dana e tutte e tutti coloro la cui libertà verrà compromessa per via della scelta di prendere una posizione contro la distruzione degli ecosistemi

Fridays For Future Italia

 

Lactalis tenta di pagare il latte il meno possibile

Lactalis non si limita a non sprecare una goccia del latte raccolto ai limiti della frode alimentare, come ben raccontato nella vostra inchiesta; prova anche a pagarlo il meno possibile! In Lombardia come Italatte ha appena sottoscritto un’intesa con Coldiretti che ribassa a 35,5 centesimi il prezzo base per gli allevatori a partire da gennaio prossimo. Ciò non bastasse (così si coprono a malapena i costi di gestione della stalla) ha di fatto reintrodotto le quote latte: infatti nei mesi invernali, l’eccedenza rispetto alle consegne 2020 subirà un’ulteriore decurtazione di prezzo di ben 6 centesimi. Come sempre succede, difficilmente poi questa diminuzione andrà a beneficio del consumatore.

Matteo Ballarini

 

No al Mes: pensiamo a fermare la corruzione

Per quale ragione tutti continuano a parlare dei denari del Mes da voler aggiungere alla Sanità quando sarebbe necessario annullare prima i furti miliardari (500 su 1.100) della corruzione.

Franco Paone

 

Necessario diversificare orari per ridurre i rischi

Considerato che il problema principale ci dicono siano i trasporti, e visto che tale problema è principalmente nelle ore di punta, penso non ci voglia un genio a pensare di diversificare gli orari delle scuole superiori e uffici pubblici permettendo così di sfruttare al massimo i mezzi di trasporto pubblico che durante il giorno viaggiano semivuoti.

Pietro Lonetto

 

Perché baristi e tassisti si lamentano?

Trovo cervellotico chiudere i ristoranti alle 18 mentre non lo trovo strano per i bar! Negli anni 80/90 l’hanno inventata loro la chiusura anticipata alle 18 visto che gli affari veri esentasse li facevano sicuramente al mattino e pausa pranzo! È scandaloso anche che si dia voce ai tassisti quando tutti sanno che molto spesso sono, purtroppo, loro a evadere le tasse.

Antonio Profico