Stop ai licenziamenti, indennizzi e tamponi: decreto da 7 miliardi

Due miliardi per garantire ristori a fondo perduto ai settori costretti a chiudere o quasi in seguito al Dpcm, come piscine, palestre, cinema, sale giochi, bar e ristoranti. Per la proroga di 6 settimane della cassa integrazione, cui si aggiunge il blocco dei licenziamenti fino al 31 gennaio 2021, ci sono 2,7 miliardi. Più di un miliardo va a coprire cultura e turismo. E poi ancora, fino a raggiungere 5,4 miliardi (6,8 considerate anche le rimanenze di cassa), ci sono Imu, affitti e tamponi. A 24 ore dalla prima bozza, il dl Ristori approvato ieri dal Consiglio dei ministri si è arricchito di quasi 2 miliardi, mettendo in campo una nuova tranche di indennizzi per 350.000 imprese. Una mini-manovra, forse l’ultima dell’anno. “Faremo arrivare le risorse in tempi record, siamo davanti a gente che soffre e che non può aspettare”, ha detto il premier Giuseppe Conte. “Sono ristori significativi” per il ministro Gualtieri (è risultato negativo al tampone). Tra le proteste di alcuni settori che chiedevano di più (tassisti) e la rabbia di commercianti e imprenditori, trionfano i sindacati su Confindustria, mentre i commercialisti chiedono l’estensione delle misure anche ai liberi professionisti. Vediamo nel dettaglio le misure.

Ristori. Arriveranno sul conto corrente entro il 15 novembre, grazie al meccanismo già utilizzato con il decreto Rilancio con il mese di aprile come punto di riferimento. A bar, pasticcerie e gelaterie andrà il 150% di quanto già avuto ad aprile, i ristoranti otterranno il 200%, le discoteche il 400%, mentre a tassisti e noleggiatori – sul piede di guerra – il 100%. Il nuovo contributo a fondo perduto non ha limiti di fatturato, ma un tetto massimo di 150 mila euro.

Cig. Esteso di 6 settimane l’ammortizzatore “Covid” che va a coprire la richiesta tra il 16 novembre 2020 e il 31 gennaio 2021. Riguarda tutte le attività che hanno già richiesto le 9 settimane aggiuntive previste nel decreto Agosto. Poi in manovra ci saranno le ulteriori risorse per arrivare a 18 settimane complessive. Viene esteso fino al 31 gennaio il divieto per i licenziamenti attualmente in vigore, così come da settimane chiedono i sindacati e inviso a Confindustria. Oggi il governo incontrerà Cgil, Cisl e Uil.

Credito imposta. Bonus al 60% per gli affitti commerciali per i mesi di ottobre, novembre e dicembre. La misura costa circa 220 milioni.

Imu. Stop alla seconda rata sugli immobili in scadenza il 16 dicembre se i proprietari sono anche i gestori delle attività. Previsti 96 milioni di ristoro ai Comuni per i mancati incassi.

Versamenti. A novembre sospesi i versamenti contributivi relativi ai lavoratori.

Pignoramenti. Stop fino al 31 dicembre alle procedure esecutive per il pignoramento immobiliare dell’abitazione principale del debitore.

Cultura e turismo. Ristoro per cinema e teatri, 1.000 euro per i lavoratori autonomi e intermittenti dello spettacolo, proroga della Cig e indennità speciali per i settori del turismo. Poi rimborso con voucher per gli spettacoli dal vivo previsti dal 24 ottobre al 31 gennaio 2021 e saltati. Ai precari dello sport andranno 800 euro.

Rem. Previsti altri due mesi del reddito d’emergenza per le famiglie, ma non viene riaperta la procedura per le domande.

Immuni. Arriva, con notevole ritardo, il servizio nazionale per contact tracing, un call center per le persone positive al Covid o che hanno avuto contatti stretti o casuali con soggetti risultati positivi. Gli operatori dovranno anche caricare sulla app Immuni il codice chiave in presenza di un caso positivo per rendere efficace il contact tracing attraverso l’utilizzo dell’app Immuni. I laboratori dovranno comunicare la diagnosi di positività sulla tessera sanitaria.

Agenzie di viaggio. Arrivano 400 milioni per il sostegno agli operatori turistici: agenzie di viaggio, tour operator, guide e accompagnatori turistici.

Tamponi. Il provvedimento stanzia 30 milioni per consentire a medici di base e pediatri di eseguire “tamponi antigenici rapidi”. Se ne potranno fare 2 milioni a un costo per lo Stato di 15 euro ciascuno.

Cretini sintomatici

Nell’Italia dei positivi asintomatici e dei cretini sintomatici, che chiedono le dimissioni di Conte perché la seconda ondata travolge il mondo e sfasciano le vetrine dei commercianti per solidarizzare con i commercianti, diventa geniale persino questa frase di Mattarella: “Il vero nemico è il virus, non dimentichiamolo: il responsabile di lutti, sofferenze, sacrifici, restrizioni è il virus”. Parrebbe un’ovvietà, come ci dice la cartina dell’Europa: un lazzaretto di Paesi che, per numero di contagi in rapporto agli abitanti, stanno quasi tutti come noi (Germania, Danimarca, Lussemburgo, Ungheria, Bulgaria) o peggio di noi (Spagna, Francia, Belgio, Regno Unito, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia, Croazia, Romania). Invece, dall’aria che tira, si direbbe che il nemico sia il governo. E solo quello italiano, anche se naviga a vista sui dati del giorno proprio come tutti gli altri governi del pianeta, chi meglio (pochi) e chi peggio (molti). La curva dei positivi è impetuosa e inarrestabile quasi dappertutto: per fortuna non corrisponde a quelle di morti e malati. Ma basta a stressare i sistemi sanitari, anche quelli meglio organizzati. La ricetta miracolosa non ce l’ha nessuno: le misure di Conte sono molto simili a quelle di Merkel, Macron, Sánchez eccetera.

Col raddoppio settimanale dei contagiati, che rendono impossibili i tracciamenti e premono sui pronto soccorso e gli ospedali anche se non ne hanno bisogno, e con i malati che riempiono sempre più i reparti Covid e le terapie intensive, c’è poco da fare. Anche se il governo fosse stato perfetto, le Regioni avessero usato i fondi e i mezzi inviati dal governo e nessuna avesse riaperto le discoteche d’estate, il sistema reggerebbe magari due-tre settimane in più: ma poi collasserebbe ugualmente sotto il peso inesorabile dei numeri. Si può discutere – e l’abbiamo fatto – su ristoranti, bar, cinema e teatri. Ma ora è fondamentale far funzionare la cura per risparmiarci un altro lockdown totale (quelli locali sono inevitabili). Quindi ben venga il ritorno della conferenza stampa della Protezione civile per spiegarci come leggere i dati. E ben vengano le banalità di Mattarella che, tra analfabeti di ritorno e di andata, sono slogan rivoluzionari: il nemico è il virus, non Conte, i Dpcm, le ambulanze. La pandemia è un fatto fisiologico e inarrestabile, almeno fino al vaccino, o alla cura, o all’immunità di gregge. Nell’attesa si può solo frenarla per evitare il collasso, ancora lontano ma non impossibile. Senza panico né isterie, ma anche senza balle negazioniste. Chi non ci crede prenda carta e penna, riempia una pagina di aste, poi scriva cento volte le seguenti frasi: “Il virus esiste”, “Il nemico è il virus” e “Sono un coglione”.

“Il teatro non è un luogo pericoloso. Spero che Conte corregga le misure”

Gabriele Lavia è a Bologna e noi lo interrompiamo durante le prove dell’Otello di Verdi. Ma quando si alzerà il sipario? “Per ora non sappiamo se e quando l’opera sarà rappresentata. Ma continuiamo a lavorare: il Dpcm dice che il teatro non si può fare, ma le ‘prove’ sì. Mi sfugge la differenza, intanto però andiamo avanti…”.

Il mondo dello spettacolo è in subbuglio: si moltiplicano gli appelli perché vengano riaperti cinema e teatri.

La situazione è gravissima. Quest’estate c’è stata una eccessiva, incosciente spensieratezza. Ho visto comportamenti avventati, come se “tutto” fosse finito. E ora dobbiamo pagare pegno. Personalmente ritengo che sia opportuno distinguere. Opportuno, ma complicato: il teatro lo capisce chi lo fa e lo vive. A teatro non si è distanziati, si è molto distanziati. E l’attenzione per la “sicurezza” è altissima.

In questi mesi si è sentito in pericolo lavorando?

Io non sono più un ragazzino e siccome i vecchi sono più a rischio dei giovani sono, ovviamente, spaventato. Detto questo, nei teatri ho visto prudenza, controllo, mascherine e responsabilità da parte di tutti.

Dalla riapertura di giugno, tra gli spettatori di concerti e spettacoli solo uno è risultato contagiato.

Ma certo! Le sale non sono più gremite come una volta, quando andavamo a vedere Il dottor Zivago. Purtroppo!.. In più ora ci sono i protocolli che impongono distanziamenti e mascherine. Forse per l’ansia mi pare ci sia stato un eccesso di zelo, anche se capisco che la decisione di “chiudere tutto” non sia dettata da follia autodistruttiva, ma dal tentativo di limitare i danni senza fermare le attività produttive.

I lavoratori del settore, a parte i grandi nomi, già non se la passavano benissimo prima.

Nel mondo dello spettacolo la sicurezza economica è rarissima e soltanto per i lavoratori a tempo indeterminato. Tutti gli attori e i tecnici liberi professionisti guadagnano soltanto quando lavorano. Nel teatro la spesa più grande è rappresentata dagli impiegati, specialmente nel Teatro pubblico dove ogni impiegato percepisce 14 o 15 mensilità all’anno. Gli attori, se va bene, lavorano tre mesi all’anno. Il teatro probabilmente è l’evento più importante della storia dell’umanità. E credo che avrebbe bisogno di un ministro speciale: un ministro del Teatro. Se si vuole obiettare che a teatro ci va poca gente, le rispondo che non importa. Non è che perché pochi leggono libri che la letteratura non conta nulla!

Riccardo Muti in una lettera al premier, pubblicata sul Corriere, ha scritto che “chiudere le sale da concerto e i teatri è decisione grave. L’impoverimento della mente è pericoloso e nuoce anche alla salute del corpo”. Lei è d’accordo?

Non posso non esserlo. Non credo che il teatro sia un luogo pericoloso. Credo che la cosiddetta movida invece lo sia molto. Alla sera, anche se cammino intabarrato lungo i muri come Dracula, vedo troppi ragazzi per strada senza mascherine e tutti appiccicati. Non sono prudenti, e mi dispiace. Perché questa malattia sta facendo centinaia di migliaia di morti. Trovo insensato chi grida in piazza “Libertà”. Libertà di che? La libertà è limitatezza. Ma d’altra parte i giovani hanno il senso dell’eternità che a noi sfugge.

Condivide l’idea di consentire l’apertura di cinema e teatri di mattina e pomeriggio?

Sì, ma credo che arriveranno ritocchi a queste affrettate misure del governo, almeno me lo auguro. E intanto noi, col nostro Otello di Verdi andiamo avanti, con il massimo della cautela possibile. Certo, Otello canta… “Un bacio, un bacio, ancora un bacio…” Come si fa?

È il colpo di grazia: sipario

Sullo stato di salute dello spettacolo italiano c’è poco da dichiarare: è comatoso. Ma non morirà per il Covid, semmai con il Covid, viste le sue pregresse patologie. All’indomani della chiusura delle sale (di teatro, cinema, musica…) a causa della pandemia, il ministro del Mibact Dario Franceschini ha provato a smorzare la rabbia dei lavoratori del settore, dal maestro Riccardo Muti (“L’impoverimento della mente e dello spirito è pericoloso e nuoce anche alla salute del corpo”) alle registe Emma Dante (“I teatri sono luoghi di necessità”) e Andrée Ruth Shammah (“Questa chiusura è una ferita alla nostra dignità, alla nostra missione. Il teatro è stato tolto al pubblico, ancor prima che agli artisti”).

“Ho ricevuto molti appelli e attacchi. Sono franco: penso non si sia percepita la gravità della crisi”, ha ribattuto il ministro, invocando un utopico aiuto da parte delle reti televisive affinché “acquistino e trasmettano spettacoli e programmi di cultura… Non dobbiamo spegnere la domanda… La cultura deve continuare a raggiungere più persone possibili”. L’equilibrio tra salute pubblica e cultura (pubblica) è delicato: in Germania, ad esempio, un grande regista come Thomas Ostermeier, alla guida del più importante Stabile di Berlino, è favorevole alla chiusura dei teatri, a fronte – va detto – di un welfare fortissimo, lavoratori dello spettacolo compresi. In Italia, i sussidi sono sempre stati pochi – anche considerando che nessun teatro vive di solo sbigliettamento, anzi –, e così pochi sono ora i fondi statali e i bonus previdenziali.

Perdite economiche e no. Nello stesso periodo dell’anno scorso, dal 26 ottobre al 24 novembre, il cinema incassava quasi 60 milioni di euro e attirava 9 milioni di spettatori: ora sono tutti bruciati. Lo spettacolo dal vivo, invece, conta di perdere 64 milioni e, a fine anno, ammesso che il 25 novembre si riaprano le sale, le perdite saranno del 77 per cento, ovvero 590 milioni di euro (dati Agis). Il pubblico degli eventi dal vivo è calato del 60 per cento: 52 milioni di spettatori in meno nel 2020 e 2,6 in questa serrata.

Lavoratori al palo. Sempre secondo l’Agis, la platea dei lavoratori dello spettacolo è di circa 140 mila persone; l’Istat certifica un incremento dal biennio 2011-2012 (135 mila) al 2017-2018 (142 mila), con una retribuzione mediana annua di 4.328 euro per i dipendenti e 194 giorni di lavoro, benché il 77 per cento della categoria non arrivi a 90 giornate. La platea, tuttavia, è vastissima: se si considerano – come fa l’Inps – tutti i lavoratori con almeno una giornata pagata all’anno (2019) si arriva a 330 mila persone, con una retribuzione media di 10.664 euro.

Bonus dall’Inps. Dei 140 mila lavoratori “ufficiali”, oltre 40 mila (un modesto 28,5 per cento) hanno ricevuto il bonus Inps. Il requisito era avere almeno 30 giorni contributivi nel 2019 e reddito non superiore a 50.000 euro. La prima indennità di 600 euro mensili – prevista dal decreto Cura Italia – è stata versata a 32.173 lavoratori a marzo; la seconda, sempre di 600 euro, prorogata per aprile e maggio, ha riguardato 32.231 persone, per un importo complessivo erogato dall’Inps in tre mesi di 53.430.600 euro. L’ultima tranche di beneficiari – con requisiti più accessibili: 7 giornate lavorate e reddito non superiore a 35.000 euro – è stata di 8.022 (9.619.000 euro dall’Inps in due mesi). Sollecitato sui tempi dei pagamenti, non sempre puntuali, l’Inps ha precisato che “tutti gli oltre 40 mila lavoratori dovranno ricevere l’indennità onnicomprensiva di 1.000 euro prevista dal decreto Agosto, che è prossima alla sua attuazione e verrà erogata in tempi brevi… A questi numeri andrebbero aggiunti i lavoratori dello spettacolo che hanno fatto domanda come intermittenti e che non sono rilevati ‘autonomamente’, ma hanno ricevuto comunque il bonus di 600 euro per i mesi di marzo, aprile e maggio. Non è possibile al momento estrapolare il dato puntuale di questo ‘sottoinsieme’”.

Aiuti dal ministero. Il sito del Mibact (alla pagina beniculturali.it/covid-19) offre quasi in tempo reale tutti gli interventi e finanziamenti del ministero, dall’estensione dell’Art Bonus ai fondi di emergenza: escludendo i finanziamenti erogati al settore turismo, a mostre, musei e beni culturali, ai grandi eventi e all’editoria, lo spettacolo – musica, teatri, cinema, circhi, danza… – ha beneficiato finora di 330 milioni di euro, spalmati nelle tre manovre approvate da febbraio a oggi (il Cura Italia, il decreto Rilancio e il decreto Agosto) e al netto delle riconferme dei fondi Fus, delle esenzioni Imu, delle decontribuzioni, dei voucher… “C’è stato uno sforzo importante da parte del Mibact, sia per il Fus sia per i soggetti extra-Fus. Ma le risorse sono insufficienti”, commenta Domenico Barbuto, Direttore generale dell’Agis. “Questo stop and go, poi, non aiuta: lo spettacolo, soprattutto se dal vivo, ha una esigenza di programmazione seria: non si può calendarizzare e imbastire una recita dall’oggi al domani. Noi, dati alla mano (su 347.262 spettatori monitorati dal 15 giugno a inizio ottobre si è registrato un solo caso di contagio da Covid-19), abbiamo dimostrato che i teatri sono luoghi sicuri. Avremmo accettato una chiusura solo con un lockdown totale, insieme a tutti gli altri, senza essere così discriminati”.

Intanto venerdì mattina è stata convocata una manifestazione di piazza dei lavoratori dello spettacolo davanti a Montecitorio, Roma.

Biden: “225 mila americani morti per le bugie di Trump”

“Nessun presidente, le cui bugie e i cui fallimenti sono costati la vita a 225 mila americani, dovrebbe mantenere il suo incarico. Punto”. Così su Twitter ieri sera il candidato democratico alla Casa Bianca, Joe Biden. Nel giorno in cui Wall Street prende una bastosta, al presidente Trump resta la consolazione della nuova giudice della Corte Suprema, Amy Coney Barrett, convocata alla Casa Bianca, ieri, alle nove di sera, le tre del mattino in Italia, per giurare ed entrare subito in funzione. Per diramare l’invito, il magnate non ha neppure atteso l’avallo del Senato, peraltro ormai scontato. A una settimana dal voto, Trump, sempre indietro nei sondaggi, cerca di valorizzare quella che è una vittoria politica, forse la sua unica di questa tormentata campagna elettorale. Se il 3 novembre dovesse perdere, il segno lasciato dalla sua presidenza sarebbe una Corte Suprema mai così conservatrice da 90 anni a questa parte, dai tempi di Franklyn Delano Roosevelt: sei toghe di nomina repubblicana e appena tre di nomina democratica.

Ieri, dalla Stazione Spaziale Internazionale, in orbita a 320 chilometri sopra la Terra, ha votato l’astronauta Kate Rubins: lo aveva già fatto nel 2016. La Rubins è fra i 61 milioni d’americani che hanno già espresso la loro preferenza per Usa 2020, di cui 40 milioni per posta. Un record assoluto, calcola la University of Florida, che monitora l’early voting con lo Us Election Project, favorito dall’andamento della pandemia. Trump, che ha ieri fatto tre comizi in Pennsylvania, ostenta ottimismo: “Fra otto giorni vinceremo altri quattro anni.” Biden ribatte: “Fra otto giorni, ci riprenderemo la nostra democrazia”. Il magnate denuncia “un complotto della stampa corrotta” contro di lui: “I fake media non fanno che cavalcare Covid, Covid, Covid … Abbiamo fatto progressi enormi con il virus della Cina, ma i fake media rifiutano di parlarne… Abbiamo salvato milioni di vite umane e abbiamo riaperto l’economia e siamo di fronte a una ‘super V’, la ripresa più veloce di ogni altra parte al mondo”. Ma i decessi nell’Unione hanno ieri superato i 225.000, i contagi supereranno in settimana i nove milioni.

Il Sultano chiama l’Islam alla guerra del camembert

I primi appelli al boicottaggio del made in France sono cominciati a circolare venerdì sera sui social con gli hashtag #BoycottFrance o ancora #Boycott_French_Products a partire dai paesi del Medio Oriente. Poi ieri è stato lo stesso presidente turco Erdogan, dopo aver dubitato della salute mentale di Emmanuel Macron, a chiedere di non comprare più francese: “Mi rivolgo alla nazione: ignorate le marche francesi, non acquistatele”. Nel giro di poche ore sono finiti in lista nera i formaggi Babybel, Kir e La Vache qui rit, i biscotti LU, le marmellate St. Dalfour, ma anche i cosmetici Lancôme, gli shampoo L’Oréal, gli elettrodomestici Moulinex. Su Twitter appaiono gli scaffali vuoti, con la merce rimessa in magazzino, dei supermercati Al-Meera e Souq al-Baladi in Qatar.

In Kuwait centinaia di società cooperative hanno annunciato il ritiro di “formaggi, creme e cosmetici francesi”. Il boicottaggio si è esteso ad altri settori. Sempre in Kuwait, le agenzie di viaggio hanno sospeso le prenotazioni di voli verso la Francia. La Qatar University ha annullato la sua settimana culturale francese. Al centro di questa ondata anti-francese, una catena di eventi. L’ultimo, le parole pronunciate da Macron, giovedì scorso, durante la cerimonia alla Sorbona in onore di Samuel Paty, l’insegnante ucciso da un giovane ceceno dopo aver mostrato le caricature di Maometto durante una lezione sulla libertà d’espressione: “Non rinunceremo ai disegni, anche se altri indietreggiano”, ha detto Macron. Prima ancora, il 2 settembre, quelle stesse vignette erano state ripubblicate da Charlie Hebdo. E il 2 ottobre Macron ha annunciato il nuovo progetto di legge sul “separatismo islamista” che intende “strutturare” l’Islam in Francia. Una “provocazione” per Erdogan, il “sultano piromane” – come scriveva ieri Le Monde – che vuole apparire il principale difensore del mondo arabo”. Ieri Parigi ha condannato gli appelli al boicottaggio “strumentalizzati da una minoranza radicale”. Il presidente turco ha incalzato, paragonando la “campagna d’odio diretta da Macron” contro i musulmani, alle persecuzioni naziste contro gli ebrei.

Ma la lotta di Macron contro il “separatismo” islamista è di fatto solo un nuovo punto di attrito tra Ankara e Parigi, già in conflitto su più versanti, dalla guerra in Libia alle ingerenze turche nel Mediterraneo, dall’offensiva turca in Siria contro le milizie curde fino al sostengo di Ankara all’Azerbaigian contro l’Armenia nel conflitto del Nagorno-Karabakh. Sullo sfondo la questione mai risolta sul genocidio armeno, che la Francia ricorda ogni 24 aprile, ma che la Turchia continua a negare. Sulla scia della condanna turca, i movimenti di protesta si sono moltiplicati in Pakistan, Giordania, Kuwait, che non hanno condannato la decapitazione di Samuel Paty, a Tel Aviv, con le proteste di arabi israeliani davanti all’ambasciata francese, e foto di Macron bruciate nella Striscia di Gaza. “I musulmani in Francia non subiscono alcuna persecuzione”, ha detto ieri Mohammed Moussaoui, presidente del Consiglio francese del culto musulmano, chiedendo ai musulmani di Francia di “difendere l’interesse del paese” contro una campagna di boicottaggio che crea solo “divisioni”. Che impatto sull’economia francese? È troppo presto per quantificare, secondo Franck Riester, il ministro francese per il Commercio estero. Da dati di Le Figaro, le esportazioni della Francia verso il Medio Oriente hanno rappresentato nel 2019 14,8 miliardi di euro: una piccola parte, solo il 3%, delle esportazioni totali del paese.

Il “pilastro” di Xi: mercato interno per superare Mao Zedong

Ha preso il via ieri mattina il quinto Plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese, il massimo organo politico. La decisione chiave di quest’anno, il 14° piano quinquennale per il periodo 2021-2025, attira l’attenzione del mondo intero per le evidenti implicazioni globali. Nessuna comunicazione all’esterno e nulla trapelerà fino a giovedì quando il Plenum dovrà concludersi. Le uniche indicazioni sono quelle che possono essere tratte dal lungo comunicato pubblicato dal Quotidiano del Popolo, il giornale di partito con una versione internazionale. Nel testo, che esalta soprattutto il lavoro svolto finora, compresa la capacità di ricostruire la Cina dopo l’impatto del Coronavirus, si mette bene in chiaro che il “pilastro” della strategia economica futura sarà costituito dal “mercato interno” sia pure in relazione a quello estero.

“Fare del mercato interno il pilastro non significa che stiamo sviluppando la nostra economia con le porte chiuse”, si legge in una citazione del discorso di Xi Jiping fatto lo scorso luglio agli imprenditori. La strategia della “circolazione duale” – mercato interno ed esterno – si annuncia come il punto nevralgico del prossimo futuro in cui a trainare un’economia che vale ormai il 16,3% del Pil mondiale e che ha portato il reddito pro-capite in Cina a 10.000 dollari, dovrà essere il consumo interno.

La “circolazione duale”, del resto, non rappresenta una novità: “L’autosufficienza come base e l’aiuto estero come supplemento” era stato già uno slogan del “Grande Balzo” del 1958, mentre “bisogna lavorare duro ed essere autosufficienti” veniva rilanciato di nuovo nel 1964.

La Cina invia al resto del mondo un messaggio di fiducia nelle proprie forze e il dibattito del Plenum dovrebbe chiarire (ma ci vorrà del tempo per capirlo) se il Paese proseguirà nella strada seguita finora o se invece ne imboccherà una che gli analisti definiscono “di sinistra”, ma che vuol dire maggiore statalismo e autocentratura.

Il Plenum dirà anche quanto Xi rafforzerà il suo peso nel Pcc. Un riscontro sarà dato dalla fine che farà Wang Qishan, vicepresidente e già fedele capo dell’Anticorruzione, oggi caduto in disgrazia, mentre tra gli avversari di Xi si dovrebbe assistere alla promozione del vicepremier, Hu Chunhua. Le attese però sono quelle di un ulteriore rafforzamento del potere di Xi, che si appresta diventare il leader più potente dai tempi di Mao. Non a caso per lui si profila l’incarico di “presidente” del Pcc.

La fine dell’era Pinochet. Via alla nuova Costituzione

Sfila con pugno alzato un Allende di cartone dal tettuccio di una vecchia utilitaria decappottabile per le strade di Valparaiso. Accanto, una moltitudine di cileni in festa nonostante la pandemia: slogan che inneggiano alla definitiva sepoltura del dittatore Augusto Pinochet, che destituì Allende e la democrazia. Democrazia che dopo 40 anni è tornata a vincere in Cile domenica, segnando il 78,3% di voti a favore del cambiamento della Costituzione del dittatore e perché a modificarla sia un’Assemblea costituente al 100% eletta dai cileni. “Ha vinto la democrazia”, ha dovuto ammettere anche Sebastián Piñera, il presidente che il referendum l’ha concesso ai manifestanti in rivolta dallo scorso autunno. “Ora bisogna lavorare insieme in modo che la nuova Costituzione sia un grande risultato di unità, stabilità e futuro”, ha aggiunto teso e preoccupato che la folla che l’ha spinto fin qui possa interpretare il plebiscito come un segnale che per lui e il suo governo di destra sia scaduto il tempo. D’altra parte la scritta “rinascita” proiettata sull’edificio del centro di Santiago per molti significa anche abolizione del presidenzialismo simbolo del “pinochetismo” senza Pinochet. Ora, ciò che aspetta il Paese di Allende è un cambiamento radicale e durissimo, con aspettative altissime, ma appena iniziato: il 21 aprile i cileni eleggeranno i 155 costituenti che redigeranno la nuova Carta. Tra i punti più importanti su cui l’Assemblea tra il 22 aprile e il 14 maggio inizierà a lavorare non appena eletto un presidente o una presidente – per la prima volta le donne avranno parità di elezione – sono i diritti sociali, il regime politico, i diritti dei popoli originari e delle donne, in un Paese in cui la diseguaglianza sociale e di genere è tra le più alte al mondo.

Salute, educazione e lavoro

Prima ancora della richiesta del referendum, a trainare le proteste fu l’aumento del costo del biglietto dei mezzi pubblici. La discussione più importante dunque non potrà che includere i diritti sociali: a scontrarsi saranno tre fazioni, quella che crede necessario mantenere alcuni diritti del vecchio testo, una seconda che vuole aggiungerne altri e una terza che vuole inserirli, ma per solidarietà.

Presidente o Parlamento

Il Cile, presidenzialista dal 1925, dal 1980 è un regime iperpresidenzialista. Per questo tra i costituzionalisti cileni si propende per una via di mezzo tra parlamentarismo e presidenzialismo: vale a dire non concedere tutto il potere al Congresso, ma neanche al Presidente. Ma il Parlamento resterebbe monocamerale o diventerebbe bicamerale?

Centralizzato o federale?

È uno dei pochi temi su cui sinistra e destra sembrano d’accordo: il Cile va decentralizzato. Lo dice anche Piñera. Una sfida non da poco, visto che per l’Ocse si tratta di uno dei sistemi più centralizzati del mondo dopo Grecia e Irlanda.

Popoli originari

Tra i pochi Paesi sudamericani a non aver ancora riconosciuto i popoli indigeni, pur con una popolazione di originari pari al 12,8%, il Cile potrebbe cogliere l’occasione per inserire nella Carta che si tratta di una “nazione multiculturale” come già indicato dalla ex presidente Michelle Bachelet nel 2015.

Donne e persone Lgbtq

Libertà, dignità, uguaglianza, autonomia, pluralismo e inclusione. Sono queste le parole d’ordine del testo “La nuova Costituzione con una prospettiva di genere” firmato da 18 accademiche. Alla base di questo, però ce n’è un altro, al voto in questi giorni al Congresso e che prevede la parità di genere nell’educazione scolastica nonché l’educazione sessuale. “Da qui solo – secondo le docenti – potrebbe derivare un testo costituzionale che metta al bando la violenza di genere, al centro i diritti sessuali e riproduttivi e plasmi la Costituzione in modo che lo Stato assicuri l’accesso delle donne agli incarichi pubblici in modo egualitario”. “La sfida più grande per il Cile”, secondo l’ex ministra delle Pari Opportunità, Isabel Plà. Ma dietro tutto questo potrebbero nascondersi dei tranelli. Già nel 1988 i cileni votarono “no” all’estensione del mandato di presidente a Pinochet per altri 8 anni. Nel 1989 vinse le elezioni il democristiano Patricio Aylwin, Pinochet si dimise da presidente nel 1990, ma cambiò poco.

I ritardi e la seconda ondata. Recovery ormai insufficiente

È stato presentato come un piano monstre per risollevare l’economia europea. Ma la montagna di aspettative che ha circondato il Recovery Fund (o meglio, il Next Generation Eu) rischia di essere delusa. Il piano di ripresa, che sarà incorporato nel bilancio europeo, è in ritardo e non sarà in funzione dal 1° gennaio. Perché questi rallentamenti? In primis, non si è ancora conclusa la discussione tra Parlamento e Consiglio europeo sul rispetto dello Stato di diritto come condizione di accesso, una querelle che contrappone Stati nordici a Ungheria e Polonia. Ci sono poi le richieste dell’Europarlamento di dare più soldi a programmi bandiera come Erasmus e ricerca. Il pacchetto, infine, dovrà essere ratificato dai parlamenti nazionali che devono decidere sulle “risorse proprie”, cioè nuove tasse europee per finanziare il piano. Una strada tortuosa: per il meno complesso Sure (prestiti per i sussidi di disoccupazione) ci sono voluti tre mesi. Tradotto: l’arrivo dei primi finanziamenti arriverà più tardi del giugno 2021 sperato dal governo (che ha inserito 15 miliardi di anticipi nella legge di Bilancio).
Le spese complessive previste dal Next Generation Eu sono 750 miliardi (5,4% del Pil Ue). Questi soldi servirebbero anche a colmare le asimmetrie fra gli Stati membri, se è vero che la Germania ha speso contro il Covid somme pari all’8,8% del Pil, mentre l’Italia il 3,5% (2020 Global Retirement Index). La maggior parte dei fondi sono contenuti nella Recovery and Resilience Facility, che include prestiti (250 miliardi) e sussidi (310 miliardi). Quest’ultimo tipo di risorse è quello che fa più comodo agli Stati, anche perché non aumenterebbe il debito pubblico. Ma è pari a solo il 2,2% del Pil Ue.
L’accordo finale è un compromesso rispetto alla proposta spagnola (1.500 miliardi totali) o quella franco-tedesca (500 miliardi a fondo perduto) anche se di più di quanto voleva il blocco nordico (niente sussidi). Oggi però le sue cifre impallidiscono davanti alle ultime stime ufficiali sul calo del Pil dell’Eurozona (-8,7%) e dell’Unione europea (-8,3%).
In ogni caso, il Next Generation Eu racchiude il grosso dei soldi europei pensati per combattere la prima ondata. Ma, mentre la seconda ondata già colpisce i Paesi europei, non si è ancora riusciti a metterlo in campo. A ottobre l’economia dell’Eurozona è tornata a calare. A soffrire è soprattutto il terziario, che ha toccato i minimi da 5 mesi. La Francia, che aveva registrato un rimbalzo del 16% nel terzo trimestre, ora vede i contagi fuori controllo e un Pil in calo negli ultimi tre mesi dell’anno. Anche in Germania c’è preoccupazione: a ottobre la fiducia delle imprese è scesa per la prima volta da sei mesi. La produzione industriale italiana è sì tornata ai livelli pre-Covid, ma Confcommercio prevede che col nuovo Dpcm ci sarà una perdita di consumi e Pil di circa 17,5 miliardi nel quarto trimestre dell’anno.
Il nostro Paese sarà uno dei maggiori beneficiari del Recovery Fund, ma il suo impatto sull’economia italiana è stimato in pochi decimali: 0,3% del Pil nel 2021, 0,4% nel 2022 e 0,8% nel 2023 secondo la Nota di aggiornamento al Def. Molto dipenderà dalla velocità di assorbimento dei soldi del Recovery Fund. Il think tank Bruegel teme che i finanziamenti arriveranno più lentamente di quanto stimato dalla Commissione, il che toglierebbe slancio al programma. Per capirci, già a settembre la Commissione stimava che tre quarti dei finanziamenti sarebbero arrivati dal 2023. A Bruxelles già si discute di aumentare la dotazione del Recovery, o quantomeno la quota di anticipo nel 2021. Per molti economisti i difetti del Recovery Fund non sono cosa nuova. “Poche risorse, in ritardo e in buona parte a debito – dice Riccardo Realfonzo dell’Università del Sannio –. Serve un intervento diretto della Bce, non solo per abbassare gli spread, ma per una vera monetizzazione” del disavanzo pubblico, per cui manca però “la volontà politica di accantonare il divieto” previsto dai Trattati Ue.
La politica monetaria, anche per economisti mainstream come Olivier Blanchard (ex capo economista del Fmi), deve mettersi al sostegno di un’ampia e coordinata strategia fiscale. Lo sa bene la presidente della Bce Christine Lagarde che, con altri funzionari della Banca centrale ha chiesto di rendere permanente il Recovery Fund. Ma a Francoforte sembrano considerare la monetizzazione diretta ancora un tabù. Per ora, la politica monetaria ha contenuto gli spread e i costi di finanziamento per gli Stati. Si prevede che il nuovo programma di acquisti di debito pubblico lanciato con la pandemia, il Pepp, sarà potenziato a dicembre (di 400 miliardi secondo Goldman Sachs). Ciò potrebbe spingere qualche governo a rifiutare la parte del Recovery Fund composta da prestiti, come hanno già fatto Portogallo e Spagna. Di fronte alle lunghe attese per i soldi di Bruxelles, qualcuno potrebbe pensare di fare da solo, aumentando la pressione sulla Bce.

Autostrade liguri “Il caos colpa dei ritardi di Aspi”

L’odissea sopportata la scorsa estate dagli utenti delle autostrade liguri, le “code fino a dieci chilometri” che hanno provocato ingenti “danni economici” al territorio, è figlia di “evidenti omesse manutenzioni della concessionaria negli anni precedenti”. Ma, sebbene Autostrade per l’Italia abbia responsabilità sui mancati lavori nelle gallerie, “non c’è prova della volontarietà” del reato di cui era accusata: interruzione di pubblico servizio. Un reato doloso, appunto. E dato che per i magistrati non c’è “prova della volontà di danneggiare”, quanto piuttosto indizi su un tentativo di rimediare alle negligenze del passato, la Procura di Genova ha chiesto l’archiviazione per l’inchiesta penale aperta alcuni mesi fa. A dare vita alle indagini erano stati gli esposti del presidente della Liguria, Giovanni Toti, che lamentava le pesanti ripercussioni dei cantieri sull’economia locale, e le pubbliche assistenze della Croce Rossa e Croce Bianca, secondo cui la concentrazione di chiusure aveva messo a serio rischio il sistema dei soccorsi, lasciando spesso ambulanze con pazienti gravi imbottigliate nel traffico.

L’accusa principale, dunque, cade. Ma sui disservizi provocati i pm non sono teneri. Le osservazioni del ministero delle Infrastrutture sulle gallerie “hanno evidenziato numerose classificazioni di grave pregiudizio per la sicurezza”. Ben 156 ispezioni hanno portato alla prescrizione di 129 interventi urgenti, da completare entro il 21 luglio 2020. Un numero tale di cantieri che ha portato alla paralisi della circolazione. Una situazione che per i pm si sarebbe potuta evitare se solo Autostrade non avesse aspettato l’aprile del 2020 per svolgere i lavori di adeguamento e messa in sicurezza richiesti da anni dall’Unione europea.