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Calenda è soltanto un amico di buoni salotti

Ho letto il pezzo di Corrias a proposito di Calenda, mi vien da chiedere: ma perché ci si è tanto estenuati sul ‘non aver lavorato’ del buon Di Maio, e invece per il buon Calenda si dà per buono l’essere stato amico di salotti e di Luca Cordero di Montezemolo? Forse anche il Calenda ha visto fabbriche e uffici solo da fuori, e sì che ha fondato partiti/movimenti, però ‘rappresentare’ e capire i tanti lavori di una grande metropoli è un’altra cosa; o no?

Giorgio Viarengo

 

Inaccettabile intitolare strade a Craxi e B.

Sono completamente d’accordo con Davide, sulla questione della via intitolata a Craxi. Chi, più giovane di me, non ha vissuto quegli anni, come potrà prendere sul serio tutto quanto avvenuto con l’indagine “Mani Pulite”, gli sforzi della magistratura per spazzare via il mondo di corruzione e malaffare che ha contraddistinto quegli anni? Combattere queste intitolazioni significa anche cercare di evitare che questa malabitudine si diffonda. Cosa dobbiamo aspettarci tra un po’? Avremo piazza Berlusconi, viale De Michelis, corso Mario Chiesa. Per favore, no!

Enzo Formisano

 

In molti bar di Venezia non si seguono le regole

La pandemia è un tragico esempio dell’incapacità di apprendimento. Abito a Venezia. In questa città, nel vecchio ospedale del centro storico, il reparto Covid è stato allestito, nello stesso corridoio della geriatria. Devono risparmiare sulle pensioni, ma il metodo mi sembra un po’ violento. Le centinaia di bar, una delle poche attività commerciali rimaste oltre alle chincaglierie cinesi, agli alberghi e alle abitazioni turistiche, distribuiscono allegramente all’aperto i loro prodotti senza alcuna regola, creando assembramenti di decine di persone in calli molto strette dove si fa fatica a passare, tutti senza mascherina compresi i baristi. Poi si lamentano se li chiudi e vogliono anche i soldi? Glieli darei volentieri se andassero a lavorare in un reparto Covid, bardati 12 ore al giorno coi dispositivi di protezione.

D. C.

 

Mi auguro di vedere la sconfitta di Trump

La comunità finanziaria Usa ha versato alla campagna per la rielezione del presidente Donald Trump cifre molto inferiori rispetto a 4 anni fa. Insomma, Wall Street non considera più il miliardario sfondato un “investimento conveniente”. Auguriamoci che, per novembre, la maggior parte degli elettori lo ritenga ormai un ex presidente altamente incapace e inaffidabile.

Marcello Buttazzo

 

DIRITTO DI REPLICA

Il Fatto Quotidiano del 13 ottobre scorso, in un articolo a firma di Gianni Barbacetto, ha aspramente criticato l’operato dell’Organismo regionale per le attività di controllo (Orac), denunziandone una pretesa inoperatività e il conseguente spreco delle risorse assegnate al suo funzionamento. La rappresentazione offerta dal giornalista non corrisponde alla realtà dei fatti, come emerge con chiarezza dalla semplice lettura dei dati esposti con trasparenza sia nel sito web istituzionale che nella relazione semestrale (con i relativi allegati). Orac svolge istituzionalmente un’azione di vigilanza sul sistema dei controlli regionali, perciò anche sul sistema dell’anticorruzione, ma non attraverso attività ispettive di iniziativa. Tra l’altro, è stata avviata ed entro l’anno sarà ultimata l’analisi dell’intero sistema dei controlli in Regione, con particolare riferimento a quelli sulle società e sugli organismi partecipati (una galassia di oltre 400 enti), al fine di sottoporre alla Giunta e al Consiglio proposte di razionalizzazione e di miglioramento dell’efficacia dei controlli. L’articolo del dott. Barbacetto, da un lato, omette di riferire i reali dati storici (pubblicati) della concreta attività svolta dall’Organismo e, dall’altro, ne travisa i poteri e le funzioni.

Alessandra Cappellari, Presidente Affari Istituzionali, Regione Lombardia

Tra comici è raro l’uso della violenza fisica, come Faletti con Rossi

Il sistema delle norme sociali dei comici non è in vigore da sempre. Negli Usa, all’epoca del vaudeville (e fino agli anni 50) l’appropriazione delle gag era una consuetudine diffusa, non sanzionata, poiché la comicità era sentita come un bene comune, e il valore di un comico era attribuito al miglioramento che il suo stile apportava alla tradizione. C’è chi sostiene (Oliar & Sprigman, 2008) che negli anni ’60 lo show-biz comico abbia implementato il nuovo sistema di norme anti-appropriazione poiché la comicità era diventata meno generica, più personale; ma questa correlazione causale fra nuovi contenuti e nuove norme è ritenuta arbitraria da Madison (2009).

Il sistema di norme sociali serve a evitare il danno economico: è tabù rubare dal repertorio di un comico che lavora nella stessa piazza. La piazza coincide con la propria nazione/lingua: per esempio, dire in tv una battuta sentita in teatro da un altro comico la brucia per sempre, ed è un danno economico. Tutti i comici fanno da sorveglianti. Chi pensa di aver subìto un torto affronta personalmente il trasgressore e chiede spiegazioni: di solito, questo è sufficiente a stabilire la verità dei fatti, a correggere i comportamenti, a evitare recidive; e la cosa finisce lì. Nel caso in cui i due convengano sulla creazione indipendente e contemporanea della stessa gag, uno dei due (quello che ne ha meno bisogno per la sua routine) può decidere di toglierla dal proprio repertorio, come cortesia. I pochi aneddoti riguardanti l’uso della violenza fisica per punire un trasgressore sono leggendari, e raccontati nell’ambiente con gusto (in Italia, quello di Faletti che dà un pugno a Paolo Rossi): la tribù non condanna la violenza; in questi casi, anzi la giustifica, come giustifica la gogna. A ben vedere, le norme del sistema servono a mantenere la proprietà della gag in mano a una sola persona (il comico che usa la gag). Nell’ambiente dei comici, infatti, per convenzione:

1) Se un comico è pagato per scrivere una gag, la gag non è più sua, ma di chi l’ha pagato. Secondo la legge sul copyright, invece, la proprietà di un’opera è dell’autore, se questi non lavora per un’azienda.

2) Vendere una gag è vendere ogni diritto di utilizzo. Chi scrive gag per un comico non può neppure attribuirsele: una volta vendute, non sono più sue. La vendita non richiede alcun contratto fra le parti, a differenza della licenza che permette l’uso di un’opera protetta da copyright.

3) Fra diversi co-autori di una gag, la proprietà viene attribuita a chi ha ideato la premessa, anche se la punchline non è sua. Secondo la legge sul copyright, invece, la proprietà di un’opera è divisa fra tutti i co-autori.

4) Se due comici stanno usando la stessa gag, e la creazione è giudicata da entrambi indipendente, la proprietà della gag è di chi l’ha eseguita per primo. Nel copyright, invece, la creazione indipendente rende entrambi co-autori dell’opera. La priorità è un criterio che vale solo per i brevetti.

5) Se due comici stanno usando una gag simile, la gag apparterrà al primo che la esegue in tv: da quel momento, l’altro smetterà di eseguire la propria, poiché non vuole essere accusato di furto dai colleghi e dal pubblico di fan, anche se non ha fatto nulla di male. Ritroviamo qui il tema della priorità, tipica dei brevetti e non del copyright.

6) Se due comici freelance inviano via email la stessa gag a un conduttore di talk-show, e la gag viene usata nel programma, viene pagato chi ha inviato la gag per primo. Di nuovo la priorità dei brevetti.

(6. Continua)

 

L’analisi – mancano i dati: ecco perché si continua oggi a tentoni

L’ultimo Dpcm ha varato misure importanti, difficili, impopolari. Dovrebbero rallentare, forse, la diffusione del virus ed evitare l’ormai imminente saturazione del sistema sanitario. Restano però purtroppo senza risposta domande importanti. Perché chiudere cinema e teatri, palestre e piscine? È giusto lasciare aperte le scuole? Il problema è che rispondere da un punto di vista scientifico a queste domande è impossibile. Il motivo è quello che Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, e tanti altri scienziati denunciano da tempo: mancano i dati.

Questi lunghi mesi di emergenza non sono serviti purtroppo a costruire un sistema di monitoraggio, tracciamento e raccolta capillare dei dati, utile a definire quali siano i luoghi principali del contagio. In assenza di dati di questo tipo, il governo non può che andare per “tentativi”. Niente soluzioni mirate e interventi chirurgici. La soluzione è quella più semplice e che rischia di portarci verso un nuovo lockdown: chiudere tutto (o quasi).

Ora però ci vuole calma e sangue freddo. Calma perché non vedremo gli effetti di queste misure prima di 10-15 giorni; questo è il tempo in media necessario tra l’infezione, l’insorgere dei sintomi e la diagnosi. Sangue freddo perché nelle prossime due settimane i numeri continueranno a salire vertiginosamente. Non servono sofisticati modelli matematici per prevedere quello che ci aspetta nelle prossime due settimane, prima che le nuove misure facciano (speriamo) effetto. Alla fine di questa settimana i nuovi casi giornalieri toccheranno quota 30-35mila (ipotesi ottimistica), ma potrebbero arrivare anche a 40mila (ipotesi non troppo pessimistica, basata sull’attuale tempo di raddoppio dei casi di 7 giorni). E considerato che i decessi seguono i casi positivi a distanza di 7 giorni con un rapporto di 1 a 80 (muore una persona ogni 80 contagiate), anche i morti continueranno ad aumentare per almeno 3 settimane: arriveremo intorno ai 250 al giorno alla fine di questa settimana (sono i morti sui circa 20mila casi attuali); e nel corso della prossima settimana li vedremo aumentare ancora, in modo proporzionale ai nuovi casi.

Tutto questo gioco macabro dei numeri per dire cosa? Di non ricominciare a urlare fra una settimana che le misure del governo non servono a niente, perché sarà ancora troppo presto. Serve pazienza.

C’era una volta il medico eroe: ora l’ambulanza diventa nemica

Vi ricordate quando i soccorritori, gli operatori del 118, i medici, gli infermieri, i volontari erano eroi? Ecco, quella era la narrazione della prima ondata, quella in cui eravamo tutti buoni, solidali, compatti. Quella in cui il nemico era il Coronavirus e le bandiere tricolore sventolavano dai terrazzi tra cori patriottici e partite di tennis da balcone a balcone. Ora le bandiere servono a togliere la polvere dal mobile tv, i terrazzi sono tornati a essere il posto giusto per le scope e le casse d’acqua. Soprattutto, l’eroismo di chi ci salvava, ci soccorreva, si sacrificava è uno sbiadito ricordo. Adesso, dopo mesi di negazionismo massiccio e spalmato tra social e tv, dopo comizi con selfie senza mascherine, dopo i “basta terrorismo” dei virologi da bar, il clima è cambiato. E a dimostrazione che il complottismo è infettivo quanto il Coronavirus, gli eroi non sono più eroi. Sono complici del sistema.

Basta leggere i commenti sotto qualunque post, articolo, riflessione sui numeri del contagio e sugli ospedali in affanno. Una miriade di proseliti delle teorie del complotto, dello Stato che trama contro di noi per ottenere benefici mai chiariti, scrive commenti surreali e rabbiosi nei confronti di medici e soccorritori. C’è chi dice che lo Stato fa girare a vuoto e a sirene spiegate i mezzi di soccorso per spaventarci con tanto di video a supporto, chi sostiene che i medici cataloghino tutte le morti come “Covid” perché lo Stato li paga tot a decesso per Covid, chi dice che le ambulanze sono le stesse di ieri, ma ora abbiamo “l’udito selettivo”, chi dice che i camion di Bergamo potessero contenere 30 bare, ma ne mettevano dentro solo 3 per creare panico, chi invita tutti gli scettici a “travestirsi da medici e infermieri, infiltrarsi negli ospedali e filmare i reparti Covid”, chi invita a inseguire le ambulanze per filmare le loro finte emergenze e magari i soccorritori al bar farsi un prosecco.

Niente più ringraziamenti lasciati sui cancelli degli ospedali, niente più disegni dei bambini per i dottori, niente più arcobaleni e infermieri disegnati con la tuta di Superman. Il virus non è mutato, siamo mutati noi. E se sei mesi fa ci avessero detto che i soccorritori sulle ambulanze sarebbero diventati i nuovi runner, non ci avremmo creduto. Invece.

Viaggiano in treno fino a Napoli i test lombardi

“Il motivo per cui il sistema dei tamponi si è impallato di nuovo è semplice: non hanno voluto comprare macchine per processare i tamponi negli ospedali perché dicevano che sarebbe stato costoso, e invece preferiscono inviarli in treno a Napoli ogni giorno”. Lo racconta al Fatto un medico di famiglia della provincia di Varese, dove in queste ore il sistema sanitario impiega anche 10 giorni per fornire ai cittadini i risultati dei test molecolari, con buona pace del tracciamento della cerchia di contatti, nel caso di esito positivo. La fonte preferisce rimanere anonima, ma è la stessa Ats Insubria a confermare quanto sta avvenendo nelle province di Varese e Como, tra le più colpite in Italia da questa seconda ondata della pandemia e, dopo Milano, in Lombardia.

“Inviamo parte dei tamponi effettuati sul territorio in altra Regione” spiegano da Ats Insubria. “Il numero dei cittadini che quotidianamente si sottopongono al tampone è superiore al quantitativo che può essere processato all’interno del perimetro regionale, che è bene sottolineare accoglie un sesto dei cittadini italiani. Regione Lombardia, tramite la centrale di acquisti Aria spa, ha bandito una gara per effettuazione in service di test molecolare per la ricerca di Sars Cov2. La gara è stata aggiudicata ad Ames Srl”.

Diretto da Antonio Fico, Ames è il centro polidiagnostico che ogni pomeriggio intorno alle 15 ritira migliaia di tamponi fatti in Lombardia, li carica su un treno a Milano, in Stazione Centrale, e li porta fino a Casalnuovo, fuori Napoli. A 800 chilometri di distanza. È qui che si trova infatti il principale laboratorio del gruppo, recentemente perquisito dai carabinieri nell’ambito di un’inchiesta della Procura partenopea sulla gestione degli appalti affidati dalla Regione Campania durante la pandemia. Fico, il direttore della Ames, è indagato per concorso in turbativa d’asta insieme ad Antonio Limone, direttore dell’Istituto zooprofilattico di Portici (Napoli), una delle strutture a cui Vincenzo De Luca ha affidato l’analisi dei tamponi effettuati in regione. Al di là dell’inchiesta giudiziaria sulla Ames, a preoccupare è soprattutto lo stato in cui la Lombardia si ritrova ad affrontare anche questa seconda ondata.

A giugno, come aveva raccontato Il Fatto, in piena procedura d’urgenza, la Regione guidata da Attilio Fontana ha affidato infatti una commessa da 72 milioni di euro alla Ames per analizzare 20mila tamponi rinofaringei al giorno. Il gruppo si è aggiudicato la maxi commessa offrendo uno sconto di oltre il 50% sulla base d’asta fissata, così che per ogni tampone analizzato l’incasso sia di 29,4 euro. La convenzione per appaltare all’azienda campana l’analisi di 20 mila tamponi è stata però attivata il 25 giugno, quando ormai la situazione epidemiologica iniziava ad andare meglio. La convenzione sarebbe dovuta durare due mesi – si legge sui documenti pubblici – e poteva al massimo essere prorogata fino al 15 ottobre. Poi in teoria Attilio Fontana e i suoi uomini avrebbero dovuto essere autosufficienti. Ma non è andata così.

Il 15 ottobre scorso l’Ats Insubria ha così deliberato una proroga della convenzione con Ames “oltre la scadenza”, si legge nella delibera di affidamento. Ma anche l’Asst Lariana (che copre i territori di Como, Cantù, Menaggio) si è affidata ad Ames fuori tempo per processare i propri tamponi scolastici e quelli dell’ospedale di Como: il 22 ottobre, infatti, ha varato un affidamento del valore di 604.427 euro e della valenza di due mesi. In base a tale accordo, i tamponi vengono prelevati ogni giorno alle 15, inviati a Napoli e l’esito arriva il giorno dopo. Un po’ meglio rispetto ai “fino 10 giorni” per processare un tampone a Varese. L’azienda sanitaria pubblica locale pagherà quindi al gruppo privato campano altri 2.199.954 euro per analizzare 74.600 tamponi. Fino a quando? Non si sa: la scadenza dell’appalto non è nemmeno prevista.

La marcia indietro delle regioni sui tamponi

Fare il tampone solo ai sintomatici e ovviare alla possibilità che persone infette dal SarsCov2, asintomatiche ma contagiose, vadano in giro attraverso l’isolamento domiciliare. È l’idea sottoposta al governo dalla Conferenza delle Regioni per far fronte alle due principali difficoltà che la nuova ondata di contagi sta comportando: la necessità di risparmiare test molecolari e il fallimento del contact tracing. “A causa dei numeri giornalieri sulle nuove positività è oggettivamente difficile tracciare e raggiungere tutti i potenziali contatti e andranno comunque fissate delle priorità all’interno di strategie più efficaci”, premettono i governatori nella lettera inviata a Roma da Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia-Romagna. Per questo “si dovrà innanzitutto aver riguardo che siano isolati i componenti del nucleo famigliare” e il tampone verrà fatto solo a quanti di questi risulteranno asintomatici. E a contatti stretti asintomatici “una volta provveduto alla loro identificazione e al loro isolamento” il test sarà fatto solo in seguito alla comparsa di sintomi. “Nessun passo indietro – assicura Raffaele Donini, assessore emiliano alla Salute –. Una volta identificati e isolati i contatti stretti asintomatici, il molecolare sarà eseguito di norma entro il decimo giorno, affinché le persone possano terminare la quarantena, sempre che il risultato sia negativo. Ma, in caso di comparsa dei sintomi, il tampone sarà eseguito tempestivamente”.

“C’è una contraddizione in termini – è l’analisi di Andrea Crisanti –: prima dicono che non riescono a fare il tracciamento e poi dicono di voler identificare quelli stretti. Ma come si fa senza fare il contact tracing? Mi sembra il tentativo di certificare un fallimento e di auto-assolversi”. Quale fallimento? “Durante l’estate bisognava rinforzare i dipartimenti di prevenzione delle Asl sui territori per potenziare il tracing e aumentare la capacità diagnostica del Paese. Non è stato fatto nulla”. L’Istituto Superiore di Sanità nell’ultimo monitoraggio settimanale, ha certificato “l’impossibilità sempre più frequente di tenere traccia di tutte le catene di trasmissione”: tra il 12 e il 18 ottobre “sono stati segnalati 23.018 casi non associati a catene note”, ovvero il 43,5% del totale.

Questo fallimento del contact tracing, prosegue il microbiologo dell’università di Padova, favorisce la diffusione del virus: “Facciamo i conti della serva. Noi sappiamo che il 60% della trasmissione è imputabile a persone asintomatiche e il 40% a chi i sintomi ce li ha. Prendiamo, allora, 100 persone infette. Ognuna di queste ha in media 15 contatti, e di questi in genere solo 3 sono persone di famiglia. Arriviamo così a una platea di 15mila persone. Sappiamo che il 60% di queste sono asintomatiche: 9mila, quindi, le escludiamo subito perché non si presentano in ospedale e non rientrano tra quelle sottoposte a tracing. Significa che quelle positive tra queste rimarranno in giro a trasmettere. Poi arriviamo ai 6mila sintomatici: in media ne mettiamo in isolamento 3 per ogni positivo. Vuol dire che non facendo il contact tracing si perde il 90% dell’intera trasmissione”.

Per ovviare alla débâcle le Regioni puntano sull’isolamento: “Ma – prosegue Crisanti, ideatore del ‘modello Vò’ che ha evitato al Veneto il destino che nella Fase 1 ha travolto la Lombardia – non si possono tenere bloccate in casa migliaia di famiglie, con il rischio che anche i membri che non si sono infettati lo facciano: significa non andare al lavoro e non mandare a scuola i figli. Cioè bloccare il Paese”. E “c’è un altro problema che le Regioni non hanno compreso – spiega il professore –, quello dell’agibilità sociale. Se una persona che ha il sospetto di aver contratto il virus si toglie il dubbio di non essere positivo facendo il tampone può tornare a vedere i genitori e i nonni. È una misura di prevenzione, perché si utilizza lo strumento per prevenire che un infetto entri in un ambiente sano. Mi sembra che ormai siamo oltre l’incompetenza, siamo al cinismo: la consapevolezza dell’incompetenza”.

Il problema della disponibilità dei kit, tuttavia, esiste. “C’è una zona intermedia tra il fare il tampone a tutti e il farlo solo ai sintomatici – spiega Ranieri Guerra, rappresentante dell’Oms nel Comitato tecnico-scientifico –. Oggi abbiamo a disposizione una batteria di test con caratteristiche molto diverse come impegno di personale, di laboratorio e di durata di analisi. Bisogna decidere a chi va fatto il molecolare, a chi l’antigenico, a chi i test rapidi a seconda che la necessità sia quella di fare una diagnosi o un programma di screening. E introdurre la possibilità di fare le analisi molecolari in pool”. Tradotto: si raccoglie il materiale orofaringeo da un certo numero di persone e si va a vedere se emerge una positività: se accade, tutte le persone del gruppo vengono sottoposte a tampone, in caso contrario, no. “Diversi Paesi, tra cui Israele, stanno utilizzando queste tecniche – prosegue Guerra –. Il Cts è in grado di fornire indicazioni precise, anche con la messa a punto di un protocollo specifico che possa essere discusso da governo e Regioni in modo da fornire una soluzione”.

Nel frattempo nella contabilità nazionale dei tamponi non tutti i numeri tornano. Alcune Regioni, infatti, hanno ricevuto dal Commissario Domenico Arcuri più test di quelli effettuati. Tra il 1° maggio e il 30 settembre la struttura commissariale ha distribuito globalmente 8.122.900 kit, mentre le Regioni ne hanno effettuati oltre un milione di più, 9.354.705, per l’esattezza. Ma se la Lombardia ha effettuato 1.732.001 test a fronte dei 1.463.400 forniti da Roma e il Veneto ne ha fatti 1.555.099 fatti contro i 1.228.300 arrivati dal commissario, altre hanno raggiunto risultati molto più scarni. La Liguria governata da Giovanni Toti, per esempio, ha effettuato 261.605 tamponi ma ne aveva ricevuti in dote ben 367.900, ben centomila di più. Anche la Sardegna ne ha usati oltre 100mila in meno di quanti ne aveva avuti (165.893 fatti/268.200 forniti), idem la Puglia (346.904 eseguiti/436.900 ricevuti). Dove il rapporto si fa più imbarazzante è in Valle d’Aosta che ha effettuato 21.495 esami, ma ne aveva avuti in dote ben 57.400. Discorso a parte merita la Campania: nei 5 mesi presi in esame Arcuri ha inviato 563.200 tamponi nella Regione di Vincenzo De Luca, che ne ha usati solo 519.883. Ne avanzano cioè quasi 45 mila. Tuttavia, l’8 ottobre la centrale acquisti regionale Soresa indice comunque una “Procedura Negoziata d’Urgenza (…) per la fornitura di tamponi nasofaringei” per “un importo complessivo presunto pari a euro 420.000,00 esclusa Iva, per un periodo fino alla scadenza dello stato di emergenza”.

“Lo scudo penale non c’è, ma provare quei reati è difficile”

La terza ondata del Coronavirus sarà giudiziaria: inchieste penali, come quelle già aperte dalle Procure di Bergamo, Milano, Torino, Genova, Sassari, che indagano su reati come epidemia colposa, omicidio colposo, falso in atti pubblici. Che prospettive hanno queste inchieste? Il Fatto lo ha chiesto a Raffaele Guariniello, ex magistrato di grande esperienza.

Le indagini avranno uno sbocco?

A fine marzo, un decreto legge intimava ai medici di segnalare all’Inail, l’istituto per la sicurezza sul lavoro, ogni dipendente contagiato da Covid-19, ai fini di tutela assicurativa dei lavoratori. In questi mesi sono stati segnalati ben 54 mila casi. Ma non bisogna dimenticare una cosa: i medici hanno l’obbligo di segnalare quei casi anche all’autorità giudiziaria. L’articolo 365 del codice penale e il 335 del codice di procedura penale impongono il cosiddetto “obbligo di referto” e sanzionano il medico che non lo rispetta.

Ma gli imprenditori e i dirigenti delle strutture ospedaliere hanno chiesto lo “scudo penale”.

Sì, il Parlamento ha approvato l’articolo 29 bis dell’ennesimo decreto, convertito nella legge 40 del 5 giugno 2020, secondo cui il datore di lavoro (anche il responsabile di una struttura sanitaria) ha rispettato le norme (secondo l’articolo 2087 del codice civile) se ha adottato le misure prescritte dai protocolli e linee guida fissati dai vari decreti emergenziali. Anche il ministero dell’Istruzione ha sostenuto che i dirigenti scolastici non hanno responsabilità penali se rispettano l’articolo 2087.

Dunque tutti salvi.

No. Perché quell’articolo considera soltanto le responsabilità generiche. L’articolo 43 del codice penale, invece, stabilisce che un delitto è colposo quando una condotta è stata tenuta per imperizia, imprudenza, negligenza, o in violazione della legge. Non basta aver osservato l’articolo 2087, devi osservare anche il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro. Devi aver vigilato e sorvegliato. Quindi imprenditori, dirigenti sanitari e dirigenti scolastici non hanno affatto l’impunità, l’articolo 29 bis non è uno scudo penale totale.

Potrebbero essere dunque indagati per i contagi sui posti di lavoro, nelle strutture sanitarie, ospedali, residenze per anziani, scuole?

Sì. Per omicidio colposo e (per chi non è morto) lesione personale colposa. L’articolo 29 bis è ragionevole, ma non garantisce uno scudo totale. E i medici che hanno segnalato i 54 mila casi di Covid all’Inail li hanno segnalati anche alle Procure?

Se lo avessero fatto avrebbero ingolfato gli uffici giudiziari e messo sotto accusa migliaia di imprenditori, medici, presidi…

Segnalare un contagio non è già una condanna per l’imprenditore, il medico, il preside. È la Procura che deve poi verificare se il contagio è stato davvero causato da un comportamento negligente dell’imprenditore o del dirigente.

Che fine faranno, a suo giudizio, le accuse di epidemia colposa a carico di amministratori regionali, dirigenti della sanità, responsabili delle residenze per anziani?

È difficilissimo provare reati singoli come l’omicidio e le lesioni colpose, figurarsi un delitto come l’epidemia colposa. Però confido nella giustizia.

“Tamponi negati e 11 morti”: prima inchiesta Covid chiusa

Erano i primi di marzo, dal 23 febbraio c’erano le zone rosse in Lombardia e in Veneto e il 10 sarebbe iniziato il lockdown nazionale. Il virus era comparso anche in Sardegna. Ma quando una cardiologa dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari, l’8 marzo, spiegò di avere la febbre a 38.3 e di aver visitato pazienti febbricitanti, il capo dell’Unità di crisi, Fiorenzo Delogu, le negò il tampone: “Mi ha fatto tre domande – ha riferito la dottoressa ai carabinieri del Nas – e cioè se fossi stata di recente in zona rossa, se fossi stata di recente in viaggio fuori dall’isola e se avessi avuto contatti con positivi al test Sars-CoV-2. Ho risposto negativamente e mi ha negato il test, in quanto non rispondente il mio caso ai criteri espressi”.

Era positiva, lo scoprirà dopo. Intanto il tampone il 12 era stato negato anche a una sua collega, che lo chiedeva per un paziente 82enne cardiopatico con la febbre e i segni di una polmonite registrati dalla Tac. Di nuovo Delogu: “Negava l’esecuzione del tampone per assenza del criterio epidemiologico – ha messo a verbale la cardiologa –. Solo lui poteva autorizzare i tamponi”. Il dottor Delogu, da oltre dieci anni capo della Sanità pubblica dell’Asl 1 di Sassari e poi dell’Unità di crisi, tenne la posizione fino a sabato 14. Poi tamponi per tutti. E 26 fra medici, infermieri e pazienti cardiopatici furono rinchiusi nel reparto per tre giorni in attesa dei risultati. Un incubo. “Sono stremati, è necessario un immediato intervento”, invocava Fausta Pileri, segretaria locale del sindacato Nursind degli infermieri. Sui cellulari girava il drammatico audio di uno dei medici reclusi: “I pazienti – diceva – minacciano gesti inconsulti”. È finita con una settantina di positivi tra medici, infermieri, ricoverati e loro familiari. Undici pazienti contagiati, quasi tutti anziani, sono morti fra il 15 marzo e il maggio successivo. Secondo i Nas il virus era stato portato in reparto da un medico che era stato a un convegno a Milano proprio nei giorni di Codogno (Lodi) e Vo’ Euganeo (Padova), ma non è stata ricostruita la catena.

Ora la vicenda è negli atti dell’inchiesta appena conclusa dal pm Paolo Piras di Sassari, una delle tante aperte nel Paese, da Bergamo a Milano, da Torino a Genova e al Centro-Sud, su ospedali-focolaio, stragi nelle Rsa e presunti errori (e orrori) della prima ondata della pandemia. Ce ne sono altre anche a Cagliari e a Sassari. Quella su Cardiologia è la prima che chiude, il primo caso di presunta epidemia colposa che può finire davanti a un giudice. I sei indagati ora potranno farsi interrogare e difendersi, quindi il pm deciderà se chiedere il processo. Delogu risponde di rifiuto di atti d’ufficio per violazione di quattro circolari ministeriali sui tamponi (non prive di qualche contraddizione, come sappiamo) e di due determinazioni regionali, omicidio colposo, morte in conseguenza di altro reato e appunto epidemia colposa. Contattato dal Fatto, Delogu preferisce non parlare: “Me l’ha consigliato il mio avvocato”, ci scrive. I dirigenti dell’ospedale, a partire dal direttore sanitario Bruno Contu, non sono indagati per i tamponi negati ma a vario titolo per non aver protetto il personale e i malati, alcuni anche per la presunta carenza di mascherine e altri dispositivi di protezione.

“Le mascherine erano poche, la situazione era drammatica e i medici dovevano comprenderlo – dice l’avvocato Nicola Satta che difende Contu e altri –. Non spettava alla direzione distribuirle ma su richiesta le avrebbero avute”. Si vedrà. Ora le mascherine ci sono ma il Santissima Annunziata, come altri ospedali in tutta Italia, è di nuovo in difficoltà con la seconda ondata, che nell’isola è stata innescata dai turisti dell’estate, le discoteche, gli assembramenti e il disastro che ha riempito i giornali, dal cluster della Maddalena al Billionaire di Fausto Briatore. Ai primi di maggio, infatti, in Sardegna i nuovi casi erano a zero.

Piras è un pm esperto di sanità, autore di un articolo su sistemapenale.it in cui sostiene la configurabilità del reato di epidemia colposa in forma omissiva e non solo commissiva. L’unica sentenza che cita dice il contrario, risale al 2017 e riguardava la contaminazione di un acquedotto nel Bresciano. Del resto l’articolo 438 punisce “la diffusione di germi patogeni”. Ma “l’omissione ­– sostiene il pm di Sassari nel suo scritto di luglio –­ consiste nel non inserire il dovuto ostacolo alla diffusione. Questo avviene anche nella fattispecie colposa, dove gioca un ruolo fondamentale la regola cautelare”. I tribunali di quasi tutto il Paese potrebbero occuparsene presto.

“Il vaccino è ok sugli anziani”, ma è sempre il solito annuncio

Continuano gli annunci sull’imminente arrivo del vaccino anti-Covid. Ieri al Financial Times l’azienda Astrazeneca – che insieme all’Università di Oxford (Uk) sta testando uno dei dieci candidati vaccinali che hanno raggiunto la fase 3 di sperimentazione sull’uomo – ha dichiarato che il vaccino testato dalla multinazionale ha mostrato di indurre una buona risposta immunitaria anche nei pazienti anziani, cioè la fascia di popolazione più a rischio di contrarre il Covid e in forma più severa.

Se confermato, il risultato si rivelerà importante. La risposta del sistema immunitario si indebolisce con l’età e quindi non è scontato che il vaccino possa indurre una buona risposta anche in questa fascia. Astrazeneca non ha spiegato su quanti volontari si sia evidenziato il dato, né da quale sperimentazione (fase 1, 2 o 3?) sia emerso. Il vaccino di Astrazeneca/Oxford ha già concluso la fase 1 e 2 di sperimentazione, quelle che puntano a verificare prima di tutto la sicurezza del vaccino su qualche decina e poi centinaia di volontari. La sperimentazione per confermarne la sicurezza, ma soprattutto per valutarne la reale efficacia, è la fase 3, che coinvolge migliaia di volontari ed è tuttora in corso. “È incoraggiante vedere che la risposta immunitaria si è rivelata simile sia tra adulti più anziani sia più giovani e che la reattività (lievi effetti collaterali dovuti a seguito della somministrazione del vaccino, ndr) appare più bassa negli anziani”, ha dichiarato Astrazeneca anche al gruppo Al Jazeera.

Ma l’Università di Oxford, partner di Astrazeneca, non ha voluto esprimersi su tali dichiarazioni e ha risposto alla richiesta di conferma dei media internazionali con un secco no comment.
Al Jazeera ha confermato che AstraZeneca non ha fornito i dati scientifici sulla base dei quali ha rilasciato le dichiarazioni, né quando avrebbe pubblicato su riviste scientifiche accreditate i risultati della fase 3. Ma esperti di tutto il mondo avvertono che la serietà della scienza medica comporta di non divulgare risultati ai giornali generalisti prima di averli sottoposti al controllo degli esperti delle riviste scientifiche internazionali, e poi alla valutazione delle agenzie del farmaco, incaricate di autorizzare (o bocciare) farmaci e vaccini per il commercio.

Al Fatto Quotidiano, Guido Rasi, direttore dell’Agenzia europea del Farmaco (Ema), ha dichiarato che l’agenzia sta valutando due vaccini anti Covid, quello di Astrazeneca/Oxford e un altro di BioNTech/Pfizer. Ma le aziende, ha specificato, hanno per ora sottoposto solo i risultati delle sperimentazioni in vitro e sugli animali. Ema cioè non ha ancora visionato nemmeno un dato proveniente dalle sperimentazioni sull’uomo. Quindi, al momento, nessuno è in grado di affermare se e quando sarà disponibile un vaccino.

Oltre alla corsa al vaccino, c’è anche quella per ottenere un farmaco biologico a base di cosiddetti anticorpi monoclonali, una versione sintetica degli anticorpi prodotti naturalmente dal sistema immunitario contro il virus, clonati poi in laboratorio e riprodotti in modo standardizzato. Sono oltre 70 i progetti di ricerca in corso nel mondo. Gli anticorpi monoclonali sintetizzati in laboratorio specifici per il SarsCov2, promettono di innescare un’immediata risposta immunitaria su pazienti che hanno appena scoperto di essere positivi, evitando la progressione della malattia. Uno dei progetti più avanzati è quello guidato da Rino Rappuoli, direttore scientifico e responsabile della attività di ricerca e sviluppo esterna presso GlaxoSmithKline Vaccines di Siena e del Mad Lab di Fondazione toscana Life Sciences.

Il gruppo ha selezionato l’anticorpo monoclonale che finora si è dimostrato più potente contro il virus negli esperimenti in laboratorio che sarà testato sull’uomo a fine 2020. Sebbene la sperimentazione umana non sia ancora partita, anche Rappuoli non ha resistito dall’annunciare ieri a Che tempo che fa su Rai 1 che a marzo potremmo avere le prime dosi della terapia.

Lo scorso agosto, Holden Thorpe, direttore di Science – tra le più prestigiose riviste scientifiche del mondo – in un editoriale di fuoco ha messo in guardia contro i continui annunci prematuri delle sperimentazioni di vaccini e farmaci contro il Covid. “Questo è un modo di pensare pericoloso, spinto da obiettivi politici e il bisogno di gratificazione istantanea, che possono mettere in pericolo milioni di vite umane nel breve termine, mentre danneggeranno la fiducia del pubblico nei vaccini e nella scienza per molto tempo a venire”, ha dichiarato.

Serie A in crisi: le società vogliono lo stop all’ Irpef

Prima volevano riaprire gli stadi. Poi hanno ottenuto dalla Figc di rinviare gli stipendi a febbraio. Adesso i presidenti re nemmeno le tasse. Da settimane il calcio pensava di battere cassa col governo. Il precipitare degli eventi ha fornito l’occasione giusta. Lega e Figc hanno inviato due lettere per chiedere aiuto: una sospensione delle ritenute Irpef fino a inizio 2021, per cominciare, poi si vedrà. Un favore da centinaia di milioni. Probabilmente troppi. Se oggi il pallone è a un passo dal baratro è colpa del Covid, dei 100 milioni non incassati da Sky, degli stadi chiusi. Ma anche del vizio di spendere più di quanto incassa, in particolare in stipendi. In un primo momento la Lega voleva chiedere proprio un taglio delle aliquote. Più facile spuntare una sospensione. Figc e Lega sono unite nella richiesta di un aiuto ai grandi club (non ha gradito il capo dei Dilettanti, Sibilia). Anche con la proposta di semplice rinvio però sarà difficile convincere Palazzo Chigi. Più facile pensare a misure alternative (e meno costose). Il calcio potrebbe ricevere una sospensione solo se fosse concessa ad altri settori. Ma rispetto alle altre attività c’è una differenza: ristoranti e palestre chiudono, la Serie A gioca. Senza pubblico, è vero, ed è questa la rivendicazione dei presidenti. Ma i ricavi da stadio perduti (in media il 10% delle entrate) non valgono quanto le spese degli stipendi (il 50% delle uscite). Per 4 mesi parliamo di circa 200 milioni di euro di tasse. In ogni caso il pallone non si arrenderà. Le Leghe europee pensano di fare “cartello” per ribassare gli stipendi. Sul tema c’è un asse tra il n.1 Figc Gravina, e il presidente della Juventus (nonché capo dell’Eca), Andrea Agnelli, per portare in Europa la linea italiana. Non resta che convincere i calciatori: sono loro che giocano.