Recovery, il tempo delle donne

Il Recovery plan è una occasione da non perdere per aggredire le profonde diseguaglianze di genere che caratterizzano il nostro Paese, rese evidenti dall’insieme dei 125 indicatori analizzati nel Bilancio di genere, predisposto dal ministero dell’Economia e allegato al bilancio consuntivo dello Stato relativo al 2019.

Il quadro è particolarmente impressionante per quanto riguarda i divari di genere nel campo del lavoro. L’EU Gender Equality Index, calcolato dall’European Institute for Gender Equality (EIGE), ci dice che, sotto questo profilo, se si considerano insieme gli aspetti relativi alla partecipazione al mercato del lavoro e alle condizioni occupazionali, l’Italia è all’ultimo posto in Europa.

Gli indicatori generali sono già piuttosto deprimenti, a partire dal tasso di occupazione femminile che, nel 2019, pre pandemia, aveva faticosamente raggiunto il 50,1%, con una distanza di 18 punti percentuali rispetto a quello maschile e con divari territoriali amplissimi (al Sud lavora una donna su tre). Ma i dati più drammatici riguardano le giovani donne. Per loro, avere figli, e ancora peggio figli in età prescolare, rappresenta una vera e propria condanna. Un dato su tutti: il 31,5% delle donne fra i 25 e i 49 anni che sono senza lavoro non cerca o non è disponibile a lavorare per motivi legati a maternità o cura (nel caso degli uomini questo è vero nel solo 1,6% dei casi). Tali percentuali salgono al 65% per le madri di bambini fino a 5 anni di età, contro il 6,5% per i padri. Sono le donne a incontrarsi con la necessità di rivedere l’organizzazione del proprio lavoro a fronte della nascita di un figlio, e sono sempre loro a ricorrere più frequentemente alle dimissioni volontarie per motivi legati alla famiglia. Per non parlare di quello che le statistiche non dicono: per quante donne l’essere rimasta incinta o avere avuto un figlio ha comportato il mancato rinnovo del lavoro a termine con cui la maggioranza dei nostri giovani è ormai costretta a iniziare la propria carriera?

Come si esce da questa situazione? Bisogna innanzitutto capire che, per quanto necessari, gli aiuti economici, come l’assegno unico a cui pure meritoriamente il governo sta lavorando, non sono assolutamente sufficienti. Alle donne manca il tempo. Neppure lo smart working aiuterà a risolvere il problema di conciliare il lavoro retribuito e quello, non retribuito, che si deve dedicare alla cura dei figli e della casa (che nel nostro Paese resta ancora appannaggio delle donne). Bisogna infatti capire che non è possibile, nella stessa unità di tempo, lavorare per l’ufficio e accudire un figlio.

La via di uscita è l’ampliamento dell’offerta dei servizi – asili nido, scuola a tempo pieno, servizi di pre e post scuola – rispetto ai quali il nostro paese è caratterizzato da una carenza strutturale e da una distribuzione fortemente disomogenea sul territorio nazionale (con ben tre regioni in cui meno di un bambino su dieci accede a un asilo nido).

Potenziare gli asili nido permette di conseguire un doppio obiettivo per l’occupazione femminile: libera tempo che le donne possono dedicare al lavoro e attiva occupazione femminile, perché sono in larghissima prevalenza le donne a lavorare nei servizi per l’infanzia. Ma gli asili nido sono importanti anche perché permettono di ridurre i forti divari di opportunità di cura ed educazione che caratterizzano il nostro Paese e che contribuiscono in maniera decisiva a perpetuare le disuguaglianze sociali, economiche e territoriali.

Il governo ha investito sulla costruzione di asili nido (e di scuole per l’infanzia) fin dalla sua prima legge di Bilancio, prevedendo un finanziamento di 2,5 miliardi distribuito fra il 2020 e il 2034. Una componente rilevante del Recovery fund sarà destinata alle infrastrutture sociali e fra queste, in primo luogo, agli asili nido. È importante però che alla spesa di investimento, assolutamente necessaria, si affianchi un sostegno adeguato ai comuni per sostenere le successive spese di gestione. Non è sufficiente costruire l’asilo se poi non ci sono fondi per pagare le educatrici che ci devono lavorare. Per questo ho ottenuto che nella legge di Bilancio ci sia un fondo, prevalentemente diretto ai Comuni che sono più indietro nell’offerta di questi servizi, per finanziare la gestione degli asili, e che potrà essere utilizzato solo a fronte di un reale incremento dei posti offerti all’utenza.

Per quanto la cura dell’infanzia sia al cuore del problema della scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, non bisogna fermarsi qui. È necessario che il governo si impegni anche per altri importanti servizi di welfare che, al pari degli asili, sono in grado di ridurre l’onere di cura che grava sulle donne e di favorirne l’occupazione nei servizi, fornendo al tempo stesso risposte adeguate alla qualità della vita di tante persone che necessitano di cure. Mi riferisco al potenziamento della rete di assistenza domiciliare, al fine di permettere di aiutare a casa propria, senza ricorrere a forme non necessarie di istituzionalizzazione, quando non di ospedalizzazione, gli anziani non autosufficienti che hanno prevalentemente bisogno di essere aiutati a compiere gli atti della vita quotidiana: lavarsi, vestirsi, mangiare.

Allo stesso modo, bisogna investire su politiche che favoriscano la vita indipendente delle persone con grave disabilità, ad esempio con la costruzione di alloggi che utilizzino tecnologie innovative per superare le barriere fisiche, sensoriali e cognitive che ne rendono difficile l’autonomia.

Più in generale, occorre passare dalla logica del finanziamento di singoli progetti, disponibili a macchia di leopardo sul territorio nazionale, all’impostazione di veri programmi di riforma. Se si compie questo salto di qualità, il Recovery Plan potrà essere davvero una grande occasione, non solo per la partecipazione al mercato del lavoro delle donne, ma anche per la modernizzazione del nostro welfare. Due obiettivi, come si è detto, strettamente legati.

*Economista, Sottosegretaria al ministero dell’Economia e delle Finanze

 

Qualche domanda ai tecnici del Cts

È davvero difficile commentare il nuovo Dpcm, sia da virologa che da cittadina. Bisogna essere consapevoli del momento difficile, e che il provvedimento è una dovuta traduzione politica di quanto indicato dal Cts. Pare che i suggerimenti di questo organo di consulenza si fondino alla luce dei dati contingenti e nell’attesa di un vaccino che ancora non c’è. È a questi colleghi, investiti di un compito non facile, che dovrebbero essere fatte poche ma fondamentali domande. Si tiene conto dell’ipotesi che il vaccino possa non arrivare? O meglio, visto che le aziende sono state esentate a livello europeo da ogni responsabilità sugli effetti collaterali indesiderati, che il vaccino arrivi (almeno a fine 2021) e non sia in grado di proteggere opportunamente la popolazione? Si parla di un successo se riuscisse a proteggere il 60% dei vaccinati. Non sarebbe sufficiente. Visto che in una condizione di globalizzazione il contenimento della circolazione del virus è un’impresa impossibile, vogliamo continuare con la tyndallizzazione (metodo usato per l’eliminazione dei germi con choc termici che si alternano fino alla totale uccisione) della vita sociale ed economica? Gli ultrarigoristi puntano il dito contro quanti cercano di tornare alla vita, appena le condizioni della pandemia migliorano. Per quanto tempo si potrà resistere con una vita anormale? Ogni volta che le misure si inaspriscono muore un pezzo della vita. Forse siamo ancora in tempo per evitare il disastro totale. Proviamo a mettere sul tavolo anche altre ipotesi su come affrontare l’emergenza. Almeno non escludiamole pregiudizialmente. Siamo a un passo dal baratro. Non si può continuare a vivere con enormi sacrifici per “conquistare” un periodo di serenità natalizia in libertà condizionata. A febbraio, davanti a un probabile rialzo dei numeri dei contagiati, ci si troverebbe a sentirsi accusati di aver esagerato e con la minaccia di un nuovo lockdown. Se continuiamo così, non ci sarà più bisogno delle limitazioni: non ci saranno cinema, teatri, ristoranti e rimarremo da bravi cittadini, a casa. Parola ai tecnici, perché chi ci governa possa darci soluzioni politiche diverse.

Direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Crescono i contagi in tutta la Germania, la Svizzera richiama i medici in pensione

“La situazione è drammatica, ogni giorno conta”, ha detto il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, in conferenza stampa a Berlino. La proposta sul tavolo di Merkel, allarmata per la diffusione esponenziale del contagio, sarebbe quella di un lockdown light. Lo riferisce la Bild, spiegando che la sua proposta dovrebbe essere presentata ai presidenti dei länder mercoledì, anticipandola di due giorni. Le nuove misure colpirebbero locali e ristoranti, mentre scuole e asili dovrebbero rimanere aperti il più possibile, tranne che nelle regioni con contagi molto alti. Intanto, il direttivo della Cdu – il partito cristiano democratico guidato a lungo dalla cancelliera – ha rinviato il congresso previsto per il 4 dicembre a Stoccarda. La Germania ha registrato ieri 8.685 nuovi casi, ma con molti meno tamponi. Peggiorano i contagi anche negli altri i Paesi europei. Sono 17.440 i nuovi casi registrati in Svizzera (8 milioni e mezzo di abitanti) e nel Liechtenstein nelle ultime 72 ore, il doppio rispetto a una settimana fa, con 37 nuovi decessi per un totale di 1.914. Altri 259 malati sono stati ricoverati. Il tasso di positività è del 21,26%. Le autorità svizzere hanno richiamato i medici in pensione e lanciato un appello ai volontari. I ricoveri e i decessi in Svizzera sono raddoppiati da una settimana all’altra per tutto ottobre. Il governo dovrebbe decidere mercoledì su nuove misure restrittive. La Francia annaspa per soddisfare la richiesta di posti letto nelle subintensive e intensive con un nuovo aumento record di contagi: 52.010 in 24 ore, con un tasso di positività dei test al 17%. I morti in un giorno sono stati 116. Mentre gli Stati Uniti hanno fatto sapere che non cercheranno di fermare l’ondata, le autorità della Gran Bretagna si avviano ad inasprire le restrizioni in più aree. Gran parte dell’Inghilterra settentrionale, comprese le principali città di Liverpool, Manchester e Sheffield, è stata collocata nella fascia più alta del rischio, con la chiusura dei pub e il divieto di riunioni tra persone di famiglie diverse. “Le unità di terapia intensiva del Belgio saranno invase tra due settimane se il tasso di infezione non decrescerà”, ha detto un portavoce del centro di crisi Covid-19. Tra il 16 e il 22 ottobre si è registrata una media di 12.491 nuove infezioni al giorno (+44% rispetto alla settimana precedente) e ieri sono entrate in vigore nuove restrizioni a Bruxelles.

Lega, il memoriale del prestanome a Report “Dissero che i soldi servivano per Salvini”

“Ho fatto una falsa ricerca di mercato per influenzare l’esito della gara e l’ho data personalmente a Di Rubba, con lui e Manzoni mi sono poi recato al capannone”. È il memoriale che Luca Sostegni, il presunto prestanome dei commercialisti bergamaschi della Lega Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, ha segretamente conservato, e che spiegherebbe la compravendita del capannone di Cormano (Milano), in cui aveva sede la Lombardia Film Commission e sulla quale indaga la Procura di Milano. L’ha tirato fuori ieri Report.

“Mi sono prestato a comprare un capannone a 1.000 euro, l’ho rivenduto a circa 400 mila alla società di riferimento di Michele Scillieri”, racconta Sostegni riferendosi al terzo commercialista indagato. “Poi ho bonificato parte dei soldi a favore di una società panamense con i conti in Svizzera perché, Michele mi ha detto che sarebbero serviti per la campagna elettorale del Capitano”. Ovvero Matteo Salvini, il leader del Carroccio.

Secondo l’inchiesta milanese, i registi dell’operazione sarebbero stati Di Rubba, Manzoni e Scillieri. Mentre Sostegni, arrestato lo scorso luglio, è accusato di tentata estorsione, perché avrebbe fatto pressioni sui commercialisti. “Mi hanno promesso 50 mila – dice – me ne hanno dati 20, me ne dai 30 punto. Ma per la vendita del capannone! Non c’entra nulla con questa società (…) Mi dovevate 30 di quel capannone, avete fatto finta di nulla, ora me li date per questa società qui, se non me li date io vi denuncio”. Diceva anche di voler raccontare tutto.

Minacciava di denunciare il falso ideologico di una scrittura privata e di chiedere il fallimento della New Quien Srl, società riconducibile a Manzoni che gestiva discoteche, di cui Sostegni era stato titolare e liquidatore. Incontri intercettati in cui interviene Roberto Zingari, già legale della Lega nell’inchiesta genovese sui 49 milioni di euro, ma anche del tesoriere del Carroccio Giulio Centemero, coinvolto nell’indagine romana sui finanziamenti all’imprenditore Luca Parnasi. Dopo gli incontri, la svolta. “Bisogna sedersi e riconoscere un credito o un ristoro o qualcosa”, dice Di Rubba intercettato con Scillieri. L’accordo finale sarebbe stato per dare 35 mila euro a Sostegni.

De Raho reintegra Di Matteo: torna nel pool Antimafia

Reintegrato il pm Nino Di Matteo nel pool della Procura nazionale Antimafia che indaga sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Nel maggio dell’anno scorso era stata decisa la sua esclusione dal procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho che gli contestava di aver rilasciato un’intervista sulla strage di Capaci alla trasmissione televisiva Atlantide in onda su La7 nella quale venivano rivelati dettagli sull’indagine in corso. Sedici mesi dopo, quindi, è arrivato il ripensamento di De Raho con il ritiro del provvedimento di espulsione. Il procuratore nazionale ha voluto evitare “aggravi procedurali e decisionali in un momento particolarmente delicato per la svolgimento delle funzioni e l’immagine della magistratura”. Questa la motivazione ufficiale della scelta. Della decisione è stato informato anche il Csm, di cui oggi è membro Di Matteo, dopo aver lasciato la Procura, che nel frattempo aveva aperto un fascicolo sulla vicenda.

Viadotti della A24, chiesto il giudizio per Carlo Toto

C’è anche l’attentato alla sicurezza dei trasporti tra le accuse alla Strada dei Parchi e alla Holding Toto per la condizione di 9 dei 25 viadotti abruzzesi, quelli che si percorrono per andare da Roma a Teramo, nel tratto da Tornimparte fino all’ingresso dei Laboratori di Fisica nucleare del Gran Sasso. La Procura de L’Aquila ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici della società che fa capo a Carlo Toto. Quattro persone accusate di aver provocato il rischio crollo dei viadotti: tra le ipotesi di reato l’inadempienza nelle pubbliche forniture, l’omissione dell’ordinaria manutenzione dei viadotti nonostante le condizioni di gravissimo degrado e la frode nelle pubbliche forniture. Sono Carlo Toto, il patron della Holding (oggi semplice consigliere), e per Strada dei Parchi il presidente Cesare Ramadori, il direttore generale di esercizio Igino Lai e Gianfranco Rapposelli storico consulente della famiglia Toto. L’inchiesta parla di viadotti che si sbriciolano e il ferro dei piloni che si stacca con le mani.

Cos’ha fatto Salvini contro la seconda ondata? Nulla

“Cosa ha fatto il governo per evitare la seconda ondata?”. Questo, più volte, si è domandato Matteo Salvini. Tutti hanno il diritto di porsi un quesito simile. Tutti tranne lui. Non si sa se il governo abbia fatto abbastanza (probabilmente no). Si sa però cosa abbia fatto Salvini per evitare la seconda ondata dentro cui rischiamo tutti di naufragare: nulla.

Dal 2 giugno, quando organizzò insensatamente un’adunanza con Meloni e Tajani che suonò come uno sputo in faccia ai sacrifici di milioni di italiani durante il lockdown, fino poi alle settimane scorse, Salvini ha attuato tutto quello che non andava attuato dentro una pandemia mondiale.

– Si è imbarcato in una sorta di “Covid Tour” travestito da campagna elettorale, toccando ogni luogo (o quasi) d’Italia fregandosene delle regole minime anti-Covid. Assembramenti e selfie come se piovesse, spesso senza mascherina, a Bergamo; a Codogno e Piacenza; a Prato e Cisterna; a Milano Marittima e a Forte dei Marmi; a Barletta e Augusta; a Termoli e Avezzano. E via così.

– A metà giugno ha detto che non aveva senso di parlare di seconda ondata. E ovviamente ci ha preso come sempre.

– Ha partecipato all’osceno simposio dei negazionisti al Senato, organizzato da un coacervo neuronalmente stremato di casi umani all’ultimo stadio, e tra un noto virologo come Bocelli e un ancor più noto infettivologo come Becchi, ha pure avuto il coraggio di vantarsi di non avere la mascherina: “Non ce l’ho e non me la metto”. Bravo fenomeno.

– È andato da Floris a inizio estate e, stupendosi come un locco all’idea di dover mettere la mascherina quando si fanno selfie (ancor più se sconosciuti e a distanza ravvicinata), ha dimostrato di non avere capito nulla di Covid dopo mesi di lockdown.

– Pochi giorni prima del coprifuoco in Lombardia ha sghignazzato di fronte alla sola idea di applicarlo: “È una cosa da guerra, non ha validità scientifica”. Poi, quando il suo sodale Fontana ha scelto quella strada, si è messo di traverso per qualche ora come i bambini che portano via il pallone quando perdono.

– Si è fatto sfanculare fìnanco da Calderoli, che sarebbe quasi come se Renzi (a cui somiglia sempre più) si facesse mandare a quel paese da Scalfarotto o Rosato. E vedrete che più prima che poi capiterà anche quello.

– Ha consigliato di utilizzare l’idrossiclorochina per curare il Covid, un’idea così insensata a livello medico (Burioni l’ha subito tortoiato) che gli unici ad averla avuta prima di lui erano stati Bolsonaro e Trump. Mica cotica! E l’avevano avuta pure mesi fa. Ormai Salvini arriva a scoppio ritardato persino nel dire cazzate.

– Ha detto a un bambino, durante un incontro pubblico, che poteva togliersi la mascherina (tanto mica era fondamentale).

– Ha assecondato la pretesa idiota e folle di riaprire le discoteche.

– Si è vantato di non scaricare l’app Immuni.

– Ha fatto da sponda a tutti quegli “esperti”, tipo Bassetti, che da febbraio non ne beccano (quasi) mezza neanche se si impegnano.

– È andato a Formello nonostante febbre, dolori e perplessità del medico. Poi, dopo le polemiche e prima che proprio a Formello scoppiasse (sarà stato un caso…) un maxi cluster, ha smentito se stesso dicendo che non era mai stato “febbricitante” (parola usata da lui su Facebook). Era “solo un torcicollo”, malattia che come noto provoca stati febbricitanti. Eccetera.

In un qualsiasi Paese minimamente normale, uno così avrebbe al massimo tre voti. E si vergognerebbe anche solo a uscire di casa. Invece ancora parla. E ancora lo votano. È un mondo fantastico.

 

Solo una economia solidale batte la “società Blade Runner”

Pubblichiamo uno stralcio di “Tecnoautoritarismo o cambiamento sociale?” di Giovanni Dosi, professore di Economia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: l’intervento è parte della raccolta “Il mondo dopo la fine del mondo” (Laterza).

 

Ci sono diverse lezioni sulle politiche da adottare che derivano direttamente dall’esperienza della pandemia. Una prima, molto ovvia, è che occorre ravvivare e rafforzare il sistema sanitario pubblico e universale, dilapidato dalle cure dimagranti al settore pubblico in generale, e in particolare proprio alla sanità in nome di un devastante liberismo giunto a intaccare anche diritti universali quali la salute, l’educazione e la generazione di conoscenza.

Si dice che quella contro la pandemia è una “guerra”. Ebbene, le guerre sono sempre state delle cose troppo serie per essere lasciate ai mercati. Secondo, un corollario importante di questo punto è che lo Stato deve riacquisire la capacità di pianificare la produzione di beni e servizi essenziali. Gli Stati Uniti un paio di mesi dopo Pearl Harbor erano in grado di sfornare circa un carrarmato all’ora. La nostra amministrazione pubblica dopo due mesi di pandemia non era in grado di produrre mascherine, e nemmeno sapeva con esattezza chi fosse in grado di farle. Terzo, la pandemia ha esaltato la drammatica inefficienza di un sistema di generazione delle conoscenze mediche e farmacologiche, nel quale il costo è per la maggior parte dal pubblico mentre le direzioni di sfruttamento e le rendite associate vengono attribuite ai privati. È urgente che il pubblico sviluppi autonome competenze su farmaci e vaccini e che, corrispondentemente, vengano drasticamente ridotte le possibilità di enormi rendite garantite dai diritti di proprietà intellettuale da parte delle aziende farmaceutiche.

Meno di un anno fa, additavo con Maria Enrica Virgillito, drammatizzando, due archetipi alla biforcazione che tutte le società sono in procinto di affrontare tra una forma di organizzazione socioeconomica che potremmo chiamare con Freeman “l’economia della speranza” e un’altra che abbiamo denominato “la società Blade Runner”. Nel dibattito politico, sta finalmente crescendo il riconoscimento che bisogna fare qualcosa di fronte al forte aumento della disuguaglianza, alla potenziale disoccupazione di massa, al deterioramento delle condizioni di lavoro e all’erosione dello Stato sociale. Tuttavia le discussioni tendono a essere parziali e troppo spesso radicate nel paradigma interpretativo dell’ortodossia economica – basato sull’idea che le politiche, se proprio necessarie, devono essere giustificate da “frizioni di mercato”, rigidità o al peggio da “fallimenti di mercato” –, nel presupposto che, lasciati a se stessi, i mercati possano prendersi cura in modo efficiente di se stessi e, di conseguenza, di tutti noi.

Per la prima volta dall’inizio del Novecento si sta riformando nei Paesi oggi industrializzati dell’Occidente un sottoproletariato (Lumpenproletariat, direbbe Marx) fatto di non lavoratori loro malgrado, lavoratori precari e spesso clandestini, parecchi lavoratori delle piattaforme, ex piccolo-borghesi espropriati che oggi vivono grazie alla Caritas… Per molti aspetti “non cittadini”: vi ricordate le difficoltà che hanno avuto e hanno i senza fissa dimora a ricevere il reddito di cittadinanza? Fino a un po’ di tempo fa quelli di Balzac o Dickens erano romanzi storici. Oggi dobbiamo tornare a leggerli come cronache di attualità. Ed è questa una parte crescente della società della quale dobbiamo occuparci (senza pallottole trumpiane!), pena giungere presto proprio a una società tipo “Blade Runner”.

 

Moriremo di “neolingua” ed eufemismi, non di Virus

Non invidio il nostro presidente del Consiglio stretto fra due necessità in realtà fra di loro inconciliabili: quella di tutelare la salute dei cittadini senza far saltare l’economia. Benché io sia stato contrario fin dall’inizio alle misure di contenimento dell’epidemia Covid, perché se tu comprimi una forza con un’altra forza questa, appena viene allentata la pressione, rimbalza fuori come una molla – ed è quanto è puntualmente avvenuto, tant’è che oggi ci troviamo sostanzialmente nella stessa situazione epidemiologica di marzo – apprezzo il comportamento di questo avvocato, sbalzato improvvisamente ai più alti livelli della politica, e quindi senza conoscerne i marchingegni e le trappole, in un frangente difficilissimo quale nessun suo predecessore aveva dovuto affrontare.

Apprezzo Giuseppe Conte, che i giornali che è difficile definire di destra senza far torto alla Destra, chiamano sprezzantemente Giuseppi, per il modo con cui si è speso senza risparmio in questi nove mesi, mettendo in gioco anche la sua di salute, per la pacatezza e i toni sostanzialmente tranquilli, un po’ alla Merkel, con cui quasi ogni giorno ha illustrato agli italiani gli intricatissimi problemi cui ci troviamo di fronte. Però una scivolata Conte l’ha fatta proprio sul piano comportamentale e psicologico quando a proposito del coprifuoco ha chiesto ai suoi ministri di “utilizzare ogni possibile sinonimo per non spaventare i cittadini”. In realtà questa raccomandazione, uscita immediatamente dalle segrete stanze, sembra fatta apposta per spaventare ulteriormente chi ne viene a conoscenza, cioè noi. Se tu cerchi di nascondere una cosa è perché la ritieni grave. Ma poi non è cambiando le parole, usando gli eufemismi, che si cambiano i fatti. Sembra di essere precipitati nel 1984 di Orwell dove il Grande Fratello stabilisce le parole che si possono usare e quelle che sono proibite, tanto che alla fine del suo profetico romanzo Orwell inserisce un saggio sulla neolingua. Insomma ci avete tagliato tutto, non tagliateci anche la lingua. Del resto in questo campo la situazione è già abbondantemente compromessa, perché tutto ciò che esce da quello che viene chiamato politically correct viene sanzionato socialmente se non addirittura penalmente. Un esempio grottesco è la querelle che dal 2006, trascinandosi di talk in talk, divide Alessandra Mussolini e Vladimir Luxuria perché a un Porta a Porta la nipote del Duce aveva dato all’altro/altra del frocio e costui/costei aveva replicato appioppandole l’appellativo di fascista.

Del resto, al di là del Covid e dei suoi verboten, pratici e adesso, a quanto pare, anche linguistici, la nostra democraticissima Repubblica è una società di divieti. Una promettentissima poliziotta, Arianna Virgolino, 31 anni, è stata sospesa dalla Polizia per “demeriti estetici”. Qual è la gravissima colpa di Arianna? Essersi fatta tatuare sul polso un cuore con coroncina, regalo per i suoi 18 anni. Tatuaggio che aveva poi eliminato. È comprensibile che i poliziotti, Corpo di Stato, abbiano divieti particolari che non riguardano gli altri cittadini, anche se forse, a mio modo di vedere, bisognerebbe fare una qualche distinzione fra un tatuaggio che inneggia all’Isis e uno, del tutto innocente, che inneggia all’amore. Peraltro era stato estirpato.

Insomma usare qualche volta quello che le persone istruite chiamano “senso comune” e il popolo “buon senso” non guasterebbe. E questo vale per tutti. Per Conte, per il Corpo di Polizia, per il Consiglio di Stato che con una sentenza ha posto le premesse per l’espulsione di Arianna Virgolino, per la pleistocenica querelle mediatica inflitta agli spettatori fra due personaggi non proprio di primissimo piano (non siamo qui alle diatribe fra Ennio Flaiano e Gianni Brera o per mettere un piede in Francia fra Sartre e Camus ma piuttosto al livello di Trissottino). Buon senso e buona educazione, per pur erano molto presenti nel popolo italiano negli anni Cinquanta e Sessanta, sembrano essersi inabissati nella volgarità del vivere contemporaneo, incentivata dalla tv, dai social media e, diciamolo pure, dai nostri giornali. Il buon senso, come il coraggio di manzoniana memoria, chi non ce l’ha non se lo può dare. La buona educazione invece può essere trasmessa, certamente dalla famiglia ma soprattutto dalla scuola. Ed è uno dei compiti, e non dei più marginali, dello Stato senza per questo dover ricorrere a una totalitaria neolingua, ma usando semplicemente quella, straordinaria, che ci ha lasciato in eredità padre Dante di cui l’anno prossimo si celebrano i settecento anni dalla morte. Io penso anzi che quella della buona educazione sia la prima, vera, urgente riforma da fare in Italia. Covid, che tutti ci innervosisce, permettendo.

 

Covid-19“Il mio calvario di paziente positiva a Roma. Ma l’Asl dov’è?”

Spettabile Fatto Quotidiano, scrivo alla vostra redazione per denunciare un sistema vergognoso di gestione dei pazienti positivi al Covid-19 a Roma, più nello specifico nella zona della Asl Roma 2, ormai collassata già alla fine di settembre. La storia ha inizio il 28 settembre, quando a seguito di febbre e forti dolori muscolari, il medico di base dispone il mio isolamento, segnala caso sospetto Covid alla Asl di appartenenza, la Roma 2 appunto, e mi informa che, secondo le disposizioni, questa deve contattarmi per effettuare il tampone a domicilio, avendo febbre, o, passata la febbre, in un drive-in. Ovviamente la Asl non dà segni di vita e io, passata la febbre, mi reco al drive-in per il tampone, nel frattempo mi accorgo che olfatto e gusto sono completamente spariti, senza che io abbia raffreddore o naso congestionato, quindi capisco di aver contratto il Covid-19, nonostante il rispetto delle norme di distanziamento e le mille attenzioni che io e la mia famiglia abbiamo seguito scrupolosamente. Dopo sette ore di fila in auto presso il drive-in di Guidonia, insieme alle mie due bambine di 3 e 4 anni, ho effettuato il tampone che due giorni dopo confermerà quello che già sapevo, la positività al Covid-19. Da qui entro in un limbo fatto di solitudine e senso di abbandono e impotenza: il 1° ottobre esce il referto, non riceverò mai alcuna telefonata da parte della Asl né per l’esito del tampone, né per il tracciamento, né per l’attivazione della positività della fantomatica Immuni, già sul mio telefono da mesi. Inizia ufficialmente la quarantena anche per marito e figlie e passo la giornata a ricostruire mentalmente tutti i contatti avuti nelle 48 ore prima della comparsa dei miei sintomi, e inizio a informare tutti quelli con cui ho avuto contatti, cosa che se non avessi fatto, aspettando il contatto della Asl, avrebbe potuto dar vita a una escalation di contagi… In casa cerco di stare più isolata possibile e di mettere in atto tutto quello che so per non contaminare la casa e rischiare di infettare la mia famiglia, tutto secondo il mio buonsenso e le notizie scovate online, ma soprattutto grazie alle informazioni date da mia mamma, infermiera presso un reparto di malattie infettive di un ospedale di Roma, una delle “eroine” che da marzo scorso sta buttando il sangue… Io invece inizio ad avere paura, dolori al petto, affanno, fiato corto, stanchezza; un sintomo sparisce e uno nuovo si affaccia, non so quando finirà, non so se peggiorerà, inizio ad avere paura, paura di finire in ospedale, paura di lasciare la mia famiglia, mi chiedo: “E se rientrassi nella casistica di quei giovani che finiscono in terapia intensiva?”… Chiedo al mio medico, la cosa più rassicurante che mi dice è che tutti i sintomi fanno parte del quadro, senza una visita, un’auscultazione delle spalle, che altro potrebbe dirmi? Non sono tranquilla, continuo a essere sola e a sentire il mio corpo stanco e affaticato, con un peso, come un mattone, sullo sterno… E qui iniziano a sorgere le prime domande: chi è solo, chi non ha madri che possano seguirli, chi va nel pallone, che cosa fa se non è attenzionato? Chiama l’ambulanza, va in ospedale, ed ecco che si intasano i reparti di ricoveri ordinari… Finalmente è tempo del primo tampone di controllo, 5 ore di fila di nuovo al drive-in, perché la Asl continua a latitare; ovviamente per noi nuovamente positivo, per le bambine continua a dare esito negativo… Il problema chiaramente, continua a essere l’inadempienza della Asl, eh sì, perché è l’unica a poter certificare che secondo la carica virale non si è più contagiosi e a far uscire dalla quarantena tutta la famiglia… Ho chiamato mille numeri, abbiamo inviato Pec, email, ci mancano il piccione viaggiatore o i segnali di fumo, ma penso di aver giocato tutte le carte a mia disposizione. Inutile dire che tutto ciò non ha mai avuto seguito. Si deve pregare di non incappare in questo virus, sì per la pericolosità dello stesso, ma anche per non restare incappati in questo circolo che ha ben poco di virtuoso, e per tutte le conseguenze che si innescano, anche e soprattutto a livello psicologico.