Roma. “Rispetto i dubbi dei cronisti, ma la Raggi merita la rielezione”

Buongiorno, mi sia permesso replicare alla risposta che Giovanni Valentini ha dato a un lettore martedì scorso, in relazione alla possibile o improbabile – a seconda dei punti di vista – rielezione della sindaca Virginia Raggi a Roma. Un giornalista dà la sua visione d’insieme di un evento o di un fenomeno, esprime il suo pensiero, informa (e forma), sicuramente da un punto di vista privilegiato. Scriveva: “Non credo che Raggi abbia molte probabilità di essere rieletta… per le riserve che suscita in larga parte dell’opinione pubblica progressista romana… La dozzina di assessori dimessisi testimonia una scarsa capacità di selezione e aggregazione, doti che non possono difettare a un leader o a un capo… La sua gestione non è riuscita a risolvere i problemi quotidiani della vita urbana… (anche se) le si riconosce il grande merito di aver intrapreso il risanamento etico-morale del Campidoglio”.

Delle prime due frasi mi vien da dire che appartengono alla categoria dei “sondaggi”, da un punto di vista privilegiato ma si tratta di stime. Valentini si riferisce poi all’“opinione pubblica progressista romana”, dunque un campo non vastissimo. Sulla dozzina di assessori dimessisi osserverei: vivaddio! Molto bravi quei sindaci che in precedenza sono andati a colpo sicuro e nella cui giunta nessuno – forse? – si dimise: seppero scegliere o avevano qualche riconoscimento da dare Veltroni, Rutelli e Alemanno? Erano certamente più navigati, conoscevano “i loro polli” di partito ma, stando ai risultati, le mille realtà e problemi di Roma rimasero quelli di sempre, segno che non tutti nascono capi o leader, o che non lo sono nemmeno coloro che ostentano di esserlo. Menomale che Valentini riconosce alla Raggi qualche merito, almeno quello. Infine: sarà vero che “Internet ha dato diritto di parola a legioni di imbecilli”, come disse Umberto Eco, ma comunque Internet i suoi vantaggi li ha avuti, non sapremmo niente della Cina o dei Paesi lontani e dei regimi. Ma se si leggono su Facebook per esempio (che sicuramente contiene anche cretinate) i commenti dei residenti romani, essi plaudono e confermano le notizie che la loro sindaca dà su buche, autobus, viabilità, risparmi e quant’altro… Certo Fabrizio Barca è una gran persona, davvero di valore, e chissà se il Pd ci starebbe o lo licenzierebbe come avvenne con Marino, ma la Raggi meriterebbe un altro quinquennio, anche se ci sono schiere di Calenda, Meloni, Giletti e Parisi che “s’offrono”. Questi sicuramente in un quinquennio faranno cose che voi umani…

Angelo Umana

Veneto, il contagio sono i clan

Il Veneto che produce, e non si ferma. Nel pieno del lockdown, tra marzo e maggio, su 2700 imprese nate in Veneto oltre un terzo aveva ai vertici persone con precedenti per usura, riciclaggio, frode fiscale o mafia.

Pochi mesi prima, il procuratore Bruno Cherchi aveva dichiarato che “esiste un sistema omertoso ormai diffuso nel mondo imprenditoriale veneto”, e che “il Veneto è un luogo di investimento dei proventi delle attività criminose”. Di “piena infiltrazione” per il Friuli-Venezia Giulia parlava nel 2019 il procuratore di Trieste Carlo Mastelloni. Sabato scorso sono stati messi i sigilli a diverse grosse aziende di logistica e di lavorazione del porfido nella valle dell’Adige, sospettate di inquinamento mafioso. Ma l’estate è stata anche più traumatica: il 3 giugno a Verona – provincia dove sin dal 2019 era acclarata la perniciosa presenza del clan Multari – l’operazione “Isola Scaligera” ha portato in manette l’ex presidente dell’azienda dei rifiuti, e indagato l’ex sindaco Flavio Tosi e altre decine di persone (15 i milioni confiscati) nell’àmbito dell’inchiesta su un sistema ramificato all’estero (Albania), guidato dalle ’ndrine ma gestito da un avvocato massone del Polesine. Il 15 luglio, poi, l’operazione “Taurus” ha visto 33 arresti e 100 avvisi di garanzia (e il sequestro di beni per 3 milioni di euro) per estorsione, usura, riciclaggio, fatture false, traffico di droga, furto, e associazione di stampo mafioso, tra Lazise, Sommacampagna e Villafranca: legami solidi con Gioia Tauro e con le famiglie calabresi, ma anche vistoso coinvolgimento di imprenditori e professionisti veronesi scesi a patti coi clan (salvo poi pentirsene) per il recupero crediti. E basta percorrere il territorio per rendersi conto che il business delle ecomafie non sembra perdere colpi nemmeno dopo inchieste giudiziarie a largo raggio come la famosa “Cassiopea”, peraltro finita nel 2011 con un’accorante prescrizione. Ne fanno fede i continui roghi di capannoni abbandonati e riempiti di rifiuti più o meno tossici: solo negli ultimi 12 mesi due incendi alla Futura srl di Montebello Vicentino e due alla Snua di Aviano (gli ultimi il 12 e 18 settembre), un altro il 18 maggio a Sandrigo, per non parlare dei 46 episodi registrati e documentati dal 2009 al 2016 tra Zevio, Boara Polesine, Motta di Livenza… insomma ai quattro angoli della regione.

Non è certo un caso che proprio nell’àmbito dei rifiuti gravitino i più grossi scandali scoppiati dal 2000 in poi, come quello della Ramm di Alessandro Rossato attiva tra Venezia e la Calabria (dove era in affari con la costa Alampi-Libri), quello del trevigiano Stefano Gavioli arrestato per la gestione dei rifiuti di Napoli e della Calabria (ma poi assolto da ogni addebito, e ora di nuovo in pista in quel di Teramo), quello del consulente della sottosegretaria leghista all’ambiente Fabrizio Ghedin che l’anno scorso cercava di corrompere Fanpage.it per tacitare una veemente inchiesta sulle ecomafie a Nord-est, o ancora quello dell’alto dirigente regionale Fabio Fior, condannato in Cassazione a 4 anni e da più parti indicato come referente della “cricca dei rifiuti” nei 15 anni di controllo decisionale sulle politiche ambientali del Veneto. A leggere il libro di Luana de Francisco e Ugo Dinello Crimini a Nord-Est (Laterza 2020) si ricava l’impressione che le società criminali più varie abbiano trovato tra Veneto e Friuli un terreno fertile e pronto a una sollecita connivenza. Spesso la propaganda leghista si concentra, con facili quanto ipocrite filippiche (chi si fa di coca? chi compra le finte borsette Gucci? chi paga le signorine in tangenziale? per chi lavorano gli operai-schiavi?), sulle attività tenute prevalentemente dagli stranieri: dal traffico di oggetti contraffatti in mano alla mafia cinese dello Zheijang a quello della droga che fa capo (per lo più) ai nigeriani, dalla prostituzione gestita dai clan albanesi e kosovari (pure attivi nella tratta di esseri umani sul confine orientale) alle pratiche di caporalato di bengalesi e albanesi nei cantieri navali di Porto Marghera e Monfalcone – ma i confini fra queste aree di competenza sono porosi, e non di rado generano sanguinosi conflitti tra le bande.

Tuttavia, oltre agli innegabili legami – non sempre pacifici – tra questi cartelli e le organizzazioni nostrane (che per lo più mirano oggi ad attività meno “sporche” e più redditizie), ciò che emerge in modo più preoccupante dal dossier di De Francisco e Dinello – come già dalle mirabili indagini di Gianni Bellonni – è l’allignare in diverse zone di una criminalità italiana stanziale capace di produrre focolai endemici, e di diffondere a largo raggio quel contagio sommerso dell’omertà e dell’illegalità (rare le denunce di operazioni sospette; rarissime quelle di capannoni occupati, pur certo non poco visibili), che parrebbe aver superato ormai il punto di non ritorno. Con tanto di colletti bianchi, commercialisti, mediatori autoctoni pronti a riciclare denaro, oggi come ieri, approfittando delle imprese in difficoltà. È balzato agli onori delle cronache nazionali il consolidato strapotere di una fazione del clan camorristico dei Casalesi nel litorale veneziano, dall’edilizia alla ristorazione, dal narcotraffico al voto di scambio alla distrazione dei fondi europei: il processo contro 26 imputati, tra i quali il boss di Eraclea, Luciano Donadio da Giugliano (amico di Sandokan: “Infórmati chi sono, ti sparo in bocca”, soleva dire per persuadere), è attualmente in corso nell’aula-bunker di Mestre, e perfino il teste-chiave nel dibattimento, l’ex ragioniere della banda, il veneto Christian Sgnaolin, dichiara di avere paura. Ma non è inutile ricordare che per anni il business dei lancioni turistici al Tronchetto di Venezia è stato in mano al boss dell’Acquasanta Vito Galatolo (custode designato dell’esplosivo destinato a Nino Di Matteo, e cugino del regista dell’attentato all’Addaura), che negli anni 2000 l’usura campana (la famigerata società Aspide, che ha dato il nome all’omonimo processo) teneva in scacco il Padovano, e che sin dagli anni 90 la mafia siciliana – poi largamente scalzata dalla ’ndrangheta – aveva messo le mani, per lo più tramite prestanome, sul turismo, sul settore agroalimentare e della ristorazione, perfino sulla stabulazione e la raccolta delle vongole. Tutti settori oggi in crisi, in attesa di ristori e rilanci.

Questa scalata delle organizzazioni criminali, se pure – come molti amano ripetere con fare autoassolutorio – ha avuto origine nei contatti tra criminalità locale e mafiosi spediti al soggiorno obbligato dagli anni 80 in poi (da ultimo, fino al 2017, il figlio di Totò Riina; ma tra Abano Terme e il Vicentino latitarono alcuni dei protagonisti della stagione stragista, da Piddu Madonia ai fratelli Graviano), di certo ha esplicato e radicato tutto il suo potere negli ultimi due decenni: né risulta che la questione – al di là dei consueti proclami – sia mai stata in cima ai programmi delle numerose giunte leghiste e forzitaliote succedutesi a Palazzo Ferro Fini. A tener desta l’attenzione sul tema, anzitutto a livello di informazione, è sempre stata l’opposizione: il LeU Piero Ruzzante, qualche volonteroso 5stelle (per esempio Patrizia Bartelle, che ha poi abbandonato il MoVimento), e soprattutto, storicamente, gli infaticabili consiglieri e deputati pd Alessandro Naccarato e Nicola Pellicani: quest’ultimo nel luglio scorso, dopo lo scoppio di “Taurus”, ha vanamente chiesto l’insediamento di una Commissione regionale d’inchiesta, proprio in previsione dei pericoli di ulteriori infiltrazioni dovute alla crisi economica post-pandemia (crisi di liquidità, soldi a pioggia e controlli allentati); l’Osservatorio per il Contrasto alla Criminalità della Regione ha invece allineato nel suo recente rapporto, accanto a un’interessante analisi storica del consigliere pd Bruno Pigozzo, anche le paginette sbrigative e un po’ sbagliate del senatore leghista Giovanni Fabris.

È in questa luce che può leggersi lo sgomento di chi vede oggi il trionfale 76% del governatore Zaia tradursi in un 41 (maggioranza) a 9 (opposizione) nel Consiglio regionale: tra quegli sparuti nove, senz’altro, vi saranno nuovi alfieri di questa imprescindibile battaglia sia nel Pd sia (la sola e combattiva Erika Baldin) nel M5S: ma non sarebbe male che, sia pur tardivamente, pensassero almeno a unire le forze.

Oltre le colonne di Marzullo

Credevamo non fosse possibile andare oltre le Colonne di Marzullo, quel limite del palinsesto dove la vita diventa sogno e l’intervista diventa centro benessere, dalle foto di infanzia all’interpretazione dei sogni con lo psicanalista al telefono. Lo credevamo, ma forse ci sbagliavamo. Si può andare oltre quella foce stretta dov’Ercole segnò li suoi riguardi, e Marzullo pure. Lo prova Laura Tecce con Onorevoli confessioni – C’è vita oltre la politica (giovedì, Rai2, naturalmente mezzanotte e dintorni). Laura Tecce: chi sarà mai? Molte cose, secondo l’usanza corrente. Conduttrice, autrice, opinionista; ma la vocazione più genuinamente marzullesca è intervistare l’ospite nelle pieghe più intime con particolare propensione per i politici – forse perché in Rai la politica conta poco, forse perché i politici vanno poco in video. Ci hanno già provato parecchie signore, indimenticabile Anna La Rosa, ma Tecce ha una marcia in più. Onorevoli ne intervista due alla volta, con plastico montaggio parallelo. Vedi Stefano Bonaccini giocare a calcio sul campo del Campogalliano, e un attimo dopo vedi Renato Brunetta pronto a vendemmiare le sue vigne. Ma Tecce raddoppia anche nel contesto. Metà intervista è in studio, cheek-to-cheek, secondo l’ortodossia marzulliana, ma l’altra metà è in esterna, nei luoghi più amati dagli onorevoli, dove gli scoop spuntano come funghi. Brunetta racconta il suo fidanzamento alla moviola, dall’anello alla proposta di matrimonio. Poi, sotto torchio, confessa: “Sono un gran romantico.” Bonaccini dice di avere scritto il suo libro in 15 giorni, Simenon lèvati, e d’altra parte il suo romanzo preferito è Memorie di Adriano: “Un testo così delicato”. Ma il governatore è forte anche in geografia, e sfida Tecce a interrogarlo sui comuni della sua regione. “Quanti abitanti ha Forlimpopoli?” “Siamo sui quindicimila. Un bellissimo comune”. Facciamoci una domanda e diamoci una risposta: c’è vita oltre Marzullo? Sì. Tanta.

“Cari artisti, portateci il teatro in classe, siamo un po’ azzoppati”

Quest’anno i nostri bambini e ragazzi dovranno, causa Covid-19, fare a meno della tanto attesa gita a Roma, a Firenze, a Cremona o in qualche altra città d’arte. Cancellate anche le tanto amate mattinate sprofondati nelle comode e sontuose poltrone delle platee o tra i palchi dei teatri a imparare ad apprezzare opere e musical. Nessuno spettacolo, nessuna chiacchierata con attori e attrici.

Addio anche all’appuntamento sognato da tempo al Museo egizio di Torino o a Gualtieri a vedere quello che sapeva fare l’istrionico Antonio Ligabue studiato in classe. La scuola senza queste opportunità è un po’ più azzoppata. Ma una soluzione c’è. Noi maestri non manchiamo di fantasia. Il Coronavirus ha bloccato a casa artisti, musicisti, attori. La scuola ha bisogno di loro e loro hanno bisogno di noi: invitiamoli tra noi. Cari artisti, portateci il teatro in classe, raccontateci come nasce una canzone, venite con i vostri quadri in aula. Se non riusciremo a farlo in presenza (nelle scuole devono entrare il minor numero di persone possibili secondo i protocolli di molti presidi), facciamolo grazie alla tecnologia. Voglio immaginarmi una lezione di teatro in classe (virtuale o meno) con Alessandro Bergonzoni; una di musica con i Modena City Ramblers, con Fiorella Mannoia, con il cantautore Luca Bassanese. Mi piace pensare di avere “tra i banchi” qualche pittore. Serve un patto tra i ministeri dell’Istruzione e della Cultura, prevedendo magari un piccolo investimento che possa così sostenere un servizio che il mondo dello spettacolo fa alla scuola.

Raccontare il virus. Il sistema dei media è in cortocircuito

Forse anche ai nostri lettori sembra di vivere in un brutto sogno, da cui non ci si riesce a svegliare. Un incubo che ha un unico protagonista: il suo nome è Covid. Non parliamo d’altro, in pubblico e in privato, con toni sempre più ossessivi, sempre più terrorizzanti; se da un lato è colpa nostra – come individui e come collettività – dall’altro c’è un’attenuante di rilievo: niente come questo stramaledetto Coronavirus ci ha toccati così da vicino. Niente ha modificato le nostre vite così profondamente. Non era mai accaduto nulla di nemmeno lontanamente paragonabile. La tentazione di un confronto con la guerra è suggestiva, ma va respinta. Non siamo in guerra, eppure abbiamo perso la pace. E anche la libertà.

Per noi che siamo da questa parte della barricata raccontare questo momento mentre lo stiamo vivendo è difficilissimo: la lucidità non sempre ci viene in soccorso, e quasi mai in dosi sufficienti. Ieri Antonio Padellaro ci ha dato un ottimo consiglio, ricordandoci che i lettori, gli spettatori dei talk show non sono copie vendute o indici Auditel: sono persone che non ne possono più di cattive notizie. Aggiungiamo qui che anche noi siamo stanchi di dare e commentare cattive notizie. Certo che non possiamo far finta di niente e nemmeno di esser sani. Non ci possiamo inventare un universo parallelo in cui si parla solo di cose carine, però va detto con chiarezza che il sistema dei media in generale è ormai più fuori controllo dell’epidemia. Basta fare attenzione ai titoli di siti e giornali e alle parole che vengono usate, in una impressionante progressione di allarmismo: “Seconda ondata brutale, peggio della prima” è l’ultimo titolo letto, ma è solo un esempio tra mille. Avete fatto caso che non esistono più i sani o almeno i “portatori sani”? Al loro posto ci sono gli “asintomatici” e adesso, novità assoluta di ieri, i “pre-sintomatici” (che però possono diventare anche “pauci sintomatici”).

La comunicazione è affidata senza nessun filtro agli scienziati, detentori ultimi della verità assoluta. Che poi assoluta mica tanto, visto che tra di loro non sono d’accordo su quasi nulla. Stesso dicasi per i numeri, dati quotidianamente a caso e senza che siano chiariti parametri e metodi di rilevazione. Il risultato è che il povero cittadino non capisce più nulla, rimbambito com’è da messaggi contraddittori, preoccupanti, disfattisti. La settimana scorsa su tutti i siti campeggiava la notizia della morte di un volontario del vaccino per il Covid in Brasile. Ci sono volute diverse ore per scoprire che all’uomo non era stata somministrata nessuna dose di vaccino. Dunque in Brasile era morto un uomo, circostanza indubbiamente terribile per il deceduto e per chi gli voleva bene, ma irrilevante per la comunità internazionale. Però non tutti i siti hanno rettificato la notizia e quindi per molti resterà vero che testando il vaccino per il Covid un volontario è morto.

Non scopriamo certo adesso l’acqua calda, ovvero le distorsioni e le manchevolezze del circuito dell’informazione. Nulla di nuovo per carità, solo che ora più che mai giornali e tv si devono far carico di quella parola che è la loro funzione, mediare, per trasmettere con giudizio ai cittadini notizie che li aiutino a capire, a orientare pensieri e comportamenti. Non è facile, perché anche noi siamo a nostra volta travolti e impauriti. E allora tutto è “baratro”, “catastrofe”, “morte”. Non ci rendiamo conto che questo è l’umore che creiamo attorno a una società chiamata a uno sforzo inaudito, in cui fragilità sociali e individuali sono messe a dura prova. La sfida più difficile è prendersi la responsabilità di pensare e accompagnare chi ci legge fuori da un tunnel che sembra senza uscita anche perché così viene raccontato.

 

Pandemia. Il Covid sta diventando classista: bisogna tutelare i più deboli

Alla fine, girandola come si vuole, guardandola da più angolazioni, la situazione è questa: centinaia di migliaia di ragazzi non possono andare a scuola perché i trasporti pubblici che servono (tra le altre cose) a portarceli fanno schifo e compassione, ovunque, senza eccezioni.

Il bilancio di ciò che hanno fatto (e soprattutto non fatto) le amministrazioni regionali in sette mesi di quasi-tregua dell’epidemia è lì da vedere: desolante. Il tentativo di addossare soltanto alla famosa movida (in tutte le sue varianti) la responsabilità della seconda ondata non ha funzionato. Le immagini che ci vengono da treni locali, autobus urbani e metropolitane, invece, rendono bene l’idea: nessuno sano di mente può pensare che ci si infetti di più in un cinema semivuoto il giovedì sera (non dico dei teatri perché mi si stringe il cuore) che sul 31 barrato il venerdì mattina. Lo spettacolo è ancora più grottesco se si passa qualche minuto accanto ai binari di una grande stazione: la differenza tra chi scende da un Freccia Rossa – distanziato e garantito – e chi scende da un regionale – carro bestiame – è così evidente, dickensiana, da strabiliare.

E ovunque si volga lo sguardo, ciò che salta agli occhi come uno squalo nella vasca da bagno è questo: le diseguaglianze volano, si moltiplicano, allargano la loro forbice, salvano chi sta in alto nella scala sociale e schiacciano chi sta in basso. La terapia intensiva sarà pure una livella, per citare Totò, ma prima di arrivarci di livellato non c’è niente. È una cosa che quelli dei piani di sotto, con l’ascensore sociale che non funziona, sentono ogni giorno sulla loro pelle. Gente che magari aspetta un tampone da giorni e legge costantemente di un mondo superiore dove ci si tampona ogni venti minuti allegramente tra vip, calciatori, star televisive. La Serie A, insomma, sfugge all’affannata burokrazjia sanitaria, mentre la Serie B e le altre serie minori arrancano al telefono con il medico di base, l’Asl, la coda in macchina con bambino che tossisce, la mamma che non può andare al lavoro.

I sostenitori felloni di quell’imbroglio ideologico chiamato “meritocrazia” dovranno spiegarci come si fa a fare la gara del “merito” tra un ragazzo iperconnesso, attrezzato, munito nella sua stanza di numerosi device, e il suo omologo proletario, che si litiga il tablet con l’altro fratello, magari in un bilocale dove anche papà, o mamma, cercano di lavorare in smart working. Situazione dolorosa per la perdita di socialità negli anni più esplosivi della vita, per tutti; ma per il secondo ragazzino anche il rischio serio di mollare il colpo, di rinunciare, di abbandonare la scuola per essere risucchiato nella palude della bassa specializzazione, della mano d’opera a basso costo.

Tracciare, curare, combattere il virus, insomma, è impresa titanica, e si sa. Ma c’è un’altra cura urgente da attuare subito: evitare che il virus diventi definitivamente e irrimediabilmente classista, cosa che già è oltre i limiti di guardia. La scommessa vera sarebbe quella di ampliare la sfera dei diritti: un tablet per ogni studente, un posto tranquillo sull’autobus, un reddito garantito almeno per campare, un accesso universale, rapido, gratuito per il vaccino, se e quando arriverà. Questa è la partita che deve giocare la politica. Se non lo fa, se nemmeno ci prova, se ci ritroveremo domani non solo in situazione di maggior povertà, ma anche in situazione di maggiore ingiustizia, significa che la politica non basta più, che il virus di classe ha vinto.

 

Csm: organo di garanzia, non “vertice” dei giudici

Il 19 ottobre il Plenum del Csm, con una delibera adottata a maggioranza, ha dichiarato Piercamillo Davigo decaduto da componente per aver raggiunto, con il 70esimo anno, l’età del pensionamento. L’esito del voto è stato condizionato in modo determinante dalla discesa in campo dei vertici del consiglio che, se, di solito, privilegiano il silenzio e l’astensione, si sono, in questa occasione, lanciati, evocando la Costituzione, in una dura requisitoria. Il vicepresidente Ermini ha affermato: “Se i togati perdono questa qualità, si altera il rapporto tra togati e laici di 2/3 e 1/3 violando l’equilibrio dei poteri”. In realtà non si altera proprio nulla poiché il magistrato a riposo continuerebbe a far parte del Csm quale magistrato eletto dai magistrati e non si creerebbe affatto un tertium genus di componente né laico né togato. A sua volta, il presidente della Cassazione Curzio ha tuonato: “Il pensionamento fa venir meno lo status di magistrato ordinario e comporta il venir meno delle funzioni giudiziarie e di componente del Csm. La durata di quattro anni riguarda l’organo nel suo complesso, e non dei suoi componenti la cui durata può essere più breve”. Per la verità, l’articolo 104 della Costituzione afferma qualcosa di diverso: “I membri elettivi del Consiglio durano in carica quattro anni”.

Ora, se le parole hanno un senso e se la lettera della norma fa riferimento a “membri elettivi” e se in claris non fit interpretatio, ne consegue che, salvo i casi di decadenza tassativamente previsti dall’articolo 37 della legge istitutiva (e tra questi non è previsto il pensionamento), i “membri elettivi” restano in carica quattro anni rimanendo esclusi da questa previsione solo i membri di diritto che durano in carica per il tempo in cui permane il titolo che consente di far parte del Consiglio: solo per essi il collocamento a riposo comporta la decadenza. In nessun modo è dato ricavare dalla cessazione del requisito dell’esercizio delle funzioni una decadenza non prevista dalla legge istitutiva; né tantomeno dalla Costituzione che anzi la esclude.

Per tentare di superare il dato normativo, i sostenitori della decadenza hanno fatto leva su una sentenza del Consiglio di Stato del 2011 ove si assume che il Csm è organo di “autogoverno” dei magistrati e che in virtù “del principio di rappresentatività democratica” ne discende che “è scontato che la qualità dello status di magistrato in servizio, comportando il venir meno del presupposto stesso della partecipazione all’autogoverno, è ostativo alla prosecuzione dell’esercizio delle relative funzioni in seno all’organo consiliare”. La tesi è destituita di qualsiasi fondamento giuridico, poiché si ritiene il Csm un organo rappresentativo della corporazione dei magistrati, proprio quello che la Costituzione non vuole.

Il Csm non è organo di governo, né tantomeno di “autogoverno” dei magistrati; esso è un organo composito formato da operatori del diritto provenienti da diverse categorie professionali (magistrati, avvocati, professori di materie giuridiche). La loro elezione determina, a norma della Costituzione, il nascere di un nuovo, autonomo organo, distinto da quelli che lo hanno generato (ordine giudiziario e Parlamento). Il Csm non è uno strumento di rappresentanza tecnico dell’ordine giudiziario, ma si pone come organo di garanzia che la Costituzione vuole, a salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura.

È davvero inspiegabile come il Cds abbia potuto “riesumare” una tesi “rasa al suolo” dalla Consulta che, già nel 1973 (sent. 142/1973), ammoniva: “Non può affermarsi che il Consiglio superiore rappresenti, in senso tecnico, l’ordine giudiziario, di guisa che, attraverso di esso, se ne realizzi immediatamente il c.d. autogoverno (espressione anche questa da accogliersi piuttosto in senso figurato che in una rigorosa accezione giuridica): con la conseguenza che, esercitando il potere autorizzativo in questione, esso verrebbe ad agire in luogo, per conto e in nome dell’ordine giudiziario medesimo. La composizione mista dell’organo solo in parte – anche se prevalente – formato mediante elezione da parte dei magistrati, e per altra parte, invece, da membri eletti dal Parlamento (tra i quali deve essere scelto il vicepresidente), oltre che da membri di diritto, tra cui il Capo dello Stato che lo presiede, si oppone chiaramente a una simile raffigurazione”.

In sostanza, attesa la stessa conformazione dell’ordine giudiziario come “potere diffuso”, si può concludere che il Csm non rappresenta l’organo di “vertice” dell’ordine giudiziario, né il suo organo rappresentativo in senso proprio, costituendo esso un organo di rilevanza costituzionale con funzioni di garanzia. Il venir meno dell’esercizio delle funzioni di magistrato eletto non ha alcun effetto ai fini della sua permanenza nel Consiglio per tutta la durata prevista dalla Carta.

 

Nella tribù dei comici la reputazione è più importante delle gag

Ancora sulle norme sociali dei comici. Il sistema informale di norme osservato dai comici contemporanei privilegia la proprietà della gag, e non la performance, perché i cambiamenti tecnologici (radio, tv, web) hanno reso la proprietà più conveniente: la motivazione reale delle norme dei comici è ridurre la competizione altrui restringendo il numero dei comici accreditati (Strandburg, 2009). Il tabù presidiato dalle norme ha un legittimo significato economico, ma la sua retorica ricorre, per giustificarlo, al concetto romantico di originalità (Kaplan, 1967): un comico è tanto più apprezzato quanto più è originale, un concetto di cui abbiamo visto l’arbitrarietà. Nel vaudeville, invece, la valutazione riguardava la tecnica della performance: dire meglio la battuta, colorarla meglio, temporeggiare meglio con il pubblico, saper creare un monologo migliore (cioè più appropriato all’occasione) ricorrendo alle decine di migliaia di battute del repertorio comune, pubblicate su periodici del settore e in voluminosi tesauri a divisione tematica. Lo stile, che è impossibile da imitare ed è più personale della gag, era considerato più importante perché era quello a garantirti i favori del pubblico teatrale: una motivazione economica, senza però l’ipocrisia originalistica delle norme attuali. Il criterio dell’originalità permette una gestione più facile del sistema informale di norme, ma questo non significa che criterio e sistema siano giusti.

I comici non fanno causa ad altri comici (questa norma sociale si ritrova in altre comunità regolate da usanze, vedi Ellickson, 1991), ma in una tribù la cosa più importante è la reputazione: fondamentale per lavorare, o per ghettizzare. Robin Williams smise di frequentare i locali di stand-up, dove improvvisava a ruota libera ogni sera, perché stanco delle occhiatacce dei colleghi, dopo che qualcuno aveva sparso la voce che rubasse le battute (Grobel, 1992). Comici minori che si esibiscono in luoghi non prestigiosi (crociere, feste aziendali) possono “rubare” tutto quello che vogliono: la tribù li considera già scadenti, non costituiranno mai un pericolo competitivo. Un’altra eccezione sono i comici esordienti: il mestiere si impara facendolo, e la tribù chiude un occhio sul debuttante che sta cercando la propria voce usando sul palco materiale derivato; il debuttante non fa danni, essendo il suo pubblico esiguo. Il criterio del danno ricorda quello tenuto in considerazione dal giudice nella limitazione del copyright per fair use: se la copia non danneggia il mercato (la piazza) dell’opera originaria, il copyright non si applica.

I proprietari di locali tendono a non far lavorare chi “ruba” battute ad altri; ma se ne fregano, quando il cleptomane è un comico famoso (Persall, 1991). Inoltre, se il comico è famoso, l’accusa di rubare mossagli da un principiante viene tenuta in scarsa considerazione (Oliar & Sprigman, 2008). Certi locali usano una luce intermittente per segnalare al comico in scena che è entrato un “ladro” di battute: il comico in scena può decidere allora di proteggere il materiale nuovo passando al vecchio repertorio; oppure si mette a improvvisare, magari interagendo con il pubblico.

Al grosso pubblico non interessa chi è l’autore delle gag: basta che il comico faccia ridere (Geoghan, 1989). Il pubblico di appassionati, invece, introietta le norme sociali della tribù: tiene molto alla presunta “originalità” del comico, e può intraprendere un linciaggio mediatico contro un ipotetico trasgressore (Oliar & Sprigman, 2008).

(7. Continua)

 

Giovanissimi emarginati, però la fame c’entra poco

Fumogeni, petardi, bombe carta… Il primato nazionale, giornale online di CasaPound, esulta incorniciando in una foto di scontri di piazza il titolo: “Esplode la rabbia in tutta Italia contro il coprifuoco e i divieti liberticidi”. Ma poi, siccome i fascisti usano sempre lanciare il sasso e ritirare la mano, si compiace di segnalare che i due arrestati per il saccheggio del negozio Gucci di Torino sono egiziani, così come giovani immigrati sono anche dieci dei 28 fermati a Milano.

Di sicuro a Roma e a Torino si sono mossi anche nuclei del tifo organizzato legati all’estrema destra, un network che resta attivo in tutta Italia nonostante la chiusura degli stadi. Ciò che non ha impedito ad alcuni centri sociali (non certo quelli che da mesi organizzano a Milano le Brigate Volontari della Solidarietà) di giustificare gli episodi di violenza metropolitana.

Di sicuro resta il fatto che queste fiammate di guerriglia non somigliano affatto né alla “rivolta dei forni” nella pestilenza di manzoniana memoria, né alla sommossa di un popolo affamato. Incrociano una delinquenza giovanile che in Italia per fortuna non ha il retroterra delle banlieue parigine o dei ghetti londinesi teatro dei riots con assalto alle merci.

Difficile credere che dietro questi sparuti manipoli non vi fosse un’organizzazione programmata. Il che non deve impedirci di riconoscere che al richiamo hanno aderito gruppi di giovanissimi, anche adolescenti, privi di matrice politica; già noti ai commissariati di zona più che alla Digos: ben 13 dei fermati a Milano erano minorenni.

Gridavano “libertà, libertà”, si autoproclamavano “popolo della movida”, raccoglievano gli slogan no mask contro la “dittatura sanitaria” lanciati da CasaPound e Lealtà Azione. Di certo non hanno nulla a che fare con la protesta dei tassisti e dei commercianti su cui la destra cerca di mettere il cappello. Ma si tratta pur sempre di un’avvisaglia da non sottovalutare. Che si tratti della banda allo spray al peperoncino di Torino o di piccoli spacciatori o di improvvisati casseur, rappresentano una sacca di marginalità sociale che non crede nella solidarietà collettiva e dissemina isteria in un Paese reso fragile da mesi di sofferenze. La vera emergenza, cioè la curva crescente del contagio, rischia di uscirne oscurata.

L’uomo più inascoltato del Paese

Dispiace dirlo, ma Sergio Mattarella è l’uomo più inascoltato d’Italia. Purtroppo, perché i suoi appelli costanti e convinti all’unità, alla concordia nazionale, alla coesione sociale sarebbero le indispensabili trincee morali per resistere alla devastante seconda ondata del Covid e al contagio esponenziale del tutti contro tutti. Lo sarebbero ma non lo sono poiché, parafrasando Clausewitz, il virus non è che la continuazione della campagna elettorale con altri mezzi.

Riguardo al Renzi-Turigliatto, che attacca il giorno dopo il premier Giuseppe Conte sulle misure concordate il giorno prima dalla maggioranza di cui fa parte, chi può pensare che stia lavorando per la concordia nazionale? E quel tenere il “piede in due staffe” (Nicola Zingaretti) non è invece la solita, stucchevole ricerca di visibilità per il suo partitino? E tutto come se niente fosse, come se ci trovassimo non nel bel mezzo di una guerra mondiale a un nemico invisibile, ma nel solito tran tran da domenica comiziante. Vogliamo parlare dell’opposizione, delle cosiddette “aperture” di Giorgia Meloni che illuminano d’immenso le madame Verdurin del giornalismo dialogante? Primo: decidere chi fa cosa e come. Secondo: annullare i provvedimenti sbagliati. Terzo: stabilire che una volta usciti dall’emergenza si torna a votare. E l’uso di Palazzo Chigi no?

Suvvia, la leader di FdI lo sa da sé che sono condizioni impossibili, utili una volta di più ad accusare il governo di inettitudine e viltà. Ma fa comodo prenderle sul serio dal momento che portano acqua al partito della cacciata di Conte. Per poi fare cosa ce lo spiega con precisione chirurgica il direttore di Domani: “Le formule possibili sono molte, a parità di maggioranza o coinvolgendo le opposizioni”. Ah bè, allora è cosa praticamente fatta. Se questi sono i modelli di unità nazionale auspicati perché meravigliarsi se poi la coesione sociale è quella delle proteste di piazza, dei particolarismi eccitati, di chi si mostra “incapace di intravedere un insieme, segue nervature corporative, si organizza per interessi particolari” (Ezio Mauro)? Raddrizzare le gambe ai cani, fa dire Manzoni a don Abbondio a proposito di quanto sia vana l’illusione di cambiare la natura degli uomini e delle cose. Infatti, poi arriva don Rodrigo.