Il finestrino anteriore destro distrutto, intorno a lui un’altra trentina di auto danneggiate, proprio come la sua. Carrozzerie rigate, parabrezza in frantumi. Ciro De Simone, medico internista all’ospedale Infermi di Rimini, la scoperta l’ha fatta la scorsa domenica mattina, dopo aver terminato il turno di notte: 12 ore in un reparto Covid. “Spero che sia un fatto isolato”, dice. “Ma se gli obiettivi eravamo proprio noi medici e infermieri, posso spiegarmelo in un solo modo: è come se, denunciando la realtà dei fatti con cui ci confrontiamo ogni giorno, fossimo considerati artefici di allarmismo, responsabili delle chiusure decise dal governo. E dire che fino a pochi mesi fa ci chiamavano angeli…”. De Simone è uno degli operatori sanitari vittime delle azioni di vandalismo, sulle quali stanno indagando i carabinieri, perpetrate nella notte tra sabato e domenica nel parcheggio dell’ospedale romagnolo. Nel reparto dove ha fatto il turno ci sono 40 pazienti Covid, quattro sono gravi. “Questo crea preoccupazione, mette a dura prova la nostra resistenza piscologica”, prosegue. “I negazionisti? Forse è vero che bisogna passarci per comprendere fino in fondo… Se si fossero trovati intubati in una terapia intensiva non negherebbero l’evidenza”. L’Ausl Romagna ha già disposto l’installazione di un sistema di videosorveglianza, dopo i diversi incidenti. Quanto a De Simone, non è impaurito, semmai incredulo. Terminata la narrazione che li voleva eroi – con un bel po’ di retorica – ecco il nuovo capitolo. Oggi sono complici di chissà quale sistema che vuole impaurire la popolazione. “Ora – dice – abbiamo, in prospettiva, altri mesi da affrontare. E senza sapere come evolverà la situazione”.
Bergamo e Lodi: l’immunità di gregge è un dato di fatto
Da brivido gli incrementi percentuali di casi di Covid dal 2 al 23 ottobre nelle province della Lombardia. Varese: +64,7 per cento. Monza-Brianza: +61,3 per cento. Milano: +60,7 per cento. Poi si scende con Como (+39,9), Pavia, Lecco, Sondrio. Per arrivare agli incrementi più bassi di Bergamo (+6,9), Cremona (+9,2), Brescia (+9,7).
In mezzo a questa classifica nera della pandemia, con dati un po’ più alti, ma ben lontani dai picchi di Milano-Monza-Varese, ecco Mantova (+15,5) e Lodi (+18,1).
Non può sfuggire che i contagi oggi sono più bassi nelle aree che furono le più colpite tra febbraio e aprile, e cioè le province di Bergamo, Brescia e Cremona. Che cosa significa? “Che i bergamaschi sono gente seria”, risponde sorridendo Luca Lorini, primario di Anestesia e rianimazione dell’ospedale di Bergamo, “hanno imparato in fretta, hanno visto i morti e i camion militari con le bare, la primavera scorsa, dunque oggi hanno un atteggiamento responsabile e un comportamento più attento a non diffondere il virus”. Ma questa spiegazione non basta. C’è altro.
Alcuni l’hanno chiamata “immunità di gregge”, altri preferiscono chiamarla “immunità di comunità”: dove più numerosi sono stati i contagi a primavera, meno corre il virus oggi. “Nell’organismo di chi è stato contagiato, si sviluppano anticorpi”, spiega Lorini, “ce lo dimostrano le analisi sierologiche, che ci dicono proprio chi ha incontrato in passato il virus. Le analisi sierologiche nella popolazione della provincia di Bergamo provano che l’ha incontrato il 35-40 per cento della popolazione”. Questa è la cifra media, con percentuali più alte nelle zone di Alzano e Nembro, fino al 50 per cento, con punte addirittura fino al 60. Molti di coloro che hanno contratto il Covid-19 non se ne sono neppure accorti, perché hanno avuto sintomi leggeri o sono stati del tutto asintomatici. Ma il loro organismo ha sviluppato gli anticorpi che ora i test rilevano.
Oggi i numeri delle analisi sierologiche ci dicono che quella di Bergamo è l’area più colpita al mondo, visto che negli altri Paesi le percentuali di chi ha incontrato il virus sono tra l’11 e il 20 per cento.
“Gli anticorpi”, continua Lorini, “proteggono da nuovi contagi. Ecco perché nelle zone di Bergamo e Brescia oggi ci si ammala di meno”. È lo stesso effetto che si ottiene con il vaccino. In maniera un po’ grossolana, si può dire che chi è stato “toccato” dal virus ha in corpo il vaccino naturale che lo preserva dal contagio. Ma fino a quando? “Questo non lo sappiamo”, risponde Lorini. “Gli anticorpi dopo un certo periodo di tempo svaniscono, così come si esaurisce, per esempio, l’effetto del vaccino antinfluenzale, che infatti dobbiamo ripetere ogni anno”.
Non sappiamo quanto restano nell’organismo gli anticorpi del Covid-19, ma per ora resistono, a otto mesi dalla prima ondata: questo ci dicono i dati delle province di Bergamo, Brescia, Cremona. Basta infatti mettere a confronto i numeri degli incrementi percentuali di casi di Covid dal 2 al 23 ottobre (l’oggi), con l’incidenza del virus per mille abitanti fino al 2 ottobre (la fotografia della prima ondata), per rendersi conto che nelle diverse province della Lombardia le due cifre sono inversamente proporzionali: dove la pandemia ha picchiato più forte ieri, oggi il contagio è più debole. Bergamo: ieri incidenza 14,2; oggi incremento del 6,9, il più basso della Lombardia. Varese: ieri incidenza 5,3, il più basso della regione; oggi incremento del 64,7, il più alto della Lombardia. E Milano: ieri incidenza 8,9; oggi incremento del 60,7. L’“immunità di comunità” dunque esiste, sembrano dire i numeri lombardi, e sta proteggendo oggi le popolazioni più colpite nella primavera scorsa. Il costo è stato altissimo: migliaia di morti, specialmente nelle fasce più deboli della popolazione, per età o condizioni di salute. Sulla stessa linea anche la virologa Ilaria Capua, che ieri sul Corriere della sera rilanciava l’immunità di gregge come sola arma davvero efficace contro il virus, per ora, in assenza di vaccino.
“Lockdown Milano”. Ma Fontana e Sala si danno sette giorni
“Nella nostra Costituzione c’è la possibilità di intervenire a livello territoriale. Questo è il sistema che percorriamo”. E “abbiamo fatto un Dpcm che consente lockdown locali”. Lo ribadisce ieri il premier Giuseppe Conte con i numeri del contagio che si fanno da allarme rosso a livello nazionale e che da qualche giorno sono già inquietanti in Lombardia e Campania. Peraltro la via locale al lockdown era stata già tracciata anche dalla Conferenza Stato-Regioni. Tanto che il consigliere del ministero della Salute Walter Ricciardi lo ha detto chiaro e tondo: “A Milano e Napoli uno può prendere il Covid al bar, al ristorante, prendendo l’autobus. Stare a contatto con un positivo è facilissimo. In queste aree il lockdown è necessario, in altre aree del Paese no”. E per il direttore generale del ministero della Salute Gianni Rezza “nelle aree fuori controllo il lockdown dovrebbe essere un automatismo”.
E a Milano la parola lockdown comincia a essere ripetuta con insistenza nonostante pubblicamente il governatore Attilio Fontana proclami: “Non ci sono le condizioni per prevedere ipotesi di questo genere, anzi, tutti i nostri interventi vanno nella direzione di evitare ogni tipo di lockdown”. Ma la verità è racchiusa in parole sussurrate in confidenza da un membro della task force regionale: “La situazione comunque appare preoccupante”. Un concetto ribadito sempre ieri nell’incontro tra Fontana e i sindaci. Formalmente la riunione è stata convocata per l’ordinanza “tecnica” da emettere per “allineare” le norme lombarde con il Dpcm, firmata ieri sera. In realtà, il vertice è servito per segnare un compromesso armato, dopo le polemiche sulla didattica a distanza, una sorta di percorso condiviso per i prossimi 15 giorni. Un compromesso perché nessuno vuole decretare la chiusura, né rimettere mano a una delibera che ha già scatenando la piazza. E perché i 1.940 nuovi positivi registrati ieri nella sola città metropolitana di Milano, di cui 768 in città, fanno paura. Così come le notizie provenienti dai pronto soccorso presi d’assalto, come denunciato da Guido Bertolini, responsabile Covid-19 per questi reparti: “In molti casi i pazienti non trovano possibilità di ricovero immediato per l’assenza di letti disponibili e restano in pronto soccorso in attesa di una destinazione per giorni. L’unica cosa che si può fare è chiudere tutto, un lockdown nazionale”.
Invece in Lombardia è accordo, appunto, per temporeggiare: governatore e sindaci, Beppe Sala compreso, sono convinti di dover aspettare i numeri dei prossimi sette giorni senza intervenire. Se la curva dovesse continuare a salire tra una settimana scatterà almeno una stretta sul lavoro, imponendo lo smart working obbligatorio per alcune categorie. E, se anche allora i risultati sperati non dovessero arrivare, allo scadere del quindicesimo giorno, si adotteranno tutte le misure ritenute necessarie: il lockdown, un’enorme “zona rossa” lombarda non sarà più un’opzione, ma strada obbligata. Cosa che in Campania il governatore Vincenzo De Luca aveva già addirittura annunciato, per poi ritornare indietro dopo l’inizio dei “moti napoletani”. E ieri il sindaco Luigi de Magistris a Ricciardi ha replicato: “Le parole sono piombo. Se queste sono le condizioni, se Cts, Iss, Protezione civile, governo e Regione hanno elementi per fare una comunicazione ufficiale la facessero nei luoghi istituzionali, altrimenti creiamo solo allarmismo e preoccupazione”.
22 mila nuovi positivi e 221 morti. Impennata delle terapie intensive
Si aggrava la seconda ondata, i freddi numeri non bastano più e torna così la tradizionale conferenza stampa del ministero della Salute, non più quotidiana ma bisettimanale. Ogni martedì e giovedì il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, e il direttore generale della Prevenzione generale del ministero della Salute, Gianni Rezza, faranno il punto. Un ulteriore segnale della delicatezza della situazione, certificata da numeri, ancora una volta, preoccupanti.
Nelle ultime 24 ore in Italia si sono registrati 21.994 nuovi contagi (ennesimo record) rilevati da 174.398 tamponi. Il tasso di positività – ed è l’unica, parziale, buona notizia di ieri – scende a 12,6%, un punto in meno rispetto a domenica. La regione più colpita, per il quindicesimo giorno consecutivo, è la Lombardia con 5.035 nuovi casi, seguono Campania (2.761, picco massimo giornaliero) e Piemonte (2.458). Particolarmente critica la situazione di Napoli, al punto che per il capoluogo campano – come per Milano – il consulente del ministero della Salute, Walter Ricciardi, ha evocato lo spettro del lockdown. Parole confermate da Gianni Rezza, secondo cui “quando la situazione sfugge completamente di mano in una determinata area, il lockdown può essere preso in considerazione, anzi, dovrebbe essere quasi un automatismo”.
Nessuna regione è a casi zero (non accade dal 3 ottobre), dovunque indice Rt superiore a 1: “Sono numeri significativi difficilmente sostenibili” è il commento del presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro. Il tasso di crescita giornaliera regione per regione è tornato ormai stabilmente ai livelli della scorsa primavera. Si va dal minimo della Valle d’Aosta (+2,1%) al massimo del 6,8% della Campania, ma tassi elevati si registrano anche in Calabria (5,9%), Lazio (5,6%), Toscana (5,5%) e Molise (5%).
I pazienti ricoverati con sintomi sono 13.955 (+958 rispetto a domenica), ma è soprattutto il dato dei malati in terapia intensiva a segnare una preoccupante accelerazione: in un solo giorno i ricoverati gravi sono stati 127, dopo che da diversi giorni l’aumento relativo era contenuto tra i 70 e gli 80 casi al giorno. Il numero totale dei ricoverati in Ti sale dunque a 1.441, dato ormai vicinissimo ai 1.487 del 4 maggio (primo giorno del post lockdown con 16.823 ricoverati con sintomi): “Fortunatamente – ha detto Brusaferro – le persone più anziane contraggono un po’ meno l’infezione dei giovani. L’età mediana delle infezioni si attesta intorno ai 40 anni, ma è in crescita rispetto ai 30 anni di agosto. Nelle ultime settimane gli over 70 stanno ricominciando ad ammalarsi e sono quelli con il maggior rischio di gravi complicanze e purtroppo anche di esito fatale. Se questa curva dovesse crescere – ha concluso – purtroppo porterà anche a una crescita di decessi”.
E le vittime aumentano: 221 ieri rispetto alle 141 di domenica, il totale sale a 37.700 morti dall’inizio dell’epidemia. Per ritrovare un numero così elevato di decessi bisogna tornare ai 242 del 15 maggio. Mai, nei giorni successivi, i morti si erano più avvicinati a 200. La più colpita, di nuovo, è la Lombardia con 53 vittime, seguono Lazio (23) e Campania (20).
La conferenza stampa del ministero è stata anche l’occasione per tornare sul tema dei modi (e dei luoghi) di diffusione del contagio: “Le famiglie – ancora Brusaferro – sono il contesto nel quale attualmente il virus può correre più velocemente, amplificatori di una circolazione presente nella comunità che è esplosa dopo il mese di settembre. In agosto i luoghi ricreativi e turistici sono stati una fonte di amplificazione del virus, a settembre la circolazione si è spostata in luoghi difficili da identificare. Trasporti e scuole – ha concluso – hanno un ruolo, ma difficile da capire”.
“Piazze tragiche: unico orizzonte, la ragion propria”
“Sono piazze tragiche, nel senso letterario del termine, perché sono espressione di situazioni nelle quali non si può scegliere tra un bene e un male, tra una soluzione positiva e una negativa. Nelle tragedie, purtroppo, si sceglie sempre tra due mali”. Marco Revelli, torinese, sociologo, di piazze ne ha viste tante, ma mai (o quasi) come quelle andate in scena lunedì sera: “Possiamo dire – sospira – di essere definitivamente fuori dal Novecento”.
Professor Revelli, cosa ci dicono queste “rivolte”?
Sono manifestazioni abbastanza diverse a seconda delle città, ma emergono due protagonisti: i primi, chiamiamoli esercenti, sono espressione di un’estrema fragilità sociale che ormai colpisce anche categorie apparentemente benestanti e che ha forse un precedente nel movimento dei Forconi del 2013. Non sono state manifestazioni di poveri, semmai di impoveriti, colpiti dalla prima ondata del virus e atterriti dall’idea di precipitare definitivamente con la seconda. Il nostro sistema economico e sociale era già gravemente malato prima, la pandemia ha solo portato in superficie il morbo. Poi ci sono gli altri, i protagonisti dei disordini, per certi versi simili ai Gilet gialli francesi, generalmente provenienti dalle periferie, ragazzotti che normalmente nel weekend fanno lo struscio di fronte alle vetrine degli oggetti del desiderio, scesi in piazza con una logica da riot americani, da una parte per esprimere rabbia, dall’altra per soddisfare desideri, come le immagini dell’assalto all’atelier Gucci dimostrano.
Perché parla di uscita definitiva dal XX secolo?
Siamo di fronte al prodotto di classi sociali in decomposizione, attraversate da un forte risentimento e invidia sociale: la pancia della nostra società è un serbatoio esplosivo di rancore e mancanza di speranza. La logica è da guerra di tutti contro tutti.
Con quale obiettivo?
Ogni protagonista di queste proteste vede solo le proprie ragioni – anche valide per carità – ma la mediazione tra le proprie sofferenze e le sofferenze generali non compare mai. È una caduta di orizzonte.
Sono piazza di destra?
Sono molto esposte a tentativi egemonici di destra, che nel tutti contro tutti sguazza molto meglio di chi ragiona in termini di giustizia sociale ed eguaglianza, ma attenzione a liquidare il tutto come fascisteria delinquenziale, sarebbe un inutile esorcismo. Certo, ci sono gli ultras delle curve, ma preoccupiamoci del fatto che queste persone avvertano con chiarezza che esistono momenti di rabbia generalizzata in cui sanno di avere campo libero e molte orecchie pronte ad ascoltarli.
Qual è il nemico numero uno?
Il cosiddetto decisore pubblico, come se chi governa avesse ora a disposizione decisioni in grado di risolvere i loro problemi. Ma purtroppo non ce li ha. Siamo in una condizione tragica, e nella tragedia c’è sempre un fatto che si compie rispetto al quale il comportamento degli uomini è destinato alla sconfitta. Si paga per propria colpa e di colpe ne abbiamo tante – alcuni di più, altri di meno –. Il nemico dovrebbe essere il modello di vita e di organizzazione economica che abbiamo costruito negli ultimi 30 anni, ma con il virus alle calcagna sono inutili elucubrazioni.
È possibile un dialogo?
Il dialogo richiederebbe di condurre a ragione le questioni, ma non mi pare sia questo il caso. La decisione politica in situazioni come queste (riaprire per non danneggiare, ma rischiare di aggravare l’epidemia) è destinata a sbagliare sempre e comunque.
Odiografia di violenze e proteste in strada
Alla regia unica degli scontri da Napoli a Torino non sembra credere nessuno negli apparati di sicurezza. Semmai “vediamo molti aspiranti registi”, dice una fonte qualificata, per qualcuno “l’occasione insperata di un nuovo protagonismo”. È il caso di Forza Nuova a Roma. Mentre a Torino il centro sociale Askatasuna, una delle voci No Tav, guarda con attenzione ai casseur di piazza Castello per una possibile “alleanza tra ostili”. Lì come a Milano la novità è la partecipazione ai disordini di giovani di origine straniera, che ricordano le banlieue francesi.
Oggi si riunisce il Comitato nazionale per l’ordine pubblico presieduto dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, già convocato sulle misure anti-Covid prima delle proteste. La preoccupazione maggiore non è per questi giorni: “Finora sono episodi gestibili, se da qui a gennaio la disoccupazione aumenta le cose possono peggiorare”. Perché il malcontento c’è. Il Viminale guardava alle possibili tensioni dell’autunno fin da luglio, specie in caso di nuove chiusure. Così il capo della polizia Franco Gabrielli, nella circolare di ieri a prefetti e questori, da un lato mette in guardia da possibili “strumentalizzazioni” e dall’altro richiede ai suoi uomini “proporzionalità”. Attenzione anche alla Sicilia. E alle carceri.
Roma Fascisti scatenati, in piazza anche esercenti
Ancora ieri sera, come sabato scorso, gruppi legati a Forza Nuova e a una parte degli ultras hanno sfidato le forze dell’ordine in piazza del Popolo, poi nei quartieri Flaminio e Prati. Su di loro si concentra la Digos che tiene costantemente informata la pm Ilaria Calò. Sotto il Pincio circa in 200 si sono radunati alle 19 con Giuliano Castellino, vicesegretario di Fn. Fumogeni, striscioni, saluti romani e cori da stadio. Cariche della polizia, acqua dagli idranti, petardi, cassonetti e monopattini bruciati nella fuga. Dodici fermati. Uno scooterista “investito” dai manifestanti in piazzale Flaminio. Castellino in mattinata era anche alla protesta di un centinaio di operatori delle palestre al Pantheon, per lo più destrorsi ma pacifici: “Mia regia? Lo avrei rivendicato con orgoglio”, si schermisce. In piazza del Popolo anche un piccolo corteo di commercianti con esponenti della Lega. Non c’e solo estrema destra, però. Ogni giorno alle 18, ristoratori e gestori di pub aderenti al Mio (Movimento imprese ospitalità) riversano oltre 100 litri di birra nelle piazze romane. Pacifica anche la protesta dei tassisti sotto la sede del Mef.
Torino 3.000 commercianti e la guerriglia dei casseur
Ultras, pregiudicati, tossici. E centinaia di giovani, anche minorenni, tra cui molti nordafricani, provenienti dalle periferie e carichi di rabbia. Lunedì sera a Torino la guerriglia partita da piazza Castello ha devastato il centro, tra incappucciati che tiravano bombe carta e ragazzini che devastavano i negozi di via Roma, a partire da Gucci. Intanto, in piazza Vittorio, 3.000 commercianti pacifici gridavano che il Covid non esiste e Conte li farà fallire.
Polizia e carabinieri hanno fermato 11 persone, per lo più giovani, alcuni con piccoli precedenti. Oltre dieci agenti feriti. Il questore di Torino, Giuseppe De Matteis, tuona: “Per gli scontri c’è una regia precisa, unicamente addebitabile a una serie di soggetti preparati per delinquere”.
Napoli L’ombra dei clan e i 5.000 al plebiscito
Commercianti, ristoratori, proprietari di baretti e birrerie, titolari di scuole di danza. Uomini e donne che lavoravano in queste piccole imprese e hanno perso il posto dalla sera alla mattina. Studenti e ragazzi dei centri sociali. Sindacati di base e tassisti. La piazza dei cinquemila manifestanti che lunedì sera hanno invaso il Plebiscito a Napoli – qualche centinaio ha poi sfilato verso gli uffici del governatore Vincenzo De Luca a Santa Lucia – è molto diversa da quella di venerdì notte, inquinata dalla manovalanza della camorra. Si è respirata la stessa rabbia. Contenuta però in una protesta pacifica. Nel mirino le ordinanze di Conte e De Luca, ma anche i tentennamenti del sindaco Luigi de Magistris, che prima aveva annunciato e poi ci ha ripensato per evitare strumentalizzazioni. Di tutt’altro colore le proteste di sabato scorso, quando la sinistra antagonista dei Carc e dei centri sociali ha occupato i salotti buoni della città – tra cui piazza dei Martiri, dove ha sede Confindustria – lanciando bottiglie e bombe carta al grido “reddito garantito per tutti”.
Milano Giovanissimi che parlano un’altra lingua
Gli scontri di lunedì sera a Milano lasciano sul tavolo un nuovo linguaggio della piazza, un lessico fatto solo di violenza, del gesto per il gesto senza idee o ideologie, più simile alla logica casseur che ai movimenti riot, più aderente al sentimento della destra che a quello anarchico o antagonista, entrambi comunque presenti e interessati a capire. Al di là dell’inchiesta già incardinata ieri per danneggiamento e violenza a pubblico ufficiale, ciò che preoccupa la Questura è la marca sociale di chi in nome di una vaga protesta contro le norme anti-Covid ha infiammato le strade tra piazzale Loreto e la sede della Regione. Carte alla mano sono 28 i denunciati. Di questi solo una 35enne dell’area anarchica tra il quartiere Corvetto e l’ex palazzina occupata di via dei Mille ha precedenti per scontri di piazza. Il resto è una lunghissima lista di precedenti per spaccio, rapina, rissa, porto abusivo di armi. Nulla di politico, né legato alle aree estreme di destra e sinistra o agli ultras. Eppure erano in piazza, accompagnati da un invito politico di CasaPound e LealtAzione. L’estrema destra annunciata “presente” ha disertato, consapevole che il proprio ruolo istituzionale nei municipi di Milano non avrebbe avuto giustificazioni davanti agli scontri. Chi lunedì era in strada (circa 400, anche meno) aveva poco più di vent’anni: 13 minori, 10 stranieri e 18 italiani. Rimontati dalle periferie: da via Porpora e da via Padova, da Cinisello Balsamo, da Quarto Oggiaro e dal Giambellino. Seconde, terze generazioni: sudamericani, arabi, dall’Europa dell’est. Per nulla simili alla logica delle banlieue dove il “diritto” dà fuoco alle polveri. A Milano, invece, solo seguaci di una rabbia fine a se stessa, alimentata da discutibili canzoni in stile trap. Attirati da un vaga locandina girata sul web, invogliati dall’occasione di potere passare le ore vietate dal coprifuoco, mettendo sul piatto quella carica di rabbia, violenza e reati che i commissariati registrano ogni giorno. Chi ha provato senza riuscirci a devastare Milano non è cliente degli uffici politici. E questo crea un ground zero della piazza milanese. Una novità evidente, diversa da ciò che è avvenuto a Torino, Napoli, Roma.
Ritardi ed errori, De Micheli sotto accusa
Accerchiata ma inamovibile. Immobile ma sulla graticola come la sua collega Lucia Azzolina sulla Scuola. Eppure la ministra Paola De Micheli, ex bersaniana, poi renziana, poi zingarettiana sulla via di Porta Pia, non dovrebbe dormire sonni tranquilli visto che uno dei principali problemi della seconda ondata riguarda i trasporti, e soprattutto il trasporto pubblico locale frequentato ogni giorno da migliaia di lavoratori e studenti. Molti scienziati –da Ricciardi a Pregliasco fino a Crisanti – continuano a ripetere che uno dei motivi principali dell’impennata dei contagi sia l’affollamento sui mezzi pubblici negli orari di punta. Eppure nemmeno le foto degli assembramenti sui bus a Roma e alla fermata della metro Cadorna a Milano la scalfiscono: “Lo studio più autorevole in materia dice che tutti i mezzi di trasporto hanno dato un contributo pari all’1,2% del contagio”, ha detto De Micheli il 18 ottobre a Mezz’Ora in Più, concetto ribadito il 23 a Otto e Mezzo. Peccato che, come ha notato anche il sito di fact-checking Pagella Politica, non esiste alcuno “studio scientifico” che suffraghi questa tesi.
La ministra Pd fa riferimento a un rapporto della Santé Publique, l’agenzia governativa francese che si occupa di monitoraggio dell’epidemia, del 28 settembre sui2.830 focolai transalpini. Quindi, oltre al fatto che quel rapporto risale a un mese fa, il dato non è assolutamente generalizzabile a livello internazionale, tantomeno al caso italiano. Non solo: la ministra e le Regioni a fine agosto, pochi giorni prima dell’inizio della scuola, avevano trovato un accordo per arrivare a una capienza massima dell’80% sui mezzi pubblici nonostante il Cts avesse richiesto che questa quota non superasse il 50% come sui treni ad Alta velocità, per poi ‘concedere’ un massimo del 75% a forti condizioni. Il 17 ottobre i tecnici del ministero della Salute hanno dato l’allarme: “Un’importante criticità è rappresentata dal tpl che non sembra essersi adeguato alle rinnovate esigenzenonostante il Cts abbia evidenziato fin dallo scorso mese di aprile la necessità di riorganizzazione, incentivando una diversa mobilità coinvolgendo le istituzioni locali”. Ma in questi giorni De Micheli ripete che se fossero stati ascoltati i tecnici “metà dei cittadini non sarebbe potuta andare a lavorare”. Certo, da una parte Regioni e Comuni hanno le loro responsabilità visto che il Mit ha stanziato 300 milioni ma non sono stati spesi neanche tutti quelli già erogati per aumentare la flotta dei bus e fare accordi per i mezzi privati. Le Regioni, infatti, in mancanza di indicazioni si muovono in autonomia: per esempio in Toscana dove il governatore Giani, primo in Italia, ha abbassato il limite della capienza al 50%, stanziando 4 milioni per 200 bus turistici e 600 Ncc. Gli accordi dipendono dalle Regioni ma il ritardo del Ministero è evidente: dopo lunghe trattative ha messo nero su bianco le norme e i fondi solo il 7 settembre. Per questo la guerra alla De Micheli è entrata nel governo. I 5S, anche coi ministri Azzolina e Spadafora, picchiano sulle mancanze “sui trasporti”, ma la ministra ha grossi problemi anche in casa sua: mezzo Pd pensa che abbia diverse responsabilità, compreso Zingaretti che già ai tempi della trattativa con Aspi ha avuto molto da ridire sul suo operato. Ma il segretario Pd è convinto che rimuovere una pedina vorrebbe dire farle cadere tutte. E al momento, nessuno può permetterselo.
I tablet ci sono, la rete meno. Il Sud in affanno sulla “dad”
Il secondo atto della didattica a distanza (che ora si chiama didattica digitale integrata) passa la prova del nove. Stavolta i dirigenti son pronti. Gli insegnanti si sono in gran parte formati: chi a scuola, chi per i fatti propri. Da lunedì c’è un contratto nazionale integrativo che stabilisce le regole del “gioco”. Ci sono più device a disposizione per i ragazzi che ne hanno bisogno e per chi non ha ancora avuto la possibilità di avere un tablet dalla scuola ieri il governo con il “decreto Ristori”, ha stanziato ulteriori 85 milioni di euro che permetteranno l’acquisto di dispositivi portatili e strumenti per le connessioni. Finora, sono stati 432.330 i dispositivi acquistati con i finanziamenti già assegnati e oltre 100mila le connessioni, in aggiunta a 1,2 milioni di device già in dotazione nei laboratori. Restano però due problemi: il caos tra Regioni e Stato e la Rete claudicante in molte zone. Il giorno dopo il Dpcm che ha stabilito la didattica a distanza al 75% in tutte le scuole superiori, abbiamo provato a capire come sta andando questo ritorno alla didattica online che ha coinvolto tutti a parte il Trentino, dove si va a scuola grazie a un’ordinanza del presidente della Provincia autonoma.
A vivere più di altri sulla propria pelle l’addio alla classe sono i ragazzi della secondaria di secondo grado della Campania, della Sicilia e della Lombardia dove tutti fanno lezione da casa. Anzi, nella regione dove governa Vincenzo De Luca anche alle medie e alla primaria sono in dad. “Le scuole – spiega la dirigente dell’ufficio scolastico regionale della Campania, Luisa Franzese – erano preparate e si sono attivate per fornire alla maggior parte dei ragazzi i tablet necessari. Il problema è la connessione. La banda larga va potenziata”. A dare qualche numero è il presidente regionale dell’Associazione nazionale presidi, Franco De Rosa: “Il 30% dei nostri allievi non ha device o connessione”. Più ottimista il collega dell’Anp calabra, Pino Gelardi: “Le nostre scuole in questi mesi si sono attrezzate. I docenti sono stati formati. Molti istituti come il mio hanno molti tablet per i ragazzi”. E proprio in Calabria come in Sicilia si registra una situazione anomala: le ordinanze regionali, scritte prima del Dpcm del presidente Conte, hanno prevalso sul provvedimento del governo perciò fino al 13 novembre il 100% degli studenti farà lezione online per poi passare dal giorno dopo al 75%.
Una scelta che ha creato non poca confusione nell’organizzazione del lavoro ai capi d’istituto: “Continuano a cambiare le carte in tavola mentre stiamo lavorando. Stanno giocando sulla nostra pelle. Dovrò capire – spiega Angela Troia, preside dell’istituto “D’Alessandro” a Bagheria – come fare a gestire queste due fasi. Intanto nella mia scuola 70 ragazzi su 1.300 hanno bisogno di un device”.
Un tema, quello dei dispositivi, ben presente alla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina: “Gli 85 milioni saranno rapidamente disponibili nelle casse delle scuole e saranno dedicati agli studenti meno abbienti. Il nuovo stanziamento consentirà di acquistare a stretto giro oltre 200mila nuovi dispositivi e oltre 100mila connessioni”. Non solo. Grazie a un decreto firmato, sempre ieri, dalla ministra sarà possibile concedere alle scuole secondarie di secondo grado ulteriori risorse specifiche, pari a oltre 3,6 milioni di euro, per garantire la connessione e, quindi, la didattica digitale integrata, a studentesse e studenti che ne fossero ancora privi.
E tra le novità c’è il contratto nazionale integrativo firmato ad oggi solo da Cisl e Anief i cui contenuti sono già stati diffusi ai dirigenti scolastici da una nota siglata dal capo dipartimento Marco Bruschi che in queste ore sta trattando con la Flc Cgil per ottenere la loro firma e salvaguardare il documento. L’accordo prevede ore di 60 minuti ridotte; pause tra lezioni sincrone; obbligo della segnalazione delle assenze e presenze sul registro elettronico; device in comodato d’uso per i precari e formazione per i maestri e i professori. Ma non solo. Arriva anche l’elemento di chiarezza sui docenti a casa in quarantena con sorveglianza attiva: “Fino all’eventuale manifestarsi dei sintomi della malattia, benché il periodo di quarantena sia equiparato, come si è visto, al ricovero ospedaliero, il lavoratore non è da ritenersi incapace temporaneamente al lavoro ed è dunque in grado di espletare la propria attività professionale in forme diverse”.
Pressing Pd-Iv e caos 5S. Conte ha i nemici in casa
Icontagi salgono ancora, e sopra Giuseppe Conte volteggiano gli avvoltoi. Se il premier non riprende in mano subito la situazione, la conflittualità nel governo può esplodere rapidamente: nel Pd lo dicono in molti. Il terzo Dpcm in 11 giorni risale solo a domenica, ma nella maggioranza c’è già la fila per sconfessarlo: con i renziani che vogliono le riaperture e un bel pezzo di Pd che evoca già altro, le zone rosse e magari un lockdown nazionale, quello che Conte non può più escludere: “Lavoriamo per evitarlo”.
Invece i Cinque Stelle sono confusi e lacerati. Perdono altre due parlamentari, la deputata Rina De Lorenzo (va a Leu) e la senatrice Tiziana Drago. Soprattutto, Alessandro Di Battista e gli eletti a lui vicini chiedono di fermare gli Stati generali, ma i vertici dicono no: il congresso va completato via web. In questo quadro, il premier ribadisce la sua linea in conferenza stampa: “Il nostro obiettivo è mettere sotto controllo la curva epidemiologica e mettere in sicurezza il Paese. Le nostre scelte possono essere sindacate, ma non abbiamo agito in modo discriminato, dobbiamo assolutamente scongiurare un lockdown nazionale”. Però attorno a lui il clima si è fatto di nuovo fosco. “Certi distinguo del giorno dopo sul Dpcm mi sorprendono” ringhia Conte. Ce l’ha innanzitutto con Italia Viva, che infatti gli replica tramite Ettore Rosato: “Il premier non si stupirebbe dei distinguo del giorno dopo se solo imparasse ad ascoltare i suggerimenti del giorno prima”. Di sicuro Conte sa che si è tornati a parlare di operazioni per arrivare a un cambio di governo, magari con un esecutivo di unità nazionale. Ma c’è chi vorrebbe sostituire proprio il premier, allargando la maggioranza a qualche centrista e a pezzi di Forza Italia. Ed è da sempre il progetto di Matteo Renzi. Alcuni fiutano già il sangue, come il presidente del Coni, Giovanni Malagò: “Ho partecipato a una call sullo sport con Conte e i ministri Gualtieri e Spadafora, un formidabile minestrone”. Di certo Italia Viva e il dem Andrea Marcucci (in rappresentanza di se stesso e non del Pd) chiedono un Comitato di salute pubblica: una via per allargare la maggioranza. Invece il capo delegazione dem Dario Franceschini ha ripreso il ruolo di principale avversario interno del premier. E c’è chi crede che stia lavorando per sostituire Conte. “Fantascienza”, smentiscono i suoi amici. Però in Senato è in arrivo la legge di Bilancio, l’occasione per eventuali incidenti. Invece il segretario dem Nicola Zingaretti attende gli eventi. Lunedì ha dato un mese di tempo al premier per verificare le misure, sia sanitarie che economiche, e prendere una posizione sul Mes. Ieri però al Nazareno si dicevano soddisfatti dei ristori contenuti nel decreto economico. Ma Iv è sempre all’attacco, nel nome di modifiche del Dpcm e della richiesta di ricorrere al Mes.
Anche per questo, assicurano dai 5Stelle, Luigi Di Maio vuole sostenere Conte “perché appoggiarlo vuole dire appoggiare questo governo”. Nelle ultime ore ai parlamentari grillini è stato chiesto di rinserrare le fila, limitando i mal di pancia. Mentre il reggente Vito Crimi ha riepilogato le prossime tappe degli Stati generali, respingendo la richiesta di Di Battista di fermarli. “Abbiamo già tenuto le assemblee locali e dobbiamo eleggere la nuova guida politica”, ragionano ai piani alti.
Ma prima il premier indicato dal M5S deve tenere a bada la sua maggioranza. E infatti già in tarda serata incontra i capigruppo. “La notte del Dpcm, proposte alternative non ne ho sentite”, ricorda Conte. Deciso a difendersi.
Salvini e la Meloni soffiano sul fuoco per dare la spallata
“Noi siamo contro ogni forma di violenza. Poi, se vogliamo fare un ragionamento squisitamente politico, più ci sono insoddisfazioni e proteste con la gente in piazza contro il governo, più ci fa gioco. Sarà interessante vedere i prossimi sondaggi…”. Un deputato della Lega che chiede l’anonimato fotografa con franchezza la situazione che si è venuta a creare dopo l’ultimo Dpcm, contro il quale sono scesi in piazza cittadini e ristoratori, ma anche gruppi di estremisti, con episodi violenti in diverse città. Violenza che, nonostante le parole e qualche buona intenzione, a destra viene cavalcata.
“Adesso basta soffiare sul fuoco”, ha detto Giuseppe Conte. Su quel fuoco, però, a destra si getta benzina. Basti vedere i titoli di alcuni giornali d’area, ieri, in cui è tutto un osannare alla piazza. “Vanno in piazza contro Conte. Gestori di bar e ristoranti alla canna del gas”, è l’apertura di Libero. Per il Tempo di Franco Bechis, “Insorge l’Italia delle partite Iva”, perché “ormai è rivolta contro Conte: in piazza baristi e ristoratori”. “Lo Spacca Italia. Tutti contro tutti”, titola invece il Giornale. Insomma, quasi non si aspettava altro. Con strizzate d’occhio alla piazza anche dai giornaloni anti-Conte, vedi Repubblica e Stampa.
Se da una parte i leader condannano le violenze, dall’altra non fanno nulla per evitare le provocazioni. A partire da Salvini che, prima invita i governatori leghisti ad attaccare il Dpcm, poi chiama i suoi sindaci a ribellarsi facendo ricorso al Tar. “Come Lega stiamo mobilitando i nostri sindaci contro le misure del nuovo Dpcm”, scrive. E giustifica l’insubordinazione di regioni e province autonome. “Il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti (leghista, ndr), ha esteso gli orari di bar (alle 20) e ristoranti (alle 22). Si segua quel modello ovunque è possibile”, ha twittato il Capitano. Elogiando indirettamente anche l’Alto Adige e invitando gli amministratori leghisti alla disobbedienza civile. Pure il solitamente moderato come il governatore friulano Massimiliano Fedriga è sceso in piazza con gli imprenditori contro il governo.
Del resto che senso aveva pubblicare sul proprio profilo, e parliamo sempre di Salvini, la famosa foto della metro C di Roma piena, mentre si chiudono bar e ristoranti, se non quella di esacerbare gli animi dei propri elettori? “Lavoratori, imprenditori e partite Iva che lottano per il loro futuro e meritano rispetto. Non si può far passare tutti per estremisti!”, twitta Giorgia Meloni.
La sensazione, dunque, è che se Lega e FdI condannano le violenze, usano però toni e argomenti (vedi Salvini ieri sera da Mario Giordano) che sembrano fatti apposta per sobillare le piazze. “In mezzo a cittadini esasperati e giustamente disperati ci sono anche violenti e provocatori. Volete la mia condanna? Scordatevela!”, twitta con hashtag #eraora, Maria Giovanna Maglie, presentatrice ufficiale delle ultime kermesse leghiste.
Ieri, Salvini, Meloni e Tajani si sono visti in un vertice, con Berlusconi collegato da remoto. “Conte venga in Parlamento, bisogna votare punto per punto le misure previste dal Dpcm”, fanno sapere dal centrodestra. Un voto che, nell’obiettivo dei tre, serve a “inchiodare la maggioranza alle sue responsabilità”, facendone esplodere le divergenze. Già, perché le critiche di Matteo Renzi al Dpcm somigliano molto a quelle di Salvini&C. Fuoco amico verso Palazzo Chigi. “E se si vota in aula sulle misure, Renzi che fa…?”.