Ecco gli aiuti immediati Scontri a Torino e Milano

Massimo sostegno sia alle attività costrette a chiudere del tutto (come cinema, teatri, palestre, sale giochi, palestre) che a quelle che da ieri hanno anticipato alle 18 l’orario di chiusura (bar, pub o ristoranti). Già dall’11 novembre, ha promesso il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, arriveranno i nuovi indennizzi direttamente sul conto corrente. Per il via libera è questione di ore. Il testo del dl Ristoro è al vaglio del Consiglio dei ministri che oggi dovrebbe approvare i provvedimenti che interessano fino a 350 mila aziende. I ristori valgono 2 miliardi di euro e andranno ad aggiungersi a 1,6 miliardi che serviranno a prorogare la Cassa integrazione “Covid”. Bonus, Cig e gli altri bonus dovrebbero finire in un unico decreto da 4/5 miliardi. Non ci sarà bisogno di una votazione per un ulteriore scostamento di Bilancio. Un pacchetto di aiuti che non è servito a fermare le proteste le proteste contro le misure restrittive del nuovo Dpcm che ormai dilagano in tutta Italia e altre manifestazioni sono previste nelle prossime ore. A Torino 500 persone (tra queste anche negazionisti) hanno lanciato fumogeni e bombe carta contro la polizia. Una protesta che si è replicata anche a Milano con bottiglie molotov e traffico bloccato. Petardi e fumogeni contro la prefettura a Trieste. Altre proteste si sono tenute a Cremona, Treviso, Catania e Viareggio: dal Viminale filtra un’allerta per le tensioni sociali che dilagano nel Paese e per il timore di infiltrazione.

Ecco le misure previste dal decreto.

Fondo perduto. Gli importi saranno più alti rispetto alla precedente misura prevista dal dl Rilancio che li limitava ai cali di fatturato subiti. I ristori, spiega la viceministra Laura Castelli, andranno dal 100% al 200% di quanto, in base al calo del fatturato di aprile 2020, le aziende hanno già ottenuto con il precedente contributo. Il contributo sarà destinato anche alle attività con un volume d’affari superiore a 5 milioni. I contributi saranno più rilevanti per i settori che da ieri sono stati costretti a chiudere del tutto. I ristori saranno automatici con un bonifico spedito dalle Entrate.

Cig. Si vuole rifinanziare la cassa integrazione “Covid” con altre 18 settimane da scorporare in due tranche: le prime 6 settimane dovrebbero finire nel decreto Ristoro per evitare di lasciare senza copertura chi a metà novembre avrà già esaurito tutte le settimane a disposizione. Poi, con un ulteriore decreto o in manovra 2021 verranno aggiunte altre 10 settimane utilizzando gli avanzi delle misure messe in campo finora. Domani intanto ci sarà l’ennesimo incontro con le parti sociali che vogliono il rinnovo della Cig e il blocco dei licenziamenti almeno fino ai primi mesi del 2021.

Affitti e Imu. Previsto per tutte le attività coinvolte dalle nuove misure d’urgenza un credito d’imposta degli affitti per due mensilità cedibile al proprietario e la cancellazione della seconda rata dell’Imu in scadenza il 16 dicembre. Intanto si discute della possibilità di rinviare i versamenti Irpef.

Lavoratori stagionali. Il pacchetto di aiuti prevede una indennità una tantum, tra 800 e mille euro, per i lavoratori dei settori turismo, spettacolo e lavoratori a intermittenza dello sport. Fino a oggi sono state erogate due mensilità di bonus 600 euro per gli autonomi (senza requisiti) e altre due di bonus 1.000 euro (con molti paletti e non per tutti).

Reddito di emergenza. Prevista un’ulteriore mensilità del reddito di emergenza per le famiglie che non avranno accesso a nessuna di queste misure. Il Forum Disuguaglianze e Diversità chiede però di riaprire i termini dell’iscrizione, scaduta il 15 ottobre.

“Perché ho chiuso alle 18. Nessuno ora soffi sul fuoco”

Abbiamo appena varato un Dpcm con misure più restrittive, ma necessarie. Quel Dpcm è nato da un lungo confronto tra tutte le forze di maggioranza, rappresentate dai rispettivi capi-delegazione. Queste misure non sono in discussione. Piuttosto vanno spiegate a una popolazione in sofferenza, che legittimamente chiede di capire i motivi delle scelte del governo. In queste ore molti ci chiedono: perché chiudete proprio i ristoranti, perché le palestre, i cinema e i teatri, che pure applicano rigorosamente i protocolli di sicurezza? A queste categorie – e ai cittadini tutti – va data una risposta razionale, perché razionali sono i criteri che ci hanno ispirato.

Non abbiamo deciso queste chiusure indiscriminatamente. Tutte le misure messe in campo rispondono alla necessità di tenere sotto controllo la curva dei contagi. Con lo smart working e il ricorso alla didattica a distanza nelle scuole secondarie di secondo grado, puntiamo a ridurre momenti di incontri e soprattutto l’afflusso nei mezzi di trasporto durante il giorno, perché sappiamo che è soprattutto lì che si creano affollamenti e quindi occasioni di contagio. Acquistare subito centinaia di nuovi mezzi pubblici è impossibile, per questo andava decongestionato il sistema del trasporto pubblico agendo su scuola e lavoro e altre occasioni di uscita come lo sono l’attività sportiva in palestre e piscine. Stessa cosa abbiamo fatto la sera: abbiamo ridotto tutte le occasioni di socialità che spingono le persone a uscire nelle ore serali e a spostarsi con i mezzi pubblici. Uscire la sera per andare al ristorante, cinema o teatro significa prendere mezzi pubblici o taxi, fermarsi prima o dopo in una piazza a bere qualcosa o a incontrarsi con amici abbassando la propria soglia di attenzione e creando assembramenti. Ecco perché abbiamo sospeso le attività di ristoranti, cinema e teatri. Così si è meno incentivati a uscire di casa.

Non solo: diminuendo le occasioni di socialità, abbassiamo anche il numero di contatti che ognuno di noi può avere, rendendo così più facile fare i tracciamenti nel caso in cui una persona risulti positiva. Senza queste misure la curva è destinata a sfuggirci di mano.

Sono queste le motivazioni che ci hanno spinto ad adottare misure che sappiamo essere dure. Ora è il momento della responsabilità. La politica – e questo vale soprattutto per chi è al governo – deve saper dar conto delle proprie scelte ai cittadini, assumersi la responsabilità delle proprie azioni e non soffiare sul fuoco del malessere sociale per qualche percentuale di consenso nei sondaggi. Ora è il momento di mettere il Paese in sicurezza, evitando la diffusione del contagio e il rischio di non riuscire a garantire cure e ricoveri adeguati e di non riuscire a preservare il tessuto economico e produttivo.

Siamo tutti pienamente consapevoli delle ricadute economiche di queste misure, delle difficoltà a cui molti cittadini italiani vanno incontro, penso a chi lavora nel settore della ristorazione, del turismo, dello spettacolo, della cultura, delle palestre e di tutti i settori connessi. Ma proprio per questo oggi approviamo un decreto importante con ingenti risorse che ci permette di ristorare tutte queste persone, di dare loro in maniera rapida e diretta risorse per colmare le perdite dovute alle chiusure. Saranno soldi certi e rapidi.

* presidente del Consiglio

Il giorno delle accuse: Renzi e parte dei 5S contro Pd e Speranza

Il conto alla rovescia è iniziato: il governo Conte ha un mese di tempo per dimostrare di aver invertito la rotta, poi si passerà alla resa dei conti. E tutti si preparano – se le misure non dovessero funzionare, se i ristori promessi non dovessero arrivare in tempo – a darsi la colpa l’un l’altro. La guerra tra ministri è iniziata in contemporanea con l’entrata in vigore del Dpcm che istituisce il semi-lockdown. E che adesso sembra quasi già figlio di nessuno: di fronte ai contagi fuori controllo, ai settori produttivi che protestano, al presidente della conferenza Stato-regioni Stefano Bonaccini che chiede sostanziali modifiche e ai disordini di piazza che preoccupano il Viminale, ognuno è pronto a rivendicare di aver detto per tempo che così si andava a sbattere. Al punto che il vicesegretario del Pd Andrea Orlando osserva renziani e Cinque Stelle e fa il profeta: “Ricordo nitidamente i giorni nei quali i ministri, finito il Cdm, andavano in piazza a manifestare contro il governo. Tempi assai più semplici di questi eppure non andò bene allora, per il governo ma ancor più per il Paese”. E qualche ora più tardi è il capo delegazione del Movimento, Alfonso Bonafede, a dover frenare le accuse: “Non è il momento per le divisioni e tanto meno per i distinguo”. È in questo clima che il premier Giuseppe Conte, che ha varato un provvedimento sul quale per primo era fino all’ultimo perplesso, si prepara a riferire giovedì in Parlamento.

Tutto è cominciato domenica sera, quando la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, che ha “pagato” la seconda ondata con la didattica a distanza per le superiori, ha fatto notare, ospite da Fabio Fazio: “Se oltre alla sicurezza nelle scuole, aggiungiamo un grande lavoro nelle Asl e rafforziamo i trasporti con i soldi che il governo ha messo, faremmo dei grossi passi avanti…”. La stessa analisi che sempre domenica sera su Rai3, era arrivata dal ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, tra i più battaglieri nella stesura del decreto che ha visto chiudere le “sue” palestre: “Le misure pensate durante l’estate non hanno avuto l’effetto che aspettavamo, specie sul fronte trasporti e della tenuta del sistema sanitario”.

Sul banco degli imputati, nemmeno troppo nascosti, ci sono la ministra dei Trasporti Paola De Micheli (Pd), il titolare della Salute Roberto Speranza (Leu) e i presidenti di Regione. Ma nel mirino c’è pure il capodelegazione dem, Dario Franceschini, nel Pd il più rigido, che ha difeso fino in fondo la linea di salvaguardare attività produttive e scuole e poi ridurre al minimo movimenti e contatti dopo le 18. Tanto che – rispetto alla rivolta del suo stesso settore – ieri ribadiva: “Chi protesta non ha capito”. Ma a prendere le distanze, ieri, è stato anche il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri: “Non sono del tutto d’accordo con le misure adottate”, ha dichiarato ieri mattina. Parole talmente esplosive, che in corso di giornata è stato costretto a correggere il tiro: “Le misure sono proporzionate alla situazione, per addolcire la curva del contagio”. Nel frattempo, Walter Ricciardi, consulente di Speranza, sparava bordate dal lato opposto: “Misure di facciata, servono lockdown mirati”. A cavalcare la polemica è arrivata poi Italia Viva con Teresa Bellanova, che ha chiesto a più riprese di avere “evidenze scientifiche e mappe del contagio” dei settori che il governo è ha costretto a chiudere, prima di “condannarli a morte”. Renzi rincara la dose: “Conte cambi il Dpcm nella parte su ristoratori, luoghi di cultura e attività sportiva”. Con le sue posizioni, Iv sceglie di rappresentare le ragioni degli aperturisti, senza lasciarle del tutto al centrodestra. Non è un caso se a un certo punto Matteo Salvini, leader della Lega, chiede pubblicamente al suo omonimo se avrà il coraggio di andare fino in fondo. A un certo punto della giornata è Zingaretti a sbottare: “Vedo in queste ore molti distinguo da esponenti di governo e forze di maggioranza. Lo reputo incomprensibile: stare con i piedi in due staffe è eticamente intollerabile”. Ce l’ha con tutti: con Sileri, con Spadafora, con Renzi, ma pure con i 5S in generale. E guarda pure a Conte: dovrà rendere conto dei ristori promessi, dei soldi sulla sanità, della scelta sul Mes. E coinvolgere l’opposizione. Dato il momento, nessuno mette sul piatto esplicitamente una crisi politica. Ma tutti concordano: a fine novembre, non abbiamo più alibi.

Salvini aizza i suoi leghisti: “Attaccate tutti il Dpcm”

“Matteo, i ristoratori e baristi non li gestiamo più”. E ancora: “Matteo come facciamo con i lavoratori dello spettacolo e delle palestre?”. Nemmeno il tempo che il premier Conte finisse di illustrare il nuovo Dpcm e Matteo Salvini si era già collegato via Zoom con i governatori e i sindaci leghisti. Una serie di riunioni per “darsi una linea comune” e capire il da farsi. Obiettivo: attaccare a testa bassa il governo e le nuove restrizioni. E, nel caso, violarle. Coi sindaci delle grandi città, da Mario Conte (Treviso) a Michele Conti (Pisa) e Alan Fabbri (Ferrara), Salvini ha parlato di come neutralizzare il Dpcm che “ridurrà alla fame milioni di lavoratori” (ieri ha anche applaudito alle critiche di Renzi): l’ipotesi allo studio è un ricorso al Tar per evitare la chiusura dei locali nei comuni più piccoli e, su idea del Comune di Treviso, un piano “salva-spettacolo” e “salva lavoro” violando le regole nazionali e aprendo lo stesso i teatri agli attori trasmettendo gli spettacoli in streaming.

Con i governatori – oltre ai “nordisti” Attilio Fontana, Luca Zaia e Max Fedriga alla riunione di domenica c’erano anche Donatella Tesei (Umbria), Donato Toma (Molise), Antonino Spirlì (Calabria), Maurizio Fugatti (Provincia di Trento) e Christian Solinas (Sardegna) – Salvini ha imposto la linea: “Attaccate il decreto”. E così è stato: l’umbra Tesei parla di “incongruità e disparità tra categorie”, Toma chiede la riapertura dei locali fino alle 23 (“si muore anche di eccessiva prudenza”), Zaia di “rischio tragedia” mentre il trentino Fugatti sfrutta l’autonomia speciale per andare contro il Dpcm del governo: ristoranti aperti fino alle 22, scuole superiori in presenza e impianti sciistici aperti. Toni battaglieri arrivano anche dagli altri presidenti di centrodestra non della Lega ma molto vicini a Salvini come Marco Marsilio (Abruzzo), Giovanni Toti (Liguria) e Francesco Acquaroli (Marche). Insomma, mentre Salvini chiede “un cts alternativo” e “votato dal Parlamento” e Giorgia Meloni di “andare al voto dopo l’emergenza”, i governatori di centrodestra si agitano per le misure troppo stringenti del Dpcm. Peccato che tra la prima e la seconda ondata abbiano fatto ben poco per migliorare la situazione sanitaria delle proprie regioni.

Secondo il report del ministero della Salute riportato dal Sole 24 Ore sulle terapie intensive, le regioni di centrodestra hanno fatto pochissimo nonostante i molti soldi piovuti dal governo: l’Umbria non ha un posto in più rispetto all’epoca pre-covid (70), la Calabria è penultima con +4 posti letto e l’Abruzzo terzultima con +8. Nelle ultime dieci regioni che hanno implementato meno i posti letto, otto sono governate dalla destra tra cui Liguria, Piemonte e Lombardia. Sulle Usca, le squadre di medici e infermieri che proprio ieri Salvini ha chiesto di implementare, non va meglio: come ha riportato il Fatto, in Lombardia sono attive solo 49 su 220 (25%), in Umbria 7 su 18 (39%) e in Sardegna 19 su 32 (60%). Va male anche il tracciamento: la Calabria è ultima per tracciatori ogni 10 mila abitanti (0,7), poi c’è il Friuli di Fedriga con 0,8 e terzultimo l’Abruzzo con 0,9. La Lombardia ne ha solo 1,3.

“Rispettiamo le misure e i contagi caleranno: lockdown arma finale”

Professor Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità, quanto cresceranno ancora i contagi?

La pandemia è in fase di rapida crescita che dobbiamo mitigare e contenere. Da quando si adottano le misure occorrono almeno due settimane per poterne apprezzare gli effetti. I contagi nei prossimi giorni continueranno a crescere, ma è importante da subito adottare sistematicamente le misure.

Quindi quando crede vedremo gli effetti degli ultimi tre Dpcm?

Il virus circola in tutto il Paese. In alcune regioni la situazione è critica. In tutte l’evoluzione è in peggioramento. In assenza di misure tempestive e incisive è inevitabile una saturazione dei servizi sanitari in tutta Italia nelle prossime settimane. Quando si vedranno gli effetti dei Dpcm, oltre al lasso di tempo di due settimane, dipende molto da quanto verranno seguite le indicazioni. Dobbiamo imparare a convivere con questa epidemia per i prossimi mesi sapendo che per controllarla dobbiamo monitorarla e modellare l’intensità della risposta a livello nazionale, regionale e locale in funzione della sua circolazione e velocità di diffusione.

Molti ospedali a Roma e Milano e non solo stanno convertendo a Covid reparti e pronto soccorso.

L’aver predisposto e realizzato un incremento in tutto il Paese delle strutture sanitarie e ospedaliere dedicate al Covid-19 ha la finalità di gestire l’epidemia nei prossimi mesi assicurando le risposte agli altri bisogni di salute. Di fronte a un aumento significativo e repentino dei casi, però, possono emergere difficoltà: è necessario rispondere di volta in volta ampliando o restringendo l’offerta clinico assistenziale degli ospedali e di tutte le strutture sanitarie. Sul fronte Covid-19 i servizi territoriali giocano un ruolo determinante nella fase di diagnosi e ricerca dei contatti per identificare le catene di trasmissione, in quella del monitoraggio e gestione dei casi asintomatici e sintomatici. Si tratta di un ambito decisivo dove è fondamentale il ruolo di tutti i professionisti sanitari. Ci possiamo aspettare che le misure in essere e i provvedimenti in itinere consentano di collocare l’assistenza nel contesto più appropriato: quello domiciliare.

Milano e Napoli dovrebbero pensare al lockdown con quei numeri?

Abbiamo elaborato diversi scenari per i prossimi mesi in base a una serie di parametri che misurano sia l’andamento dell’epidemia che la capacità di resilienza del sistema. È importante che accanto alle misure nazionali, laddove la crescita è rapida, si adottino provvedimenti locali mirati anche più restrittivi ma contenuti nel tempo come già avviene.

Può fare un po’ di chiarezza sulla situazione vaccini anti-Covid?

Sono in corso nel mondo molte sperimentazioni su diversi tipi di vaccino, alcuni già in fase 3, l’ultima prima della richiesta di autorizzazione. È già un risultato incredibile, se si pensa che il virus è conosciuto da meno di un anno. È fondamentale però che i test vengano condotti secondo regole che la comunità scientifica si è data, per la sicurezza e per comprendere il tipo di immunità che si genera. È verosimile aspettarsi, senza intoppi, le prime autorizzazioni entro l’anno: però per una disponibilità su larga scala, in grado di influire sull’andamento dell’epidemia, saranno necessari più mesi.

A che soglia deve scattare il lockdown totale?

Il lockdown totale rimane l’ultima arma disponibile che tutti auspichiamo non sia necessario adottare. Non si tratta di una singola soglia, ma di una serie di parametri da verificare sulla base dei monitoraggi in corso da maggio. Dipenderà molto dai nostri comportamenti: oggi siamo chiamati a “raffreddare” la curva dei contagi con limitazioni importanti alla nostra socializzazione per avere tutti maggior serenità e sicurezza nei prossimi mesi.

Nuovi casi raddoppiati in 7 giorni. Le terapie intensive sono stabili

Non può essere esattamente considerata una buona notizia, ma è forse uno dei pochi dati non a tinte fosche di questi giorni. Al netto dell’impennata dei contagi, che non sembra aver ancora alcuna intenzione di regredire, l’incremento dei pazienti Covid ricoverati in terapia intensiva è abbastanza stabile da alcuni giorni.

I contagi – ci dicono i numeri – raddoppiano ogni 7 giorni, i morti in 7 giorni con 7 giorni di ritardo, i malati in terapia intensiva – invece – raddoppiano in 10 giorni: erano 638 il 16 ottobre e 1.284 ieri. Ogni giorno, all’incirca, si assiste a un incremento di ricoveri in terapia intensiva costante tra le 70 e le 80 unità.

Insomma, se anche la differenza, come confida un medico impegnato in prima fila, è dovuta al fatto che i malati oggi “vengono curati meglio prima che entrino in rianimazione”, è un fatto che la corsa verso la temuta saturazione delle terapie intensive è più lenta di quella dei contagi, su cui prima o poi – si spera – facciano effetto le misure di contenimento adottate nelle ultime settimane.

I casi totali registrati ieri sono stati 17.012, 4.261 in meno di domenica, una diminuzione dovuta al weekend in cui fisiologicamente diminuiscono i tamponi effettuati: 124.686, 37.194 in meno rispetto alle 24 ore precedenti. Il rapporto casi positivi-tamponi effettuati aumenta da 13,1% a 13,6% (era 9,4% una settimana fa), dunque il calo dei positivi è puramente numerico, non statistico. Anzi, il virus continua a correre come e più di prima, per quanto il 56% sia asintomatico secondo gli ultimi dati dell’Isituto superiore di sanità al 20 ottobre. La percentuale dei nuovi contagi sul persone testate (e dunque non sul totale dei tamponi effettuati, che comprende anche test di controllo) sale invece al 21,6%, con un picco massimo del 52% in Val d’Aosta e un minimo del 6% in Basilicata

Il numero degli italiani che hanno contratto il virus dall’inizio della pandemia sale a 542.789 persone (+3,2% rispetto a ieri), ma secondo uno studio pubblicato dalla rivista Science of the Total Environment, condotto da Giuseppe Arbia del Dipartimento di Scienze Statistiche della Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Roma, in collaborazione con Francesca Bassi dell’Università di Padova e di Piero Demetrio Falorsi dell’Istat, sarebbero oltre 5 milioni (quasi il 10% della popolazione) gli italiani già infettati dal Sars-CoV-2. Molti di più, quindi, rispetto alle stime ufficiali. Erano 1,5 milioni a luglio secondo l’indagine sierologica Iss-Istat.

Il conto dei morti (ieri non si sono registrate vittime soltanto in Molise e in Basilicata), aggiungendo i 141 decessi registrati ieri (+0,4%, domenica erano stati 128) sale a 37.479. I soggetti attualmente positivi di cui si ha certezza sono 236.684, 50.325 dei quali in Lombardia (+ 3.570 casi ieri), 30.675 in Campania (1.981 nuovi casi), 24.406 nel Lazio (+ 1.698) e 21.267 in Piemonte (+ 1.625). Per quanto riguarda le passate 24 ore, l’incremento relativo maggiore (fatta eccezione per la Lombardia) si è registrato in Toscana: 2.171 nuovi casi positivi in un solo giorno.

Detto dei 1.284 ricoverati in terapia intensiva (+76, +6,3%; domenica +80), i pazienti ricoverati con sintomi sono 12.997 (+991, +8,3%; domenica +719). Il maggior numero di ospedalizzati è in Lombardia: 2.459 ricoverati (+133 rispetto a domenica) e 242 in terapia intensiva (+11 in 24 ore).

Poi ci sono: Piemonte con 1.849 ricoverati (+248 rispetto a ieri) e 102 in terapia intensiva (+8 rispetto a ieri), Lazio con 1.599 ricoverati (+123 rispetto a ieri) e 158 in terapia intensiva (+12 rispetto a ieri) e Campania con 1.191 ricoverati (+40 rispetto a ieri) e 123 in terapia intensiva (+10 rispetto a ieri). La Regione governata da Vincenzo De Luca è tra quelle che destano maggiore preoccupazione per la tenuta del sistema sanitario. Dei 227 posti letto di terapia intensiva Covid, gli occupati sono 123 e dei 1.500 posti letto di degenza, 1.191.

Gli abominevoli

Non fai in tempo a criticare Conte che subito ti ritrovi accanto i due abominevoli Matteo e ti tocca difendere il governo per scrollarteli di dosso. Noi non smetteremo mai di ringraziarli per averci liberati delle loro presenze al governo con i rispettivi suicidi del 2016 e del 2019. Ma anche loro, sotto sotto, sono felicissimi di non governare più. Altrimenti ora non potrebbero starsene in poltrona, sdraiati sui loro stipendi di 15mila euro netti al mese, a giochicchiare con lo smartphone in attesa delle decisioni del governo per poter dire l’opposto un minuto dopo, senza mai precisare cosa farebbero al posto di Conte. Noi speriamo ancora che il governo corregga le norme più inutili e irrazionali dell’ultimo Dpcm, riaprendo bar e ristoranti, ma anche cinema e teatri (anche fino alle 18) che grazie ai posti distanziati hanno il record negativo di contagi: come le messe, giustamente non vietate. Ma abbiamo anche indicato l’alternativa che vari esperti giudicano più efficace (in base ai parametri fissati dal governo stesso): zone rosse temporanee nelle metropoli e province più infette, a partire da Milano, Napoli e vaste aree di Lombardia, Campania, Piemonte. E noi non siamo pagati per proporre soluzioni, diversamente dai politici. Soprattutto quelli di maggioranza come l’Innominabile, la cui capodelegazione Bellanova ha condiviso il Dpcm con gli altri colleghi. Invece chi è all’opposizione come il Cazzaro può, anzi deve criticare: ma, per essere credibile, deve proporre le sue alternative.

Quali sono quelle dell’Innominabile e del Cazzaro per piegare la curva dell’epidemia? Lo sanno che, anche se riaprono locali, cinema e teatri, i contagi in Lombardia, Campania e Piemonte restano fuori controllo e da soli valgono la metà del totale nazionale, col rischio di saturare ospedali e terapie intensive? L’Innominabile ha già mostrato la sua ribalda nullaggine il 28 marzo, in pieno lockdown, quando propose di riaprire tutto mentre l’Italia registrava i picchi di ricoveri e di morti. Ora ripete lo stesso mantra mentre il picco della seconda ondata è lontano. Il Cazzaro, dopo una primavera trascorsa a invocare chiusure nei giorni pari e riaperture nei dispari, ha passato l’estate a negare e favorire il Covid, aizzando la gente a disarmarsi. Ora è pronto a chiudere Milano e Varese? La sua unica proposta è che il Parlamento metta su un bel Cts alternativo a quello del governo, con virologi lottizzati fra M5S, Pd, Lega, FdI, FI, Leu e Iv, per replicare davanti alle Camere la batracomiomachia che va in onda ogni sera davanti alle telecamere. Se le ambulanze non fossero occupate in missioni più urgenti, verrebbe da chiamarne due per portarli via entrambi.

Più del corpo, la voce. L’antica arte della seduzione

Perché Ulisse, passando con la sua “nera nave” vicino all’isola delle Sirene, si fa legare all’albero? Perché non si mette, come i suoi compagni, la cera nelle orecchie per non udirne il fatale canto? Circe gli aveva detto: “Che nessuno degli altri le senta. Tu ascolta pure, se vuoi: mani e piedi ti leghino nella nave veloce, perché tu possa udire la voce delle Sirene e goderne”, e aveva specificato che le Sirene uccidono chi “ignaro s’accosta” a loro, cioè chi non sa nulla del loro potere.

È importante il contenuto di quel canto. Non si tratta solo di un suono di seduzioni marine, sfrigolamenti di branchie, melodie ultrasonore: le Sirene parlano. Lusingano Ulisse elencando le sue imprese, lo chiamano “grande gloria degli Achei”, promettendogli godimento e una conoscenza più profonda. Gli fanno intravedere un’altra vita, fatta di Eros e sapienza.

Ulisse si fa legare perché tutto questo sarebbe irresistibile, e ciò nondimeno deve conoscerlo.

Parte dalla seduzione di queste parole La voce delle Sirene. I Greci e l’arte della persuasione, il bel saggio di Laura Pepe (ed. Laterza), che dall’archetipo omerico della Peithó, che per i Greci era sia Seduzione che Persuasione, arriva alla Retorica, cioè all’arte di convincere l’uditorio per mezzo di pathos, suscitando emozione, di logos, ricorrendo ad argomentazioni logiche, e di ethos, cioè rispecchiando il carattere di chi parla, quando le orazioni venivano scritte dai “logografi”, e di coloro che ascoltano.

La seduzione è alla base della guerra di Troia, l’evento che fonda il mito e la civiltà occidentale; ma chi fu a sedurre chi: Paride o Elena? Il troiano figlio di Priamo seduce la moglie di Menelao, o è questa a indurlo al rapimento da cui scaturirà un conflitto di dieci anni? È stato lo sguardo di Elena (uno dei cui appellativi più ricorrenti è kynópis, “dall’occhio di cagna”) a sedurre Paride durante la cena in casa del re di Sparta, o entrambi sono stati sedotti dall’amore, cioè dalla volontà di Afrodite? Anche Circe e Calipso seducono Ulisse, allo scopo di fargli dimenticare la patria; lui si abbandona a questa seduzione, ma il suo intelletto e la sua nostalgia (letteralmente, “dolore del ritorno”) spaccano la malia (a dire il vero contro Circe Ulisse aveva assunto il moly, l’erba magica donatagli da Hermes per risparmiargli di essere trasformato in porco) e lo inducono a ritrovare Itaca e il letto di Penelope.

“Alla parola è connaturata una forza magica, psicagogica”, scrive Pepe; “essa può essere un incantesimo capace di impadronirsi dell’anima di chi ascolta; ma, soprattutto, può ingannare e illudere”. Tutto il mito è impregnato di questa forza magnetica e misteriosa: il rapporto degli dèi con gli umani è del tutto seduttivo. E perdura nei millenni: fa bene Pepe a citare il “cosmo di seduzione a getto continuo” di cui parla Gilles Lipovetsky, in cui siamo immersi oggi, dentro l’incantesimo consumistico.

Ma la seduzione ha strade infinite. Se con Pericle ogni cittadino di Atene poteva parlare nelle assemblee pubbliche e persuadere l’uditorio su quale fosse il bene per la polis (secondo il principio della isegorìa, la facoltà di tutti di parlare), con i demagoghi come Cleone la parola seduttiva diventa un inganno che corrompe la democrazia facendola degenerare in oclocrazia, il potere della massa.

La parte più bella del saggio è dedicata a Socrate. Sofista per Aristofane, che lo caricaturizza nelle Nuvole, Socrate è il seduttore per eccellenza, il tafano del cervello, l’unico uomo secondo Platone capace di operare la sintesi perfetta della parola logica e di quella erotica. Nel processo a suo carico nel 399 a.C., uno dei cui capi d’accusa è quello di corrompere i giovani, si difende scegliendo di non difendersi, rivendicando di aver agito sotto consiglio del suo demone e chiedendo, al posto della pena di morte pretesa dai suoi accusatori, un premio, richiesta che porterà la maggioranza a votare proprio per la sua morte. È in questa non-scelta la glorificazione della filosofia, più importante ancora della vita, a conferma che la seduzione può essere, al contrario di quel che suggerisce la sua etimologia, un allontanare e allontanarsi da sé allo scopo di servire la verità. Leggendo queste belle pagine mi è venuta in mente una coincidenza (che forse non è tale). Nel descrivere il rapporto tra Socrate e Alcibiade, suo giovane amante, Platone nel Simposio li mette seduti accanto in casa di Agatone, dentro la traiettoria perfetta degli sguardi. Alcibiade è il fulcro di un erotismo corsaro e sfrontato, a cui lo stesso Socrate, di vent’anni più anziano, guarda “come incantato”. Ma Platone fa parlare anche Alcibiade, il quale dice che Socrate è “tal quale quei sileni che si vedono nelle botteghe degli scultori, che gli artisti rappresentano con zampogne e flauti in mano; apertili, rivelano simulacri di divinità”, e aggiunge che non solo somiglia a un satiro, ma la sua voce soggioga: “Le sue parole incantano, fanno balzare il cuore il petto, fanno versare lacrime”. Per resistergli, a volte, deve tapparsi le orecchie con la cera, come Ulisse al cospetto delle Sirene.

Telefono. Dal fisso al mobile, i big schiantano i rivali con mega tariffe. Una sentenza può cambiare tutto

L’annoso caso delle tariffe di terminazione nelle telefonate tra fisso e mobile torna nelle aule dei tribunali, chiamando in causa autorità di vigilanza come Antitrust e Agcom e la loro attività. È attesa a giorni la sentenza di secondo grado sul braccio di ferro ingaggiato da Eutelia nei confronti di Vodafone a Milano nel lontano 2007. L’oggetto del contendere è una questione rilevante sia per gli operatori alternativi di rete fissa come Eutelia, sia per i colossi tradizionali. Questi ultimi, secondo le stime del consulente tecnico di parte per Eutelia, il professore di Finanza aziendale della Luiss Raffaele Oriani, tra il 2002 e il 2013 avrebbero guadagnato extra profitti per almeno 4 miliardi grazie all’applicazione di tariffe fuori parametro agli operatori alternativi, cioè società che forniscono servizi di telefonia appoggiandosi alla rete dei big del settore. Non a caso sull’asse Roma-Milano sono in corso una ventina di procedimenti analoghi al caso Eutelia-Vodafone, che oltre alla multinazionale britannica coinvolgono anche Telecom e Wind.

Nel caso milanese, le accuse a Vodafone sono di aver sfruttato la propria posizione dominante facendosi pagare troppo i “diritti di terminazione”, cioè il prezzo al minuto che Eutelia doveva pagare a Vodafone per il traffico voce sull’ultimo tratto di rete mobile, ogni volta che un suo cliente chiamava dal telefono fisso un cellulare cliente dell’operatore britannico. Il prezzo di transito, che veniva fissato dal garante delle Telecomunicazioni (Agcom), avrebbe dovuto essere molto più basso secondo Eutelia, tanto che Vodafone, come le altre compagnie, era in grado di offrire ai propri clienti delle tariffe molto più basse in condizioni analoghe. Non a caso a un certo punto della storia è entrata in scena anche l’Antitrust che, nel 2006, ha accertato delle condotte discriminatorie da parte di Telecom, Wind e Vodafone. L’intervento del Garante della Concorrenza è stato però piuttosto tardivo arrivando quando ormai il mercato degli operatori alternativi era stato praticamente stroncato, riducendo al minimo le possibilità di scelta dei consumatori. Eppure si sarebbe potuto intervenire prima, se l’Agcom avesse seguito le indicazioni del parere preventivo di Bruxelles sulle tariffe previste dall’Autorità nel 2008, a favore della parità di trattamento tra vecchi e nuovi operatori con un prezzo di transito vicino al costo. Invece, secondo le stime dell’avvocato di Eutelia, Eutimio Monaco, per nove anni l’Agcom ha utilizzato tariffe tra 8 e 10 volte superiori al costo del servizio. Sul ruolo del garante, però, finora non si è espresso nessuno, neppure l’Antitrust. Si capisce quindi come mai il guadagno realizzato dagli operatori tradizionali lamentato da Eutelia rappresenti un ingombrante convitato di pietra non solo per le società telefoniche, ma anche per le Authority di vigilanza, per definizione arbitri indipendenti a tutela delle regole.

Intanto in tribunale, per il solo caso milanese di Eutelia, il giudice di primo grado ha fissato in quasi 42 milioni il risarcimento a carico di Vodafone. Resta da vedere cosa stabilirà la Corte d’Appello. Stessa sede in cui Teleunit ha ottenuto la condanna di Telecom al pagamento di 2,5 milioni di euro, su cui pende ora il giudizio della Cassazione.

 

L’auto elettrica finora è solo l’altra faccia del colonialismo

Possedere un’auto elettrica sta diventando uno status symbol ambientalista. Tra i vari problemi dell’elettrico c’è però quello dell’approvvigionamento di risorse naturali per alimentare le batterie. L’industria dell’auto statunitense si affidava a multinazionali del petrolio che ne garantivano quantità crescenti a prezzi modici, anche grazie al controllo che Washington esercitava su aree “calde” dal Venezuela al Golfo Persico. Oggi i rapporti con i Paesi nei quali vengono estratte risorse naturali cruciali per la mobilità elettrica sono spesso ancora più squilibrati a favore di consumatori e Paesi industrializzati di quanto non lo siano quelli con i fornitori di idrocarburi. Nel 2019 il petrolio rappresentava ancora la principale fonte di energia primaria al mondo. Il legame tra utilizzo di energie “fossili” e riscaldamento globale sta incentivando una transizione verso le rinnovabili, specie per la generazione di elettricità. L’elettrificazione dei trasporti, settore che assorbe circa la metà del consumo di petrolio nell’Unione europea, è una componente decisiva di questa transizione.

Emblematico della filiera dell’auto elettrica è il rapporto tra Tesla e l’industria estrattiva del cobalto in Congo (problemi simili hanno riguardato anche Tesla e l’industria del litio in Bolivia). Il Paese dell’Africa occidentale vanta quasi la metà delle riserve mondiali e oltre il 60% della produzione. Il cobalto, essenziale per la produzione di batterie, è estratto in Congo principalmente da aziende cinesi e da colossi occidentali come Glencore. Il 20% dell’estrazione avviene nelle cosiddette “miniere artigianali”. Lo Stato congolese non ha alcun ruolo nell’estrazione del minerale, che viene poi raffinato e commerciato quasi esclusivamente fuori dai confini congolesi. E poi c’è Tesla, la società automobilistica con la maggiore capitalizzazione di Borsa, leader mondiale dell’elettrico con una quota di mercato di circa il 20 per cento. La società di Elon Musk si è assicurata una quota del cobalto prodotto da Glencore ed è entrata nella Fair Cobalt Alliance, nata teoricamente per alleviare le sofferenze delle formiche umane che cercano di sopravvivere nelle miniere artigianali. Tra l’industria mineraria congolese e quella del petrolio nel Paesi Opec vi sono notevoli differenze, quasi tutte a svantaggio del cobalto. L’estrazione avviene in una regione, il Lualaba,sulla quale il governo centrale fatica ad esercitare la propria autorità. Mentre nell’industria petrolifera, il governo locale controlla solitamente almeno il 50% di ogni giacimento significativo, quello congolese ne controlla una quota non superiore al 10%. Una royalty del 10% sull’estrazione di minerali strategici è stata introdotta, con gran fatica, solo nel 2018, mentre nell’industria petrolifera la royalty è ben più alta da decenni. Legittimare con iniziative come la Fair Cobalt Alliance l’operato di miniere artigianali, significa accettare zone di completa anarchia. La filiera del cobalto rappresenta per il Congo un corpo estraneo. Se i petrostati hanno preso le misure all’industria petrolifera abbastanza presto (negli anni 70 tutti i Paesi Opec hanno ottenuto il totale controllo del settore), l’industria del cobalto non solo è in mano straniera, ma estrae un minerale di nessuna rilevanza per i congolesi.

Il rapporto tra Tesla e il Congo è l’incarnazione di uno “scambio ecologico ineguale” nel quale i Paesi meno industrializzati sono dei fornitori di risorse naturali a vantaggio delle aree più ricche. Queste ultime, pur drenando risorse naturali dal resto del mondo, riescono a generare un valore aggiunto superiore a quello dei Paesi più poveri, Cina ed India messe insieme.

Molti dei governi africani (lo Zambia potrebbe essere il primo), dopo la crisi Covid e con il calo dei prezzi delle materie prime, sono sull’orlo del default per un debito esterno che in molti casi è detenuto da società minerarie come Glencore. Il tema centrale per il futuro del continente africano non riguarda tanto generici “aiuti allo sviluppo”, o lo smantellamento delle barriere doganali, quanto il supporto alla creazione di un’industria locale, anche estrattiva, nonché a regole fiscali e ambientali che rafforzino gli Stati africani nel rapporto con le multinazionali e impediscano la fuga di capitali. La creazione di società minerarie locali favorirebbe l’occupazione, stimolerebbe la creazione di scuole e di enti tecnici locali e la creazione di una catena di fornitori locali con ricadute positive sull’economia. Questa è l’esperienza di molte delle società nazionali del petrolio.

Se l’economia verde dovesse caratterizzarsi, come appare oggi, per uno scambio ancor più ineguale rispetto a quella fossile, sarebbe una pessima notizia sia per il futuro dell’Africa che per la necessaria transizione energetica.